Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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mercoledì 23 maggio 2012

Europa: una crisi di debito o di bilancia dei pagamenti?



da: Altra Finanza – 21 maggio 2012
Per uscire dalla crisi bisogna capirne bene la natura. Se si tratta di una crisi dei debiti sovrani, allora si fa bene a combatterla con politiche di rigore. Ma se il problema sono i debiti esteri e gli squilibri commerciali fra i paesi europei, allora concentrarsi sul risanamento delle finanze pubbliche potrebbe essere insufficiente, o addirittura controproducente. Per questo, torniamo sull’argomento con un intervento di Andrea F. Presbitero (Università Politecnica delle Marche).

L’attacco speculativo contro i debiti sovrani di alcuni paesi membri dell’Unione Economica e Monetaria (UEM) ha riportato alla ribalta il rischio-paese. L’introduzione della valuta comune e la rapida integrazione finanziaria dei paesi membri dell’unione monetaria avevano consentito ai rendimenti dei titoli pubblici dei paesi membri dell’eurozona di rimanere sostanzialmente allineati anche durante la crisi finanziaria globale 2007-2009. Con il dispiegarsi della crisi greca, tuttavia, si è aperto un divario crescente tra i rendimenti dei titoli emessi dai governi di Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna (GIIPS) e quelli emessi dalla Germania.
La crisi all’interno dell’eurozona ha attirato l’attenzione su due ordini di problemi interdipendenti: 1) l’esistenza di persistenti squilibri esterni negli scambi reali tra i paesi membri dell’UEM e 2) l’aumento dei debiti pubblici. L’impennata degli spread dei titoli greci e, a seguire, degli altri paesi GIIPS ha posto in primo piano il secondo problema a scapito del primo. La giustificazione può apparire ovvia, se ci si limita a considerare che questi titoli sono rappresentativi di elevati e crescenti debiti pubblici, dei quali si teme l’insostenibilità. Appare meno ovvia se, invece, si allarga la visuale fino ad analizzare le cause profonde che alimentano i problemi di sostenibilità delle finanze pubbliche europee. Questi ultimi, infatti, sono radicati negli squilibri macroeconomici dell’eurozona e, in particolare, nella presenza di squilibri esterni persistenti tra paesi in deficit e paesi in surplus.
Se si prende in considerazione anche il primo dei due ordini di problemi si può capire che l’ampliarsi degli spread tra i rendimenti dei titoli di stato europei rappresenta la febbre sintomatica della fragilità strutturale dell’eurozona e che limitarsi a curare le finanze pubbliche può abbassare la febbre, ma non ne cura le cause. Appare evidente che l’euro opera senza adeguati meccanismi di aggiustamento tra due aree strutturalmente diverse: un’area periferica in deficit, meno competitiva, che si colloca geograficamente a Sud (con l’eccezione dell’Irlanda) di un Nord in surplus, il cui paese più rappresentativo è la Germania.
La visione sinora prevalente è stata quella “tedesca”, che si basa sull’ipotesi che i paesi GIIPS siano stati fiscalmente irresponsabili e non siano riusciti ad attuare politiche dal lato dell’offerta in grado di aumentarne la competitività. Ne consegue che i paesi periferici debbano perseguire un regime di austerità fiscale, al fine di ristabilire la sostenibilità delle finanze pubbliche e attenuare il rischio che questi stessi paesi possano essere costretti ad abbandonare l’euro. Questa politica di aggiustamento, che vincola la concessione dei finanziamenti delle istituzioni europee e internazionali, è certamente necessaria per non alimentare comportamenti di azzardo morale. È però insufficiente e può addirittura rivelarsi controproducente. Insufficiente se non si accompagna a politiche di sviluppo che agiscano sia sulla domanda che sull’offerta. Quindi controproducente, se favorisce la depressione e la disoccupazione. Più che la sostenibilità del debito, diviene cruciale il problema della sostenibilità dell’UEM, che è messa in discussione da crisi di rigetto contro l’eccesso di rigore fiscale e da pericolose tendenze nazionalistiche, come è avvenuto nelle elezioni politiche in Grecia. Riappare lo spettro del rischio di cambio, se la Grecia in primis e, per contagio, altri paesi in bilico fossero costretti a uscire dall’euro.
In un recente lavoro, scritto con Piero Alessandrini, Michele Fratianni e Andrew Hughes Hallett, forniamo un quadro interpretativo generale per dimostrare come gli squilibri macroeconomici siano in grado di creare una crisi di debito – in presenza o meno di irresponsabilità fiscale. Sottolineiamo, inoltre, come gli squilibri macroeconomici tra paesi dell’eurozona possano provocare una crisi di liquidità e valutiamo l’importanza relativa dei fondamentali fiscali e degli squilibri esterni nello spiegare i differenziali di rendimento all’interno dell’eurozona. Alcuni fatti stilizzati e l’evidenza empirica suggeriscono che sia la fragilità fiscale dei paesi periferici, che gli squilibri esterni tra il Nord in surplus e il Sud in deficit di conto corrente contribuiscono alla crisi, sebbene con ruoli diversi.

lunedì 6 febbraio 2012

La chiamano «competitività», ma è «sfruttamento brutale»

Portogallo. Argiris Panagopoulos intervista Armenio Carlos, neo-segretario della Cgtp ilmanifesto
Parla il leader del principale sindacato portoghese, che sulla riforma del lavoro non ci sta: «Vogliamo alimentare la speranza che un'altra politica è possibile»

La capitale portoghese si è fermata l'altro ieri per lo sciopero dei trasporti che ha aperto una stagione di lotte che si annuncia lunga e che proseguirà subito con la manifestazione nazionale dell'11 febbraio, organizzata dalla Cgtp (Confederação Geral dos Trabalhadores Portugueses), la principale centrale sindacale del Paese. Del corteo contro lo smantellamento dei rapporti di lavoro e della strategia del sindacato abbiamo discusso con Armenio Carlos, eletto la settimana scorsa segretario generale della Cgtp.

Come è andato lo sciopero?
È riuscito. La metropolitana si è fermata, né si sono mossi autobus e treni. Le navi passeggeri non hanno lasciato le banchine sul fiume Tajo. I lavoratori hanno messo in atto una grande risposta per salvaguardare i loro diritti economici e protestare contro l'aumento (26% negli ultimi mesi) dei biglietti e la distruzione del trasporto pubblico. Lavoratori del trasporto pubblico e cittadini sono uniti contro la privatizzazione dei trasporti, perché sanno che a pagarla sarebbero proprio loro.

Quali sono gli obiettivi della manifestazione nazionale dell'11 febbraio a Lisbona?
Anzitutto sensibilizzare e mobilitare la società contro la disuguaglianza, la povertà e la disoccupazione imposte al nostro paese. Inoltre vogliamo alimentare la speranza che una politica diversa è possibile. Abbiamo bisogno di lotte di classe unitarie. Lavoratori e cittadini devono capire che è arrivato il momento di difendere i loro diritti e se stessi.

La troika e il governo conservatore stanno cercando di cambiare le relazioni di lavoro. Una parte del sindacato ha accettato in pratica una svalutazione interna con una diminuzione del costo del lavoro, voi invece avete abbandonato il dialogo...
L'accordo proposto non contiene nessuna misura per lo sviluppo, mentre rafforzerà recessione e disoccupazione. Nel migliore dei casi il Pil scenderà ai livelli del 2001, mentre il debito pubblico rimarrà a tre cifre, ben più elevato del 92% registrato prima della crisi. Inoltre il documento firmato dagli industriali e dal sindacato socialista Ugt rafforzerà la competitività con misure inaccettabili come la riduzione dei giorni festivi e delle ferie, costringendo i lavoratori a lavorare sette giorni in più all'anno. Prevede poi la riduzione del 50% della retribuzione per il lavoro straordinario, orari flessibili di lavoro e di salari. Così non si rafforza la competitività, ma lo sfruttamento brutale. La Banca Centrale del Portogallo stima che tra il 2012 e il 2013 perderemo almeno 420 mila posti di lavoro. Ufficialmente abbiamo 700 mila disoccupati. In pratica arrivano a 1 milione, perché le statistiche non rilevano i disoccupati di lunga durata e coloro che il lavoro hanno rinunciato a cercarlo. Allo stesso tempo si facilitano i licenziamenti e il loro costo per le imprese. Vogliono licenziamenti facili e poco costosi, nonostante la nostra Costituzione vieti espressamente quelli senza giusta causa.

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