Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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sabato 2 giugno 2012

La memoria al presente

Andrea Cortellessa - ilmanifesto -
Il 2 giugno, col sancire l'inizio di uno Stato democratico e repubblicano, è una ricorrenza di Liberazione. Festa di popolo, non parata di soldati. Una anticipazione da «alfabeta2»
In attesa che, dopo Berlusconi, debba toccare ai Monti-Boys (e nella fattispecie al super-ragioniere Enrico Bondi e alla sua spending review) il merito storico di liberarcene definitivamente, il Capo dello Stato - in perfetta continuità con l'indirizzo della Presidenza Ciampi e con le scelte culturali del centrosinistra italiano negli ultimi vent'anni - ha deciso dunque di non rinunciare neppure stavolta al momento più pacchiano (e inquietante) della vita repubblicana: la parata militare ai Fori Imperiali, che in previsione del 2 giugno da sempre blocca l'area al traffico per una settimanella buona, e poi il giorno fatidico pesta per ore il selciato coi cingoli dei mezzi corazzati, gli anfibi dei parà in mimetica, gli zoccoli dei carabinieri a cavallo, i tacchi delle infermiere-glamour... il tutto sorvolato dal boato mortifero delle Frecce Tricolori. Non è bastato neppure il terremoto in Emilia e in Romagna, a far sì che almeno ai Vigili del Fuoco venisse risparmiato il gran privilegio di far parte del caravanserraglio.
I principi dell'articolo 11Ma, al netto dell'emergenza sismica e dei conti dei super-ragionieri, c'è da chiedersi: che c'azzecca tutta questa ritualità col 2 giugno? Via dei Fori Imperiali è tra l'altro uno dei simboli urbanisticamente più protervi della politica (e scenografia) del piccone fascista. Mentre la festa del 2 giugno, come si sa o si dovrebbe sapere, commemora il referendum che quel giorno e il successivo, nel 1946, decretò la forma istituzionale - repubblicana - della nazione italiana. E dunque non si vede davvero perché la simbolizzazione di tale forma istituzionale debba essere appaltata in forma esclusiva proprio alle Forze armate, con tanto di deposizione di corona d'alloro al Sacrario del Milite Ignoto da parte del Presidente della Repubblica. Una Repubblica, fra l'altro, che è tra i pochi Stati a contemplare, nei propri principi costituzionali, una cosa meravigliosa come l'articolo 11 («L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», con quel che segue) - sia pure ripetutamente aggirato dal governo di Massimo D'Alema, Kossovo 1999, e dai suoi variopinti successori.
Prima che l'evidenza dell'attualità scatenasse la protesta generalizzata (domani le associazioni pacifiste danno vita a una serie di sit-in in varie città italiane, mentre a Roma la Tavola della Pace raccoglierà firme contro le spese militari e la Rete Disarmo darà vita a una serata di incontri e dibattiti alla «Città dell'altra economia» a Testaccio), da qualche tempo s'era cominciato finalmente a dire - per lo più dalla parte cristiana del movimento non-violento - che sarebbe ora di abolire l'orrida parata militare e sostituirla con qualcosa che ricordi - per esempio - come quella del 2 giugno 1946 sia stata anche la prima tornata elettorale ad ammettere al voto le donne, in Italia (così finalmente conferendo, anche a loro, piena cittadinanza); oppure che metta al centro la storia e i problemi attuali dei lavoratori - se è vero che, in quella famosa Carta costituzionale, l'articolo 1 dice quello che dice. Ed è quest'ultima l'idea che avevano ripreso Cgil Cisl e Uil - così interrompendo, con sorprendente alzata d'ingegno, un'annosa subalternità rassegnata alle politiche laburicide da tempo bipartisanizzate - organizzando per domani una manifestazione unitaria appunto dei lavoratori (poi rinviata, questa sì, data appunto l'emergenza terremoto). Susanna Camusso aveva così esplicitato il cortocircuito delle ricorrenze: «l'intenzione è quella di fare il 2 giugno una festa come quella del 1 maggio per avviare un percorso di rivendicazioni».

giovedì 31 maggio 2012

Un’offesa alla Repubblica

il manifesto | Autore: Tommaso Di Francesco
       
Nel momento del disastro materiale di popolazioni colpite dal terremoto, come si dà prova di «vitalità, forza democratica e fermezza», le virtù necessarie secondo il presidente Napolitano a celebrare la Festa della Repubblica, se non scartando dalla tradizione che vuole una parata militare e impegnando invece quegli uomini e mezzi nel soccorso e nell’aiuto? Invece delle urla dei comandi, del ritmare del passo dei soldati, dello sferragliare dei carri armati e delle scie assordanti dei cacciabombardieri nei cieli di Roma, non dovrebbe esserci un silenzio, questo sì «sobrio», rispettoso, operoso e partecipe per un’altra ferita civile che si apre nel cuore del Belpaese?
Dovrebbe essere un ragionamento ovvio e scontato di fronte all’emergenza dolorosa e immane che ha colpito l’Emilia, tanto più che è già accaduto nel 1976, ha ricordato il manifesto, quando per il terremoto del Friuli la presidenza Leone sospese la parata. Invece c’è solo la consapevolezza di tanti, dai siti web all’opposizione di sinistra (ma anche a destra), ma non delle cosiddette istituzioni, dalla presidenza della Repubblica al governo dei tecnici, nel taciturno e spettrale consenso di chi lo sostiene: il Pdl, e il Pd, che pure alla costola democratica dell’Emilia dovrebbe essere legato, come dovrebbe piangere sulla strage operaia dentro un modello produttivo che tanto ha esaltato.
Il fatto è che quella parata era un’offesa anche prima del terremoto. Uno spreco insopportabile il costo previsto e già attivato di circa 4 milioni di euro in piena crisi, a cui si è aggiunto il ridicolo dell’avere costretto ad imparare a marciare per il 2 giugno molti giovani che fanno parte del Servizio civile taglieggiato nei nuovi fondi governativi. Questa parata militare così concepita, più che celebrare la Festa della Repubblica, doveva e deve servire ad essere vetrina pubblicitaria del supermarket delle armi andato in onda all’ultimo vertice della Nato di Chicago del 20 e 21 scorsi. Utile quindi solo a giustificare i 10 miliardi di spesa nel bilancio del governo dei tecnici e del ministro-generale Di Paola, per l’acquisto di 90 cacciabombardieri F-35. Visto che non basta più correre da un sisma all’altro, da un’alluvione all’altra, quanto assetto del territorio italiano potrebbe essere sanato con 10 miliardi di euro? Altro che l’aumento impopolare deciso ieri dal governo del 2% delle accise dei carburanti per arrivare a 500 milioni da destinare – forse, visto il ruolo delle assicurazioni private previsto dalla nuova legge per i rimborsi da terremoto – alla ricostruzione.
Ma naturalmente la parata deve rappresentare lo spot celebrativo delle guerre che ci hanno visti impegnati a disprezzo dell’articolo 11 della nostra costituzione, repubblicana appunto, che «bandisce il ricorso alla guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali». Ma di quali conflitti dovremmo essere fieri, visto che dall’Iraq, ai Balcani, dalla Somalia all’Afghanistan fino alla Libia quel «ricorso alla guerra», quegli interventi armati più o meno ipocritamente giustificati non hanno risolto le crisi ma, aggiungendo guerra a guerra e troppe stragi di civili, le hanno trasformate solo in immensi buchi neri e rovine della storia? Si dirà che in alcuni luoghi siamo forza di pace che si interpone. Bene, allora celebriamo la pace che si interpone inviando subito uomini e mezzi a soccorrere le popolazioni dell’Emilia.
La volontà sotterranea e nuova a dire no alla parata del 2 giugno è forte domanda di democrazia. Se inaspettatamente in Italia ha prevalso un referendum per impedire la privatizzazione dell’acqua, è ormai tempo di trovare forme e modi per una iniziativa popolare contro le spese militari. Siamo ancora in tempo a mobilitarci contro. A fermarla, la parata di rovine.

THE PARADE OF THE 2nd OF JUNE
the italian president insist to celebrate the traditional military parade(cost 3 million euro)despite  adverse opinion in the web and media  (the money could be given to the earthquake victims)
PARADE in italian also "to save a goal"

mercoledì 30 maggio 2012

Annullata la parata del 2 giugno

Questa è la lettera di risposta che Lelio Basso scrisse all’allora ministro della Difesa Arnaldo Forlani che decise di sospendere la parata militare del 2 giugno 1976 dopo il terremoto che sconvolse il Friuli.

Quindi si può fare. Scriviamo a Napolitano da qui

Udine, 1976.
Sono personalmente grato al ministro Forlani per avere deciso la sospensione della parata militare del 2 giugno, e naturalmente mi auguro che la sospensione diventi una soppressione.
Non avevo mai capito, infatti, perché si dovesse celebrare la festa nazionale del 2 giugno con una parata militare. Che lo si facesse per la festa nazionale del 4 novembre aveva ancora un senso: il 4 novembre era la data di una battaglia che aveva chiuso vittoriosamente la prima guerra mondiale. Ma il 2 giugno fu una vittoria politica, la vittoria della coscienza civile e democratica del popolo sulle forze monarchiche e sui loro alleati: il clericalismo, il fascismo, la classe privilegiata. Perché avrebbe dovuto il popolo riconoscersi in quella sfilata di uomini armati e di mezzi militari che non avevano nulla di popolare e costituivano anzi un corpo separato, in netta contrapposizione con lo spirito della democrazia?
C’era in quella parata una sopravvivenza del passato, il segno di una classe dirigente che aveva accettato a malincuore il responso popolare del 2 giugno e cercava di nasconderne il significato di rottura con il passato, cercava anzi di ristabilire a tutti i costi la continuità con questo passato. Certo, non si era potuto dopo il 2 giugno riprendere la marcia reale come inno nazionale, ma si era comunque cercato nel passato l’inno nazionale di una repubblica che avrebbe dovuto essere tutta tesa verso l’avvenire, avrebbe dovuto essere l’annuncio di un nuovo giorno, di una nuova era della storia nazionale. Io non ho naturalmente nulla contro l’inno di Mameli, che esalta i sentimenti patriottici del Risorgimento, ma mi si riconoscerà che, essendo nato un secolo prima, in circostanze del tutto diverse, non aveva e non poteva avere nulla che esprimesse lo spirito di profondo rinnovamento democratico che animava il popolo italiano e che aveva dato vita alla Repubblica.
La Costituzione repubblicana, figlia precisamente del 2 giugno, aveva scritto nell’articolo primo che l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro.
Una repubblica in primo luogo. E invece quel tentativo di rinverdire glorie militari che sarebbe difficile trovare nel passato, quel risuonare di armi sulle strade di Roma che avevano appena cessato di essere imperiali, quell’omaggio reso dalle autorità civili della repubblica alle forze armate, ci ripiombava in pieno nel clima della monarchia, quando il re era il comandante supremo delle forze armate, “primo maresciallo dell’impero”. Le monarchie, e anche quella italiana, eran nate da un cenno feudale e la loro storia era sempre stata commista alla storia degli eserciti: non a caso i re d’Italia si eran sempre riservati il diritto di scegliere personalmente i ministri militari, anziché lasciarli scegliere, come gli altri, dal presidente del consiglio. Ma che aveva da fare tutto questo con una repubblica che, all’art. 11 della sua costituzione, dichiarava di ripudiare la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali? Tradizionalmente le forze armate avevano avuto due compiti: uno di conquista verso l’esterno e uno di repressione all’interno, e ambedue sembravano incompatibili con la nuova costituzione repubblicana.
Repubblica democratica in secondo luogo. In una democrazia sono le forze armate che devono prestare ossequio alle autorità civili, e, prima ancora, devono, come dice l’art. 52 della costituzione, uniformarsi allo spirito democratico della costituzione. Ma in questa direzione non si è fatto nulla e le forze armate hanno mantenuto lo spirito caratteristico del passato, il carattere autoritario e antidemocratico dei corpi separati, sono rimaste nettamente al di fuori della costituzione. I nostri governanti hanno favorito questa situazione spingendo ai vertici della carriera elementi fascisti, come il gen. De Lorenzo, ex-comandante dei carabinieri, ex-capo dei servizi segreti ed ex-capo di stato maggiore, e, infine, deputato fascista; come l’ammiraglio Birindelli, già assurto a un comando Nato e poi diventato anche lui deputato fascista; come il generale Miceli, ex-capo dei servizi segreti e ora candidato fascista alla Camera. Tutti, evidentemente, traditori del giuramento di fedeltà alla costituzione che bandisce il fascismo, eppure erano costoro, come supreme gerarchie delle forze armate, che avrebbero dovuto incarnare la repubblica agli occhi del popolo, sfilando alla testa delle loro truppe, nel giorno che avrebbe dovuto celebrare la vittoria della repubblica sulla monarchia e sul fascismo. E già che ho nominato De Lorenzo e Miceli, entrambi incriminati per reati gravi, e uno anche finito in prigione, che dire della ormai lunga lista di generali che sono stati o sono ospiti delle nostre carceri per reati infamanti? Quale prestigio può avere un esercito che ha questi comandanti? E quale lustro ne deriva a una nazione che li sceglie a proprio simbolo?
Infine, non dimentichiamolo, questa repubblica democratica è fondata sul lavoro. Va bene che, nella realtà delle cose, anche quest’articolo della costituzione non ha trovato una vera applicazione. Ma forse proprio per questo non sarebbe più opportuno che lo si esaltasse almeno simbolicamente, che a celebrare la vittoria civile del 2 giugno si chiamassero le forze disarmate del lavoro che sono per definizione forze di pace, forze di progresso, le forze su cui dovrà inevitabilmente fondarsi la ricostruzione di una società e di uno stato che la classe di governo, anche con la complicità di molti comandanti delle forze armate, ha gettato nel precipizio?
Vorrei che questo mio invito fosse raccolto da tutte le forze politiche democratiche, proprio come un segno distintivo dell’attaccamento alla democrazia. E vorrei terminare ancora una volta, anche se non sono Catone, con un deinde censeo: censeo che il reato di vilipendio delle forze armate (come tutti i reati di vilipendio) è inammissibile in una repubblica democratica.
Lelio Basso

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