Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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lunedì 30 gennaio 2012

Il nome della “nostra” crisi

di Vicenzo Comito. Fonte: finansol
In passato ho pubblicato diversi articoli, su questo stesso sito, sul tema della crisi. Poi ho sostanzialmente smesso, concentrandomi su altre questioni; ora vorrei tornare su questo argomento cercando di recuperare almeno in parte l’attenzione perduta. E comincio con queste note.

La crisi per molti aspetti ancora in atto nonostante un miglioramento, che appare peraltro precario, dei dati economici e finanziari in molti dei paesi occidentali, non ha sorprendentemente, almeno sino ad oggi, un nome “ufficiale” e riconosciuto, anche se ne ha ricevuti diversi nel corso del suo ormai abbastanza lungo percorso. Questo ha molto a che fare anche con i suoi continui cambiamenti di registro e di direzione sia a livello di settori colpiti che di aree geografiche, che infine di soggetti coinvolti, nel corso di questi tre anni e più. Così non si sa spesso quale aggettivo far seguire alla parola crisi se essa viene fuori in qualche discorso o in qualche articolo.

Ma siccome si può forse anche credere a quello che diceva qualcuno, non ricordo chi, nell’antichità, che cioè “nomen est essentia rerum”, che nel nome c’è l’essenza stessa, il senso profondo, delle cose, proviamo a partire alla ricerca di quello che può sembrare più adeguato per il fenomeno in atto.

Nel rintracciare i mutevoli percorsi della crisi e i suoi cambiamenti di denominazione facciamo in particolare riferimento ad un articolo di Marc-Olivier Padis, apparso nel numero di ottobre 2010 sulla bella rivista francese Esprit, rispetto alle cui classificazioni abbiamo peraltro apportato alcuni mutamenti.

giovedì 29 dicembre 2011

Euro: l’anno che sta arrivando

di Vincenzo Comito. Fonte: sbilanciamoci
Per l’eurozona, il 2011 è stato un anno di scelte sbagliate e politiche miopi. Per evitare il crack nel 2012, servono misure nuove e coraggiose

L’andamento dell’economia reale

Molti, nel gennaio del 2011, pensavano che il nuovo anno sarebbe stato quello della ripresa dell’economia e invece oggi ci ritroviamo con dei problemi ancora più gravi. In particolare, si chiude un anno a dir poco critico sia per le sorti dell’euro che per l’andamento dell’economia reale dei paesi dell’eurozona. È opportuno intanto ricordare alcuni aspetti della situazione dell’economia reale, e di quale sia quindi uno degli sfondi più rilevanti su cui si collocano le vicende monetarie. Il quadro, grazie anche alle decisioni prese sotto l’illuminata guida della Merkel e di Sarkozy, può essere sottolineato con poche cifre: la Goldman Sachs prevede che nel 2012 l’economia dei paesi dell’eurozona si contrarrà dello 0,8%, con un +0,1% per la Germania, un -1,6% per l’Italia, un -0,4% per la Francia, un -1,5% per la Spagna. Qualcuno, come G. Magnus, consigliere economico senior della UBS, arriva a stimare una caduta complessiva del Pil nei prossimi trimestri ben più elevata, valutabile al livello del 2,0% annuo.

Per quanto riguarda i livelli di disoccupazione, nell’eurozona mancano a tutt’oggi 3 milioni di posti di lavoro per ritornare alle cifre del 2008 e 4,2 milioni per quanto riguarda l’Europa a 27. Ma nella realtà dei fatti il deficit è molto più importante, se solo si ricorda che dal 1995 al 2007 si registrava una crescita annua dei posti di lavoro pari in media a 2 milioni di unità (Duval, 2011). Dal 2008 ad oggi l’Irlanda ha perduto un posto di lavoro su sette, la Spagna uno su dieci, la Grecia uno su dodici.

Quanto si è fatto sino ad oggi

Nei paesi dell’eurozona per molti versi si vanno combattendo una serie di battaglie sbagliate. La Merkel lotta con accanimento contro il debito, quando i problemi sono soprattutto la crescita e gli squilibri di competitività tra i vari paesi della zona euro; la Bce, sotto l’impavida guida di Draghi, continua con convinzione a combattere l’inflazione e l’istituto rischia così, come ricorda qualcuno, di passare alla storia come la banca centrale magnificamente ortodossa di un’unione monetaria fallita; il governo italiano, sotto la guida di un altro splendido liberista, avanza somministrando al paziente una cura che, piuttosto che guarirlo, potrebbe contribuire ad ucciderlo in poco tempo. Anche l’ultimo summit della zona euro avrebbe dovuto essere risolutivo, ma si è rivelato per alcuni versi ancora peggiore di quelli precedenti: è stato deciso infatti di avviare l’approvazione di un nuovo trattato, che richiederà mesi di spasmodiche contrattazioni e che dovrà essere ratificato da parlamenti nazionali, alcuni dei quali piuttosto riottosi, creando una grande incertezza politica. Inoltre, le promesse di una maggiore austerità che i governi avanzano ad ogni vertice - ora anche con l’inserimento di una clausola di pareggio di bilancio nelle costituzioni dei singoli stati -, finiscono per spaventare piuttosto che rassicurare, e daranno luogo a economie più deboli e vulnerabili. Nell’accordo non c’è nessun riferimento alla crescita, ne c’è alcun paragrafo che tocchi la questione dei differenti livelli di competitività tra i paesi dell’eurozona. Niente sugli eurobond, niente di serio per quanto riguarda i due fondi salva stati, niente sul processo di unificazione politica del continente. In sostanza, la Germania e la Francia hanno deciso che non ci sarà proprio quello che serviva: un’unione “fiscale”, finanziaria e politica (Wolf, 2011, a). È possibile dunque prevedere una caduta prolungata dell’attività economica, una riduzione dei salari e delle pensioni in termini reali, un ulteriore aumento dei livelli di disoccupazione.

domenica 18 dicembre 2011

Se anche la finanza cinese scricchiola

di Vincenzo Comito. Fonte: sbilanciamoci
Mentre l’Occidente è in grave crisi, il sistema finanziario cinese è sotto stress, l’economia frena e l’Fmi propone di ridurre il controllo statale sull'economia
Premessa
Mentre il mondo occidentale è toccato da una crisi molto grave, che riguarda sia gli aspetti finanziari che quelli reali dell’economia, una parte consistente dei paesi emergenti, con in testa i cosiddetti Bric, è riuscita sino a oggi a stare abbastanza lontana dalle difficoltà. Tuttavia, in questo momento il riflesso dei problemi dei paesi ricchi e una serie di questioni interne stanno provocando qualche difficoltà anche per i paesi emergenti. Così il Brasile registra un rallentamento del Pil, forse temporaneo, ma comunque abbastanza vistoso, mentre la Russia è alle prese con dei rilevanti problemi politici e con l’incapacità di sviluppare un sistema industriale moderno – i due fenomeni sembrano tra loro collegati –, mentre l’India mostra crescenti tensioni provocate, da una parte, dall’inefficienza della sua classe politica e di governo e, dall’altra, dall’emergere del fenomeno di una vistosa corruzione dei suoi apparati pubblici: anche in India l’economia rallenta e il sogno di superare i ritmi di sviluppo cinesi sembra debba essere accantonato, almeno per il momento. La Cina, infine, che, come al solito, presenta comunque dei risultati migliori di quelli degli altri tre paesi citati, deve confrontarsi con questioni abbastanza complesse. Uno dei nuclei centrali di tali problemi ruota intorno alla situazione e alle prospettive del suo sistema finanziario.

Il sistema finanziario ombra e la sua dinamica

Per cominciare a concentrare l’attenzione sulle difficoltà attuali del sistema finanziario cinese vogliamo analizzare la questione della crescita recente del sistema finanziario ombra nel paese. Il fenomeno dei sistemi finanziari “nascosti” o comunque lontani da quelli ufficiali non tocca oggi soltanto la Cina o i paesi del Terzo Mondo, ma riguarda anche quelli più sviluppati, dalla Gran Bretagna, con la sua rete di prestatori del giorno di paga – payday moneylenders, che anticipano per un breve periodo piccole somme in contanti a chi non riesce ad arrivare al giorno dell’incasso del salario o dello stipendio, esigendo un tasso di interesse che supera, in certi casi, il 4.000% annuo –, al fenomeno giapponese dei sarakin, istituti criminali che negli anni novanta prestavano denaro alle piccole imprese giapponesi in crisi, facendo intervenire come esattori le bande del crimine organizzato. Ma esso assume caratteri particolari, come al solito, nel paese asiatico. Il sistema non ufficiale è composto di trust companies, banche private, pescecani della finanza, privati cittadini. Mentre le trust companies, che costituiscono comunque la parte più importante di tale sistema ombra, sono imprese regolarmente registrate e con un’organizzazione nota, il fenomeno assume anche forme nascoste. Tanto che non ci sono stime realistiche sull’estensione del problema. Quelle della Banca Centrale cinese parlano di oltre 600 miliardi di dollari, pari all’8% dell’ammontare dei prestiti ufficiali all’economia nazionale. Ma i numeri veri dovrebbero essere molto più elevati. China Confidential (Kynge, 2011) valuta che il sistema finanziario ombra fornisca persino più credito all’economia di quanto riesca a fare il sistema bancario ufficiale, mentre le stesse banche hanno cominciato a prestare soldi alla rete informale per ottenere maggiori rendimenti dai loro capitali.

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