Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...
(di classe) :-))
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...
(di classe) :-))
Francobolllo
Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.
Europa, SVEGLIA !!
Visualizzazione post con etichetta stampa libera. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta stampa libera. Mostra tutti i post
sabato 24 novembre 2012
mercoledì 31 ottobre 2012
L’arma del silenzio mediatico
Fonte: il manifesto | Autore: Manlio Dinucci
Si dice che il silenzio è d’oro. Lo è indubbiamente, ma non solo nel senso del proverbio. È prezioso soprattutto come strumento di manipolazione dell’opinione pubblica: se sui giornali, nei Tg e nei talk show non si parla di un atto di guerra, esso non esiste nella mente di chi è stato convinto che esista solo ciò di cui parlano i media. Ad esempio, quanti sanno che una settimana fa è stata bombardata la capitale del Sudan Khartum? L’attacco è stato effettuato da cacciabombardieri, che hanno colpito di notte una fabbrica di munizioni. Quella che, secondo Tel Aviv, rifornirebbe i palestinesi di Gaza.
Solo Israele possiede nella regione aerei capaci di colpire a 1900 km di distanza, di sfuggire ai radar e provocare il blackout delle telecomunicazioni, capaci di lanciare missili e bombe a guida di precisione da decine di km dall’obiettivo. Foto satellitari mostrano, in un raggio di 700 metri dall’epicentro, sei enormi crateri aperti da potentissime testate esplosive, che hanno provocato morti e feriti. Il governo israeliano mantiene il silenzio ufficiale, limitandosi a ribadire che il Sudan è «un pericoloso stato terrorista, sostenuto dall’Iran». Parlano invece gli analisti di strategia, che danno per scontata la matrice dell’attacco, sottolineando che potrebbe essere una prova di quello agli impianti nucleari iraniani. La richiesta sudanese che l’Onu condanni l’attacco israeliano e la dichiarazione del Parlamento arabo, che accusa Israele di violazione della sovranità sudanese e del diritto internazionale, sono state ignorate dai grandi media. Il bombardamento israeliano di Khartum è così sparito sotto la cappa del silenzio mediatico.
Come la strage di Bani Walid, la città libica attaccata dalle milizie «governative» di Misurata. Video e foto, diffusi via Internet, mostrano impressionanti immagini della strage di civili, bambini compresi. In una drammatica testimonianza video dall’ospedale di Bani Walid sotto assedio, il Dr. Meleshe Shandoly parla dei sintomi che presentano i feriti, tipici degli effetti del fosforo bianco e dei gas asfissianti. Subito dopo è giunta notizia che il medico è stato sgozzato. Vi sono però altre testimonianze, come quella dell’avvocato Afaf Yusef, che molti sono morti senza essere colpiti da proiettili o esplosioni. Corpi intatti, come mummificati, simili a quelli di Falluja, la città irachena attaccata nel 2004 dalle forze Usa con proiettili al fosforo bianco e nuove armi all’uranio. Altri testimoni riferiscono di una nave con armi e munizioni, giunta a Misurata poco prima dell’attacco a Bani Walid.
Altri ancora parlano di bombardamenti aerei, di assassinii e stupri, di case demolite con i bulldozer. Ma anche le loro voci sono state soffocate sotto la cappa del silenzio mediatico. Così la notizia che gli Stati uniti, durante l’assedio a Bani Walid, hanno bloccato al Consiglio di sicurezza dell’Onu la proposta russa di risolvere il conflitto con mezzi pacifici. Notizie che non arrivano, e sempre meno arriveranno, nelle nostre case. La rete satellitare globale Intelsat, il cui quartier generale è a Washington, ha appena bloccato le trasmissioni iraniane in Europa, e lo stesso ha fatto la rete satellitare europea Eutelsat. Nell’epoca dell’«informazione globale», dobbiamo ascoltare solo la Voce del Padrone.
Solo Israele possiede nella regione aerei capaci di colpire a 1900 km di distanza, di sfuggire ai radar e provocare il blackout delle telecomunicazioni, capaci di lanciare missili e bombe a guida di precisione da decine di km dall’obiettivo. Foto satellitari mostrano, in un raggio di 700 metri dall’epicentro, sei enormi crateri aperti da potentissime testate esplosive, che hanno provocato morti e feriti. Il governo israeliano mantiene il silenzio ufficiale, limitandosi a ribadire che il Sudan è «un pericoloso stato terrorista, sostenuto dall’Iran». Parlano invece gli analisti di strategia, che danno per scontata la matrice dell’attacco, sottolineando che potrebbe essere una prova di quello agli impianti nucleari iraniani. La richiesta sudanese che l’Onu condanni l’attacco israeliano e la dichiarazione del Parlamento arabo, che accusa Israele di violazione della sovranità sudanese e del diritto internazionale, sono state ignorate dai grandi media. Il bombardamento israeliano di Khartum è così sparito sotto la cappa del silenzio mediatico.
Come la strage di Bani Walid, la città libica attaccata dalle milizie «governative» di Misurata. Video e foto, diffusi via Internet, mostrano impressionanti immagini della strage di civili, bambini compresi. In una drammatica testimonianza video dall’ospedale di Bani Walid sotto assedio, il Dr. Meleshe Shandoly parla dei sintomi che presentano i feriti, tipici degli effetti del fosforo bianco e dei gas asfissianti. Subito dopo è giunta notizia che il medico è stato sgozzato. Vi sono però altre testimonianze, come quella dell’avvocato Afaf Yusef, che molti sono morti senza essere colpiti da proiettili o esplosioni. Corpi intatti, come mummificati, simili a quelli di Falluja, la città irachena attaccata nel 2004 dalle forze Usa con proiettili al fosforo bianco e nuove armi all’uranio. Altri testimoni riferiscono di una nave con armi e munizioni, giunta a Misurata poco prima dell’attacco a Bani Walid.
Altri ancora parlano di bombardamenti aerei, di assassinii e stupri, di case demolite con i bulldozer. Ma anche le loro voci sono state soffocate sotto la cappa del silenzio mediatico. Così la notizia che gli Stati uniti, durante l’assedio a Bani Walid, hanno bloccato al Consiglio di sicurezza dell’Onu la proposta russa di risolvere il conflitto con mezzi pacifici. Notizie che non arrivano, e sempre meno arriveranno, nelle nostre case. La rete satellitare globale Intelsat, il cui quartier generale è a Washington, ha appena bloccato le trasmissioni iraniane in Europa, e lo stesso ha fatto la rete satellitare europea Eutelsat. Nell’epoca dell’«informazione globale», dobbiamo ascoltare solo la Voce del Padrone.
martedì 30 ottobre 2012
Perché la Grecia arresta chi pubblica la lista degli evasori?
| - sanmarinoweb - |
| Lunedì 29 Ottobre 2012 |
| IN SINTESI: Ha twittato fino all'ultimo momento, il giornalista Costas Vaxevanis, finché la polizia non è entrata e lo ha arrestato. Aveva pubblicato la "lista Lagarde" con i nomi degli evasori fiscali greci, tra cui armatori, editori, giornalisti, uomini d'affari, ex ministri e un consigliere strettissimo del premier Samaras. DI MAURI RAVARINO Ha lanciato un ultimo messaggio su Twitter prima di venir portato via: «Stanno entrando ora in casa con un procuratore, mi arrestano. Diffondete la notizia». Le manette per Costas Vaxevanis, giornalista investigativo greco, sono scattate ieri. È accusato di violazione della privacy, dopo che il magazine Hot Doc, da lui diretto, ha pubblicato ieri una lista di 2.059 nomi di cittadini greci che hanno depositato soldi in Svizzera evadendo il fisco. Nomi importanti: funzionari pubblici, armatori, editori, giornalisti, diversi uomini d'affari, ex ministri e pure un consigliere strettissimo del premier Samaras. Appena saputo del mandato d'arresto nei suoi confronti, Vaxevanis ha scritto: «Invece di arrestare gli evasori e i ministri che hanno avuto in mano la lista, cercano di arrestare la verità e la libertà di stampa». L'elenco pubblicato dalla rivista (il cui sito è ora impossibile aprire) sarebbe quello della famosa "lista Lagarde", che l'allora ministro francese delle Finanze, Christine Lagarde (ora direttore dell'Fmi), consegnò nel 2010 alle autorità greche con i nomi dei cittadini ellenici che avrebbero nascosto i loro soldi sui conti correnti della filiale di Ginevra della Hsbc. Tra i nomi figurerebbero quelli di Stavros Stavropoulos, advisor strettissimo di Samaras, e quelli di due ex ministri, uno dei quali Leonidas Tzanis è stato trovato impiccato in casa solo due settimane fa. Due anni fa, l'allora ministro Giorgos Papacostantinou bloccò la pubblicazione della lista, mentre il successore Evangelos Venizelos, leader dei socialisti del Pasok, ne aveva ammesso l'esistenza ma sostenendo che era stata persa. Il governo avrebbe, infatti, richiesto a Parigi di rinviarla. Sabato, il colpo di scena. Ma, poche ore dopo l'uscita in edicola di Hot Doc, la Corte distrettuale di Atene ha emesso un mandato di arresto per Vaxevanis, che ha raccontato su Twitter gli attimi prima dell'arresto. È stato successivamente rilasciato e affronterà oggi l'interrogatorio davanti ai giudici. In un video e in alcuni messaggi su Internet, il reporter ha difeso la sua decisione: «Non ho fatto altro che quello che ogni giornalista è obbligato a fare. Ho rivelato la verità che stavano nascondendo». Il governo Samaras per molto tempo ha sostenuto che la "Lagarde List" era stata compilata secondo informazioni ottenute illegalmente, che non potevano essere utilizzate per perseguire eventuali evasori. Le autorità greche, che mai avevano rivelato la presenza di politici, non hanno confermato se la lista sia effettivamente quella consegnata dalla Francia nel 2010: l'elenco che l'ex ministro di Sarkozy aveva fatto recapitare per via diplomatica ad Atene, ma anche a Madrid e a Roma. Ora. i pm greci hanno chiesto ufficialmente che sia presentato in Parlamento. L'arresto di Vaxevanis arriva in un momento turbolento per la Grecia e il suo sistema politico, proprio quando il parlamento si appresta a votare una terza serie di nuove misure di austerità. La notizia ha fatto velocemente il giro del web. E in molti hanno decretato la fine della democrazia nel Paese che l'aveva inventata. LINKIESTA.IT |
Etichette:
evasione fiscale,
Greece,
stampa libera,
svizzera
lunedì 29 ottobre 2012
lunedì 20 agosto 2012
Pigs! La crisi spiegata a tutti.
di Paolo Ferrero - deriveapprodi -
Ci dipingono la crisi come un fenomeno naturale. E, come cura, ci propongono le ricette che sono all’origine della crisi: il neoliberismo. Tutto questo produce sofferenze tanto drammatiche quanto inutili, perché la loro ricetta non funziona e aggrava la crisi. Tutto questo possono farlo perché le persone, anche quelle informate, non capiscono nulla di economia e finanza.
Così la nostra vita, il nostro futuro e quello dei nostri figli vengono lasciati nelle mani di «tecnici» e apprendisti stregoni che si comportano come i medici medioevali: dicendo di curare la malattia, uccidono il paziente.
Questo libro prova, con un linguaggio elementare, senza usare termini incomprensibili, a spiegare cosa ci sta succedendo davvero: le origini della crisi, le balle che ci raccontano, come fare a uscirne.
È un libro che confida nella razionalità degli umani, nel fatto che dalla comprensione della realtà possa scaturire una coscienza, e quindi un comportamento diverso. È un libro che confida nel fatto che gli schemi di gioco delle squadre di calcio siano più complicati dell’economia. Se tutti discutono con competenza dei primi, potranno capire anche la seconda. Ed evitare di delegare a «tecnici» venduti la gestione della loro vita.
Un Assaggio
Ci dipingono la crisi come un fenomeno naturale. E, come cura, ci propongono le ricette che sono all’origine della crisi: il neoliberismo. Tutto questo produce sofferenze tanto drammatiche quanto inutili, perché la loro ricetta non funziona e aggrava la crisi. Tutto questo possono farlo perché le persone, anche quelle informate, non capiscono nulla di economia e finanza.
Così la nostra vita, il nostro futuro e quello dei nostri figli vengono lasciati nelle mani di «tecnici» e apprendisti stregoni che si comportano come i medici medioevali: dicendo di curare la malattia, uccidono il paziente.
Questo libro prova, con un linguaggio elementare, senza usare termini incomprensibili, a spiegare cosa ci sta succedendo davvero: le origini della crisi, le balle che ci raccontano, come fare a uscirne.
È un libro che confida nella razionalità degli umani, nel fatto che dalla comprensione della realtà possa scaturire una coscienza, e quindi un comportamento diverso. È un libro che confida nel fatto che gli schemi di gioco delle squadre di calcio siano più complicati dell’economia. Se tutti discutono con competenza dei primi, potranno capire anche la seconda. Ed evitare di delegare a «tecnici» venduti la gestione della loro vita.
Sganciate il nastro rosso! Qualche settimana fa sono andato a Torino in aereo. Sono sceso tra gli ultimi e dopo aver percorso qualche decina di metri ho trovato una gran coda di persone: tutti i passeggeri scesi prima di me dall’aereo erano fermi davanti a una porta a vetri, chiusa. Qualcuno protestava, qualcuno vociava ma senza ottenere alcun risultato: eravamo impossibilitati a entrare nell’atrio dell’aeroporto per potere finalmente andare a casa. Nel punto in cui sono rimasto fermo, in fondo alla coda, partiva un altro corridoio sul quale spiccava la scritta exit. A quel corridoio era però impedito l’accesso da un nastro rosso, di quelli che normalmente si utilizzano negli aeroporti per delimitare i passaggi consentiti. Conoscendo l’aeroporto ho pensato che gli addetti allo scalo avevano dimenticato di togliere il nastro rosso e che la strada giusta per uscire non era quella imboccata da tutti i passeggeri ma quella che il nastro vietava. Avendo le mani occupate da un paio di bagagli ho chiesto a una persona in piedi vicino a me di sganciare il nastro rosso in modo da poter imboccare il corridoio che io ritenevo portasse all’uscita. Il mio vicino mi ha guardato un po’ di traverso e si è ben guardato dal rimuovere il nastro. Ho quindi posato la borsa, ho tolto il nastro e – all’inizio un po’ titubante – mi sono incamminato per il corridoio «proibito». Come avevo previsto quello aveva le porte aperte e permetteva di raggiungere l’uscita senza problemi. Dopo qualche esitazione tutti mi sono venuti dietro e senza particolari problemi siamo usciti dall’aeroporto. Non ci sono state proteste né urla contro gli addetti allo scalo, e per la verità credo che molti di coloro che intasavano il corridoio non si siano nemmeno accorti di cosa fosse successo. Semplicemente hanno visto che la coda defluiva in un’altra direzione e l’hanno seguita. Quando mi sono messo a scrivere questo libro ho pensato sovente a quell’episodio, perché a mio parere rappresenta la metafora della situazione che viviamo nella crisi. In primo luogo la gente tende a seguire le indicazioni delle autorità, specie quando ci si trova in un terreno sconosciuto. Talvolta però quelle indicazioni sono sbagliate. In secondo luogo chi non sa come è fatto l’aeroporto non ha strumenti per pensare di fare una cosa diversa da quella predisposta – magari per errore, come in questo caso – dalle autorità. Per questo si lamenta, urla o si arrabbia, ma non avanza di un millimetro verso la soluzione del problema. In terzo luogo, pur incazzati, di fronte al nastro rosso che rappresenta il divieto posto dalle autorità ci si ferma impotenti. «Chi l’ha messo aveva l’autorità per farlo e sicuramente ne saprà più di noi». Infine, per uscire dall’impasse, occorre quindi ragionare, conoscere un po’ il territorio in cui si deve orientarsi e – soprattutto – decidere di togliere il nastro rosso, decidere cioè di infrangere il divieto dell’autorità. Questo libro prova ad affrontare la crisi da questo punto di vista. Nella prima parte affronta i luoghi comuni più diffusi sulla crisi e prova a mostrarne l’infondatezza. Cerca cioè di dimostrare che le cose non stanno come vengono raccontate dal governo e da larghissima parte dei mass media. Nell’economia – a differenza che nell’aeroporto – le vie sbagliate non sono indicate per errore o per sbadataggine, ma perché vi sono in gioco interessi enormi. Chi ha il potere, chi gode di privilegi, non vuole mollarli e sovente ci indirizza su una strada completamente sbagliata. In genere è anche molto contento se ci disperiamo e ci incazziamo tra di noi. Nella seconda parte del libro è contenuta una mappa grezza dell’aeroporto. Cerco cioè di raccontare «come effettivamente stanno le cose» dal mio punto di vista. A scanso di equivoci, il mio punto di vista si «appoggia» – non so quanto fedelmente – agli insegnamenti di Marx, che è a mio parere insuperato analista del capitalismo. Nella terza parte cerco di indicare una via di uscita. A differenza di quanto avvenuto in aeroporto imboccare la via di uscita non è così agevole. Non basta individuarla, occorre battere resistenze e interessi consolidati, occorre quindi avere il progetto – le ragioni – ma anche la forza. Lo scopo di questo libro è quello di spingervi a sganciare il nastro rosso e di fornirvi gli elementi fondamentali di orientamento per sganciare il nastro giusto, evitando di andare a sbattere in una nuova porta chiusa o, addirittura, di oltrepassare una porta spalancata sul vuoto. La scelta di sganciare il nastro rosso e di incamminarsi per la corretta via di uscita, di battersi per poterla raggiungere, non la può però fare questo libro. La dovete fare voi, perché alla base del cambiamento non vi può che essere la libera scelta, basata sul libero convincimento, di ogni uomo e di ogni donna.
sabato 28 luglio 2012
Quando c'era il giornalismo ...
Ecco perchè non danno le notizie
Di Stefano Davidson - byoblu -
Gli editori dei quotidiani che incassano i milioni di euro dei fondi pubblici conferiti loro annualmente dallo Stato - cioè da noi - pagano i loro collaboratori 2 euro ad articolo. Ma ancora più spesso assolutamente nulla. L'Ordine dei Giornalisti ha chiesto a circa 1000 giornalisti freelance e 4000 giornalisti professionisti di una sessantina di testate, fra cui molte nazionali, di rivelare le condizioni in cui lavorano.
Alcuni esempi? “La Voce di Romagna”, che paga un articolo 2 euro e 50, e “Il Nuovo Corriere di Firenze”, che offre ai collaboratori forfait mensili da 50 a 100 euro. Ad entrambe le testate vanno contributi pubblici per oltre 2 milioni e mezzo di euro l'anno. “La Repubblica” (che rientra nel contributo al “gruppo l'espresso/la repubblica” di oltre 16 milioni di euro) paga 30 euro un articolo di 5000 – 6000 battute. “Il Messaggero” (circa un milione e mezzo di contributi) paga al massimo 27 euro ad articolo. L'“ANSA” paga 5 euro per ogni lancio. L'“APCOM” offre da 4 a 8 euro, ma non paga nulla nel caso in cui l'evento assegnato non si realizzi. “Il Sole 24 ore” (oltre 19 milioni di contributi l'anno) paga 50 centesimi a riga. “Libero” (5 milioni e 451 mila euro di contributi) dà 18 euro anche per un'apertura. “Il Manifesto” (oltre 5 milioni di contributi) pare non paghi alcuno degli articoli scritti dai collaboratori, neanche per le aperture.
Di Stefano Davidson - byoblu -
Gli editori dei quotidiani che incassano i milioni di euro dei fondi pubblici conferiti loro annualmente dallo Stato - cioè da noi - pagano i loro collaboratori 2 euro ad articolo. Ma ancora più spesso assolutamente nulla. L'Ordine dei Giornalisti ha chiesto a circa 1000 giornalisti freelance e 4000 giornalisti professionisti di una sessantina di testate, fra cui molte nazionali, di rivelare le condizioni in cui lavorano.
Alcuni esempi? “La Voce di Romagna”, che paga un articolo 2 euro e 50, e “Il Nuovo Corriere di Firenze”, che offre ai collaboratori forfait mensili da 50 a 100 euro. Ad entrambe le testate vanno contributi pubblici per oltre 2 milioni e mezzo di euro l'anno. “La Repubblica” (che rientra nel contributo al “gruppo l'espresso/la repubblica” di oltre 16 milioni di euro) paga 30 euro un articolo di 5000 – 6000 battute. “Il Messaggero” (circa un milione e mezzo di contributi) paga al massimo 27 euro ad articolo. L'“ANSA” paga 5 euro per ogni lancio. L'“APCOM” offre da 4 a 8 euro, ma non paga nulla nel caso in cui l'evento assegnato non si realizzi. “Il Sole 24 ore” (oltre 19 milioni di contributi l'anno) paga 50 centesimi a riga. “Libero” (5 milioni e 451 mila euro di contributi) dà 18 euro anche per un'apertura. “Il Manifesto” (oltre 5 milioni di contributi) pare non paghi alcuno degli articoli scritti dai collaboratori, neanche per le aperture.
Tutto ciò dimostra come quello del giornalista freelance (la categoria che si è potuta permettere il lusso di rispondere al sondaggio) sia uno dei lavori più precari e meno retribuiti dell'intero paese. E, di conseguenza, sia sottoposta a ricatto quotidiano, per cui poi non ci si può lamentare se certe notizie non vengono date, o vengono date in cinque righe e mezza a pagina sette. Gli editori infatti si inchinano schettinamente alle richieste del governo di turno, per non perdere il pingue finanziamento, mentre le grandi firme del giornalismo si guardano bene dal mettere in risalto le cose scomode per non perdere il posto molto ben retribuito. Dulcis in fundo, i collaboratori non possono permettersi scoop o rivelazioni perché ricattati con contratti capestro. Sembra che il coraggio sia ormai una prerogativa per soli blogger.
Ecco perché sarebbe stata importante la proposta di legge dell'Onorevole Meloni, che prevedeva l'istituzione di una “commissione specifica” per impedire che le testate sfruttassero i giornalisti precari e non applicassero retribuzioni adeguate, escludendo i trasgressori dai contributi pubblici. Ecco perché questa legge sarebbe stata un caposaldo per l'inizio di una nuova trasparenza dell'informazione e per garantire giustizia sociale sui posti di lavoro. Ecco perché, dopo essere stata approvata dalla Camera, di questa stessa legge è appena stata fatta carta straccia al Senato, per la meritoria opera demolitrice di Elsa Fornero.
L'Italia è piena di giornali di partito, di corrente o di condominio che campano con i soldi dei contribuenti e riempiono le loro redazioni di giovani e meno giovani, precari e sottopagati, mantenendoli sotto la soglia della povertà per meglio servire le istanze del Governo di turno. Molti di questi “Editori" da due euro al pezzo, magari, pagano anche con un anno di ritardo. Oppure, dopo un certo numero di articoli "pagati" (si fa per dire), pretendono tutti gli altri pezzi a titolo gratuito. Altri, invece, danno al massimo forfait mensili di 50 - 100 euro. Intanto Luigi Gubitosi, neo d.g. Rai, viene stipendiato con 650mila euro l’anno, sempre per la famosa storia della “spending review”.
Ecco perché sarebbe stata importante la proposta di legge dell'Onorevole Meloni, che prevedeva l'istituzione di una “commissione specifica” per impedire che le testate sfruttassero i giornalisti precari e non applicassero retribuzioni adeguate, escludendo i trasgressori dai contributi pubblici. Ecco perché questa legge sarebbe stata un caposaldo per l'inizio di una nuova trasparenza dell'informazione e per garantire giustizia sociale sui posti di lavoro. Ecco perché, dopo essere stata approvata dalla Camera, di questa stessa legge è appena stata fatta carta straccia al Senato, per la meritoria opera demolitrice di Elsa Fornero.
L'Italia è piena di giornali di partito, di corrente o di condominio che campano con i soldi dei contribuenti e riempiono le loro redazioni di giovani e meno giovani, precari e sottopagati, mantenendoli sotto la soglia della povertà per meglio servire le istanze del Governo di turno. Molti di questi “Editori" da due euro al pezzo, magari, pagano anche con un anno di ritardo. Oppure, dopo un certo numero di articoli "pagati" (si fa per dire), pretendono tutti gli altri pezzi a titolo gratuito. Altri, invece, danno al massimo forfait mensili di 50 - 100 euro. Intanto Luigi Gubitosi, neo d.g. Rai, viene stipendiato con 650mila euro l’anno, sempre per la famosa storia della “spending review”.
giovedì 26 luglio 2012
L’nformazione rifletta su come tratta la crisi
di Alberto Burgio - rifondazione -
Tutto si può dire della lettera pubblicata ieri dal «manifesto», meno che usi mezze misure. Parlare di furto di informazione non è uno scherzo: perché, dunque, questi toni? Credo che la denuncia muova da una convinzione: oggi, nel trattare della crisi economica e delle politiche che dovrebbero arginarla, la stampa italiana (ma il discorso vale probabilmente anche su scala europea) non svolge la funzione che le competerebbe: quella di spiegare in modo comprensibile gli eventi. Fa perlopiù esattamente il contrario: ripete l’interpretazione ufficiale, la presenta come l’unica possibile e, così facendo, impedisce ai non addetti ai lavori di capire che cosa sta succedendo da cinque anni a questa parte.
In altri termini, la stampa opera come uno schermo opaco, ostacolando la formazione dell’opinione pubblica.
Che cosa continuiamo a leggere sulle pagine dei maggiori quotidiani? E che cosa ci raccontano i telegiornali e gli opinionisti chiamati a dibattere della crisi nei dibattiti televisivi? Una cosa soltanto: la crisi sarebbe nata dall’indebitamento degli Stati, dovuto agli eccessi della spesa pubblica e all’ingordigia dei lavoratori dipendenti. Sarebbe cioè l’effetto di una «crisi fiscale», provocata dall’esorbitante costo delle pensioni, della sanità e della scuola; e sarebbe altresì la conseguenza di salari e stipendi troppo alti, pagati a lavoratori troppo numerosi e poco produttivi. Arrivati a un certo punto, i cosiddetti mercati si sarebbero stancati di finanziare un sistema insostenibile, e avrebbero ragionevolmente preteso garanzie di stabilità e solvibilità dei bilanci pubblici. Stando così le cose, una sola strada appare percorribile: quella di una drastica cura dimagrante, fatta di tagli alla spesa, di più tasse e di licenziamenti.
In sostanza, la grande narrazione dispensata da giornali e televisioni trasmette ai cittadini un quadro senza vie d’uscita che non siano la povertà dilagante e, soprattutto, senza alternative. Ma è sicuro che le cose stiano in questi termini? Non è affatto sicuro. Moltissimi economisti, del calibro di Joseph Stiglitz, Paul Krugman e Jean-Paul Fitoussi – per fare solo qualche nome – hanno un’opinione del tutto diversa. Ricordano che la crisi è nata dal debito privato (di banche, finanziarie, fondi d’investimento e imprese di assicurazione) e solo in un secondo momento ha coinvolto il debito degli Stati (che hanno usato denaro pubblico per risanare i bilanci privati). Sostengono che la strada dei tagli e del cosiddetto rigore è suicida, poiché impedisce la crescita economica, unica possibile soluzione della crisi. Ripetono che bisognerebbe ridurre le enormi disuguaglianze che caratterizzano le nostre società in questa fase storica. E soprattutto affermano che da questa situazione non si uscirà senza una regolamentazione del sistema finanziario, che argini la speculazione e protegga l’economia reale.
Ognuno, si dirà, è libero di pensarla come vuole. Ma proprio questo è il punto. Come può il cittadino prendere posizione su tali questioni se il giornale che legge e la televisione che lo informa continuano a fare come se questa discussione nemmeno esistesse e l’interpretazione della crisi che ispira le politiche del rigore fosse l’unica possibile?
Qualcuno, leggendo la lettera sul furto d’informazione, ha detto che essa attribuisce alla stampa la colpa della crisi. È una lettura semplicistica e paradossale. Se crediamo davvero che l’informazione libera sia un elemento chiave della democrazia, non dovremmo poi affermare che la stampa si limita a «riportare i fatti», come se i fatti parlassero da soli. Questa maldestra difesa si ritorce contro la stampa, riducendola a portavoce del potere politico. In realtà, l’informazione libera è un ingrediente fondamentale di un sistema democratico perché interpreta i fatti e, così facendo, modifica in misura rilevante la realtà. Le idee, i giudizi, le spiegazioni fornite dagli organi di informazione contribuiscono alla formazione dell’opinione pubblica. E non occorre scomodare Orwell per capire che, se queste idee, questi giudizi, queste spiegazioni si riducono alla ripetizione di «verità rivelate», l’opinione pubblica non può svilupparsi, e il consenso che la cittadinanza esprime non può essere definito in senso proprio «democratico».
Un’ultima considerazione. In Italia, come in tante altre parti d’Europa, molta gente vive male e sempre peggio. Milioni di persone perdono il lavoro o temono di perderlo. Milioni di giovani, diplomati e laureati, non trovano uno straccio di occupazione. Non hanno reddito o guadagnano troppo poco per vivere dignitosamente. Milioni di famiglie si indebitano e sono costrette a rinunciare a beni fondamentali, come la salute e la conoscenza. È così difficile, in questa situazione, immaginare l’impatto sociale e politico di un’informazione libera sulle cause della crisi e le possibile vie d’uscita? Forse, se agli italiani che pagano le tasse e vivono sempre più poveramente e precariamente si dicesse che questo stato di cose deriva da un sistema iniquo che può essere cambiato – e non dal volere incontrastabile delle nuove divinità, chiamate Spread e Mercati –, questo paese sarebbe un po’ meno rassegnato di quanto non appaia. Certo, questo provocherebbe qualche inconveniente. Si verificherebbe qualche turbolenza, e il governo di turno – tecnico o non tecnico – dovrebbe sforzarsi di rispondere alle domande poste dal paese. Sarebbe una strada per certi versi più difficile. Ma la politica si muoverebbe più in sintonia con lo spirito della nostra Costituzione.
Che cosa continuiamo a leggere sulle pagine dei maggiori quotidiani? E che cosa ci raccontano i telegiornali e gli opinionisti chiamati a dibattere della crisi nei dibattiti televisivi? Una cosa soltanto: la crisi sarebbe nata dall’indebitamento degli Stati, dovuto agli eccessi della spesa pubblica e all’ingordigia dei lavoratori dipendenti. Sarebbe cioè l’effetto di una «crisi fiscale», provocata dall’esorbitante costo delle pensioni, della sanità e della scuola; e sarebbe altresì la conseguenza di salari e stipendi troppo alti, pagati a lavoratori troppo numerosi e poco produttivi. Arrivati a un certo punto, i cosiddetti mercati si sarebbero stancati di finanziare un sistema insostenibile, e avrebbero ragionevolmente preteso garanzie di stabilità e solvibilità dei bilanci pubblici. Stando così le cose, una sola strada appare percorribile: quella di una drastica cura dimagrante, fatta di tagli alla spesa, di più tasse e di licenziamenti.
In sostanza, la grande narrazione dispensata da giornali e televisioni trasmette ai cittadini un quadro senza vie d’uscita che non siano la povertà dilagante e, soprattutto, senza alternative. Ma è sicuro che le cose stiano in questi termini? Non è affatto sicuro. Moltissimi economisti, del calibro di Joseph Stiglitz, Paul Krugman e Jean-Paul Fitoussi – per fare solo qualche nome – hanno un’opinione del tutto diversa. Ricordano che la crisi è nata dal debito privato (di banche, finanziarie, fondi d’investimento e imprese di assicurazione) e solo in un secondo momento ha coinvolto il debito degli Stati (che hanno usato denaro pubblico per risanare i bilanci privati). Sostengono che la strada dei tagli e del cosiddetto rigore è suicida, poiché impedisce la crescita economica, unica possibile soluzione della crisi. Ripetono che bisognerebbe ridurre le enormi disuguaglianze che caratterizzano le nostre società in questa fase storica. E soprattutto affermano che da questa situazione non si uscirà senza una regolamentazione del sistema finanziario, che argini la speculazione e protegga l’economia reale.
Ognuno, si dirà, è libero di pensarla come vuole. Ma proprio questo è il punto. Come può il cittadino prendere posizione su tali questioni se il giornale che legge e la televisione che lo informa continuano a fare come se questa discussione nemmeno esistesse e l’interpretazione della crisi che ispira le politiche del rigore fosse l’unica possibile?
Qualcuno, leggendo la lettera sul furto d’informazione, ha detto che essa attribuisce alla stampa la colpa della crisi. È una lettura semplicistica e paradossale. Se crediamo davvero che l’informazione libera sia un elemento chiave della democrazia, non dovremmo poi affermare che la stampa si limita a «riportare i fatti», come se i fatti parlassero da soli. Questa maldestra difesa si ritorce contro la stampa, riducendola a portavoce del potere politico. In realtà, l’informazione libera è un ingrediente fondamentale di un sistema democratico perché interpreta i fatti e, così facendo, modifica in misura rilevante la realtà. Le idee, i giudizi, le spiegazioni fornite dagli organi di informazione contribuiscono alla formazione dell’opinione pubblica. E non occorre scomodare Orwell per capire che, se queste idee, questi giudizi, queste spiegazioni si riducono alla ripetizione di «verità rivelate», l’opinione pubblica non può svilupparsi, e il consenso che la cittadinanza esprime non può essere definito in senso proprio «democratico».
Un’ultima considerazione. In Italia, come in tante altre parti d’Europa, molta gente vive male e sempre peggio. Milioni di persone perdono il lavoro o temono di perderlo. Milioni di giovani, diplomati e laureati, non trovano uno straccio di occupazione. Non hanno reddito o guadagnano troppo poco per vivere dignitosamente. Milioni di famiglie si indebitano e sono costrette a rinunciare a beni fondamentali, come la salute e la conoscenza. È così difficile, in questa situazione, immaginare l’impatto sociale e politico di un’informazione libera sulle cause della crisi e le possibile vie d’uscita? Forse, se agli italiani che pagano le tasse e vivono sempre più poveramente e precariamente si dicesse che questo stato di cose deriva da un sistema iniquo che può essere cambiato – e non dal volere incontrastabile delle nuove divinità, chiamate Spread e Mercati –, questo paese sarebbe un po’ meno rassegnato di quanto non appaia. Certo, questo provocherebbe qualche inconveniente. Si verificherebbe qualche turbolenza, e il governo di turno – tecnico o non tecnico – dovrebbe sforzarsi di rispondere alle domande poste dal paese. Sarebbe una strada per certi versi più difficile. Ma la politica si muoverebbe più in sintonia con lo spirito della nostra Costituzione.
articolo21.org
giovedì 26 gennaio 2012
sabato 31 dicembre 2011
GRECIA: CHIUDE ELEFTHEROTYPIA, VOCE SCOMODA DI SINISTRA...

Fonte: controlacrisi
In Grecia come in Italia? Sembra proprio di si, ma quando i governi sono tecnici e bipartizan i primi a farne le spese sono i giornali di sinistra che non hanno padroni e amici tra i banchieri. Liberazione sospende la pubblicazione cartacea dal 1° gennaio per colpa del taglio all'editoria del Governo Monti, mentre oggi in Grecia è stata annunciata la chiusura dello storico quotidiano indipendente di sinistra Eleftherotypia (Stampa Libera)...
(di Furio Morroni - ANSA) - ATENE, 30 DIC - La grave crisi economica che ha colpito la Grecia ha fatto una vittima illustre anche nel campo dell'informazione ellenica. Oggi è stata annunciata la quasi certa chiusura dello storico quotidiano indipendente di sinistra Eleftherotypia (Stampa Libera), secondo per diffusione nel Paese - 30mila copie al giorno e 85mila la domenica - paragonabile all'italiano Repubblica. Un giornale considerato scomodo e incontrollabile, che ha sempre dato fastidio a molti. Mania Tegopoulou, editore del quotidiano e figlia del fondatore Kitsos Tegopoulos, ha presentato oggi ricorso al tribunale fallimentare di Atene, lasciando senza speranza i dipendenti, che da agosto non ricevono stipendiosi. Ora gli scenari sono due: o un piano di risanamento accettabile da parte dei creditori, e si fa avanti un improbabile imprenditore pronto a finanziare la ripresa delle pubblicazioni, oppure Eleftherotypia chiuderà definitivamente i battenti. A causa di problemi economici (un debito totale di 50 milioni, non impossibile da coprire), la società editrice ha smesso di pagare i dipendenti dalla metà dello scorso agosto. Un accordo preliminare per un prestito di otto milioni era stato concordato a settembre da Mania Tegopoulou con l'Alpha Bank del finanziere Ioannis Kostopoulos. A ottobre, però, l'istituto ha reso noto che il prestito non era più disponibile. Diniego dietro al quale, secondo Mania Tegopoulou, ci sarebbe stato «l'intervento personale» dell'ex premier e leader socialista Giorgio Papandreou. Ma Eleftherotypia non dava fastidio solo al Pasok, per le pesante critiche avanzate contro il partito nella gestione della crisi quando i socialisti erano al governo, ma anche al nuovo esecutivo di coalizione guidato da Lucas Papademos. Il giornale non è mai stato tenero nemmeno con i rappresentanti di Nea Dimocratia (centro-destra) e tantomeno con quelli di Laos (estrema destra), di cui ha denunciato sino a ieri le presunte simpatie filo-naziste, le prese di posizione antisemite e gli ex collaborazionisti della giunta militare tra le sue fila. Eleftherotypia è stato il primo nuovo quotidiano pubblicato in Grecia dopo la caduta del regime dei colonnelli nel 1975. «Eleftherotypia è vittima della crisi che sta colpendo tutti i mezzi d'informazione greci, ma è senz'altro la vittima più illustre e prestigiosa, che stava a cuore a tutti quanti perchè era un giornale libero, coraggioso ed una componente essenziale della società greca», ha commentato con l'ANSA Dimitri Deliolanes, corrispondente da Roma della radio-tv pubblica greca ERT e scrittore. «Eleftherotypia era l'eccezione fra tutti i giornali greci, perchè era l'unico che denunciava i collegamenti esistenti tra gli altri mezzi d'informazione e la corruzione governativa». La crisi farà altre vittime? «Sì - risponde Deliolanes -, è probabile, perchè sono molti i mezzi d'informazione greci attualmente a rischio chiusura». (ANSA).
In Grecia come in Italia? Sembra proprio di si, ma quando i governi sono tecnici e bipartizan i primi a farne le spese sono i giornali di sinistra che non hanno padroni e amici tra i banchieri. Liberazione sospende la pubblicazione cartacea dal 1° gennaio per colpa del taglio all'editoria del Governo Monti, mentre oggi in Grecia è stata annunciata la chiusura dello storico quotidiano indipendente di sinistra Eleftherotypia (Stampa Libera)...
(di Furio Morroni - ANSA) - ATENE, 30 DIC - La grave crisi economica che ha colpito la Grecia ha fatto una vittima illustre anche nel campo dell'informazione ellenica. Oggi è stata annunciata la quasi certa chiusura dello storico quotidiano indipendente di sinistra Eleftherotypia (Stampa Libera), secondo per diffusione nel Paese - 30mila copie al giorno e 85mila la domenica - paragonabile all'italiano Repubblica. Un giornale considerato scomodo e incontrollabile, che ha sempre dato fastidio a molti. Mania Tegopoulou, editore del quotidiano e figlia del fondatore Kitsos Tegopoulos, ha presentato oggi ricorso al tribunale fallimentare di Atene, lasciando senza speranza i dipendenti, che da agosto non ricevono stipendiosi. Ora gli scenari sono due: o un piano di risanamento accettabile da parte dei creditori, e si fa avanti un improbabile imprenditore pronto a finanziare la ripresa delle pubblicazioni, oppure Eleftherotypia chiuderà definitivamente i battenti. A causa di problemi economici (un debito totale di 50 milioni, non impossibile da coprire), la società editrice ha smesso di pagare i dipendenti dalla metà dello scorso agosto. Un accordo preliminare per un prestito di otto milioni era stato concordato a settembre da Mania Tegopoulou con l'Alpha Bank del finanziere Ioannis Kostopoulos. A ottobre, però, l'istituto ha reso noto che il prestito non era più disponibile. Diniego dietro al quale, secondo Mania Tegopoulou, ci sarebbe stato «l'intervento personale» dell'ex premier e leader socialista Giorgio Papandreou. Ma Eleftherotypia non dava fastidio solo al Pasok, per le pesante critiche avanzate contro il partito nella gestione della crisi quando i socialisti erano al governo, ma anche al nuovo esecutivo di coalizione guidato da Lucas Papademos. Il giornale non è mai stato tenero nemmeno con i rappresentanti di Nea Dimocratia (centro-destra) e tantomeno con quelli di Laos (estrema destra), di cui ha denunciato sino a ieri le presunte simpatie filo-naziste, le prese di posizione antisemite e gli ex collaborazionisti della giunta militare tra le sue fila. Eleftherotypia è stato il primo nuovo quotidiano pubblicato in Grecia dopo la caduta del regime dei colonnelli nel 1975. «Eleftherotypia è vittima della crisi che sta colpendo tutti i mezzi d'informazione greci, ma è senz'altro la vittima più illustre e prestigiosa, che stava a cuore a tutti quanti perchè era un giornale libero, coraggioso ed una componente essenziale della società greca», ha commentato con l'ANSA Dimitri Deliolanes, corrispondente da Roma della radio-tv pubblica greca ERT e scrittore. «Eleftherotypia era l'eccezione fra tutti i giornali greci, perchè era l'unico che denunciava i collegamenti esistenti tra gli altri mezzi d'informazione e la corruzione governativa». La crisi farà altre vittime? «Sì - risponde Deliolanes -, è probabile, perchè sono molti i mezzi d'informazione greci attualmente a rischio chiusura». (ANSA).
Iscriviti a:
Post (Atom)




