
di Vicenzo Comito. Fonte: finansol
In passato ho pubblicato diversi articoli, su questo stesso sito, sul tema della crisi. Poi ho sostanzialmente smesso, concentrandomi su altre questioni; ora vorrei tornare su questo argomento cercando di recuperare almeno in parte l’attenzione perduta. E comincio con queste note.
La crisi per molti aspetti ancora in atto nonostante un miglioramento, che appare peraltro precario, dei dati economici e finanziari in molti dei paesi occidentali, non ha sorprendentemente, almeno sino ad oggi, un nome “ufficiale” e riconosciuto, anche se ne ha ricevuti diversi nel corso del suo ormai abbastanza lungo percorso. Questo ha molto a che fare anche con i suoi continui cambiamenti di registro e di direzione sia a livello di settori colpiti che di aree geografiche, che infine di soggetti coinvolti, nel corso di questi tre anni e più. Così non si sa spesso quale aggettivo far seguire alla parola crisi se essa viene fuori in qualche discorso o in qualche articolo.
Ma siccome si può forse anche credere a quello che diceva qualcuno, non ricordo chi, nell’antichità, che cioè “nomen est essentia rerum”, che nel nome c’è l’essenza stessa, il senso profondo, delle cose, proviamo a partire alla ricerca di quello che può sembrare più adeguato per il fenomeno in atto.
Nel rintracciare i mutevoli percorsi della crisi e i suoi cambiamenti di denominazione facciamo in particolare riferimento ad un articolo di Marc-Olivier Padis, apparso nel numero di ottobre 2010 sulla bella rivista francese Esprit, rispetto alle cui classificazioni abbiamo peraltro apportato alcuni mutamenti.
In passato ho pubblicato diversi articoli, su questo stesso sito, sul tema della crisi. Poi ho sostanzialmente smesso, concentrandomi su altre questioni; ora vorrei tornare su questo argomento cercando di recuperare almeno in parte l’attenzione perduta. E comincio con queste note.
La crisi per molti aspetti ancora in atto nonostante un miglioramento, che appare peraltro precario, dei dati economici e finanziari in molti dei paesi occidentali, non ha sorprendentemente, almeno sino ad oggi, un nome “ufficiale” e riconosciuto, anche se ne ha ricevuti diversi nel corso del suo ormai abbastanza lungo percorso. Questo ha molto a che fare anche con i suoi continui cambiamenti di registro e di direzione sia a livello di settori colpiti che di aree geografiche, che infine di soggetti coinvolti, nel corso di questi tre anni e più. Così non si sa spesso quale aggettivo far seguire alla parola crisi se essa viene fuori in qualche discorso o in qualche articolo.
Ma siccome si può forse anche credere a quello che diceva qualcuno, non ricordo chi, nell’antichità, che cioè “nomen est essentia rerum”, che nel nome c’è l’essenza stessa, il senso profondo, delle cose, proviamo a partire alla ricerca di quello che può sembrare più adeguato per il fenomeno in atto.
Nel rintracciare i mutevoli percorsi della crisi e i suoi cambiamenti di denominazione facciamo in particolare riferimento ad un articolo di Marc-Olivier Padis, apparso nel numero di ottobre 2010 sulla bella rivista francese Esprit, rispetto alle cui classificazioni abbiamo peraltro apportato alcuni mutamenti.

