Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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martedì 10 luglio 2012

Sulla violenza.

di JUAN DOMINGO SANCHEZ ESTOP

- uninomade -

“Io dico che coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe, mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma; e che considerino più a’ romori ed alle grida che di tali tumulti nascevano, che a’ buoni effetti che quelli partorivano; e che e’ non considerino come e’ sono in ogni republica due umori diversi, quello del popolo, e quello de’ grandi; e come tutte le leggi che si fanno in favore della libertà, nascano dalla disunione loro, come facilmente si può vedere essere seguito in Roma.” (Machiavelli, Discorsi, I, 4)
1.La violenza è determinata dal potere, non dai movimenti sociali. È il potere a decidere, per esempio, che un’aggressione fascista non è «violenta» è che lo è invece una resistenza pacifica o passiva. È il potere a decidere che la prigione o la pena di morte non sono sanzioni violente, e che invece lo sciopero è una forma particolarmente violenta di difesa di un interesse particolare. Il potere decide che i tifosi di calcio o i papaboys possono occupare le strade per svariati giorni e non sempre comportandosi in maniera civile, mentre una tranquillissima acampada in un luogo pubblico o un’assemblea cittadina in una piazza costituiscono invece atti di violenza. Per quanto si cerchi in realtà non c’è nessun contenuto specifico sotto il termine «violenza» che non sia determinato da una decisione sovrana. Si può dire lo stesso a proposito del terrorismo. Sovrano, si potrebbe dire parafrasando Carl Schmitt, è chi decide su cos’è violenza, chi nomina il terrorista.
2. Secondo Aristotele esistono due tipi di movimenti, quello naturale, per cui un corpo si muove e muta in conformità alla sua propria essenza, e quello violento per il quale quello stesso corpo si muove e muta per effetto della forza di un corpo esterno. Il contrario della natura è la violenza. Nella modernità ciò che è naturale nell’ordine sociale lo definisce il potere. Come spiega Bodin, sovrano è colui che dà valore giuridico a un diritto naturale e lo definisce come tale. In altri termini, è il sovrano a decidere che cos’è la natura e quindi l’ordine naturale e, pertanto, che cosa invece si definisce come violenza. Il sovrano definisce ciò che è naturale e ciò che è violento e attribuisce alla «violenza», contraria all’ordine sociale «naturale», lo stato d’eccezione in cui la legge del sovrano non può essere applicata. Niente di strano in questo: ogni sovrano pretende di definire, senza alcun timore di cadere in una tautologia, l’ordine normale, quello naturale, come l’ordine in cui si possono applicare le sue leggi.
3.Nella modernità politica alla quale il potere sovrano appartiene, la natura non gode di alcun contenuto che le sia proprio. Il più grande traduttore dell’ordine politico sovrano in categorie metafisiche, Cartesio, sostiene che l’ordine naturale dipende continuamente dalla volontà divina. Violenta è quindi l’azione contro la natura e, nell’ordine sociale e politico, contro la legge e la volontà del sovrano che in essa si esprime. Ogni esigenza di condannare o approvare la violenza ruota intorno alla figura del sovrano.
4.Quando la natura non è l’«ordine naturale», ma piuttosto una correlazione di forze, l’opposizione natura-violenza viene necessariamente a cadere. Ogni ordine è precario ed effetto relativamente instabile di un equilibrio di forze. Lo stesso potere del sovrano che sta a fondamento di questo ordine – o il potere di Dio nell’universo – si dissolve in un tessuto di relazioni. Questa è la prospettiva democratica e sovversiva del materialismo, quella di Machiavelli e di Spinoza. Era anche la prospettiva dei materialisti dell’antichità, rispetto ai quali Machiavelli e Spinoza riconoscono la loro filiazione. È anche quella di Marx. Non c’è sostanza del potere, non c’è ordine naturale, e la violenza non è identificabile come caratteristica essenziale di un’azione, ma riconduce alla caratterizzazione politica di questa azione da parte di un potere sovrano che – a sua volta – è la risultante di una correlazione di forze interna alla moltitudine.
5. Il materialismo rende evidente la nudità del potere. Questo non può più basare la sua «legittimità» su un supposto ordine naturale. Deve fondarsi su di una relazione, sempre relativamente conflittuale con una moltitudine di altre forze. Il tentativo di neutralizzare la conflittualità, i tumulti della moltitudine, equivale alla soppressione della libertà, perché diminuisce la potenza della moltitudine, la sua produttività, e sommerge la moltitudine nella tristezza del potere assolutista. L’assolutismo, che pretende ridurre tutti in un unico corpo, chiama pace quello che è in effetti un deserto. Il totalitarismo moderno ce ne offre molteplici esempi.
6. Quella variante liberale dell’assolutismo che oggi chiamiamo «democrazia liberale» pretende anch’essa di basare il suo ordine sociale in una natura che, in un circolo vizioso, è contemporaneamente effetto e causa dell’ordine legale stabilito dal sovrano. Gli effetti di questo discorso libreral-assolutista si traducono oggi nel rifiuto e nella criminalizzazione di ogni illegalità perpetrata dai sudditi – tra i quali, ovviamente, non si contano i più potenti, che costituiscono parte integrante del sovrano. Il principio dello Stato di polizia è contenere entro i limiti della legalità la condotta dei sudditi attraverso uno stretto controllo. Criminalizzando gli spazi del conflitto e considerando come violenti anche i più inoffensivi atti di disobbedienza si uccide la libertà e si mortifica la vita in comune.
* Traduzione dallo spagnolo di Nicolas Martino.

sabato 22 ottobre 2011

Distruggere la paura, affermare il comune

Fonte: controlacrisi
0. Nella sera romana illuminata dai fuochi di Piazza San Giovanni, abbiamo cominciato a interrogarci sulla giornata del 15 ottobre, su ciò che ha rivelato nelle molteplici scale geografiche che si sono incrociate a produrne la dimensione globale, sulla forza e sulle potenzialità che ha fatto emergere, sui problemi che consegna alla nostra riflessione e alle nostre pratiche. Lo abbiamo fatto e continuiamo a farlo da materialisti, convinti – per citare uno che la sapeva lunga – che le azioni umane non vadano derise, compiante o detestate, ma prima di tutto comprese. Proviamo a farlo con queste note, segnalando alcuni dei punti che ci sembrano più rilevanti.
1. Partita da un appello degli indignados spagnoli, la mobilitazione del 15 ottobre si è diffusa in centinaia di città ai quattro angoli del pianeta, a riprova dell’efficacia di uno stile di azione e di un linguaggio politico (quello degli indignados, appunto) che meglio di altri paiono adattarsi alle modalità asimmetriche con cui la crisi colpisce società e popolazioni in diversi contesti geografici. La profondità della rottura dello sviluppo capitalistico si è riflessa nello specchio globale del 15 ottobre, offrendo un quadro ancora parziale ma tuttavia rivelatore dell’intensità delle lotte e delle ipotesi costituenti che ovunque cominciano a presentarsi. Straordinarie sono state le mobilitazioni di Madrid e Barcellona, concluse con assedi ai palazzi del potere, con occupazioni di scuole, palazzi e ospedali. Ma molto importanti sono state anche le manifestazioni negli Stati Uniti, che hanno portato un osservatore attento come Immanuel Wallerstein a parlare del più rilevante movimento sociale in quel Paese dal ’68. Anche qui l’occupazione fisica di uno spazio centrale a New York e l’indignazione di fronte al potere della finanza sono stati i tratti fondamentali di una radicalità che si è diffusa, in particolare dopo l’occupazione del ponte di Brooklyn, in altre città statunitensi. Attorno a questi punti alti della dinamica di indignazione si sono disposte le altre iniziative, più o meno consistenti dal punto di vista della partecipazione ma comunque essenziali nel dare un respiro globale alla giornata.

“Doveva essere un giorno di festa” Peccato…

di Mario Gangarossa. Fonte: sinistrainrete

Se non state attenti, i media vi faranno odiare
le persone che vengono oppresse
e amare quelle che opprimono!
(Malcom X)

Sarò un cattivo maestro ma, francamente, di fronte al coro unanime di “vibrate condanne” contro i “provocatori-blackblock-delinquenti-infiltrati-canaglie-sbirri-fascisti-ecc.-ecc.”, che vede accomunati nello stesso furore “non-violento” l’intero apparato politico da Berlusconi a Diliberto (passando per Cicchitto e La Russa, Casini e Fini, Bersani e Di Pietro, Vendola e Ferrero) non riesco a reprimere un conato di vomito.

Un coro unanime che ha condannato “l’inaudita violenza” (attorno agli stadi, a volte, abbiamo visto di peggio ma quella era “violenza liberatrice”, “comprensibile” valvola di sfogo, funzionale al mantenimento della “temperatura sociale” sotto i livelli di guardia). Un coro di “violenti” che, come sempre, cerca di rivestire con paludati richiami alla democrazia, alla convivenza, alla nobiltà degli ideali che dovrebbero ispirare i movimenti sociali (anche quando rivendicano l’elementare diritto alla sopravvivenza fisica), il tanfo reazionario e la paura di classe che li caratterizza ... e la cattiva coscienza di chi sulla violenza - quella fatta di bombe e di massacri di intere popolazioni - non ha mai perso l'occasione per dare il suo convinto sostegno (ricordate Diliberto che invocava i forconi contro il buon Turigliatto che di votare i crediti di guerra non ne voleva proprio sapere?)


Il copione dell'ignobile teatrino è già noto.

C’è chi non si lascia sfuggire l’occasione per stringere e rinsaldare le fila del “partito dell’ordine”, scatenando la canea forcaiola che chiede sangue e manette, preparandosi – e preparando l’opinione pubblica - a tempi peggiori in cui il conflitto sociale, che si appalesa all’orizzonte, farà apparire banali scaramucce gli scontri di piazza San Giovanni.

C’è chi esprime tutto il suo disappunto per non essere riuscito a incanalare la protesta nei “normali” binari di una manifestazione festosa e … assolutamente innocua sui cui partecipanti pescare a piene mani nelle prossime vicine elezioni politiche. Eppure perfino Draghi si era speso, indicando la strada della “comprensione” e del recupero delle ragioni dei manifestanti nel tentativo, a dire il vero troppo ambizioso, di recuperare consensi alle politiche di saccheggio che sarà impegnato a perseguire nei prossimi mesi.

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