Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

mercoledì 16 luglio 2014

Grecia: paradiso venduto = paradiso perduto


elafonissos

fonte 

Possibile che il mare, la bellezza della natura e la storia che si respira in migliaia di siti archeologici sparsi lungo i 15 mila chilometri di coste ancora poco cementificate della Grecia possano diventare proprietà privata di pochi? Pare di sì! Negli scorsi mesi nell’arcipelago greco delle Ioniche, tutto il braccio nord-sud dell’isola di Meganisi è stato venduto a uno dei maggiori banchieri americani per costruire ville e villaggi. Skorpio è stata comprata per 100 anni da un russo come le isole a nord di Itaca e in questo caso “sul fondo” pare ci sia anche il petrolio. Lo sceicco Hamad bin Khalifa Al-Thani, dopo il recente acquisto dell’isolotto greco di Oxia, nel Mare Ionio, sta pensando di acquistare altre sette isole situate nell’arcipelago delle Echinadi, sempre nello Ionio. Ma non basta. La crisi non molla, la Troika preme e allora l’Ente ellenico per la valorizzazione delle proprietà dello Stato (Taiped) mette in vendita altre 110 spiagge e per renderle ancora più appetibili il Governo greco sta varando una legge che permetterà di costruire direttamente in vicinanza del mare quando non addirittura dentro il mare.
Un autentico furto di beni comuni alla luce del sole orchestrato dal Taiped, un ente creato dallo Stato greco (su consiglio della Troika) incaricato di “valorizzare” o meglio monetizzare i beni pubblici e gestire le vendite di spiagge, isole, siti archeologici e lotti di terreno in generale, nel quadro del maxi piano di privatizzazioni lanciato per rimborsare i 240 miliardi di euro di prestiti accordati dal 2011 al Paese, stremato dalle misure di austerità imposte dai creditori internazionali. Misure che hanno consentito al governo di centrodestra di Antonis Samaras di riprendere le redini delle finanze greche con il ritorno sui mercati internazionali dopo quattro anni di esilio grazie a un surplus di bilancio dello 0,8% del Pil. Ma a che costo? Questo: l’Argolida e in generale tutto il Peloponneso sono stati presi particolarmente di mira e tra gli ultimi paradisi messi in vendita ci sono finite adesso anche alcune delle più belle spiagge del Mediterraneo, come per esempio Aghios Prokopios sull’isola di Naxos e 175 acri delle spiagge gemelle di Sarakiniko e Simos sull’isola di Elafonisos (Isola dei cervi), venti chilometri quadrati situati a 300 metri dalla costa meridionale del Peloponneso e abitati da circa 1.500 persone.
Lo scorso anno, il quotidiano britannico The Guardian mise Elafonisos al primo posto in una lista delle 10 migliori isole con le più belle spiagge della Grecia, mentre la rivista tedesca Geo-Saison ha definito l’isola “un paradiso sulla terra” eppure le parole d’ordine dell’Ente greco pare siano chiare: “Bisogna vendere queste terre – ha detto un dipendente del Taiped a GreekReporter – dite alla Russia e al Qatar di fare in fretta!” perché “Siamo come una casalinga in bancarotta che è costretta a vendere il suo argento per salvare la propria famiglia” ha drammaticamente sintetizzato una sua collega. Ma i residenti e varie organizzazioni ambientaliste greche e internazionali protestano contro la vendita di una parte di questa bellissima isola sostenendo che l’area è sotto la protezione del programma europeo Natura 2000 a causa delle numerose specie vegetali endemiche esistenti sulle spiagge dell’isola e in tutta Elafonisos. Abitanti ed ecologisti ritengono inoltre che lo sfruttamento turistico incontrollato dell’isola non violerebbe soltanto ecosistema e tradizioni, ma finirebbe per danneggiare la stessa economia locale. “Fino ad oggi, infatti, abitazioni, attività e piccole strutture ricettive si concentravano nell’area del porto, lasciando intatto il fascino vergine dell’Isola, ma se si moltiplicassero residenze private e grandi hotel su queste spiagge che abbiamo voluto mantenere selvagge – ha spiegato il sindaco di Elafonisos Panagiotis Psaromatis in una lettera inviata al presidente del Taiped e al ministro delle Finanze greco, Yiannis Stournaras – i visitatori sarebbero i primi a fuggire […]. Per questo continueremo a proteggere, con tutti i mezzi a nostra disposizione, il nostro unico e fragile ambiente naturale”.
A sostegno della comunità locale di Elafonissos lo scorso 24 giugno è avvenuta anche la prima occupazione pacifica e simbolica dell’isola. A dire no alla vendita delle isole e delle spiagge esponendo un grande striscione con la scritta: This Island Is Ours è stata Mediterranea un ketch armato a cutter di 60 piedi con il suo equipaggio capitanato da Simone Perotti (l’autore tra gli altri di Adesso Basta e Uffico di Scollocamento) salpati lo scorso 17 maggio da S. Benedetto del Tronto per dare vita ad un progetto nautico, culturale, scientifico, di relazione tra i popoli del Mediterraneo lungo 5 anni. Con questa azione dimostrativa Progetto Mediterranea intende sostenere la campagna “Protect the Greek coastline” per il boicottaggio delle spiagge a pagamento e per la tutela del mare come bene comune e ha deciso di ospitare sul suo sito anche la petizione on line di Maria Peteinaki, architetto, co-portavoce del partito dei verdi ecologisti in Grecia, fondatrice di Alternative Tours Athens, animatrice del Falafel Networ, promotrice del movimento degli orti urbani e in questo momento impegnata nel far conoscere la battaglia delle comunità greche nella difesa del proprio patrimonio naturale e culturale.
Nella lista del Taiped, infatti, oltre alle spiagge da sogno ci sono anche siti archeologici di rilevante valore, come il castello di Akronafplia, situato nella parte più storica e panoramica della città di Nafplio. Si tratta di una grossa area archeologica nelle cui antiche mura si possono riconoscere le varie epoche della storia a partire dalle ciclopiche costruzioni micenee, per passare al medioevo e all’intervento che rimane tutt’ora il più visibile, quello che durante l’occupazione veneziana trasformo questo vecchio insediamento in una fortezza. Tutt’attorno spiagge destinate ad essere vendute per far spazio a costruzioni turistiche private che, organizzate in enormi aree con al loro interno tutto ciò che può interessare ad un turista, rischiano di mettere definitivamente in ginocchio l’economia locale, perché tutti i soldi verranno raccolti in un unica tasca, quella dell’investitore (quasi sicuramente straniero) che godrà di un trattamento fiscale privilegiato, come prevede già una recente legge del governo Samaras.
L’impressione è che, se non sarà fermata, la svendita del patrimonio naturale e culturale della Grecia possa alla lunga portare ad un’ulteriore perdita di lavoro e di diritti sindacali, realtà fondamentali che si possono riconquistare e ricostruire solo se anche i beni comuni dei greci non saranno privatizzati e persi per sempre. Così in un Paese che ha forgiato il proprio destino sulla cultura e dove il libero accesso al mare è un diritto sancito dalla Costituzione si riaccende il dibattito sulle contraddizioni di un modello di sviluppo e di “salvataggio” economico che non tiene conto di vincoli ambientali e culturali e aggiunge tensione a un quadro sociale già esasperato.
unimondo.org

GRECIA: PROVE TECNICHE DI SCHIAVITU’? LA TROIKA HA CHIESTO AL GOVERNO DI VIETARE IL DIRITTO ALLO SCIOPERO


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Sempre più tesa la situazione in Grecia dove questa mattina i rappresentanti della troika (Ue, Bce e Fmi) hanno in programma stamani un incontro con il ministro del Lavoro greco Yannis Vroutsis per sollecitare al governo ellenico di realizzare delle riforme a cominciare dalla modifica della legislazione in materia di sindacati e dei requisiti per la proclamazione e l’attuazione di uno sciopero.
Come riporta l’Ansa, citando dei quotidiani locali, l’argomento è oggetto di una controversia in quanto sia le opposizioni che lo stesso partito socialista Pasok che forma la coalizione di governo hanno contestato fortemente la possibilità di apportare modifiche in questi settori.
Secondo la Commissione UE, il governo greco deve garantire il diritto al lavoro, la promozione di relazioni costruttive tra i partners ed evitare interruzioni non necessarie al funzionamento delle imprese, pur assicurando che i sindacati agiscano in conformità con le normative internazionali.
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Il “regime di totalitarismo di tipo obliquo” imposto ad Atene secondo Panagiotis Grigoriou
Nel suo intervento per la Conferenza “Un’Europa senza euro” tenutosi a Roma sabato 12 aprile e organizzato da A-simmetrie, l’antropologo greco Panagiotis Grigoriou descrive la situazione sociale drammatica in corso in Grecia utilizzando il paragone che si ha in tempo di guerra, dove esiste un prima e dopo guerra.
Nella Grecia di oggi la padronanza del tempo è stata distrutta, tanto che i cittadini non possono prenotare più un viaggio o un prepensionamento. Tutto quello che accade è stato già deciso altrove e Atene deve solo adempiere.
I dati sono drammatici e noti ricorda Panagiotis: il Pil ha perso un quarto del suo valore e, con il 30% di disoccupazione - 65% quella giovanile – si tratta di una vera e propria guerra: la troika dal maggio del 2010 per mezzo del “sistema politico per satelliti” ha concentrato il suo potere e occupato tutti gli aspetti della vita quotidiana del paese, anche quelli più futili. In Grecia si parla ormai di regime del Memorandum: partita come entità intangibile, la troika è riuscita a imporre un “programma di deterioramento che ha creato un modello antropologico d’attuazione di un uomo nuovo”. Un uomo nato dalla modifica della vita quotidiana per il dimezzamento degli stipendi, se sono ancora pagati, i pignoramenti e sequestri - la “spoliazione dei beni simile a quelli durante la guerra” – l’abolizione dei contratti di lavoro collettivi e, infine, un sistema sanitario al collasso. Tutto questo è avvenuto simultaneamente e i rapporti umani sono divenuti antropofagici.
In Grecia, prosegue Panagiotis, si ha una “nuova socializzazione causata dalla crisi”, un nuovo modo di sopravvivere che è come una sconfitta, come ad esempio un ritorno a riscaldare la casa con la legna. Una sconfitta per cui la gente muore. Il numero dei suicidi è, infatti, enorme: ogni persona conosce nel suo gruppo di amici o nucleo familiare allargato delle persone che hanno deciso di togliersi la vita per la mancanza di visione del futuro. “Non sono solo numeri, cifre ma barriere endemiche di una società”. I rapporti tra vita e morte non sono più gli stessi dall’avvento della troika.
Ha senso una divisione tra destra e sinistra dopo un tale shock della società?, chiede Panagiotis. Il regime oggi in Grecia è chiaramente contro-costituzionale: la Costituzione non viene più considerata. Con due articoli, il Memorandum ha distrutto centinaia di pagine di legislazioni frutto di lotte sindacali e diritti sociali acquisiti. Il problema è che se i cittadini si occupano della loro sopravvivenza non sono interessati a questi cambiamenti politici e si consolida la “Vassalizzazione del paese” e la parte visibile dell’iceberg è la Germania.L’antropologo compie poi un bel parallelo della situazione attuale della Grecia con la “Colonizzazione degli Stati Uniti d’America”, dove gli europei non hanno trovato un ambiente selvaggio, ne hanno creato uno“. Ma il problema non è solo economico e non è solo in Grecia – Pangiotis dichiara di vedere a Roma quello che vedeva a Atene nel 2009 – dove è stato introdotto un “regime di totalitarismo di tipo obliquo”: si tratta di una novità che sta nascendo in Europa sotto impulso delle elite che stabiliscono un totalitarismo (neo Europa), un nuovo mondo frutto di un caos organizzato e una nuova visione del futuro sulla padronanza: “può durare anni, decenni ma in ogni caso credo sia difficile capire cosa accadrà”.Come cambiare lo stato attuale delle cose?, si domanda a conclusione del suo intervento. Devono cambiare le coscienze soprattutto nei paesi centrali dell’Ue – Francia, Germania e Italia – gli unici a poter imprimere un cambiamento. La visita blindata di Angela Merkel a Atene, come ogni volta che una personalità tedesca arriva in Grecia, dimostra come le relazioni tra i due paesi sono evoluti in qualcosa di diverso. Si tratta di una fase successiva della storia europea.

domenica 13 luglio 2014

Gaza, un gruppo di cooperanti: “Questa guerra è più importante dei Mondiali”

Fonte: redattoresociale.it                                  
 
“Basta con chi pensa che una partita di pallone sia più importante di un’intera popolazione inerme sotto le bombe. Basta far finta di non vedere”. Sono le parole di un gruppo di cooperanti italiani che operano a Gaza, che in una lettera aperta (non firmata anche per motivi di sicurezza) esprime le loro perplessità anche in merito a certe scelte mediatiche che, in tempi di Mondiali di calcio, tendono a mettere in secondo piano l’offensiva su Gaza. “Basta con chi dà del terrorista a un’intera popolazione senza mai aver voluto ascoltare le voci di Gaza – continua la lettera - Basta coi giornalisti che scrivono articoli comodamente seduti da casa o dalle redazioni a Roma e Milano. Basta con l’equidistanza a tutti i costi. Basta con le condanne bipartisan e con le parole misurate”. E’ la denuncia contenuta nella lettera aperta di un gruppo di cooperanti italiani che opera nella Striscia di Gaza, dove i bombardamenti hanno già provocato almeno 120 vittime.
“Non possiamo restare silenti dinanzi a un attacco armato indiscriminato verso una popolazione che non ha rifugi, posti sicuri o possibilità di fuga – continua la lettera - Una popolazione strangolata economicamente e assediata fisicamente, rinchiusa in una prigione a cielo aperto. Non possiamo far finta di nulla. Noi Gaza la conosciamo perché ci lavoriamo, perché la viviamo e lì abbiamo imparato cos’è la sofferenza, ma anche la resistenza. E non parliamo di lancio di razzi: per i circa due milioni di persone che risiedono a Gaza, che vivono da 48 anni sotto occupazione, dimenticate dal mondo, che piangono morti che sono sempre e solo numeri, che subiscono interessi politici sempre più importanti della vita umana... resistere è essere capaci, nonostante tutto, di andare avanti. Gaza ci ha insegnato semplicemente la dignità umana. Siamo qui e ci sentiamo inermi e, ancora una volta, esterrefatti perché continuiamo a leggere articoli di giornale che a nostro avviso non rispecchiano la realtà. Non raccontano lo squilibrio tra una forza occupante e una popolazione occupata. Enfatizzano la paura israeliana dei razzi lanciati da Gaza, che condanniamo ma che, fortunatamente, non hanno procurato morti e riducono a semplici numeri le oltre 100 vite spezzate a causa dei bombardamenti Israeliani in meno di tre giorni. Tutto ciò che scriviamo non è frutto di opinioni personali o giudizi morali; è sancito e ribadito dai principi del diritto internazionale e del diritto umanitario internazionale, che muovono il nostro operato ogni giorno".
“Riteniamo inaccettabile – prosegue la lettera - che la risposta all’omicidio dei tre coloni, avvenuto in circostanze ancora ignote, sia l’indiscriminata punizione di una popolazione civile indifesa: il diritto umanitario vieta le punizioni collettive - definite crimini di guerra dalla IV Convenzione di Ginevra (art. 33). Israele ha addossato la responsabilità ad Hamas, attaccando immediatamente la Striscia, causando la risposta dei gruppi palestinesi con il lancio di missili su Israele. Il governo israeliano sostiene di voler colpire gli esponenti di Hamas e le sue strutture militari. E’ davanti agli occhi di tutti che ad essere colpiti finora sono soprattutto bambini e donne. Basta con lo scrivere che Israele reagisce ai missili da Gaza, la verità per chi vuol vederla e i numeri, se non interpretati con slealtà, sono chiari. Dall’8 luglio, inizio dell’operazione militare “Protective Edge”, Israele ha bombardando 950 volte la Striscia, distruggendo deliberatamente oltre 120 case , (violando l’articolo 52 del Protocollo aggiuntivo I del 77 della convenzione di Ginevra), uccidendo 102 persone (inclusi 30 minori 16 donne,15 anziani e 1 giornalista) ferendo oltre 600 persone, di cui 50 in condizioni molto gravi. Oltre 900 persone sono rimaste senza casa, 7 moschee, 25 edifici pubblici, 25 cooperative agricole, 7 centri educativi sono stati distrutti e 1 ospedale, 3 ambulanze, 10 scuole e 6 centri sportivi danneggiati. Dall’altro lato, il lancio di razzi da Gaza, secondo il Magen David Adom (servizio emergenza nazionale israeliano), ha causato 123 feriti di cui: 1 ferito grave; 2 moderati; 19 leggeri; 101 persone che soffrono di shock traumatico. Di fronte a questi numeri ci sembra intollerabile la non obiettiva copertura di gran parte della stampa internazionale e nazionale , dell’attacco israeliano verso la Striscia di Gaza. Per questo riteniamo necessario prendere posizione e ribadire la necessità di riportare l’informazione, sullo scenario militare in corso, alle dovute proporzioni. “Ci appelliamo infine – si conclude la lettera - ai responsabili politici in causa e a quanti possano agire da mediatori, affinché le operazioni militari cessino immediatamente e perchè si ponga fine all’assedio nella Striscia di Gaza”.
Nel frattempo, sono sempre più costanti i rapporti tra le ong e il consolato italiano , che richiede cautela e ha invitato le associazioni a restare lontano dall’area. "Non sempre l'accesso alla Strisica è possibile, oltre al fatto che i continui bombardamenti su case e civili impediscono i movimenti interni e quindi, anche per chi rimane dentro, è impossibile coordinare le attività. Il rischio potrebbe essere che, proprio nel momento in cui c’è più bisogno, i civili di Gaza possano restare senza alcuni aiuti fondamentali, forniti anche attraverso la cooperazione italiana" - conclude la lettera -. Sono sette le associazioni italiane che operano sul territorio e coinvolgono una decina di cooperanti. Si tratta di Terre des Hommes Italia, Ciss, Acs EducaAid, Oxfam Italia, Gvc, Vento di Terra.

Altro che Troika!!


venerdì 11 luglio 2014

Patto Renzi-Berlusconi, il modello “super-premier” senza opposizione

Le riforme in 10 punti: dall'Italicum all'elezione del capo dello Stato, passando per informazione e immunità parlamentare; se il pacchetto istituzionale passerà diventa quasi certa la "svolta autoritaria" paventata dai giuristi di Libertà e Giustizia, senza più opposizione nè controlli
 
Renzi - Berlusconi
Unendo i puntini delle varie riforme vaganti tra governo e Parlamento, costituzionali e ordinarie, ma anche di certe prassi quotidiane passate sotto silenzio per trasformarsi subito in precedenti pericolosi, come le continue interferenze del Quirinale nell’autonomia del Parlamento, della magistratura e della stampa, viene fuori un disegno che inquieta. Una democrazia verticale, cioè ben poco democratica: sconosciuta, anzi opposta ai principi ispiratori della Costituzione, fondata invece su un assetto orizzontale in ossequio alla separazione e all’equilibrio dei poteri. Ce n’è abbastanza per dare ragione all’allarme inascoltato dei giuristi di Libertà e Giustizia sulla “svolta autoritaria”.
All’insaputa del popolo italiano, mai consultato sulla riscrittura della Costituzione, e fors’anche di molti parlamentari ignoranti o distratti, il combinato disposto di leggi, decreti e prassi – di per sé all’apparenza innocue – rischia di costruire un sistema illiberale e piduista fondato sullo strapotere del più forte e sul depotenziamento degli organi di controllo e garanzia. Il pericolo è una dittatura della maggioranza (“democratura”, direbbe Giovanni Sartori) a disposizione del primo “uomo solo al comando” che se ne impossessa, diventando intoccabile, incontrollabile, non contendibile, dunque invincibile. Vediamo come e perché. Nella speranza di suscitare un dibattito fra i lettori e nel Palazzo. Prima che sia troppo tardi.
1. CAMERA La legge elettorale Italicum made in Renzi, Boschi, Berlusconi e Verdini conferma le liste bloccate (incostituzionali) del Porcellum, con la sola differenza che saranno un po’ più corte. La sostanza è che i 630 deputati saranno ancora nominati dai segretari dei partiti maggiori. Quelli medio-piccoli invece resteranno fuori da Montecitorio grazie a soglie di sbarramento spropositate: 4,5% per quelli coalizzati, l’8% per quelli che corrono da soli e il 12% per le coalizioni. Per ottenere subito il premio di maggioranza, il primo partito (o coalizione) deve raccogliere almeno il 37% dei voti: nel qual caso gli spetta il 55% dei seggi, pari a 340 deputati. Se invece nessuno arriva al 37%, i primi due classificati si sfidano al ballottaggio e chi vince (con almeno il 51%, è ovvio) incassa 327 deputati. Cioè: chi ha meno voti (37% o più) ha più seggi e chi ha più voti (51% o più) ha meno seggi. Una follia. Ma non basta: prendiamo una coalizione con un partitone al 20% e cinque partitini al 4% ciascuno. Totale: 40%, con premio al primo turno. Siccome nessuno dei partitini alleati supera il 4,5%, il partito del 20% incamera il 55% dei seggi. E governa da solo, confiscando il potere legislativo, che di fatto coincide con l’esecutivo a colpi di decreti e fiducie.
2. SENATO Con la riforma costituzionale, il “Senato delle Autonomie” sarà formato da 100 senatori non eletti: 95 saranno scelti dai consigli regionali (74 tra i consiglieri e 21 tra i sindaci) e 5 dal Quirinale (più i senatori a vita). Sindaci e consiglieri scadranno ciascuno insieme alle rispettive giunte comunali e regionali, trasformando Palazzo Madama in un albergo a ore: andirivieni continuo e maggioranze affidate al caso, anzi al caos. Di norma anche il Senato sarà appannaggio della maggioranza di governo. E comunque non potrà più controllare l’esecutivo: i senatori non voteranno più la fiducia né saranno chiamati ad approvare, emendare, bocciare le leggi. Esprimeranno solo pareri non vincolanti, salvo per le norme costituzionali. E seguiteranno a eleggere con i deputati il capo dello Stato e i membri del Csm e della Consulta di nomina parlamentare.
3. OPPOSIZIONE Nell’unico ramo del Parlamento ancora dotato del potere legislativo, cioè la Camera, i dissensi interni ai partiti di governo potranno essere spenti con il metodo Mineo e Mauro: chi non garantisce il voto favorevole in commissione alle leggi volute dall’esecutivo sarà essere espulso e sostituito da un soldatino del premier. Quanto al dissenso esterno, i partiti di opposizione saranno in parte decimati dalle soglie dell’Italicum. Per i superstiti, la riforma costituzionale disarma le minoranze istituzionalizzando la “ghigliottina” calata dalla presidente Laura Boldrini contro il M5S che tentava di impedire la conversione in legge del decreto-regalo alle banche: corsia preferenziale per i ddl e i dl del governo, che andranno subito all’ordine del giorno per essere approvati entro due mesi, con sostanziale divieto di ostruzionismo e strozzatura degli emendamenti.
4. CAPO DELLO STATO Malgrado lo snaturamento del Senato, che finora contribuiva per 1/3 all’Assemblea dei mille grandi elettori (nel 2013 erano 319 senatori, 630 deputati e 58 delegati regionali) e in futuro sarà relegato al 10%, nessuna modifica è prevista per l’elezione del presidente della Repubblica. Quindi potrà sceglierselo il premier (anche se ha preso soltanto il 20% dei voti) dopo il terzo scrutinio, quando la maggioranza dei 2/3 scende al 51%. Forte del 55% dei deputati da lui nominati, gli basteranno 33 senatori per raggiungere la maggioranza semplice dell’Assemblea e mandare al Quirinale un suo fedelissimo. Il che trasforma il ruolo di “garanzia” del Presidente in una funzione gregaria del governo e della maggioranza: il capo del primo partito si sceglie il capo dello Stato che poi lo nomina capo del governo e firma i suoi ministri e poi le sue leggi e decreti. Inoltre, dopo il precedente “monarchico-presidenzialista” di Napolitano, a colpi di invasioni di campo, il nuovo inquilino del Quirinale potrà arrogarsi enormi poteri d’interferenza in tutti i campi, giustizia in primis.
5. CORTE COSTITUZIONALE Se tutto cambia nella selezione di deputati e senatori, nulla cambia nell’elezione dei giudici costituzionali. Chi va al governo con l’Italicum (anche col 20% dei voti) controllerà direttamente o indirettamente ben 10 dei 15 giudici costituzionali: i 5 nominati dal Parlamento e i 5 scelti dal capo dello Stato (gli altri 5 li designano le varie magistrature). Così, occupati i poteri esecutivo e legislativo, il premier espugna anche il supremo organo di garanzia costituzionale. E sarà molto difficile che la Consulta possa ancora bocciare le leggi incostituzionali, o dare torto al potere politico nei conflitti di attribuzione con gli altri poteri dello Stato.
6. CSM E MAGISTRATI Anche la norma del governo Renzi che anticipa la pensione dei magistrati dagli attuali 75 anni a 70 può diventare una lesione dell’indipendenza della magistratura. Il risultato infatti è la decapitazione degli uffici giudiziari, guidati perlopiù da magistrati ultrasettantenni. E i nuovi capi di procure, tribunali e Cassazione li nominerà il nuovo Csm, che sarà eletto nei prossimi giorni: per 2/3 (membri togati) dai magistrati e per 1/3 (membri laici). I laici, dopo l’accordo Renzi-Berlusconi, saranno tutti (tranne forse uno indicato dai 5Stelle) di osservanza governativa. Tra questi verrà poi scelto il vicepresidente, indicato dal premier, mentre il presidente sarà Napolitano e poi il suo successore, anch’egli di stretta obbedienza renziana. Così i nuovi vertici della magistratura li sceglierà il Csm più “governativo” degli ultimi 40 anni, previo “concerto” del ministro della Giustizia Orlando. Ad aumentare l’influenza politica c’è poi il progetto ideato da Violante e ventilato da Renzi di togliere al Csm i procedimenti disciplinari di secondo grado per far giudicare i magistrati da un’Alta Corte nominata per 1/3 dal Parlamento e per 1/3 dal Quirinale, cioè a maggioranza partitica.
7. PROCURATORI E PM Per normalizzare le procure della Repubblica non c’è neppure bisogno di una legge: basta la lettera di Napolitano al vicepresidente del Csm Vietti che ha modificato il voto del Csm sul caso Bruti Liberati-Robledo e ha imposto una lettura molto restrittiva dell’ordinamento giudiziario Mastella-Castelli del 2006-2007: il procuratore capo diventa il padre-padrone dell’azione penale e dei singoli pm, che vengono espropriati della garanzia costituzionale di autonomia e indipendenza “interna” (contro le interferenze e i soprusi dei capi). Secondo il Quirinale, “a differenza del giudice, le garanzie di indipendenza ‘interna’ del Pm riguardano l’Ufficio nel suo complesso e non il singolo magistrato” (e chissà mai chi può insidiare l’indipendenza “interna” di un’intera Procura). Così, nel silenzio del Csm e dell’Anm, il procuratore viene autorizzato addirittura a violare le regole organizzative da lui stesso stabilite, togliendo fascicoli scomodi gli aggiunti e ai sostituti, e avocandoli a sé senza dare spiegazioni. Per assoggettare procure e tribunali, basterà controllare un pugno di procuratori, senza più il bilanciamento del “potere diffuso” dei singoli pm.
8. IMMUNITÀ L’articolo 68, concepito dai padri costituenti per tutelare i parlamentari di minoranza da eventuali iniziative persecutorie di giudici troppo vicini al governo su reati politici, diventa sempre più uno strumento del governo per mettere i propri uomini al riparo dalla giustizia. L’immunità parlamentare, prevista in Costituzione per le Camere elettive, viene estesa a un Senato non elettivo, composto da sindaci e consiglieri regionali che per legge ne sono sprovvisti. Basterà che un consiglio regionale li nomini senatori, e nel tragitto dalla loro città a Roma verranno coperti dallo scudo impunitario, che impedirà a magistrati di arrestarli, intercettarli e perquisirli senza l’ok di Palazzo Madama. Il voto sulle autorizzazioni a procedere rimane sia alla Camera sia al Senato a maggioranza semplice (51%). Il che consentirà alle forze di governo (anche col 20% di elettori, ma col 55% di deputati) di salvare i propri fedelissimi a Montecitorio e di nascondere a Palazzo Madama i sindaci e i consiglieri regionali delinquenti. E poi, volendo, di mandare in galera gli esponenti dell’opposizione.
9. INFORMAZIONE Le due leggi che l’hanno assoggettata al potere politico nel Ventennio B. – la Gasparri sulle tv e la Frattini sul conflitto d’interessi – restano più che mai in vigore. E nessuno, neppure a parole, si propone di cancellarle. Così la televisione rimane quasi tutta proprietà dei partiti. Il governo domina la Rai (rapinata di 150 milioni, indebolita dall’evasione del canone, fiaccata dai pessimi rapporti fra Renzi e il dg Gubitosi, e in preda alla consueta corsa sul carro del vincitore). E Berlusconi controlla controlla Mediaset (anch’essa talmente in crisi da riservare al governo Renzi trattamenti di superfavore). Intanto i giornali restano in mano a editori impuri: imprenditori, finanzieri, banchieri, palazzinari (per non parlare di veri o finti partiti, con milioni di fondi pubblici), perlopiù titolari di aziende assistite e/o in crisi e dunque ricattabili dal governo, anche per la continua necessità di sostegni pubblici per stati di crisi e prepensionamenti. Governativi per vocazione o per conformismo o per necessità.
10. CITTADINI Espropriati del diritto di scegliersi i parlamentari, scippati della sovranità nazionale (delegata a misteriose e imperscrutabili autorità europee), i cittadini non ancora rassegnati a godersi lo spettacolo di una destra e di una sinistra sempre più simili e complici, che fingono di combattersi solo in campagna elettorale, possono rifugiarsi in movimenti anti-sistema ancora troppo acerbi per proporsi come alternativa di governo (come il M5S); o inabissarsi nel non-voto (che sfiora ormai il 50%). In teoria, la Costituzione prevede alcuni strumenti di democrazia diretta. Come i referendum abrogativi: che però, prevedibilmente, saranno sempre più spesso bocciati dalla Consulta normalizzata. E le leggi d’iniziativa popolare (peraltro quasi mai discusse dal Parlamento): ma i padri ricostituenti hanno pensato anche a queste, quintuplicando la soglia delle firme necessarie, da 50 a 250 mila. Casomai qualcuno s’illudesse ancora di vivere in una democrazia.

domenica 29 giugno 2014

Lettera dei tre eurodeputati della Lista Tsipras ai comitati locali

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Riportiamo la lettera che Eleonora Forenza, Curzio Maltese e Barbara Spinelli, i tre eurodeputati della Lista Tsipras, hanno inviato a tutti i referenti dei comitati locali de “L’Altra Europa”
Care e cari,
siamo agli inizi dei lavori di insediamento del Parlamento Europeo. Come delegazione parlamentare de “L’altra europa con Tsipras” pensiamo sia doveroso dare costantemente informazione delle scelte e delle attività che svolgiamo, ma anche trovare insieme, nella costruzione del nostro percorso comune, nuove forme di codecisione, di partecipazione, di sperimentazione nella relazione tra “democrazia rappresentativa” e “democrazia diretta”.
Cominciamo allora col dire che la nostra delegazione parlamentare de “l’altra Europa” è stata accolta nel GUE: una accoglienza non solo formale, poiché le compagne e i compagni del GUE hanno accolto la presenza della nostra delegazione, e in particolare di quella di Barbara, con grande calore.
Nei scorsi giorni abbiamo discusso della strutturazione interna del GUE, nella prossima discuteremo le partecipazioni alle commissioni.
Il primo luglio il Parlamento si insedierà formalmente a Strasburgo.
Cogliamo l’occasione per ringraziare Roberto Musacchio, che ci ha accompagnate e accompagnati in questi due primi viaggi a Bruxelles, mettendo a nostra disposizione la sua esperienza politica e le sue competenze anche sul funzionamento del parlamento europeo.
Lunedì 16 giugno abbiamo incontrato i membri dell’associazione che ha la rappresentanza della lista L’altra Europa con Tsipras (Argiris Panagolopus, Marco Revelli, Massimo Torelli e Guido Viale). È stata una occasione per scambiare informazioni, per confrontare idee sul presente e sul futuro del nostro progetto, nella condivisione della convinzione che non solo il comune percorso debba andare avanti, ma debba dotarsi quanto prima di strumenti democratici di partecipazione e decisione: da questo punto di vista sappiamo tutte e tutti che occorrerà ragionare e sperimentare molto sulle forme della politica.
È necessario in ogni caso, per costruire il progetto dell’altra europa, per dare corpo a un processo collettivo, unitario e plurale di soggettivazione politica, iniziare a pensare a campagne condivise, a darci occasioni di riflessione e a condividere appuntamenti.
Queste le proposte emerse dalla riunione:
- costruzione di un programma (proposte e iniziative) dell’altraeuropa, nell’ambito del semestre italiano, da svolgersi sia con la collaborazione del GUE (che ci offre la possibilità di organizzare alcune giornate di studio) sia nella relazione con i movimenti.
- iniziativa pubblica il 5 luglio a Roma, alla presenza della delegazione parlamentare, per iniziare a confrontarci in maniera aperta sui progetti e sulle campagne politiche da portare avanti, in particolare durante il semestre italiano di presidenza (dalla lotta alla precarietà al tema della democrazia, alla battaglia con il TTIP ecc…). E riflettere insieme sul rapporto tra democrazia rappresentativa – democrazia diretta, e anche, nello specifico, sul tema del rapporto gruppo- lista. Si propone che questi due temi, il semestre e le forme della democrazia di cui ci dotiamo, siano assi fondamentali dell’appuntamento del 19 luglio. L’appuntamento del 5 luglio può avere la funzione di appuntamento intermedio della Lista per preparare il 19 luglio, e possa contribuire a definirne sia il programma che il relativo gruppo di gestione.
- adesione alle iniziative in preparazione a Genova nella giornate del 19 e 20, sui temi della repressione e in ricordo di Carlo Giuliani.
Per l’assemblea del 19 stiamo verificando, insieme alla possibilità di farla a Genova (scelta che ha per noi evidente valenza politica e simbolica, ma che richiede una verifica sulla logistica, che presenta non poche difficoltà) l’ipotesi che partecipino Alexis Tsipras e compagne/i di altri paesi europei. Di questa verifica si è preso l’incarico Argiris Panagolopus.
Avevamo previsto di lanciare la parteciazione sia come Gruppo che come Lista alla giornata dell’11 luglio a Torino in occasione del vertice europeo sulla disoccupazione giovanile: non solo come adesione e partecipazione alla manifestazione, ma anche attraverso la costruzione di una iniziativa di discussione su quei temi nell’arco della stessa giornata. Come sappiamo Renzi ha deciso di annullare l’appuntamento torinese e trasferirlo a Bruxelles. Verificheremo nei prossimi giorni il da farsi.
Ci vediamo, speriamo in tante e tanti, in occasione dei prossimi comuni appuntamenti.
Abbracci,
Eleonora Forenza
Curzio Maltese
Barbara Spinelli

sabato 21 giugno 2014

Seguendo il modello Syriza ...

Curzio Maltese è intervenuto al Festival Resistenza di Dromos, giornale di Syriza, assieme - fra gli altri - ad Alexis Tsipras e Pablo Iglesias di Podemos.
Ecco uno stralcio del suo bellissimo intervento.
"Care compagne e compagni,
anni fa un mio caro amico scrisse un film, Mediterraneo.
Un pugno di soldati italiani venuti a combattere in Grecia, isolati dai loro comandanti, decide di deporre le armi e di fraternizzare con il popolo greco.
Alla fine, delusi dalla patria, rimarranno per sempre nel bellissimo Castelòriso.
Abbiamo pensato a questa storia quando tre mesi fa abbiamo costruito in Italia la lista Tsipras, chiedendo asilo politico alla sinistra greca, dopo tante delusioni vissute con la sinistra italiana.
Era una scommessa difficile.
Ma in poche settimane, senza un euro, esclusi da giornali e televisioni, abbiamo raccolto un milione e centomila voti e portato tre parlamentari in Europa.
Seguendo il modello di Syriza, noi non vogliamo dividere la sinistra, ma unirla e dividere la sinistra dalla destra. [...]
Italiani e greci hanno molti problemi in comune. Una massa crescente di poveri, oggi in Italia sono oltre sei milioni, e una ricchezza concentrata nelle mani di pochi, la metà dei giovani senza lavoro, un debito pubblico in continua crescita nonostante i sacrifici imposti dalla trojka.
E poi la corruzione politica, l’evasione fiscale dei grandi capitali.
Invece di combattere alla radice questi mali delle nostre società, un sistema di potere sempre più complice e distante dai bisogni dei cittadini, impone ormai da anni soluzioni astratte, come il vostro memorandum, il Fiscal Compact o il pareggio in bilancio inserito nella Costituzione italiana con il voto di destra e sinistra, di Berlusconi e del Pd.
Soluzioni che si sono rivelate fallimentari, ma che la trojka e la politica egemone della signora Merkel continua a imporre come regole sacre e indiscutibili.
E’ una follia.
Che cos’è infatti la follia?
Ripetere all’infinito la stessa azione, sperando ogni volta in un risultato diverso. A questa follia oggi dobbiamo opporci, non solo come donne e uomini di sinistra, ma semplicemente come esseri pensanti.
Qui in Grecia la crisi è stata ancora più crudele che in Italia, ma anche più intelligente, forte e viva è stata la risposta.
E oggi Alexis Tsipras, Syriza e la nuova sinistra nata in questo paese, che è la culla della democrazia, rappresentano per tutta Europa una grande speranza.
La speranza di una politica vera, che non lasci da soli gli ultimi, gli esclusi, gli impoveriti.
Noi della “Lista Tsipras” in Italia siamo un movimento nuovo, ma veniamo da lontano e vogliamo andare lontano. Veniamo dalle lotte del Social Forum di Genova 2001.
Ed è proprio a Genova, ricordando i giorni delle lotte contro il G8, represse dalla violenza della polizia di Berlusconi, che faremo fra un mese una grande manifestazione popolare, alla quale invitiamo i compagni Tsipras e Iglesias e tutti voi.
Veniamo dalla grande tradizione della sinistra italiana, dal pensiero di Antonio Gramsci, dall’esempio antifascista di Altiero Spinelli, uno dei padri dell’Europa[...]
Veniamo dal pensiero e dall’esempio di Enrico Berlinguer, che Alexis Tsipras ha ricordato quando è venuto in Italia, a Bologna, in una piazza rossa di bandiere come non si vedeva dai tempi in cui il Pci era il primo partito comunista dell’Occidente. Quel discorso ha rappresentato la svolta della nostra campagna elettorale, e di questo, Alexis, ti saremo sempre grati.
In questi giorni in Italia si celebra il trentennale di Enrico Berlinguer che è morto nel giugno del 1984 a Padova. Io ricordo molto bene quel giorno. Era l’ultimo comizio prima delle elezioni europee, la piazza era un mare di persone e Berlinguer, verso la fine del discorso, cominciò a sentirsi male.
Il popolo lo vide accasciarsi e gli urlava , ma Berlinguer volle lo stesso finire il discorso, per rispetto ai compagni venuti da lontano. E chiuse con queste parole:
Dopo aver pronunciato questa frase, Berlinguer si è spento per sempre. Ma le sue parole per noi continuano a vivere.
Grazie."

Curzio Maltese

mercoledì 18 giugno 2014

Divulgherò le prove ....

Putin ricatta gli Usa:”Divulgherò le prove che l’11 settembre è stato organizzato da voi”

  
 
putin usa strage 11 settembre

Mentre le tensioni tra Stati Uniti e Russia rimangono ad un livello elevato paragonabile solo a quello della guerra fredda, sembra che Putin ne ha avuto abbastanza dei capricci di Obama.
Diversi analisti hanno recentemente ipotizzato che, per mettere Obama al suo posto, una volta per tutte, Putin si è organizzato per rilasciare le prove (ad esempio immagini satellitari) nella sua posizione che riveleranno che gli attacchi terroristici dell’11 Settembre sono un lavoro interno.
Questi cosiddetti “lavori interni” sono meglio conosciuti come attacchi falsa bandiera, sono attacchi appositamente e strategicamente progettati in modo tale da ingannare il pubblico e costringerlo a pensare qualcosa che non è vero. In altre parole, i funzionari americani avrebbero progettato di eseguire un attacco contro l’America e la sua gente per farlo apparire come se una certa entità nemica avesse effettuato l’atrocità.
11 Settembre
Questo è solo il caso in cui l’America ha dimostrato interesse nella patria del gruppo attribuito. Come molti hanno spiegato in precedenza, da entrambi i lati gli Stati Uniti avevano un interesse pesante sul petrolio e si pensa quello sia stato il motivo per presunti attacchi sotto falsa bandiera.
Diversi casi documentati sono stati esposti mostrando che questo non sarebbe nulla di nuovo nel regno militare dell’America nel perseguimento di interessi egoistici. Stando così le cose, sembra come se il resto del mondo sta diventando stanco dell’impatto che America sta avendo e del modo in cui svolge la sua agenda. Nel tentativo di esporre il governo per quello che sta facendo – di uccidere gli americani nel tentativo di invadere altrove e poi uccidendo cittadini ovunque si trovino – alcuni hanno minacciato di far trapelare dettagli militari per esporre le atrocità americane. La più recente speculazione è caduta su Putin secondo quello che ha detto di avere alcune immagini satellitari che dimostrano, senza ombra di dubbio, che l’America è stata complice di un attacco a falsa bandiera. Presumibilmente dimostrando che gli attacchi dell’11 Settembre sono stati eseguiti da funzionari americani – bene, si possono immaginare le ripercussioni. Tutta la fede e fiducia nel governo sarebbe disintegrata, tumulti scoppierebbero per le strade e, forse, avrebbe inizio una rivolta civile. Detto questo, immaginate come verrebbe vista l’America sulla scena mondiale. Un facile bersaglio per gli estremisti islamici o forse un cambio di gestione da parte di una superpotenza concorrente straniera? Anche se questi scenari possono essere temporanei, potete immaginare come altre forze potrebbero facilmente approfittare di una tale situazione. Cosa ne pensate voi ragazzi – potrebbe Putin avere tali prove in suo possesso? Potrebbe essere questo il motivo per cui Obama ci è andato così morbido con Putin per tutto il mese passato – forse è stato ricattato? Fateci sapere cosa ne pensate di questo in un commento qui sotto.

domenica 15 giugno 2014

Berlinguer, la grande banalizzazione di un comunista scomodo

Fonte: il manifesto | Autore: Luciana Castellina                       
Il trentennale della morte del segretario del Pci. Banalizzare la sua figura è la peggior sorte che gli si possa riservare. Berlinguer non cercava il consenso facile né era privo di spigoli. Le sue scelte furono molto contrastate, dentro e fuori il partito. Se ne esalta la memoria per rivendicare una continuità che non cè
Nei giorni scorsi ho scritto anche io sul sup­ple­mento che l’ Unità ha dedi­cato a Enrico Ber­lin­guer nel tren­ten­nale della morte. Do atto al quo­ti­diano un tempo “comu­ni­sta” di aver ope­rato un’apertura con­si­de­re­vole per­ché, come è ovvio, era impli­cito che avrei par­lato anche dello scon­tro che, come gruppo de il mani­fe­sto , avemmo con l’allora segre­ta­rio del Pci quando fu decre­tata la nostra radia­zione dal par­tito. Tempi oggi cam­biati rispetto a quelli in cui lo stesso gior­nale era arri­vato a pub­bli­care un arti­colo, a noi rivolto, inti­to­lato «Chi vi paga?», in cui si espri­meva il sospetto che si trat­tasse della Con­fa­gri­col­tori. (Chissà per­ché pro­prio la Confagricoltori).
E tut­ta­via, come mi è capi­tato in que­sti ultimi tempi di ripe­tere, quasi quasi rim­piango quelli pur duris­simi della nostra radia­zione: per­ché lo scon­tro aspris­simo pro­dusse un trauma in tutto il par­tito, se ne discusse a tutti i livelli, si aprì una rifles­sione in tutta l’opinione pub­blica della sinistra.
Oggi si può dire qual­siasi cosa che, vista la povertà del dibat­tito poli­tico, non suscita, non dico pas­sioni, ma nem­meno inte­resse. (Stento a defi­nirla “libertà d’espressione”).
Que­sto sta infatti acca­dendo con l’amplissimo fio­ri­le­gio di pub­bli­ca­zioni dedi­cate alla memo­ria di Enrico Ber­lin­guer: che susci­tano, come è giu­sto e natu­rale, grandi emo­zioni e nostal­gie — soprat­tutto quando si rive­dono le imma­gini strug­genti del dolore pro­fondo e sin­cero di un intero popolo al suo fune­rale — ma non con­tri­bui­scono affatto a chia­rire il pro­filo poli­tico di Ber­lin­guer. Un gio­vane nato negli ultimi decenni potrà desu­merne che si trat­tava solo di un uomo one­sto capace di susci­tare affetto e con­senso. Certo non è poco di que­sti tempi, ma pochis­simo per far capire dav­vero chi era.
Per­ché Ber­lin­guer è stato un diri­gente per nulla privo di spi­goli, che non ha con­cesso nulla alla ricerca di un con­senso faci­lone, non par­liamo delle sue capa­cità comu­ni­ca­tive: era il con­tra­rio dello sho­w­man. E che ha ope­rato scelte spesso con­tra­state e non solo dall’esterno del Pci.
Bana­liz­zarlo è la peg­gior sorte che gli si potesse riser­vare. (Avvenne del resto anche subito dopo la sua morte, con la pub­bli­ca­zione di un numero spe­ciale a lui dedi­cato di “Cri­tica Mar­xi­sta”, dove, se non sba­glio, fu solo Ser­gio Gara­vini a ricor­dare espli­ci­ta­mente que­sti contrasti.)
Non un’operazione inno­cente: serve a far cre­dere che anche quanto si fa oggi sia in defi­ni­tiva in con­ti­nuità con il suo pen­siero. Salvo il fatto che era un po’ troppo bac­chet­tone, un po’ troppo anco­rato al pas­sato, lento nel per­ce­pire quanto aveva invece colto Bet­tino Craxi: che il mondo era cam­biato e per essere con­tem­po­ra­nei biso­gnava spo­sare la moder­nità senza agget­tivi che il sistema proponeva.
(Per­sino il più quo­tato can­di­dato al pre­mio Strega, Fran­ce­sco Pic­colo con il suo “Tutti”, per­corre la stessa strada: ama Ber­lin­guer fino ad iden­ti­fi­carsi con lui, ma lo rende una figura pate­tica, un vec­chio buon nonno).
Luigi Pintor scrisse «E’ morto un buon comunista»
Il nostro giu­di­zio su Ber­lin­guer, per noi che siamo stati radiati, è molto più severo, e insieme molto più posi­tivo. Al momento della radia­zione i punti del con­tra­sto furono impor­tanti. In breve:la sua sor­dità rispetto ai movi­menti emer­genti, peg­gio: il suo sospetto verso il ’68, che privò il Pci della forza che veniva da una nuova gene­ra­zione che aveva cap­tato la valenza delle nuove con­trad­di­zioni del capi­ta­li­smo; l’insufficienza di un sistema tutto fon­dato sulla demo­cra­zia dele­gata e la neces­sità di intrec­ciarla con nuovi orga­ni­smi di rap­pre­sen­tanza diretta; la cri­tica al comu­ni­smo sovie­tico e alla coe­si­stenza fra le due grandi potenze mon­diali intesa come stru­mento dello statu quo .(Fu Luigi Longo, com­pa­gno lar­ga­mente e così ingiu­sta­mente dimen­ti­cato, a capire assai di più, e lo ripetè, ina­scol­tato, fin quando non fu defi­ni­ti­va­mente zit­tito dalla malat­tia. In un arti­colo su “Rina­scita” era per­sino arri­vato ad invo­care mag­giore plu­ra­li­smo, in con­tro­ten­denza con la rigida difesa dell’unanimismo invo­cato in nome di un’unità del par­tito già lar­ga­mente fittizia).
Poi venne il com­pro­messo sto­rico, obiet­tivo di lungo periodo, e il governo di unità nazio­nale come pas­sag­gio verso quella meta. Un’ipotesi che ridu­ceva il ben più com­plesso pro­blema del rap­porto col mondo cat­to­lico a quello con la Demo­cra­zia Cri­stiana. Per Gram­sci si era trat­tato della que­stione con­ta­dina, per Togliatti della que­stione demo­cra­tica per arri­vare più tardi alla com­pren­sione che una reli­gio­sità dav­vero sen­tita poteva con­tri­buire a supe­rare l’identificazione bor­ghese di libertà con indi­vi­dua­li­smo (vedi le tesi del 9° Con­gresso del Pci). Stra­na­mente pro­prio Ber­lin­guer, che cercò più di ogni altro un avvi­ci­na­mento alla Dc, aveva sem­pre mani­fe­stato incom­pren­sione per il ben diverso tra­va­glio di un mondo cat­to­lico che non si iden­ti­fi­cava affatto con il par­tito e che, dopo aver emar­gi­nato Dos­setti, aveva assunto il ruolo di pila­stro del neo­ca­pi­ta­li­smo ita­liano. Fu un rim­pro­vero che avan­zammo già ai tempi della Fgci, quando egli mancò di capire, e a trarne con­se­guenze in ter­mini di ini­zia­tiva poli­tica, la crisi pro­fonda della gio­ventù cat­to­lica per effetto di quella scelta e che portò alle dimis­sioni di ben due pre­si­denti della Giac e molti ade­renti alla Fuci a con­fluire via via nel Pci.
Non sono pochi né di poco conto, dun­que, i dis­sensi che ci hanno oppo­sto. E però c’è poi quanto accadde a par­tire dalla fine dei ’70. Su que­sto non fummo tutti con­cordi e il dibat­tito pro­se­guì a lungo ancora negli anni 2000 sulle colonne de “La Rivi­sta del Mani­fe­sto”, quella che ripren­demmo a pub­bli­care gra­zie all’incontro con gli ex ingra­iani che nel 1969 non ave­vano seguito la nostra scelta e al rein­con­tro fra tutti noi mani­fe­stini, fra cui il rap­porto si era incri­nato nel 1978, col distacco fra il Pdup e la reda­zione del giornale.
Per noi del Pdup si trattò di una vera svolta, la “seconda svolta di Salerno” fu defi­nita, per­ché prese corpo con un discorso di Enrico Ber­lin­guer ad un Comi­tato cen­trale d’emergenza che si tenne in quella città subito dopo il ter­re­moto dell’Irpinia; e dopo che nelle ele­zioni del ’79 il Pci aveva perso il 4% dei voti. In realtà il prezzo pagato alla poli­tica dell’unità nazio­nale era stato ben più pesante di quel pugno di voti: il par­tito stesso ne era uscito fatal­mente dete­rio­rato per effetto della pro­gres­siva iden­ti­fi­ca­zione con il sistema dei poteri locali.
La svolta, di nuovo molto sche­ma­ti­ca­mente, con­si­stette soprattutto:
  1. nell’abbandono del com­pro­messo sto­rico e nella pro­po­sta di alternativa;
  2. la aperta pole­mica con la linea adot­tata dalla Cgil di Lama (e una buona parte della dire­zione del Pci che l’appoggiava), che lo indusse a recarsi ai can­celli della Fiat a riaf­fer­mare il dovere di rap­pre­sen­tanza della classe ope­raia del Pci, e dun­que la pro­po­sta di refe­ren­dum sulla scala mobile azzop­pata dall’accordo detto di San Valen­tino fra sin­da­cato e governo Craxi;
  3. la rot­tura con l’Urss brez­ne­viana, certo fatal­mente tar­diva ma che con quella frase «è ces­sata la spinta pro­pul­siva della rivo­lu­zione di otto­bre» voleva dire una cosa suc­ces­si­va­mente negata: che era comun­que bene che quella rivo­lu­zione ci fosse stata, anche se era andata a finire male;
  4. il suo soste­gno al movi­mento paci­fi­sta, che si accom­pa­gnò al suo discorso sulla pos­si­bi­lità per l’Europa di una terza via, dun­que di un auto­no­mia dai due modelli, così come pur fra molte incer­tezze emer­geva anche nel dibat­tito della sini­stra social­de­mo­cra­tica europea;
  5. il suo discorso sull’austerità, che non voleva dire mona­cale rinun­cia ai pia­ceri della vita (come fu inter­pre­tata), né cedi­mento alle richie­ste padro­nali di “auste­rity”, ma assun­zione del moder­nis­simo pro­blema di un nuovo modello di sviluppo;
  6. e, infine, l’intervista sulla cor­ru­zione, che fu in realtà la denun­cia di una ormai gra­vis­sima crisi della democrazia.
Molti, anche fra le nostre fila, Ros­sana per esem­pio, di que­sto pas­sag­gio det­tero un giu­di­zio più severo, quelli del Pdup vi fon­da­rono invece il rein­con­tro con Ber­lin­guer, nella fase della più pro­fonda aggres­sione dell’anticomunismo cra­xiano. Fu lui stesso a pro­porci di entrare nel Pci, venendo pochi mesi prima di morire al nostro con­gresso a Milano, forse anche per­ché pur essendo noi un pic­colo par­tito ave­vamo qual­che migliaio di qua­dri capaci che pote­vano aiu­tarlo a rom­pere l’isolamento in cui si era tro­vato nel suo stesso par­tito. Noi accet­tammo: non si tratta di un rien­tro – disse Magri al Con­gresso in cui venne presa la deci­sine — ma un rein­con­tro, una tappa del pro­cesso che ave­vamo ipo­tiz­zato fin dalla nascita de “Il Mani­fe­sto”: aprire una dia­let­tica fra movi­mento ope­raio tra­di­zio­nale e nuovi movimenti.
Credo sia stato giu­sto farlo, anche se la improv­visa scom­parsa del segre­ta­rio del Pci tagliò le ali a quella pro­spet­tiva. Altri com­pa­gni, la mag­gio­ranza della reda­zione del gior­nale, non seguì quella scelta e ebbero ragione sul fatto che il Pci che ritro­vammo non era forse più riformabile.
“E’ morto un buon comu­ni­sta” – inti­tolò il giorno dopo la morte di Ber­lin­guer il mani­fe­sto . E Luigi scrisse, affranto, nel suo edi­to­riale del 12 giu­gno che la sua morte «era una tra­ge­dia poli­tica», per via «dei grandi rischi che la demo­cra­zia ita­liana sta cor­rendo». Il titolo diceva: «Caduto in bat­ta­glia», il rico­no­sci­mento della durezza dello scon­tro in cui in quei suoi ultimi anni di vita era impe­gnato, uno scon­tro in cui, «lui che, per sua natura così pru­dente, ha tro­vato accenti estremi per espri­mere i suoi con­vin­ci­menti e susci­tare ener­gie capaci di rove­sciare l’andamento delle cose». Fino a riven­di­care orgo­glio­sa­mente “la diver­sità” dei comu­ni­sti: non per super­bia o arro­ganza, ma per sot­to­li­neare che quel che li distin­gueva era un di più di impe­gno, di mora­lità, di dispo­si­zione al sacri­fi­cio, in nome della lotta per una società non sem­pli­ce­mente “aggiu­stata”, ma radi­cal­mente diversa.
«Non c’è fan­ta­sia, inven­zione o rin­no­va­mento se si sman­tella quello che vi è alle spalle» Enrico Ber­lin­guer
Delle frasi pro­nun­ciate in que­gli ultimi anni da Enrico vor­rei ricor­darne soprat­tutto una, che oggi mi pare essen­ziale: «Non c’è fan­ta­sia, inven­zione o rin­no­va­mento, se si sman­tella quello che vi è alle spalle».
Per finire, la memo­ria di una bat­tuta di Lucio: «Pen­sate la sfiga dei comu­ni­sti, muo­iono tutti – Gram­sci, Togliatti, Ber­lin­guer, Andro­pov – pro­prio quando diven­tano più intelligenti».

venerdì 13 giugno 2014

Rossana Rossanda: Tutte le ombre del voto europeo

Fonte: sbilanciamoci | Autore: Rossana Rossanda                    
 
Lo spostamento a destra del Parlamento europeo ha di fatto annullato lo spazio politico per la candidatura di Tsipras a guidare la Commissione Ue. Mentre in Italia è fallito l'obiettivo della Lista Tsipras di utilizzare la campagna elettorale come un cantiere per tentare una riunificazione di tutti i frammenti delle sinistre radicali

Il mio giudizio negativo dell’esito delle elezioni europee ha suscitato una serie di cortesi contestazioni che mi obbligano a riflettere e precisare. Ingenerosa è apparsa soprattutto la mia critica alla gestione della Lista Tsipras, che ha mobilitato molte forze da tempo paralizzate o anche nuove, fino a superare lo sbarramento del 4 per cento, pur nel silenzio opposto da tutti i media.
Tuttavia mantengo un giudizio sfumato. Il primo obiettivo che la Lista si era posta era di svolgere un ruolo nell’elezione del presidente della Commissione europea; per questo occorreva un successo politico assai più ampio, raccolto in diversi paesi, lavoro che non è stato neanche cominciato. Fuori dalla Grecia e dall’Italia le forze delle sinistre radicali hanno continuato a presentarsi ognuno con la propria sigla, impegnando semplicemente i propri eletti a far votare Alexis Tsipras come presidente, quando sarà venuto il momento. Di più, la previsione di un testa a testa fra Juncker e Schulz è caduta per l’avanzata delle forze di centrodestra e di destra estrema nell’intero parlamento, e siamo già a una diversa interpretazione dei trattati perché il Parlamento europeo vuole essere non solo l’elettore (a maggioranza qualificata), ma l’organismo che propone gli eleggibili, mentre la Germania esige che questo sia il Consiglio degli stati europei.
E qui gioca la mia convinzione, sviluppata dopo le elezioni cui concorremmo come Manifesto nel 1972, senza ottenere nessun seggio e disperdendo circa seicentomila voti: è utile partecipare alle elezioni in un sistema rappresentativo solo dopo aver bene calcolato il rapporto fra le forze in campo. La sinistra partiva dalla premessa che il candidato del centrodestra, Juncker, sarebbe stato superato da quello socialista, ma Schultz è stato abbattuto dallo spostamento a destra del Parlamento europeo. Lo spazio politico per la candidatura di Tsipras a guidare la Commissione europea si è così annullato. Sul fronte italiano, il secondo obiettivo che si poneva la Lista Tsipras era di utilizzare la campagna elettorale come un cantiere per ricostruire attorno a una nostra Syriza una unificazione dei frammenti delle sinistre radicali. Questo secondo obiettivo avrebbe presupposto una discussione responsabile ma aperta dei maggiori punti di consenso e dissenso nell’arcipelago a sinistra del Pd, ma questo non è stato nemmeno tentato, ogni discussione essendo giudicata pericolosa ai fini della raccolta dei voti. Per cui a elezioni concluse il quadro italiano è rimasto quello di prima. Perdipiù ostacolato dal clima diffuso dai grillini, per cui la Lista Tsipras doveva essere indenne da qualsiasi residuo della vecchia politica, inclusi i moltissimi consiglieri comunali, anche dei comuni minuscoli. Con il risultato di aver disperso un grande serbatoio di esperienze, difficile da accusare di formare la famosa “classe politica privilegiata e separata dalla gente”. E lasciamo perdere l’orientamento dei dirigenti più noti di sottrarsi esplicitamente a un’elezione per cui chiedevano il voto, una scelta dovuta allo scrupolo di abbattere ogni sospetto di essersi dati da fare per sé – salvo poi cambiare idea a voto avvenuto - dando all’elettore l’ennesima prova di non contare nulla.
Alle “larghe intese” in arrivo al parlamento di Bruxelles si opporranno anche i Verdi europei, ma non si vedono ancora tentativi di convergenza tra loro e la sinistra.
Mantengo anche il rifiuto di considerare Matteo Renzi un candidato di sinistra. La sinistra non si misura se non nei contenuti e nel metodo. Non hanno nulla a che fare con la sinistra la propensione del giovane segretario del Pd di essere un uomo solo al comando assieme ai suoi fidi, né il merito delle sue proposte, sempre ultimative. Così è quella di avere rapidamente una legge elettorale, l’Italicum avendo difficoltà a passare, anche di fronte alle indicazioni della Corte costituzionale, così sono le riforme del mercato del lavoro delineate nel Jobs Act, che liquidano fin dall’inizio il contratto a tempo indeterminato in un mare di precariato, più volte ripetibile, così è l’intenzione di passare la formazione del Senato dalla elettività alla designazione da parte delle maggioranze regionali. “Tutto e subito”, dichiara Renzi, “ci metto la faccia”, ma non per caso quel che egli propone non si realizza nei tempi previsti, poiché implica di fatto delle modifiche nello spirito e nella lettera della Costituzione. La confusione non è poca e finirà col rafforzare la diffidenza verso la politica, non meno che del curioso argomento “non sono d’accordo con Renzi ma auguriamoci che non fallisca nei suoi intenti, perché non c’è alternativa”.
Cosi’ il “trionfo” sventolato in Italia dalle forze che si autodefiniscono di sinistra non ha avuto alcun effetto sugli equilibri europei, ha semmai rafforzato l’importanza tedesca e quella della Nato. Lasciando irrisolti tutti i problemi di quale Europa si sarebbe dovuta ottenere: oggi come oggi non si vede come invertire la scelta dell’austerità, che pure fa soffrire non solo i paesi dell’Europa del sud. Le sole voci che moderatamente gli si oppongono sono quelle, appunto, di una Syriza forte in Grecia ma isolata e quelle, non senza ambiguità, del governatore della Bce, Draghi.
E non parliamo delle irresponsabili nostalgie di guerra fredda, a direzione americana, tedesca e polacca, emerse dal nodo ucraino, proprio nei giorni in cui si celebra lo sbarco in Normandia.

martedì 10 giugno 2014

Al Bilderberg si è deciso il futuro dell'Ucraina

    
The Guardian riferisce di come al vertice segreto militari, fabbricanti d'armi, banchieri, mercenari e vertici della Nato abbiano pianificato le future mosse della guerra.
I quattro italiani che hanno partecipato all'ultimo vertice segreto del Bilderberg. Da sinistra: Monica Maggioni, Mario Monti, Franco Bernabè e John Elkann.

I quattro italiani che hanno partecipato all'ultimo vertice segreto del Bilderberg. Da sinistra: Monica Maggioni, Mario Monti, Franco Bernabè e John Elkann.
 
    http://popoff.globalist.it/Detail_News_Display?ID=104725&typeb=0&Al-Bilderberg-si-e-deciso-il-futuro-dell-Ucraina
Il Club Bilderberg si è riunito lo scorso fine settimana all'Hotel Marriott di Copenaghen. Come ogni anno hanno partecipato i vertici delle maggiori aziende del pianeta, capi di Stato e di governo, ministri, generali, banchieri, giornalisti e personalità in grado di influenzare la politica dei rispettivi Paesi. Una riunione tenuta a porte chiuse, a cui hanno partecipato quattro italiani: Franco Bernabè, John Elkann, Mario Monti e Monica Maggioni, direttrice di Rainews24.

Ogni anno durante questo vertice segreto si decide parte dei destini del pianeta. Quest'anno, a quanto riferisce l'inviato del quotidiano britannico The Guardian (Charlie Skelton), si è parlato molto di Ucraina.

Popoff ha deciso di pubblicare l'articolo di Skelton, in modo che vi rendiate conto di come la guerra civile ucraina abbia solo in parte a che fare con gli affari interni di Kiev e i rapporti russo-ucraini.



di Charlie Skelton (traduzione di SKONCERTATA63 per comedonchisciotte.org)

Poco prima del pranzo, venerdì scorso, due auto hanno lasciato una dopo l'altra l'hotel Marriott a Copenaghen. La prima portava un carico superdecorato: il comandante supremo statunitense delle forze alleate in Europa, il generale Philip Breedlove con i suoi assistenti.

Quattro stelle sul berretto e uno sguardo cupo in volto. Ovviamente è molto seccato per dover saltare il buffet. Ancora sente il profumo di quelle polpettine danesi. La cosa lo sta uccidendo.

Il comandante supremo delle forze alleate statunitensi in Europa, il generale Philip Breedlove lascia l'Hotel Marriott a Copenhagen dopo aver discusso di Ucraina.

Il generale Philip Breedlove arriva l'Hotel Marriott a Copenhagen.

Il generale non è certo da solo a Bilderberg. Discutere la situazione in Ucraina con tutte queste alte personalità di governo è una questione di altissimo livello militare. È, infatti, molto ben accompagnato.

Pochi minuti dopo la partenza dell'affamato generale, ecco che spunta fuori il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, soprannominato "Nebbie di Guerra".

Il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen esce scortato dall'Hotel Marriott.

Rasmussen mi fa sempre ridere, perché in ogni sua foto appare così incredibilmente vanesio. Come un Fonzie in miniatura. Rasmussen viaggia con della bella gente: uno di loro, svolazzandogli per un momento la giacca, ha mostrato la sua bella arma da fuoco.

Tutte le guardie del corpo di Rasmussen sono ovviamente lì con lui, per difenderlo dalle insidie dei capi di Airbus e Saab che si sarebbero certamente gettati su di lui implorando una nuova guerra da fare. Spero siano riusciti a proteggerlo. Lui è piuttosto minuto, mentre l'amministratore delegato di Airbus, Thomas Enders, è un tipo alto, robusto e allampanato. Il capo di Saab, Håkan Buskhe, invece, ha il baricentro spostato verso il basso: insieme fanno una coppia inarrestabile, soprattutto con Kissinger che spinge da dietro di loro.

Håkan Buskhe amministratore delegato di Saab, al telefono, mentre sta probabilmente dando ordine alle sue fabbriche di accelerare la produzione. Il modo in cui si stanno mettendo le cose farà presto a partire un altro ordine extra di caccia da consegnare in poco tempo.

Ora, sappiamo dall'ordine del giorno reso pubblico, che l'argomento Ucraina è uno dei temi della conferenza di quest'anno, e sappiamo anche che la sessione di Venerdì era dedicata a questo tema, perché così ci ha detto uno dei partecipanti, il politico olandese Diederik Samsom.

Venerdì, poco prima dell'ora di pranzo, escono dall'Hotel due capi delle forze alleate in Europa. In quel momento Samsom, leader del partito laburista del suo Paese, sta sorseggiano nel patio un bicchiere di champagne. Balls continua ad arrancare in giro con quell'enorme faldone di carte sotto il braccio (ma le ha mai lasciate durante tutto il tempo che è stato qui?). A un certo punto Samson si alza e va verso la barriera di sicurezza.

Fa un respiro profondo e si butta nella folla di giornalisti, blogger, fotografi e attivisti. «Mi ricordo com'era prima», dice, sorseggiando il suo champagne. «Anche io ero un attivista di Greenpeace». Gli abbiamo chiesto se si sentiva onorato di essere tra gli invitati. «Sono un politico. Devo sentirmi lusingato per tutto il tempo», dice ridendo.

Samsom ha confermato che la sessione del mattino era dedicata all'Ucraina, il che spiega perché Rasmussen e Breedlove se n'erano appena andati. Il loro lavoro l'avevano fatto. O meglio, era appena iniziato.

E non ti puoi sbagliare: Bilderberg fa parte del loro lavoro. Questa non è stata un'improvvisata casuale: qui ci sono stati comunicati ufficiali, uniformi e addetti militari. Qui ci sono Land Rover piene di guardie del corpo militari. Qui vengono a fare affari quelli della Nato, gli Stati Uniti e gli altri Governi.

Questa Nato è business. Il complesso militare americano è business. Il governi sono business. Il governo spagnolo, ad esempio, è qui rappresentato dal suo ministro degli Esteri, José Manuel García- Margallo. Il suo arrivo era previsto per giovedì sera.

Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel García- Margallo.

E poiché qui si trattano questioni ufficiali in cui lui è personalmente impegnato, García-Margallo è arrivato in compagnia di un membro del suo ministero, il diplomatico spagnolo ed esperto di Balcani Mercedes Millán Rajoy.

La diplomatica spagnola Mercedes Millán Rajoy.

Eccola qui, con sotto il braccio i suoi appunti sui Balcani. Appare molto pensosa. Sta forse cercando d'immaginare il rombo della macchina da guerra mentre si avvia verso oriente. Oppure è pentita di aver scelto un completo in pantalone.

Tanto più preoccupante quando vediamo che dei vertici militari sono qui insieme a capi di industrie di armamenti - e parlano in privato dei loro sogni e aspettative sull'Ucraina. Ma sono qui con loro anche dei miliardari speculatori e capi di grandi società di fondi azionari. È gente pronta a portare la morte senza sapere dove e quando cadranno le bombe, o quante bombe cadranno e su chi.

Gente come David Petraeus, ex direttore della Cia, e ora a capo del Kkr Global Institute, organo consultivo di una grossa società multimiliardaria di fondi azionari.

David Petraeus, amministratore delegato della società di mercenari Kkr Global Institute all'Hotel Marriott di Copenaghen.

Il Kkr Global Institute si vanta di «essere in grado di dare rapide risposte ai nuovi andamenti geopolitici e macroeconomici», che comportano «investimenti oculati, gestioni di portafogli e abbattimento del rischio», in altre parole fare gli affari migliori. E una volta dentro il Bilderberg, uno è in grado di conoscere gli ultimi andamenti geopolitici e macroeconomici direttamente dalle labbra del segretario generale della Nato. Ottimi affari davvero, ne sono certo.

La conferenza del Bilderberg è come un autoscontro a cinque stelle tra i settori pubblico e privato. Assisti a scene come questa: il capo di MI6, sir John Sawers, che si fa una chiacchierata occhi negli occhi con Carl-Henric Svanberg, presidente della British Petroleum.

Il capo del servizio segreto britannico sir John Sawers mentre parla con il presidente della Bp Carl-Henric Svanberg.

Potrebbe non essere una cosa importante, se non fosse che pochi minuti prima il capo della Nato aveva parlato a loro e ai capi di Hsbc (colosso bancario svizzero), Shell (petrolio e gas) e di Deutsche Bank della situazione in Ucraina. Sawers è responsabile dell'intelligence britannica all'estero. Di che stanno parlando? Chi dà istruzioni a chi e su cosa? Fortunatamente, da bravo pubblico funzionario quale egli è, Sir John è allergico ad ogni minima forma di corruzione.

Quindi, non c'è niente di cui preoccuparsi, qui. Va tutto bene. Se volete preoccuparvi di qualcosa, preoccupatevi dell'Ucraina.

A meno che non siate i capi di Airbus o di Saab o del Kkr Global Institute, nel qual caso non dovete preoccuparvi proprio di niente. Ad eccezione di dove piazzare il vostro prossimo miliardo.

Avrei io un'idea su dove piazzarlo, al Kkr Global Institute: offre degli ottimi ritorni sugli investimenti di capitali. Chiedete a Petraeus. Anche se, quando chiedete, state attenti a non guardarlo negli occhi. Potrebbe perforarvi la retina.

lunedì 9 giugno 2014

LETTERA DI BARBARA SPINELLI – 7 giugno 2014

 
 

Cari tutti, cari elet­tori, cari can­di­dati e garanti della Lista “L’Altra Europa con Tsipras”,

ho molto medi­tato quel che dovevo fare, in con­si­de­ra­zione della domanda sem­pre più insi­stente che veniva dagli elet­tori e da un gran numero di can­di­dati, e ritorno sulle mie deci­sioni: accet­terò l’elezione al Par­la­mento euro­peo, dove andrò nel gruppo GUE-Sinistra Euro­pea, ripro­met­ten­domi di garan­tire la fedeltà al primo mani­fe­sto della Lista ita­liana «L’Altra Europa con Tsi­pras» e ai 10 punti di pro­gramma che abbiamo pro­po­sto agli elet­tori. Sin dalla con­fe­renza stampa del 26 mag­gio avevo lasciato in sospeso la mia deci­sione: e non solo per­ché sor­presa dalla quan­tità di pre­fe­renze ma anche in con­si­de­ra­zione del fatto che la situa­zione politico-elettorale stava pre­ci­pi­to­sa­mente cambiando.

La linea mae­stra alla quale intendo atte­nermi è di ope­rare nel Par­la­mento euro­peo – e anche nella comu­ni­ca­zione scritta, come rap­pre­sen­tante degli elet­tori euro­pei – per una poli­tica di lotta vera all’ideologia dell’austerità e della cosid­detta «pre­ca­rietà espan­siva», alla cor­ru­zione e alle minacce mafiose in Ita­lia; per i diritti dei cit­ta­dini; per la rea­liz­za­zione di un’Europa fede­rale dotata di poteri auten­tici e demo­cra­tici: quell’Europa che sinora, gestita dai soli governi in un mici­diale equi­li­brio di forze tra potenti e impo­tenti, è man­cata ai suoi com­piti. Il Par­la­mento in cui intendo entrare dovrà, su spinta della nostra Lista e delle pres­sioni che essa eser­ci­terà in Europa e in Ita­lia, essere costi­tuente. Dovrà lot­tare acca­ni­ta­mente con­tro lo svuo­ta­mento delle demo­cra­zie e delle nostre Costi­tu­zioni, a comin­ciare da quelle ita­liane e dal vuoto demo­cra­tico che si è creato in un’Unione che non merita, oggi, il nome che ha.

Mi ha con­vinto a cam­biare opi­nione anche la let­tera di Ale­xis Tsi­pras. La domanda che mi rivolge di accet­tare il risul­tato delle ele­zioni è per me deci­siva e – ne sono certa – lo sarà per la Lista nel suo com­plesso. Alle innu­me­re­voli sol­le­ci­ta­zioni rice­vute dall’interno (garanti, elet­tori, comi­tati, can­di­dati) si aggiun­gono infine sol­le­ci­ta­zioni dall’esterno (depu­tati del GUE e non solo).

So che molti sono delusi: il pro­po­sito espresso all’inizio di non andare al Par­la­mento euro­peo sarebbe disat­teso, e que­sto equi­var­rebbe a una sorta di tra­di­mento. Non sento tut­ta­via di aver tra­dito una pro­messa. I patti si per­fe­zio­nano per volontà di almeno due parti e gli elet­tori il patto non l’hanno accet­tato, accor­dan­domi oltre 78.000 pre­fe­renze. Mi sono resa conto, il giorno in cui abbiamo cono­sciuto i risul­tati, che sono vera­mente molti coloro che mi hanno scelto nep­pure sapendo quel che avevo annun­ciato: anche loro si sen­ti­reb­bero tra­diti se non tenessi conto della loro volontà. Inol­tre, come garante della Lista, ho il dovere di pro­teg­gerla: le logi­che di parte non pos­sono com­pro­met­terne la natura ori­gi­na­ria. Pro­prio le divi­sioni iden­ti­ta­rie che si sono create sul mio nome mi indu­cono a pen­sare che la mia pre­senza a Bru­xel­les garan­ti­rebbe al meglio la voca­zione, che va asso­lu­ta­mente sal­va­guar­data, del pro­getto – inclu­sivo, sopra le parti – che si sta costruendo.

Per quanto riguarda la scelta che sono chia­mata uffi­cial­mente a com­piere, annun­cio che essa sarà in favore del Col­le­gio Cen­tro: è il mio col­le­gio natu­rale, la mia città è Roma. È qui che ho rice­vuto il mag­gior numero di voti. A Sud non ero capo­li­sta ma seconda dopo Ermanno Rea, e da molti ver­rei per­ce­pita come «para­ca­du­tata» dall’alto. Mi assumo l’intera respon­sa­bi­lità di quest’opzione, che mi pare la più giu­sta, nella piena con­sa­pe­vo­lezza dei prezzi e dei sacri­fici che essa comporterà.

La mia più grande gra­ti­tu­dine va a Marco Fur­faro per la gene­ro­sità che ha messo nella cam­pa­gna e che spero dedi­cherà ancora all’avventura Tsi­pras. Sono certa che i tanti elet­tori di SEL, bat­tu­tisi con forza per la nostra Lista, appro­ve­ranno e comun­que accet­te­ranno una scelta che è stata molto sof­ferta, visti i costi che saranno sop­por­tati dal can­di­dato del Cen­tro desi­gnato come il primo dei non eletti. Conto non solo sulla loro fedeltà alla Lista ma sulla loro par­te­ci­pa­zione immu­tata al pro­getto ini­ziale, che ha come pro­spet­tiva un’aggregazione di forze (di sini­stra, di delusi dalla pre­sente demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva, di emi­grati nell’astensione) alter­na­tiva all’odierno centro-sinistra e alle grandi intese.

Augu­rando a tutti voi e noi il pro­se­gui­mento di una bat­ta­glia uni­ta­ria e inclu­siva al mas­simo, vi saluto con grande affetto e gratitudine.

Barbara Spinelli


pubblicata su il manifesto in edicola l’8 giugno 2014

mercoledì 4 giugno 2014

Alexis Tsipras scrive a Barbara Spinelli

Atene, 2/6/2014
http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2014/6/2/40968-alexis-tsipras-scrive-a-barbara-spinelli/
Cara Barbara,
vorrei che Tu comunicassi a tutte le compagne e a tutti i compagni dell’Altra Europa la mia commozione profonda per l’impegno profuso nella lotta, e la mia grande gioia per il vostro successo nell’aver superato il limite del 4%, nonostante la vostra esclusione dai media e l’aggressione subita da parte del regime poltico del vostro paese.
E’ un risultato ottenuto grazie a una scelta responsabile, che nello stesso tempo dà speranza.
Il popolo italiano, e in particolare il popolo della Sinistra, ci offre l’opportunità di proseguire. Ci mette però anche alla prova. Ci indica che se questa volta non ripeteremo gli stessi errori, e se andremo avanti tutti uniti, potremo arricchire le nostre potenzialità. Se lo deluderemo di nuovo, non ci sarà possibilità di tornare indietro.
E’ per questo che penso che il prossimo periodo sarà decisivo, e che voglio richiamare la Tua attenzione.
Tutto ciò che con fatica abbiamo costruito, dobbiamo custodirlo con tutte le nostre forze. Dobbiamo dargli la possibilità di essere messo alla prova, di conquistare la fiducia del popolo italiano, e in particolare dei lavoratori e dei giovani, delusi dalla politica. Dobbiamo dar loro l’opportunità di aprire le proprie ali.
Questo significa, mia cara Barbara, che il Tuo ruolo e la Tua presenza sono più importanti e decisivi in questo momento che non nel periodo della nascita della Lista.
Capisco che ciò che Ti chiedo forse vada oltre i Tuoi progetti personali, e tuttavia sono costretto a chiedertelo, considerando il tuo ruolo fortemente garante per la continuazione del progetto.
Questo peraltro è stato riconosciuto dagli stessi elettori di sinistra, che Ti hanno onorata con il loro voto e la loro fiducia, eleggendoTi in due distretti.
Nel prossimo periodo, nel Parlamento europeo ci aspetta una battaglia difficile e dura contro l’austerity, il neoliberalismo, il neonazismo, il razzismo e la xenofobia.
Porteremo avanti tutti insieme questa lotta per la ricostruzione dell’Europa, coerenti con il nostro programma e con gli impegni che abbiamo preso con i cittadini che ci hanno onorato affidandoci il proprio voto.
Allo stesso tempo, è importante che in Italia questo progetto di unità e di speranza vada avanti, accogliendo la gente nuova che è entrata nelle nostre file, e lasciandoci alle spalle le logiche di divisione del passato, che ci hanno portato sull’orlo del precipizio.
Per potercela fare considero necessario, almeno fino al momento in cui vi sia la certezza che le cose seguano la strada giusta, che Tu non insista nella Tua decisione iniziale di dimmetterTi dal posto di europarlamentare dell’Altra Europa.
Di certo la decisione finale sarà una Tua scelta personale. Vorrei però che Tu considerassi sia il fatto che la Tua presenza nel Parlamento europeo è molto importante, particolarmente nel periodo iniziale, sia l’ansia di tutti noi di mantenere l’unità e la continuazione del nostro magnifico lavoro nel Tuo paese.
Ti assicuro che, in ogni caso, sia io personalmente, sia i nostri compagni in Italia e in Grecia, rispetteremo la Tua decisione, sapendo che sarai sempre in prima linea nella nostra lotta comune nel ricostruire dal basso le nostre vite, i nostri paesi e il nostro continente.
Saluti dal Tuo compagno
Alexis Tsipras

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