Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

giovedì 25 agosto 2011

L’uscita dall’euro prossima ventura

di Alberto Bagnai. il manifesto - Fonte: sinistrainrete
Un anno fa, discorrendo con Aristide, chiedevo come mai la sinistra italiana rivendicasse con tanto orgoglio la paternità dell’euro: non vedeva quanto esso fosse opposto agli interessi del suo elettorato? Una domanda simile a quella di Rossanda [vedi in calce a questo articolo]. Aristide, economista di sinistra, mi raggelò: “caro Alberto, i costi dell’euro, come dici, sono noti, tutti i manuali li illustrano. Li vedevano anche i nostri politici, ma non potevano spiegarli ai loro elettori: se questi avessero potuto confrontare costi e benefici non avrebbero mai accettato l’euro. Tenendo gli elettori all’oscuro abbiamo potuto agire, mettendoli in una impasse dalla quale non potranno uscire che decidendo di fare la cosa giusta, cioè di andare avanti verso la totale unione, fiscale e politica, dell’Europa.” Insomma: “il popolo non sa quale sia il suo interesse: per fortuna a sinistra lo sappiamo e lo faremo contro la sua volontà”. Ovvero: so che non sai nuotare e che se ti getto in piscina affogherai, a meno che tu non “decida liberamente” di fare la cosa giusta: imparare a nuotare. Decisione che prenderai dopo un leale dibattito, basato sul fatto che ti arrivo alle spalle e ti spingo in acqua. Bella democrazia in un intellettuale di sinistra! Questo agghiacciante paternalismo può sembrare più fisiologico in un democristiano, ma non dovrebbe esserlo. “Bello è di un regno come che sia l’acquisto”, dice re Desiderio. Il cattolico Prodi l’Adelchi l’ha letto solo fino a qui. Proseguendo, avrebbe visto che per il cattolico Manzoni la Realpolitik finisce in tragedia: il fine non giustifica i mezzi. La nemesi è nella convinzione che “più Europa” risolva i problemi: un argomento la cui futilità non può essere apprezzata se prima non si analizza la reale natura delle tensioni attuali.

Il debito pubblico non c’entra.

Sgomenta l’unanimità con la quale destra e sinistra continuano a concentrarsi sul debito pubblico. Che lo faccia la destra non è strano: il contrattacco ideologico all’intervento dello Stato nell’economia è il fulcro della “controriforma” seguita al crollo del muro. Questo a Rossanda è chiaro. Le ricordo che nessun economista ha mai asserito, prima del trattato di Maastricht, che la sostenibilità di un’unione monetaria richieda il rispetto di soglie sul debito pubblico (il 60% di cui parla lei). Il dibattito sulla “convergenza fiscale” è nato dopo Maastricht, ribadendo il fatto che queste soglie sono insensate. Maastricht è un manifesto ideologico: meno Stato (ergo più mercato). Ma perché qui (cioè a sinistra?) nessuno mette Maastricht in discussione? Questo Rossanda non lo nota e non se lo chiede. Se il problema fosse il debito pubblico, dal 2008 la crisi avrebbe colpito prima la Grecia (debito al 110% del Pil), e poi Italia (106%), Belgio (89%), Francia (67%) e Germania (66%). Gli altri paesi dell’eurozona avevano debiti pubblici inferiori. Ma la crisi è esplosa prima in Irlanda (debito pubblico al 44% del Pil), Spagna (40%), Portogallo (65%), e solo dopo Grecia e Italia. Cosa accomuna questi paesi? Non il debito pubblico (minimo nei primi paesi colpiti, altissimo negli ultimi), ma l’inflazione. Già nel 2006 la Bce indicava che in Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna l’inflazione non stava convergendo verso quella dei paesi “virtuosi”. I Pigs erano un club a parte, distinto dal club del marco (Germania, Francia, Belgio, ecc.), e questo sì che era un problema: gli economisti sanno da tempo che tassi di inflazione non uniformi in un’unione monetaria conducono a crisi di debito estero (prevalentemente privato).

Inflazione e debito estero.

Se in X i prezzi crescono più in fretta che nei suoi partner, X esporta sempre meno, e importa sempre più, andando in deficit di bilancia dei pagamenti. La valuta di X, necessaria per acquistare i beni di X, è meno richiesta e il suo prezzo scende, cioè X svaluta: in questo modo i suoi beni ridiventano convenienti, e lo squilibrio si allevia. Effetti uguali e contrari si producono nei paesi in surplus, la cui valuta diventa scarsa e si apprezza. Ma se X è legato ai suoi partner da un’unione monetaria, il prezzo della valuta non può ristabilire l’equilibrio esterno, e quindi le soluzioni sono due: o X deflaziona, o i suoi partner in surplus inflazionano. Nella visione keynesiana i due meccanismi sono complementari: ci si deve venire incontro, perché surplus e deficit sono due facce della stessa medaglia (non puoi essere in surplus se nessuno è in deficit). Ai tagli nel paese in deficit deve accompagnarsi un’espansione della domanda nei paesi in surplus. Ma la visione prevalente è asimmetrica: l’unica inflazione buona è quella nulla, i paesi in surplus sono “buoni”, e sono i “cattivi” in deficit a dover deflazionare, convergendo verso i buoni. E se, come i Pigs, non ci riescono? Le entrate da esportazioni diminuiscono e ci si deve indebitare con l’estero per finanziare le proprie importazioni. I paesi a inflazione più alta sono anche quelli che hanno accumulato più debito estero dal 1999 al 2007: Grecia (+78 punti di Pil), Portogallo (+67), Irlanda (+65) e Spagna (+62). Con il debito crescono gli interessi, e si entra nella spirale: ci si indebita con l’estero per pagare gli interessi all’estero, aumenta lo spread e scatta la crisi.

La Borsa sale, Tripoli crepa!

Tripoli, oggi più che mai suol d'amore. Il nostro.
di Fulvio Grimaldi - Fonte: listaeurogreen
La storia è un resoconto perlopiù falso di eventi perlopiù insignificanti
provocati da governanti perlopiù delinquenti e da soldati perlopiù idioti.
(Ambrose Bierce, scrittore Usa, 1842-1914)

Liquidiamo per prima cosa gli sciacalli collateralisti travestiti da
sinistri, oggi tutti o rintanati in un abisso di vergogna, o garruli, più
impudichi, celebratori di diritti umani e democrazia ristabiliti. Come
Vendola - "Israele ha fatto fiorire il deserto" - Rossanda -"Brigate
internazionali a sostegno dei giovani rivoluzionari di Bengasi", o il poco
noto sedicente esperto di Latinoamerica e spocchioso tuttologo
dell'intossicazione imperialista, Carotenuto - "I cecchini di Gheddafi
sparano sui bambini". Li scopriamo, sotto gli scintillanti panni arcobaleno,
imbrattati di merda e grondanti di sangue del popolo libico e confinati per
l'eternità nella fangazza dei caimani, peggiori del guiitto mannaro:
traditori e rinnegati.

Calpesta questi vermi Hugo Chavez che, ancora una volta, ha tuonato contro
le aberranti nefandezze dei "democratici governi europei e Usa impegnati a
radere al suolo Tripoli, le scuole, gli ospedali, le case, i posti di
lavoro, i campi coltivati, le fabbriche, i rifornimenti idrici ed elettrici
con il suo milione e mezzo di abitanti", adducendo a scusa una "rivoluzione"
che non è che un colpo di Stato "mirato a prendersi il paese e le sue
ricchezze" . Dietro a Chavez c'è quasi l'intera America Latina, quasi tutta
l'Africa, gran parte dell'Asia, a dispetto degli infingardi medvedeviani e
cinesi. E questi cavalieri dell'Apocalisse, rappresentanti di un mero 7%
dell'umanità, in maggioranza, poi, nemmeno omologati sui crimini dei loro
"rappresentanti", osano definirsi "comunità internazionale". Senza contare
che ormai, nella "comunità internazionale", questi non sono da tempo
rappresentanti di nessuno, se non della manica di criminali psicopatici
rintanati nei forzieri.
E veniamo a come sembra stiano le cose secondo le uniche voci oneste
sopravvissute a Tripoli. Sopravvissute, perchè ne va della loro vita, visto
che le spie della Cia e dell'MI6, fattesi passare per giornalisti nell'Hotel
Rixos, li hanno minacciati di morte e cercano di farli fuori. Me li ricordo,
quei "giornalisti" yankee e britannici, in ascolto spocchioso e irridente
alle nostre conferenze stampa in cui portavamo documenti, immagini e
testimonianze degli orrori compiuti dai mercenari e dalla Nato. Ricordo le
loro domande di spie: "A quale formazione politica appartieni?" "Cosa
guadagnate dal farvi trombettieri delle truffe e bugie di Gheddafi?" "Chi vi
paga?" "Siete complici dei mercenari di Gheddafi che stuprano bambini". "Vi
rendete conto che siete operativi del terrorismo contro la democrazia e la
comunità internazionale?"

Ora quell'hotel, senza più personale, si è diviso in due contrapposti
fortini: da un lato i giornalisti veri, in prima linea Thierry Meyssan e
Darius Nazemroaya, che gli agenti angloamericani cercano di far fuori,
dall'altro i mercenari mediatici. Gli stessi che viaggiando per le strade
della Libia segnalavano alla Nato i posti di blocco da disintegrare. E' per
le strade così "ripulite" che le bande del mercenariato Nato hanno potuto
avanzare grazie all'intervento incessante degli elicotteri d'assalto, dei
droni e dei bombardieri, che spazzavano gli spazi davanti a loro. Nulla di
quanto sta avvenendo è merito di questo branco di belve subumane unicamente
motivate dal bottino e dagli orgasmi da sevizie e morte. Senza le stragi
Nato non sarebbero stati capaci di far altro che continuare a dare la caccia
agli africani neri, alle ragazze da violentare e poi uccidere (stile narcos
al soldo degli Usa in Messico), a chi non si schierava con loro. La forza
d'urto principale è stata esercitata dalle montagne alle spalle di Tripoli
nelle quali nelle scorse settimane erano arrivate, su piste improvvisate,
valanghe di armamenti pesanti, con il beneplacito del governo dellaTunisia,
da qualcuno (Giuliana Sgrena e mistificatori vari) ancora definito
espressione della "primavera dei gelsomini" (qualifica tesa a sacralizzare
anche le operazioni Cia delle rivoluzioni arancioni, dei garofani, delle
rose e di colori e fiori vari). Governo tunisino che, rivoluzionariamente,
spargendo gelsomini, è balzato sul carro da morto di passaggio e ha
riconosciuto il sedicente Consiglio di Transizione, così tagliando il
cordone ombelicale a tutto un popolo, E' la democrazia, cretino!

I tumulti di Tripoli, comunque, sembra non siano tanto merito di contingenti
di mercenari invasori, in ogni caso guidati e appoggiati da teste di cuoio
occidentali, quanto da "cellule dormienti" infiltrate da tempo e che si sono
mosse al segnale lanciato da certi muezzin dai minareti a partire da sabato
scorso. Il meccanismo, ripetuto in questi giorni, è questo: la Nato lancia
di notte attacchi di portata terrificante su una zona, o un centro,
distruggendo tutto e facendo fuggire o uccidendo la popolazione (1.300 in 9
ore domenica scorsa, 5000 feriti). Nel vuoto si precipitano i mercenari con
telecamere al seguito, sbraitano, sparacchiano e... spariscono, mentre
l'area torna ad essere popolata da abitanti che rientrano sotto la
protezione delle forze lealiste. Si parla addirittura di "ribelli" cacciati
dalle loro posizioni 80 km a ovest di Tripoli (Zauija).

Così, pare, oggi a Tripoli, dove sarebbe in corso la controffensiva dei
lealisti che avrebbe svuotato la città dai mercenari per il 90%, salvo
sacche nei sobborghi. E a ennesima dimostrazione della rozzezza dei
bugiardi: i figli di Gheddafi, Seif e Mohammed, sono liberi e in lotta. Il
problema grande è che, come si creano distanze tra i due fronti, i killer
Nato hanno agio di infierire su Resistenza e popolazione civile, ovviamente,
come fatto a partire del 19 marzo, senza il minimo riguardo per la
popolazione nella quale i combattenti patrioti si muovono. L'altra notte è
passato su RAI Tre un grande film su Marzabotto. Sinistri e celebranti vari
commemorano in lacrime quegli eventi. in Libia la nostra "comunità
internazionale" di Marzabotto e S.Anna di Stazzema ne hanno perpetrato
centinaia, all'ennesima potenza. E' la democrazia, cretino! E ora stanno
facendo a Tripoli quello che hanno fatto a Dresda, a Baghdad, a Falluja, a
Gaza. Terminator nutriti di morte, amici, anzi padroni omaggiati, di
Napolitano, Bersani, Flavio Lotti, Pannella e tutta la fangazza sinistrata
d'Italia. Lordi tutti del sangue di un popolo genocidato dopo l'altro. A
quando l'incendio purificatore e salvifico che li incenerirà?

Non finisce qui. Non c'è nessuna stretta finale, Gheddafi morirà in
combattimento o trucidato, come Saddam e Milosevic, in qualche postribolo da
tutti consacrato tribunale e dove, sullo scranno delle marchette, sono
assise "madame" come Carla del Ponte, Antonio Cassese (quello del tribunale
farsa prima della Jugoslavia e poi del Libano), Moreno Ocampo. Così come si
omaggia Napolitano, il peggiore presidente mai avuto nella Repubblica,
"difensore della Costituzione". Colui che rischia, avvenuta la nemesi, di
passare alla storia giusta con il titolo di "presidente fellone". Accanto a
gentaccia come Laval, Petain, Badoglio e, oggi, accanto a pagliacci zannuti
Nato alla Karzai, Al Maliki, Micheletti, Calderon, Abu Mazen, Mesic...
L'uomo che ha spianato la strada alla P2
Gheddafi, mille Gheddafi, continueranno a guidare la lotta dei libici,
dovesse durare un'altra volta trent'anni, come sotto i macellai Graziani,
Badoglio, Mussolini (avete constatato come questi massacratori dei mandanti
Obama e Cameron e banchieri che li manovrano, siano addirittura peggio,
molto peggio, di quegli antesignani della civiltà superiore bianca
cristiana?). Alimentiamo i fuochi sacri dei libici. A partire dalle palle
infuocate di verità da lanciare addosso alle prostitute nel postribolo..

Fulvio Grimaldi
http://obzudi.splinder.com/

Presidio CGIL al Senato


23 Agosto 1927, l’esecuzione di Sacco e Vanzetti.

23 Agosto 1927, l’esecuzione di Sacco e Vanzetti
Una mobilitazione operaia, nel mondo intero,
contro un crimine di Stato
Fonte: linternazionale
Il 23 agosto 1927, vicino a Boston (Usa), poco dopo la mezzanotte, Nicolas Sacco veniva condotto al supplizio. Prima dell’esecuzione sulla sedia elettrica gridò “Viva l’anarchia”. Qualche minuto dopo, Bartolomeo Vanzetti subì la stessa sorte.

In seguito all’entrata in guerra degli Usa, nell’aprile del 1917, il presidente Wilson, che ci è sempre stato presentato come un “liberal”, aveva fatto promulgare leggi sempre più repressive. L’apice venne raggiunto a partire dal 1919, sotto il suo ministro per la giustizia, Palmer. Venne promossa una caccia isterica agli anarchici, “ai rossi”, agli emigrati. Il 2 gennaio 1920, appena prima dell’inizio della vicenda, ebbero luogo i “Palmers raids”. In trentatre città, quel giorno, ci furono delle retate di massa, migliaia di arresti, senza imputazione, per mesi, con il pretesto di un imminente “complotto bolscevico”. La borghesia americana si vendicava dello scacco subito col proprio intervento militare in Siberia contro la Russia dei soviet, e della paura che aveva suscitato in lei l’ondata operaia.del 1919.
Sacco e Vanzetti avevano il profilo ideale di capri espiatori. Erano anarchici rivoluzionari, tornavano dal Messico dove si erano incontrati mentre fuggivano la coscrizione per la guerra imperialista che condannavano.

Vanzetti fu anche condannato a quindici anni di prigione per una rapina a mano armata che non aveva commesso. Ma non era sufficiente. Allora venne istituito un secondo processo, per un'altra rapina a mano armata, che aveva provocato due morti. E sempre senza prove, Sacco e Vanzetti vennero questa volta condannati a morte, come volevano le autorità.

Non si trattò solamente di un “errore giudiziario”, come ammisero certi liberali borghesi, ma di un vero e proprio assassinio politico con l’intenzione di colpire gli animi e voluto come tale dai rappresentanti dell’ordine. Tutte le prove di innocenza dei due militanti, comprese le confessioni di uno dei veri autori della rapina a mano armata, non servirono a niente. Sacco e Vanzetti restarono sei anni nel corridoio della morte.

Malgrado i tempi difficili…

Fu allora che si sviluppò una campagna di solidarietà operaia internazionale, sotto la bandiera della difesa dei militanti in lotta per l’emancipazione della classe operaia. Forse la sola che fu condotta da un capo all’altro del mondo sotto questa bandiera.

Era un’epoca difficile, marcata da un arretramento politico e sociale che attraversava il mondo intero. Il regime fascista si era insediato in Italia. Decine di paesi vivevano sotto una dittatura più o meno dura. La reazione politica toccò anche la Russia, con l’avanzata dello stalinismo che andò a incancrenire tutto il movimento comunista internazionale.

mercoledì 24 agosto 2011

La musica è finita.

di Beppe Grillo
Ci sono momenti nella Storia di un Paese in cui tutto diventa intollerabile. L'apice è stato raggiunto con il discorso di Morfeo Napolitano a Rimini applaudito da tutto il codazzo dei responsabili della catastrofe economica italiana. Morfeo ha spiegato con il suo linguaggio da burocrate ottocentesco di provincia, quello che in effetti è, che "E' stata nascosta la gravità della crisi". Già da chi è stata nascosta questa gravità? Dal panettiere? Dal benzinaio? Dalla portinaia? Il Quirinale, che costa agli italiani una cifra da paura, non sapeva nulla? In cosa era affaccendato? A firmare ogni legge porcata, tra le quali lo Scudo Fiscale per condonare gli evasori? Chi ha firmato quella legge al primo colpo senza rimandarla alle Camere come avrebbe potuto e soprattutto avrebbe DOVUTO? Forse lui, il presidente nominato dal Parlamento a sua volta nominato da 5 segretari di partito. Quel signore allampanato che non ha mai speso una parola sul debito pubblico fino a quando è scoppiato il bubbone? Che non ha mai menzionato le 350.000 firme raccolte per Parlamento Pulito? E' forse quel tizio che prendeva gli aerei low cost per andare a Bruxelles e non la compagnia di bandiera Alitalia? (video)
E dietro a questo vecchio, che ormai ha fatto il suo tempo e verrà consegnato negli sgabuzzini della Storia, si rifugiano coloro che stanno per essere spazzati via. Tutti insieme, leccaculamente. Cicchitto, piduista della prima ora "Napolitano fa un'analisi severa...". Enrico Letta (detto anche Lecca) "Facciamo nostro l'appello del Capo dello Stato". Moretti, quello delle Ferrovie in disarmo "C'é una forte spinta all'orgoglio di fare". Marchionne, il termodistruttore del sindacato, che dopo gli esaltanti risultati di Borsa e di vendite non è stato ancora messo alla porta: "Napolitano è un uomo che stimo immensamente, un punto di riferimento per il Paese".
Morfeo ha ribadito alla claque di banchieri, confindustriali, politici d'accatto e papalini presenti (mancavano purtroppo operai, disoccupati, casalinghe, cassintegrati e comunisti berlingueriani) "Bisogna parlare il linguaggio della verità come dovrebbero fare tutti coloro che hanno responsabilità nelle istituzioni". Questo pensiero stupendo detto da chi è al vertice delle istituzioni da cinque anni e sulla più che prevedibile catastrofe economica non si è mai espresso ha scatenato una ola tra i presenti. Da lontano si è sentita anche la voce dell'ex presidente del Consiglio che ha valutato il discorso di Morfeo come "uno sprone". Dietro il palcoscenico funerario c'era la claque che incitava e applaudiva in anticipo: Passera (IntesaSanPaolo), Conti (Enel), Lucchini (Eni). La figlia di Fantozzi, in arte Maurizio Lupi, gridava eccitata come quando vede in privato Formigoni, presidente regionale abusivo e uomo immagine (sic) di CL. La musica è finita. L'ultimo che esce spenga la luce.

Il governo svende i beni pubblici che sono dei cittadini.

di Ugo Mattei - il manifesto - Fonte: dirittiglobali
Di male in peggio! La manovra frettolosamente messa insieme dal governo, che in tal modo si fa complice di un progetto europeo chiarissimo di Shock Economy, (per chi non lo ricordasse è il titolo di un bel libro di Naomi Klein che denunciava da par suo la strategia di creare ad arte emergenze a fine di saccheggio) fa acqua da tutte le parti. La rincorsa a proposte estemporanee (anche da parte dell'opposizione) immalinconisce per pochezza intellettuale e politica. Non solo dobbiamo sentire prediche della Chiesa (il più grande evasore legale d'Italia) che lasciano davvero increduli. Non soltanto dobbiamo sentire proporre dall'opposizione il più fedifrago dei tradimenti rispetto a quanti (spregevoli finché si vuole) comunque si sono fidati delle istituzioni facendo rientrare i capitali attraverso il condono (sul brocardo pacta sunt servanda si fonda la civilità giuridica). Non soltanto dobbiamo vedere le barricate contro il «contributo di solidarietà» che vengono erette al fine precipuo e del tutto ideologico di evitare che una tale idea (che peraltro ispira la nostra Costituzione) possa contagiare il popolo ed ammorbandolo della grave malattia, estirpata scientificamente nel ventennio neoliberale, del solidarismo. Adesso si ripropone la dismissione degli immobili pubblici! Insomma, per pagare i cravattari con cui lo Stato si è indebitato a causa del suo vizio del gioco, vendiamoci la casa!
Chi legge il testo della manovra vede ben chiaro che la componente «militare» di tali vendite (quella che al limite si sarebbe pure potuta condividere) non provocherà alcun dimagrimento significativo del portafoglio dell'inguardabile La Russa, perché i proventi della vendita del demanio militare verranno riassegnati in massima parte alla Difesa (art. 3 lettera 12). Del resto, così come non si può nemmeno parlare di imporre una patrimoniale draconiana sui beni della Chiesa (io credo in emergenza occorrerebbe iniziare a rifletterci davvero, almeno una confisca parziale), sia mai detto che si possa risparmiare qualcosa sulla difesa: siamo naturalmente (peccato che incostituzionalmente) impegnati (ed in modo del tutto bipartisan) a bombardare donne e bambini innocenti in Libia ed altrove e come si sa sono cose che costano molto care! Siamo quindi di nuovo alla svendita del patrimonio immobiliare civile o sociale (case popolari, scuole, ospedali, asili uffici) i cui proventi verranno utilizzati per far fronte alla spesa corrente. Tanto chiudendo lo Stato sociale i beni pubblici sociali non serviranno più. Cinque hanni fa ho documentato personalmente in una ricerca dell'Accademia dei Lincei poi pubblicata col titolo Invertire la rotta (con E. Reviglio e S. Rodotà) i meccanismi perversi di questa dismissione, inutile, truffaldina e rovinosa e la Commissione Rodotà aveva posto il problema della tutela dei beni pubblici sociali. Tutto inutile! Il Governo non vende beni suoi! È ora che ce lo mettiamo bene in mente. Si vogliono vendere beni che sono proprietà della collettività nazionale tutta e non del governo in carica! Beni accumulati con il sacrificio fiscale di tutti. Il governo in carica dovrebbe esserne fedele custode e buon amministratore. Se il governo espropriasse beni appartenenti ai privati dovrebbe pagare l'indennizzo (la Corte Europea ci ha detto che questo dovrebbe essere a prezzo di mercato). Nessuno pensa mai che anche quando espropria beni pubblici e comuni qualcuno dovrebbe essere indennizzato. Quella pubblica è la sola proprietà degli spossessati ed appartiene pro quota a tutti noi. Su di essa non ci si accontenta di una patrimoniale perché si vuole una vera confisca (a favore dei soliti palazzinari noti).

FERRERO, AGENZIE RATING? KILLER IN GIACCA E CRAVATTA

Fonte: controlacrisi
(ANSA) - ROMA, 23 AGO - «Un tempo la borghesia teneva in conto la forma, adesso non più. Con il siluramento del Presidente dell'agenzia di Rating Standard and Poor's, si evidenzia l'asservimento di queste agenzie ai potentati economici e politici. Come non collegare la defenestrazione del Presidente con la retrocessione del titolo di stato statunitense fatto dall'agenzia qualche settimana fa? Questa rimozione rende evidente che non esiste alcuna autonomia di queste agenzie di rating, che esprimono valutazione politiche sulla base degli interessi loro, dei loro azionisti e dei potentati a cui fanno riferimento. Le agenzie di rating sono una finzione integrale, una presa per il culo per miliardi di persone che guadano la televisione e credono alle cose che vengono dette dai presentatori», ha detto Paolo Ferrero, segretario del Prc. «Ricordo male - insiste Ferrero - o la speculazione sull'Euro e le manovre speculative sulla Grecia sono cominciati con declassamenti decisi a tavolino dalle agenzie di rating? Questi killer in giacca e cravatta che speculano sulla vita della gente, vanno messi in condizione di non nuocere, le agenzie di rating sono criminali e vanno sciolte, così come vanno ripubblicizzate le banche, perchè da questa crisi se ne esce solo con l'intervento pubblico».

GIACCHÈ, SE SALTA L'ITALIA, SALTANO EURO E BANCHE DI GERMANIA E FRANCIA

Fonte: controlacrisi
Milano, 23 ago. (Adnkronos) - «Se salta l'Italia, salta l'euro. Se salta il debito pubblico italiano, saltano anche le banche francesi e tedesche». Parafrasando la celebre frase di John Connaly, ministro del Tesoro Usa nel 1971, quando l'Amministrazione Nixon ritirò il dollaro dalla convertibilità in oro («È la nostra moneta, ma è il vostro problema»), «quello italiano è il nostro debito, ma il problema dell'Europa». E gli Eurobond, che «potrebbero essere una soluzione», andrebbero introdotti senza indugi, «prima che sia troppo tardi». Così Vladimiro Giacchè, responsabile Affari Generali della Sator di Matteo Arpe, chiarisce, precisando di parlare a titolo personale, le pesanti implicazioni per l'Ue di un eventuale default dell'Italia. Normalista, studi universitari condotti tra Pisa e Bochum e poi incarichi di alto livello nel Mediocredito Centrale e nel gruppo Capitalia, Giacchè, è autore di numerosi volumi. «Io credo che - spiega all'Adnkronos - se non si riesce in Italia a mettere mano seriamente al problema del debito, cosa che dobbiamo assolutamente fare, questo non è un problema solo del nostro Paese. Su questo bisogna essere molto chiari e avremmo dovuto esserlo già a marzo, quando si è accettata una modifica al patto di stabilità inutilmente punitiva per i Paesi ad alto debito (anche se con un deficit basso)». Una modifica che, prosegue Giacchè, «secondo me, è stata una delle cause dell'attenzione dei mercati alla nostra situazione e quindi dell'allargarsi della crisi del debito al nostro Paese. Da quando la Bce ha finalmente cominciato a intervenire sul mercato la situazione si è un pò stabilizzata, ma ancora ieri lo spread dei Btp rispetto ai Bund era prossimo ai 300 punti base. In ogni caso, il tema è molto semplice: se saltasse l'Italia, salterebbero l'euro e le banche francesi e tedesche». «È evidente ormai da mesi - continua Giacchè - che il contagio partito dai paesi periferici si sta allargando. E non è un caso che al secondo tentativo di salvataggio della Grecia, nel giugno scorso, si sia arrivati la settimana dopo che gli spread tra i titoli di Stato francesi e quelli tedeschi erano giunti ai massimi dal 1995. Gli operatori sui mercati i conti li sanno fare e sanno benissimo che una crisi del debito italiano ha enormi ripercussioni sul sistema finanziario europeo. E sanno anche che i paesi oggi in condizione di debolezza, dopo quelli già travolti dalla crisi, non sono solo la Spagna e l'Italia, ma anche la Francia e il Belgio. In definitiva, quasi tutta l'Europa tranne gli Stati che sono concentrati attorno allo hub tedesco». «Mentre con gli strumenti del fondo Efsf Grecia Portogallo e Irlanda si possono salvare - conclude Giacchè - questo non è assolutamente possibile per il debito italiano. Questo ormai è chiaro a tutti. Gli Eurobond potrebbero essere una soluzione (ovviamente non soltanto per l'Italia), e vanno introdotti prima che sia troppo tardi. Trovo sorprendente che ancora in questi giorni Angela Merkel dichiari che essi sono uno strumento inappropriato. Per fortuna in Germania c'è anche chi, come Frank-Walter Steinmeier, che guida il gruppo parlamentare della Spd al Bundestag, ritiene invece che essi siano necessari»

Non paghiamo il vostro debito. Lezioni dall'Islanda.

di Matteo Iannitti - martedì 23 agosto 2011 - Fonte: controlacrisi

Si sa, ultimamente, chi si mette in testa di interpretare e capire il mondo non lo fa più col calcolo scientifico della letteratura marxiana o con il rigore e il cinismo leninista. E chi decide di cambiarlo lo fa col cuore prima che con la testa. Per l'insofferenza di fronte le proprie e le altrui condizioni, per la rabbia verso chi si arricchisce e specula sulla pelle di molti altri, per una voglia di giustizia che ti fa stringere i pugni davanti ad ogni malefatta. Per quel desiderio di felicità collettiva senza la quale non riesci a tirare avanti senza sentirti in colpa.

Così quando tutto torna al calcolo economico, ai dati di borsa, a occupazione e inflazione, a rating e spread, ci si ritrova smarriti. È un altro vocabolario, spesso indecifrabile, volutamente criptico. Tutto si riassume in nuove tasse, nuovi tagli, meno diritti e la colpa è di quelle parole di cui non conoscevamo l'esistenza e di cui ignoriamo il significato. E ci fidiamo. Se è così complicato – diciamo in cuor nostro – sarà vero per forza. E quindi ci tocca pagare.

Eppure, prima di arrenderci, basterebbe che gettassimo lo sguardo su un'isola fredda e lontana, sconosciuta, dove si parla una lingua strana e dove qualche volta, erroneamente, prima di trovare la Lapponia sulla cartina, abbiamo pensato vivesse Babbo Natale. L'Islanda.

Lì lo Stato era in crisi, come in Grecia, come in Portogallo. Le banche gravemente indebitate erano state nazionalizzate ed il debito era diventato affare pubblico. Certo una situazione diversa da quella italiana per le cause che hanno portato all'indebitamento ma, allo stato attuale, parallela. C'è un debito e pagarlo, come chiedono tutte le istituzione sovranazionali, significa devastare socialmente il Paese, relegare alla povertà, alla mancanza di diritti, all'assenza di welfare tutti i cittadini. Il fine? Risanare i conti per dar fiducia ai mercati, portarli a reinvestire sui conti del Paese, insomma, far tranquillizzare – direbbe la BCE - gli speculatori, fare il loro gioco diciamo noi. Così nel medio termine tutto si normalizza e lo Stato può ricominciare ad indebitarsi, per poi ricadere nel tranello tra qualche anno.

La Grecia ed il Portogallo hanno ascoltato i geni dell'economia mondiale ed hanno incominciato a pagare. Le proteste ci sono state ma i rivoltosi hanno perso. Le conseguenze non si sono fatte attendere, quei paesi sono in ginocchio ma gli economisti applaudono contenti. In Islanda la rivoluzione ha vinto.

Nel giro di pochi mesi è stato cacciato il Governo ed è stata riscritta la Costituzione. Ma cosa ancor più rivoluzionaria, attraverso un referendum è stato deciso di non pagare quel debito. Hanno sfidato i ricatti, hanno sfidato le minacce, ma è successo. Certo oggi l'Islanda non è uno Stato ricco, è sicuramente in difficoltà ma ha riacquistato una dignità che noi tutti abbiamo svenduto negli ultimi anni. La costituzione l'hanno scritta i cittadini, le riunioni sono andate in streaming su internet, tutto è stato fatto in maniera orizzontale e partecipata. Ricorda quasi quell'ormai lontano giugno italiano durante il quale un migliaio di pazzi senza alcuna speranza hanno convinto un Paese intero a ripubblicizzare l'acqua.

Eccoci di nuovo nel nostro mondo, quello dei sogni e delle passioni, delle cose facili dai nomi romantici. Ma quale spread? Ma quale rating? In Islanda parlano di democrazia diretta, di Stato al servizio dei cittadini, parlano la nostra lingua.

E allora perché non lo facciamo anche noi? Lì, in quel Paese freddissimo, li avevano presi per pazzi, li avevano ricattati, li avevano accusati di ridurre lo Stato in ginocchio. Eppure l'hanno fatto. Forse la nostra è soltanto paura, è il terrore di cambiare. Ma oggi andiamo incontro a morte sicura, la nostra economia non ci assicurerà più il tenore di vita che avevamo, ci saranno licenziamenti, non ci saranno pensioni, per i giovani non ci saranno contratti, per le donne neanche. Per i bambini toglieranno le scuole, per i malati non ci sarà posto in ospedale. Solo i ricchi si salveranno. Ma per quanto? Se non ci sarà nessuno ad alimentare la loro ricchezza anche i ricchi faranno la fine dei poveracci. Non abbiamo da perdere che le nostre catene, avrebbe detto Marx.

Eppure ancora nessuno lo dice. È semplice, lo capirebbe qualunque bambino. Soldi non ce n'è. Il debito non possiamo pagarlo. Decidiamo di non pagarlo.

Qualcuno risponderà che questo significa cambiare tutto, rovesciare il sistema. Bene, noi siamo disposti a farlo. Cambieranno le nostre vite? Certamente, ma cambierebbero lo stesso.

È il coraggio della rivoluzione che ci manca. E così il più estremista è costretto a dire da dove bisogna prendere i soldi per pagare, piuttosto che, in maniera più facile, dire che non bisogna farlo.

Patrimoniale, soldi dalla Chiesa, riduzione degli stipendi dei parlamentari sono cose sacrosante ma perdono qualsiasi senso di giustizia sociale se sono funzionali a risanare il nostro debito e alimentare nuovamente i capitali dei banchieri, degli speculatori, degli sciacalli.

Dobbiamo trovare il coraggio di guardare a quel paese lontano dove regna la democrazia, dove la gente ha una dignità, dove le donne e gli uomini hanno rifiutato il ricatto. Dove si è rifiutata la compatibilità al Sistema. Dove di fronte al bivio tra economia e persona umana si è scelto di andare verso le persone, le famiglie, i ragazzi. Hanno scelto la rivoluzione.

Noi siamo ancora qui a chiedere la patrimoniale. Ma in realtà c'è solo bisogno di rivoluzione. Come in Islanda.

Noi il loro debito non dobbiamo pagarlo.

Matteo Iannitti

Guerra di Libia: anche Rainews 24 ha diffuso le bugie di guerra.

In queste settimane e in queste ore potremmo conteggiare tutte le bugie di guerra che sono state diffuse. Decine e decine. Sarebbe stato un onore per voi non diffonderne neppure una avvertendo il telespettatore qual era la fonte, se era indipendente o di parte e se era stata verificata da voi oppure no. E invece...

22 agosto 2011 - di Alessandro Marescotti (presidente di PeaceLink)
Fonte: peacelink

Caro Corradino Mineo, cari amici di Rainews,
oggi ho seguito con grande sorpresa e profondo sgomento il servizio di mezz'ora mandato oggi in onda su Rainews 24 dalle 13.30 alle 14. E' stato un servizio non di informazione ma di manipolazione dell'informazione. Una cosa deprimente per la professionalità per la quale invece vi ho sempre apprezzato e considerato preziosi nel disastrato panorama informativo nazionale.

Su Rainews poco fa è stato infatti
- nascosto il ruolo dei bombardamenti della Nato (presentando i ribelli che liberavano la Libia da soli e festanti, per acclamazione popolare);

- alterato il senso della rosoluzione n.1973 dell'Onu che non prevedeva l'appoggio militare della Nato agli insorti (come è stato detto);

- mai citato l'attacco della Nato alla TV libica, per la quale ha protestato l'Unesco (almeno quello lo potevate dire...);

- taciuto il massacro in corso a Tripoli (non vi interessa il conteggio dei morti adesso o la vittoria non deve avere prezzo?), mostrando solo folle festanti (senza chiedersi se in questo momento non sia proprio il caso di applicare il cessate il fuoco previsto dalla risoluzione Onu);

- presentato prevalentemente il punto di vista filo-Nato, lasciando alle immagini di Chavez (la foglia di fico per poi dire che si è stati pluralisti!) un'esigua quantità di tempo per poi ritornare a sottotitolazioni che non avevano valore informativo ma eminentemente persuasivo e che erano agganciate proprio allo scopo di "ridicolizzare" Chavez.

Ma soprattutto non è stato detto quali sono le fonti informative attendibili, le VOSTRE fonti; dato che i giornalisti a Tripoli sono asseragliati nei sotterranei degli hotel chi è che da le notizie, chi le filtra e chi le verifica?
E' fin troppo facile: la Nato.
Escluderei che i ribelli sappiano manipolare l'informazione così bene.
AFTERGADDAFI
The real danger will come from the various tribes

martedì 23 agosto 2011

Usa, Harrington svela gli inganni delle agenzie di rating.

Inaffidabili nella migliore delle ipotesi, distruttive nel peggiore dei casi. La confessione pubblica dell'ex vicepresidente di Moody’s giunge in uno dei momenti più critici nella storia di questi arbitri del mercato. Mai come oggi nell’occhio del ciclone
Fonte: ilfattoquotidiano
“Mi chiamo William J. Harrington, sono stato impiegato da Moody’s Investor Service (Moody’s) come analista nella divisione derivati dal giugno del 1999 fino alle mie dimissioni del luglio 2010. Nel 2006 sono stato nominato vice presidente senior, il titolo più elevato cui un analista puro possa aspirare”. Inizia così la “confessione” aperta dell’uomo che promette di diventare il più interessante insider d’America. La gola profonda, ma non anonima, che tutti si attendevano in un momento chiave: con la Sec impegnata a disegnare le nuove regole di disciplina delle agenzie di rating nel momento di massima collera collettiva nei confronti di queste ultime. Un astio emerso già all’alba della crisi ma ora divenuto pressoché incontrollabile su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Corrotte da un peccato originale, il conflitto di interesse, intrinseco alla loro stessa struttura, chiamate “a far felice il cliente” nonostante sia quest’ultimo a chiedere loro un giudizio “obiettivo”. Insomma, inaffidabili nella migliore delle ipotesi, distruttive nel peggiore dei casi. Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire, nel panorama delle critiche sul ruolo e il potere di queste agenzie. Se non fosse, particolare non da poco, che ad esprimersi in questo modo è uno che le agenzie le conosce fin troppo bene. Harrington, 11 anni di esperienza nelle file di Moody’s, è un insider di primissimo livello. Nel corso della sua carriera, l’ex vice presidente ha maturato una notevole esperienza nel campo dei prodotti strutturati. Titoli derivati conosciuti con l’espressione generica di asset backed securities, dove le Securities in questione sono i famigerati Cdo’s (Collateralized debt obligations) o simili, e gli asset da cui sono “backed”, i collaterali insomma, non sono altro che i crediti a rischio insolvenza. Ovvero i mutui subprime, gli agenti patogeni primari della più colossale crisi finanziaria del dopoguerra.

Una crisi, spiega Harrington in un report pubblico sottoposto alla Sec lo scorso 8 agosto, ma emerso solo nei giorni scorsi grazie all’attenta analisi di Business Insider, che la stessa Moody’s aveva previsto in anticipo pur affermando, in via ufficiale, l’esatto contrario. Non stupisce, dunque, che la stessa agenzia avesse preteso, come spiega il suo numero due, di essere pagata in anticipo dai suoi clienti (gli emittenti dei prodotti derivati che la stessa era chiamata a valutare) a prescindere dai risultati finanziari, ovvero dall’eventuale fallimento dei prodotti stessi e, conseguentemente, della credibilità stessa dei giudizi.

La vicenda, in realtà, appare piuttosto semplice. Le agenzie, spiega Harrington, devono dare giudizi obiettivi ma anche, ed è questo il punto, fare contenti i propri clienti. Per questo le valutazioni tendono spesso ad essere eccessivamente positive. Non mancano i dissidi, certo, peccato però che gli analisti scettici tendano ad essere bollati come “molesti” (troublesome) subendo di conseguenza vari tipi di pressione. Un esempio su tutti: quando un analista sollevava dubbi sulla bontà di un prodotto, i suoi superiori si affrettavano a comunicarlo direttamente al cliente facendo sì che quest’ultimo si mobilitasse per cercare di far cambiare idea al loro collega. Nei mesi del boom immobiliare si intensificarono le assunzioni di analisti giovani e inesperti, persone del tutto inadatte a giudicare con precisione il valore reale dei titoli ma al tempo stesso candidati ideali per un processo di auto convincimento collettivo che avrebbe permesso all’agenzia di raggiungere il suo obiettivo: la soddisfazione del cliente. Una verità scomoda che la stessa Moody’s continua a negare. Secondo Harrington, alcuni dipendenti dell’agenzia avrebbero mentito pubblicamente una volta chiamati a testimoniare di fronte alla commissione governativa che indagava sul collasso finanziario e sulle responsabilità degli analisti.

La credibilità dei giudizi sui titoli “tossici” espresso da un’altra agenzia del settore, Standard & Poor’s, è finita in questi giorni sotto inchiesta su iniziativa della Sec, la stessa commissione di controllo impegnata oggi a studiare nuove regole per disciplinare l’attività degli arbitri del mercato. Ma proprio queste nuove regole – rapporti sui controlli interni, protezione dai conflitti di interesse (il come non è specificato), pubblicazione di relazioni dettagliate sui metodi di analisi utilizzati – non sembrerebbero secondo Harrington minimamente efficaci. E’ la struttura stessa delle agenzie, in altre parole, a rendere queste ultime del tutto inaffidabili. E fintantoché saranno gli emittenti dei titoli a stipendiare i loro giudici, difficilmente questi ultimi potranno essere giudicati attendibili. Un ragionamento talmente ovvio da suggerire una riforma autenticamente radicale piuttosto che una semplice stretta sulla regolamentazione. Resta da capire, ora, se la Sec avrà davvero il coraggio e soprattutto la forza per andare a fondo in questa direzione.

Si conclude in un bagno di sangue l'ultima guerra umanitaria della Nato.

Strage a Tripoli, i giornalisti sono asserragliati nei sotterranei
Si conclude in un bagno di sangue l'ultima guerra umanitaria della Nato
La propaganda ha presentato questo epilogo come una marcia trionfale, con le truppe di Gheddafi che si arrendono e la popolazione che fa festa. Invece è di centinaia di morti il bollettino di guerra, destinato a peggiorare perché in gioco non c'è la vita umana ma il petrolio libico

di Alessandro Marescotti - Fonte: peacelink
In queste ore si sta consumando una strage a Tripoli.
Alessandro Colombo, docente di relazioni internazionali all’Università degli Studi di Milano, ha parole amare:

"La missione della Nato e l’intervento della comunità internazionale sono stati giustificati sulla base di ragioni umanitarie e sarebbe un disastro – per la Nato e per la comunità internazionale – se i ribelli, arrivati a Tripoli, facessero quello che la Nato ha impedito di fare a Gheddafi a Bengasi".

La propaganda ha presentato questo epilogo come una marcia trionfale, con le truppe di Gheddafi che si arrendono e la popolazione che fa festa. Invece è di centinaia di morti il bollettino di guerra, destinato a peggiorare perché in gioco non c'è la vita umana ma il petrolio libico.
Gli insorti possono contare sull'appoggio della Nato. Nella foto un blindato usato dai ribelli
Questa è una guerra cominciata nell'ipocrisia e che sta terminando nel cinismo.
Doveva essere un'operazione per rompere l'assedio di Bengasi e si conclude con l'assedio di Tripoli. Il prima era cattivo, il secondo è buono.
Doveva essere una "guerra umanitaria" per salvare vite umane e si conclude con un bagno di sangue.
Doveva essere il trionfo dell'Onu e invece adesso l'Onu tace, completamente esautorato.

La risoluzione Onu doveva servire al cessate il fuoco ma le milizie antigheddafi hanno detto che bisognava combattere fino alla vittoria, e hanno messo alla porta l'inviato dell'Onu, con il consenso della Nato.

Non importa chi vincerà e quando.
Questa guerra è una sconfitta per tutti coloro che l'anno sostenuta.
Si conclude in un bagno di sangue l'ultima guerra umanitaria della Nato, una guerra per procura in cui non volevamo rimetterci i nostri uomini e abbiamo fatto morire gli altri.
I vincitori di domani sono già pesantemente sconfitti oggi da questo spaventoso epilogo di sangue.

Note:
Cover Operations" in Libia. Sono le operazioni clandestine che la CIA è autorizzata a compiere per aiutare i "ribelli". Da cinque mesi Obama aveva dato l'OK. "Anche la Nato è coinvolta nelle operazioni", ha spiegato poco fa Ahmed Jibril, portavoce degli insorti. Ormai è un'operazione "congiunta" fra insorti e Nato, ed emergono i retroscena di un'azione in aperta violazione della risoluzione Onu sulla Libia.

Note agostane.

di Claudio Grassi
In agosto sono stato 10 giorni a Londra. Una metropoli molto interessante che consiglio a tutti di visitare. Tra le tante cose che ho visto, e che mi hanno fatto pensare, ve ne è una che ritengo particolarmente importante e che si inserisce nel dibattito politico più generale. Riguarda la rete dei trasporti. Una cosa straordinaria. Non esiste località della capitale inglese, sia in centro che in estrema periferia, che non sia raggiungibile, in poco tempo, con la metro o con la rete ferroviaria. Il risultato concreto ed evidente di questa situazione è che nelle strade londinesi il traffico è infinitamente inferiore alle nostre città (assolutamente imparagonabile il caos delle strade romane con quelle londinesi). Le strade di Londra sono frequentate sostanzialmente da autobus, taxi, furgoni per trasporto merci e poco altro. Le persone che si spostano per lavoro usano, nella stragrande maggioranza, i mezzi pubblici. La riflessione che vorrei fare è la seguente: è ipotizzabile che una straordinaria opera di questo tipo (migliaia di km scavati sotto la città e altrettanti che compongono un reticolo ferroviario di superficie), potesse essere pensata e realizzata in una condizione come quella attuale dove si teorizza l’assegnazione dei servizi locali, quindi anche dei trasporti, ai privati? Quale privato avrebbe mai potuto mettere in cantiere una impresa simile il cui obiettivo non era quello di “fare soldi”, ma di pianificare un sistema di mobilità utile alla città e ai suoi cittadini, soprattutto quelli più poveri? Sulla base di questa esperienza e di altre simili, penso che noi dobbiamo rilanciare un discorso di pianificazione e di intervento pubblico. Le nostre città sono sommerse dal traffico sarebbe il caso di ragionare su un potenziamento del trasporto pubblico e non come fa anche Enrico Letta in una intervista di ieri su Repubblica, insistere sulle privatizzazioni!

Non è che Cia e Turchia stiano armando la rivolta di chi non sopporta la dittatura di Assad?

Il saggio fa riferimento all'“Opzione Salvador” del Pentagono in Iraq e la sua rilevanza per la Siria. Il programma è stato attuato sotto il mandato di John D. Negroponte, che fu ambasciatore degli USA in Iraq (giugno 2004-aprile 2005). L’attuale ambasciatore in Siria, Robert S. Ford, ha fatto parte del team di Negroponte a Baghdad nel 2004/2005.

MASSACRI IN MEDIO ORIENTE (1) – Non è che Cia e Turchia stiano armando la rivolta di chi non sopporta la dittatura di Assad?
22-08-2011 di Michel Chossudovsky Fonte: arcoiris

I media hanno giocato un ruolo centrale nell’offuscare la natura delle interferenze straniere in Siria, incluso il supporto esterno agli insorti armati. In coro hanno descritto i recenti avvenimenti in Siria come un “movimento di protesta pacifico” rivolto contro il governo di Bashar Al Assad, quando le prove confermano ampiamente che gruppi paramilitari islamisti si sono infiltrati nelle manifestazioni.

Il notiziario d’intelligence d’Israele, Debka, evitando la questione della rivolta armata, riconosce tacitamente che le forze siriane stanno affrontando organizzazioni paramilitari: “[Le forze siriane] affrontano ora una forte resistenza: In attesa di esse vi sono trappole anti-carro e barriere fortificato presidiate da manifestanti armati di mitragliatrici pesanti.” DEBKAfile.
Da quando sono pacifici dei manifestanti civili armati di “mitragliatrici pesanti” e “trappole anti-carro”? I recenti sviluppi in Siria puntano a una vera e propria insurrezione armata, integrata da “combattenti per la libertà” islamisti sostenuti, addestrati ed equipaggiati dalla NATO e dal comando supremo della Turchia. Secondo fonti dell’intelligence israeliana: “Il quartier generale della NATO a Bruxelles e il comando supremo turco nel frattempo stanno elaborando piani per il loro primo passo militare in Siria, cioè armare i ribelli con armi per contrastare carri armati ed elicotteri utilizzati dal regime di Assad per reprimere l’opposizione. Invece di ripetere il modello libico degli attacchi aerei, gli strateghi della NATO stanno pensando a inviare grandi quantità di missili anti-carro e anti-aria, mortai e mitragliatrici pesanti nei centri protesta, per respingere di nuovo i blindati delle forze governative.”.

La consegna di armi ai ribelli è attuata “via terra, in particolare attraverso la Turchia e sotto la protezione dell’esercito turco… In alternativa, le armi sarebbero trasportate in Siria sotto sorveglianza militare turca e trasferiti ai leader ribelli nei rendez-vous pre-organizzati.”
Secondo fonti israeliane, che rimangono da verificare, la NATO e il comando supremo turco, contemplano anche lo sviluppo di un “jihad” diretto al reclutamento di migliaia di ”combattenti per la libertà” islamistii, che ricorda l’arruolamento di mujahidin per il jihad (guerra santa) pagato dalla CIA, nel periodo di massimo splendore della guerra in Afghanistan: “Sarebbe anche stato discusso, a Bruxelles e Ankara, dicono le nostre fonti, una campagna per arruolare migliaia di volontari musulmani nei paesi del Medio Oriente e del mondo musulmano, per combattere a fianco dei ribelli siriani. L’esercito turco avrebbe ospitato questi volontari, e curato il loro addestramento e il loro passaggio sicuro in Siria.”
Questi diversi punti portano verso il possibile coinvolgimento di truppe turche in territorio siriano, che potrebbe potenzialmente portare a un più ampio confronto militare tra Siria e Turchia, nonché a un vero e proprio intervento “umanitario” militare dalla NATO. Recentemente, gli squadroni della morte dei fondamentalisti islamici sono penetrati nel quartiere Ramleh della città portuale di Latakia, che comprende un campo profughi palestinese di circa 10.000 residenti. Questi uomini armati, che includevano cecchini sui tetti, stanno terrorizzando la popolazione locale.
In una distorsione cinica, i media occidentali hanno presentato i gruppi paramilitari islamisti a Latakia, come “dissidenti palestinesi” e “attivisti” che si difendono contro le forze armate siriane. A questo proposito, le azioni di bande armate dirette contro la comunità palestinese a Ramleh, cercano visibilmente di fomentare il conflitto politico tra la Palestina e la Siria. Diverse personalità palestinesi si sono schierate con il “movimento di protesta” in Siria, mentre casualmente ignorano il fatto che gli squadroni della morte “pro-democrazia” sono segretamente sostenuti da Israele e Turchia.
Il ministro degli esteri della Turchia, Ahmet Davutoglu, ha lasciato intendere che Ankara potrebbe prendere in considerazione un’azione militare contro la Siria, se il governo al-Assad non cessa “immediatamente e senza condizioni” le sue azioni contro i “contestatori”. Con amara ironia, i combattenti islamisti che operano all’interno della Siria, e che stanno terrorizzando la popolazione civile, sono addestrati e finanziati dal governo turco di Erdogan. Nel frattempo, i pianificatori militari di Stati Uniti, NATO e Israele hanno delineato i contorni di una campagna militare umanitaria, in cui la Turchia (la secondo più grande forza militare della NATO), giocherebbe un ruolo centrale.
Il 15 agosto, Teheran ha reagito alla crisi in Siria, affermando che “gli eventi in Siria dovrebbero essere considerate solo affari interni di quel paese, e ha accusato l’Occidente e i suoi alleati, del tentativo di destabilizzare la Siria, al fine di avere la scusa per la sua conseguente occupazione”. (Dichiarazione del Ministero degli Esteri iraniano, citato in Iran urges West to stay out of Syria’s ‘internal matters’ , Todayszaman.com, 15 agosto 2011)

Vaticano SpA, un macigno sulla democrazia.

di Paolo De Gregorio - Fonte: arcoiris
C’è un notevole fermento in Rete riguardo l’esenzione del Vaticano da qualunque partecipazione ai sacrifici imposti a tutta Italia dalla manovra economica che deve fermare una crisi finanziaria e produttiva finora negata e non governata. Sono anni che insisto nel denunciare la profonda anomalia italiana, che mette in mora la democrazia, determinata dalla presenza di una potente organizzazione, legatissima al territorio e alle classi subalterne, che con imponenti risorse economiche offre alle destre i voti che è in grado di orientare in ogni elezione politica o amministrativa.

Questa organizzazione, strutturata come un partito, riceve attraverso l’8 per mille un contributo annuo di un miliardo di euro, che corrisponde a 5 volte l’entità della cifra messa a disposizione ogni anno per il finanziamento pubblico di TUTTI i PARTITI presenti in Parlamento.

A questo bisogna aggiungere circa due miliardi di euro di mancati introiti fiscali per lo Stato italiano per le attività economiche gestite dalla Chiesa (immobili, alberghi), i contributi statali alle scuole cattoliche, alla editoria cattolica, le convenzioni con strutture sanitarie private gestite dal Vaticano, e altri mille rivoli di finanziamenti minori.

Solo senza questo fiume di pubblico denaro si potrebbe parlare di libera Chiesa in libero Stato, dove lo stato laico e repubblicano non è tenuto ad alcun tipo di Concordato con la Chiesa, poiché non esiste una “religione di Stato”, soprattutto in una situazione di fatto multietnica e multireligiosa, dove vengono esibiti abusivamente simboli religiosi in scuole, ospedali, tribunali, che non sono la casa dei cattolici, ma dei cittadini di ogni religione e di ogni tendenza.

Il drammatico è che questa situazione viene tollerata da tutti i partiti politici, eccettuata la pattuglia radicale, che però è nelle secche dello zero virgola per cento.

Questo potere reale, di fatto, abusivo, clerico-fascista, con mezzi economici e propagandistici imponenti, con radio, TV, case editrici, è determinante per far vincere le elezioni alle destre, ma anche alle false sinistre che ne accettano il ruolo e la presenza.

La democrazia, dove esiste un potere di fatto del genere e dove l’uomo più ricco d’Italia è al potere in ragione del suo monopolio mediatico, è una barzelletta sporca che ci fa sudditi senza speranza, ciechi e sordi, senza dignità, dove deve ancora arrivare il secolo dei lumi.
TRIPOLI THE STOCK EXCHANGE EXULTS

lunedì 22 agosto 2011

È l'ora di sopprimere l'euro perché smetta di soffrire.

di Mike Whitney. Fonte: senzasoste
Sappiamo tutti come funziona. I rendimenti dei buoni cominciano ad aumentare repentinamente in uno dei Paesi più piccoli dell’UE e prima che ce ne accorgiamo vengono chiamati in causa i Paesi più grandi perché li salvino. Abbiamo visto tutto questo ripetersi di continuo.

Questa volta sono nel mirino l’Italia e la Spagna. Gli investitori nervosi sono fuggiti dai loro mercati dei buoni cercando la sicurezza del Bund tedesco, dei buoni del Tesoro USA e dei metalli preziosi. La vendita ha fatto salire alle stelle i rendimenti dei buoni italiani facendo sì che il finanziamento delle loro operazioni diventasse più costoso per il governo. Quindi i debiti e il deficit aumentano e comincia la spirale discendente. La solita vecchia storia. Per questo la BCE ha convocato una riunione di emergenza del Consiglio Generale domenica [7 agosto] al fine di improvvisare un altro salvataggio in extremis prima che i mercati aprissero il lunedì. Se avesse ignorato il problema sarebbe stata un’altra Lehman Brothers; borse che crollano, fughe da panico bancarie e una crisi finanziaria globale vera e propria. Bloomberg lo riassume come segue:

“Il presidente della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, ha iniziato oggi a comprare titoli italiani e spagnoli nel tentativo più rischioso fatto finora di domare la crisi del debito pubblico. I buoni italiani e spagnoli sono saliti quando la BCE è entrata sul mercato, facendo abbassare i rendimenti a 10 anni più di 70 punti base. L’euro è salito a 1,4355 dollari alle 10,30 di mattina a Francoforte rispetto a 1,4277 dollari alla chiusura del commercio europeo il venerdì precedente. Siccome i governi non hanno agito con la rapidità necessaria per evitare il contagio della catastrofe fiscale greca, la BCE ha dovuto combattere una crisi che ora minaccia la sopravvivenza dell’euro. L’acquisto di debito italiano e spagnolo può rendere necessario che la BCE espanda massicciamente il suo bilancio e la esponga alle accuse di salvare nazioni spendaccione, rompendo un principio chiave nel trattato fondativo dell’euro e debilitando la sua credibilità. La Bundesbank tedesca si oppone a questa azione” (Bloomberg).

Bene, quindi il mercato dei buoni dell’Italia prende una boccata d’ossigeno, ma per quanto tempo? Dopo tutto gli investitori non sono stupidi. Sanno che l’Italia ha il terzo mercato di buoni del mondo (2.600 miliardi di dollari) e che se il capo della BCE, Jean Claude Trichet, vuole seriamente salvarlo, dovrà convincere gli altri membri a triplicare le dimensioni del fondo d’emergenza (il Meccanismo di Stabilità Finanziaria Europea ha attualmente 440 miliardi di euro). Non c’era nessuna probabilità di coinvolgere rapidamente la Germania, dove i salvataggi, largamente impopolari, hanno danneggiato i democristiani della cancelliera Angela Merkel e hanno cambiato completamente il panorama politico. Quindi il fatto che questa azione calmi o no i mercati può anche non avere importanza, perché l’unione monetaria va in ogni caso verso il collasso. Quello che segue è un passaggio di un articolo di Nasdaq che aiuta a spiegarlo:

“Il governo tedesco pensa che l’Italia sia troppo grande perché il fondo di salvataggio dell’Europa la salvi, informa la rivista Der Spiegel nell’anteprima di un articolo che verrà pubblicato lunedì. Il governo dubita che anche triplicando le dimensioni del fondo di salvataggio, noto come Meccanismo di Stabilità Finanziaria Europea, sarebbe possibile salvare l’Italia perché le necessità finanziarie del Paese sono enormi, informa la rivista, senza nominare la fonte delle sue informazioni. Il presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, ha suggerito questa settimana l’aumento del MSFE, che attualmente ha una capacità pianificata di prestiti di 440 miliardi di euro (622 miliardi e 900 milioni di dollari), per contribuire a frenare le crisi di un debito europeo che si aggrava. Gli esperti di finanza del governo tedesco credono che se gli Stati dell’eurozona garantissero i 1.800 miliardi di euro di debito sovrano dell’Italia, i mercati penserebbero che la Germania sarebbe sottoposta a un carico eccessivo, informa Der Spiegel. Quindi il governo della Germania insiste perché l’Italia imponga risparmi e riforme per aiutarla a uscire dalla crisi, scrive la rivista. Pensa che il MSFE dabba essere utilizzato solo per salvare Paesi piccoli e medi, informa la rivista ("German Government Thinks Italy Too Big For EFSF To Save -Spiegel", Nasdaq)”.

Dove ci porta l'idrovora dello sviluppo.

Autore: Cacciari, Paolo. il manifesto 21 agosto 2011.
Fonte: eddyburg
La spinta alla crescita indefinita aumenta l’indefinito indebitamento, questo provoca l’insostenibile crisi, ergo…

Solo una domanda agli economisti di tutte le scuole di pensiero: come si fa ad uscire dalla economia debitoria (finanziarizzazione dell'economia) senza uscire anche dall'economia della crescita?
Mi spiego. Almeno che non si creda veramente che «la più grande crisi dal '29» - come è stata definita quella che viviamo - sia il capriccio di entità metafisiche che per placarsi pretendono sacrifici umani e senza credere nemmeno che essa sia (solo) il portato di comportamenti criminali di un manipolo di speculatori, le sue cause strutturali, sistemiche sono da individuare in una crescita smisurata del ricorso a vari tipi di indebitamento: finanziario (derivati, obbligazioni, titoli azionari mobilitati per un valore totale otto volte superiore al Pil reale), monetario (il denaro emesso è 12 volte il Pil mondiale), pubblico (sia quello contratto dai vari stati con altri stati, sia quello verso i propri cittadini-risparmiatori), privato (crediti al consumo, carte di credito...). Ma i debiti hanno un difetto: creano i creditori che, presto o tardi, chiedono di essere onorati, rimborsati. Se lo fanno si aprono le crisi di insolvenza ad effetto domino; si inizia con i default di istituti di credito immobiliari, banche, assicurazioni, fondi pensionistici e si finisce col minare la credibilità e la fiducia verso le istituzioni statali garanti dell'ordine sociale, oltre che dei titoli di credito.

Fin qui tutti d'accordo. Ma a cosa sono servite queste montagne di debiti accumulati e perché la governance globale non si azzarda a interromperne il flusso?

Una interpretazione che va per la maggiore a sinistra è che il capitalismo finanziario sia una invenzione di George Soros e dei suoi pari approfittatori e parassiti che hanno affossato il buon vecchio capitalismo produttivo di un tempo (i "Trenta Gloriosi"), manageriale e operaio (del compromesso politico socialdemocratico tra capitale e lavoro). In realtà la speculazione è un sintomo di una malattia che, oltre a costituire un problema morale, è politica e strutturale.

I debiti nelle economie industriali mature, a partire dagli Stati Uniti (il più grande debitore al mondo) hanno cominciato a crescere già a cavallo tra i '70 e gli '80. L'immissione di crediti si è resa necessaria perché si erano inceppati i normali meccanismi di profitto-accumulazione-investimenti-riproduzione fino ad allora garantiti dai tradizionali cicli economici produttivi industriali. In altre parole, i debiti sono serviti a mantenere artificialmente elevata la redditività dei capitali investiti. O, se si preferisce, per compensare la scarsa profittabilità del capitale industriale. I debiti, infatti, vengono giustificano per stimolare gli investimenti, favorire gli acquisti e i consumi, dare un punto di appoggio (la famosa leva) alla crescita economica, far circolare denaro. Un po' di doping a fin di bene, poiché al fondo vi è la necessità costitutiva del capitalismo di promuovere in continuazione enormi investimenti tecnologici, organizzativi, di concentrazione e di scala... per mantenere alta la competitività sui mercati globalizzati: la produttività per unità di lavoro è infatti schizzata alle stelle, ma il Pil non ha seguito il trend e l'occupazione (in Occidente) è arrancata. La megamacchina termo-industriale ha drenato tutto ciò che poteva: lavoro sempre più a basso costo (delocalizzazioni, precariato, femminilizzazione al ribasso del mercato del lavoro, ecc.), risorse naturali saccheggiate, beni comuni espropriati e privatizzati (dal genoma umano al Partenone). Tutto è stato messo al lavoro e a valore, fagocitato e incorporato nei rapporti sociali mercantili, ma nemmeno queste enormi immissioni di "opportunità produttive" sono bastate a soddisfare la domanda di denaro necessario per realizzare nuovi investimenti, creare nuovi mercati, vendere e comprare nuove merci. L'idrovora dell'espansione, dello sviluppo, della crescita è insaziabile. Pretende più denaro di quanto non riesca a realizzarne e a distribuirne. Si crea così uno scompenso che la finanza, con i suoi infiniti ritrovati, si è incaricata di coprire. L'imperativo di dover vendere sempre di più e a più buon mercato, in una competizione selvaggia e globale, costringe i manager ad uno sforzo espansivo costante, ad investire sempre di più non solo in macchinari, ma in marketing, quindi a ricorrere massicciamente al mercato finanziario per garantirsi i necessari flussi di denaro.

L'incubo americano di una nuova recessione

di Joshua Holland* - ilmanifesto - Fonte: contropiano
La notizia del compromesso sul tetto del debito è stata seguita da una liquidazione di massa di azioni. Il giorno dell'annuncio dell'accordo lo Standard & Poor's 500 ha subito la caduta più brusca registrata in un singolo giorno da oltre un anno a questa parte. Dopo aver perso nel crollo 14 trilioni di ricchezza delle famiglie, le riserve di denaro degli americani sono rimbalzate fino a un certo punto, ma resta da vedere se i loro 401K (una forma di trattamento pensionistico, ndt) e i loro conti d'investimento nei prossimi mesi manterranno il loro valore.

Le previsioni per l'economia sono straordinariamente cupe. Già in passato siamo riusciti a tirarci fuori dalla recessione ma a fare la differenza questa volta è la profonda disfunzione segnata dal Tea-Party che affligge la nostra classe politica. Come ho scritto recentemente, se nel futuro prossimo l'economia subirà una contrazione, si tratterà di una recessione provocata dall'«era di austerità» abbracciata da Washington e dalle politiche di contrazione che ha introdotto.
E questo scenario oggi appare più probabile. Soltanto pochi mesi fa c'erano davvero pochi analisti che prevedevano che l'economia americana sarebbe davvero potuta scivolare in un altro periodo di sfibrante recessione. L'opinione generale era che sebbene stessimo recuperando troppo lentamente rispetto alla profondità del crollo, tuttavia ci trovavamo nella fase di rimbalzo. Ma quest'idea è cambiata. L'ex segretario del tesoro Larry Summers ha calcolato che esiste un 33% di possibilità che l'economia cada di nuovo nella recessione, che si verifichi cioè la spaventosa «doppia caduta». Altri economisti considerano quest'ipotesi un po' meno probabile, ma i ricercatori della Federal Reserve ci dicono che, a partire dalla Seconda guerra mondiale, la metà delle volte che l'economia è cresciuta così lentamente come ha fatto nel primo semestre di quest'anno, nel giro di 12 mesi è seguita una recessione.
Per la maggioranza degli americani la fine - quella decretata ufficialmente - dell'ultima recessione ha rappresentato una pura astrazione, perché non ha rispecchiato in alcun modo la profonda sofferenza economica che decine di milioni di lavoratori hanno continuato a patire. Dal 2009, quando gli sgobboni del National bureau of economic research (Nber) hanno fissato la fine ufficiale della Grande recessione, il tasso di disoccupazione è lentamente calato, ma ciò è dovuto principalmente alle persone che hanno rinunciato e si sono ritirate dalla forza lavoro. La porzione di popolazione che oggi ha un lavoro è quasi la stessa di quella dell'inizio degli anni Settanta, prima che le donne entrassero en masse nella forza lavoro.

Manovra, una "ricetta" alternativa c'è.

Fonte: liberazione
1) Tassa sui grandi patrimoni al di sopra del milione di euro
2) Lotta all’evasione fiscale facendo pagare per intero le tasse a chi ha usato lo scudo fiscale
3)Dimezzare le spese militari. Basta con la guerra in Afghanistan e in Libia
4) Dimezzare gli stipendi delle caste e mettere un tetto agli stipendi dei manager
5) Le aziende che delocalizzano devono restituire i finanziamenti pubblici
6) Bloccare le grandi opere inutili come la Tav e il Ponte sullo Stretto e usare quelle risorse per un grande piano di sviluppo delle energie alternative e di riassetto idrogeologico del territorio
The israelian police has arrested 13 young israelian settlers accused of having beaten a 10 year old palestinian child who was tending his sheeps. The child is now in a serious condition in hospital

"We had to do it! God gave us this land and we must defend it"
""GOTT mit uns"

domenica 21 agosto 2011

Merkel-Sarkozy: un vertice contro l’Europa.

Fonte: Forum/La rotta d'Europa - sbilanciamoci
di Alfonso Gianni
Astratte promesse e concreti guai dal vertice franco-tedesco. Ma accettare questa Europa o uscirne sono due lati della stessa sconfitta: occorre lavorare per un'altra Unione

Più che il classico topolino il vertice dei due leader dei più forti paesi del continente ha prodotto un vero e proprio mostriciattolo. Non tragga in inganno l’accelerazione, soprattutto da parte francese, sulla introduzione della Tobin Tax, che peraltro ha fatto innervosire i mercati finanziari. Da un lato questa proposta è ormai stramatura anche in ambienti che nulla hanno a che spartire con una visione anche solo pallidamente progressista. La sortita di Warren Buffet a favore di una maggiorazione delle tassazioni sui ricchi e sulla ricchezza ne è un esempio, anche se proviene d’oltreoceano. Dall’altro lato nulla di concreto viene fatto, poiché tale idea verrebbe consegnata per la sua realizzazione nientemeno che nelle mani del presidente del Consiglio europeo, Van Rompuy, più adatte a insabbiarla che a tradurla in pratica.

In ogni caso anche se la dichiarazione sulla Tobin volesse essere considerata come un mezzo passo in avanti, quelli più numerosi e decisi all’indietro ci riportano bruscamente alla realtà.

Intanto è stata ribadita con ancora maggiore forza la cosiddetta “regola d’oro”, ma sarebbe meglio dire “ferrea”, ossia l’obbligo per i paesi membri della Ue di inserire nelle loro carte costituzionali il pareggio di bilancio. Con il che verrebbe seppellita la possibilità di qualunque politica economica da parte degli stati che non volesse ridurre gli stessi a un puro ruolo ragionieristico. Come si sa la norma è già presente nella Costituzione tedesca che prevede dal 2016 un tetto al deficit strutturale federale pari allo 0,35% del Pil. Se non è pareggio poco ci manca. Mentre nessuna norma è prevista in tal senso nella Costituzione francese. Si pensa di farla approvare entro la fine dell’anno, ma per raggiungere la necessaria maggioranza qualificata dei due terzi a Sarkozy mancano ancora una quarantina di voti. La dichiarazione congiunta con la cancelleria tedesca va quindi letta soprattutto in chiave di pressione sui resistenti francesi a muoversi in tale direzione. A ciò i due hanno aggiunto un ulteriore carico: intanto niente fondi Ue ai paesi poco virtuosi in termini di controllo del deficit.

La ridistribuzione della ricchezza e la moltiplicazione dell'umanesimo.

di Giulio Raimondi - Martedì, 16 Agosto 2011 - Fonte: La discussione sull'Europa in sbilanciamoci
Il mio contributo parte da un dato che oggi nei TG è stato molto presente: la Germania, così come l'Italia e la Francia nell'ultimo trimestre sono cresciute di un valore intorno al 0.2%.
Questo se non erro, vuol dire che il PIL di questi paesi (la somma di tutte le fatture emesse nel trimestre) è rimasto pressochè uguale rispetto al periodo precedente di riferimento.

Quindi si sono emesse le stesse fatture del periodo precedente, si è creata la stessa ricchezza del periodo precedente.
E allora una domanda banale: perchè le cose vanno male?
Se continuo a fatturare da 4^ o 6^ economia del mondo, vuol dire che ho generato molta ricchezza, la 4^ o 6^ ricchezza del mondo in quel trimestre. Le cose allora vanno bene.
Chi incassa questa ricchezza al netto dei costi per generarla?

I capitalisti, mi viene da rispondere, cioè coloro che hanno il capitale finanziario su cui molta dell'economia ormai si fonda. Molto del valore del lavoro si è perso e molto del valore della conoscenza si è perso.
I possessori di "lavoro" e di "conoscenza" non hanno molta ricchezza da spartirsi.
Questi sono coloro che sono in crisi.
I produttori di lavoro e di competenze sono impoveriti.
E coloro che non hanno capacità di lavoro e conoscenza? Pure ci sono nel mondo.

Mi sembra che la soluzione indicata dai capitalisti sia quella di produrre maggiore ricchezza, con la promessa (tutta da verificare) di ridistribuire una parte del surplus ai possessori di "lavoro" e "conoscenza" e forse anche a chi non è in possesso di "lavoro" e "conoscenza".

Ma sarà qui un problema serio da affrontare?

La torta sembra non poter essere più grande di quello che è (il PIL ha variazioni intorno allo 0%), così sembra essere nelle economie mature, ormai da vari anni.
Allora è la sua distribuzione a dover cambiare, per migliorare le sorti economiche di chi non è capitalista (o di chi non lo è più).
Allora il problema è un fatto di LIMITE all'accumulazione di ricchezza di ciascun soggetto fisico o giuridico. Forse c'è un limite dettato dalla sostenibilità sociale ed economica a questa ricchezza.
Potrebbe essere che sia necessario discutere su tale limite ed invece far crescere altri aspetti della vita pur limitata dei soggetti giuridici o fisici: il loro umanesimo.
La capacità in qualche modo di vivere in armonia e circoscritta felicità, con il resto degli uomini, nel periodo limitato di anni che un soggetto fisico o giuridico vive sulla faccia della Terra.

Può valer la pena discutere ed approfondire le modalità con cui attuare questa moltiplicazione di umanesimo?
O dobbiamo accontentarci di una strenua lotta inutile a chi accaparra di più?

L'economia deve solo occuparsi di generare ricchezza, o può iniziare (o tornare) ad occuparsi di generazione di felicità e benessere tramite il fluire di ricchezza?
Molti diranno che sono temi vecchi, ideologici, di accademia, ma mi sembra che una soluzione a queste semplici questioni non ancora sia stata consolidata.
Mi piacerebbe che questi temi siano trattati insieme ai fatti puramente contabili con cui si analizzano le recenti discussioni economiche.

Signori, è il capitalismo che ha fallito.

di Paolo Ferrero su Liberazione del 20/08/2011 - Fonte: esserecomunisti
Non c'è stato nessun rimbalzo. Ieri le borse non hanno recuperato il tonfo del giorno precedente. Si può fare una lunga disamina delle cause che hanno portato a questo: gli speculatori hanno paura della tobin Tax; visto che i titoli sintetici sono dei mostri ingestibili, che possono nascondere perdite enormi, i più furbi stanno togliendo le mani dalla tagliola e mettendo al sicuro il malloppo: oro e titoli di stato americani; il fatto che le economie sono rientrate in recessione e quindi ci si aspetta un periodo di vacche magre; molti titoli sono sopravvalutati e quindi la bolla speculativa si sta sgonfiando, ecc.
Si può fare un lungo elenco dei motivi del disastro attuale - e i giornali lo fanno con dovizia di particolari - ma il risultato non cambia: dopo tre anni di crisi e 15.000 miliardi di dollari sprecati dagli stati per salvare le banche private, siamo punto e a capo in piena recessione. Non solo, gli stati si sono indebitati per salvare le banche e poi gli stessi finanzieri hanno abbondantemente speculato sui debiti sovrani, fregando altri soldi agli stati (pardon, ai cittadini) come stiamo verificato di persona. Oltre al danno la beffa.
Non solo, come medici ubriachi gli esponenti dei poteri forti che siedono a capo dei governi - in particolare quelli europei - stanno continuando a dare al malato la medicina che l'ha portato in coma: tagli delle spese sociali e pareggio di bilancio inserito in Costituzione. Così la recessione è assicurata. La Merkel è stata così solerte a chiedere ed ottenere il taglio delle spese e il conseguente massacro sociale nei vari paesi europei che è riuscita nella mirabolante impresa di mandare la Germania in recessione: dove diavolo le vende le merci l'azienda tedesca se in Europa nessuno ha più i soldi per comprare? Il mitico Marchionne, che il Ministro Sacconi vuole trasformare nel patrono d'Italia, dopo aver usato a piene mani la speculazione nel far crescere il titolo di una azienda dedita non alla produzione di automobili ma alla distruzione dei diritti dei lavoratori e dei contratti nazionali di lavoro, si ritrova adesso con un pugno di mosche.
Il fatto che nessuno dei nostri governanti vuole ammettere - e con loro nessun manager e nessun commentatore economico o politico - è uno e uno solo: si chiama fallimento del capitalismo. E' il capitalismo neoliberista che ha fallito e il moribondo non è in grado di riprendersi. Non solo: continuando a somministrare la medicina neoliberista, il malato sta sempre peggio, mentre vengono demolite le fondamenta del vivere civile.
Se il problema fosse un fatto privato degli speculatori e dei manager potremmo far finta di nulla. Invece questi delinquenti stanno applicando le loro assurde ricette ideologiche sulla nostra pelle, sulla pelle di milioni e milioni di persone.

Al telefono con Damasco.

Fonte: oltreconfine
Vi segnaliamo questo articolo di Maurizio Musolino, frutto di una conversazione telefonica con i compagni del Pc siriano.
Forte è la necessità, in queste ore convulse in cui si inseguono voci, le più diverse, che ricordano la strategia di disinformazione cha ha preceduto l'attacco alla Libia, di fare chiarezza e ricercare un punto di vista diverso da quello raccontato dai grandi mezzi di comunicazione.
Denunciamo con forza le ingerenze dell'imperialismo (così come in Libia) che cercano di mettere in difficoltà l'attività portata avanti dai BRICS che all'ONU stanno contrastando l'escalation militare ed auspichiamo che si lavori per una soluzione politica dei conflitti senza ingerenze esterne e sulla base del dialogo tra le forze popolari e patriottiche che rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione.

Dipartimento Affari Internazionali PdCI
di: Maurizio Musolino
Oggi abbiamo sentito per telefono i nostri compagni del Pc siriano, che ci hanno confermato che «dietro agli scontri che stanno avvenendo in questi giorni ci sono i Fratelli musulmani». «In Siria – ci ha spiegato un importante dirigente del Pcs – si stanno intensificando manifestazioni “normali” di uomini e donne che chiedono diritti e democrazia, ma ve ne sono anche alcune “diverse”, che vedono la partecipazione di gente armata. Manifestazioni che non hanno nulla a che vedere con quelle dove la gente chiede riforme. Le manifestazioni vedono la presenza di gente armata. Le armi giungono da Iraq e Turchia, con la supervisione Usa. Qui non si sente parlare di riforme, ma si chiede solo la caduta del regime».

«Se si guarda la composizione di queste proteste – continua l’esponente dei comunisti siriani - si può vedere come le forze “popolari” – lavoratori, contadini e lavoratori pubblici - sono lontane da tutto ciò che vede coinvolte le armi. A riempire i cortei armati sono invece prevalentemente gli strati più emarginati, i disoccupati e gran parte dei lavoratori che sono ritornati dai paesi del Golfo, dopo essere stati cacciati dai locali governi».
Il giudizio sul governo da parte dei compagni siriani è positivo. «Il governo – dicono - ha fatto riforme serie e c’è una posizione patriottica che lo spinge ad intensificare le riforme, prima di tutto le riforme economiche (rialzo degli stipendi, riduzione dei prezzi dell’energia e gasolio), inoltre ha dato la cittadinanza a quasi 100mila curdi. Tutte queste erano richieste che avanzavamo da tempo».

«Contro la leadership – sottolinea il compagno siriano -. si sono coalizzate le forze islamiche vicine all'imperialismo, le forze estremiste e il gruppo di Salah el Jadid (una piccola minoranza uscita anni fa dal partito Baath)». «Quello che si vede in tv è molto gonfiato, sembra esserci una regia unificata da parte di al Jazera, al Arabya, Bbc. Basta guardare le televisioni per vedere che tutte mandano le stesse persone e le stesse informazioni. Una informazione manipolata che però può godere di una grande copertura mediatica e questo avviene grazie all’appoggio di certi paesi arabi attraverso finanziamenti (Qatar e Arabia Saudita in testa). L’obiettivo è quello di mettere le confessioni l’una contro l’altra».

Il dirigente del Pc siriano ammette la debolezza del Fronte progressista in materia dell’informazione. «Siamo deboli, non riusciamo a far uscire le notizie. Ieri i ribelli hanno violentato una ragazza, l’hanno uccisa e buttata in mezzo alla strada. L’altro giorno c’è stato un attentato contro la ferrovia, un attentato sventato, ma potenzialmente pericolosissimo per i passeggeri. Poi sono quasi quotidiane le esplosioni sulle condutture di petrolio e gli attacchi ad autobus con persone dentro. Fatti gravissimi. Ma tutto ciò non esce dal paese».

Per finire il compagno siriano ci spiega che ad oggi gli scontri più duri sono circoscritti ad Hama e ad altre due tre città. E ci conferma che il ruolo del Patito comunista nelle manifestazioni pacifiche è forte in quasi tutte le città siriane. In queste manifestazioni c’è una forte richiesta per un cambiamento vero e contro gli atti di violenza. «La manifestazione di Tartus (molto partecipata) ha avuto un grande eco fra la gente. Ci sono state manifestazioni anche a Damasco davanti l’ambasciata francese e gli uffici dell’Unione Europea».

Conclude, il dirigente del Pc siriano, con la denuncia: «vogliono portarci alla situazione di Bengasi. Vogliono scatenare una guerra civile fra siriani. Ma il blocco nazionale tiene. Sono ottimista, anche se ci vorrà però tempo per normalizzare il paese».

...and not a coward from the palestinian air force in sight...

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