Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

lunedì 25 luglio 2011

Oslo: tutto quello che già sapete.

di Gianluca Freda - Blogghete - Fonte: megachip
Tutto quello che avreste voluto sapere sugli attentati in Norvegia, ma avete evitato di chiedere, un po’ perché ci arrivavate anche da soli, un po’ perché è sempre la solita solfa.
Sui motivi del doppio attentato terroristico in Norvegia, il cui tragico bilancio è finora di un centinaio di morti, l’unica cosa che bisogna tenere presente è che – come sempre – tali motivi vanno ricercati in direzione diversa, se non del tutto opposta, a quelli insinuati dai giornali e dalle TV di regime dell’occidente. A chiarire la situazione, forse sono utili alcune notizie uscite in sordina nei giorni e negli anni scorsi. Fare due più due non è difficile.

Q: Quali interessi ci sono dietro l’attentato?

A: Norvegia e Russia hanno raggiunto nel corso degli ultimi anni accordi di cooperazione sempre più stretti tanto per lo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio dell’Artico, quanto per la partnership commerciale nello sfruttamento di giacimenti mediorientali (in Iraq in particolare). Quest’asse energetico privilegiato tra Russia ed Europa mette a rischio gli interessi strategici americani e il controllo USA sul continente europeo. Era inevitabile che arrivassero, prima o dopo, gli opportuni “avvertimenti”:

1) Dal sito “La voce della Russia”, 07-07-2011:

Entra in vigore l’accordo Russia-Norvegia: nuovi orizzonti nell’Artico

Oggi entra in vigore l’accordo fra la Russia e la Norvegia sulla delimitazione delle zone di competenza nell’Artide e sulla cooperazione nel Mar di Barents e nel Mar Glaciale Artico. Con questo documento, firmato il 15 settembre del 2010, si sono conclusi 40 anni di controversie. L’accordo apre nuove possibilità per il libero sfruttamento dei ricchissimi giacimenti di gas e petrolio nell’area di 175 mila chilometri quadrati e regola la collaborazione nel settore ittico. Secondo il ministro degli esteri russo Lavrov, si tratta di un’intesa opportuna e reciprocamente vantaggiosa.

2) Da “Sky – TG24” del 12-12-2009:

Iraq, russi e norvegesi si accaparrano il petrolio

Nel corso dell'asta per l'assegnazione di appalti ventennali sui pozzi iracheni, che si è svolta a Baghdad, la compagnia russa Lukoil e la norvegese Statoil hanno ottenuto la concessione per uno dei maggiori giacimenti petroliferi nel Sud dell'Iraq. Lo ha annunciato il ministro del petrolio iracheno. Si tratta di uno dei giacimenti più grandi finora mai sfruttati, con delle riserve di quasi 13 miliardi di barili. La coppia Lukoil-Statoil ha strappato il contratto grazie a un'offerta che prevede di accrescere la produzione di 1,8 milioni di barili al giorno.

Crisi finanziaria, il mainstream italiano è un Cadorna.

Fonte: senzasoste
Sfogliando lo stupidario delle dichiarazioni del ceto politico italiano nel bel mezzo della crisi finanziaria si colgono, nelle loro parole dei veri propri tratti storici tipici delle classi dirigenti italiane. Vengono a mente le frasi di Napolitano, che ha definito la finanziaria " un miracolo" alla vigilia dell'affondamento del prodotto celeste su tutte le piazze finanziarie, o di Bersani, "l'Italia non si farà mettere in ginocchio" (infatti è stata gambizzata), e infine di Tremonti che ha detto pubblicamente "hic manebus optime" quando non la storia ma la cronaca ha dimostrato che il superministro è polvere rispetto a quanto sta accadendo.
In questo modo, saranno contenti gli appassionati del tricolore, si intravede un tratto antropologico comune tra le classi dirigenti contemporanee e quelle non della prima repubblica ma del regno d'Italia. Possiamo definire questo tratto come cadornismo. Il
generale Luigi Cadorna infatti conosceva solo una strategia militare e la applicava al costo di migliaia di morti ogni offensiva. Se la strategia non funzionava ne inaspriva l'applicazione facendo fucilare dai carabinieri i soldati renitenti. Si è così sviluppato il primo grande massacro dell'Italia unitaria: la Grande Guerra del '15-'18.
La strategia del Cadorna collettivo contemporaneo, che va da Repubblica a Libero come da Di Pietro a Cicchitto, si chiama "unità nazionale per il rigore nei conti pubblici". Non sta funzionando: gli dei del mercato hanno sete di sangue. Il terzo mercato mondiale delle obbligazioni, l'Italia, tanto più fa finanziarie restrittive tanto più offre sangue agli squali del mercato. Le truppe del nuovo Cadorna finiscono per ripiegare proprio dove il nemico vuole che finiscano per poterle attaccare meglio. E nel momento in cui le perdite sono maggiori non si cambia strategia ma si gettano nuove truppe sul fronte.
Proprio là, dove saranno massacrate.
THE OTHER WALL
It will fall?.....
It will not fall???

domenica 24 luglio 2011

Intervista a Jacques Attali: "Piano europeo? Invito a speculare su Italia, Spagna e Portogallo".

di ANAIS GINORI - LA REPUBBLICA del 24 LUGLIO 2011 Fonte: controlacrisi
Jacques Attali: si è rinunciato a creare un vero governo dell´Unione. Il vostro Paese tornerà, anche se non subito, nel mirino dei mercati: pesa la debolezza di Berlusconi e Tremonti. È un precedente che inquieta, i mercati sono autorizzati a pensare che si accetterà un giorno anche per l´Italia

PARIGI - «Questo accordo europeo è un formidabile invito a speculare di nuovo sul debito dell´Italia». Ancora una volta, Jacques Attali incarna il ruolo di Cassandra e spegne sul nascere gli entusiasmi intorno al secondo piano di salvataggio della Grecia. «L´intesa arriva troppo tardi ed è mancato il coraggio di andare verso una gestione più federale dell´Ue», spiega l´economista francese che alla crisi del debito ha dedicato due libri, pubblicati in Italia da Fazi. Con un avvertimento: «Purtroppo non è finita qui».

L´Italia tornerà nel mirino degli speculatori?

«Non subito. Dopo questo accordo ci sarà un effetto calmierante. Ma nei prossimi mesi succederà ancora, salvo che l´Italia mette in atto un vero piano di risparmi pubblici».

La manovra appena approvata è insufficiente?

«Intanto bisognerebbe sapere se verrà applicata, e dunque se è credibile. Tutti sanno che in Italia non c´è un´intesa bipartisan per seguire la strada del rigore. A complicare il quadro c´è la debolezza intrinseca del premier Berlusconi, e ora quella del ministro Tremonti. L´Italia non sarà la prossima vittima. Prima toccherà di nuovo a Spagna e Portogallo».

Così il turbo capitalismo ha ucciso l'Europa solidale.

di Antonio Tricarico * su Liberazione del 24/07/2011. Fonte: esserecomunisti
Dieci anni sono trascori dal G8 di Genova, e profondi cambiamenti sono avvenuti nell'economia e nella politica internazionale. In questa transizione accelerata dalla crisi finanziaria del 2007, il cui esito rimane incerto, i paesi emergenti non hanno arrestato la loro crescita e gli Usa, per quanto ormai nella fase argentea del loro dominio globale, ancora sopravvivono grazie alla supremazia incontrastata del dollaro, non ancora sfidata appieno dalla Cina. Al contrario la vera sconfitta ad oggi dalla crisi e dall'evoluzione "turbo" del capitalismo finanziario dell'ultimo decennio è senza dubbio l'Unione europea ed il suo progetto politico a quasi sessant'anni dalla sua nascita. Dopo la riunificazione tedesca e l'allargamento ad est è finita l'era della solidarietà che ha ispirato la nascita dell'Unione ed una volta che la crisi è divenuta del debito sovrano dei paesi della periferia europea, a partire dalla Grecia, è stato chiaro che la Germania e chi poteva permetterselo si è rifiutato questa volta di pagare il prezzo dell'ulteriore integrazione politica ed economica.
Di fronte alla crisi di oggi, a cui i governi europei giovedì hanno risposto con un inadeguato piano di aiuti in cambio di austerità, con costi ridicoli per le banche private, emerge con chiarezza che l'introduzione dell'euro è stato un punto di rottura nel progetto europeo. La creazione di una banca centrale europea indipendente dalla politica con il solo obiettivo di controllare l'inflazione, senza alcuna integrazione economica a livello di politiche fiscali e generazione di risorse comuni - i cosiddetti Eurobond - è stata una follia che soltanto l'invasamento liberista poteva concepire. Oggi è fondamentale che si metta fine a questa indipendenza e ci si riappropri della capacità politica di definire politiche monetarie e fiscali che sostengano l'uscita dalla crisi, la redistribuzione della ricchezza e la creazione di lavoro.

Ci hanno rubato il Parlamento.


di Raniero La Valle. Fonte: liberazione
Camera con vista su Regina Coeli: non è un bello spettacolo quello che sta dando il Parlamento in questo scorcio di legislatura, anche se proprio questa sembra l'immagine più appropriata per dare il senso dell'intero ciclo berlusconiano e della sua fine. Non che il Parlamento sia fatto di ladri: la maggior parte non lo sono affatto e le guarentigie parlamentari, ivi compresa l'autorizzazione all'arresto, sono state saggiamente messe lì dal costituente proprio per evitare che si faccia di ogni erba un fascio. Il fatto è che il Parlamento stesso ci è stato rubato: il simbolo stesso di tutte le lotte di liberazione e lo strumento principe della sovranità popolare è stato ridotto a niente e non è in grado nemmeno di liberare il Paese da un governo e da un presidente del consiglio ormai palesemente privi di ogni legittimazione popolare e autorità politica e morale, ai quali anzi fornisce l'artificio che li tiene al potere.
La questione del Parlamento è diventata così centrale nella crisi italiana. Il Parlamento sta nell'occhio del ciclone che da vent'anni sta devastando la vita della Repubblica. Non è il governo, non è la magistratura, non è il Presidente della Repubblica l'istituzione che subisce i maggiori attacchi dei riformatori e che ne è il vero punto di caduta, è il Parlamento. E già lo si vede. Noi non abbiamo più un Parlamento che ci rappresenti, non abbiamo deputati scelti da noi, abbiamo parlamentari che a noi giustamente non sono legati da alcun vincolo di mandato, ma che sono vincolati al governo, alcuni addirittura comprati da lui. E se non c'è più un Parlamento che ci difenda, che si faccia carico dei nostri problemi collettivi, che cerchi di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che bloccano lo sviluppo della nostra vita, che medi tra noi e il governo, che ci faccia da scudo nei confronti dei poteri reali, è chiaro che noi siamo abbandonati ai venti e alle correnti, e che siamo nelle mani di altri sovrani. Noi, i cittadini.

Ieri una giornata strana ...



di Zag. Fonte: listasinistra
Ieri una giornata strana , per me, tappato in casa incollato agli schermi fra pc e tv. Aspettavo con ansia l'inizio del corteo a Genova. Dieci anni non sono bruscolini e sentivo ancora tutta dentro di me la rabbia e l'impotenza dei soprusi e della violenza gratuita subita dieci anni prima. Avevamo ragione noi e torto loro!. Avevamo ragione quando dicevamo che l'acqua era un bene pubblico, quando dicevamo che il nucleare era una follia, quando sopratutto dicevamo che la globalizzazione era il male , che ci avrebbe fatto del male, che ci avrebbe portato crisi e catastrofi. Avevamo ragione noi. Loro la crisi, noi la speranza!. Loro erano asserragliati nei loro recinti metallici erano impotenti nella ragione, ma forti nella violenza e nell'arroganza. Ripensavo ai centinaia di compagni con la testa e le ossa rotte, poi ai volti sconfitti e mansueti, dei prigionieri uscire dal carcere. I volti tumefatti, zoppicanti, le braccia fasciate al collo. Non volevano parlare, volevano rimanere nel silenzio, Nel silenzio delle torture subite dalla giustizia, dalle forze dell'ordine costituito. Ho visto la partenza del corteo, quei volti invecchiati, alcuni li ho anche riconosciuti, molti avevano già i capelli bianchi, avevano il volto sereno ma triste per la violenza subita e l'impotenza di tutti questi anni. Il corteo si è snodato pacifico e quasi festoso, ma non gioioso, triste nel ricordo di quel martire ucciso dalla stupidità e dalla violenza del potere. Qualcuno si aspettava ancora violenza, i commentatori televisivi si stupivano quasi che il corteo scorreva lento e pacifico. "Ma come quasi 600 poliziotti, elicotteri, guardia di finanza tutto sto casino e nessun black block e manco una vetrina spaccata, un petardo?" "Ma attenti vi sono quelli della No Tav". "In mancanza di black block almeno loro che buttassero almeno un bengala, di quelli multicolori che ci hanno abituato di vedere nei loro raid ". Chiedevano ai loro inviati spiegazioni, motivazione di perché tanta non-violenza. Ma ormai il corteo era giunto a Piazza Caricamento. Mi son fermato un attimo . Ho chiamato al cellulare un compagno. Lui era li. Io no. " Dimmi che aria si respira, qual'è l'umore della piazza?" " Guarda" mi dice " la stessa determinazione e consapevolezza di stare dalla parte della ragione di allora. Ma tanta tristezza nell'animo di non essere riusciti allora e poi in tutti questi anni ad avere giustizia per noi e per Carlo." Poi la musica copre la voce ed il segnale si perde. " Buona manifestazione, amico mio. Avrei voluto essere anch'io li come dieci anni fa.

Poi la sera , come al solito faccio zapping in maniera frenetica. I telegiornali hanno appena appena ricordato quel corteo e non tutti. Non vi era stata violenza e quindi non bucava la notizia. Dopo mezzanotte ecco una trasmissione che , almeno nelle intenzioni, voleva raccontare i processi di dieci anni prima. La voce e le immagini, le testimonianze, la voce del PM e quella dei giovani accusatori, i 93 massacrati alla scuola Diaz e poi quelli torturati alla caserma Bolzaneto. Il rifiuto da parte dello Stato di parlare di raccontare la sua versione dei fatti. La consegna era tacere, tacere ed obbedire.

Una strana giornata quella di ieri.
--
Zag(c)

Quella lezione da Genova.


Toni Jop, 22 luglio 2011. Fonte: paneacqua
A dieci anni dai fatti del G8 di Genova, si può affermare che questi hanno avuto nel cammino di noi italiani il ruolo e il peso di una durissima tappa di formazione, soprattutto nel solco della maturazione di una percezione collettiva, consapevole e condivisa di eventi che organizzavano le coscienze oltre le consuete polarità politiche, producendo nuova politica, nuovo "stare assieme". Il nostro sguardo su Genova G8 sta alla nuova sensibilità comunitaria, affamata di pubblico che funzioni e soprattutto di legalità fondata sull'uguaglianza, allo stesso modo della manifestazione delle donne del 2011, delle tante occasioni di lotta, dall'acqua al nucleare, ormai adottate dal sentire comune nello spazio delle matrici della nostra cultura politica attuale

Noi che non c'eravamo. Noi che non c'eravamo, abbiamo visto un film. A casa come nelle redazioni, per dire di luoghi di lavoro, siamo stati perseguitati da un film che nessuno avrebbe voluto vedere. Inseguiti, assaliti, colpiti, in un ciclo persecutorio di immagini che minuto dopo minuto, emittente dopo emittente, ci hanno trasformati, tutti e cioè ciascuno per proprio conto all'inizio, in un pubblico solenne. Dico "solenne", uso un aggettivo tanto solitario e inusuale quanto l'ipotesi di una realtà emersa da un altro mondo era stata in grado di eccitare l'indignazione più forte, eucaristica, massificante che nessuno di noi aveva lontanamente immaginato, previsto, perché per prevedere bisogna conoscere e noi non conoscevamo, non quella piega che negli eventi del G8 avrebbe interessato la comunicazione e la partecipazione corale a ciò che non ci aveva visti interpreti.
OSLO: CHRISTIAN FONDAMENTALIST
THE ROOTS
CRUSADES
INQUISITION
Whitches
NAZISM

sabato 23 luglio 2011

Anatomia di una crisi.



di Mario Pianta in Il Manifesto. Fonte: comedonchisciotte
«La rotta d'Europa». Prime risposte alle domande poste da Rossana Rossanda sul perché il progetto europeo è finito, fin dalla nascita, nelle trappole della finanza. Con la ricchezza travasata dai salari a profitti e rendite. Una crisi imprevista e rischiosa anche per la democrazia
La mitologia ci racconta di una giovinetta, Europa. Zeus la vede, si trasforma in toro, la fa salire sul dorso, la porta oltre il mare a Creta, la possiede. Ai giorni nostri il toro è il simbolo dei mercati finanziari, e il ratto e la violenza d'Europa sono un'efficace metafora di quanto sta accadendo. La nostra Europa non è una giovinetta, è l'economia più grande del mondo, con 27 paesi nell'Unione e 17 nell'area dell'euro, una complessa costruzione politica, una potenza mondiale. Come è potuto succedere che il toro della finanza la trascini sulle onde della speculazione, la pieghi alla sua volontà, la getti nella depressione?
Le domande che pone Rossana Rossanda - aprendo la discussione del manifesto e sbilanciamoci.info sulla «rotta d'Europa» - interrogano la crisi europea, il collasso di un progetto nato per rafforzare le economie del continente, allargarne l'autonomia politica, difenderne il modello sociale. Vediamo alcuni meccanismi che in vent'anni hanno portato la costruzione europea all'impasse di oggi.

1. L'integrazione europea

Il 7 febbraio 1992 i governi europei hanno firmato a Maastricht il Trattato sull'Unione europea che apriva la strada all'Unione economica e monetaria e alla creazione dell'euro. Era appena stato introdotto il mercato unico e liberalizzati del tutto, per la prima volta, i movimenti di capitale. Era finita la guerra fredda, caduti i regimi dell'est europeo, riunificata la Germania. Neoliberismo e finanza erano diventate le stelle polari dell'integrazione europea. L'orizzonte era quello di far arretrare il lavoro e aumentare profitti e rendite finanziarie. Il progetto europeo puntava sulle capacità del mercato di trainare la crescita attraverso più efficienza e investimenti favoriti da capitali mobili. La condizione necessaria era abbassare inflazione e tassi d'interesse, stabilizzare i cambi, ridurre deficit e debito pubblico, in modo da avvicinare tra loro - in termini finanziari - le economie interessate all'Unione monetaria. In altre parole, i governi europei rinunciavano agli strumenti «keynesiani» che avevano sorretto la crescita del dopoguerra (spesa pubblica e svalutazione del cambio) e confidavano nelle potenzialità della domanda privata per investimenti ed esportazioni in un'economia in via di globalizzazione.

Capitalismo tossico


di Vladimiro Giacchè. Fonte: sinistrainrete
In questi giorni, in cui la crisi sembra riesplodere con la violenza dell'autunno 2008, è particolarmente importante possedere delle bussole per capire cosa accade. Anche oggi - come allora - la stampa e la pubblicistica dominanti ci parlano di "speculazione da imbrigliare". Ma mentre allora si "riscopriva" lo Stato, implorandolo di fare il bagnino e di riportare a riva le grandi imprese finanziarie (e non solo) che affogavano nei loro debiti, oggi la parola d'ordine è "disciplina di bilancio!". E sul banco degli accusati ci sono gli Stati, a causa dei debiti di cui si sono fatti carico. Il conto lo presentano proprio quei "mercati" che erano stati salvati. E gli Stati, contriti e ubbidienti, stanno girando la parcella ai lavoratori.

Per combattere contro questa ennesima beffa è importante capirne i meccanismi di fondo. Contro tutti i luoghi comuni. E' quanto fanno Marco Bertorello e Danilo Corradi nel loro Capitalismo tossico. Crisi della competizione e modelli alternativi (Roma, Alegre, 2011, euro 16). Smontando la tesi, in fondo rassicurante, che contrappone una finanza "malata" ad un'economia reale "sana". Al contrario: è proprio "l'intreccio inestricabile tra finanza e produzione" ciò che caratterizza lo sviluppo economico degli ultimi trent'anni, che ha risolto a suo modo la crisi degli anni Settanta. Soprattutto nei paesi anglosassoni (ma non soltanto lì), lo sviluppo del credito e della finanza ha fatto da contrappeso alla caduta dei salari e alimentato i consumi grazie alla crescita di valore delle azioni e allo sviluppo del credito al consumo, dando così respiro a imprese industriali dei settori maturi (si pensi all'industria dell'auto), che oltretutto sempre più spesso hanno ricavato profitti direttamente da attività speculative. La storia di questa crisi è la storia dell'implodere di questo modello di crescita drogata. Gli autori lo dimostrano con semplicità argomentativa ma anche con il sostegno di molti dati. Il problema è che a questa crisi, che ha posto in luce con straordinaria chiarezza l'incapacità di autoregolazione del capitalismo, non ha corrisposto un riequilibrio dei poteri dal privato verso il pubblico: lo Stato ha accettato di fare il maggiordomo. È stata così possibile quella che Slavoj Zizek chiama "la spoliticizzazione della crisi": le scelte di violenta ristrutturazione delle imprese, e adesso di drastica riduzione dei servizi offerti dallo Stato, vengono così presentate non come scelte di classe, ma come risposte tecniche e necessarie.

Ma è proprio questo assunto che deve essere rovesciato praticamente. In che modo? Facendo emergere "nuove rigidità con cui quelle dominanti dovranno fare i conti", ricostruendo un pensiero e una volontà popolare radicalmente antagonistici. È un compito difficile. Ma - come ci ricorda Riccardo Bellofiore nella preziosa postfazione che chiude il volume - "o la sinistra recupera il senso dell'utopia, il senso della possibilità contro il senso della realtà, o è un morto che cammina".
22 july 1987
24 years ago NAJI, palestinian cartoonist was assasinated in London
This being that I have invented will certainly not cease to exist after me, and perhaps it is no exaggeration to say that I will live on with him after my death” Naji Al- Ali
in commemoration of the Nakbah day.

venerdì 22 luglio 2011

La redde rationem dell’Europa.

Fonte: economiaepolitica di Sergio Cesaratto - 21 Luglio 2011
1. Le giornate nere del debito

L’accelerazione della crisi europea è impressionante. Ce lo aspettavamo. L’assenza di politiche europee credibili nei riguardi della crisi dei piccoli paesi periferici ha alla fine generato quello che qualunque persona intelligente poteva prevedere: il contagio a Spagna e Italia. L’aumento dei tassi di interesse sui titoli di questi paesi avvicina la loro situazione a quella in cui caddero i piccoli birilli da biliardo lo scorso anno. Spagna e Italia sono però birilli da bowling. L’accelerazione nell’approvazione della manovra ma, soprattutto, le voci di un intervento della BCE a sostegno dei titoli italiani ha evitato martedì 12 l’irreparabile. Pur tuttavia il differenziale di interesse con i titoli tedeschi ha raggiunto un livello incompatibile con la sostenibilità nel lungo periodo del debito italiano. Ovvero se lo stock del debito italiano dovesse essere progressivamente rifinanziato a tassi così elevati, esso comincerebbe a crescere in maniera insostenibile per il mero pagamento degli interessi, a meno di imponenti avanzi primari del bilancio pubblico che a loro volta genererebbero recessione in una spirale senza fine. Siamo vicini alla situazione in cui si trovarono i piccoli periferici un anno fa, e da cui non sono in grado di uscire. Come insegnano le esperienze di questi ultimi, infatti, feroci manovre di aggiustamento dei conti accelerano la crisi debitoria. I mercati lo sanno. Martedì sera l’agenzia di rating Moody’s ha, infatti, ridotto anche i titoli del debito pubblico irlandese a spazzatura. Che fare allora?

L'Italia spende 23 miliardi per la guerra. Ma non lo dice

di Fabio Sebastiani Fonte: Liberazione
All'ottavo posto al mondo per spese militari, nel 2010 l'Italia spende oltre i 20 miliardi di euro per la difesa. Mentre la spesa complessiva per le strutture e il personale ha subito ritocchi, anche per "far posto" agli oneri del modello dell'esercito professionale, quella specifica per gli armamenti si avvicina sempre di più ad incrementi a due cifre. Luca Galassi ha fatto i conti in tasca alla difesa dalle colonne di "PeaceReporter": a lievitare sono i fondi destinati agli "acquisti" per i nuovi armamenti, un incremento dell'8,4%, (mentre l'incremento complessivo è almeno un terzo di questa percentuale) pari a quasi tre miliardi e mezzo, ovvero 266 milioni in più rispetto al 2010.
L'Italia spende mezzo miliardo di euro all'anno per la campagna in Afghanistan, ed ha messo in cantiere una operazione da 16 miliardi per acquistare 131 bombardieri invisibili F-35, aerei "stealth" di ultima generazione, attrezzato per trasportare Nh-90testate nucleari (471,8 milioni di euro l'uno). Altri 309 milioni saranno destinati all'acquisto degli elicotteri Nh-90 della AgustaWestland, mentre la lista della spesa militare 2011 contempla anche due sottomarini U-212, del costo di 164,3 milioni, e di altri elicotteri Ch-47 F Chinhook (per 137 milioni), oltre all'ammodernamento dei caccia multiruolo Tornado (178,3 milioni). Per il caccia Eurofighter Typhoon, il jet Aermacchi M-346 da addestramento, le modernissime fregate Fremm e i veicoli corazzati da combattimento Freccia verranno reperite risorse dal ministero dello Sviluppo economico, «chiamato a contribuire con poco meno di un miliardo di euro». E' proprio tenendo conto della "partecipazione" del ministero dello Sviluppo economico che la spesa complessiva lievita di ben tre miliardi.

Palestina: la prossima nazione del mondo.

Fonte: avvaz - Pubblicato il: 22 Luglio 2011
Fra quattro giorni si riunirà il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, e il mondo intero avrà la possibilità di adottare una nuova proposta che potrebbe segnare il cambio di rotta di decenni di negoziati di pace fra israeliani e palestinesi: il riconoscimento da parte dell'ONU dello stato palestinese.

Oltre 120 nazioni del Medio Oriente, Africa, Asia e America Latina hanno già dato la loro adesione all'iniziativa, ma il governo di destra in Israele e gli Stati Uniti sono fortemente contrari. L'Italia e altri paesi chiave dell'Europa sono ancora indecisi, e un'enorme pressione da parte dell'opinione pubblica potrebbe convincerli a votare in favore di questa opportunità per mettere fine all'occupazione.

I negoziati di pace guidati dagli Stati Uniti, che vanno avanti ormai da decenni, hanno fallito, mentre Israele ha imprigionato il popolo palestinese, confiscato le sue terre e bloccato la Palestina dal diventare un'entità politica sovrana. Questa nuova coraggiosa iniziativa potrebbe liberare il popolo palestinese dalla prigionia, ma perché ciò avvenga l'Europa deve guidare l'operazione. Costruiamo una chiamata globale enorme rivolta all'Italia e ad altri leader europei per dichiarare il nuovo stato ora, e facciamo sì che il sostegno dei cittadini di tutto il mondo a questa proposta legittima, nonviolenta e diplomatica sia chiaro e forte.
Firma la petizione e fai il passaparola con tutti!
http://www.avaaz.org/it/independence_for_palestine_eu/?cl=1176867537&v=9661

giovedì 21 luglio 2011

Yogurt greco fatto in casa.

di Beppe Grillo. Fonte: beppegrillo
I politici greci sono fortunati. Quando si fanno vedere in giro (il meno possibile...) gli tirano lo yogurt. E quello greco è tra i migliori del mondo... I nostri invece li arrestano. Rimpiangono con nostalgia le monetine di Craxi. Se gli tirassero pezzi da 10 centesimi sarebbero contenti. Si muovono con la scorta, nelle auto blu con i vetri oscurati, come squali nel traffico, per non farsi riconoscere dalla gente. La temono. Le forze antisommossa dovrebbero chiamarsi, in realtà, forze antiretata parlamentare. Sono l'ultima barriera tra politici e cittadini. Pensate alla gioia di una maxi retata fatta dai magistrati in Parlamento. Per gli italiani sarebbe come vincere la Coppa del mondo di calcio.
Questi soggetti inquisiti, condannati in primo secondo, terzo grado, che nessuno ha eletto, si giudicano e si assolvono da soli. Decidono, per motivi misteriosi al popolo, chi può essere arrestato, come è avvenuto per Papa del pdl, e chi invece può farla franca, come Tedesco del pdmenoelle.
Basta un cerino acceso, un fiammifero dimenticato e si può scatenare la rivolta sociale. Loro lo sanno. Il Paese è indebitato a partire dallo Stato fino al più piccolo comune. Il debito di ciascun cittadino è la somma del debito di comune + provincia + regione + Stato. Un parmigiano, ad esempio, oltre a 31.000 euro di debito pubblico statale, ha sulle spalle 630 milioni di debito comunale, pari a 1.940 euro a testa compresi i neonati. Parma è comunque fortunata rispetto a Torino, la città più indebitata d'Italia. Affoghiamo nei debiti che qualcuno ha contratto al nostro posto. Più debiti significano meno servizi sociali, città invivibili, trasporti locali al collasso. Prima di qualunque altra spesa, infatti, devi pagare gli interessi sul debito per non fallire.
Ogni giorno un nuovo bollettino giudiziario. Si passa dal pluriarrestato Prosperini del pdl per mazzette a Filippo Penati,vice presidente del Consiglio regionale lombardo del pdmenoelle indagato per concussione e corruzione in un'inchiesta sull'area ex Falck di Sesto San Giovanni. In un Paese in cui Alfonso Papa si dichiara da Poggioreale "prigioniero politico" come un brigatista d'altri tempi e dove il pdl contesta il voto per Papa con la motivazione "Basta elettronica, si torni alle palline", sono le palline dei cittadini che ruotano vorticosamente. Chi deve andare in galera va deciso dai giudici, non dai sodali degli imputati e chi è accusato di gravi reati deve dimettersi. Nel mentre, Bersani dello Scudo Fiscale, del no alle province, della gestione dell'acqua privatizzata, della Tav e con imputati eccellenti nel suo partito chiede nuove elezioni. Sono d'accordo. Prima però deve sciogliere il pdmenoelle. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Il nuovo attacco alla CASTA nasconde il progetto di governo tecnico direttamente gestito dai mercati.

di Rodolfo Ricci. Fonte: sinistrainrete
Come già accaduto in altre situazioni critiche nel recente passato, in Italia si è di nuovo scatenata la grande campagna contro la casta politica: la pagina su facebook, creata tre giorni fa e gestita, sembra, da un ex dipendente di Montecitorio nel frattempo licenziato (che si presenta con lo pseudonimo di Spider Truman) ha acquisito in 60 ora di presenza sul web, oltre 200 mila contatti.
Nella pagina sono state pubblicate una serie di indiscrezioni e di documenti che danno un quadro impressionante e desolante dei privilegi dei parlamentari e che diventano, in occasione del varo della ennesima manovra lacrime e sangue di 80 miliardi di Euro per placare il grande Minotauro -“i mercati”- e la grande finanza speculativa mondiale, un vero e proprio giustificato incitamento alla protesta.

L’operazione, è parte di una campagna molto ben supportata da diversi importanti media e organi di stampa (vedi La Repubblica, e il TG3, fra gli altri), che cerca di orientare il malcontento contro la classe politica e in particolare contro la maggioranza berlusconiana che, ponendo la fiducia, ha rifiutato di approvare, tra gli altri, un emendamento del PD che mirava alla riduzione dei costi della politica.

Questo emendamento, riduceva i costi della politica di 80 milioni di Euro circa, a fronte di un costo complessivo della politica in Italia stimato tra i 4 e i 5 miliardi all’anno. Quindi, ben poca cosa, anche se ovviamente superiore ai 7 milioni di Euro che la maggioranza si è autoridotta con la manovra, essenzialmente attraverso una norma che riduce l’uso delle auto-blu.

Una riduzione utile dei costi della politica, in un frangente come quello attuale, dovrebbe essere di ben altro spessore: almento 500 milioni / un miliardo, altrimenti, su un piano di contribuzione alla riduzione del debito pubblico, serve davvero a poco ed è essenzialmente demagogica.

Non è stato invece evidenziato da nessuno o da pochissimi, che tra gli emendamenti del PD, ve ne era uno, decisivo, che mirava allo smembramento della SNAM rete gas dall’ENI, e la messa sul mercato quindi, della parte più redditizia della multinazionale energetica a partecipazione pubblica; lo stesso emendamento conteneva la proposta di mettere sul mercato tutte le quote eccedenti il 20% di proprietà pubblica di ENI, Enel, Poste, Ferrovie e Finmeccanica e di privatizzare totalmente le circa 20.000 imprese partecipate degli enti locali (regioni, provincie, comuni, ecc.), secondo la visione salvifica della crisi del debito italiano, offerta da Enrico Letta, nella sua intervista a La Repubblica dell’11 luglio.

La farsa dell’emergenza economica.

di Andrea Fumagalli. Fonte: sinistrainrete
L’emergenza ha sempre caratterizzato le decisioni salienti della politica italiana, soprattutto quando si tratta di tematiche socio-economiche. La politica dell’emergenza – si sa – è diventata lo strumento principale dell’arte del comando. Certo, da sola, rischia di non essere sufficiente, se non è accompagnata anche da una “predisposizione istituzionale” che accomuna maggioranza e opposizione, sotto l’egida del presidente della repubblica.
Nell’estate del 1992, la necessità di operare in fretta e firmare accordi capestro ai danni dei lavoratori e delle lavoratrici (abolizione della scala mobile) era dettata dall’emergenza di entrare nell’Europa dell’euro.

Nell’estate 2011, la necessità di operare in fretta e promulgare leggi finanziarie draconiane, oltre ad accompagnarsi ad accordi sindacali, di nuovo a danno dei lavoratori e delle lavoratrici (ridimensionamento del contratto collettivo di lavoro) è dettata, invece, dalla necessità di non uscire dall’Europa dell’euro.

Tutti d’accordo, dunque, nel fare presto, “per dare un segnale chiaro e inequivocabile alla speculazione finanziaria”, ma pochi entrano nel merito dei contenuti della manovra correttiva.

In primo luogo, occorre osservare che sono due i provvedimenti che si stanno varando. Il primo è il decreto legge che imposta la finanziaria per il periodo 2011-2014 e intende recuperare 33,3 mld di euro. Il secondo è invece la legge delega fiscale, che richiederà tempi più lunghi e che prevede interventi per 14,7 mld. Tale legge delega è stata modificata nel passaggio dal Senato alla camera. Nel testo presentato a Palazzo Madama, sia nel 2011 che nel 2012, le maggiori entrate producevano un effetto marginale sui saldi, mentre nel biennio successivo la riduzione del deficit operava prevalentemente attraverso il contenimento delle spese: circa il 61% nel 2013 e il 74% nel 2014. Ora dal testo licenziato dalle Camere, nel 2011 all’apporto più significativo delle entrate, cui è affidato circa l’89% della correzione, si unisce una contenuta riduzione della spesa. Nel 2012 l’apporto alla manovra netta è interamente legato alle entrate, a fronte di un aumento delle spesa. Nel biennio successivo, entrambe le componenti contribuiscono al miglioramento dei saldi, anche se resta prevalente l’apporto delle entrate: 54,6% nel 2013 e 60,1% nel 2014.

The parlament voted for the arrest of the minister Alfonso Papa for corruption

mercoledì 20 luglio 2011

Euro. Perché salvare il sogno della destra?


Con il pretesto di evitare il crollo della moneta unica, le autorità europee continuano a imporre devastanti misure ultraliberiste. Ma l'unione monetaria è un progetto conservatore fin dai suoi esordi.
di Mark Weisbrot. 13 luglio 2011 - The Guardian Londra
Fonte: presseurop
L’euro sta precipitando verso i minimi storici nei confronti del franco svizzero e i tassi di interesse sui bond italiani e spagnoli hanno raggiunto tassi da record. Quest’ultimo sviluppo della crisi della zona euro è dovuto ai timori che il contagio stia per estendersi all’Italia, che con un’economia da 1.400 miliardi di euro e un debito di 1.700 miliardi è “troppo grande per fallire”, come si usa dire. Di conseguenza le autorità europee sono fortemente preoccupate.
Anche se al momento ci sono pochi presupposti che i tassi d’interesse italiani possano salire al punto da mettere davvero a repentaglio la solvibilità, i mercati finanziari stanno agendo irrazionalmente e incrementando sia i timori sia l’eventualità che la profezia si auto-avveri. Il fatto che le autorità europee non riescano neppure ad accordarsi su come gestire il debito greco – un’economia pari a meno di un sesto di quella italiana – non ispira molta fiducia nella loro capacità di gestire una crisi più grande. Le economie più deboli della zona euro – Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna – sono già di fronte alla prospettiva di anni di sacrifici economici, oltre ad altissimi livelli di disoccupazione (rispettivamente del 16, 12, 14 e 21 per cento).

Se teniamo conto del fatto che al fondo di questa condanna auto-inflitta c’è il proposito di salvare l’euro, è sicuramente opportuno chiedersi se valga davvero la pena salvarlo, e bisogna formulare questa domanda dall’ottica della stragrande maggioranza degli europei che si guadagnano da vivere, quindi da una prospettiva progressista.

Si afferma di frequente che l’unione monetaria – che ormai comprende 17 paesi – deve essere mantenuta per il bene dell’intero progetto europeo. Ciò implica ideali apprezzabili come la solidarietà europea, l’adozione di standard comuni sui diritti umani, l’integrazione sociale, la sorveglianza del nazionalismo di destra e naturalmente l’integrazione economica e politica che sta alla radice di questo progresso.

Ma ciò significa confondere l’unione monetaria, ovvero la zona euro, con l’Unione europea stessa. Danimarca, Svezia e Regno Unito, per esempio, appartengono all’Ue ma non all’unione monetaria. Non vi è dunque motivo per il quale il progetto europeo senza l’euro non possa andare avanti e portare comunque a un’Unione prospera.

Ci sono buone ragione per sperarlo. Il problema è che l’unione monetaria, diversamente dall’Ue, è un progetto della destra. Se ciò non è stato chiaro sin dall’inizio dovrebbe diventarlo adesso che le economie più deboli della zona euro sono soggette provvedimenti punitivi riservati in passato ai paesi a basso o medio reddito caduti nella morsa del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e del G7. Invece di cercare di uscire dalla recessione tramite stimoli e incentivi di natura fiscale e/o monetaria, come hanno fatto la maggior parte dei governi di tutto il mondo nel 2009, questi governi sono stati costretti a fare esattamente il contrario, con un enorme sacrificio a livello sociale.

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