Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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martedì 26 marzo 2013

La pedina cipriota

«Sotto i nostri occhi», cronaca di politica internazionale n°31.
sottonsocchi31di Thierry Meyssan. - megachip -
Washington è stata pronta a usare la crisi finanziaria cipriota per attuare la strategia di acquisizione di capitali che ho descritto tre settimane fa su queste colonne (1). Con l’aiuto della direttrice del Fondo monetario internazionale, la statunitense Christine Lagarde, ha rimesso in causa l’inviolabilità della proprietà privata nell’Unione europea e ha tentato di confiscare un decimo dei depositi bancari, in apparenza per salvare la banca nazionale cipriota colpita dalla crisi greca. Va da sé che la finalità annunciata è solo un pretesto, poiché, lungi dal risolvere il problema, questa confisca - se dovesse essere attuata – non farebbe altro che peggiorarlo. Una volta minacciati, i capitali rimanenti fuggirebbero dall’isola provocando il crollo della sua economia.
L’unica vera soluzione sarebbe quella di cancellare i debiti anticipando il fatturato dello sfruttamento del gas cipriota. Sarebbe d’altronde più logico che il gas a buon mercato rilanciasse l’economia dell’Unione europea. Ma Washington ha deciso diversamente. Gli europei sono invitati a continuare a procurarsi la loro energia a prezzi elevati nel Vicino Oriente, mentre il gas a buon mercato è riservato ad alimentare l’economia israeliana.
Per nascondere il ruolo decisionale di Washington, questa rapina in banca non è presentata come un’esigenza del FMI, bensì di una troika che include anche l’UE e la BCE. In questa prospettiva, la confisca sostituirebbe una svalutazione resa impossibile a causa dell’appartenenza alla zona euro. Solo che qui la svalutazione non sarebbe una politica di Nicosia, ma un diktat del padrone della BCE, Mario Draghi, l’ex direttore europeo della banca Goldman Sachs, che è appunto il principale creditore di Cipro.
La signora Lagarde, ex consulente legale del complesso militare-industriale USA, non sta cercando di danneggiare Cipro, bensì di mettere in allarme i capitali basati in Europa per poi pilotarli fino a Wall Street affinché rilancino la finanza USA.
prelievoPerché mai prendersela con quest’isola? Perché è uno dei pochi paradisi fiscali rimasti in seno all’Unione europea e perché i depositi presenti sono principalmente russi. Perché farlo ora? Perché i ciprioti hanno commesso l’errore di eleggere come nuovo presidente lo statunitense Nikos Anastasiades. Essi hanno così ripercorso gli stessi passi dei greci che, vittime dello stesso miraggio americano, avevano eletto come primo ministro lo statunitense Georgios Papandreou.
Questa bassa cucina non ha comunque funzionato. Il Parlamento cipriota ha respinto all’unanimità dei voti espressi la tassazione che confisca i depositi bancari. C’è qui un apparente paradosso. Il governo liberale vuole nazionalizzare un decimo dei capitali, mentre il Parlamento comunista difende la proprietà privata. Il fatto è che la nazionalizzazione non si farebbe a favore della comunità nazionale, bensì della finanza internazionale.
I consigli amichevoli hanno dunque lasciato il posto alle minacce. Si parla di escludere Cipro dalla zona euro, se i rappresentanti del suo popolo persistono nel loro rifiuto. Tuttavia, questo risulta difficilmente possibile. I trattati sono stati concepiti in modo che la zona euro sia un viaggio senza ritorno. Non è possibile lasciarla da soli, né esserne esclusi, a meno che non si lasci l’Unione europea.
Tuttavia questa opzione, che non era stata considerata da quelli che raccolgono il pizzo, è temuta da Washington. Se l’isola fuoriuscisse dall’Unione, verrebbe acquistata con appena una decina di miliardi di dollari da Mosca. Si tratterebbe di un pessimo esempio: uno Stato della zona di influenza occidentale che entrerebbe nella sfera di influenza russa, in un cammino inverso rispetto a tutto quel che abbiamo visto dopo la caduta dell’URSS. Sarebbe sicuramente seguito dagli altri Stati balcanici, a partire dalla Grecia.
Per Washington, questo scenario catastrofico deve essere evitato a tutti i costi. Pochi mesi fa, al Dipartimento di Stato fu sufficiente aggrottare le sopracciglia per far sì che Atene rinunciasse a vendere il suo settore energetico a Mosca. Questa volta, tutti i mezzi, anche i più anti-democratici, saranno usati contro i ciprioti se resistono.
La Russia finge di non essere interessata. Vladimir Putin ha trascurato le offerte vantaggiose di investimento che sono state fatte dal governo Anastasiades. Il fatto è che non ha intenzione di salvare gli oligarchi russi che avevano nascosto i loro capitali nell’isola, né l’Unione europea, che li aveva aiutati a organizzare la loro evasione fiscale. Dietro le quinte, ha negoziato un accordo segreto con Angela Merkel che dovrebbe consentire una soluzione finanziaria alla crisi, ma dovrebbe anche sfociare in una vasta rimessa in causa delle regole europee. Per inciso, lo Zar ha raccolto delle informazioni sorprendenti in merito agli investimenti russi nell’isola durante l’epoca Medvedev, informazioni che potrebbero essere utilizzate come mezzo di pressione sul suo inconsistente primo ministro.
(1) "La NATO economica, soluzione USA alla crisi" 3 marzo 2013.

venerdì 15 febbraio 2013

L'ipocrisia del Fondo Monetario Internazionale

di Riccardo Achilli - sinistrainrete -

Da quando la signora Lagarde si è installata alla guida del FMI, numerosi osservatori, ovviamente di parte o superficiali, hanno sottolineato un presunto cambio di passo e di filosofia del FMI, un allontanamento dal cinismo neomonetarista ed iperliberista che da sempre caratterizza l'impostazione, più ideologica che tecnico/professionale, dell'Istituto, e che si trova scolpita nei punti del Washington Consensus, che puntualmente si traducono in “programmi” di austerità finanziaria e riforme strutturali sui mercati monetario e del lavoro e nei sistemi di welfare pubblico suggeriti ai Paesi iper-indebitati, e quindi in terribili recessioni economiche, spaventose e rapide fasi di impoverimento degli strati popolari, aumento delle diseguaglianze distributive, ulteriore avvitamento dei problemi di finanza pubblica.

Certo su una revisione dell'ortodossia del FMI hanno influito le pesanti critiche provenute anche da economisti borghesi come Joseph Stiglitz, che sulla critica alle ricette del FMI ci ha costruito un best seller: La Globalizzazione E I Suoi Oppositori (edito da Einaudi in italia), in cui analizza gli errori delle istituzioni economiche internazionali – e in particolare del Fondo Monetario Internazionale – nella gestione delle crisi finanziarie che si sono susseguite negli anni novanta, dalla Russia ai paesi del sud est asiatico all'Argentina. Stiglitz illustra come la risposta del FMI a queste situazioni di crisi sia stata sempre la stessa, basandosi sulla riduzione delle spese dello Stato, una politica monetaria deflazionista e l'apertura dei mercati locali agli investimenti esteri. Tali scelte politiche standardizzate venivano di fatto imposte ai paesi in crisi ma non rispondevano alle esigenze delle singole economie, e si rivelavano inefficaci o addirittura di ostacolo per il superamento delle crisi.

Così come sull'ortodossia del FMI pesa come un macigno il fallimento del programma di rientro dal debito dei Paesi PIIGS della Ue: la Grecia, la prima vittima sacrificale di un programma di austerità e di riforme liberiste imposto anche dal FMI, passa da un rapporto debito/PIL del 153% nel 2010 al 181,3% nel 2012, con la proiezione di un aumento fino al 199,9% nel 2014, e non si sa quando potrà tornare a rifinanziarsi sui mercati, trasformandosi in un paziente perenne per la Ue, attaccato a tempo indefinito al tubo degli aiuti erogati dall'ESM1. Aiuti, peraltro, che si trasformano, per i Paesi che contribuiscono a finanziare questo meccanismo, in ulteriore debito pubblico, generando un contagio finanziario complessivo. E nel frattempo il fallimento greco ha già imposto perdite al sistema finanziario globale, con un haircut nel 2011 pari al 50% del valore nominale dei bond greci a carico delle banche creditrici ed un riacquisto, a fine 2012, di parte del debito nazionale a prezzi inferiori a quelli di mercato, che di fatto è un ulteriore haircut (poiché i creditori hanno visto riconosciuto un prezzo di riacquisto pari al 32-40% del valore nominale dei titoli) per un valore di circa 15 miliardi con riguardo alle banche creditrici estere. E con la Merkel che già annuncia un nuovo haircut per il 2014, cui dovrebbero partecipare anche i governi creditori della Grecia.

Questo fallimento nel tentativo di raddrizzare le finanze pubbliche greche con rimedi neoliberisti che ovviamente fanno pagare il conto solo ai più poveri, ai più fragili, a chi dipende in misura più alta dai trasferimenti pubblici, ha comportato conseguenze sociali da Apocalisse, che a mio avviso non si sarebbero verificate, in una simile dimensione, nemmeno se la Grecia fossa stata colpita da un Tsunami analogo a quello che colpì l'Asia nel 2004:
  • la percentuale di popolazione a rischio di povertà passa dal 19,7% del 2009 al 21,4% nel 2011,
  • il tasso di grave deprivazione materiale, che misura la quota di popolazione più disperata, balza dall'11% al 15,2% sul medesimo periodo,
  • i disoccupati passano da 593.100 a giugno 2010 a 1.228.300 a settembre 2012,
  • la struttura sociale greca si sudamericanizza, con la popolazione appartenente al quintile più povero della distribuzione del reddito che assorbe il 6,7% del reddito nazionale equivalente nel 2011, in diminuzione dal 7% del 2009, mentre il quinto più ricco della popolazione non è stato toccato affatto dalla crisi, e continua ad assorbire il 40,4% del reddito nazionale equivalente.

sabato 2 febbraio 2013

Finanza globale, sta cambiando qualcosa?

di Vincenzo Comito - sbilanciamoci -

 

Fondo monetario internazionale, Ocse e Unione Europea hanno mandato piccoli segnali di cambiamento nell’orientamento delle loro politiche. Che cosa sta succedendo nei bastioni dell’ortodossia neoliberista?
Partiamo da Davos, in Svizzera, dove si è svolta da poco, l’ultima edizione del meeting annuale dell’élite economica. Si è trattato della solita minestra riscaldata e i banali commenti che di solito vi si possono ascoltare fanno poco sperare sui destini del mondo. Sul fronte finanziario, Jamie Dimon, il boss della JPMorgan Chase, sulla scena da molti anni, ha dichiarato, con arroganza, che i banchieri dovranno sopportare ancora per diversi anni di essere segnati a dito, di rappresentare dei capri espiatori di una situazione di cui non sono responsabili, di essere infine collocati al centro di un’operazione di disinformazione per il loro presunto ruolo nella crisi finanziaria. Dimon ne ha anche approfittato per mostrare il disprezzo da lui nutrito per quelli che pensano di aver migliorato il sistema, in particolare per gli estensori negli Stati Uniti del Dodd-Frank Act. Alex Weber, presidente dell’UBS, ha rincarato la dose, criticando le nuove regole di Basilea sulla capitalizzazione e sulla liquidità delle banche (Fournier, 2013).
Christine Lagarde a Davos
Per il resto, il forum avrebbe sostanzialmente ignorato la questione, forse considerandola irrilevante, se non fosse stato per un intervento di Christine Lagarde, attuale direttore generale del Fondo Monetario, che ha avuto parole dure per il settore finanziario. Citiamo qualche brano dal suo discorso (Lagarde, 2013): “…come sappiamo la crisi economica globale… ha per la gran parte avuto origine nel settore finanziario. Esso ha nascosto troppe delle sue attività in angoli bui e fangosi e ha posto i suoi guadagni di breve termine al di sopra del sostegno all’economia reale. … Completare il lavoro della riforma del settore finanziario deve essere una priorità. Rileviamo già troppi segni di una caduta dell’impegno in tale direzione…”. Nella sostanza, l’assemblea ha fatto finta di non capire ed è passata subito all’argomento successivo.
Avevamo assistito lo scorso anno a un primo mutamento di toni e di contenuti nel discorso del Fondo monetario. La prima novità che aveva sorpreso era un rapporto dell’organizzazione il quale, rovesciando almeno in parte un pilastro della sua ideologia ultraliberista, ammetteva che in alcuni casi gli stati potessero limitare i movimenti internazionali dei capitali in entrata. Avevamo pensato allora che tale presa di posizione fosse collegabile alla presenza alla direzione del Fondo di Dominique Strauss-Khan, che era stato un membro autorevole del Partito socialista francese. Ma qualche settimana fa, sotto il governo della Lagarde, designata a suo tempo alla poltrona da Sarkozy e sua fedele collaboratrice, era già arrivata una sostanziale critica alle politiche di austerità europee, con la sottolineatura, fatta in un rapporto del Fondo, che esse possono accelerare la depressione economica. Nel rapporto si calcolava, tra l’altro, che una riduzione di spesa di 1000 euro nel bilancio pubblico di un paese poteva provocare una corrispondente riduzione del Pil sino a 3000 euro. Un bel risultato.
Ora viene la presa di posizione al forum di Davos. C’è da chiedersi se non stia succedendo qualcosa, e se il Fondo non stia cambiando sul serio alcuni dei suoi indirizzi. Dove va a finire a questo punto il Washington consensus?
Una spiegazione di tale apparente mutamento di rotta potrebbe forse essere collegata all’ipotesi che la situazione del mondo occidentale sia più grave di come essa viene rappresentata ufficialmente e il Fondo, essendone consapevole, cerchi di sollecitare i governi e le imprese a cambiare registro.

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