Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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lunedì 1 ottobre 2012

Guerra globale in forma tecnica e «silenziosa»

Fonte: il manifesto/Megachip | Autore: Tommaso De Berlanga
          
Grande è il disordine sotto i cieli della finanza. Se esistessero soggetti e strategie per il cambiamento, forse la situazione potrebbe essere «eccellente». Ma non se ne vede traccia all’orizzonte…
Così le difficoltà delle diverse aree continentali in competizione si trasformano, per il momento, in «guerra delle monete». Al centro del sommovimento – come sempre – il dollaro Usa.
L’economia reale statunitense segna il passo e il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha deciso quindici giorni fa di «iniettare» (ricorrendo a ben tre diversi strumenti) quasi 85 miliardi di dollari al mese sui mercati. Senza peraltro indicare alcuna scadenza temporale.
Il risultato ovvio, e voluto, consiste in un deciso indebolimento del dollaro – meno 4%, tra la fine luglio e oggi – che dovrebbe aiutare la competitività delle merci Usa.
In realtà la svalutazione è probabilmente inferiore a quella desiderata, perché la divisa Usa è «strutturalmente» forte; è infatti l’unità di misura e di scambio di tutte le materie prime, nonché delle transazioni finanziarie.
La Bce ha scelto una strategia un po’ diversa (annunciando l’acquisto di titoli di stato a breve termine dei paesi in difficoltà), ma dai risultati simili. Solo che non ha ancora effettuato alcun acquisto sul mercato. Nessun paese ha chiesto un simile «aiuto» per raffreddare lo spread sui propri titoli. E quindi i mercati hanno ripreso ad esercitare pressione sui più deboli (Spagna e Italia, soprattutto), riportando per esempio lo spread sui Btp decennali a 370 punti.
Nonostante tutti i suoi problemi interni, l’euro si è perciò rivalutato. Peggiorando le condizioni dell’export per l’intera area. Stranamente, i più forti esportatori dell’eurozona – i tedeschi – non si mostrano particolarmente preoccupati.
Una ragione è stata individuata da alcuni osservatori. È noto che si sta formando il fondo Esm, il nuovo «salva-stati», che però potrebbe essere usato anche per salvare le banche. L’incertezza è tale che questo fondo, per ora, non farà prestiti a nessuno. Ma, per non svalutarsi – l’inflazione galoppa a un ritmo superiore al 3% annuo – deve essere investito in titoli sicuri. Quali? Beh, in Europa c’è poco da scegliere. Olanda, Germania e Finlandia, i tre paesi a «tripla A». I quali, però, sono anche quelli che hanno rimesso in discussione le funzioni del fondo. Risultato ai limiti dell’assurdo: la messa in sicurezza del fondo Esm (acquistando titoli a «tripla A») farà aumentare lo spread dei paesi che avrebbe dovuto «salvare». Geniale, no?
Nemmeno le mosse cinesi – la Banca centrale ha «pompato» a sua volta 53 miliardi di dollari nell’ultima settimana – hanno ottenuto il risultato sperato: lo yuan si è rivalutato dell’1% in solo giorno, segnado un nuovo record nei confronti del dollaro.
Dove correranno, allora, i capitali finanziari in cerca di un certo margine di guadagno senza fatica? Qui gli analisti si sbizzarriscono. C’è chi vede bene le valute di paesi «emergenti», ma Brasile, Cina, India e Russi tutto possono sopportare tranne che un’eccessiva rivalutazione mentre anche le loro economie stanno frenando seccamente.
Ecco dunque apparire all’orizzonte paesi al limite della solvibilità come il Messico. Mentre anche Singapore e Russia sembran pronti a sparare quantitative easing pur di mantenere l’oscillazione con il dollaro entro determinati limiti.
Chi si indigna soltanto per i quattro soldi rubati da un sottobosco politico al di sotto di qualsiasi soglia dovrebbe un attimo riflettere sulle dimensioni della ricchezza spesa nella «guerra delle monete» e che finisce nelle banche. Non c’è proprio partita.

venerdì 28 settembre 2012

Addio vecchio dollaro. L’Iran accetta yuan

Fonte: il manifesto | Autore: Tommaso De Berlanga            
Mosca e Tehran rompono il monopolio Usa negli scambi sulle materie prime
La «guerra delle monete», denunciata dal ministro delle finanze brasiliano, Diego Mantega, una settimana fa, dopo i quantitative easing decisi quasi in contemporanea dalle principali banche centrali del pianeta (Europa, Usa, Giappone, Inghilterra) si arricchisce di una battaglia potenzialmente decisiva. La Cina ha reso noto che dal 6 settembre sta pagando in yuan il petrolio che compra da Iran e Russia.
Che c’è di male? Nulla. Solo che la moneta regina degli scambi nel mercato delle materie prime è da oltre 60 anni il dollaro. Non basta. La materia prima più scambiata a mondo è ovviamente il petrolio. Conseguenza logica (storica, politica, geostrategica): del dollaro si può fare a meno, se c’è un’alternativa. Che non è l’euro, ed anche questo ha la sua sporca importanza.
I dirigenti del Pcc cinese sono proverbiali per la loro prudenza. Non solo perché non è loro intenzione irritare oltre misura gli Stati uniti, notoriamente fumantini quando si mette in discussione con i fatti il loro dominio globale. C’è la ragione molto più prosaica che la Cina è anche il primo creditore degli Usa, e non le conviene affatto far «deprezzare» violentemente la moneta di cui detiene quantità immense nei propri forzieri. Eppure, hanno messo in essere il primo gesto esplicito che conduce dritto al taglio di una delle gambe su cui si fonda il potere globale Usa: il dollaro. L’altra è la potenza militare, con tanto di supremazia tecnologica. La prudenza, perciò, è un obbligo.
Cos’ha di particolare il dollaro? È l’unica moneta al mondo che può essere stampata in quantità arbitrarie senza intaccare più di tanto il suo valore. È così dall’estate del 1971, quando Richard Nixon «il bugiardo» revocò la convertibilità tra dollaro e oro su cui si reggevano gli accordi di Bretton Woods, del ’44. Da allora l’America scarica sul resto del mondo tutti i propri problemi: stampa dollari e gli altri paesi se li prendono come se fossero una «moneta rifugio». Un surrogato dell’oro, ma «creabile» in tipografia, senza i fastidiosi limiti della natura fisica.
Sull’isola di Kish, nel Golfo Persico, a pochi chilometri dalla costa iraniana, gli ayatollah hanno creato oltre un anno fa la prima borsa petrolifera con le quotazioni non espresse in dollari, Chi ha sottovalutato la portata del gesto ha fatto male i conti. Che il mercato delle materie prime diventi un luogo in cui «più monete gareggiano» – ci scusi Mao Zedong per la parafrasi – è qualcosa di più di un gesto simbolico. È la creazione di una circolazione alternativa, di una «via di fuga» per monete nazionali – o continentali – che rischiano sempre di essere strozzate dalle oscillazioni «politiche» del dollaro.
Non è difficile immaginare che molto presto – questione di settimane, non di mesi – per altre materie prime minerali, estratte da altri paesi in altri continenti, si potrà fare una scelta simile. Vale per l’America Latina che da tempo ha scelto di «autonomizzarsi» dall’invadente e invasore vicino del Nord. Vale per l’Africa, che da altrettanto tempo si vede attraversare da guerre per delega, in territori ricchi nel sottosuolo, senza mai vedersi restituire alcunché in termini di infrastrutture stabili. Quelle infrastrutture che i cinesi costruiscono oggi quasi come un omaggio, che diventerà un vincolo nel prossimo futuro.
Qualcosa si sta rompendo nell’ordine globale. E non era previsto, quando la globalizzazione era ancora saldamente nelle mani dell’Occidente.

martedì 12 giugno 2012

Cina e Giappone fanno a meno del dollaro

Gabriele Battaglia, da Pechino - eilmensile -

AFP/Getty Images
Per risollevare l’economia stagnante, che nei primi 4 mesi dell’anno ha registrato “solo” un +8,1 per cento, le autorità di Pechino hanno infatti deciso di lanciare un pacchetto di stimoli previsto per agosto o settembre: una mossa simile a quella del 2008, in piena crisi finanziaria globale, ma profondamente diversa per natura e destinazione dei finanziamenti in arrivo. Lo Stato ci metterà infatti meno del suo – nel 2008 furono 4mila miliardi di yuan (586 miliardi di dollari), oggi se ne prevedono mille – e aprirà invece le porte agli investimenti privati in settori strategici come quelli dell’energia e delle utility. E soprattutto, i soldi saranno veicolati in buona parte verso quelle eccellenze che permetteranno alla Cina di competere sempre più a livello qualitativo (non solo sul piano dei costi bassi): secondo quanto stabilito dal consiglio di Stato (cioè il governo) e riportato dall’agenzia ufficiale Xinhua, si tratta di “efficienza energetica e protezione ambientale, information technology, biologia, produzione di apparecchiature avanzate, nuove fonti energetiche, nuovi materiali, veicoli a energia alternativa”.
È il segno di un Dragone diverso, rispetto a quello che quattro anni fa puntò tutto su costruzioni e infrastrutture per fare fronte alla crisi internazionale. Oggi c’è meno bisogno di dare lavoro a un esercito industriale di riserva di milioni di migranti non qualificati e soprattutto bisogna calibrare bene gli investimenti per evitare il prodursi di bolle, come quella immobiliare, in buona parte figlia proprio del pacchetto del 2008.
Nel frattempo – e qui veniamo alla grande novità su scala globale – la Cina stringe con il Giappone uno di quei patti destinati a cambiare il volto del commercio internazionale. Da venerdì 1 giugno, i due Paesi cominceranno infatti a scambiarsi beni e servizi direttamente in yuan (cinesi) e yen (giapponesi). Il che significa, senza passare dal dollaro. Per il Dragone, è l’ennesima tappa di una “lunga marcia” verso l’emancipazione dalla valuta Usa, una sorta di politica monetaria anti-imperialista, che si propone almeno scopi: diversificare la valuta di riserva presente nelle casse di Pechino; dare allo yuan nuovo status internazionale. L’intento appare chiaro: la Cina non vuole più che la propria ricchezza dipenda da decisioni di politica monetaria prese a Washington.
Tokyo non può dirlo ad alta voce, ma probabilmente coltiva desideri analoghi. Nonostante le inimicizie, la Cina è diventata da tempo il principale partner commerciale del Giappone. Il totale degli scambi tra i due Paesi ha raggiunto 27.500 miliardi di yen (28 miliardi di euro) nel 2011 e la Cina rappresenta ormai il 10 per cento del pil mondiale e circa il 9 per cento del commercio internazionale.
Ad aprile, lo yuan è diventato la terza maggiore valuta internazionale per emissione di lettere di credito, per una quota di mercato del 4 per cento. Da tempo Tokyo vuole acquistare bond cinesi e a marzo ha chiesto e ottenuto l’approvazione di Pechino ad acquistarne per circa 65 miliardi di yuan (poco più di 10 miliardi di dollari). È una quota simbolica, ma il Giappone diventa così la prima economia a ottenere questo privilegio.
È chiaro che tutte queste manovre bilaterali permetteranno al Sol Levante un più facile accesso ai promettenti mercati cinesi. Il ministro delle Finanze Jun Azumi ha dichiarato in conferenza stampa che fare a meno del dollaro “permetterà di ridurre i costi di transazione e i rischi di ricorrere alle istituzioni finanziarie per degli aggiustamenti, inoltre renderà entrambe le valute più utili”. Tutto più facile insomma, anche perché la Cina, dove il valore dello yuan è determinato politicamente, dovrebbe concedere al Giappone un’oscillazione maggiore nel cambio tra le due monete (del 3 per cento), rispetto a quella in vigore con il dollaro (1 per cento).
Alcuni analisti leggono l’accordo anche in chiave di riforme interne cinesi. Eswar Prasad, ex capo della divisione cinese del Fondo Monetario Internazionale, ritiene per esempio che “quello che la Cina sta facendo è una ‘strategia del cavallo di Troia’; cerca cioè di cavalcare l’idea di un Renminbi che si trasforma in valuta globale per superare le resistenze alle riforme interne”, dice al South China Morning Post. Le forze più filo-mercato – continua Prasad – potrebbero utilizzare l’internazionalizzazione dello yuan per spingere verso un mercato finanziario più “maturo”, la costituzione di un mercato aperto delle obbligazioni societarie e di un tasso di cambio flessibile.

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