Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
Visualizzazione post con etichetta ilmanifesto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ilmanifesto. Mostra tutti i post

sabato 22 dicembre 2012

Così vicini, così lontani. Le ragioni di un distacco.

"Lettrici e lettori, collaboratrici e collaboratori ci chiedono perché abbiamo mollato". Sedici compagni del manifesto spiegano i motivi che li hanno portati a restare fuori dalla nuova cooperativa.
- ilmanifesto - 22.12.2012
Il manifesto è stata un'avventura straordinaria. L'invenzione di una nuova forma della politica, quando ancora nessuno immaginava che politica e comunicazione sarebbero diventate la stessa cosa. L'esercizio quotidiano di un pensiero critico, in un sistema dell'informazione che di pensiero critico non abbonda. La tessitura incessante di una rete di relazioni ricchissima, con i lettori, i collaboratori, i sostenitori. La costruzione di uno spazio in cui un giovane sconosciuto, un operaio di Marghera, un collettivo femminista erano autorizzati a parlare quanto un intellettuale blasonato. La pratica quotidiana del confronto, talvolta ruvido ma sempre interessato alle differenze in gioco, fra la generazione dei fondatori espulsi dal Pci, quella del '68, del '77 e del femminismo, quella della Pantera e di Genova. Il luogo di frontiera libero da dove abbiamo avuto il privilegio di attraversare, raccontare, interpretare quarant'anni densissimi di storia politica e culturale del mondo e della sinistra.
Tutto questo, e molto più di tutto questo, sotto la testatina «quotidiano comunista». Che non è mai stata, per nessuno di noi - a cominciare da Rossanda e Parlato, da sempre schierati per un giornale di ricerca e di innovazione, non di partito ma di parte - un'etichetta identitaria, né un programma ideologico, né tantomeno una tessera. E' stata e resta, fondamentalmente, il segno di due cose. La prima: che l'orizzonte del comunismo deve restare aperto, non come speranza per il futuro ma come contraddizione del presente, contro la volontà di potenza del capitalismo, contro la violenza sui corpi e sulle vite dei poteri vecchi e nuovi, contro i manipolatori delle menti e i colonizzatori dell'immaginario. La seconda: che fra quella testatina del giornale e la vita del gruppo che lo produce debba esserci una qualche coerenza. Non riconducibile solo alla formula proprietaria, pure importantissima, e all'egualitarismo salariale. Bensì ad uno stile delle relazioni fra noi, consapevole che quel «noi» è un soggetto prezioso e delicato, da trattare con la stessa cura dell'oggetto-giornale da mandare in edicola ogni giorno. Non dunque, come recita uno slogan oggi caro alla Direzione, un manifesto «oltre le nostre persone», ma le nostre persone nella scommessa del manifesto.
Lettrici e lettori, collaboratrici e collaboratori ci chiedono perché abbiamo mollato. Ce lo chiedono con dispiacere, talvolta sorpresi perché non capiscono, talvolta irritati come se avessimo tradito un'aspettativa o una certezza, una missione o un dovere di resistenza. Hanno qualche ragione, perché avremmo dovuto dire più, e qualche torto, perché anche i silenzi parlano, ad esempio di un tentativo di non inasprire i toni, o del bisogno di elaborare una perdita. La risposta, comunque, è semplice: perché poco o nulla di quello che per noi è stato ed è il manifesto sopravviveva ormai in via Bargoni. Il che non significa pensare che il manifesto sia finito per sempre. Significa separarsi da un manifesto che in questo momento non è più quello che, fino all'ultimo, ci siamo spesi per tenere in vita e costruire.
Quando ci si separa, si sa che spesso volano gli stracci, e con gli stracci molte bugie. Non staremo a contestarle o smentirle una per una. Su qualcuna però non possiamo tacere.
Non è vero che siano emerse fra noi posizioni politiche e di politica editoriale incompatibili. Né che ci sia stato uno scontro tra fautori di un "giornale-partito" contro un "giornale-giornale". E' vero piuttosto che negli ultimi anni è stato programmaticamente eliminato il terreno stesso del confronto politico, culturale ed editoriale al nostro interno. Qualsiasi discussione è stata ritenuta superflua e perfino ostativa alla fattura di un giornale sempre più omologato, al di là dei singoli contributi pure spesso eccellenti, alla stampa mainstream, alla sua agenda, alle sue tematizzazioni; sempre meno sperimentale nella formula editoriale (rapporto carta-online, rapporto quotidiano-supplementi etc.); sempre più ridotto da intelligenza collettiva a macchina produttiva veicolo di interventi esterni. Questa ostinata chiusura della discussione ci ha oltretutto impedito di confrontarci con il dato duro di un forte calo delle vendite, sempre attribuito genericamente alla crisi della carta stampata e mai analizzato come sintomo specifico di una perdita di autorevolezza e di efficacia della testata.
Non è vero che la liquidazione coatta sia stata imposta dal Cda uscente, segnatamente nelle persone del suo presidente Valentino Parlato e dell'amministratore delegato Emanuele Bevilacqua. La liquidazione era l'unica opzione possibile per evitare la procedura fallimentare, tutelando i diritti e gli ammortizzatori sociali dei soci-lavoratori; lo sapevamo tutti, e l'abbiamo approvata tutti, salvo un paio di eccezioni. Essa non ci avrebbe impedito di tentare fin da subito - ormai un anno fa - di mettere a punto un piano di riacquisto della testata, con l'aiuto dei lettori e dei circoli, e di ridefinizione della cooperativa e della redazione secondo criteri organici a un piano di riforma del prodotto: per aggiornarne e rilanciarne il senso politico-editoriale, che si era appannato negli ultimi anni, e per risanare una gestione economica sbagliata, di cui tutti portiamo qualche responsabilità. Purtroppo è stata seguita un'altra strada. Nessun piano di riacquisto, mentre la cooperativa e la redazione venivano lasciati a un'emorragia spontanea di competenze professionali e di funzioni, senza nulla fare per tamponarla, e anzi giocando su sottoutilizzazioni e prepensionamenti - questi ultimi nient'affatto «scelti», come ora si dice, bensì accettati per ridurre i costi del lavoro, e per giunta additati come posizioni di privilegio e fatti oggetto di una brutta campagna «rottamatoria» - per sfrondare il giornale da posizioni non allineate.
Non è vero dunque che la nuova cooperativa nasca dalla differenza algebrica fra l'innocenza e la buona volontà di quanti «hanno tenuta aperta la casa» e «il menefrighismo di chi ha lasciato il giornale in un momento difficile». Essa è piuttosto il frutto dell'avocazione a sé, da parte della Direzione e delle rappresentanze sindacali, di funzioni di rappresentanza della proprietà collettiva del giornale che non sono di loro pertinenza. Fino al rifiuto di eleggere un organismo garante della trasparenza del delicato processo di transizione ed eventualmente di vendita della testata.
Altro che menefreghismo, esili volontari e porte sbattute. Su questi e su altri punti, di metodo e di sostanza, abbiamo continuato fino alla fine a proporre strade alternative e a dare battaglia, senza mai far mancare il nostro contributo gratuito di scrittura malgrado i dissensi, peraltro pubblicamente espressi sulle pagine del giornale ma mai raccolti, sempre respinti e più volte denigrati.
Sono queste le ragioni che ci hanno persuasi, non senza dolore, a non partecipare alla formazione della nuova cooperativa, di cui non ci è chiara né la prospettiva politico-editoriale né la discontinuità amministrativo-gestionale. E che nasce da una consapevole messa in mora, per non dire da un sostanziale disprezzo, di quello stile delle nostre relazioni che dicevamo all'inizio. Se ne può trarre la conclusione che noi ci siamo allontanati dal manifesto: ma solo dopo che il manifesto, «questo» manifesto, si era allontanato da noi. Quanto al domani, è tutto da scrivere.

*** Loris Campetti, Mariuccia Ciotta, Marco Cinque, Astrit Dakli, Ida Dominijanni, Sara Farolfi, Tiziana Ferri, Marina Forti, Maurizio Matteuzzi, Angela Pascucci, Francesco Piccioni, Gabriele Polo, Doriana Ricci, Miriam Ricci, Roberto Silvestri, Roberto Tesi (Galapagos)
LA RISPOSTA DELLA DIREZIONE
Dispiace che le compagne e i compagni firmatari di questa lettera non abbiano voluto raccogliere il significato dell'articolo "Una nuova storia", pubblicato a nome di tutti noi. Stupisce l'affermazione sulla "programmatica eliminazione" del conflitto politico. Molte delle firme in coda a questa lettera hanno connotato la prima pagina del manifesto sempre, e nessuno può confermarlo meglio dei nostri lettori. Direzione e rappresentanze sindacali non hanno "avocato" alcun potere. Ogni cosa è stata decisa con il voto del collettivo. Chi propone strade alternative ha avuto, e ha ancora, la possibilità di esprimersi. Stando dentro, non fuori il giornale. E confrontandosi, in modo aperto e franco, come abbiamo sempre fatto nella nostra storia.

lunedì 17 dicembre 2012

Manifesto. Una nuova storia.

- 17.12.2012 - ilmanifesto -
La storia della nostra cooperativa è finita. Entro domani i liquidatori riceveranno le «proposte vincolanti» di chi è interessato all'acquisto della testata. Care lettrici e lettori, care compagne e cari compagni, tra quindici giorni gli abbandoni, gli addii polemici, le porte sbattute, le dimissioni alle quali vi abbiamo fatto assistere nelle ultime settimane finiranno necessariamente.
È un esito triste eppure conosciuto da tempo. Ve lo abbiamo raccontato passo dopo passo. Abbiamo scelto la strada della liquidazione coatta amministrativa all'inizio di quest'anno. A indicarcela, come unico approdo possibile della crisi finanziaria, è stato l'ultimo consiglio di amministrazione della cooperativa: Valentino Parlato presidente ed Emanuele Bevilacqua amministratore delegato. Per dieci mesi, da febbraio a oggi, e per la prima volta in quarantuno anni di storia, tre persone sconosciute hanno gestito i nostri conti. A tutela dei nostri creditori. Questo ha comportato due conseguenze pratiche. Gli stipendi dei dipendenti di questa cooperativa - 1.200 euro al mese - sono stati ridotti di un terzo dalla cassa integrazione. Allargata e pesante: ognuno di noi ha rinunciato a lavorare almeno per quattro mesi su dieci. Se non ve ne siete accorti troppo, cari lettori, è perché anche dalla cassa integrazione abbiamo cercato - volontariamente - di sorreggere in qualche modo l'impresa folle di mandare in edicola un giornale sottoposto alla liquidazione. Un azzardo mai tentato e persino sconosciuto come ipotesi nel momento in cui la liquidazione è cominciata. Eppure chissà come, al prezzo di errori e stress (due cose che hanno sicuramente avuto un peso nei nostri litigi), ci siamo riusciti.
È solo per questo che oggi possiamo ancora immaginare un futuro per il manifesto. Perché malgrado tutti i suoi acciacchi il giornale c'è, lo avete in mano, è ancora vivo. La seconda conseguenza della liquidazione è stata che all'improvviso non abbiamo avuto più un euro a disposizione per le spese del quotidiano. La carta delle stampanti si può riciclare girando il foglio, qualche piccolo viaggio è stato possibile farlo contando sulla solidarietà degli amici, ma a tantissimo abbiamo dovuto rinunciare. Molte storie le abbiamo seguite da lontano. Il risultato è stato un giornale più povero, anche perché non abbiamo pagato i nostri collaboratori, molti già rassegnati a non vedere mai un soldo.
I collaboratori sono l'altra metà del manifesto , insieme a noi hanno disegnato negli anni il profilo di questa impresa politica ed editoriale. La gran parte di loro ha continuato a scrivere per noi, accettando di farlo gratuitamente. Alcuni hanno dovuto smettere e altri ancora hanno deciso di portare altrove il loro talento. Avete letto le loro ragioni su queste pagine (non solo su queste pagine). Ovviamente sono tutte rispettabili e da noi rispettate: chiunque abbia collaborato al manifesto meriterebbe solo per questo ogni bene, altro che la porta chiusa dalla liquidazione. Si è trattato però, questo dobbiamo scriverlo con chiarezza, sempre di una scelta che non abbiamo voluto e che ci ha fatto male. Soprattutto quando è arrivata all'ultimo miglio di una lunga strada percorsa assieme. Ma chi è ostinatamente rimasto a tenere aperta la casa pretende lo stesso rispetto di chi se ne è andato. Restare, ci ha scritto Emanuele Trevi, «è un gesto del quale bisogna riconoscere, mi sembra, la nobiltà e il disinteresse, allo stesso modo in cui deve essere rispettata ed onorata ogni decisione di abbandono».
Naturalmente non tutti gli abbandoni sono uguali. Quello di Rossana Rossanda e, poi, di Valentino Parlato sono stati terremoti sulla casa. E nemmeno gli unici. Altre «firme» importanti del giornale, ex dipendenti che con lo stato di crisi hanno scelto volontariamente il pre-pensionamento, hanno preso la stessa decisione. Anche loro sono finiti nella tagliola imposta dalla liquidazione che ha sospeso la retribuzione di tutte le collaborazioni. Una sorte, per questi compagni, particolarmente ingiusta. Per decenni le loro intelligenze e il loro lavoro sono stati i mattoni con i quali il manifesto è stato costruito. Non tutti sono andati via, molti sono ancora qui in redazione e continuano a pensare il giornale ogni giorno. Però è vero che la questione della continuità tra le generazioni ha finito col trasformarsi in una bomba innescata sotto il nostro comune destino. Colpa nostra, che non siamo riusciti a inventarci un modo originale per affrontare un passaggio che tutte le storie lunghe prima o poi si trovano davanti. Ci abbiamo provato, ma la disgrazia economica - che non è l'unica causa - ha peggiorato tutto. A questo abbiamo dedicato tempo e discussioni, si potrebbe dire quasi tutto il tempo e tutte le discussioni, trascurando altre necessità, per esempio guardare al futuro e non solo al passato. In questi anni abbiamo perso brave giornaliste e giornalisti che hanno cominciato nelle nostre stanze. Non abbiamo avuto le risorse per trattenerli. Ci siamo preclusi molti destini possibili. Si sottolinea spesso il ruolo del manifesto come palestra del mestiere, la verità è che da molti anni non abbiamo alcuna possibilità di aggregare nuove energie. Ultimi arrivati non ce ne sono. Le occasioni, quelle sì, ci sono state. Bravi professionisti sono maturati qui da noi, poi però sono stati altri a coglierli e accoglierli.
Care lettrici, cari lettori, vi raccontiamo tutto delle nostre difficoltà, anche gli aspetti più materiali, come sempre abbiamo fatto. Da settimane la nostra redazione è sottoposta a un martellamento continuo. Chi è andato via ha voluto descrivere il manifesto che lasciava, e nel quale ha continuato a stare fino al giorno prima, come un terreno improvvisamente presidiato dai barbari. Qualcuno ha parlato di una «occupazione» illegittima. Queste uscite sono state un colpo pesante alla possibilità di salvezza del giornale. Noi, per lo più, non abbiamo replicato agli insulti. Perché il dolore lascia attoniti, ma anche perché rispondere avrebbe significato contribuire allo sgretolamento della nostra impresa collettiva. La sinistra che si estingue dividendosi e lacerandosi è un luogo comune; la storia irregolare del manifesto avrebbe dovuto evitarlo. Ma, al punto in cui siamo (e che abbiamo provato a riassumere) dovrebbe essere chiaro che le divisioni tra noi non hanno nulla a che vedere con il passato. Riguardano il futuro del manifesto . Se un futuro deve esserci e quale deve essere. Del resto, discussioni, litigi, risse anche fisiche, fratture irrecuperabili hanno costellato la storia (gloriosa) di questo giornale. A turno, qualcuno si è collocato all'opposizione, è rimasto in disparte, ha scelto l'esilio, oppure è andato via. Battaglie politiche, vinte oppure perse. Ma mai nessuno ha messo in discussione la sopravvivenza della testata. Anche quando è stata a un passo dalla liquidazione, senza però mai farlo quel passo fatale. Anzi, la convinzione che ci sarebbe stata sempre una casa comune, un'altra battaglia da fare, una direzione da contendere, ha tenuto legato anche chi è stato sconfitto. Persino chi è andato via, per tornare magari anni dopo. Da quando quel passo nella liquidazione è stato fatto, tutto è cambiato. Perché da allora tutti sappiamo - chi ha proposto la liquidazione e chi l'ha accettata - che dovevamo rifondare un patto. Inclusivo (secondo noi) per ricominciare un'altra storia. All'altezza del mondo che cambia. Eravamo destinati a lasciare questa cooperativa. Per ritrovarci? Su questo ci siamo divisi.
I fondatori sostengono di no. Pensano che il manifesto sia finito per sempre. Alcuni compagni della generazione successiva condividono. La redazione nella sua grande maggioranza non lo pensa. E si sta impegnando per impedirlo. Pensa anche che nel nuovo manifesto vada trasferito non solo lo spirito ma anche e soprattutto la forma proprietaria del vecchio. La cooperativa dei dipendenti, che sarà autonoma nella linea editoriale. Anche la legge spinge in questo senso, perché solo a una cooperativa sarebbero garantiti i fondi per l'editoria del prossimo anno. Il prossimo e basta: è una storia che si va a concludere, della quale però non ci vergogniamo affatto. Non potremmo: la legge sull'editoria è nata dalle battaglie del manifesto , anche la caccia alle cooperative fasulle e ai ladri di soldi pubblici molto spesso è partita da noi prima che Grillo venisse a farci la morale. Però non ci facciamo illusioni, il contributo dello stato è fondamentale per provare a ripartire, ma poi dovremo riuscire a stare in piedi solo con le vendite e la (poca) pubblicità. Per questo nella costruzione della nuova cooperativa stiamo affrontando il passaggio più stretto: dobbiamo più che dimezzare il nostro organico. Giornalisti e poligrafici hanno deciso di farlo per far sopravvivere il manifesto ; è forse questa una scelta che merita minore rispetto di quello che si deve a chi si è chiamato fuori? Non lo crediamo. Quello che ci muove non è la pura volontà di conservare un lavoro (cosa nobile in sé, ma non garantita e in questo caso neanche un po') eppure di questo siamo stati brutalmente accusati. Al contrario, dopo dieci, venti, trenta, in qualche caso anche quaranta anni di manifesto sentiamo tutti la responsabilità di fare ogni cosa possibile perché la storia non si chiuda qui. Non si chiuda così.
Deve esserci una nuova cooperativa e ci sarà. Ma non sarà solo di chi l'ha voluta - tra i giornalisti 36 favorevoli, 3 contrari e 7 non votanti; tra i poligrafici 12 favorevoli e 9 non votanti: è il risultato della votazione del 10 dicembre. Sarà di tutti. La nuova cooperativa è la condizione necessaria perché questa storia possa continuare, ma non sufficiente. Anche chi non potrà rientrare da subito nella cooperativa e anche chi si è allontanato deve tornare a sentirsi parte del manifesto . Questo dipende soprattutto da noi e ci proveremo in ogni modo. Anche rimediando alle mancanze che abbiamo avuto in questi mesi di angoscia. Insieme si può ancora fare. Non serve dire che le nostre porte sono aperte perché questo è evidente a tutti. Diciamo invece che le mura stesse, quali che saranno, torneranno a essere la casa di tutti. La legge prescrive che la cooperativa sia composta in maggioranza dai soci dipendenti, noi troveremo il modo di includere quelli che la legge esclude. Teniamo a tutte le firme, ma soprattutto ai corpi e alle menti dei nostri compagni. Norma Rangeri ha già scritto che considererà chiusi i compiti e responsabilità della direzione una volta avviato il nuovo giornale. A lei, al di là delle differenze che esistono tra noi, va la gratitudine per aver tenuto il timone nella tempesta. Non era facile e non era scontato. Da parte sua altri gesti non servono, serve la volontà di volerli accogliere. Perché il confronto tra noi non può essere invocato come un dono dall'alto proprio da chi si è in questi mesi allontanato. Il confronto lo si costruisce, la parola si prende, le idee si affermano nella nostra quotidianità. Siamo ancora qui.
E ci saremo, con la nuova cooperativa. Qualsiasi altra soluzione non sarebbe compatibile non solo con la storia ma anche con il futuro del nostro giornale. Di padroni buoni e cattivi ce ne sono anche troppi. Di manifesto uno solo. È possibile che qualcun altro, con i soldi di qualcun altro, tenti di acquistare la nostra testata. Anzi, è assai probabile. Il manifesto è, anche, un nome riconosciuto, un archivio di storie e un patrimonio di immagini come non ce n'è. Preservarlo per noi, poverelli come siamo, sarà difficile. Ma dobbiamo farcela anche con il vostro aiuto, care lettrici e cari lettori. Non ce lo avete fatto mai mancare, è per questo che il giornale è stato vostro oltre che di tutti noi. In questi mesi turbolenti abbiamo finito col litigare anche con una parte dei nostri lettori organizzati. Con alcuni dei circoli del manifesto , realtà che noi stessi abbiamo voluto per avere accanto non solo il sostegno economico ma anche il confronto politico con i lettori più assidui. È successo - se accettate la nostra ricostruzione fatta nel momento in cui ogni polemica cessa di avere utilità - che a un certo punto alla redazione è parso di riconoscere in una parte dei circoli un atteggiamento da guardiani della tradizione. È possibile che alcune incomprensioni siano nate per colpa nostra, è certo che abbiamo delegato e trascurato la comunicazione con i circoli. Non tutti poi hanno la stessa idea sul rapporto con i lettori, e in generale ci rivolgiamo anche a chi ci compra poco per convincerlo a comprarci più spesso. E comunque, guardiani non ne vogliamo e la tradizione la reinventiamo ogni giorno. Il manifesto va oltre le nostre vite, che pure trascorrono in gran parte qui dentro, il manifesto è più importante anche dei suoi più affezionati detrattori. Cari compagni dei circoli, facciamo punto e a capo? Per continuare a litigare abbiamo bisogno di mantenere vivo insieme il manifesto , e di farlo in un'impresa condivisa. Il nostro primo impegno sarà condividere la proprietà con i lettori. Saremo un giornale di battaglia politica, ma non saremo un giornale partito. Perché non lo siamo mai stati. Anche se il manifesto per un breve tratto è stato un giornale d i partito: quella non è stata l'esperienza più felice.
Adesso ci viene chiesto di avere una linea. E di restarle fedeli (anche quando non c'è). È davvero un'esigenza urgente, almeno dall'89 (o dal '71, o dal '17?). Si potrebbe aggiungere: su molte cose la linea abbiamo finito col darla, per esempio sui beni comuni che è persino un'espressione nata qui. Mesi, non decenni fa. Ma in realtà non è mai stata una questione di linee. Piuttosto di antenne. Siamo stati capaci di cogliere le idee che si muovevano altrove, di offrire loro uno spazio per crescere. E adesso, in questa crisi che ci ha fatto piegare su noi stessi, tante storie e tante battaglie stiamo perdendo. Tante ancora dovremmo riuscire ad ascoltare. Ma non vogliamo una linea che finisca col diventare una sbarra davanti alle nostre finestre. Non vogliamo idee confezionate altrove, vogliamo discutere e rischiare e magari sbagliare nel confronto tra noi. Avremo una linea, anzi ne avremo tante quante sono le idee di chi ha voglia di provarci ancora. Non sarà come quarant'anni fa, non sarà nemmeno come quaranta giorni fa. Nel panorama di macerie che è la sinistra italiana si vorrebbe che il manifesto sapesse indicare il «che fare?» a tutti e su tutto. Quando si parte così, si finisce a fare corteo dietro qualcun altro. Abbiamo un progetto, sì, ed è quello di mantenerci liberi. Nel paese dei conflitti di interesse non è un piccolo programma. Parleremo con tutta la sinistra, con tutti i movimenti senza farci precedere dai biglietti da visita. Agli studenti dei licei occupati abbiamo già aperto le pagine, nuove storie si stanno intrecciando con la nostra. Giovani o anziani che siamo, molte cose abbiamo portato e molte ne abbiamo imparate in questo giornale. Abbiamo ancora tanta voglia. Non ci faremo portare via niente.
*** Francesco Adinolfi, Roberto Andreotti, Alessandra Barletta, Matteo Bartocci, Marco Boccitto, Micaela Bongi, Francesca Borrelli, Alessandro Cannelli, Gianfranco Capitta, Giuseppina Ciuffreda, Massimo De Feo, Federico De Melis, Tommaso Di Francesco, Arianna Di Genova, Giuseppe Di Martire, Andrea Fabozzi, Luca Fazio, Massimo Giannetti, Michele Giorgio, Carlo Lania, Eleonora Martini, Giovanna Massini, Nora Parcu, Roberto Peciola, Cristina Piccino, Francesca Pilla, Giuliana Poletto, Tania Polizzi, Daniela Preziosi, Anna Salvati, Giorgio Salvetti, Massimiliano Salvoni, Luana Sanguigni, Giulia Sbarigia, Giuliana Sgrena, Silvana Silvestri, Iaia Vantaggiato, Benedetto Vecchi, Eurosia Visaggi, Roberto Zanini, Marina Zenobio

mercoledì 5 dicembre 2012

Verso la Fine?

  • Ci siamo, e’ l’ultimo mese dell’ultimo anno. Ci imbarchiamo su questo sito nella tappa piu’ difficile di questa lunga e sofferta cronaca di una liquidazione annunciata. Il Manifesto marcia verso l’ineluttabile appuntamento col suo destino che pure ancora non si e’ capito bene quale deve essere ma solo che incombe inevitabile. E’ un momento cupo per chi tutti giorni tira fuoiri il giornale fra tremende difficolta’ professionali e umane, per quelli che lo hanno accompagnato, formandolo nel suo tragitto attraverso la storia politica e giornalistica italiana degli ultimi 40 anni e la galassia di collaboratori lavoratori lettori che hanno sostenuto e contribuito ad inventarlo. Certo c’e’ scompiglio in questa storia ed e’ ora di menzionarlo anche su questi blog che negli utlimi paio di anni ne hanno fatto parte –il ritardo con cui questo e’ avvenuto e’ uno dei rammarichi per una testata che e’ stata fra le prime in assoluto ad affacciarsi in internet senza probabilmente capirne in tempo l’importanza. Il Manifesto e’ forse vittima della storia; forse del mercato perche’ si quando viene venduta in edicola anche l’informazione sta nel mercato se pure si potrebbe discutere quanto e come ci dovrebbe stare. Ancora di piu’ e’ vittima della crisi “totale” del giornalismo che paga non solo l’egemonia dei grandi gruppi, il monopolio della pubblicita’, le dinamiche politiche strumentali e il generalizzato declino della qualita’ e mestiere cui e’ stato soggetto in questo paese. Infine, occorre dirlo, paghiamo la crisi ben piu’ strutturale e allargata dei “contenuti” come si dice oggi che fa si che mondo di twitter e dei social network, nel mondo comprato e venduto ogni giorno da Google non si capisce ancora quale potra’ essere il ruolo dell’informazione ragionata come bene culturale. Tanto e’ vero che l’appuntamento del manifesto con la scomparsa coincide con la data in cui cessera’ la pubblicazione Newsweek, tanto per dire una testata da niente, e tutto attorno implodono in una nuvola di gossip e aneddotica, colossi che pochi mesi sarbbero parsi ancora invulnerabili. Non scompare pero’ il bisogno di immaginare forme diverse, giornalismi da inventare. Noi ci auguriamo che questa voglia possa animare presto un Manifesto 2.0 come in molti abbiamo preso a definire l’idea. Credo sia anche in fondo un modo di riconoscere il bisogno fisiologico di rinnovamento di una cosa che viene da un posto che ormai per molti versi non c’e piu’. Al minimo ci auguriamo, comunque, che sopravviva nelle schegge che si spera questa nostra cosa sapra’ disseminare in giro per un paese che di futuro e di futursimo ha tanto bisogno. Nel frattempo Losangelista continuera a postare almeno fino al 21 dicembre che sarebbe la data specificata dai Maya per una liquidazione piu’ generale. A questo punto comicia a sembrare anche abbastanza plausibile.
    Luca Celada

lunedì 3 dicembre 2012

Il manifesto

Una recensione condita di riflessioni e qualche lacrimuccia

di Daniele Barbieri - sinistrainrete -

Il quotidiano «il manifesto» sta esplodendo e/o implodendo. Persino le persone più distratte sanno che ieri nella prima pagina del quotidiano «comunista» (così si legge sopra la testata) Rossana Rossanda annuncia che non collaborerà più al quotidiano che fondò nel 1971 e aggiunge: «un mio commento settimanale sarà pubblicato, generalmente il venerdì in collaborazione con Sbilanciamoci e sul suo sito.

Io sono arrabbiato con la redazione per molte ragioni (che magari spiegherò un’altra volta) ma – del tutto incoerentemente? – continuo a sostenerlo, a pensare che (se non finisce nelle mani di un padrone però) pur con tutti i suoi difetti sia una lettura necessaria di questi brutti tempi. Addirittura ho preso dall’editore Manni 25 copie del libro di Valentino Parlato «La rivoluzione non russa» (sottotitolo «Quarant’anni di storia del manifesto», a cura di Giancarlo Greco: 188 pagine per 14 euri) e le ho già vendute, con lo sconto: anche questi pochi soldini – così hanno deciso editore e autore – andranno a rimpinguare le casse del quotidiano; o meglio finiranno forse in una grande “colletta” per tentare di ricomprare, in modo collettivo, il giornale quando i curatori fallimentari indiranno “l’asta”.

Ho preso le 25 copie “al buio” (beh, so bene chi è Parlato) e dunque in questa sorta di recensione devo anzitutto dire se sono rimasto deluso. No, il libro è proprio come «il manifesto» cioè pieno di pregi e difetti ma comunque unico nel suo genere; con Parlato sono a volte d’accordo e qualche volta invece mi fa inferocire.

Leggetelo per favore. E non solo per solidarietà.

Forse la frase-chiave del libro, la speranza irriducibile, è a pagina 96: «Cadere 7 volte, rialzarsi 8». Almeno io spero sia così.

In sostanza il libri è una lunga intervista, divisa in 7 (saranno mica le 7 cadute?) parti, cronologiche con frequenti flashback e flashforward. Si inizia con «Praga è sola» cioè «La nascita della rivista» e la radiazione (non l’espulsione) dal Pci. Il secondo capitolo, «Piazze piene e urne vuote», racconta «il quotidiano e le elezioni politiche del 1972» seguito da «Il Pdup per il comunismo» ovvero i dubbi su un «giornale o giornale-partito». Il quarto capitolo si chiama «L’album di famiglia» e ragiona «dagli anni di piombo alla manifestazione del 1994» (ovvero un 25 aprile anti-berlusconiano). Nel frattempo è arrivato il 1989, per qualcuna/o significa «il comunismo è morto»; nel quinto capitolo Parlato commenta «il manifesto a cavallo della caduta del muro di Berlino». Sesto e penultimo capitolo: «il bacio del rospo», inteso come governo Dini, con il sottotitolo «dall’avvento di Berlusconi al sequestro Sgrena». Per finire con «Senza confini» ovvero quanto è difficile «il futuro del manifesto e della sinistra».

Può darsi che questa ricostruzione faccia arrabbiare qualcuna/o perché privilegia alcune persone e scelte, dimenticandone altre. Sui primi anni non saprei dire perché io militavo altrove e leggevo «il manifesto» occasionalmente. Dalla fine di «Lotta continua» invece è diventato il mio quotidiano di riferimento e dagli anni ’80 in poi ho cominciato a collaborare: per quel che so, Valentino Parlato non omette o censura questioni importanti. Certo è il suo punto di vista: come lui stesso scrive (pagina 56) era «il più moderato del gruppo»; la Rossanda avrebbe su molti passaggi giornalistici e politici uno sguardo diverso, come lo aveva indubitabilmente avuto il graffiante e geniale Luigi Pintor (per fermarsi al trio più “resistente” dentro il quotidiano).

Quel che mi ha personalmente colpito – ecco le lacrimucce – è il finale ma prima di arrivarci voglio, a gran velocità, accennare alcune pagine particolarmente interessanti.

Forse molti lo hanno dimenticato ma, quando nacque, il quotidiano trovò un muro di insulti: «estremisti» urlava «Il corriere della sera» (dal suo punto di vista non aveva torto) e «pagati dalla Confagricoltura» accusò, senza alcuna prova, «L’unità». Altro punto spesso sottovalutato è «l’egualitarismo» dentro il giornale: «con la rotazione delle mansioni per cui anche un redattore doveva occuparsi a esempio delle spedizioni e con gli stipendi uguali per tutti».

Un paio di errori scappano anche alla ferrea memoria di Valentino Parlato. A esempio la «strategia della tensione» non viene inaugurata il 17 maggio del 1972 (con l’assassinio del commissario Calabresi) ma ben prima: quando nel 1969 iniziano a scoppiare le bombe con la strage – il 12 dicembre – di piazza Fontana e il tentativo (costruito a tavolino ma fallito) di incolparne gli anarchici. L’espressione fra l’altro è l’intelligente parodia della frase, allora di uso comune, «strategia dell’attenzione» per indicare che una parte della Dc cominciava a ragionare su una qualche apertura al Pci.

Altro errore che ha dell’inverosimile (la fretta di fare uscire il libro?) è datare al 1986 «l’anno in cui Psichiatria Democratica ottenne la chiusura dei manicomi».

Se il libro capita in mano a persone giovani sarà utile ricordare che il «referendum» del quale si parla nel secondo capitolo è quello indetto per abrogare il divorzio (vinse nettamente il «no», dunque prevalse lo schieramento di chi era contrario al fronte abolizionista dei catto-fascisti). Invece il «Verisco» (a pagina 65) è il tenente colonnello dei carabinieri Antonio Varisco ucciso dalle brigate Rosse il 13 luglio 1979. Quanto allo scandalo «Stravinsky» (citato a pagina 71) il musicista non c’entra: se la memoria non mi tradisce il riferimento è allo scandalo Stavisky del 1934. Vaghissimo il riferimento (pag 141) agli «scioperi della polizia». In tutti questi casi qualche nota a piè di pagina avrebbe aiutato chi legge.

Divergo in partenza sul rapporto amore-odio con il Pci. Ci sono poi alcuni giudizi lapidari di Parlato (per esempio sul movimento del ’77) che non mi convincono e mi spiace invece che non abbia dato rilievo alla coraggiosa campagna de «il manifesto» contro gli arresti del «7 aprile» (1979) e il «teorema Calogero». Nel complesso però la radiografia del cosiddetto «album di famiglia» è interessante.

Egualmente valida è l’analisi sulla cosiddetta «morte» del comunismo («questa constatazione andrebbe estesa anche al capitalismo» scrive Parlato). Ed è qui che viene ricordato il proverbio francese «cadere 7 volte, rialzarsi 8». Ma soprattutto va sottolineato un punto: quando crolla il Muro «la sinistra italiana è colta di sorpresa: il manifesto, che aveva denunciato per primo in Italia stalinismo e socialismo reale, non poteva che gioire del crollo dei regimi. Tanto più che avveniva in maniera incruenta. Ma la soddisfazione era accompagnata da enorme preoccupazione per la resa condizionata al capitale con cui stava avvenendo». Pintor scrive: «La morte del comunismo è, come la morte di Dio, una di quelle formule idiote che non significano niente […] Gli ideali possono oscurarsi ma non morire: il comunismo è un ideale, un’utopia razionale di libertà e di eguaglianza che accompagnerà e motiverà la vita individuale e sociale, e troverà sempre nuove espressioni finché il mondo non uscirà dalla preistoria». Ricorda giustamente Parlato che «i regimi dell’Est non avevano incarnato alcuna prospettiva comunista» e su quello si era consumata infatti la rottura con il Pci. E sull’incapacità di fare «la distinzione tra comunismo ed esperienza storica del socialismo reale» si consuma il disaccordo con Occhetto e i suoi amici che Parlato qualifica «una classe dirigente di burocrati avulsi dal Paese» mentre Rossanda in un editoriale parla di un partito con «antica abitudine poliziesca» (verso i dissidenti) e «permanente incapacità di capire l’altrui autonomia».

Sorvolo inevitabilmente su molti passaggi storici successivi ma accenno all’analisi feroce del liberismo – che Parlato cataloga come un’utopia fallita – e della paura, «la merce che si vende meglio». L’analisi inevitabilmente deve far tappa per «la sinistra italiana che conosciamo è morta», frase d’apertura di un famoso editoriale che poi proseguiva «quercia rotta e margherita secca e ulivo senza tronco» e nel finale auspicava una nuova «internazionale […] il suo scopo è reinventare la vita in un’era che ce ne sta privando in forme mai viste». Ancora una volta la firma era di quel Pintor che, a ragione, Parlato ricorda così: «Luigi le parole le modellava e le manovrava, come il fioretto e l’obice, a seconda delle circostanze».

Poco centrato (o almeno parziale, incompleto) mi pare l’identikit che Parlato traccia a pag 84: «Il lettore del manifesto non è l’operaio ma un medio-piccolo borghese colto, arricchitosi negli anni del miracolo (economico) che vota comunista ossessionato dalla fragilità del proprio successo sociale e sperando in uno Stato garante di stabilità e di uguaglianza». Punti di vista comunque. L’arcipelago de «il manifesto» è così vasto da includere chi lo compra solo il sabato (perché c’è il supplemento «Alias») e chi il sabato non va in edicola (proprio perché c’è «Alias»).

Parlato cita una frase, riferita a un altro periodo storico, che vale ancora oggi: «Per difficile che possa parere, perché la fantasia politica è scarsa, vogliamo essere l’ embrione di una società politica aperta».

La chiusura del libro – lo ripeto – mi ha commosso: «Le ripetute crisi del manifesto mi hanno ricordato il mito di Anteo. Il combattivo gigante […] vinceva perché tutte le volte che cadeva per terra (la Terra era sua madre) riprendeva le forze e batteva l’avversario. In tutte le ripetute crisi del manifesto la Madre Terra sono stati i lettori compagni […] che sempre ci ha ridato forza. E se Ercole ci solleva da terra per strangolarci, si sollevi la Terra pur con tutte le critiche e i rimproveri che meritiamo […] ».

E viceversa: per non venire strangolato Anteo-manifesto deve ricordare da dove viene (può venire) la sua forza.

UNA DOVEROSA (BIO)-NOTA

Onesto sì, cerco di esserlo ma oggettivo, imparziale, obiettivo per carità no. Così – a chi non mi conosce e passa di qui – preciso che ho lavorato per anni a «il manifesto»: in tandem con Riccardo Mancini (la firma era Erremme Dibbì) sulle pagine culturali negli anni ’80 e nel decennio successivo soprattutto come corrispondente dall’Emilia-Romagna. Mi sento parte, in piccolo, della sua storia e dunque mi angoscia quello che sta accadendo. (db)

martedì 27 novembre 2012

IL MANIFESTO
More top journalists are leaving the historical communist newspaper

lunedì 1 ottobre 2012

Vauro.

Vauro ci lascia.
Una lettera e una risposta
I COMMENTI
Una delle tante cose che stonava con la scritta erano proprio le vignette di Vauro, ormai matita giustizialista da tempo, a ilfascioquotidiano trova la sua casa ideale. Coerenza vorrebbe sia sostituito dall'unica matita coerentemente comunista e militante in circolazione, Enzo Apicella.
01-10-2012 18:48 - Leopoldo

 
Con la lettera che qui riportiamo una firma storica e importantissima del "manifesto" ci ha informati del suo passaggio a un'altra testata. Una perdita grave, amaro frutto della crisi che sta attanagliando la nostra impresa


- 30.09.2012
Dire arrivederci è sempre un po' penoso. Lo è ancora di più dopo aver vissuto insieme per quasi trent'anni la splendida e tormentata avventura che è stata ed è il manifesto. Tanto penoso che sarei stato tentato di andarmene zitto zitto,quatto quatto. Ma non me lo sarei mai perdonato. Ed allora eccomi qua a cercare di mettere insieme poche parole per un saluto. Un saluto a tutti i compagni e le compagne del giornale. Un saluto ideale e commosso a quelli, come Luigi, che non sono più tra noi. Un saluto a chi ci legge ed anche( e sono troppi) a chi ha smesso di farlo. Sento di avere un enorme debito con gli uomini e con le donne del manifesto. Il debito di una libertà mai "concessa"ma sempre scaturita dal confronto, dalla discussione anche aspra sulle idee e sul modo di scriverle o disegnarle. Un debito che, permettetemi di dirlo, sento in maniera particolare nei confronti di Valentino. Vecchio compagno che in questi tempi di rampanti "giovani" rottamatori continua a spendere tutto se stesso con passione, dolore ed ostinazione perché una preziosa esperienza di pensiero libero come quella che il manifesto ha rappresentato in tutti questi anni non venga rottamata. E' un debito che so non potrò mai saldare, tanto meno adesso che prendo commiato dalle pagine di questo giornale. Del quale però continuerò ad essere un fedele lettore. L'ho già detto, è difficile trovare parole per un saluto. Ho in mano una copia de il manifesto. Sotto la testata, in caratteri più piccoli, c'è ancora scritto «quotidiano comunista». C'è chi sostiene che comunista sia ormai un termine obsoleto che non significa più niente o peggio. Per me significa molto. e allora saluti comunisti compagni. A pugno chiuso.
Vauro
La risposta della redazione
La decisione di Vauro di lasciarci ci sorprende. E ci amareggia. Perché riguarda una persona che ha contribuito a scrivere la storia del nostro giornale. Comprendiamo la sua scelta. Il manifesto sta attraversando il momento più difficile della sua esistenza quarantennale. La direzione, la redazione, i tecnici, tutte e tutti sanno di avere un futuro incerto, perché siamo "in liquidazione" e del doman non v'è certezza. Eppure tutte e tutti hanno capito che proprio la difficoltà del momento richiede uno sforzo più grande perché il manifesto possa continuare il suo cammino di testata storica dell'informazione in Italia. E' vero che alcune firme, alcuni collaboratori, hanno preso altre strade (paghiamo poco o nulla). In momenti di crisi come questo è difficile lavorare senza un ritorno economico adeguato. Eppure abbiamo sempre pensato che le idee, la libertà di opinione e di espressione, il confronto anche aspro ma sempre franco, la passione per la battaglia politica, fossero una garanzia per poter continuare a combattere. Forse ci siamo in parte illusi. L'uscita di Vauro, che va al Fatto Quotidiano, lo conferma. Gli facciamo tanti auguri (e che possa avere la stessa libertà di matita che ha avuto al manifesto) e per salutarlo gli dedichiamo una sua vignetta d'archivio.
Per noi che restiamo a fare il giornale, e a difenderlo da chi lo vorrebbe volentieri seppellire - di questi tempi le copie che vendiamo fanno gola a molti - questo arrivederci è comunque un'ulteriore sfida professionale, culturale, ideale. E proprio da oggi chiediamo alle matite amiche del manifesto di inviarci (dimafoni@ilmanifesto.it; Fax: 0668719573 o 0668719331) le loro vignette per scegliere (nei prossimi giorni vi diremo come) quelle del futuro.

domenica 9 settembre 2012

Un grande lavoro

Fonte: il manifesto | Autore: Loris Campetti
 
 
Martedì mattina alla Corte di Cassazione si costituirà ufficialmente il comitato promotore dei due referendum sul lavoro inizialmente presentati dall’Italia dei valori e successivamente aperti a un ampio arco di forze politiche, sociali, sindacali, intellettuali impegnate nella difesa dei diritti e della democrazia. Del comitato faranno parte, insieme a Di Pietro e ad alcuni suoi rappresentanti, giuslavoristi, giuristi, intellettuali (due nomi importanti tra gli altri, Stefano Rodotà e Umberto Romagnoli), dirigenti della Fiom e della Cgil (non solo Gianni Rinaldini, motore della ricomposizione unitaria e coordinatore della minoranza «La Cgil che vogliamo»), di Rifondazione e di Sel, di Alba e non è escluso che del comitato faccia parte anche l’eurodeputato del Pd Sergio Cofferati che milioni di persone identificano con la battaglia in difesa dell’art.18, e che ha già dichiarato al manifesto la sua adesione alla campagna. Da ottobre a dicembre, e cioè nel cuore della campagna elettorale, si svolgerà la raccolta di firme che consentirà – costringerà? – un vastissimo schieramento politico e sociale a lavorare gomito a gomito nei banchetti su un obiettivo comune: il ripristino della democrazia nei luoghi di lavoro.
«Un bellissimo risultato», dice senza mezze parole Massimo Torelli, di Alba. Il comitato esecutivo dell”Alleanza lavoro benicomuni ambiente’ ricorda che nelle motivazioni che l’hanno fatta nascere c’è «l’affermazione di una nuova idea di politica e convivenza civile fondata sulla partecipazione, i diritti sociali e la rimessa in discussione del modello economico e sociale dominante». Aggiunge Alba che «questi referendum su/per il lavoro non fanno che rappresentare una prima importante affermazione e un imprescindibile punto di partenza per il riscatto del nostro paese». Abolire l’art.8 dell’ultima manovra del governo Berlusconi che cancella il contratto collettivo nazionale, fatta propria dal governo Monti che le ha trovato una prima applicazione con il contratto nelle ferrovie di Italo, la società di Montezemolo; abolire le modifiche imposte all’art.18 ancora dal governo Monti, sostenuto da uno schieramento inedito che comprende il Partito democratico. L’esigenza di ricostruire una nuova cultura di sinistra attraverso una pratica che parta dai contenuti: Alba lavora alla «costruzione di una grande risposta di popolo» capace «di riaprire il campo al futuro e alla speranza, dando voce all’indignazione diffusa e al radicale desiderio di cambiamento». Che oggi ha un primo strumento di lavoro: «Una grande campagna referendaria unitaria per la riappropriazione dei diritti sul lavoro e sulla democrazia». Siccome da cosa nasce cosa, per l’esecutivo di Alba c’è un altro aspetto che meriterebbe un altrettanto vasto e rappresentativo schieramento per avviare una campagna «che colpisca il secondo pilastro dell’azione del governo Monti: il fiscal compact, quel meccanismo con il quale si impongono tagli al welfare e svendita del patrimonio pubblico». Il segretario del Prc, invece, punta il dito sulla riforma delle pensioni imposto di Fornero.
Forse, però, per evitare di disperdersi in mille rivoli, conviene intanto concentrarsi sui due referendum già depositati, anche se è ovvio che sotto accusa è l’intera politica economica italiana ed europea, imposta dalla troika ai governi, che agita gli spread per modificare i rapporti di potere nella società, cancellando diritti fondamentali, privatizzando, presentando ai più deboli il conto dei guasti prodotti dalle ricette liberiste. Riducendo la politica stessa ad ancella del capitale finanziario. È l’esigenza di riportare al centro del confronto politico e dei programmi la difesa della quantità e della qualità del lavoro che ha consentito la formazione di un comitato referendario così ampio. Al punto che anche le ossessioni identitarie, per una volta, non hanno prevalso lasciando il posto a una battaglia sui contenuti. Un modo diverso da quello prevalente per costruire le alleanze.

sabato 12 maggio 2012

Se “il manifesto” chiude si apre un’altra ferita

Fonte: il manifesto | Autore: Paolo Ferrero
       
La possibile chiusura del manifesto rappresenta una gravissima e ulteriore ferita alla libertà di stampa in questo paese. I tagli del governo stanno portando alla chiusura le diverse testate della sinistra: prima Liberazione e adesso il manifesto. Proponiamo ai compagni e alle compagne del manifesto di costruire insieme tutte le iniziative di mobilitazione possibili per ottenere finanziamenti adeguati a garantire la libertà di stampa e la riapertura delle nostre testate.
IL MANIFESTO WILL NEVER CLOSE DOWN !

mercoledì 7 marzo 2012

Perché non possiamo non dirci comunisti

di Luigi Cavallaro - ilmanifesto -
Un ideale al quale la società avrebbe dovuto conformarsi o il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente? Una risposta a Rossanda, Ruffolo, Ciocca, Tronti

Non possiamo più dirci comunisti, perché è cambiato il mondo e non abbiamo sufficientemente aggiornato né gli strumenti d'analisi né le proposte: ha scritto così Rossana Rossanda, invocando «un esame di noi stessi» (il manifesto, 18 febbraio).
Giorgio Ruffolo è stato anche più drastico: tranne che in alcune società arcaiche, il «comunismo» non è mai esistito e non è proponibile in alcuna società moderna e complessa «se non come pura aspirazione ideale alla comunione dei santi» (21 febbraio).
Di certo, non era «comunista» quel sistema sociale venuto fuori attraverso mille tragedie dalla Rivoluzione d'Ottobre: anzi, secondo Pierluigi Ciocca (22 febbraio), il «merito storico» del manifesto è proprio quello di averlo capito e denunciato per tempo e con chiarezza. E men che meno aveva a che fare con il comunismo il «keynesismo postbellico» del trentennio 1945-1975, sebbene - rileva ancora Rossanda - la critica che se ne è fatta abbia lasciato spazio solo a «spinte liberiste». E dunque, cosa siamo? E soprattutto, cosa vogliamo?
Se davvero il manifesto vuol essere un giornale capace di tener insieme riformismo propositivo e utopia concreta, sono domande che non possono essere eluse. Ha ragione Mario Tronti (26 febbraio) a suggerire che, se non ci si può più dire comunisti nei tempi brevi, non lo si può più fare nemmeno nel tempo lungo. Anche perché, se le cose stessero così come sostengono Rossanda, Ruffolo e Ciocca (e innumerevoli altri con loro), si dovrebbe far fuori non solo la testatina di questo giornale, ma la stessa testata: troppo legata a Marx, e troppo legato Marx all'idea che il comunismo non fosse «un ideale» al quale la società avrebbe dovuto conformarsi, ma «il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente».
Vale allora la pena di ricordare che la costituzione materiale dello stato borghese, ovunque vigente all'epoca in cui Marx visse e teorizzò, interdiceva ai pubblici poteri qualsiasi intromissione nell'ambito del processo produttivo: la stessa distinzione fra «politica» ed «economia» non ne era che il precipitato ideologico. Per quanto già a quei tempi gli stati si occupassero variamente della tremenda povertà in cui l'accumulazione originaria aveva gettato intere popolazioni, tuttavia essi si erano arrestati alle misure amministrative e caritative, o non ci erano nemmeno arrivati. Né ciò era da ascriversi (soltanto) a insipienza o malevolenza dei governanti: il problema era un altro, e cioè che era consustanziale alla «società politica» scaturita dalla rivoluzione borghese il non poter ammettere che ciò che non funzionava nella vita della «società civile» andasse ricercato proprio nella condizione di separatezza in cui veniva trovarsi lo stato rispetto al processo sociale di produzione, e di rintracciare piuttosto l'origine dei mali sociali in «leggi naturali» cui nessuna potenza umana poteva comandare.

Blog curato da ...

Blog curato da ...
Mob. 0039 3248181172 - adakilismanis@gmail.com - akilis@otenet.gr
free counters