di Moreno Pasquinelli. Fonte: sollevazione
Si dice che dobbiamo “onorare” il debito, altrimenti, ove lo Stato italiano non pagasse ciò sarebbe non solo "disonorevole" ma causerebbe il default, la bancarotta, la catastrofe economica, la fine del mondo. Si tratta di uno ragionamento che non si sta in piedi, né dal punto di vista politico, né da quello morale e, quel che è peggio, non ha alcun rigore scientifico. E’ uno spauracchio la cui validità è pari a quella della minaccia della dannazione perpetua dell’anima in caso di peccato mortale.
Ad ogni peccato deve corrispondere una espiazione, come nel diritto ad ogni reato una pena. Nell’un caso e nell’altro si tratta di meccanismi per normare la vita associata. Chi decide cosa sia peccato o meno, cosa sia lecito o meno, è sempre un’autorità costituita, sia essa ierocratica o secolare, la quale infine, grazie al monopolio della forza, commina la condanna e obbliga il reo a scontare la pena. Ove l’autorità costituita, pur ostentando la propria terzietà, è invece sempre uno strumento della classe dominante, o di un’alleanza delle classi dominanti.
Lo spauracchio ideologico del default
Lo spauracchio ideologico del default funge oggigiorno da peccato mortale, è il pretesto con cui la potenza dominante, ovvero il capitalismo finanziario globale, minaccia gli stati indebitati che in caso di ripudio essi verranno condannati all’inferno, ove l’inferno è l’esclusione perpetua dai mercati finanziari internazionali. Come se questa esclusione fosse una specie di embargo o di blocco economico. Che si tratti di uno spauracchio, di una pistola scarica, lo dimostra la storia dei numerosi default conosciuti in epoca capitalistica, tra cui la serie di default a grappolo che negli ultimi venti anni hanno riguardato svariati paesi tra cui la Russia, la Turchia, le Tigri asiatiche, quasi tutta l’America latina, fino a quello memorabile dell’Argentina del 2001.
Ma cos’è un default? Esso consiste «... nell’inadempimento da parte di uno stato di un’obbligazione per rimborso di capitale o pagamento di interessi alla data di scadenza (o entro il periodo di moratoria prefissato). Questi episodi includono i casi in cui il debito ristrutturato viene infine estinto a condizioni meno favorevoli di quelle dell’obbligazione originaria». [Carmen M. Reinhart e Kenneth S. Rogoff. Questa volta è diverso, Il saggiatore 2009 p.38]
Esso non equivale quindi, sic et simpliciter, come si vuole far credere, alla bancarotta, al fallimento. E anche ove il default diventasse un fallimento, ciò non può riguardare uno Stato. Come affermò Walter Wriston, presidente del colosso americano Citibank «Gli stati non falliscono», può fallire un’azienda, o una banca, non uno Stato. Un’azienda o una banca vanno in bancarotta quando i debiti accumulati sono tali che non possono essere rimborsati in alcun modo. I creditori, grazie alla decisione dell’autorità giudiziaria, procedono allora a pignorare e confiscare i beni patrimoniali del fallito nel tentativo di recuperare le somme prestate. Il trasferimento di valore dal debitore al creditore che prima sarebbe dovuto avvenire con il pagamento di interessi, avviene ora con un atto forzoso, in base alla regola Mors tua vita mea.
Si dice che dobbiamo “onorare” il debito, altrimenti, ove lo Stato italiano non pagasse ciò sarebbe non solo "disonorevole" ma causerebbe il default, la bancarotta, la catastrofe economica, la fine del mondo. Si tratta di uno ragionamento che non si sta in piedi, né dal punto di vista politico, né da quello morale e, quel che è peggio, non ha alcun rigore scientifico. E’ uno spauracchio la cui validità è pari a quella della minaccia della dannazione perpetua dell’anima in caso di peccato mortale.
Ad ogni peccato deve corrispondere una espiazione, come nel diritto ad ogni reato una pena. Nell’un caso e nell’altro si tratta di meccanismi per normare la vita associata. Chi decide cosa sia peccato o meno, cosa sia lecito o meno, è sempre un’autorità costituita, sia essa ierocratica o secolare, la quale infine, grazie al monopolio della forza, commina la condanna e obbliga il reo a scontare la pena. Ove l’autorità costituita, pur ostentando la propria terzietà, è invece sempre uno strumento della classe dominante, o di un’alleanza delle classi dominanti.
Lo spauracchio ideologico del default
Lo spauracchio ideologico del default funge oggigiorno da peccato mortale, è il pretesto con cui la potenza dominante, ovvero il capitalismo finanziario globale, minaccia gli stati indebitati che in caso di ripudio essi verranno condannati all’inferno, ove l’inferno è l’esclusione perpetua dai mercati finanziari internazionali. Come se questa esclusione fosse una specie di embargo o di blocco economico. Che si tratti di uno spauracchio, di una pistola scarica, lo dimostra la storia dei numerosi default conosciuti in epoca capitalistica, tra cui la serie di default a grappolo che negli ultimi venti anni hanno riguardato svariati paesi tra cui la Russia, la Turchia, le Tigri asiatiche, quasi tutta l’America latina, fino a quello memorabile dell’Argentina del 2001.
Ma cos’è un default? Esso consiste «... nell’inadempimento da parte di uno stato di un’obbligazione per rimborso di capitale o pagamento di interessi alla data di scadenza (o entro il periodo di moratoria prefissato). Questi episodi includono i casi in cui il debito ristrutturato viene infine estinto a condizioni meno favorevoli di quelle dell’obbligazione originaria». [Carmen M. Reinhart e Kenneth S. Rogoff. Questa volta è diverso, Il saggiatore 2009 p.38]
Esso non equivale quindi, sic et simpliciter, come si vuole far credere, alla bancarotta, al fallimento. E anche ove il default diventasse un fallimento, ciò non può riguardare uno Stato. Come affermò Walter Wriston, presidente del colosso americano Citibank «Gli stati non falliscono», può fallire un’azienda, o una banca, non uno Stato. Un’azienda o una banca vanno in bancarotta quando i debiti accumulati sono tali che non possono essere rimborsati in alcun modo. I creditori, grazie alla decisione dell’autorità giudiziaria, procedono allora a pignorare e confiscare i beni patrimoniali del fallito nel tentativo di recuperare le somme prestate. Il trasferimento di valore dal debitore al creditore che prima sarebbe dovuto avvenire con il pagamento di interessi, avviene ora con un atto forzoso, in base alla regola Mors tua vita mea.