Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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mercoledì 9 gennaio 2013

Twitta Gramsci, la polizia l'accusa: «Istighi alla violenza»

La ragazza, che fa parte del movimento degli Indignados, sarebbe stata interrogata a Madrid. La solidarietà su Twitter
MADRID
Twitta Gramsci, la polizia l'accusa:
«Istighi alla violenza»
La ragazza, che fa parte del movimento degli Indignados, sarebbe stata interrogata a Madrid. La solidarietà su Twitter
Pippi Calzelunghe, la foto del profilo di Almu MonteroPippi Calzelunghe, la foto del profilo di Almu Montero
Twitta Antonio Gramsci e viene accusata di incitamento alla violenza. La vicenda riguarda un'esponente madrilena del Movimento 15 M (gli «indignados») che sarebbe stata denunciata dalla polizia postale spagnola per aver postato su Twitter dall'account @almu_en_lucha una frase del pensatore politico, Antonio Gramsci, tra i principali intellettuali marxisti del secolo scorso e tra i fondatori del Partito comunista italiano. Ecco la frase incriminata: «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza». Gramsci fu a lungo imprigionato dal fascismo per le sue idee e la passione politica, e processato con le accuse di «attività cospirativa, istigazione alla guerra civile, apologia di reato e incitamento all'odio di classe». La frase che è valsa le accuse ad Almu Montero (questo il suo nome su Facebook) fu scritta da Gramsci su L'Ordine Nuovo, giornale del partito socialista, nel numero del 1° maggio del 1919
LE PROTESTE - La vicenda della studentessa spagnola di comunicazione è rimbalzata sul sito di microblogging e sui social network. Dalla Spagna all'Italia. E non solo. In poche ore la ragazza ha ricevuto centinaia di messaggi di solidarietà. «È una vergogna, siamo di nuovo sotto il fascismo», scrive qualcuno. «Ci accusano perché siamo scesi in piazza a manifestare il nostro dissenso», è il grido di qualcun altro. Poi arrivano anche le minacce e gli insulti degli esponenti di destra. La ragazza, secondo quanto riportato da forum e blog, è stata costretta a recarsi all’Audiencia Nacional di Madrid – un tribunale speciale – per rispondere ad un interrogatorio. Anche settimanali e quotidiani riportano la vicenda. Scrive lei stessa, sempre su Twitter: «Mi accusano di scrivere messaggi violenti, tra cui quello in cui cito Gramsci. È ridicolo». Ad Almu sarebbero stati mostrati come prova dei suoi presunti appelli alla violenza a mezzo Twitter proprio alcune citazioni di un intellettuale le cui opere sono testi di studio ed esame nelle università di mezzo mondo.
TREND TOPIC - In Spagna in poche ore #Gramsci è diventato uno dei trending topic di Twitter. Al momento Almu sta ancora mantenendo l'anonimato e non esce allo scoperto. Ma in Spagna è da tempo che la polizia controlla il movimento degli indignados, nato in seguito alla crisi economica che ha dato vita a una larga mobilitazione di protesta pacifica dal basso contro il governo spagnolo. Le proteste sono iniziate il 15 maggio 2011 in occasione delle elezioni amministrative.

lunedì 1 ottobre 2012

Hobsbawm nel segno di Gramsci e del Jazz

- controlacrisi -
Per ricordare il grande storico Eric Hobsbawn scomparso oggi all'età di 95 anni vi proponiamo un bel profilo di Bruno Gravagnuolo pubblicato su L’Unità il 9 giugno 2007 in occasione del 90° compleanno.

«Gramsci? Un dono che la campagna ha fatto alla città». È una battuta di Eric Hobsbawm, lo storico gallese e tra i massimi storici britannici, che proprio oggi compie novantanni. Bella perché azzeccata, riferita com’è a una figura ponte tra masse oppresse e alta cultura del 900, un sardo di ascendenze albanesi, capace di ergersi a visioni globali. Ma bella quella frase perché racchiude tutto il senso delle passioni e del lavoro di Hobsbawm. Ovvero, l’impegno di conoscenza storiografica, volto alla liberazione delle classi subalterne. Nel contesto dello stato-nazione e in quello più ampio del mondo unificato dalle rivoluzioni industriali, a partire dalla prima nell’Inghilterra del 700.
Ma chi è Hobsbawm? Lo abbiamo detto, un grande storico e poi un amico e un ammiratore dell’Italia, e del Pci in particolare, alle cui fortune culturali e alla cui (contrastata) «egemonia» è legata una parte rilevante della sua biografia. Un’Italia incontrata per la prima volta da «emigrante» a due anni, nel passare da Trieste a Vienna. Da cui fuggirà a fine anni trenta per sottrarsi alla persecuzione nazista. Italia reincontrata negli anni 50, in visita da Londra, con una lettera di presentazione al Pci di Piero Sraffa. Ma a quel tempo Hobsbawm era già entrato nel circolo aureo degli storici marxisti di Past and Present leggendaria rivista, all’inizio non esclusivamente marxista, a cui prendevano parte Cristopher Hill, studioso della rivoluzione inglese, E. P. Thompson, storico sociale e della classe operaia, Victor Kierman, storico dell’imperialismo. Dunque Hobsbawm comunista e marxista, che si cimenta con la «storia dal basso»: briganti, ribelli, emarginati, profeti popolari e contadini. Ad esempio studia Il Davide Lazzaretti ribelle «escatologico» del Monte Amiata, ignorando che di lì a poco ne avrebbe ritrovato la figura in un’opera destinata a cambiare la sua vita intellettuale: I Quaderni del Carcere. È Gramsci infatti che muta il suo approccio dottrinario benché mai stalinista. Gramsci che lo persuade che la rivoluzione è un processo complesso, variegato, «chimico». Che risente delle«onde d’urto» internazionali e le ritraduce nei contesti nazionali. Con rivoluzioni attive, rivoluzioni passive, arretramenti, esplosioni, avanzamenti. Ecco allora che la scoperta di Gramsci e del Pci, fanno di Eric Hobsbawm quasi un propagandista della «diversità» di entrambi nel mondo comunista. Un lavoro di sdoganamento e rilancio del marxismo in sede politica e storiografica che parte nel gallese dall’amore per quei Quaderni, su cui relaziona al primo dei grandi convegni gramsciani, quello del 1958. E così, fecondate da quelle letture, arrivano le grandi opere di Eric Hobsbawm, Le rivoluzioni borghesi, 1789-1848; Il trionfo della borghesia, 1848-1875; L’età degli imperi, 1875-1914. Ed ancora, gli studi sui briganti, cartografia sociale e antropologica della rivolta endemica di classi sottomesse che stanno ai margini e incalzano, ma non si fanno «dirigenti». E poi, il saggio introduttivo alla Storia del marxismo* Einaudi, mappa minuta e ancor valida per orientarsi nel dedalo dei «marxismi» novecenteschi. Infine il suo capolavoro, quello che ha fatto tanto parlare, uscito in Italia da Rizzoli: Il Secolo breve, 1914-1991. Qual è l’idea di fondo, gramsciana, e compendiata già nel titolo? Quella di un 900 come «età degli estremi», tra massacri di massa e progresso della scienza e dei diritti. Di un mondo unificato dalla tecnica, tra barbarie ed emancipazioni collettive. Dove un punto di svolta è dato dalla prima guerra mondiale, in cui precipitano in lotta gli imperialismi dei grandi stati-nazione. E il punto finale sta nell’ammaina bandiere al Cremlino, nel natale del 1991. Periodizzazione criticata quella di Hobsbawm, specie sul « terminus ad quem». Visto che la dinamica di guerre e imperialismi, dopo quella data, è ricominciata sotto forma di nazionalismi, guerre di civiltà e nuovo disordine mondiale, all’ombra dell’unipolarismo americano. E tuttavia proprio Hobsbawm,ragionandone con Antonio Polito in una intervista Laterza del 1999 (Intervista sul nuovo secolo) si è mostrato ben consapevole che il suo secolo «breve» si allunga, riproducendo all’infinito, e con maggiore espansione delle forze produttive, tutti i fenomeni in precedenza descritti e avviati dal 1914: lo squilibrio tra stati nazione e cosmopolitismo globale, non governato.
Due volte gramsciano Hobsbawm, nell’indicare quello squilibrio, e nel segnalare la prima volta in cui si manifesta e cioè la prima guerra mondiale. E oggi? Oggi Hobsbawm è in bilico tra disincanto, difesa illuminista dell’universalismo, e rivendicazione di ciò che resta dell’utopia comunista. Intesa come capacità di resistenza al dominio planetario sui diseredati. E del resto, pur nel disincanto, Hobsbawm si oppose, da comunista italiano «acquisito», alla svolta dal Pci al Pds. E il giudizio sul comunismo reale? Per lo storico fu decisivo, malgrado le oppressioni e i fallimenti, a favorire e stabilizzare il Welfare in occidente. E a «con- causare» l’età dell’oro: il cinquantennio che va dal 1945 alla metà dei novanta. Ultimo appunto: Hobsbawm è anche un grande amante del Jazz, «musica nera dei subalterni». E scrisse col nome di Frank Newton, tromba di Billie Holiday, The Jazz scene, una storia del genere. Lo incoraggiò Gramsci, quando in carcere predisse: «un giorno berremo il caffè al mattino col jazz ».

* questo e altri saggi sono stati ripubblicati l'anno scorso nel volume "Come cambiare il mondo", Rizzoli

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