Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

sabato 17 maggio 2014


Le nazioni contro la democrazia

Fonte: Il Manifesto | Autore: Marco Bascetta
 
Li vedremo, que­sta sera, con­fron­tarsi secondo le regole e i canoni dei grandi duelli poli­tici in cui in palio è il governo elet­tivo ed effet­tivo di una nazione. Sono i can­di­dati alla pre­si­denza della Com­mis­sione euro­pea, l’esecutivo dell’Unione, espressi dai diversi schie­ra­menti poli­tici del Par­la­mento di Stra­sburgo: Socia­li­sti, Popo­lari, Libe­rali, Sini­stra e Verdi (gli euro­scet­tici sono di fatto esclusi dal gioco). Li chia­mano, «fami­glie», que­sti schie­ra­menti, a indi­care un legame più obbli­gato che scelto, dove la dimen­sione e l’interesse nazio­nale restano in larga misura domi­nanti. Quanto agli anti­eu­ro­pei­sti non rie­scono, appunto, a «fare famiglia».
Ora i can­di­dati, Schulz, Junc­ker, Verhof­stadt, Kel­ler e Tsi­pras dovranno par­lare a tutti i cit­ta­dini dell’Unione per con­vin­cerli della loro «visione». Almeno nella forma non è una cosa di poco conto. Fino a oggi i can­di­dati all’Europarlamento si sono rivolti esclu­si­va­mente alle rispet­tive opi­nioni pub­bli­che e soprat­tutto per con­vin­cere gli elet­tori di quanto effi­ca­ce­mente avreb­bero difeso nelle sedi euro­pee gli inte­ressi del paese di pro­ve­nienza. Ora biso­gna cimen­tarsi con un’argomentazione effi­cace su scala con­ti­nen­tale e non si tratta solo di cele­brare l’Unione o di deni­grarla, ma di indi­care quale possa e debba esserne il futuro.
Tutto que­sto non amplierà di molto i poteri effet­tivi del Par­la­mento, né l’autonomia dell’Unione nei con­fronti di quel Con­si­glio euro­peo attra­verso il quale le sovra­nità nazio­nali con­trat­tano tra loro e ten­gono sotto scacco le poli­ti­che dell’Unione. Secondo i rap­porti di forze che tra que­ste sovra­nità inter­cor­rono. E non è un caso che sia stata la più forte tra que­ste a met­tere le mani avanti. Circa una set­ti­mana fa la can­cel­liera Angela Mer­kel, in una inter­vi­sta alla Rhei­ni­sche Post , faceva pre­sente, Trat­tato di Lisbona alla mano, che è il Con­si­glio dei capi di governo a con­fe­rire l’incarico di pre­si­dente della Com­mis­sione, «tenendo benin­teso conto del responso delle urne» e rico­no­scendo «un ruolo» ai can­di­dati dei par­titi euro­pei. Ma non vi sarebbe alcun auto­ma­ti­smo tra il suc­cesso elet­to­rale e il con­fe­ri­mento della carica. Non è detto, insomma, che chi otte­nesse la mag­gio­ranza nel Par­la­mento si vedrà garan­tita la Pre­si­denza della Commissione.
Se, per assurdo, Ale­xis Tsi­pras con­qui­stasse que­sta mag­gio­ranza è quasi certo che non andrebbe a occu­pare la pre­si­denza di Bru­xel­les. Il potere inter­go­ver­na­tivo glielo impe­di­rebbe. Detto in altre parole le sovra­nità nazio­nali non vedono di buon occhio la demo­cra­tiz­za­zione delle isti­tu­zioni euro­pee lad­dove que­sta rischiasse di sot­trarre loro (e non potrebbe darsi in nes­sun altro modo) quote di potere. In que­sto senso l’esistenza di can­di­dati che non sono di nomina gover­na­tiva o inter­go­ver­na­tiva dovrebbe andare incon­tro alla domanda di demo­cra­zia dei cit­ta­dini del vec­chio con­ti­nente senza avere, tut­ta­via, l’obbligo di esau­dirla. Il rap­porto diretto dei cit­ta­dini euro­pei con un potere sovra­na­zio­nale (che comun­que esi­ste da un pezzo ed ese­gue con zelo i dik­tat dei governi forti) è visto come una pro­ba­bile minac­cia dalle éli­tes nazio­nali. Le quali non sono dispo­ste a rinun­ciare allo schema con­sueto dei rap­porti inter­na­zio­nali: il cit­ta­dino rap­pre­sen­tato nello stato, lo stato rap­pre­sen­tato in Europa. È esat­ta­mente con que­sto schema che l’elezione par­la­men­tare del Pre­si­dente dell’esecutivo di Bru­xel­les entra in un attrito poten­zial­mente forte. E deci­sa­mente pro­met­tente, almeno per quanti non si cul­lano nell’illusione che la «que­stione sociale» possa rice­vere una rispo­sta nazio­nale e che lo spa­zio delle sovra­nità sta­tali costi­tui­sca l’unica dimen­sione pos­si­bile della demo­cra­zia pas­sata pre­sente e futura.

mercoledì 30 aprile 2014

Barbara Spinelli: i re dormienti d'Europa


eu-usadi Barbara Spinelli - 25 aprile 2014
I governi europei si atteggiano a sovrani, ma han scordato cosa siano una corona e uno scettro. Gli USA ci impongono Guerra Fredda, NATO Economica e Spionaggio Totale.
Raggruppati in un'Unione che non ha niente da dire in politica estera - né sulle proprie marche di confine a Est o nel Mediterraneo, né sull'alleanza con gli Stati Uniti, né sulla democrazia che intendono rappresentare - i governi europei s'aggirano sul palcoscenico del mondo come inebetiti, lo sguardo svogliato, le idee sparpagliate e soprattutto incostanti. Si atteggiano a sovrani, ma hanno dimenticato cosa sia una corona, e cosa uno scettro.
L'ossessione è fare affari, e dei mercati continuano a ignorare le incapacità, pur avendole toccate con mano.
S'aggrappano a un'Alleanza atlantica per nulla paritaria, dominata da una superpotenza che è in declino e che proprio per questo tende a riprodurre in Europa il vecchio ordine bipolare, russo-americano, lascito della guerra fredda.
Sono anni che gli Europei dormono, ignari di un mondo che attorno a loro muta.
Non c'è evento, non c'è trattativa internazionale che li veda protagonisti, pronti a unirsi per dire quello che vogliono fare. A volte alzano la voce per difendere posizioni autonome, ma la voce presto scema, s'insabbia.
Lo si vede in Ucraina: marca di confine incandescente sia per l'Unione, sia per la Russia.
Lo si vede nel negoziato euro-americano che darà vita a un patto economico destinato ad affiancare quello militare: il Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip).
Lo si vede nella battaglia indolente, e infruttuosa, contro i piani di sorveglianza dell'Agenzia Usa per la sicurezza nazionale (Nsa), disvelati da Edward Snowden nel 2013. Sono tre prove essenziali, e l'Unione le sta fallendo tutte.
Le sta fallendo in Ucraina, perché l'Europa non ha ancora ripensato i rapporti con la Russia. Non sa nulla di quel che si muove e bolle in quel mondo enorme e opaco. Non sa valutare le paure e gli interessi moscoviti, né i pericoli della riaccesa volontà di potenza che Putin incarna. Non capisce come mai Putin sia popolare in patria, e anche in tante regioni ex sovietiche che appartengono ormai a altri Stati e includono vaste e declassate comunità russe. Non sapendo parlare con Mosca, gli Europei lasciano che siano gli Stati Uniti, ancora una volta, a fronteggiare il caos inasprendolo. È Washington a promettere garanzie al governo ucraino, a diffidare Mosca da annessioni, ad allarmarla minacciando di spostare il perimetro Nato a est.
L'Europa sta a guardare, persuasa che bastino i piani di austerità proposti da Fondo Monetario e Commissione europea, se Kiev entrerà nella sua orbita. Questo è infatti lo scettro, l'unico che l'Unione sappia oggi impugnare: non una politica estera, ma un ricettario economico liberista misto a formule moraleggianti sul debito, scrive lo storico russo Dmitri Trenin che dirige a Mosca il Carnegie Endowment for International Peace. Quasi che il dramma degli Stati fallimentari, nel mondo, fosse soltanto finanziario.
La risposta politica a tali fallimenti è affidata a Obama, e per forza gli sbagli commessi dagli Europei si ripetono (basti ricordare l'errore madornale di Kohl, quando disse negli anni '90 che la Slovenia "meritava l'indipendenza", essendo "etnicamente omogenea").
Depoliticizzata, l'Europa subisce il ritorno anacronistico del duopolio russo-americano. È Washington a decidere se Kiev debba essere il nuovo scudo orientale della Nato, nonostante il popolo ucraino preferisca evidentemente la neutralità. Per quasi mezzo secolo l'avamposto fu la Germania Ovest, poi sostituita dalla Polonia: ora Varsavia spera che al proprio posto s'erga un'Ucraina occidentalizzata d'imperio, frantumabile come lo fu la Jugoslavia. Mosca chiede che il paese diventi una Federazione, anziché un agglomerato babelico di risentimenti nazionalisti. Strano che non sia l'Europa, con le sue esperienze, a domandarlo.
La seconda prova è il patto commerciale con gli Usa: una trattativa colma di agguati, perché molte conquiste normative dell'Europa rischiano d'esser spazzate via. Non a caso le multinazionali negoziano in segreto, lontano da controlli democratici.
Sono sotto attacco leggi sedimentate, diritti per cui l'Unione s'è battuta per decenni: tra questi il diritto alla salute, la cura dell'ambiente, le multe a imprese inquinanti. I sistemi sanitari saranno aperti al libero mercato, che sulle esigenze sociali farà prevalere il profitto. Emblematico: l'assalto delle grandi case farmaceutiche ai medicinali generici low cost.
Sono in pericolo anche tasse cui l'Europa pare tenere, sia per aumentare il magro bilancio comune sia per frenare operazioni speculative e degrado climatico: la tassa sulle transazioni finanziarie, e sulle emissioni di anidride carbonica. Una controffensiva UE contro il trattato commerciale ancora non c'è. Nell'incontro a Roma con Obama, Renzi ha auspicato l'accelerazione del negoziato senza chiedere alcunché, né per noi né per l'Europa.
Numerose mezze verità circolano sul patto. Alcuni assicurano che quando sarà pienamente in funzione, nel 2027, il reddito degli europei crescerà sensibilmente (545 euro all'anno per una famiglia di quattro persone), con un beneficio di 120 miliardi annui per l'Unione e di 95 per gli Usa. Altri calcoli sono meno ottimisti. L'istituto Prometeia, pur favorevole all'accordo, sostiene che i guadagni non supererebbero lo 0,5% di Pil in caso di liberalizzazione totale. L'istituto austriaco Öfse (Ricerca per lo sviluppo internazionale) prevede addirittura un aumento dei disoccupati nel periodo di transizione, a causa della riorganizzazione dei mercati di lavoro imposta dal Partenariato. Non meno grave: le controversie commerciali si risolverebbero non attraverso giudizi in tribunali ordinari, ma in speciali corti extraterritoriali.
Saranno le multinazionali a trascinare in giudizio governi, aziende, servizi pubblici ritenuti non competitivi, e a esigere compensazioni per i mancati guadagni dovuti a diritti del lavoro troppo vincolanti, a leggi ambientali o costituzionali troppo severe.
Tutto questo in nome della "semplificazione burocratica": parola d'ordine che Renzi predilige, virtuosa e al tempo stesso insidiosa. Nel contesto del Partenariato transatlantico, semplificare vuol dire abbattere le cosiddette "barriere non tariffarie", un termine criptico che indica parametri europei faticosamente elaborati: regole sanitarie a tutela della salute, canoni di sicurezza delle automobili, procedure di approvazione dei farmaci, e molto altro ancora.
Non per ultimo, la terza prova: il caso Snowden, l'informatico dei servizi Usa che portò alla luce un sistema di sorveglianza tentacolare, predisposto dai servizi americani con la scusa di prevenire attentati terroristici. Grazie a Snowden si è saputo che erano intercettati perfino i cellulari di leader europei (tra cui Angela Merkel), non si sa per quali ragioni di sicurezza. I governi dell'Unione hanno protestato, ma ciascuno per conto suo e sempre più flebilmente. In un messaggio al Parlamento europeo, il 7 marzo, Snowden ha ironizzato sulle sovranità presunte dei singoli Stati, spiegando come sia assurdo il compiacimento di governi che immaginano di poter fermare il Datagate senza mobilitare l'Unione intera.
La vicenda Snowden è anche questione di civiltà democratica. L'esistenza di smascheratori di misfatti - non spie ma whistleblower, denunziatori di reati commessi dalla propria organizzazione - potenzia la democrazia. È un bruttissimo segno e paradossale che i giornalisti implicati nel Datagate a fianco di Snowden abbiano ricevuto il Premio Pulitzer (uno schiaffo per Obama), e che lui stesso, il soffiatore di fischietto, abbia trovato riparo non in un'Europa che promette nella sua Carta la "libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera", ma nella Russia di Putin.
Fonte: La Repubblica, 23 aprile 2014.

Tratto da:
megachip.globalist.it

martedì 29 aprile 2014

L’elenco delle leggi ad personam



Ecco i più significati provvedimenti ad personam varati dal 1994, cioè dall’entrata in politica di Silvio Berlusconi, contando soltanto quelli di cui si sono giovati personalmente il premier o una delle sue aziende.
  1. Decreto Biondi (1994). Approvato il 13 luglio 1994 dal governo Berlusconi I, vieta la custodia cautelare in carcere (trasformata al massimo in arresti domiciliari) per i reati contro la Pubblica amministrazione e quelli finanziari, comprese la corruzione e la concussione, proprio mentre alcuni ufficiali della Guardia di Finanza confessano di essere stati corrotti da quattro società del gruppo Fininvest (Mediolanum, Videotime, Mondadori e Tele+) e sono pronte le richieste di arresto per i manager che hanno pagato le tangenti. Il decreto impedisce cioè di arrestare i responsabili e provoca la scarcerazione immediata di 2764 detenuti, dei quali 350 sono colletti bianchi coinvolti in Tangentopoli (compresi la signora Pierr Poggiolini, l’ex ministro Francesco De Lorenzo e Antonino Cinà, il medico di Totò Riina). Il pool di Milano si autoscioglie. Le proteste di piazza contro il “Salvaladri” inducono la Lega e An a ritirare il consenso al decreto e a costringere Berlusconi a lasciarlo decadere in Parlamento per manifesta incostituzionalità. Subito dopo vengono arrestati Paolo Berlusconi, il capo dei servizi fiscali della Fininvest Salvatore Sciascia e il consulente del gruppo Massimo Maria Berruti, accusato di aver depistato le indagini subito dopo un colloquio con Berlusconi.
  2. Legge Tremonti (1994). Il decreto n.357 approvato dal Berlusconi I il 10 giugno 1994 detassa del 50% gli utili reinvestiti dalle imprese, purchè riguardino l’acquisto di “beni strumentali nuovi”.La neonata società Mediaset (che contiene le tv Fininvest scorporate dal resto del gruppo in vista della quotazione in Borsa) utilizza la legge per risparmiare 243 miliardi di lire di imposte sull’acquisto di diritti cinematografici per film d’annata: che non sono beni strumentali, ma immateriali, e non sono nuovi, ma vecchi. A sanare l’illegalità interviene il 27 ottobre 1994 una circolare “interpretativa” Tremonti che fa dire alla legge Tremonti il contrario di ciò che diceva, estendendo il concetto di beni strumentali a quelli immateriali e il concetto di beni nuovi a quelli vecchi già usati all’estero.
  3. Legge Maccanico (1997). In base alla sentenza della Consulta del 7 dicembre 1994, la legge Mammì che consente alla Fininvest di possedere tre reti tv sull’analogico terrestre è incostituzionale: la terza, presumibilmente Rete4, dev’essere spenta ed eventualmente passare sul satellite, entro il 28 agosto 1996. Ma il ministro delle Poste e telecomunicazioni del governo Prodi I, Antonio Maccanico, concede una proroga fino al 31 dicembre 1996 in attesa della legge “di sistema”. A fine anno, nulla di fatto per la riforma e nuova proroga di altri sei mesi. Il 24 luglio 1997, ecco finalmente la legge Maccanico: gli editori di tv, come stabilito dalla Consulta, non potranno detenere più del 20% delle frequenze nazionali disponibili, dunque una rete Mediaset è di troppo. Ma a far rispettare il tetto dovrà provvedere la nuova Authority per le comunicazioni (Agcom), che potrà entrare in azione solo quando esisterà in Italia “un congruo sviluppo dell’utenza dei programmi televisivi via satellite o via cavo”. Che significhi “congruo sviluppo” nessuno lo sa, così Rete4 potrà seguitare a trasmettere sine die in barba alla Consulta.
  4. D’Alema salva-Rete4 (1999). La neonata Agcom si mette all’opera solo nel 1998, presenta il nuovo piano per le frequenze tv e bandisce la gara per rilasciare le 8 concessioni televisive nazionali. Rete4, essendo “eccedente” rispetto alla Maccanico, perde la concessione; al suo posto la vince Europa7 di Francesco Di Stefano. Ma il governo D’Alema, nel 1999, concede a Rete4 una “abilitazione provvisoria” a seguitare a trasmettere senza concessione, così per dieci anni Europa7 si vedrà negare le frequenze a cui ha diritto per legge.
  5. Gip-Gup (1999). Berlusconi e Previti, imputati per corruzione di giudici romani (processi Mondadori, Sme-Ariosto e Imi-Sir), vogliono liberarsi del gip milanese Alessandro Rossa-to, che ha firmato gli arresti dei magistrati corrotti e degli avvocati Fininvest Pacifico e Acampora, ma ha pure disposto l’arresto di Previti (arresto bloccato dalla Camera, a maggioranza Ulivo). Ora spetta a Rossato, in veste di Gup, condurre le udienze preliminari dei tre processi e decidere sulle richieste di rinvio a giudizio avanzate dalla procura di Milano. Udienze che iniziano nel 1999. Su proposta dell’on. avv. Guido Calvi, legale di Massimo D’Alema, il centrosinistra approva una legge che rende incompatibile la figura del gip con quella del gup: il giudice che ha seguito le indagini preliminari non potrà più seguire l’udienza preliminare e dovrà passarla a un collega, che ovviamente non conosce la carte e perderà un sacco di tempo. Così le udienze preliminari Imi-Sir e Sme, già iniziate dinanzi a Rossato, proseguono sotto la sua gestione e si chiuderanno a fine anno con i rinvii a giudizio degli imputati. Invece quella per Mondadori, non ancora iniziata, passa subito a un altro giudice, Rosario Lupo, che proscioglie tutti gli imputati per insufficienza di prove (poi, su ricorso della Procura, la Corte d’appello li rinvierà a giudizio tutti, tranne uno: Silvio Berlusconi, dichiarato prescritto grazie alle attenuanti generiche).
  6. Rogatorie (2001). Nel 2001 Berlusconi torna a Palazzo Chigi e fa subito approvare una legge che cancella le prove giunte dall’estero per rogatoria ai magistrati italiani, comprese ovviamente quelle che dimostrano le corruzioni dei giudici romani da parte di Previti & C. Da mesi i legali suoi e di Previti chiedono al tribunale di Milano di cestinare quei bonifici bancari svizzeri perché mancano i numeri di pagina, o perché si tratta di fotocopie senza timbro di conformità,o perchè sono stati inoltrati direttamente dai giudici elvetici a quelli italiani senza passare per il ministero della Giustizia. Il Tribunale ha sempre respinto quelle istanze. Che ora diventano legge dello Stato. Con la scusa di ratificare la convenzione italo-svizzera del 1998 per la reciproca assistenza giudiziaria (dimenticata dal centrosinistra per tre anni), il 3 ottobre 2001 la Cdl vara la legge 367 che stabilisce l’inutilizzabilità di tutti gli atti trasmessi da giudici stranieri che non siano “in originale” o “autenticati” con apposito timbro, che siano giunti via fax, o via mail o brevi manu o in fotocopia o con qualche vizio di forma. Anche se l’imputato non ha mai eccepito sulla loro autenticità, vanno cestinati. Poi, per fortuna, i tribunali scoprono che la legge contraddice tutte le convenzioni internazionali ratificate dall’Italia e tutte le prassi seguite da decenni in tutta Europa. E, siccome quelle prevalgono sulle leggi nazionali, disapplicano la legge sulle rogatorie, che resterà lettera morta.
  7. Falso in bilancio (2002). Siccome Berlusconi ha cinque processi in corso per falso in bilancio, il 28 settembre 2001 la sua maggioranza approva la legge-delega numero 61 che incarica il governo di riformare i reati societari. Il che avverrà all’inizio del 2002 con i decreti delegati che: abbassano le pene da 5 a 4 anni per le società quotate e addirittura a 3 per le non quotate (prescrizione più breve, massimo 7 anni e mezzo per le quotate e 4 e mezzo per le non quotate; e niente più custodia cautelare né intercettazioni); rendono il falso per le non quotate perseguibile solo a querela del socio o del creditore; depenalizzano alcune fattispecie di reato (come il falso nel bilancio presentato alle banche); fissano amplissime soglie di non punibilità (per essere reato, il falso in bilancio dovrà superare il 5% del risultato d’esercizio, l’1% del patrimonio netto, il 10% delle valutazioni. Così tutti i processi al Cavaliere per falso in bilancio vengono cancellati: o perché manca la querela dell’azionista (B. non ha denunciato B.), o perché i falsi non superano le soglie (“il fatto non è più previsto dalla legge come reato), o perché il reato è ormai estinto grazie alla nuova prescrizione-lampo.
  8. Mandato di cattura europeo (2001). Unico fra quelli dell’Unione europea, il governo Berlusconi II rifiuta di ratificare il “mandato di cattura europeo”, ma solo relativamente ai reati finanziari e contro la Pubblica amministrazione . Secondo “Newsweek”, Berlusconi “teme di essere arrestato dai giudici spagnoli” per l’inchiesta su Telecinco. L’Italia otterrà di poter recepire la norma comunitaria soltanto dal 2004.
  9. Il governo sposta il giudice (2001). Il 31 dicembre, mentre gli italiani festeggiano il Capodanno, il ministro della Giustizia Roberto Castelli, su richiesta dei difensori di Previti, nega contro ogni prassi la proroga in Tribunale al giudice Guido Brambilla, membro del collegio che conduce il processo Sme-Ariosto, e dispone la sua “immediata presa di possesso” presso il Tribunale di sorveglianza dov’è stato trasferito da qualche mese, senza poter completare i dibattimenti già avviati. Così il processo Sme dovrebbe ripartire da zero dinanzi a un nuovo collegio. Ma poi interviene il presidente della Corte d’appello con una nuova “applicazione” di Brambilla in Tribunale fino a fine anno.
  10. Cirami (2002). I difensori di Previti e Berlusconi chiedono alla Cassazione di spostare i loro processi a Brescia perché, sostengono, a Milano l’intero Tribunale è viziato da inguaribile prevenzione contro di loro. E, per oliare meglio il meccanismo, reintroducono il vecchio concetto di “legittima suspicione” per motivi di ordine pubblico , vigente un tempo, quando i processi scomodi traslocavano nei “porti delle nebbie” per riposarvi in pace. E’ la legge Ci-rami n. 248, approvata definitivamente il 5 novembre 2002. Ma nemmeno questa funziona: la Cassazione, nel gennaio 2003, respinge la richiesta di trasloco: il Tribunale di Milano è sereno e imparziale.
  11. Lodo Maccanico-Schifani (2003). Le sentenze Sme e Mondadori si avvicinano. Su proposta del senatore della Margherita Antonio Maccanico, il 18 giugno 2003 la Cdl approva la legge 140, primo firmatario Renato Schifani, che sospende sine die i processi ai presidenti della Repubblica, della Camera, del senato, del Consiglio e della Corte costituzionale. I processi a Berlusconi si bloccano in attesa che la Consulta esamini le eccezioni di incostituzionalità sollevate dal Tribunale di Milano. E ripartono nel gennaio 2004, quando la Corte boccia il “lodo”.
  12. Ex Cirielli (2005). Il 29 novembre 2005 la Cdl vara la legge ex Cirielli (misconosciuta dal suo stesso proponente), che riduce la prescrizione per gli in-censurati e trasforma in arresti domiciliari la detenzione per gli ultrasettantenni (Previti ha appena compiuto 70 anni, Berlusconi sta per compierli). La legge porta i reati prescritti da 100 a 150 mila all’anno, decima i capi di imputazione del processo Mediaset (la frode fiscale passa da 15 a 7 anni e mezzo) e annienta il processo Mills (la corruzione anche giudiziaria si prescrive non più in 15, ma in 10 anni).
  13. Condono fiscale (2002). La legge finanziaria 2003 varata nel dicembre 2002 contiene il condono tombale. Berlusconi giura che non ne faranno uso né lui né le sue aziende. Invece Mediaset ne approfitta subito per sanare le evasioni di 197 milioni di euro contestate dall’Agenzia delle entrate pagandone appena 35. Anche Berlusconi usa il condono per cancellare con appena 1800 euro un’evasione di 301 miliardi di lire contestata dai pm di Milano.
  14. Condono per i coimputati (2003). Col decreto 143 del 24 giugno 2003, presunta “interpretazione autentica” del condono, il governo ci infila anche coloro che hanno “concorso a commettere i reati”, anche se non hanno firmato la dichiarazione fraudolenta. Cioè il governo Berlusconi salva anche i 9 coimputati del premier, accusati nel processo Mediaset di averlo aiutato a evadere con fatture false o gonfiate.
  15. Pecorella (2006). Salvato dalla prescrizione nel processo Sme, grazie alle attenuanti generiche, Berlusconi teme che in appello gli vengano revocate, con conseguente condanna. Così il suo avvocato Gaetano Pecorella, presidente della commissione Giustizia della Camera, fa approvare nel dicembre 2005 la legge che abolisce l’appello, ma solo quando lo interpone il pm contro assoluzioni o prescrizioni. In caso di condanna in primo grado, invece, l’imputato potrà ancora appellare. Il presidente Ciampi respinge la Pecorella in quanto incostituzionale. Berlusconi allunga di un mese la scadenza della legislatura per ripresentarla uguale e la fa riapprovare (legge n.46) nel gennaio 2006. Ciampi stavolta è costretto a firmarla. Ma poi la Consulta la boccia in quanto incostituzionale.
  16. Frattini (2002). Il 28 febbraio 2002 la Cdl approva la legge Frattini sul conflitto d’interessi: chi possiede aziende e va al governo, ma di quelle aziende è soltanto il “mero proprietario”, non è in conflitto d’interessi e non è costretto a cederle. Unica conseguenza per il premier:deve lasciare la presidenza del Milan
  17. Gasparri-1(2003). In base alla nuova sentenza della Consulta del 2002, entro il 31 dicembre 2003 Rete4 deve essere spenta e passare sul satellite. Il 5 dicembre la Cdl approva la legge Gasparri sulle tv: Rete4 può seguitare a trasmettere “ancorchè priva di titolo abilitativo”, cioè anche se non ha più la concessione dal 1999; il tetto antitrust del 20% sul totale delle reti non va più calcolato sulle 10 emittenti nazionali, ma su 15 (compresa Telemarket). Dunque Mediaset può tenersi le sue tre tv. Quanto al tetto pubblicitario del 20%, viene addirittura alzato grazie al trucco del “Sic”, che include un panel talmente ampio di situazioni da sfiorare l’infinito. Confalonieri calcola che Mediaset potrà espandere i ricavi di 1-2 miliardi di euro l’anno. Ma il 16 dicembre Ciampi rispedisce la legge al mittente: è incostituzionale.
  18. Berlusconi salva-Rete4 (2003). Mancano due settimane allo spegnimento di Rete4. Alla vigilia di Natale, Berlusconi firma un decreto salva-Rete4 (n.352) che concede alla sua tv l’ennesima proroga semestrale, in attesa della nuova Gasparri.
  19. Gasparri-2 (2004). La nuova legge approvata il 29 aprile 2004, molto simile a quella bocciata dal Quirinale, assicura che Rete4 non sfora il tetto antitrust perché entro il 30 aprile il 50% degli italiani capteranno il segnale del digitale terrestre, che garantirà loro centinaia di nuovi canali. Poi però si scopre che, a quella data, solo il 18% della popolazione riceve il segnale digitale. Ma poi l’Agcom dà un’interpretazione estensiva della norma: basta che in un certo luogo arrivi il segnale digitale di una sola emittente, per considerare quel luogo totalmente digitalizzato. Rete4 è salva, Europa 7 è ancora senza frequenze.
  20. Decoder di Stato (2004). Per gonfiare l’area del digitale, la finnaziaria per il 2005 varata nel dicembre 2004 prevede un contributo pubblico di 150 euro nel 2004 e di 70 nel 2005 per chi acquista il decoder per la nuova tecnologia televisiva. Fra i principali distributori di decoder c’è Paolo Berlusconi, fratello di Silvio,titolare di Solaris (che commercializza decoder Amstrad).
  21. Salva-decoder (2003). Il digitale terrestre è un affarone per Mediaset, che vi trasmette partite di calcio a pagamento, ma teme il mercato nero delle tassere taroccate: prontamente, il 15 gennaio 2003, il governo che ha depenalizzato il falso in bilancio porta fino a 3 anni con 30 milioni di multa la pena massima per smart card fasulle per le pay tv.
  22. Salva-Milan (2002). Col decreto 282/2002, convertito in legge il 18 febbraio, il governo Berlusconi consente alle società di calcio, quasi tutte indebitatissime, diammortizzare sui bilanci 2002 e spalmare nei dieci anni successivi la svalutazione dei cartellini dei giocatori. Il Milan risparmia 242 milioni di euro.
  23. Salva-diritti tv (2006). Forza Italia blocca il ddl, appoggiato da tutti gli altri partiti di destra e di sinistra, per modificare il sistema di vendita dei diritti tv del calcio in senso “collettivo” per non penalizzare le società minori privilegiando le maggiori. Il sistema resta dunque “soggettivo” , a tutto vantaggio dei maggiori club: Juventus, Inter e naturalmente Milan.
  24. Tassa di successione (2001). Il 28 giugno 2001 il governo Berlusconi abolisce la tassa di successione per i patrimoni superiori ai 350 milioni di lire (fino a quella cifra l’imposta era già stata abrogata dall’Ulivo). Per combinazione, il premier ha cinque figli e beni stimati in 25mila miliardi di lire.
  25. Autoriduzione fiscale (2004). Nel 2003, secondo “Forbes”, Berlusconi è il 45° uomo più ricco del mondo con un patrimonio personale di 5,9 miliardi di dollari. Nel 2005 balza al 25° posto con 12 miliardi. Così, quando a fine 2004 il suo governo abbassa le aliquote fiscali per i redditi dei più abbienti, “L’espresso” calcola che Berlusconi risparmierà 764.154 euro all’anno.
  26. Plusvalenze esentasse (2003). Nel 2003 Tremonti vara una riforma fiscale che detassa le plusvalenze da partecipazione. La riforma viene subito utilizzata dal premier nell’aprile 2005 quando cede il 16,88% di Mediaset detenuto da Fininvest per 2,2 miliardi di euro, risparmiando 340 milioni di tasse.
  27. Villa abusiva con condono (2004). Il 6 maggio 2004, mentre «La Nuova Sardegna» svela gli abusi edilizi a Villa Certosa, Berlusconi fa approvare due decreti. Il primo stabilisce l’approvazione del piano nazionale anti-terrorismo e contiene anche un piano (segretato) per la sicurezza di Villa La Certosa. Il secondo individua la residenza di Berlusconi in Sardegna come «sede alternativa di massima sicurezza per l’incolumità del presidente del Consiglio e per la continuità dell’azione di governo». Ed estende il beneficio anche a tutte le altre residenze del premier e famiglia sparse per l’Italia. Così si bloccano le indagini sugli abusi edilizi nella sua villa in Costa Smeralda. Poi nel 2005 il ministro dell’Interno Pisanu toglie il segreto. Ma ormai è tardi. La legge n. 208 del 2004, varata in tutta fretta dal governo Berlusconi, estende il condono edilizio del 2003 anche alle zone pro-tette: come quella in cui sorge la sua villa. Prontamente la Idra Immobiliare, proprietaria delle residenze private del Cavaliere, presenta dieci diverse richieste di condono edilizio. E riesce a sanare tutto per la modica cifra di 300mila euro. Nel 2008 il Tribunale di Tempio Pausania chiude il procedimento per gli abusi edilizi perchè in gran parte condonati grazie a un decreto voluto dal mero proprietario della villa.
  28. Ad Mediolanum (2005). Nonostante le resistenze del ministro del Welfare, Roberto Maroni, Forza Italia impone una serie di norme favorevoli alle compagnie assicurative nella riforma della previdenza integrativa e complementare (dl 252/2005), fra cui lo spostamento di 14 miliardi di euro verso le assicurazioni, alcune norme che forniscono fiscalmente la previdenza integrativa individuale (a beneficio anche di Mediolanum, di proprietà di Berlusconi e Doris) e soprattutto lo slittamento della normativa al 2008 per assecondare gli interessi della potente lobby degli assicuratori (di cui Mediolanum è una delle capofila). Intanto, nel gennaio del 2004, le Poste Italiane con un appalto senza gara hanno concesso a Mediolanum l’utilizzo dei 16mila sportelli postali sparsi in tutta Italia.
  29. Ad Mondadori-1 (2005). Il 9 giugno 2005 il ministro dell’Istruzione Letizia Moratti stipula un accordo con le Poste Spa per il servizio «Postescuola»: consegna e ordinazione – per telefono e on line – dei libri di testo destinati agli alunni della scuola secondaria. Le case editrici non consegneranno i loro volumi direttamente, ma tramite la Mondolibri Bol, una società posseduta al 50 per cento da Arnoldo Mondadori Editore Spa, di cui è mero proprietario Berlusconi. L’Antitrust esamina il caso, ma pur accertando l’indubbio vantaggio per le casse Mondadori, non può censurare l’iniziativa perché a firmare l’accordo non è stato il premier, ma la Moratti.
  30. Ad Mondadori-2 (2005). L’8 febbraio 2005 scatta l’operazione “E-book”, per il cui avvio il governo stanzia 3 milioni. E a chi affidano la sperimentazione i ministri Moratti (Istruzione) e Stanca (Innovazione)? A Monda-dori e Ibm: la prima è di Berlusconi, la seconda ha avuto come vicepresidente Stanca fino al 2001.
  31. Indulto (2006). Nel luglio 2006 centrosinistra e centrodestra approvano l’indulto Mastella (contrari Idv, An, Lega, astenuto il Pdci): 3 anni di sconto di pena a chi ha commesso reati prima del 2 maggio di quell’anno. Lo sconto vale anche per i reati contro la Pubblica amministrazione (che sul sovraffollamento della carceri non incidono per nulla), compresa la corruzione giudiziaria, altrimenti Previti resterebbe agli arresti domiciliari. Una nuova legge ad personam che regala anche al Cavaliere un “bonus” di tre anni da spendere nel caso in cui fosse condannato in via definitiva.
  32. Lodo Alfano (2008). Nel luglio 2008, alla vigilia della sentenza nel processo Berlusconi-Mills, il Pdl tornato al governo approva il lodo Alfano che sospende sine die i processi ai presidenti della Repubblica, della Camera, del Senato e del Consiglio. Soprattutto del Consiglio. Nell’ottobre 2009 la Consulta boccerà anche quello in quanto incostituzionale.
  33. Più Iva per Sky (2008). Il 28 novembre 2008 il governo raddoppia l’Iva a Sky, la pay-tv di Rupert Murdoch, principale concorrente di Mediaset, portandola dal 10 al 20%.
  34. Meno spot per Sky (2009). Il 17 dicembre 2009 il governo Berlusconi vara il decreto Romani che obbliga Sky a scendere entro il 2013 dal 18 al 12% di affollamento orario di spot.
  35. Più azioni proprie (2009). La maggioranza aumento dal 10 al 20% la quota di azioni proprie che ogni società può acquistare e detenere in portafoglio. La norma viene subito utilizzata dalla Fininvest per aumentare il controllo su Mediaset.
  36. Ad listam (2010). Visto che le liste del Pdl sono state presentate fuori tempo massimo nel Lazio e senza timbri di autenticazione a Milano, il governo vara un decreto “interpretativo” che stravolge la legge elettorale, sanando ex post le illegalità commesse per costringere il Tar a riammetterle. Ma non si accorge che, nel Lazio, la legge elettorale è regionale e non può essere modificata da un decreto del governo centrale. Così il Tar ribadisce che la lista è fuorilegge, dunque esclusa.
  37. Illegittimo impedimento (2010). Non sapendo più come bloccare i processi Mediaset e Mills, Berlusconi fa approvare il 10 marzo 2010 una legge che rende automatico il “legittimo impedimento” a comparire nelle udienze per sé stesso e per i suoi ministri, il tutto per una durata di 6 mesi, prorogabili fino a 18. Basterà una certificazione della Presidenza del Consiglio e i giudici dovranno fermarsi, senza poter controllare se l’impedimento sia effettivo e legittimo. Il tutto in attesa della soluzione finale, cioè delle nuove leggi ad personam che porteranno il totale a quota 40: “processo breve”, anti-intercettazioni e lodo Alfano-bis costituzionale. Cioè incostituzionale.
  38. La legge contro Veronica (2011). Si tratta della modifica della norma sulla quota legittima che regola la gestione delle eredità, inserita nel decreto sviluppo. La misura voluta da Berlusconi, e non ancora approvata, prevede, che la metà della quota di 2/3 destinata ai figli dovrà essere divisa in parti uguali e l’altra metà potrà invece essere destinata dal genitore a uno o più figli a scelta. L’obiettivo del Cavaliere è quello di evitare che, ripartendo in quote uguali le azioni Fininvest tra Barbara, Eleonora e Luigi, pargoli di Veronica, questi possano unirsi e mettere in minoranza Marina e Piersilvio

domenica 27 aprile 2014

I 10 PUNTI DI FORZA DELLA LISTA ALTRA EUROPA CON TSIPRAS

I 10 PUNTI DI FORZA DELLA LISTA ALTRA EUROPA CON TSIPRAS

di Luciano Gallino, Marco Revelli, Barbara Spinelli, Guido Viale
«Siamo radicali perché la realtà è radicale» (Alexis Tsipras)
Quando diciamo che siamo per un’Altra Europa, la vogliamo davvero e non solo a parole. Abbiamo in mente un ordine politico nuovo, perché il vecchio è in frantumi. Non può essere rammendato alla meno peggio.
In realtà il nostro è l’unico progetto che non si limita a invocare a parole un’altra Europa, ma si propone di cambiarla con politiche che riuniscano quel che è stato disunito e disfatto. Gli altri partiti sono tutti, in realtà, conservatori dello status quo.
Sono conservatori Matteo Renzi e il governo, che parlano di cambiamento e tuttavia hanno costruito quest’Unione che umilia e impoverisce i popoli, favorendo banche e speculatori.
Sono conservatori i leghisti, che denunciano l’Unione ma come via d’uscita prospettano il nazionalismo e la xenofobia.
Nei fatti è conservatore il Movimento 5 Stelle, che si fa portavoce di un disagio reale, ma senza sbocchi chiari.
Tutta diversa la Lista Tsipras. Il progetto è di cambiare radicalmente le istituzioni europee, di dare all’Unione una Costituzione scritta dai popoli, di dotarla di una politica estera non bisognosa delle stampelle statunitensi. Tutta diversa la prospettiva della Lista Tsipras. La nostra non è né una promessa fittizia, come quella di Renzi, né una protesta che rinuncia alla battaglia prima di farla. Metteremo duramente in discussione il Fiscal compact, e in particolare contesteremo – anche con referendum abrogativo – le norme applicative che il Parlamento dovrà introdurre per dare attuazione all'obbligo del pareggio di bilancio che purtroppo è stato inserito ormai nell'articolo 81 della Costituzione, senza che l'Europa ce l'abbia mai chiesto. In ogni caso, faremo in modo che non abbiano più a ripetersi calcoli così palesemente errati e nefasti, nati da una cultura neoliberista che ha impedito all’Europa di divenire l’istanza superiore in grado di custodire sovranità che sono andate evaporando, proteggendoli al tempo stesso dai mercati incontrollabili, dall’erosione delle democrazie e dalla prevaricazione di superpotenze che usano il nostro spazio come estensione dei loro mercati e della loro potenza geopolitica.
Ecco le 10 vie alternative che intendiamo percorrere:
1 - Siamo la sola forza alternativa perché non crediamo sia possibile pensare l’economia e l’Europa democraticamente unita «in successione»: prima si mettono a posto i conti e si fanno le riforme strutturali, poi ci si batte per un’Europa più solidale e diversa. Le due cose vanno insieme. Operare «in successione» riproduce ad infinitum il vizio mortale dell’Euro: prima si fa la moneta, poi per forza di cose verrà l’Europa politica solidale. È dimostrato che questa “forza delle cose” non c’è. Status quo significa che s’impone lo Stato più forte.
2 - Siamo la sola forza alternativa perché crediamo che solo un’Europa federale sia la via aurea, nella globalizzazione. Se l’edificheremo, Grecia o Italia diverranno simili a quello che è la California per gli Usa. Nessuno parlerebbe di uscita della California dal dollaro: le strutture federali e un comune bilancio tengono gli Stati insieme e non colpevolizzano i più deboli. In un’Europa federata, quindi multietnica, l’isola di Lampedusa è una porta, non una ghigliottina.
3 - Siamo la sola forza alternativa perché non pensiamo che prioritaria ed esclusiva sia la difesa dell’«interesse nazionale»: si tratta di individuare quale sia l’interesse di tutti i cittadini europei. Se salta un anello, tutta la catena salta.
4 - Siamo la sola forza alternativa perché non siamo un movimento minoritario di protesta, ma avanziamo proposte precise, rapide. Proponiamo una Conferenza sul debito che ricalchi quanto deciso nel 1953 sulla Germania, cui vennero condonati i debiti di guerra. L’accordo cui si potrebbe giungere è l’europeizzazione della parte dei debiti che eccede il fisiologico 60 per cento del pil. E proponiamo un piano Marshall per l’Europa, che avvii una riconversione produttiva, ecologicamente sostenibile e ad alto impatto sull’occupazione, finanziato dalle tasse sulle transazioni finanziarie e l’emissione di anidride carbonica, oltre che da project bond e eurobond.
5 - Siamo la sola forza alternativa perché esigiamo non soltanto l’abbandono delle politiche di austerità, ma la modifica dei trattati che le hanno rese possibili. Tra i primi: l’abolizione e la ridiscussione a fondo del Fiscal Compact, che promette al nostro e ad altri Paesi una o due generazioni di intollerabile povertà, e la distruzione dello Stato sociale. Promuoviamo un’Iniziativa Cittadina (art. 11 del Trattato sull’Unione europea) con l’obbiettivo di una sua radicale messa in discussione. Chiederemo inoltre al Parlamento Europeo un’indagine conoscitiva e giuridica sulle responsabilità della Commissione, della Bce e del Fmi nell’imporre un’austerità che ha gravemente danneggiato milioni di cittadini europei.
6 – Siamo la sola forza alternativa perché non ci limitiamo a condannare gli scandali della disoccupazione e del precariato, ma proponiamo un Piano Europeo per l’Occupazione (PEO) il quale stanzi almeno 100 miliardi l’anno per 10 anni per dare occupazione ad almeno 5-6 milioni di disoccupati o inoccupati (1 milione in Italia): tanti quanti hanno perso il lavoro dall’inizio della crisi. Il PEO dovrà dare la priorità a interventi che non siano in contrasto con gli equilibri ambientali come le molte Grandi Opere che devastano il territorio e che creano poca occupazione, ad esempio il TAV Torino-Lione e le trivellazioni nel Mediterraneo e nelle aree protette. Dovrà agevolare la transizione verso consumi drasticamente ridotti di combustibili fossili; la creazione di un’agricoltura biologica; il riassetto idrogeologico dei territori; la valorizzazione non speculativa del nostro patrimonio artistico; il potenziamento dell’istruzione e della ricerca.
7 – Siamo la sola forza alternativa perché riteniamo un pericolo l’impegno del governo di concludere presto l’accordo sul Partenariato Transatlantico per il Commercio e l'Investimento (Ttip). Condotto segretamente, senza controlli democratici, il negoziato è in mano alle multinazionali, il cui scopo è far prevalere i propri interessi su quelli collettivi dei cittadini. Il welfare è sotto attacco. Acqua, elettricità, educazione, salute saranno esposte alla libera concorrenza, in barba ai referendum cittadini e a tante lotte sui “beni comuni”. La battaglia contro la produzione degli OGM, quella che penalizza le imprese inquinanti o impone l’etichettatura dei cibi, la tassa sulle transazioni finanziarie e sull’emissione di anidride carbonica sono minacciate. La nostra lotta contro la corruzione e le mafie è ingrediente essenziale di questa resistenza alla commistione mondializzata fra libero commercio, violazione delle regole, abolizione dei controlli democratici sui territori.
8 - Siamo la sola forza alternativa perché vogliamo cambiare non solo gli equilibri fra istituzioni europee ma la loro natura. I vertici dei capi di Stato o di governo sono un cancro dell’Unione, e proponiamo che il Parlamento europeo diventi un’istituzione davvero democratica: che legiferi, che nomini la Commissione e il suo Presidente, e imponga tasse europee in sostituzione di quelle nazionali. Vogliamo un Parlamento costituente, capace di dare ai cittadini dell’Unione una Carta che cominci, come la Costituzione statunitense, con le parole «We, the people....». Non con la firma di 28 re azzoppati e prepotenti, che addossano alla burocrazia di Bruxelles colpe di cui sono i primi responsabili.
9 - Siamo la sola forza alternativa a proposito dell’euro. Pur essendo critici radicali della sua gestione, e degli scarsi poteri di una Banca centrale cui viene proibito di essere prestatrice di ultima istanza, siamo contrari all’uscita dall’euro e non la riteniamo indolore. Uscire dall’euro è pericoloso economicamente (aumento del debito, dell’inflazione, dei costi delle importazioni, della povertà), e non restituirebbe ai paesi il governo della moneta, ma ci renderebbe più che mai dipendenti da mercati incontrollati, dalla potenza Usa o dal marco tedesco. Soprattutto segnerebbe una ricaduta nei nazionalismi autarchici, e in sovranità fasulle. Noi siamo per un’Europa politica e democratica che faccia argine ai mercati, alla potenza Usa, e alle le nostre stesse tentazioni nazionaliste e xenofobe. Una moneta «senza Stato» è un controsenso politico, prima che economico.
10 – Siamo la sola forza alternativa perché la nostra è l’Europa della Resistenza: contro il ritorno dei nazionalismi, le Costituzioni calpestate, i Parlamenti svuotati, i capi plebiscitati da popoli visti come massa amorfa, non come cittadini consapevoli. Dicono che la pace in Europa è oggi un fatto acquisito. Non è vero. Le politiche di austerità hanno diviso non solo gli Stati ma anche i popoli, e quella che viviamo è una sorta di guerra civile dentro un’Unione che secerne di nuovo partiti fascistoidi come Alba Dorata in Grecia, Jobbik in Ungheria, Fronte Nazionale in Francia, Lega in Italia. All’esterno, poi, siamo impegnati in guerre decise dalla potenza Usa: guerre di cui gli Stati dell’Unione non discutono mai perché vi partecipano servilmente, senz’alcun progetto di disarmo, refrattari a ogni politica estera e di difesa comune (il costo della non-Europa in campo militare ammonta a 120 miliardi di euro annui). Perfino ai confini orientali dell’Unione sono gli Stati Uniti a decidere quale ordine debba regnare.
L’Europa che abbiamo in mente è quella del Manifesto di Ventotene, e chi lo scrisse non pensava ai compiti che ciascuno doveva fare a casa, ma a un comune compito rivoluzionario. Noi oggi facciamo rivivere quella presa di coscienza: per questo al Parlamento europeo saremo con Tsipras, non con i socialisti che già pensano a Grandi Intese con i conservatori dello status quo. Siamo così fatti perché non abbiamo perduto la memoria del Novecento. L’Europa delle nazioni portò ai razzismi, e allo sterminio degli ebrei, dei Rom, dei malati mentali. L’Europa della recessione sfociò nella presa del potere di Hitler

A 90 anni, Lidia Mena­pace ...

“Io, staffetta partigiana, oggi sto dalla parte della Costituzione”

Intervista a Lidia Menapace. "L’Italia è una Repubblica (non l’interesse privato delle lobby) fondata sul lavoro (non sul cemento, sulle speculazioni, sulle oligarchie). Significa anche smettere di pensare agli F35, rispettare fino in fondo l’articolo 11"
Resi­stenza e Libe­ra­zione “attua­liz­zate” dall’arcobaleno?
A me fa sem­pre venire…l’asma sen­tir par­lare di memo­ria con­di­visa. Allora la scelta era netta: dalla parte del nazi­fa­sci­smo oppure la Resi­stenza. Oggi si tratta di stare dalla parte della Costi­tu­zione per cui l’Italia è una Repub­blica (non l’interesse pri­vato delle lobby) fon­data sul lavoro (non sul cemento, sulle spe­cu­la­zioni, sulle oli­gar­chie). Signi­fica anche smet­tere di pen­sare agli F35, rispet­tare fino in fondo l’articolo 11 e resti­tuire la sovra­nità al popolo e ai territori.
Insomma, impe­gno diretto per non arren­dersi al pen­siero unico. Un po’ come nel 1943–45?
Ricordo bene il primo scio­pero alle Offi­cine mec­ca­ni­che Sant’Andea di Novara. Nel regime fasci­sta era vie­tato, addi­rit­tura un reato. Davanti ai can­celli, gli ope­rai hanno incro­ciato le brac­cia di fronte ai nazi­sti che alla fine se ne sono andati. Ecco, il lavoro come fon­da­mento della nuova Ita­lia. Come i con­ta­dini dell’Appennino che distri­bui­vano il rac­colto alla popo­la­zione. Da staf­fetta par­ti­giana, ho sem­pre rimosso dal cer­vello i nomi per paura di poterli fare sotto tor­tura. Ma non dimen­tico una fac­cia e qui all’Arena ne ho rivi­ste tante…
E il futuro? Qual è l’alternativa a Renzi?
Io sto sem­pre con Rosa Luxem­burg: socia­li­smo o bar­ba­rie. Sono più che con­vinta che la nostra Costi­tu­zione più che rifor­mata deve essere attuata. Mi batto per una legge di ini­zia­tiva popo­lare, stru­mento vero di demo­cra­zia diretta come ha dimo­strato l’approvazione del testo sulla vio­lenza alle donne. Una pro­po­sta sem­plice: rea­liz­zare il secondo comma dell’articolo 1, resti­tuendo dav­vero al popolo l’esercizio della sovra­nità. Il con­tra­rio di ciò che ispira Renzi: meno con­trolli, con­trap­pesi, garan­zie favo­ri­scono la cul­tura un po’ auto­ri­ta­ria. Renzi mi ricorda tanto Fan­fani. E l’alternativa, come dimo­stra pro­prio il 25 aprile all’Arena, è il tes­suto resi­stente di sog­getti. Gli stessi che riven­di­cano il sacro­santo diritto di difen­dere il ter­ri­to­rio in Val­susa, a Niscemi o Vicenza dove per­fino deci­dono gli Usa sulla testa dei cittadini…

Organizzare il dissenso

di Redazione

un lettore scrive a "sbilanciamoci".

La cultura anarcopopulista non risponde in modo adeguato alla questione urgente di come organizzare il dissenso in una fase di grande frammentazione. Ma Sbilanciamoci è capace di delineare prospettive e organizzare una risposta all'altezza? Un lettore ci scrive

Carissimi, ho appena finito di leggere con molto interesse l'analisi sociologica pubblicata sull'inserto Sbilanciamo l'Europa riguardo all'anarcopopulismo, perché ne condivido l'analisi finale dove, citando letteralmente dal testo, «... la cultura anarcopopulista non risponde in modo adeguato alla questione urgente di come organizzare il dissenso in una fase di grande frammentazione e dispersione, etc... ».
Condividendo fortemente ciò, immediatamente e inevitabilmente non riesco a fare a meno, subito dopo, di domandarmi e domandarvi: ma Sbilanciamoci cos'è?
Sa dare risposte riguardo a questa "questione urgente" che viene correttamente individuata?
Manca una proposta conseguente. Sbilanciamoci è capace di fare proposte, delineare prospettive all'altezza di "organizzare il dissenso"? E il manifesto?
Non vi sembra che sia il manifesto che Sbilanciamoci si trovano ad essere abbastanza simili a questa forma di anarcopopulismo descritte in quanto a saper rispondere in modo adeguato alla questione urgente di come organizzare il dissenso?
Soprattutto Sbilanciamoci, cos'è? Un'associazione? Un movimento? L'immagine che mi dà di sé è proprio un insieme di "cittadini" e "persone comuni" che rifiutano gli apparati burocratici e sono allergici alle forme organizzate come i partiti, ma che non hanno ancora prodotto nuove forme valide di organizzazione degna di una certa consistenza. Mi piacerebbe avere una risposta.
Giulio Bagogli (un lettore affezionato), Pesaro

Caro Bagogli, grazie per la sua lettera.
Il nodo che affronta Paolo Gerbaudo nel suo articolo per lo speciale “Sbilanciamo l’Europa” è al centro delle preoccupazioni di tutti noi. La crisi del neoliberismo e la depressione attuale non hanno prodotto risposte sociali e mobilitazioni capaci di costruire una via d’uscita, un blocco sociale alternativo, una politica nuova. La protesta ha preso le vie del populismo – che esaminiamo in quello “speciale” e la frammentazione dilaga. Nel nostro piccolo, Sbilanciamoci! prova invece a ricucire i frammenti. La Campagna Sbilanciamoci! raccoglie 50 associazioni – dagli ambientalisti ai pacifisti – che discutono di alternative di politica economica e producono la Contro-finanziaria. E la campagna per tagliare gli F35 è un esempio di come si può “organizzare il dissenso” fuori dai partiti. Sbilanciamoci! è tra i fondatori della Rete europea degli economisti progressisti (Euro-pen) che un mese fa ha messo di fronte alle forze politiche del Parlamento europeo le proposte per un cambio di rotta. Il sito Sbilanciamoci.info raccoglie duecento collaboratori – esperti e critici – che scrivono di economia, società e politica, pubblica i materiali di Euromemorandum e degli “Economisti sgomenti” francesi, e ha ora aperto la discussione critica più approfondita sul Def appena presentato dal governo Renzi. Gli speciali “Sbilanciamo l’Europa” hanno fatto arrivare queste e altre voci sulle pagine del Manifesto, a sua volta un collettore importante di pensiero critico. In questa fase di grande frammentazione – delle forze sociali, delle iniziative politiche, delle identità stesse – tutti noi proviamo, pazientemente, a “organizzare il dissenso” mettendo insieme idee, soggetti, iniziative, e costruendo ponti con la politica alternativa che crediamo necessaria.
Sbilanciamoci!

venerdì 25 aprile 2014

Il Jobs Act nella trappola della flessibilità

di Giuseppe Travaglini

L’eccesso di flessibilità del lavoro ha distrutto negli ultimi anni occupazione e produzione precarizzando non solo i lavoratori e la domanda, ma anche le imprese

Mi dice mio figlio che dovrei essere più flessibile con lui. Sostiene mia moglie, invece, che lo sono troppo. Certo, lei parla da genitore. Ma, mi domando: non sarebbe anche un ottimo ministro del lavoro?
E sì, perché se dovessi fare lo stesso ragionamento sullo sviluppo economico italiano dell’ultimo ventennio, e le trasformazioni del mercato del lavoro dovrei arrivare alla sua stessa conclusione: il troppo storpia, e l’eccesso di flessibilità del lavoro ha finito per distruggere l’occupazione medesima e la produzione; ha precarizzato non solo i lavoratori e la domanda, ma anche le imprese; ha annientato la capacità del Paese di investire, creare valore aggiunto, progresso tecnologico e reddito; ha prosciugato la base su cui poggiano le colonne dello stato sociale e del welfare.
Per essere concreto, dovrei riflettere sulla visione minimalista delle attuali politiche economiche, fiscali e monetarie, sulle discutibili privatizzazioni, sulla politica industriale (evocata e mai realizzata) e su quella del lavoro, ossia su ciò che denominiamo il “modello di sviluppo”. E la domanda - come si dice - sorge spontanea: ma in Italia negli ultimi due decenni abbiamo avuto un modello di sviluppo, o gli interventi sono stati solo estemporanei? E lo abbiamo oggi? La politica - quella con la p maiuscola - è stata capace di elaborare schemi interpretativi, che ponessero al centro della riflessione economica, e quindi come azioni di governo, il benessere della collettività, la crescita sostenibile e, dunque, il lavoro come manifestazione unica e particolare dell’uomo, e della sua dignità e realizzazione, anziché come scarno “input” produttivo? Amareggiato concludo, ovviamente, che non è così, e che la confusione regna sovrana.
Il dibattito politico di questi giorni non ci solleva, difatti, dallo sconforto. Come è possibile continuare a sostenere, nelle parole del Governo, che il Jobs Act risolverà in un sol colpo il problema dell’occupazione e della produttività, rilanciando la crescita?
La trovo una affermazione francamente curiosa perché i due fattori – produttività del lavoro e occupazione - sono legati tra loro, ma ahimè, in una relazione complessa che non sempre procede nella direzione auspicata. Per essere chiari, la produttività e l’occupazione determinano il Pil di un paese. E la produttività dipende dagli investimenti, dal progresso tecnologico, e anche dalla distribuzione del reddito. Perciò, le differenze nel Pil di diversi paesi – pensiamo a quelli dell’eurozona - dipendono dalle diverse composizioni di questi fattori. Per esempio, a parità di occupazione, due paesi potrebbero avere Pil diversi determinati dalla diversa produttività del lavoro.
Allora, guardo ai dati dell’economia italiana con attenzione – così come abbiamo fatto con V. Comito e N. Paci nel libro Un paese in bilico. L’Italia tra crisi del lavoro e vincoli dell’euro, (Ediesse, 2014) – ed emerge che in Italia la flessibilità del lavoro è aumentata dalla metà degli anni novanta per essere oramai da un decennio (secondo i dati Ocse sintetizzati nell’indice Epl, Employment protection legislation) la più alta tra i paesi europei continentali, e di gran lunga superiore a quella di Germania e Francia. Eppure, nel nostro paese la produttività del lavoro si è ridotta drammaticamente negli ultimi due decenni fino ad essere la più bassa tra i paesi economicamente avanzati; e l’occupazione, cresciuta negli anni Novanta, e fino alla fine del 2007, con i contratti atipici a seguito della deregolamentazione, è tornata prepotentemente a diminuire con la crisi, raggiungendo oramai livelli insostenibili, e accompagnandosi alla regressione continua della produttività.
Mi domando: cosa ha determinato questo declino strutturale? I dati raccontano una storia precisa. Tra il 1980 ed il 2013 in Italia il tasso di accumulazione del capitale si è ridotto, e con esso è diminuito il tasso di crescita dell’intensità di capitale (il rapporto tra capitale e lavoro) la cui media è passata dal 2.1% del periodo 1980-1993 all’0.92% del 1994-2013. I dati mostrano inoltre che a questa contrazione si è associata la rilevante flessione della produttività del lavoro la cui media è passata dal 1.65% del periodo 1980-1993 allo 0.31% del periodo 1995-2013. Anche l’indice del progresso tecnologico ha sofferto un drammatico calo e ha rallentato il suo ritmo di crescita, passando dallo 0.88 % del periodo 1980-1993 all’0.03% (praticamente il nulla!) del 1994-2013. Insomma, un netto declino, con un break strutturale tra il 1992 ed il 1993 (gli anni dell’avvio della moderazione salariale e del doppio livello di contrattazione) che travolge definitivamente il ritmo tendenziale di crescita della produttività del lavoro e delle sue componenti. Dunque, una storia in contrasto con le aspettative neoliberiste, con la flessibilità del lavoro e il contenimento salariale che non hanno risolto il problema della bassa produttività in Italia, ma l’hanno aggravato così che il ritmo di crescita continua a decelerare, segnando arretramenti sempre più marcati. E tutto in due decenni.
A questo punto, però, mi viene un dubbio. All’origine di questa eterogenesi dei fini – una riforma del mercato del lavoro che invece di favorire lo sviluppo ha penalizzato l’accumulazione e la produttività – c’è un “errore” tanto clamoroso quanto grave da risultare incomprensibile: la scelta di (contro)riformare il solo mercato del lavoro, anziché procedere nella parallela riorganizzazione dell’apparato produttivo, richiamando le imprese alla loro responsabilità economica e sociale, perché si fosse in grado di rispondere alla sfida della globalizzazione e dell’euro. Così, in questo vuoto politico, imprenditoriale e strategico, la moderazione salariale e la deregolamentazione del lavoro hanno avuto l’effetto di ridistribuire il reddito nazionale dal lavoro ai profitti, e di alimentare il circuito perverso che incentiva le imprese a spostarsi verso i settori ad alta intensità di lavoro ma a basso contenuto tecnologico e valore aggiunto, e verso le piccole dimensioni e i settori tradizionali, dove prevale l’uso dell’occupazione non qualificata, e dove, di conseguenza, è scarsa la produttività.
Insomma, la trappola della flessibilità, sostituendo il lavoro (poco qualificato) al capitale e alla tecnologia, ed erodendo, perciò, la produttività, mantiene oggi le imprese (in particolare quelle piccole e piccolissime, che sono pari al 95% del totale) in uno stato di precaria sopravvivenza, con il rischio concreto di veder disintegrare il sistema produttivo e occupazionale italiano in tempi brevissimi se non si fuoriesce da questa traiettoria declinante.
È alla luce di queste considerazioni che, con perplessità, rifletto sul Jobs Act. Vanno creati nuovi posti di lavoro, non c’è dubbio. Tuttavia, non è flessibilizzando ulteriormente il lavoro che si crea occupazione buona e stabile. C’è bisogno urgente di investimenti, ricerca, specializzazione e tecnologia. La trappola della flessibilità crea, difatti, occupazione solo transitoria; la consuma, e poi la espelle, seppellendo, insieme ai posti di lavoro, le stesse imprese sempre più incapaci di competere lungo la scala della produttività e dell’innovazione.
Ha proprio ragione mia moglie: è una questione di troppa di flessibilità.

giovedì 24 aprile 2014

Capitalismo patrimoniale

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medium_capitalism

di Christian Marazzi

Qualcuno ricorderà lo slogan del movimento Occupy Wall Street di un paio di anni fa: “Voi l’1%, noi il 99”. Si trattò della prima, grande mobilitazione sociale contro il capitalismo finanziario che si è gradualmente imposto nel corso degli ultimi trent’anni, un capitalismo che, attraverso una successione di bolle finanziarie, ha portato le economie dei paesi sviluppati alla crisi del 2008 nella quale siamo a tutt’oggi impantanati.
Il tratto saliente della finanziarizzazione è l’aumento drammatico delle disuguaglianze all’interno dei paesi ricchi, dagli Stati Uniti ai paesi europei, Svizzera inclusa. Se la distanza tra economie occidentali e paesi emergenti come la Cina, l’India e il Brasile si è raccorciata, il divario tra ricchi e poveri nelle economie avanzate è per contro cresciuto. Ormai, perfino istituzioni conservatrici come il Fondo monetario internazionale mettono in guardia da questo aumento delle disuguaglianze.
La polarizzazione tra chi ha e chi non ha, con la conseguente riduzione del peso sociale e economico del ceto medio, ha diverse sfacettature. La si ritrova nella distribuzione del reddito, con il 10% più ricco della popolazione che conta per una quota crescente (fino al 30 e oltre percento) del reddito nazionale. Ancora più marcata è la disuguaglianza nella distribuzione del patrimonio, ossia del capitale, con lo stesso 10% dei ricchi che detiene fino al 60% del capitale nazionale. Sotto questo profilo, la Svizzera si trova in testa alle classifiche mondiali. Se poi si guarda a quel famoso un percento dei più ricchi rispetto al restante 99% della popolazione, i dati statistici indicano una concentrazione fenomenale della ricchezza nelle mani di pochi.
Queste disuguaglianze si manifestano ormai tra le generazioni, nel senso che oggi un quarantenne guadagna mediamente meno di quanto guadagnava suo padre alla sua stessa età. Oltre a quella intergenerazionale, la disuguaglianza la si ritrova all’interno delle medesime generazioni, perché a parità di età, c’è chi beneficia di redditi elevati e chi invece percepisce redditi prossimi alla soglia di povertà.
Come spiegare questa perversa distribuzione dei redditi e della ricchezza? Proprio recentemente un economista francese, Thomas Piketty, ha pubblicato uno studio monumentale (Le capitalisme au XXI siècle) dal quale risulta che all’origine delle disuguaglianze crescenti si trova la concentrazione dei patrimoni. Secondo lo studio di Piketty, le rendite delle azioni, dei crediti o degli immobili oscillano tra il 4,5% e il 5% all’anno, mentre nel lungo periodo la crescita del Prodotto interno lordo si aggira tra l’1 e l’1,5%. Questo significa che il reddito da lavoro non riesce a tenere il passo di quello prodotto da patrimoni già accumulati. Si parla di “capitalismo patrimoniale”, fondato su capitali ereditati piuttosto che accumulati con impresa e lavoro. In questo modo, le disuguaglianze si riproducono per generazioni attraverso l’eredità, alla faccia delle promesse liberali secondo cui il libero mercato, le pari opportunità e la meritocrazia, garantiscono benessere per tutti.
Le disuguaglianze sono nocive da più punti di vista: frenano la crescita, perché impediscono a chi non ha di consumare in modo crescente, e generano rancore, quel sentimento di rabbia e di impotenza cavalcato un po’ ovunque dai movimenti di estrema destra.
E’ possibile correggere questa deriva? Secondo alcuni economisti occorrerebbe aumentare l’imposta patrimoniale e quella di successione, in modo da ridurre le disparità di partenza. Secondo altri, occorrerebbe un reddito di cittadinanza, specie in una fase in cui la crescita economica è anemica e le nuove innovazioni tecnologiche tendono a ridurre ulteriormente l’occupazione. Delle due l’una, piaccia o non piaccia.

lunedì 21 aprile 2014

La crisi greca vista dai writers e dagli scrittori

Fonte: Sbilanciamoci.info | Autore: Filippomaria Pontani
Dal padiglione ellenico alla Biennale di Venezia, fino ai murales irriverenti di Exarchia. L'arte in Grecia racconta la crisi degli ultimi anni. Il denaro, la violenza e l'immigrazione sono gli elementi salienti il cui peso insostenibile contraddistingue la crisi greca da quella di altri paesi
Una donna anziana, sola e dallo sguardo assente, accartoccia banconote per farne fiori di carta: con questo video allegorico e potente Stèfanos Tzivòpulos ha onorato il padiglione greco dell'ultima Biennale di Venezia, dimostrando che nel suo Paese il denaro non è solo la preoccupazione principale dei cittadini, bensì ormai anche, ad onta di un atavico pudore, un elemento saliente delle rappresentazioni artistiche. Così, mentre Tzivòpulos completava la sua installazione con un suggestivo elenco delle "monete inesistenti" elaborate nel corso della storia (quasi un pendant del glorioso e dimenticato Museo Numismatico di Atene, ospitato nell'antica dimora dell'archeologo tedesco Schliemann a pochi passi dal Parlamento), il poeta Dinos Siotis diffondeva una plaquette dal titolo Soldi neri (in cui i politici trovano «soluzioni / pratiche non quelle che chiedono i popoli / ma le banche gli usurai e le / loro dorate contraddizioni»), il suo nonagenario collega Nanos Valaoritis, già corifeo del Surrealismo, si lanciava in una contemplazione sconsolata delle cose che il Paese ha perduto, e in una satira amara degli assurdi vincoli dell'austerità (la raccolta è Carnevale amaro, parzialmente tradotta da N. Crocetti su "Poesia", novembre 2013), e la IV Biennale d'Arte della capitale, dall'evocativo titolo "Agorà ", si installava simbolicamente nei locali della vecchia Borsa, abbinando a installazioni e performances diversi appuntamenti di informazione politica ed economica.
Ma nella Grecia della crisi l'arte più interessante, per ora, non sta nei musei o nelle gallerie: la tradizione di writers, che da sempre imperversava in certi quartieri di Atene come Exàrchia, esplode in murales irriverenti e arguti, anzitutto quelli dello street-artist noto come Bleeps: celebre per esempio la sua rappresentazione di "Greece - next economic model" con le fattezze di una giovane pin-up mediterranea che malcela una gamba di legno. Nella metafora, è proprio questa sensazione di mutilazione, di mancanza fisica, di anelito frustrato che ricorre tanto nei toni cupi delle vignette quanto nei racconti in prosa che iniziano a descrivere il reale con lucidità impietosa: il pubblico italiano può leggere quelli di Christos Ikonomu (Qualcosa capiterà, vedrai, Editori Riuniti 2012), uno dei quali s'intitola Soldatino di piombo (anche qui, c'è una gamba che manca) e ricorda sinistramente, nell'immagine del degrado morale di un'intera banlieue, i Soldats de plomb del rapper francese Abd-al-Malik.
Nelle periferie di Atene descritte da Ikonomu imperano i due elementi salienti il cui peso insostenibile contraddistingue (per ora) la crisi greca rispetto a quella di altri Paesi: la violenza e l'immigrazione. La violenza della guerra tra poveri nei sobborghi di Atene è in realtà solo l'estrema ipostasi di un fenomeno sociale e politico iscritto nel Dna dello stato greco dalla Rivoluzione del 1821 sino al regime dei Colonnelli. Oggi, come tante altre volte, la violenza privata ingenerata dalla crisi trova sponda nella violenza di stato (l'uccisione del ragazzino Alexis nel dicembre 2008; gli "eccessi" della polizia; la chiusura brutale della televisione pubblica), alla quale si sovrappone in un gioco inestricabile quella politica, che tutto il mondo conosce nella sua forma deteriore, il movimento neonazista Alba dorata con i pogrom nelle strade e i ceffoni in Parlamento, o il terrorista rosso Evànghelos Chrysòs che dopo l'evasione minaccia attentati esibendo in un video il suo pantheon di compagni (Che Guevara, un resistente anti-nazista, e due eroi della guerra del 1821!).
Dall'analisi di Dimitris Psichoghiòs (La violenza politica nella società greca, 2013) emerge come la violenza sia da sempre connessa alla mancata costruzione di una memoria condivisa, all'incombere di un passato ancora troppo lacerato, e alla perdurante ipocrisia del discorso pubblico. Non è forse questo, oggi, il nodo denunciato sui palcoscenici ateniesi dalla straordinaria fioritura di pièces che affrontano la continua retorica dello scherno nei confronti delle nazioni "fannullone" ( Pigs di Marilli Mastrantoni), l'arbitrio del licenziamento, della discriminazione sessista e della vita sottopagata (Esercizi per ginocchia forti, di A. Flurakis), la disperazione per debiti che porta al suicidio (Un giorno normale, di Katerina Ghiannakou)? Un Paese continuamente appeso alla falsa speranza che quelle imposte dalla trojka siano finalmente le "ultime misure" (che sono poi ta teleftèa metra, perfetto bisenso per "gli ultimi metri" nelle amare vignette che mostrano la Grecia intenta a procedere verso l'orlo di un burrone), non può non accumulare in sé un pericoloso quoziente di violenza repressa.
E in ogni società la violenza si dirige primariamente contro il "diverso": ecco allora i toni ormai convintamente anti-tedeschi e anti-europei di molti intellettuali («Straniero, annuncia agli Eurodanubiani che qui / siamo morti, obbedendo ai loro ordini» scrive ancora Valaoritis parodiando l'antico epitafio per le Termopili), così come, su un piano ben più preoccupante, gli slogan di Alba dorata contro i Turchi, i Bulgari, e gli immigrati di ogni tipo. Nella raccolta L'impronta della crisi (Metechmio 2013), il racconto Non diventerò mai un Greco? di Kostas Akrivos immagina la struggente lettera inviata da uno scolaretto albanese al suo maestro dopo aver scoperto che il compagno di banco è di Alba dorata; e forse il piano-sequenza più veritiero sull'Atene di oggi, e sull' effondrement della sua effimera ricchezza, è un altro video del già ricordato Tzivòpulos, in cui un giovane uomo di colore vaga per le strade di notte con il carrello del supermercato, in cerca di cibo nei cestini.
Proprio gli immigrati irakeni del Pireo, la violenza della polizia, le manifestazioni dei giovani, le illusioni della sinistra, gli spasmi dell'élite più corrotta, dovevano essere il cuore pulsante del film incompiuto di Theo Anghelòpulos, Un altro mare. La morte del regista ha senz'altro privato la Grecia e il mondo di quel "capolavoro sulla crisi" di cui molti critici, forse viziati dalla pazzesca qualità della poesia engagée del Novecento (da Sikelianòs ad Anaghnostakis, da Ritsos a Patrikios) lamentano l'assenza. Ma troppo spesso si dimentica (non so se sempre in buona fede) che la Grecia ha prodotto con Syriza, il movimento di Alexis Tsipras, l'unico contenitore politico europeo capace di rendere a quella stessa crisi una parola di verità.

Lavoro, la rovina del Jobs Act

Il Jobs Act, o almeno, la prima parte di quella che vuole essere la riforma Renzi del mercato del lavoro (l’ennesima in pochi anni) è inaccettabile.
È inaccettabile perché trova la sua ratio politica nella stessa retorica che ha accompagnato ogni riforma del mercato del lavoro che è stata introdotta nel nostro ordinamento negli ultimi quindici anni e secondo cui con l’aumento della cosiddetta “flessibilità” si avrebbe come effetto un aumento dell’occupazione.
Ma non vi è alcun nesso causale tra l’aumento della flessibilità e l’aumento dell’occupazione. Se si osservano i dati sull’occupazione dal 2004 ad oggi vediamo che, al netto della crisi, la progressiva riduzione dei diritti dei lavoratori (ovvero la precarizzazione sfrenata) ha avuto come unica conseguenza la perdita di potere contrattuale con un’incidenza sul reddito dei lavoratori a dir poco drammatica.
È inaccettabile perchè il D.L. n. 34/2014 è contrario alla normativa comunitaria (Direttiva 1999/70) in materia di contratti a tempo determinato.
Tale disciplina prevede che ciascuno degli Stati membri debba rispettare rigorosi principi di limitazione della temporaneità dei contratti e ribadisce la regola per cui il rapporto di lavoro è a tempo indeterminato, vietando inoltre agli ordinamenti nazionali di porre riforme peggiorative in materia (“clausola di non regresso”).
La nuova disciplina prevede la possibilità di stipulare contratti a tempo determinato a-causali (ovvero senza giustificazione) della durata complessiva di 36 mesi, all’interno dei quali è altresì possibile effettuare fino a 8 proroghe per ciascun contratto (con l’aberrante effetto di poter stipulare fino a 288 proroghe in 36 mesi senza motivazione alcuna – qui trovate un breve video che ne illustra le rovinose conseguenze).
Allo stesso modo è illegittima la riforma nella parte in cui viene modificato il contratto di apprendistato: eliminando ogni obbligo da parte dell’azienda di effettuare l’attività di formazione ai lavoratori apprendisti viene meno la causa stessa del contratto.
È evidente che nessuno assumerà più lavoratori con contratti a tempo indeterminato, così come evidente che i lavoratori assunti con questi nuovi tipi di contratti si guarderanno bene dall’avanzare richieste e rivendicare diritti sapendo che in qualsiasi momento potrebbero essere lasciati a casa.
È inaccettabile perché in questo modo il diritto al lavoro perde definitivamente ogni valore e con esso buona parte dei principi costituzionali che reggono il nostro ordinamento, dal momento in cui ogni accesso al lavoro avviene attraverso forme contrattuali che si fondano sul ricatto e lo sfruttamento della forza lavoro rispetto ai quali i lavoratori non avranno più alcuno strumento di difesa.
Per questi motivi, un gruppo di avvocati e giuristi, proprio in ragione dell’illegittimità delle norme contenute nel D.L. 34/2014, ha presentato un esposto alla Commissione Europea che invitiamo tutti a sottoscrivere. Lo trovate sul sito dei Giuristi Democratici; analogo esposto si trova anche sul sito dei Quaderni di San Precario.

domenica 13 aprile 2014

Tsipras: "Dopo elezioni in Italia? Un giorno nuovo per la sinistra"



Fonte: popoff | Autore: alfonso bianchi

"Sono molto felice che la lista L'Altra Europa sia riuscita a raccogliere le firme che servono a presentare le candidature. È stata una battaglia difficile e per questo sono fiero dei nostri compagni". Con queste parole Alexis Tsipras si è complimentato per il primo, importante, risultato ottenuto dalla lista italiana che lo sostiene nelle prossime elezioni europee. A Bruxelles ha partecipato a una giornata di dibattiti sul debito organizzata della Sinistra europea. Un'occasione per fare anche un punto su programmi elettorali e sul futuro del movimento che lo sostiene. Anche in Italia. "Sono molto ottimista sul fatto che L'Altra Europa sarà la sorpresa delle elezioni - dice - Innanzitutto perché è una iniziativa positiva per unire tutte le forze di sinistra in Italia", e questo è "molto importante perché nell'ultima legislatura non c'era nessuno a rappresentare l'Italia nello schieramento della sinistra". E poi perché l'Italia è un "Paese che segue la Grecia nelle misure di rigore e nella crisi umanitaria e il successo della sinistra italiana sarà un messaggio forte per il governo affinché smetta di mettere in campo politiche di austerità". Nel suo discorso usa spesso la parola "compagni", e spessissimo la parola "sinistra". Anche se sa che quella parola non compare nemmeno nel simbolo della lista. Così come sa che i suoi componenti si mostrano spesso litigiosi. Per questo guardando al futuro fa alcune significative considerazioni. "Per noi è importante che sia una lista plurale con tante persone unite nella stessa iniziativa e nello stesso sforzo per portare nel Parlamento Ue la sinistra italiana", afferma, ma questo per Tsipras deve essere solo il primo passo di un percorso più lungo e più importante. Per il leader di Syriza il giorno dopo e elezioni (che saranno un "successo", ribadisce) "sarà un giorno nuovo per la sinistra italiana". "Sono ottimista e credo nei compagni italiani che sapranno trovare un modo per cooperare e creare un permanente, come posso dire..." indugia, non sapendo come definirlo. "Non partito, non so se vogliono creare un partito" continua, ma almeno, azzarda tenendosi vago, "un nuovo movimento". E lo scopo secondo lui è tanto semplice quanto importante: "Rappresentare non solo nel Parlamento europeo ma anche nello spettro politico italiano queste nuovo messaggio di resistenza e di speranza. Per l'Europa e per l'Italia".

Il sangue che è accettabile spargere.

Gli ulteriori dolori e tribolazioni dell'esercito più morale del mondo
(parte di una serie in corso, ahimè)
di Gideon Levy
Haaretz 30 marzo 2014


Cos’è peggio, un insensato omicidio colposo o un omicidio premeditato? Cosa è più efferato, l’uccidere gratuitamente a causa di un errore di identità o un omicidio gratuito senza errori di identità?

L’esercito israeliano (IDF) ha risposte certe a queste domande, a riprova del proprio sistema di principi.

Non sono le circostanze dell’uccisione, quanto piuttosto esclusivamente l’identità delle vittime che stabiliscono la sua [dell’ omicidio] tipologia.

Se l'esercito israeliano pretende di essere “guidato da principi morali”, e questi sono i suoi principi, allora sarebbe meglio non avere tali pretese come prioritarie. Il capitano Tal Nachman, Yusef un Shawamreh e Samir Awad non non si sono mai incontrati né da vivi né da morti.

Tutti e tre devono aver avuto sogni e progetti per il futuro, famiglie che gli volevano bene e amici solidali.

Solo il loro unico, terribile destino li ha uniti, e solo per un attimo: tutti e tre sono stati uccisi dall'esercito israeliano, senza alcun motivo.

Nachman, 21enne, di Nes Tziona; Shawamreh, 14enne, di Deir al-'Asal al-Foqa e Awad,16enne, di Budrus, sono stati vittime della politica del grilletto facile dell’IDF.

Nachman è morto circa due mesi fa, nei pressi della barriera al confine con Gaza; Shawamreh è morto dieci giorni fa, vicino alla barriera di separazione in Cisgiordania sul monte Hebron, e Awad è morto circa 15 mesi fa a Budrus, nei pressi della barriera.

Tutti e tre sono stati uccisi in un agguato: Nachman dopo che i soldati hanno notato un movimento sospetto senza preoccuparsi di identificarlo; Shawamreh quando è entrato in Israele attraverso un buco nella recinzione effettuato almeno due anni prima, per raccogliere delle piante selvatiche sul campo della sua famiglia; e Awad dopo aver attraversato un buco simile, per una sfida tra amici. Nessuno di loro meritava di morire. I due palestinesi erano disarmati e non costituivano pericolo per nessuno.

Shawamreh è stato colpito da solo qualche decina di metri e, secondo un rapporto di B'Tselem - il Centro di Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati - è morto dissanguato, in attesa di un'ambulanza che ha impiegato circa 30 minuti per arrivare. Awad è stato per prima colpito e ferito, intrappolato tra due recinzioni; quando ha cercato di fuggire in direzione del suo villaggio, i soldati gli hanno sparato altre due volte, a distanza ravvicinata, alla testa e alla spalla, uccidendolo.

Un ufficiale del Comando Centrale dell'IDF ha definito l'evento come "non positivo."

Positivo o no,vediamo come l'IDF ha affrontato questi tre episodi, due dei quali forse sono crimini di guerra.

La scorsa settimana, circa due mesi dopo l'uccisione accidentale di Nachman, il Capo di Stato Maggiore dell’IDF, Gen. Benny Gantz, ha annunciato l’allontanamento di alcuni soldati e ufficiali che sono stati coinvolti nell'incidente.

Secondo un'indagine dell’IDF - che ovviamente è stata subito realizzata - ci sono stati "errori nella pianificazione e nell'esecuzione dell’ operazione" che hanno portato alla tragica uccisione di Nachman. Le morti dei due ragazzi palestinesi non erano meno tragiche, ma nei loro casi "l'inchiesta non è ancora stata completata," nessun "errore" è stato riconosciuto, e nessuno è stato allontanato o indagato. Nachman è stato elogiato dal capo di stato maggiore - "Abbiamo perso una persona meravigliosa" - ma forse anche le famiglie Awad e Shawamreh hanno perso delle persone meravigliose.

Quindici mesi dopo la morte di Awad, alla fine della scorsa settimana il padre, Ahmad Awad, ha inoltrato una petizione all'Alta Corte di Giustizia, insieme a B'Tselem, chiedendo che il procuratore generale militare, il Gen. di Brigata Dany Efroni, decidesse se processare i soldati che avevano sparato al figlio o chiudere il caso.

L'IDF sostiene che l'indagine è "complessa", la formula tipica per insabbiare casi [del genere]. L'inchiesta sulla morte di Shawamreh sicuramente avrà lo stesso destino. Che cosa c’è di così complesso nell’indagine sulle circostanze della morte di Awad? Ho visitato la scena due giorni dopo che fu ucciso, le macchie di sangue sulle rocce erano ancora fresche. Gli amici [che erano] con lui in quel momento mi hanno fatto vedere dove ha cercato di fuggire, prima di essere ucciso.

Persino l'ufficiale che ha detto che l'incidente non era "positivo" deve aver saputo di cosa stesse parlando. Ma la polvere si sta depositando sul fascicolo.

Shawamreh è morto in circostanze analoghe, perché nessuno è stato punito per la morte di Awad. Questo è il messaggio "del principio morale" per i soldati: è lecito versare il sangue di adolescenti palestinesi, nessuno di voi sarà allontanato ed anzi potreste persino essere promossi - perché funziona così nell'esercito più morale del mondo.


(traduzione di Carlo Tagliacozzo)

sabato 12 aprile 2014

Tutti i rischi del Trattato transatlantico

di Dario Guarascio
Diritto del lavoro, ogm, sanità, ambiente, proprietà intellettuale e energia: tutte le conseguenze del trattato di libero scambio che Usa e Ue vogliono approvare
L’obiettivo dichiarato del Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip) è quello di costruire la più grande area di libero scambio al mondo attraverso l’eliminazione delle barriere, tariffarie e non, che ancora limitano i flussi commerciali tra Europa e Usa. Le previsioni ufficiali in merito ai presunti benefici associati al Ttip non sembrano però esaltare, a fronte della brusca deregolamentazione di cui il Trattato è foriero. È già riscontrabile una divaricazione tra quanto affermano i report ufficiali e gli studi commissionati dalle lobby interessate (la Commissione ha recentemente ridimensionato i dati già forniti ad uno 0.1% di crescita del Pil per entrambe le parti coinvolte nell’accordo, che equivarrebbe ad una crescita risibile dello 0.01% annuo su di un orizzonte di dieci anni. Dettagli su: www.opendemocracy.net/ourkingdom/clive-george/whats-really-driving-eu-us-trade-deal).
Ciò che preoccupa maggiormente però è l’assenza, a parte alcune meritorie eccezioni come Attac!, S2B Network e la rete Sbilanciamoci, di una intensa campagna che informi in merito alle conseguenze sociali ed ambientali che un trattato come questo potrebbe produrre. L’obiettivo dei negoziatori è quello di armonizzare le rispettive regolamentazioni in materia di commercio internazionale. Il riferimento nient’affatto implicito è alle differenze che tuttora intercorrono tra Ue ed Usa nelle regole in materia di protezione sanitaria, alimentare, di diritto d’autore e del lavoro. Parlare semplicisticamente di “armonizzazione”, tuttavia, può apparire perlomeno riduttivo se si adotta una prospettiva che identifica in quei “..costi e ritardi non necessari e dannosi per le imprese..” delle conquiste di civiltà irrinunciabili per chi ambisce ad un mondo più giusto e sostenibile dal punto di vista ambientale. È noto infatti come in molti ambiti gli standard Ue, basati sul principio di precauzione, siano più stringenti di quelli Usa ed uno scivolamento verso i livelli di deregolamentazione americani diverrebbe la conseguenza più naturale del Ttip. Si starebbero in questo modo realizzando le ambizioni che le organizzazioni di impresa hanno ripetutamente manifestato negli anni recenti (http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2012/july/tradoc_149720.pdf )
Il primo blocco di diritti ad essere minacciato sono quelli a protezione del lavoro. Potrebbe non essere remota la possibilità che una normativa analoga al “Rights to Works” americano, ribattezzata dai sindacati statunitensi l’Anti-Unions-Act (Greenhouse, S. “States seek laws to curb power of unions”. NYT 3 January, 2011), si affacci con sembianze analoghe anche in Europa. La sostanza liberista di una normativa di questo tipo verrebbe ad alimentare una rinnovata concorrenza al ribasso fra i lavoratori sui loro diritti e le loro retribuzioni. Si tratta esattamente della logica in virtù della quale i recenti governi di emergenza italiani hanno messo mano, flessibilizzandola, alla legislazione in materia di lavoro augurandosi di avere in cambio un salvifico ed ingente afflusso di capitali internazionali.
La conseguenza immediata di un superamento de facto del principio di precauzione sarebbe l’ineffettività di gran parte delle normative europee sulla sostenibilità ambientale. Una delle maggiori fonti di rischio in questo senso è il cosiddetto shale-gas, o “fracking-gas” dalla particolare tecnica estrattiva che contraddistingue questi idrocarburi. Questa tecnica richiede l’uso di una procedura ritenuta letale per le falde acquifere ed il suolo sottostante i giacimenti e le zone ad essi limitrofe. L’approvazione del Ttip potrebbe, anche in questo caso, spalancare le porte dell’Europa (Polonia, Francia e Danimarca sembrano essere le regioni con le più ricche di shale-gas) alle imprese americane del settore le quali potrebbero efficacemente sfruttare i vantaggi competitivi dati da una tecnologia che perfezionano in patria da più di dieci anni.
Non meno importanti sono le limitazioni che la Ue impone all’uso ed all’importazione degli Ogm e delle carni trattate con ormoni o sterilizzate tramite l’uso di cloro. Le barriere che secondo Max Baucus, attuale presidente della Commissione Finanze del Senato Americano, “..non sono in linea con le attuali posizioni della comunità scientifica internazionale..” sono quelle che sino ad oggi hanno parzialmente impedito che prodotti di questo tipo fossero diffusi sui campi o nei supermercati europei. Inoltre, una brusca eliminazione delle tradizionali barriere commerciali esporrebbe le imprese agricole europee alla concorrenza dell’agri-businness statunitense forte di una concentrazione di mercato imparagonabile a quella europea (2 milioni di imprese agricole negli Usa contro 13 milioni nella Ue).
Il Ttip potrebbe concretamente rappresentare il tentativo di reintrodurre ciò che è stato respinto dal Parlamento europeo nel 2012. Si tratta del Anti Counterfeiting Trade Agreement (Acta), un accordo in materia di proprietà intellettuale tentato senza successo tra Ue ed Usa. A spingere i parlamentari europei ad esprimersi contro l’Acta è stata la duplice implicazione che lo stesso avrebbe avuto, ovvero quella di limitare in modo rilevante il libero accesso alla conoscenza sul web e di dare un potere enorme nella gestione dei dati personali alle imprese del settore.
Una particolare attenzione andrebbe poi riposta sui rischi che gravano sul settore sanitario europeo che rischia di trasformarsi in terreno di conquista per le grandi imprese americane. Così come le norme ambientali europee ci hanno sin qui tutelato dagli Ogm e dalle carni trattate, il Reach (Regulation on Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals, entrato in vigore il 1° giugno 2007 con lo scopo di regolamentare il mercato dei prodotti chimici nella Ue) ha consentito ai cittadini di tutelarsi dall’invasione di prodotti farmaceutici che per le autorità europee sono potenzialmente nocivi per la salute umana e animale. Grazie al Ttip, nondimeno, nascerebbe la possibilità per le imprese, qualora volessero contestare una regolamentazione statale o comunitaria troppo stringente, di rivolgersi ad un organismo arbitrale terzo dotandosi così di un potente mezzo per il contrasto di politiche e leggi democraticamente adottate ma divergenti dalle loro strategie aziendali.
I rappresentanti della grande finanza stanno chiedendo agli estensori del Ttip di prevedere esplicitamente una “disciplina” per la regolamentazione della finanza da parte degli Stati (vedi qui). Ciò significherebbe in termini concreti una limitazione alla dimensione ed alla pervasività della regolamentazione finanziaria nei due blocchi. L’ambiguità di questo metodo di redazione del Trattato potrebbe essere foriera di una nuova diffusione di massa degli eredi di quegli strumenti finanziari protagonisti del crack della Lehman Brothers.
La breve sintesi fornita rispetto a quanto hanno in mente gli estensori del Ttip allarmerebbe chiunque non fosse un lobbista o un percettore di dividendi da parte di un impresa multinazionale. Per i cittadini europei la sfida è però duplice. Le urne francesi hanno segnalato il raggiungimento di un livello critico di sopportazione da parte dei cittadini per i metodi antidemocratici che guidano le decisioni delle istituzioni europee. Appare chiaro come un futuro diverso da quello che ha caratterizzato gli ultimi anni non possa che passare per una riforma radicale delle istituzioni e delle prospettive della Ue. Da questo punto di vista il Ttip appare un emblema ed una sintesi di quei “valori” che hanno condotto l’occidente, e l’Europa in particolare, nella situazione di crisi in cui ancora versa. Una discussione profonda, pubblica e democratica rispetto ai contenuti del Ttip non potrà non essere un punto fermo della campagna per le imminenti elezioni europee che si profilano come un crocevia fondamentale per il nostro futuro.

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