Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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lunedì 17 giugno 2013

L’economia è un biosistema

    
L’economia è un biosistema

Pubblicato il 17 giu 2013 - rifondazione -

di Francesco Sylos Labini -
Le teorie economiche classiche prescrivono specializzazione: quando le persone, le industrie o i singoli paesi si specializzano in una certa attività aumentano la propria efficienza economica in quanto, occupando una certa nicchia produttiva, possono sviluppare delle capacità particolari che gli permettono di acquisire un vantaggio nella competizione. Negli ultimi anni diversi gruppi di studiosi provenienti da diverse discipline, e in particolare fisici ed economisti, hanno analizzato le banche dati disponibili dei prodotti esportati dai vari paesi e sono giunti alla conclusione che questo paradigma non è verificato nei dati.
Il risultato empirico dimostra, infatti, che i paesi di successo sono caratterizzati da una produzione estremamente diversificata, piuttosto che da una specializzazione particolare. La conclusione è che il mercato fortemente dinamico del mondo globalizzato rende la flessibilità e l’adattabilità gli elementi essenziali della competitività. In questo senso si può pensare a un’analogia con i biosistemi in evoluzione in un ambiente dinamico e competitivo in cui la diversificazione di capacità è la chiave per la sopravvivenza. Questa situazione ha dato impulso alla ricerca di un metodo di valutare quantitativamente il vantaggio competitivo non monetario della diversificazione, che rappresenta il potenziale nascosto per lo sviluppo e la crescita (chiamata “fitness”), da affiancare alla variabile monetaria più generalmente considerata, il prodotto interno lordo (Pil). Sono state dunque introdotte nuove metriche per misurare la “fitness” dei paesi e la complessità dei prodotti. L’informazione fornita da queste metriche può essere utilizzata in vari modi; ad esempio, il confronto diretto del fitness con il Pil di un paese fornisce una valutazione del potenziale non espresso del paese.
I paesi che producono i prodotti tecnologicamente più avanzati sono anche quei paesi che producono più prodotti in genere: hanno una maggiore diversificazione sul mercato e dunque una maggiore capacità produttiva. Invece, i paesi che producono pochi prodotti, sono produttori di beni prodotti da tanti altri paesi. Per questo motivo una risorsa fondamentale di ogni paese è determinata dalla diversificazione della sua struttura produttiva che determina la potenzialità di sviluppo. In ultima analisi questa è legata allo sviluppo infrastrutturale materiale e di conoscenze di ogni paese che è rappresentato dall’insieme delle capacità produttive, delle materie prime, del livello di istruzione medio, della qualità dell’istruzione avanzata e del sistema di ricerca, delle politiche del lavoro, della capacità di trasferimento tecnologico dall’accademia al sistema produttivo, del livello di walfare sociale, di una burocrazia e di un sistema di leggi efficienti. In pratica di tutto ciò che concorre a creare un’ambiente adatto allo sviluppo economico. I beni si possono importare o esportare, mentre queste “capacità” sono intrinseche a ogni paese.
Un paese che ha più capacità produttive ha anche più potenzialità di produrre prodotti nuovi e competitivi sul mercato per un semplice motivo combinatorio: la produzione di un nuovo prodotto avviene dalla composizione di alcune “capacità”. In questo senso la potenzialità di sviluppo è legata alla complessità del sistema produttivo. Più numerose sono le capacità e più sono le combinazioni potenziali e dunque i nuovi possibili prodotti. Inoltre quante più “capacità” un paese ha già a disposizione, tanto più l’aggiunta di una nuova “capacità”, per esempio proveniente da una scoperta in ricerca fondamentale, può dar lungo, per lo stesso argomento combinatorio, allo sviluppo di nuovi prodotti validi sul mercato.
Mentre la conclusione di quest’analisi sembra ovvia, un paese che produce beni molto diversificati, in cui vi sia una conoscenza diffusa nella popolazione con un alto livello di sviluppo civile diffuso, ha una potenzialità di sviluppo maggiore di un paese molto specializzato in un singolo settore e con poche “capacità” diffuse, la situazione non è così semplice: da una parte si ha la possibilità di misurare delle quantità che non sono banalmente riconducibili alle solite variabili monetarie (il Pil) e dall’altra si può contrastare con solidi e quantitativi argomenti chi pensa che “L’Italia non ha un futuro nelle biotecnologie perché purtroppo le nostre università non sono al livello, però ha un futuro nel turismo”.
dal Fatto quotidiano

lunedì 3 settembre 2012

L'agro biodiversità italiana sta sparendo

di Nicoletta Fagiolo -beppegrilloblog -
"Fin dagli albori dell'agricoltura, 10.000 anni fa, circa 80.000 specie di piante delle 300.000 presenti sulla terra sono state coltivate per l'alimentazione. Oggi, solo 150 specie sono ancora prodotte, 12 delle quali forniscono circa il 75% della nostra alimentazione e 4 di esse più della metà di quello che mangiamo.
La varietà sparisce dai nostri campi ed anche dalle nostre tavole. Dal 1900 l'Europa ha perso il 70% della diversità della sua produzione alimentare, un dato che sale al 93% negli Stati Uniti. 30.000 varietà vegetali sono scomparse nel corso dell'ultimo secolo, una specie continua a morire ogni sei ore. Il dilemma, chiamato "il flagello della uniformità", suscita un dibattito di vecchia data, iniziata nel 1936 dal Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti. Da allora, i ricercatori continuano a sottolineare l'estrema vulnerabilità causata dalla standardizzazione genetica." Nicoletta Fagiolo
dott. Pietro Perrino, già direttore dell' Istituto del Germoplasma del CNR di Bari: "La banca del germoplasma di Bari è unica in Italia, la seconda in Europa e tra le prime dieci nel mondo per dimensioni e standard di conservazione, però purtroppo naviga in cattive acque."
Il Passaparola di Nicoletta Fagiolo:
Nicoletta Fagiolo: "Mi chiamo Nicoletta Fagliolo, sono una film maker e per quanto riguarda questa questione del germoplasma anche io non sapevo che cosa fosse, fino a che non ho iniziato a scrivere un film su Nikolaj Vavilov, che fu uno scienziato russo che creò la prima banca dei semi mondiale, negli anni venti.
Perché la necessità di una banca di semi e del germoplasma? Era un concetto molto difficile anche per me, ma ho realizzato che un po’ come per un pittore che ha bisogno di una paletta di colori per lavorare, anche un agricoltore ha bisogno della varietà genetica all’interno di una specie, o anche tra le specie, per creare e coltivare specie nuove. Vavilov fu proprio il primo a capire l’importanza di questa varietà in quanto questa è più presente dove ognuna delle nostre specie che mangiamo ha le sue origini. Fu lui a scoprire, per esempio, che la patata ha la sua origine in Perù. Perché lì? Perché ci sono 7 mila varietà di patate! O la mela in Kazakistan, il mais in Messico. Preservare queste varietà è molto importante perché già all’epoca, negli anni venti, si era accorto che stavano sparendo, che c’era questo fenomeno dell’erosione genetica. Erosione genetica che poi con la rivoluzione verde degli anni 60, la prima rivoluzione verde, andò sempre più peggiorando.
La rivoluzione verde era l'introduzione di specie ibride, che però erano semplificate a livello genetico e si potevano coltivare a grandi estensione producendo tantissimo. Ma oggi scientificamente si è provato che non è vero che la monocultura riesce a produrre di più, ma anzi è proprio la policoltura, cioè dunque più specie in un campo riesce a essere più produttivo.
Uno dei grandi miti da sfatare è il fatto della produzione. Noi oggi, a livello mondiale, produciamo per 11 miliardi e siamo 6. Dunque ogni volta che sentiamo dire che bisogna produrre di più perché c’è la fame nel mondo, etc., è una grande balla, in realtà bisognerebbe produrre molto di meno. Il vero problema è la ridistribuzione, il fatto che le persone non riescono a consumare. Tanto è vero che lo stesso Amartya Sen, economista premio nobel dell’economia, ha studiato e ha scritto che dal 1937 non c’è più una carestia al mondo che non sia creata dall’uomo: non sono più carestie naturali. L’esempio eclatante degli anni '80 della fame in Egitto, Etiopia: nello stesso momento in cui si hanno le carestie questi paesi stanno esportando cibo! Dunque non è una questione di produzione, anzi dovremmo forse produrre meno e distribuire meglio!
Esistono quindi due scuole scientifiche per il miglioramento dell'agricoltura: la trans genetica e gli OGM (questa ultima evoluzione della ingegneria genetica), e il metodo più tradizionale.
Dovremmo chiederci perché mangiare già gli OGM quando a livello mondiale sono stati fatti soltanto 17 studi eppure in America si mangia.
Anche in Italia già si stanno mangiando, i nostri animali mangiano gli OGM. Quando intervistai il direttore dell’IGV di Bari gli dissi se noi non vogliamo mangiare gli OGM e lui mi fermò dicendomi: 'li state già mangiando, è solo che non lo sapete'.

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