da: Altra Finanza – 21 maggio 2012
Per uscire dalla crisi bisogna capirne bene la natura. Se si tratta di una crisi dei debiti sovrani, allora si fa bene a combatterla con politiche di rigore. Ma se il problema sono i debiti esteri e gli squilibri commerciali fra i paesi europei, allora concentrarsi sul risanamento delle finanze pubbliche potrebbe essere insufficiente, o addirittura controproducente. Per questo, torniamo sull’argomento con un intervento di Andrea F. Presbitero (Università Politecnica delle Marche).
L’attacco speculativo contro i debiti sovrani di alcuni paesi membri dell’Unione Economica e Monetaria (UEM) ha riportato alla ribalta il rischio-paese. L’introduzione della valuta comune e la rapida integrazione finanziaria dei paesi membri dell’unione monetaria avevano consentito ai rendimenti dei titoli pubblici dei paesi membri dell’eurozona di rimanere sostanzialmente allineati anche durante la crisi finanziaria globale 2007-2009. Con il dispiegarsi della crisi greca, tuttavia, si è aperto un divario crescente tra i rendimenti dei titoli emessi dai governi di Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna (GIIPS) e quelli emessi dalla Germania.
La crisi all’interno dell’eurozona ha attirato l’attenzione su due ordini di problemi interdipendenti: 1) l’esistenza di persistenti squilibri esterni negli scambi reali tra i paesi membri dell’UEM e 2) l’aumento dei debiti pubblici. L’impennata degli spread dei titoli greci e, a seguire, degli altri paesi GIIPS ha posto in primo piano il secondo problema a scapito del primo. La giustificazione può apparire ovvia, se ci si limita a considerare che questi titoli sono rappresentativi di elevati e crescenti debiti pubblici, dei quali si teme l’insostenibilità. Appare meno ovvia se, invece, si allarga la visuale fino ad analizzare le cause profonde che alimentano i problemi di sostenibilità delle finanze pubbliche europee. Questi ultimi, infatti, sono radicati negli squilibri macroeconomici dell’eurozona e, in particolare, nella presenza di squilibri esterni persistenti tra paesi in deficit e paesi in surplus.
Se si prende in considerazione anche il primo dei due ordini di problemi si può capire che l’ampliarsi degli spread tra i rendimenti dei titoli di stato europei rappresenta la febbre sintomatica della fragilità strutturale dell’eurozona e che limitarsi a curare le finanze pubbliche può abbassare la febbre, ma non ne cura le cause. Appare evidente che l’euro opera senza adeguati meccanismi di aggiustamento tra due aree strutturalmente diverse: un’area periferica in deficit, meno competitiva, che si colloca geograficamente a Sud (con l’eccezione dell’Irlanda) di un Nord in surplus, il cui paese più rappresentativo è la Germania.
La visione sinora prevalente è stata quella “tedesca”, che si basa sull’ipotesi che i paesi GIIPS siano stati fiscalmente irresponsabili e non siano riusciti ad attuare politiche dal lato dell’offerta in grado di aumentarne la competitività. Ne consegue che i paesi periferici debbano perseguire un regime di austerità fiscale, al fine di ristabilire la sostenibilità delle finanze pubbliche e attenuare il rischio che questi stessi paesi possano essere costretti ad abbandonare l’euro. Questa politica di aggiustamento, che vincola la concessione dei finanziamenti delle istituzioni europee e internazionali, è certamente necessaria per non alimentare comportamenti di azzardo morale. È però insufficiente e può addirittura rivelarsi controproducente. Insufficiente se non si accompagna a politiche di sviluppo che agiscano sia sulla domanda che sull’offerta. Quindi controproducente, se favorisce la depressione e la disoccupazione. Più che la sostenibilità del debito, diviene cruciale il problema della sostenibilità dell’UEM, che è messa in discussione da crisi di rigetto contro l’eccesso di rigore fiscale e da pericolose tendenze nazionalistiche, come è avvenuto nelle elezioni politiche in Grecia. Riappare lo spettro del rischio di cambio, se la Grecia in primis e, per contagio, altri paesi in bilico fossero costretti a uscire dall’euro.
In un recente lavoro, scritto con Piero Alessandrini, Michele Fratianni e Andrew Hughes Hallett, forniamo un quadro interpretativo generale per dimostrare come gli squilibri macroeconomici siano in grado di creare una crisi di debito – in presenza o meno di irresponsabilità fiscale. Sottolineiamo, inoltre, come gli squilibri macroeconomici tra paesi dell’eurozona possano provocare una crisi di liquidità e valutiamo l’importanza relativa dei fondamentali fiscali e degli squilibri esterni nello spiegare i differenziali di rendimento all’interno dell’eurozona. Alcuni fatti stilizzati e l’evidenza empirica suggeriscono che sia la fragilità fiscale dei paesi periferici, che gli squilibri esterni tra il Nord in surplus e il Sud in deficit di conto corrente contribuiscono alla crisi, sebbene con ruoli diversi.
Per uscire dalla crisi bisogna capirne bene la natura. Se si tratta di una crisi dei debiti sovrani, allora si fa bene a combatterla con politiche di rigore. Ma se il problema sono i debiti esteri e gli squilibri commerciali fra i paesi europei, allora concentrarsi sul risanamento delle finanze pubbliche potrebbe essere insufficiente, o addirittura controproducente. Per questo, torniamo sull’argomento con un intervento di Andrea F. Presbitero (Università Politecnica delle Marche).
L’attacco speculativo contro i debiti sovrani di alcuni paesi membri dell’Unione Economica e Monetaria (UEM) ha riportato alla ribalta il rischio-paese. L’introduzione della valuta comune e la rapida integrazione finanziaria dei paesi membri dell’unione monetaria avevano consentito ai rendimenti dei titoli pubblici dei paesi membri dell’eurozona di rimanere sostanzialmente allineati anche durante la crisi finanziaria globale 2007-2009. Con il dispiegarsi della crisi greca, tuttavia, si è aperto un divario crescente tra i rendimenti dei titoli emessi dai governi di Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna (GIIPS) e quelli emessi dalla Germania.
La crisi all’interno dell’eurozona ha attirato l’attenzione su due ordini di problemi interdipendenti: 1) l’esistenza di persistenti squilibri esterni negli scambi reali tra i paesi membri dell’UEM e 2) l’aumento dei debiti pubblici. L’impennata degli spread dei titoli greci e, a seguire, degli altri paesi GIIPS ha posto in primo piano il secondo problema a scapito del primo. La giustificazione può apparire ovvia, se ci si limita a considerare che questi titoli sono rappresentativi di elevati e crescenti debiti pubblici, dei quali si teme l’insostenibilità. Appare meno ovvia se, invece, si allarga la visuale fino ad analizzare le cause profonde che alimentano i problemi di sostenibilità delle finanze pubbliche europee. Questi ultimi, infatti, sono radicati negli squilibri macroeconomici dell’eurozona e, in particolare, nella presenza di squilibri esterni persistenti tra paesi in deficit e paesi in surplus.
Se si prende in considerazione anche il primo dei due ordini di problemi si può capire che l’ampliarsi degli spread tra i rendimenti dei titoli di stato europei rappresenta la febbre sintomatica della fragilità strutturale dell’eurozona e che limitarsi a curare le finanze pubbliche può abbassare la febbre, ma non ne cura le cause. Appare evidente che l’euro opera senza adeguati meccanismi di aggiustamento tra due aree strutturalmente diverse: un’area periferica in deficit, meno competitiva, che si colloca geograficamente a Sud (con l’eccezione dell’Irlanda) di un Nord in surplus, il cui paese più rappresentativo è la Germania.
La visione sinora prevalente è stata quella “tedesca”, che si basa sull’ipotesi che i paesi GIIPS siano stati fiscalmente irresponsabili e non siano riusciti ad attuare politiche dal lato dell’offerta in grado di aumentarne la competitività. Ne consegue che i paesi periferici debbano perseguire un regime di austerità fiscale, al fine di ristabilire la sostenibilità delle finanze pubbliche e attenuare il rischio che questi stessi paesi possano essere costretti ad abbandonare l’euro. Questa politica di aggiustamento, che vincola la concessione dei finanziamenti delle istituzioni europee e internazionali, è certamente necessaria per non alimentare comportamenti di azzardo morale. È però insufficiente e può addirittura rivelarsi controproducente. Insufficiente se non si accompagna a politiche di sviluppo che agiscano sia sulla domanda che sull’offerta. Quindi controproducente, se favorisce la depressione e la disoccupazione. Più che la sostenibilità del debito, diviene cruciale il problema della sostenibilità dell’UEM, che è messa in discussione da crisi di rigetto contro l’eccesso di rigore fiscale e da pericolose tendenze nazionalistiche, come è avvenuto nelle elezioni politiche in Grecia. Riappare lo spettro del rischio di cambio, se la Grecia in primis e, per contagio, altri paesi in bilico fossero costretti a uscire dall’euro.
In un recente lavoro, scritto con Piero Alessandrini, Michele Fratianni e Andrew Hughes Hallett, forniamo un quadro interpretativo generale per dimostrare come gli squilibri macroeconomici siano in grado di creare una crisi di debito – in presenza o meno di irresponsabilità fiscale. Sottolineiamo, inoltre, come gli squilibri macroeconomici tra paesi dell’eurozona possano provocare una crisi di liquidità e valutiamo l’importanza relativa dei fondamentali fiscali e degli squilibri esterni nello spiegare i differenziali di rendimento all’interno dell’eurozona. Alcuni fatti stilizzati e l’evidenza empirica suggeriscono che sia la fragilità fiscale dei paesi periferici, che gli squilibri esterni tra il Nord in surplus e il Sud in deficit di conto corrente contribuiscono alla crisi, sebbene con ruoli diversi.
