Dialogo fra Sergio Cesaratto e Pietro Reichlin - sinistrainrete - da Micromega
Non sempre però, anche all'interno del vasto campo della sinistra, con le parole equità, giustizia sociale, eguaglianza ci si riferisce a concetti condivisi “pacificamente” da tutti. Sono parole dal significato estremamente vago e sfuggente, che è bene precisare.
Qualche mese fa è uscito un importante saggio di Pietro Reichlin e Aldo Rustichini intitolato “Pensare la sinistra. Tra equità e libertà” (Laterza) in cui i due autori, due economisti, si propongono come primo obiettivo quello di “aggiornare e ridiscutere il concetto di equità”.
Professor Reichlin, perché ritiene che la sinistra sia legata ad una visione antiquata e ormai inservibile della realtà e in che modo secondo lei si dovrebbe approdare ad un “cambio di paradigma”? Di quali nuove idee avrebbe bisogno la sinistra oggi?
REICHLIN: Innanzitutto preciso che le idee contenute nel nostro saggio non sono affatto nuove. Attingono ad una tradizione ormai consolidata, che è quella del liberalismo di sinistra.
Il nostro punto di partenza è questo: un concetto di equità che si focalizza principalmente sull’“uguaglianza dei risultati” e fa leva su un modello molto invasivo di stato sociale, confligge in primo luogo con un altro concetto molto importante, soprattutto nelle società moderne: quello della libertà. Della libertà individuale e della responsabilità.
Chiunque si metta a ragionare su cosa determina una distribuzione equa delle risorse deve fare i conti con la complessità legata alla diversità – umana, caratteriale, psicologica, - tra gli individui. E la domanda che sorge è: cosa determina la soddisfazione di una persona? Cos’è che per ciascuno di noi rappresenta l'idea di ”successo”? Cosa ci gratifica? L’uguaglianza dei salari esaurisce ciò che noi pensiamo riguardo ad una distribuzione equa delle risorse? Io ritengo di no, anche perché il salario è solo uno dei fattori alla base della nostra soddisfazione: esistono anche la posizione sociale raggiunta, la tipologia del lavoro, i riconoscimenti non materiali, eccetera.
C’è poi un altro problema ancora più importante. Un paternalismo eccessivo – connesso ad uno stato invasivo che cerca di realizzare l'uguaglianza dei risultati - crea dipendenza. Gli individui vengono deresponsabilizzati dall’obiettivo di produrre uno sforzo adeguato per poter contribuire al benessere sociale, al prodotto collettivo. E sono sopratutto coloro che hanno più capacità ad essere privati degli incentivi dati dalla possibilità che i loro meriti siano premiati con un “trattamento” differenziato rispetto ai meno meritevoli.
Pensiamo soltanto a quello che vediamo nei telegiornali o nelle trasmissioni televisive quando si parla della disoccupazione al Sud. È immancabile l'intervento di qualche cittadino intervistato che si lamenta dicendo: “Lo Stato non mi dà lavoro”. Ecco, questo è il tipico esempio di una cultura della dipendenza che nasce quando si deresponsabilizzano gli individui e si perde di vista il problema degli incentivi che sono alla base del successo di una società.
Ripeto: queste non sono scoperte di oggi. Sono cose con le quali la sinistra già da tempo ha cominciato a fare i conti. Basta guardare a come lo stato sociale viene ripensato nel Nord Europa, in Svezia, nei paesi scandinavi, ma anche in Germania (come si vede non sto parlando degli Stati Uniti). L’idea di fondo è che lo stesso concetto di libertà è vuoto, se non è connesso a quello della responsabilità. Da qui discende la necessità di sostituire una concezione dell'equità fondata sull'“uguaglianza dei risultati” con una ispirata all'“eguaglianza delle opportunità”.