Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

sabato 1 febbraio 2014

Vicolo cieco a Bruxelles

-- da sbilanciamoci --

31/01/2014
 
Vicolo cieco a Bruxelles/1. Il governo Monti, le elezioni, le larghe intese e le decisioni di Bruxelles che condizionano il paese. Le politiche obbligate e quelle mancate. Una conversazione con l'ex viceministro dell'economia Stefano Fassina
A quattro mesi dalle elezioni europee, l'Eurozona è sulla rotta del Titanic e i tempi per un cambio di direzione appaiono strettissimi. «L'ultima occasione utile è la presidenza italiana dell'Unione europea, nel secondo semestre del 2014. Ma prima ci sarà l'ondata populista anti-europea che travolgerà il Parlamento di Bruxelles eletto nella prossima primavera», sostiene Stefano Fassina, fino a poche settimane fa nella cabina di comando del Titanic di casa nostra, nel ruolo di viceministro dell'Economia.
Un anno e mezzo fa, per l'Europa sembrava si potesse aprire una fase diversa: la vittoria di Hollande in Francia, le critiche dei socialdemocratici tedeschi all'austerità della Merkel, le speranze italiane in una coalizione di centrosinistra, le proteste nei paesi del sud Europa. Ne avevamo parlato nel giugno 2012 al Parlamento europeo di Bruxelles, al Forum "Un'altra strada per l'Europa", promosso da Sbilanciamoci! e dalle reti di movimenti, a cui avevi partecipato anche tu. È stata un'occasione perduta per liberarci dal liberismo?
Non è stata un'occasione perduta, ma il quadro è ancora segnato dalle stesse forze dominanti, anche se non sono più egemoni. L'allargamento di posizioni critiche nel dibattito economico, che pure c'è stato, non ha cambiato l'agenda politica. Per come ho conosciuto i principali partiti della sinistra europea, avevo aspettative contenute. C'è sempre stata una scarsa consapevolezza dell'insufficienza delle politiche nazionali per una svolta, e questo riguarda anche i socialisti francesi. Anche in Italia l'orientamento prevalente del Pd, dal governo Monti fino alle elezioni del febbraio 2013, non è stato consapevole della necessità di una svolta. Solo per fare un esempio: è stato il successo elettorale di Beppe Grillo che ha spinto il governo ad affrontare la questione dei ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione alle imprese. A maggio i risultati delle elezioni europee ci consegneranno un Parlamento che temo vedrà predominanti le forze nazionaliste e populiste. Diventerà chiara allora la necessità di correzioni profonde alla rotta presa dall'Europa. Speriamo di non essere troppo in ritardo.
Partiamo dal governo Monti: la sua agenda è stato subìta dal centrosinistra. Oggi cosa faresti diversamente?
È stata subìta da una parte del Pd, ma un'altra parte del partito ha continuato a ripetere che l'agenda Monti doveva essere quella del Pd. Questo ha paralizzato Luigi Bersani, gli ha impedito di avere una posizione chiara. Avremmo dovuto interrompere il governo Monti con la preparazione della finanziaria nell'autunno 2012, riconoscendo che dopo le amministrative, che erano state negative per il Pdl, ci sarebbe stata una guerriglia politica e segnare un'autonomia politica.
È stato Napolitano a impedirlo?
C'era anche un problema interno al Pd, la lettura prevalente era che eravamo sulla rotta giusta.
Eppure Bersani poteva contare su una buona maggioranza.
Sì, ma nel partito non c'era una lettura su cui convergesse una maggioranza. Di più: la lettura prevalente era che comunque bisognava dare seguito all'agenda imposta da Bruxelles, mentre avremmo dovuto dare all'opinione pubblica un segnale chiaro di discontinuità e proporre un'alternativa seria. Non siamo stati credibili alle elezioni, ma subalterni, e il nostro era un messaggio di continuità su una linea che il paese non riconosceva.
Il dopo elezioni poteva andare diversamente?
Qui apriamo un capitolo doloroso. Con il senno di poi avremmo dovuto riconoscere subito la sconfitta elettorale, farci carico di un governo di grande coalizione, bilanciandolo con una soluzione di garanzia per la presidenza della Repubblica e con un'agenda di riforme istituzionali da realizzare in un periodo definito. Era l'unico modo per dare al Pd una capacità negoziale maggiore di quella che ha avuto. Invece siamo arrivati al governo di larghe intese in modo disastroso.
Vuoi dire che come viceministro dell'Economia hai avuto le mani legate?
Se si fosse realizzato quel contesto, e se fossimo riusciti a impostare un altro rapporto con l'Europa, ci sarebbero stati margini di manovra maggiori. Dovevamo andare a Bruxelles e imporre una revisione dei nostri obiettivi di finanza pubblica, e l'avvio di operazioni anticicliche significative per attenuare la contrazione dell'economia. Sono arrivato al governo consapevole di avere spazi ristretti di manovra e ho cercato di introdurre elementi di discontinuità. La manovra 2013-2014 è la prima qualitativamente espansiva, e che ha dato risposte ad alcune emergenze del paese. Ne cito solo due: abbiamo salvaguardato 30 mila esodati e siamo riusciti a contenere la pressione a considerare la spesa pubblica come un aggregato negativo tutto da tagliare.
Però avete cancellato l'Imu, come voleva Berlusconi: un regalo ai più ricchi.
Quella dell'Imu è stata una partita eminentemente politica. La condanna di Berlusconi ha pesato come un macigno e noi eravamo arrivati deboli al tavolo di governo. C'era la possibilità che si arrivasse a un provvedimento di grazia a Berlusconi, e sarebbe stato un grave vulnus per la democrazia. Era evidente che non c'erano le condizioni di finanza pubblica per cancellare l'Imu, ma la priorità è stata affrontare la vicenda berlusconiana senza contraccolpi istituzionali. Anche se abbiamo pagato un costo elevato. Non era scontato che Berlusconi non facesse cadere il governo e costringesse il paese a elezioni, cavalcando la questione dell'Imu.
Cioè, evitare le elezioni ci è costato 4 miliardi?
Suona un po' brutale, ma è così che è andata.
Come si potrebbe far uscire l'Europa dal vicolo cieco delle politiche liberiste?
Dovremmo far maturare la consapevolezza che c'è un problema sistemico. L'Eurozona è su una rotta, che io definisco mercantilista, insostenibile per tutti: inseguimento disperato del pareggio di bilancio e delle mitiche riforme strutturali, formula retorica per indicare l'ulteriore precarizzazione del lavoro finalizzata alla definitiva marginalizzazione dei sindacati e alla riduzione delle retribuzioni. In Italia, larga parte della sinistra e del sindacato è accecata da questo paradigma. Non si rendono conto che puntare su un consistente taglio della spesa pubblica - come si è visto nella discussione in Italia con il "cuneo fiscale" - vuol dire ridimensionare, fino allo snaturamento, il welfare europeo. Noi dobbiamo porre questo problema.
Noi chi?
L'Italia, il Pd, ma sull'allentamento dei vincoli europei di bilancio c'è un consenso ben più ampio, è l'unico punto di convergenza vera con la destra, per ragioni magari strumentali. Mettere in discussione alcuni punti della politica europea potrebbe essere possibile, ma il problema è che per farlo servirebbe una maggioranza capace di una tenuta politica generale, con una forte credibilità. E non è questo il nostro caso.
Destra e Pd hanno idee contrapposte sulle riforme da fare sul piano interno. O no?
Il mercato del lavoro, il welfare, la spesa pubblica sono nodi che dividono lo stesso campo del centro-sinistra. Una larga parte del Pd non è ancora uscita dal paradigma degli ultimi trent'anni.
Se il problema è sistemico perché non c'è stata nessuna iniziativa per mettere insieme la periferia dell'Europa e avanzare una proposta condivisa nei confronti di Berlino e Bruxelles?
Perché nessuno, nemmeno la Francia che ha scelto di restare sotto l'ala protettiva della Germania, l'ha messo nell'agenda politica degli ultimi anni. La rotta mercantilista dell'eurozona inibisce a qualunque governo nazionale la realizzazione di politiche capaci di rilanciare l'economia. È un dato di realtà, non una valutazione politica. Aggiungo però che di fronte al fallimento di quell'impianto maturano posizioni alternative, anche se ancora non hanno la forza di presentarsi come un cambiamento del sistema europeo.
Che cosa si dovrebbe fare?
Nel medio periodo sono necessari aggiustamenti istituzionali di grande portata. L'Unione bancaria dovrebbe essere solo un primo passo verso l'unico assetto unitario che permetterebbe ai paesi europei di sopportare shock asimmetrici di portata rilevante, e quest'assetto non può che essere un'Unione federale. Con una Bce prestatore di ultima istanza che affianchi un'Unione dotata di un bilancio "vero" in cui è il Parlamento a dettare la linea e a rappresentare democraticamente gli interessi dei cittadini europei. Invocare una radicale correzione di rotta nell'eurozona non vuol dire evitare di affrontare i nostri deficit di riforme, necessarie ma costose in termini di consenso. Ma l'obiettivo delle riforme dovrebbe essere, in Italia e nell'Unione europea, la redistribuzione del reddito, sia nel rapporto tra salari, profitti e rendite, sia attraverso i meccanismi di tutela offerti dal welfare. Oltre che per ragioni di equità, questa politica è necessaria per rianimare i consumi interni.
Sembrano le proposte che ha avanzato Sbilanciamoci.
E infatti sono qui a discutere con voi.
Quali sono i veri poteri che condizionano la politica italiana? Bruxelles, la Commissione, la Banca centrale, i mercati finanziari? Qual è la telefonata che a Via XX Settembre si teme di più?
C'è un problema generale di debolezza della politica rispetto all'economia. Le istituzioni messe in campo in Europa, invece di aiutare la politica, ne aggravano la subalternità. Poi c'è, nei protagonisti delle amministrazioni economiche, un segno culturale, un orientamento che è quello di cui abbiamo parlato fino ad ora. Al ministero dell'Economia ci sono persone di straordinaria qualità che vivono con l'angoscia dello spread tra i tassi d'interesse sul debito, un'angoscia che viene incrementata o ridotta a seconda degli input che vengono da Francoforte o da Bruxelles.
Chi decide chi è il ministro dell'economia in Italia?
Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.
Di fronte alla crisi industriale, in Francia il governo interviene su Peugeot, perché in Italia non si fa?
Si fa in parte, su Ansaldo abbiamo fatto una scelta diversa, su Alitalia stiamo facendo una scelta diversa. Vero è però che in larga parte del Pd permane la convinzione che è meglio non intervenire, c'è il timore che la Cassa depositi e prestiti diventi una nuova Iri. C'è un ritardo culturale, e ci sono anche interessi materiali che pesano. Però quella è la direzione in cui dovremmo andare: utilizzare la Cassa depositi e prestiti per fare una nuova politica industriale.
Anche sui caccia F35 il governo non ha cambiato idea. I militari sono poteri intoccabili?
Non intoccabili, sicuramente però con una capacità di condizionamento rilevante. Ma per tornare sul terreno politico: in Parlamento si possono determinare convergenze importanti, con Sel per esempio, su scelte fondamentali di politica economica europea. In vista del Def - il documento di programmazione finanziaria - vorrei lavorare con il Pd, o con una parte di esso, per far maturare dentro il Parlamento una posizione che contribuisca a riorientare la rotta. Questo è un terreno di lavoro comune, dal centrosinistra a Sbilanciamoci.
Matteo Renzi sembra di un altro avviso. Si rischia la scissione dentro il Pd?
No, sono giornate complicate, faticose, siamo alle prese con un cambio di paradigma anche nelle relazioni tra di noi, ma escludo categoricamente scissioni, c'è bisogno di una dialettica più costruttiva e spero che le mie dimissioni servano a darci la scossa per andare in questa direzione
Leggi qui le proposte di Euro-pen per cambiare la politica economica europea

Bankitalia, una toppa peggiore del buco

di Andrea Baranes               
C'erano davvero caratteri di "urgenza" e "necessità" nell'approvazione del decreto sulla rivalutazione delle quote di Banca d'Italia? Il Comunicato stampa del ministero dell'Economia chiarisce un solo aspetto: l'esautorazione del Parlamento e il predominio delle questioni finanziarie sui principi democratici
L'aumento delle quote di Banca d'Italia da 156.000 a 7,5 miliardi di euro ha sollevato nelle scorse settimane diverse critiche e dubbi, tanto da spingere il Ministero dell'Economia e delle Finanze a emanare un comunicato stampa, lo scorso 29 gennaio, per sottolineare sin dal titolo che non è stato fatto "nessun regalo alle banche".
Nel merito il comunicato chiarisce ben poco, visto che, rispetto alle numerose critiche circolate in questi giorni, si limita a segnalare che: “nessun "regalo" è stato fatto alle banche, perché la rivalutazione del capitale e una più equilibrata ripartizione delle quote di partecipazione alla Banca d'Italia non comportano alcun onere per lo Stato.”
Se questo è l'argomento migliore, appare decisamente debole, per non dire di peggio. Poniamo che camminando per strada io trovi un portafogli pieno di soldi. Lo raccolgo, e do il contenuto a un mio amico. Per me il gesto non comporta “nessun onere”, ma per il mio amico è un regalo non da poco. Detta in altre parole, secondo un ragionamento logico ancora prima che economico, il fatto che non ci sia un onere per lo Stato non significa in alcun modo che non sia stato fatto un regalo alle banche. La pochezza delle argomentazioni non fa che rafforzare molti dei dubbi sollevati.
Ma non è questo l'aspetto peggiore. Alcune domande critiche sulla revisione delle quote sono state pubblicate la scorsa settimana in un post sul blog di Non con i miei soldi (http://www.nonconimieisoldi.org/blog/banca-ditalia-alcune-domande/). Il post si chiudeva con una domanda, “sulla forma, non sulla sostanza, ma è probabilmente la più importante da rivolgere ai nostri politici. Per quale motivo esattamente si è ricorsi allo strumento del Decreto Legge del governo per la rivalutazione delle quote? Secondo la Costituzione italiana, il riscorso al Decreto Legge è possibile "in casi straordinari di necessità e di urgenza". Dov'è in questo caso la straordinaria necessità e urgenza che impedisce un normale iter parlamentare?”
Ed è qui che la risposta del governo appare la proverbiale toppa peggiore del buco. Sempre nel comunicato stampa del 29 gennaio si legge che: “la riforma di un assetto risalente al 1936 era peraltro divenuta ormai urgente in vista dell'entrata in vigore del nuovo sistema unico di supervisione bancaria in ambito europeo”. Peccato che, come si legge sul sito della Bce: “l'assunzione delle nuove competenze di vigilanza bancaria da parte della Bce è prevista per l’autunno 2014”. Prevista per il prossimo autunno. Siamo a gennaio. Sette – otto mesi di tempo, come minimo, non sono sufficienti per pensare a un dibattito parlamentare? Rappresentano una “straordinaria urgenza”?
Ma prima ancora, nel merito, cosa sarebbe successo di cosi terribile, se al momento dell'entrata in vigore del sistema unico di supervisione bancaria l'Italia non avesse ancora completato il processo di revisione delle quote? Se lo avessimo approvato dopo qualche settimana o anche qualche mese, quali terrificanti conseguenze ci sarebbero state? In altre parole, oltre a mancare qualsiasi presupposto di “straordinaria urgenza”, è davvero difficile ravvedere i criteri di “straordinaria necessità” che possano giustificare il ricorso al decreto legge e impedire un normale iter e dibattito parlamentare.
Rispetto a questa per lo meno traballante e stiracchiata interpretazione delle basilari regole democratiche, è in un passaggio finale del comunicato stampa che si tocca l'apice: il governo ricorda come “i contenuti e gli effetti del decreto legge sono stati ampiamente illustrati e discussi dal Ministro dell'Economia e delle Finanze in due audizioni presso le commissioni competenti di Camera e Senato. Nel corso dell'esame del provvedimento sono stati approvati emendamenti di iniziativa parlamentare con il parere favorevole del governo”.
Bontà sua, il governo accetta di partecipare a ben due audizioni parlamentari e arriva addirittura a dare parere favorevole ad alcuni emendamenti parlamentari. Quale benevolenza e magnanimità!
La faccenda della rivalutazione delle quote di Banca d'Italia è preoccupante e poco chiara in sé, e continua ad esserlo a maggior ragione dopo questo comunicato stampa. Preoccupante nella sostanza, ma ancora prima nella forma. Il comunicato chiarisce una cosa sola: la progressiva esautorazione del Parlamento, in particolare per tutto quanto afferisce al sistema bancario e finanziario. I tempi della finanza non possono aspettare quelli della democrazia. Non disturbare il manovratore, si va avanti per decreti legge e iniziative del governo. Non è possibile pensare a una discussione o porre domande. D'altra parte, se il livello delle risposte è quello che leggiamo nel comunicato stampa dello scorso 29 gennaio, forse è meglio non farle per niente, le domande.

Tsipras: "Per non sprecare un'occasione"

Autore: Mimmo Porcaro                                       
La candidatura di Alexis Tsipras alle prossime elezioni europee ha suscitato, come era auspicabile, un’affollata discussione all’interno di ciò che resta della sinistra radicale. Peccato che la discussione verta quasi solo su questioni secondarie e dia per scontata la questione più importante, ossia quella della presunta riformabilità dell’Unione europea. Secondaria, ed anche un po’ consunta, è infatti la querelle tra partiti e società civile, alla quale non mi sottraggo solo perché sono stanco di sentir ripetere che i partiti sono i malati e la società civile è il dottore: la prima affermazione è giusta, la seconda no. Da chi è composta, infatti la famosa società civile? Da lavoratori di media o alta qualificazione, da intellettuali che tutti insieme vanno a formare quella classe “riflessiva” che è senz’altro decisiva per qualunque seria politica, ma che al momento (con le dovute eccezioni) riflette su tutto tranne che sulle cose essenziali. Che sono: a) come pensare una concreta alternativa al modo di produzione capitalistico (qualcosa, insomma, che vada oltre la rivendicazione di questo o quel diritto e si concentri sui rapporti di proprietà e di potere), visto che il capitalismo attuale non mostra alcuna intenzione di scendere a compromessi? E poi: b) come sanare quella crescente frattura tra frazioni qualificate e frazioni dequalificate del lavoro, tra organizzati e frammentati, tra “democratici” e “populisti” che è il principale ostacolo alla formazione di una efficace alleanza popolare? E infine: c) come continuare a farsi paladini dei valori costituzionali e restare, imperterriti, dentro uno spazio europeo che li rende inattuabili? Non riflettendo su tali questioni, la classe “riflessiva” mostra di non saper fornire le indicazioni di cui abbiamo bisogno: tanto quanto i deprecati partiti. Ma la società civile è formata anche e soprattutto dalle numerosissime associazioni votate all’azione di cittadinanza, all’intervento sociale, alle più varie attività altruistiche. Vero, e vero anche che le associazioni autonome dei cittadini (a cominciare da quelle dei lavoratori), sono componente decisiva di quel socialismo pluralista che alcuni di noi iniziano ad immaginare. Ma mentre, nel mondo ideale, il concetto di libera associazione tenta di tornare in sintonia con quello di socialismo, nel mondo reale le associazioni concretamente esistenti (anche qui, con le dovute eccezioni) continuano a flirtare col capitalismo e col suo stato. Chi si fa parte attiva della sussidiarietà, e quindi delle privatizzazioni. Chi vive di fondi europei e quindi dipende dalle burocrazie di Bruxelles. Chi è costretto a continue mediazioni con questo o quel governo, mediazioni non necessariamente più onorevoli di quelle, ben più visibili ed esposte alla critica, dei partiti politici. Per non parlare delle zuffe interne, delle fazioni e delle cordate, della formazione di gruppi interessati più alla sopravvivenza dell’associazione che al raggiungimento del suo scopo: tutte dinamiche che non affliggono solo i partiti, ma qualunque forma complessa di organizzazione. Cosicché viene da dire, a chi ha proposto che nella lista Tsipras non vi sia spazio per chi ha avuto incarichi di partito o di governo negli ultimi dieci anni, che lo stesso draconiano divieto andrebbe esteso ai dirigenti ed ai lobbisti (eh sì, ce ne sono, eccome!) delle associazioni. “Ma come! – dirà a questo punto l’onesto attivista di questo o quel gruppo di volontariato – Nessuno ci può confondere con la casta! Noi ci spendiamo per scopi altruistici! Lottiamo per avvicinare i cittadini alla politica, per la democrazia partecipativa e non per la limitata ed elitaria
democrazia rappresentativa!”. Nessuno contesta l’altruismo degli scopi: resta comunque l’egoismo dei mezzi. La democrazia partecipativa (uno dei presunti antidoti al “deficit democratico” dell’Unione europea) è certo una gran cosa, ma funziona solo per chi ha il tempo e le risorse per partecipare. Essa cioè amplia meritoriamente il numero delle persone coinvolte nelle procedure decisionali, e quindi amplia le élite di governo, ma erge tra queste nuove élite e le masse escluse un muro ancor più alto e solido di quello che separava elettori e partiti: perché votare è semplice, partecipare è difficile; per influenzare un partito basta un voto, per influenzare i decisori della governance ci vuole ben altro. Integrare la democrazia rappresentativa con altre forme è certo necessario. Ma se togliete al popolo la democrazia rappresentativa (ovvero la possibilità di operare – pur delegandone ad altri l’attuazione – scelte efficaci in merito ad alternative effettive) e gli date in cambio una democrazia partecipativa a cui non può partecipare, ne ricaverete il populismo, ossia il rifiuto di qualsiasi mediazione: quella dei partiti politici in primis, ma anche quella degli esperti del “sociale”. E’ per questo che sostituire gli esponenti dei partiti con quelli di una società civile spesso impigrita nelle retoriche ormai gergali della “partecipazione” non porterà, se non per caso, a qualche apprezzabile risultato: gli uni e gli altri sono egualmente sconosciuti, o invisi, a quel popolo che hanno da tempo abbandonato nelle mani dei mestatori.
Detto ciò, non avanzo nessuna obiezione di principio ad una lista che non abbia simboli di partito. Oggi più di ieri quel che importa non sono i simboli, bensì le idee. Ma purtroppo, almeno per quanto riguarda le questioni essenziali, le idee che circolano non sono certo le migliori. La candidatura Tsipras ha infatti acceso, per ora, soprattutto l’interesse della parte più moderata della sinistra radicale quella che, per intenderci, è di gran lunga più disposta a dialogare col gruppo dei “socialisti” europei. Questo uso moderato della figura di Tsipras è dovuto al fatto che il partito della Sinistra Europea ne ha presentato la candidatura con un documento politico in cui prevale senza riserve l’idea della riformabilità dell’Unione e dell’irrinunciabilità dell’euro, un documento che non contiene nessun serio riferimento alla rapida diffusione di sentimenti e di elaborazioni anti-euro nei cittadini, ma anche nella sinistra del vecchio continente (valgano ad esempio i nomi di Oskar Lafontaine e di Wolfgang Streek, che di tutto possono essere accusati tranne che di avventurismo populista). E’ questa dichiarazione di fede assoluta nell’Unione europea ad aprire il campo alle incursioni moderate, perché chi ritiene insuperabile lo spazio dell’Unione (e dell’euro) ritiene di fatto insuperabile anche il liberismo, che nell’Unione (e nell’euro) trova la sua più efficace forma di funzionamento; e per quanto dichiari di avere obiettivi radicali deve rassegnarsi a fare quello che Vendola ed il PD già dicono di voler fare: correggere gli eccessi del liberismo, e poco più. La caratura del candidato Tsipras, l’acuto conflitto di cui è espressione, le possibili conseguenze di un’affermazione di Syriza in Grecia avrebbero certamente meritato tutt’altra cornice, più aperta ad esiti radicali, più adatta a gestire le diverse alternative che si potrebbero presentare. E invece… . E invece tutto tende a ridursi all’obiettivo (tatticamente valido ma strategicamente insufficiente) della lotta all’austerity: come se fare qualche investimento dopo aver costretto i lavoratori – tramite l’austerity – a vendersi a vile prezzo non fosse esattamente lo scopo dei tanti capitalisti europei; come se l’abbandono della deflazione potesse in qualche modo eliminare quei differenziali di inflazione che sono la matrice principale del crescere degli squilibri intra-europei.
Questo diabolico perseverare, questa vocazione a credere nell’incredibile (ossia nella possibilità di democratizzare una macchina europea che è stata costruita proprio per impedire la democrazia) non sono ormai più comprensibili né giustificabili, soprattutto di fronte a due inequivocabili e recenti fatti che dovrebbero essere ben più convincenti dei nostri argomenti. Primo: il brusco tramonto dell’ipotesi di un ripensamento dei socialisti francesi, e magari tedeschi; ipotesi con la quale molti hanno giustificato nei mesi scorsi la loro rinnovata scommessa sull’euro, e che è stata seccamente
smentita dalle scelte di Hollande e dalla completa assunzione della politica europea della Merkel da parte della SPD. Secondo: il brusco tramonto dell’idea per la quale la crisi avrebbe prima o poi indotto la Germania a più miti consigli, idea seccamente smentita dal fatto che le più influenti fondazioni e la più alta carica istituzionale di quel Paese insistono da mesi non già sulla necessità di una svolta inflattiva e cooperativa bensì sulla necessità di trasformare la supremazia economica della Germania in aperta supremazia politico-militare. Come mostrano i fatti di Kiev, significativamente rimossi dalla sinistra europeista, che vedono Berlino sostenere le forze neonaziste ucraine pur di ampliare, coi confini dell’Unione, la propria sfera di influenza. E l’espansione dell’Unione ad est – così rischiosa per quella pace che secondo l’opinione corrente solo l’Unione stessa saprebbe garantire – implica non già l’allentamento della subordinazione economica del sud, bensì la sua stabilizzazione come base di ogni ulteriore sviluppo. Di fronte a tutto ciò attardarsi sulla riforma dell’Europa è, quanto meno, colpevole pigrizia intellettuale. Ed è di fatto una posizione interna al discorso del Pd, che non mancherà certamente, nel corso della campagna elettorale, di dire che in Europa qualcosa deve cambiare, che ci vogliono più investimenti e magari un po’ più di democrazia. Cosicché la lista Tsipras, se non darà spazio e visibilità a posizioni più radicali, se non indicherà quantomeno la possibilità della rottura dell’Unione europea e dell’euro (cosa pur prevista dal congresso del Prc, cosa che sarebbe certo insufficiente, ma potrebbe esser colta dagli elettori come un inizio di allontanamento reale dal Pd) non farà molta strada. Farà la fine di Rivoluzione Civile: né carne né pesce, troppo radicale per gli uni e troppo blanda per gli altri, non supererà la fatidica soglia. Oppure, se qualche occasionale flusso o riflusso elettorale la porterà oltre lo sbarramento, finirà in mano a gente magari ragguardevole, ma del tutto indecisa sul da farsi e pronta a lasciarsi incantare dal minimo segnale pseudo riformista che dovesse giungere dai “socialisti” europei. Come ho appena detto, so bene che il Prc – che poi è il mio partito – ha recentemente ribadito la propria presa di distanza dal PD, la volontà di rompere la forma attuale dell’Unione e addirittura di mettere in discussione l’euro, pur se solo in casi estremi. Ma è impossibile rompere davvero col Pd se poi si accettano di fatto le opzioni internazionali di quel partito. E quanto alle bellicose (ma contraddittorie) intenzioni verso l’Europa, per adesso non se ne parla con la necessaria nettezza, e quando se ne parla non si è capiti (per forza: cosa mai vorrà dire “disobbedienza ai trattati”, e che senso ha rompere con l’Unione per tenersi il suo frutto più avvelenato, ossia l’euro?) e quand’anche si venisse capiti il tutto comunque si confonderebbe nella melassa dell’ “Europa migliore”. Perché il punto è sempre lo stesso: o si è per distruggere l’Unione europea e l’euro (scegliendo adeguatamente tempi e modi, e prospettando un altro tipo di europeismo) o si è per tenerseli. Chi è per la prima scelta voterà Grillo, chi è per la seconda voterà Pd: i nostri sottili distinguo – a meno di robusti correttivi – non verranno per nulla compresi dall’ ”elettore medio”. E nemmeno “dalla sua gentile signora”, come avrebbe aggiunto il Gadda in tempi in cui il politically correct, così caro alla burocrazia europea, non lo impediva ancora.
P.S. Questo articolo è stato scritto prima delle conclusioni del congresso di Sel. Mi pare che esse confermino ed aggravino quanto ho qui sostenuto: il moderatismo implicito nell’europeismo dogmatico fa balenare la possibilità di un utilizzo della lista Tsipras anche da parte di chi, critico del Pd solo quando è il Pd a non volerlo, ha comunque deciso che non entrerebbe nel gruppo parlamentare che l’ha promossa. Spero che al presuntuoso cinismo di questa proposta non corrisponda la colpevole acquiescenza dei destinatari.

venerdì 31 gennaio 2014

Noam Chomsky

Noam Chomsky, il maggior linguista vivente, l'autore del capolavoro Il
linguaggio e la mente (Bollati Boringhieri, 2010), a 86 anni ha mantenuto una
lucidità di pensiero che non lascia spazio a dubbi e illusioni. "Le nostre
società stanno andando verso la plutocrazia.
Questo è neo-liberismo" ha detto
Chomsky, in Italia per il Festival delle Scienze all'Auditorium Parco della
Musica di Roma dove è protagonista di due appuntamenti sold out in sale di 700
e 1.200 posti tanto che sabato 25 gennaio è previsto uno schermo supplementare
nel foyer dell'Auditorium.

LA DEMOCRAZIA E' SCOMPARSA Chomsky ha ricordato che
"secondo uno studio della Oxfam, l'Ong umanitaria britannica, 85 persone nel
mondo hanno la ricchezza posseduta da 3,5 miliardi di individui. Questo era
l'obiettivo del neoliberismo" di cui parla come di "un grande attacco alle
popolazioni mondiali, il più grande da 40 anni a questa parte".
In Italia "la
democrazia è scomparsa quando è andato al governo Mario Monti designato dai
burocrati seduti a Bruxelles, non dagli elettori" spiega il linguista di
Filadelfia, che vive vicino a Boston ed è a Roma con la raccolta di testi
inediti in Italia su oltre 40 anni di lotte e pensiero I padroni dell'umanità
(Ponte alle Grazie). Sono saggi politici dal 1970-2013 dove i principali
accusati dello sfruttamento politico e delle guerre, dal Vietnam alla Serbia e
all'Iraq, restano gli Stati Uniti e la società dominata dalle multinazionali.


L'EUROPA E' AL COLLASSO In generale "le democrazie europee sono al collasso
totale indipendentemente dal colore politico dei governi che si succedono al
potere perchè sono decise - sottolinea Chomsky - da banchieri e dirigenti non
eletti che stanno seduti a Bruxelles. Questa rotta porta alla distruzione delle
democrazie e le conseguenze sono le dittature". "Mario Draghi - continua - ha
detto che il contratto sociale è morto.
Ciò che conta oggi è la quantità di
ricchezza riversata nelle tasche dei banchieri per arricchirli. Quello che
capita alla gente normale ha valore zero. Questo è accaduto anche negli Stati
Uniti ma non in modo così spettacolare come in Europa. Il 70% della popolazione
non ha nessun modo di incidere sulle politiche adottate dalle amministrazioni".
E da chi è composto questo 70%? "Da quelli che occupano posizioni inferiori
sulla scala del reddito. Quell'1% che sta nella parte superiore ottiene a
livello politico ciò che desidera. Questa è la plutocrazia".

INFORMARSI SOLO
SUI BLOG E' SBAGLIATO Da sempre punto di riferimento per la sinistra
internazionale, Chomsky nei suoi saggi invita a riflettere sulla manipolazione
dell'opinione pubblica. Dei new media dice: "Hanno portato ad una maggior
vivacità di opinioni rispetto ai media ortodossi" ma un effetto negativo è "la
tendenza a sospingere gli utenti verso una visione del mondo più ristretta
perchè quasi automaticamente le persone sono attratte verso quei nuovi media
che fanno eco alle loro stesse vedute" ha sottolineato. "Se uno si informa solo
sui blog le prospettive saranno molto più ristrette". Inoltre, la
proliferazione di informazioni ha avuto, secondo il linguista, come
"contraltare la riduzione del livello dei reportage".

GLI INTELLETTUALI HANNO
LE LORO COLPE Tra i pensatori più autorevoli del nostro tempo, Chomsky non
risparmia critiche agli intellettuali che, spiega, "hanno tutte le
responsabilità degli altri esseri umani: cercare di incentivare il bene comune
e del resto del mondo". La sfida del futuro è "non limitarci a osservare il
corso degli eventi" e per farlo, conclude, "bisogna eliminare la struttura di
quelle istituzioni che perseguono il 'tutto per noi stessi, niente per gli
altri', non colpire il singolo perchè verrà semplicemente buttato fuori dal
sistema".

*La legge di conversione è incostituzionale*

30 gennaio 2014
di Ferdinando Imposimato

La legge di conversione del decreto legge IMU Bankitalia appare
incostituzionale . Anzitutto vi è stata violazione del diritto della
opposizione del M5S di svolgere le proprie ragioni opponendosi al
provvedimento, secondo le regole della Costituzione e il regolamento
della Camera. La cd tagliola è incostituzionale, perchè elimina il
diritto della opposizione di motivare il suo voto contrario. La
opposizione è parte essenziale della democrazia , i cui diritti vanno
rispettati. Diversamente siamo in una situazione di regime cioè di
dittatura della maggioranza. E stupisce che alcuni dei guardiani della
Costituzione tacciano su questo aspetto gravissimo del vero e proprio
colpo di mano del Presidente della Camera Laura Boldrini che ha
impedito al M5S di motivare la sua opposizione sacrosanta di fronte a
dl illegittimo, per difetto, almeno in parte, del requisito di
necessità e urgenza . Ma illegittimo anche in relazione al diritto
dovere di spiegare le ragioni del no rispetto ad un decreto che
prevede una spesa enorme e affronta temi gravi e complessi, di cui il
popolo ignora il contenuto reale. La Presidente della Camera sa che la
democrazia non dà tutto il potere a nessuno, ma lo distribuisce
variamente a maggioranza e minoranza , che trapassano l'una nell'altra
proprio perchè, come insegna Aristotele, l'alternanza è l'essenza
della democrazia e prova della libertà. “Nel contesto
costituzionale , tirannide della maggioranza è violare, legiferando e
governando, i diritti della minoranza”, insegna Giovanni Sartori.
Per cui la legge di conversione approvata il 29 gennaio è
incostituzionale . Inoltre la parte del decreto legge IMUBankitalia
che riguarda la cd ricapitalizzazione di Bankitalia per 7.5 miliardi
di euro si tradurrà nel finanziamento illecito , attraverso
Bankitalia , di istituti di credito in crisi, cioè in una donazione
di enormi somme di denaro alle banche azioniste che controllano
Bankitalia. Che sono Intesa San Paolo (42%), Unicredit (22,11%), MPS
(4,60%), INPS (5.00 %), Carige ( 4,03%) e altre banche . Questa parte
del dl , che riguarda Bankitalia, sembra del tutto estranea al DL
sull' IMU, che è imposta sulla prima casa, per la quale poteva essere
giustificata la situazione straordinaria di necessità e urgenza ex
art 77 sec comma della Costituz. Situazione che non si giustifica con
la “ricapitalizzazione”, di Bankitalia. La verità è che
l’Italia con 1,7 trilioni di euro di debito versa in uno stato di
disperazione. E se fino ad oggi la BCE ha comprato titoli italiani
alleggerendo la pressione sul debito, per l'avvenire la BCE non potrà
più continuare a comperare i titoli . Nel 2014 le banche italiane
dovranno ridurre l’acquisto del debito italiano, ma i nodi sono
venuti al pettine. I soldi le banche li hanno ottenuti attraverso il
decreto IMUBANKITALIA a spese dei cittadini su cui graverà il costo
finale di questa operazione. Si tratta di un decreto truffa che vuole
cose diverse da quelle che dice: apparentemente ricapitalizzare
Bankitalia, che dovrebbe essere patrimonio degli italiani, invece
vuole finanziare le banche in crisi , ex banche pubbliche divenute
private, che controllano Bankitalia , di cui sono proprietarie. Questo
è il problema. Che fare? La prima cosa è che il Presidente della
Repubblica ai sensi dell'art 74 della Costituzione , prima di
promulgare la legge di conversione , chieda con messaggio motivato
alle Camere, una nuova deliberazione ( art 74 Costituzione), e come ha
già rilevato in relazione al decreto milleproroghe, chieda lo
stralcio dei due provvedimenti . Ma questo è il primo passo da
compiere, a mio modesto avviso. Poi in sede di applicazione del
decreto IMU, si potrà eccepire davanti al giudice la
incostituzionalità della legge di conversione. Purtroppo i cittadini
non possono adire direttamente la Corte Costituzionale

Nella bagarre scompare il vero scandalo: i 7,5 miliardi regalati alle banche

      
Decreto Imu, Ferrero: Nella bagarre scompare il vero scandalo: i 7,5 miliardi regalati alle banche

Decreto Imu, Ferrero: Nella bagarre scompare il vero scandalo: i 7,5 miliardi regalati alle banche

di Paolo Ferrero – Trasformare il confronto politico in rissa con relativi insulti e spintoni produce un effetto solo: alla fine tutti hanno ragione e tutti hanno torto, scompare il merito delle questioni e la gente non capisce più nulla, salvo che è tutto uno schifo. Il vero scandalo avvenuto ieri – e che sta passando sotto silenzio – è che il Decreto IMU prevede un regalo di 7,5 miliardi alle banche. Mentre il Paese sprofonda, con i tassi di disoccupazione più alti degli ultimi vent’anni e le aziende che ricattano i lavoratori, il governo e il Parlamento continuano a fare gli interessi delle banche e a privatizzare – cioè a svendere – i gioielli di famiglia. Questo è il punto su cui far riflettere gli italiani e su cui chiamare a rispondere questo governo che regala soldi ai ricchi e li toglie al popolo.

giovedì 30 gennaio 2014

Lista Tsipras, nuove pratiche all’orizzonte

Fonte: micromega | Autore: Alessandro Gilioli        

Per carità, ragazzi: nessun'autoesaltazione e nessun trionfalismo. La strada verso una possibile lista per un'altra Europa - in appoggio alla candidatura di Alexis Tsipras alla presidenza Ue - è ancora un sentiero di alta montagna: di quelli così scoscesi che possono strozzarti il fiato da un momento all'altro.

Però la quantità e la qualità delle adesioni al progetto - questo possiamo dirlo - sta andando oltre ogni ottimistica previsione: si va verso le 13 mila firme, tra cui quelle di alcune delle migliori persone di questo Paese. E già molto oltre i confini di quella che per semplicità viene chiamata “sinistra radicale”.

Anche tra i partiti che di quest'area fanno tradizionalmente parte si sta affermando la consapevolezza della generosità come “fattore igienico”, prodromico e indispensabile per ogni possibile risultato: perché gli errori del passato sono certo dolorosi, ma alla fine anche preziosi.

Quello che più sta cambiando rispetto agli anni scorsi, in questo difficile lavoro, sono dunque le pratiche.

Stiamo iniziando a capire che sono i mezzi a qualificare il fine, non è il fine a giustificare i mezzi.

Stiamo iniziando a capire che la nostra antica litigiosità diverte solo i nostri avversari.

Stiamo iniziando a capire ciò che prima di tutto non vogliamo: un futuro in cui i nostri figli ci chiederanno perché sono precari senza futuro e noi saremo costretti a rispondergli che è anche colpa nostra, perché eravamo troppo occupati a guardarci l'ombelico per far cambiare strada alla realtà.

Generosità, quindi.

Capacità di mettere gli obiettivi del progetto (storico, se funzionasse: possiamo dirlo senza paura della retorica) davanti a ogni vanità e ogni interesse personale o di gruppo. Senza risse, frazioni, gelosie. E anche senza permalosità o ditine alzate di chiunque è convinto di avere la ricetta giusta in tasca.

Invece: ascolto, umiltà, capacità di autocorrezione. Proposte che ognuno regala agli altri e che con gli altri possono essere discusse perché siano elaborate, cambiate, migliorate. O cestinate, se non funzionano: e in questo caso avanti altre idee.

Con questo spirito mi pare stia nascendo questa cosa e con questo spirito suggerisco a chi vuole farne parte di implementare queste pratiche nella quotidianità e nei processi decisionali che verranno: i più scivolosi, i più delicati.

Ad esempio, con la trasparenza completa del dibattito: il minor numero possibile di riunioni a porte chiuse, il massimo possibile di confronti aperti sulla Rete. Meglio ancora se il maggior numero possibile delle riunioni avviene in live streaming e con conservazione online del contenuto, commentabile.

Ad esempio con la maggior dose possibile di metodo “bottom-up”: le migliaia di persone che hanno firmato l'appello – lasciando il loro indirizzo mail - potrebbero essere coinvolte nella scelta del nome e del simbolo, così come più avanti nelle definizione delle eventuali candidature. Non è solo un “database”: è proprio una base. Una base di cittadine e cittadini che hanno aderito dal primo momento a questo progetto. Evitiamo, se possibile, di dirgli “grazie, ma adesso lasciateci lavorare”. No?

Ad esempio, ancora, con la creazione di una piattaforma web che consenta a chiunque voglia candidarsi pari opportunità di presentarsi: un curriculum con tutti i link che crede, un numero stabilito di video, un tot di caratteri di idee/programma, un’area nella quale può pubblicare quello che crede o embeddare quello che scrive sul suo blog, interagire con gli elettori e, ovviamente, fornire i collegamenti ai suoi canali sociali; meglio ancora se il candidato organizza sulla piattaforma confronti live con gli elettori e – se vogliono - con altri candidati.

Ad esempio, chiedendo a ogni candidato di rendere disponibili online tutti i contenuti che lo riguardano purché di interesse pubblico.

Ad esempio, stabilendo le regole erga omnes per eventuali incandidabilità senza aver paura di mutuarle da altre forze politiche che hanno case history virtuose in questo senso.

Ad esempio, chiedendo ai candidati di impegnarsi ad utilizzare, se eletti, una funzionalità della piattaforma con la quale consultarsi e confrontarsi con i propri elettori durante il loro mandato, magari anche con sessioni di question time online ogni settimana (meglio ancora se il question time è trasmesso in live streaming e archiviato con adeguati strumenti di indicizzazione).

Tutte piccole cose, forse, e quasi prepolitiche.

Tutte da discutere, appunto: sicuramente da approfondire, da migliorare e chissà se da questo verrà davvero qualcosa di buono.

Ma sono le azioni che contano: i nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni.

Mica lo dico io, lo diceva il Mahatma Gandhi.

Disoccupazione e orario di lavoro: Italia record

Fonte: Il Manifesto | Autore: Stefano Perri                                  

Se un italiano lavorasse le stesse ore annue di un europeo, l’occupazione dovrebbe crescere del 12,54%. Se lavorasse come un francese avremmo un più 18,34%, come un tedesco il 29,95% in più. Si tratta solo di un esercizio meccanico ma dice che è possibile lavorare meno e lavorare tutti
Che l’occupazione e il lavoro siano la que­stione cen­trale che dob­biamo affron­tare non è più messo in discus­sione da nes­suno. Nei primi anni dallo scop­pio della crisi il tasso di disoc­cu­pa­zione dell’Italia è stato più basso di quello della media euro­pea, ma negli ultimi anni il feno­meno si è dram­ma­ti­ca­mente aggra­vato fino a rag­giun­gere, secondo le ultime rile­va­zioni Istat, un tasso di del 12,7%, supe­rando di gran lunga il dato medio europeo.
Dal punto di vista dell’ideologia eco­no­mica è domi­nante l’idea che in fondo il pro­blema dell’occupazione sia un pro­blema del mer­cato. Se le con­di­zioni del mer­cato sono tali da creare un’alta disoc­cu­pa­zione, c’è poco che la poli­tica possa fare diret­ta­mente per risol­vere il problema.
Un’azione diretta del governo, secondo que­sta opi­nione, cree­rebbe ulte­riori pro­blemi, aggra­vando le con­di­zioni del debito pub­blico, distor­cendo ulte­rior­mente il mer­cato e via dicendo. Al mas­simo si può cer­care di oliare ulte­rior­mente i mec­ca­ni­smi di mer­cato magari ren­dendo più fles­si­bile il lavoro (nono­stante l’indice dell’Ocse segnali già da molto tempo che il mer­cato del lavoro ita­liano è note­vol­mente fles­si­bile in rap­porto agli altri paesi euro­pei) o cer­cando di creare dei deboli incen­tivi verso l’assunzione di nuovi lavoratori.
Che que­ste poli­ti­che si siano rive­late spesso con­tro­pro­du­centi e comun­que del tutto insuf­fi­cienti non sem­bra aver scal­fito que­sta cer­tezza. Cosic­ché si attende una sal­vi­fica ripresa della cre­scita che, nel migliore dei casi dopo qual­che anno, incen­tivi la domanda di lavoro alle­viando, ma non risol­vendo il problema.
Al con­tra­rio, ogni ragio­ne­vole idea di poli­tica eco­no­mica dovrebbe rove­sciare l’approccio: la prio­rità è l’obiettivo di piena occu­pa­zione, cui subor­di­nare gli altri obiet­tivi, com­preso il con­te­ni­mento del defi­cit pubblico.
Tra le pos­si­bili misure di poli­tica eco­no­mica volte all’aumento dell’occupazione ce ne sono due che nel nostro paese sareb­bero par­ti­co­lar­mente effi­caci, ma che sono con­si­de­rate quasi delle bestem­mie. Non a caso negli Usa, in cui nes­suno ha paura di appa­rire troppo sta­ta­li­sta o post-comunista, se ne parla invece appro­fon­di­ta­mente. La prima è quella di una assun­zione diretta di lavo­ra­tori da parte dello stato, per pro­getti pub­blici indif­fe­ri­bili, come il risa­na­mento idro­geo­lo­gico, la sal­va­guar­dia, la con­ser­va­zione e la frui­zione dei beni cul­tu­rali e altre ini­zia­tive urgenti di grande valore sociale.
Que­sto argo­mento è stato sol­le­vato in un recente e bell’articolo apparso sul mani­fe­sto  e non mi ci sof­fermo, se non per notare di pas­sag­gio che non è vero, al con­tra­rio di quanto comu­ne­mente si afferma, che in Ita­lia gli impie­gati pub­blici sono troppi in rap­porto agli altri paesi. Infatti, secondo le stime dell’Ocse, nel 2011 il nostro impiego pub­blico rap­pre­sen­tava il 13,7% dell’occupazione com­ples­siva, minore degli Stati uniti (14,4%), della media dei paesi Ocse (15,5%), del Regno Unito (18,3%) e della Fran­cia (21,9%).
Ma ciò su cui vor­rei atti­rare l’attenzione è l’orario di lavoro. La ten­denza di lungo periodo dei paesi avan­zati è la dimi­nu­zione dell’orario. Unica ecce­zione degli ultimi decenni è la Sve­zia, e comun­que il monte ore annuo è più basso dei paesi euro­pei. La realtà è che se con­fron­tiamo il numero di ore lavo­rate in un anno in media da un lavo­ra­tore ita­liano con quello degli altri paesi euro­pei, sco­priamo subito che il dato dell’Italia è molto più alto. Dai dati del sito sta­ti­stico della Com­mis­sione euro­pea si ricava che un lavo­ra­tore euro­peo ha lavo­rato nel 2013 in media l’89% di ore rispetto ad un lavo­ra­tore ita­liano. Se poi con­si­de­riamo la Fran­cia e la Ger­ma­nia i dati sono ancora più netti. Nello stesso anno in Fran­cia le ore annue per lavo­ra­tore sono state in media l’84,5% e in Ger­ma­nia il 79% di quelle ita­liane. Que­ste dif­fe­renze por­tano a risul­tati sor­pren­denti. Fac­ciamo il seguente espe­ri­mento men­tale: imma­gi­niamo che in Ita­lia sia man­te­nuto lo stesso numero di ore annue com­ples­si­va­mente lavo­rate in totale, ma che cia­scun lavo­ra­tore sia impie­gato per un numero di ore annue uguale alla media euro­pea, a quella fran­cese o a quella tede­sca. La domanda è: di quanto dovrebbe aumen­tare l’occupazione per otte­nere que­sto risultato?
In que­sta sem­plice simu­la­zione l’occupazione dovrebbe cre­scere del 12,54% se un lavo­ra­tore ita­liano dovesse lavo­rare in media le stesse ore annue di un lavo­ra­tore euro­peo, del 18,34% se dovesse lavo­rare come un lavo­ra­tore fran­cese e addi­rit­tura del 25,95% se dovesse lavo­rare come un tede­sco. Nel primo caso si azze­re­rebbe pra­ti­ca­mente il tasso di disoc­cu­pa­zione uffi­ciale, nel secondo sareb­bero occu­pati anche una parte con­si­stente dei 3.300.000 poten­ziali lavo­ra­tori sco­rag­giati, cioè coloro che sono dispo­sti a lavo­rare ma non cer­cano atti­va­mente un lavoro, nel terzo tutti que­sti ultimi sog­getti tro­ve­reb­bero occupazione.
Ovvia­mente si tratta di un eser­ci­zio che non può essere appli­cato mec­ca­ni­ca­mente alla realtà. In primo luogo non si può essere affatto sicuri che se per qual­siasi motivo dimi­nuis­sero di colpo le ore lavo­rate in un anno da cia­scun lavo­ra­tore le imprese sareb­bero dispo­ste ad assu­mere un numero pro­por­zio­nale di nuovi lavo­ra­tori. In secondo luogo l’esercizio non tiene conto del fatto che in Ita­lia la per­cen­tuale di lavo­ra­tori auto­nomi sull’occupazione è mag­giore che negli altri paesi, e i lavo­ra­tori auto­nomi ten­dono a lavo­rare un numero mag­giore di ore dei dipen­denti, per cui il dato del numero di ore lavo­rate in Ita­lia è sovra­sti­mato se appli­cato ai lavo­ra­tori dipen­denti. Anche tenendo conto di que­sta dif­fe­renza, però, le varia­zioni dell’occupazione reste­reb­bero altissime.
Quello che que­sto espe­ri­mento segnala è che esi­ste in Ita­lia un mar­gine di mano­vra amplis­simo per sti­mo­lare l’occupazione agendo sulle ore lavo­rate. Si afferma in con­ti­nua­zione che dob­biamo essere più simili agli altri paesi euro­pei e non si vede per­ché non dob­biamo seguirne l’esempio anche in que­sto caso.
Si deve poi notare che pro­prio in Ger­ma­nia il rela­ti­va­mente basso tasso di disoc­cu­pa­zione (di poco supe­riore al 5%) è stato otte­nuto anche attra­verso le poli­ti­che di job sha­ring . In Ita­lia si trat­te­rebbe, nell’immediato, di cer­care di gene­ra­liz­zare i con­tratti di soli­da­rietà, non solo al fine di evi­tare licen­zia­menti nei sin­goli casi di crisi azien­dale, ma anche al fine di soste­nere l’occupazione. Cer­ta­mente ci sono pro­blemi: pro­prio in Ger­ma­nia sono aumen­tati i  wor­king poors  anche per­ché si è esteso il numero di lavo­ra­tori part time involontari.
In un mondo per­fetto i part time invo­lon­tari non sono desi­de­ra­bili, ma non viviamo certo in un mondo per­fetto. Inol­tre il red­dito minore, che nel breve periodo i lavo­ra­tori otter­reb­bero dalle imprese, potrebbe essere soste­nuto dalle risorse che si libe­rano in seguito ad una dimi­nu­zione dei sus­sidi alla disoc­cu­pa­zione con­se­guente alla cre­scita dell’occupazione. In un periodo più lungo, i salari potreb­bero addi­rit­tura cre­scere, per effetto della dimi­nu­zione del tasso di disoc­cu­pa­zione e della cre­scita della domanda aggre­gata. In ogni caso occorre agire con deci­sione per aggre­dire la disoc­cu­pa­zione, pen­sando fuori dal coro e senza ripe­tere stan­che for­mule inef­fi­caci e que­sta è una strada che occorre intra­pren­dere se si vogliono otte­nere risultati.

martedì 28 gennaio 2014

LA RIVINCITA DI MARX

Milioni di lavoratori sono stati licenziati o si sono impoveriti a causa della crisi.
Per il settimanale statunitense Time è la conferma che le critiche
di Karl Marx al capitalismo erano giuste
 
di Michael Schuman, Time, Stati Uniti 25 marzo 2013
 
Tutti pensavano che Karl Marx fosse morto e sepolto. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica e il grande balzo in avanti della Cina verso il capitalismo, il comunismo era diventato una specie di sfondo pittoresco, buono per i film di James Bond o per gli slogan deliranti di Kim Jongun. Il conflitto di classe, che secondo la dottrina di Marx determina il corso della storia, sembrava essersi dissolto di fronte al benessere prodotto dal libero scambio e dalla libera impresa. La forza onnipresente della globalizzazione, capace di collegare gli angoli più remoti del pianeta attraverso lucrosi rapporti finanziari, esternalizzazioni e imprese senza confini, offriva a chiunque l’opportunità di diventare ricco: dai guru della Silicon valley alle contadine cinesi. Negli ultimi vent’anni del novecento l’Asia ha assistito a quello che forse è il più grande fenomeno di superamento della povertà nella storia umana. Tutto questo è stato possibile grazie agli strumenti capitalistici del commercio, dell’imprenditorialità e degli investimenti esteri. Il capitalismo sembrava aver mantenuto la promessa di portare tutti a un livello più alto di ricchezza e benessere.
O almeno così pensavamo. Con l’economia globale in crisi prolungata e i lavoratori di tutto il mondo alle prese con la disoccupazione, i debiti e la stagnazione dei redditi, la feroce critica di Marx sulla natura intrinsecamente ingiusta e autodistruttiva del capitalismo non può più essere liquidata facilmente. Marx teorizzò che il sistema capitalistico avrebbe inevitabilmente impoverito le masse e concentrato tutta la ricchezza nelle avide mani di pochi, provocando crisi a catena e un’esasperazione del conflitto tra i ricchi e la classe operaia. “L’accumulazione di ricchezza all’uno dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione mentale al polo opposto”, scriveva Marx.
Un dossier sempre più nutrito di prove empiriche alimenta il sospetto che avesse ragione. È tristemente facile imbattersi in statistiche secondo cui i ricchi stanno diventando sempre più ricchi mentre la classe media e i poveri stanno a guardare. Secondo uno studio pubblicato nel 2012 dall’Economic policy institute, nel 2011 il reddito mediano annuo di un lavoratore maschio a tempo pieno negli Stati Uniti era di 48.202 dollari, meno che nel 1973. Tra il 1983 e il 2010 il 74 per cento dell’aumento di ricchezza negli Stati Uniti è finito nelle mani del 5 per cento più ricco della popolazione, mentre i redditi della fascia più bassa, che comprende il 60 per cento della popolazione, sono diminuiti. Non c’è da stupirsi, quindi, che qualcuno abbia rispolverato il filosofo tedesco. In Cina, il paese marxista che ha voltato le spalle a Marx, Yu Rongjun ha scritto un musical basato su Il capitale, ispirandosi ai recenti avvenimenti mondiali. “È evidente che la realtà coincide con le descrizioni fatte nel libro”, osserva il commediografo.
Sempre più arrabbiati
Non che Marx le avesse azzeccate tutte. La sua “dittatura del proletariato” non ha funzionato secondo i piani. Ma le conseguenze di questa crescente disuguaglianza sono esattamente quelle previste da Marx: la lotta di classe è tornata. I lavoratori di tutto il mondo sono sempre più arrabbiati e pretendono la loro fetta dell’economia globale. Dal congresso statunitense alle piazze di Atene ino alle catene di montaggio in Cina, i fatti della politica e dell’economia sono sempre più influenzati dalle tensioni tra capitale e lavoro. L’esito di questo scontro influenzerà la politica economica globale, il futuro del welfare, la stabilità politica in Cina e i governi, da Washington a Roma. Cosa direbbe oggi Marx? “Più o meno ‘ve l’avevo detto’”, afferma Richard Wolf, economista marxista della New school a New York. “La disparità di reddito sta producendo un livello di tensione che non avevo mai visto in tutta la mia vita”.
Negli Stati Uniti le tensioni sociali sono in aumento. C’è la percezione diffusa di una società divisa tra il 99 per cento (la gente comune che fatica ad arrivare alla fine del mese) e l’1 per cento (i super-ricchi che diventano sempre più ricchi). In un sondaggio realizzato nel 2012 dal Pew research center, due terzi degli interpellati (il 19 per cento in più rispetto al 2009) hanno risposto che negli Stati Uniti c’è un conflitto “forte” o “molto forte” tra ricchi e poveri.
L’inasprimento del conflitto ha dominato la politica statunitense. Lo scontro tra i partiti sul problema del deficit di bilancio è stato, in larga misura, uno scontro di classe. Ogni volta che il presidente Barack Obama parla di aumentare le tasse ai più ricchi per risanare il bilancio, i conservatori gridano alla “guerra di classe” contro i ricchi. Ma anche loro stanno facendo una lotta di classe. Il piano di risanamento fiscale dell’amministrazione colpisce la classe media e i poveri con i tagli ai servizi sociali.
Ci sono segnali che questo nuovo classismo stia spostando il dibattito sulla politica economica statunitense. Nel centro del mirino c’è la teoria del trickle down, secondo cui il successo dell’1 per cento porta dei benefici anche al 99 per cento. Secondo David Madland, direttore della commissione di esperti Center for american progress, la campagna per le presidenziali del 2012 ha riportato all’attenzione la necessità di ricostruire la classe media secondo una nuova scala di priorità politiche. “Il modo di pensare l’economia è stato stravolto”, dice Madland. “Ma sembra che stia avvenendo un cambiamento radicale”.
La campagna di Hollande
La ferocia di questa nuova lotta di classe è ancora più evidente in Francia. Nel maggio del 2012 il divario tra ricchi e poveri, accentuato dalla crisi, è apparso sempre più intollerabile ai cittadini, che hanno eletto presidente il socialista François Hollande, famoso per la frase “i ricchi non mi piacciono”. La chiave della sua vittoria in campagna elettorale è stata la promessa di aumentare le tasse ai più ricchi per mantenere il welfare. Per evitare i drastici tagli alla spesa pubblica introdotti in altri paesi europei, Hollande ha proposto di aumentare l’aliquota massima dell’imposta sui redditi addirittura al 75 per cento. La proposta è stata bocciata dalla corte costituzionale, ma il presidente sta cercando il sistema per introdurre una misura equivalente. Ribaltando una decisione particolarmente impopolare del suo predecessore, Hollande ha riportato l’età pensionabile a sessant’anni per alcune categorie di lavoratori. Molti in Francia vorrebbero che si spingesse addirittura oltre. “La proposta sulle tasse dev’essere il primo passo di una presa d’atto da parte del governo che il capitalismo, nella sua forma attuale, è diventato così iniquo e malato che senza riforme profonde rischia di implodere”, dice Charlotte Boulanger, esperta che si occupa di ong.
Le mosse di Hollande hanno scatenato la controffensiva dei capitalisti. “Il potere politico nasce dalla canna del fucile”, diceva Mao Zedong, ma in un mondo dove das Kapital è sempre più mobile le armi della lotta di classe sono cambiate. Piuttosto che darla vinta a Hollande, molti ricchi francesi si stanno spostando all’estero, portando con sé preziosi posti di lavoro e investimenti. Jean-Émile Rosenblum, fondatore del sito di ecommerce Pixmania, si è trasferito negli Stati Uniti, dove spera di trovare un clima più accogliente per gli imprenditori. “Il conflitto di classe è una normale conseguenza della crisi, ma la strumentalizzazione politica che se n’è fatta è demagogica e discriminatoria”, dice Rosenblum. “Invece di affidarsi agli imprenditori per creare le imprese e i posti di lavoro di cui abbiamo bisogno, la Francia li caccia via”.
Il divario tra ricchi e poveri rischia di diventare esplosivo anche in Cina. Nei mercati emergenti lo scontro tra ricchi e poveri sta diventando un motivo di preoccupazione per la politica. Contrariamente a quanto pensano molti statunitensi ed europei, la Cina non è il paradiso dei lavoratori. La “ciotola di ferro per il riso” – un’espressione dell’epoca di Mao che indicava un posto di lavoro per tutta la vita – è scomparsa insieme al maoismo, e le riforme hanno lasciato ai lavoratori pochi diritti. Anche se i salari nelle città cinesi stanno crescendo in modo significativo, il divario tra ricchi e poveri è ancora molto ampio. Un altro sondaggio del Pew center ha rivelato che quasi la metà dei cinesi considera la distanza tra ricchi e poveri un problema molto grave, mentre l’80 per cento concorda con l’affermazione che in Cina “i ricchi si arricchiscono e i poveri stanno sempre peggio”.
Nelle città industriali cinesi il risentimento sta arrivando al punto di ebollizione. “La gente pensa che facciamo la bella vita, ma la realtà della fabbrica è molto diversa”, dice Peng Ming, operaio nell’enclave industriale di Shenzhen, nel sud della Cina. Alle prese con orari interminabili, costi sempre più alti, manager indifferenti e frequenti ritardi nei pagamenti, i lavoratori cominciano davvero a somigliare al proletariato. “Il modo in cui i ricchi fanno i soldi è sfruttare i lavoratori”, dice Guan Guohau, un altro operaio di Shenzhen. “Il comunismo è la nostra speranza”. Se il governo non interverrà per migliorare le loro condizioni, dicono gli operai, i lavoratori saranno sempre più motivati a prendere in mano la situazione. “I lavoratori si organizzeranno”, prevede Peng. “I lavoratori devono essere uniti”.
Probabilmente sta già succedendo. Misurare il malcontento dei lavoratori in Cina è difficile, ma secondo gli esperti è in aumento. Una nuova generazione di operai delle fabbriche – più informati dei genitori grazie a internet – è diventata più esplicita nel richiedere migliori condizioni salariali e lavorative. Per il momento la risposta è stata contraddittoria. Il governo ha alzato i salari minimi per sostenere i redditi, ha inasprito le leggi sul lavoro per dare maggiori tutele ai lavoratori. In alcuni casi ha concesso il diritto di sciopero. Ma le iniziative di mobilitazione da parte dei lavoratori sono ancora fortemente scoraggiate, spesso con la forza. Ecco perché il proletariato cinese crede poco alla sua “dittatura”. “Il governo pensa più alle aziende che a noi”, afferma Guan. Se Xi Jinping non riformerà l’economia ridistribuendo una parte dei frutti della crescita alla gente comune, si rischia di alimentare il malcontento sociale.
È proprio quello che avrebbe previsto Marx. Una volta che il proletariato avesse preso coscienza dei suoi interessi di classe, avrebbe rovesciato l’iniquo sistema capitalistico rimpiazzandolo con un nuovo paradiso socialista. I comunisti “dichiarano apertamente che i loro ini possono essere raggiunti solo con il rovesciamento violento di tutto l’ordinamento sociale inora esistente. I proletari non hanno da perdervi che le loro catene”, scriveva Marx.
Sistemi da rivedere
In tutto il mondo l’insofferenza dei lavoratori sta crescendo. Decine di migliaia di persone sono scese in piazza in città come Madrid e Atene, protestando contro la paurosa disoccupazione e contro le misure di austerità che stanno ulteriormente peggiorando la situazione. Per ora, però, la rivoluzione marxista non si è ancora materializzata. I lavoratori avranno anche problemi comuni, ma non si coalizzano tra di loro per risolverli. Negli Stati Uniti, per esempio, durante la crisi le iscrizioni al sindacato hanno continuato a diminuire, mentre il movimento Occupy Wall street ha esaurito la sua spinta. Chi protesta, spiega Jacques Rancière, esperto di marxismo dell’università di Parigi, non punta a scalzare il capitalismo, come aveva previsto Marx, ma semplicemente a riformarlo. “Tra i manifestanti non si sente invocare il rovesciamento o la distruzione dei sistemi socioeconomici esistenti”, dice Rancière. “Oggi il conflitto di classe chiede una revisione di questi sistemi per far sì che diventino più praticabili e sostenibili nel lungo termine attraverso una ridistribuzione della ricchezza”.
Nonostante le rivendicazioni, le politiche economiche attuali continuano ad alimentare le tensioni di classe. In Cina i vertici del partito hanno promesso di ridurre le disparità di reddito, ma in pratica hanno evitato di fare tutte quelle riforme (lotta alla corruzione, liberalizzazione del settore finanziario) che servirebbero a raggiungere l’obiettivo. I governi europei, oppressi dai debiti, hanno tagliato i programmi di welfare nonostante la disoccupazione in aumento e la crescita stagnante. Nella maggior parte dei casi la soluzione scelta per rimediare al capitalismo è stata introdurre ancora più capitalismo. I creditori di Roma, Madrid e Atene spingono per smantellare le tutele dei lavoratori e per deregolamentare i mercati interni. Lo scrittore britannico Owen Jones, autore di Chavs: the demonization of the working class (Coatti: la demonizzazione della classe operaia) l’ha definita “una guerra di classe dall’alto”.
Sono rimasti in pochi a contrastarla. Il formarsi di un mercato del lavoro globale ha spuntato le armi dei sindacati in tutto il mondo industrializzato. La sinistra, trascinata a destra dall’offensiva liberista di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, non è riuscita a trovare un’alternativa credibile. “Praticamente tutti i partiti progressisti o di sinistra, chi prima e chi dopo, hanno contribuito all’ascesa e all’allargamento dei mercati finanziari e allo smantellamento dei sistemi di welfare per dimostrare di essere capaci di fare le riforme”, osserva Rancière. “Direi che la possibilità che un partito o un governo laburista o socialista, in qualsiasi paese del mondo, possa ripensare in modo significativo – figuriamoci rivoluzionare – il sistema economico esistente è molto esile”. Questo lascia aperta una possibilità inquietante: che Marx abbia diagnosticato non solo le imperfezioni del capitalismo, ma anche gli esiti di queste imperfezioni. Se la politica non troverà il modo di concedere più opportunità a tutti, i lavoratori di tutto il mondo potrebbero unirsi davvero. E Marx si prenderebbe la sua rivincita.
Michael Schuman
- See more at: http://fondazionepintor.net/dibattito/comunismo/timeMarx/#sthash.Uf9jrIic.dpuf

mercoledì 22 gennaio 2014

Liberismo, l'ultima frontiera è la borsa degli organi umani

Autore: fabio sebastiani
                   
E’ il commercio degli organi l’ultima frontiera del liberismo. Si stenta a crederlo ma la proposta di arrivare a una sorta di borsa del corpo umano arriva da un premio Nobel per l’economia, Gary Becker. L'unico modo per aumentare la disponibilita' di reni per i trapianti e' permettere alle persone interessate di vendere un proprio rene, in un vero e proprio mercato con prezzi fissati dall'autorita' pubblica. Il massimo premio scientifico Becker lo ottenne, pensate, per aver dimostrato come le leggi del mercato si applichino anche ad altri campi della vita quotidiana. Il sistema, scrive un editoriale sul Wall Street Journal insieme al collega argentino Julio Elias, sarebbe applicabile anche ad altri trapianti, con pagamenti anche a chi acconsente a farsi espiantare gli organi dopo la morte.

L'articolo parte dalla considerazione che negli Usa la lista di attesa per i trapianti dura 4,5 anni, il doppio rispetto ad appena dieci anni fa, e che le politiche per incentivare i trapianti da consanguinei o i cosiddetti 'trapianti domino', con lo scambio di organi tra membri di famiglie diverse compatibili, non riescono a ridurre le attese e i costi connessi. Nessuno dei metodi in uso oggi e' in grado di eliminare la carenza di reni”, scrivono gli autori. I due si sono anche sbizzarriti a fare qualche calcolo ed hanno scoperto che con un prezzo intorno ai 15mila dollari (11mila euro) il numero di organi disponibili crescerebbe molto senza incidere eccessivamente sul costo del trapianto''.

Gli scettici: "Il mercato non ridurrà le liste di attesa"
Un identico ragionamento, scrivono gli autori, dovrebbe essere fatto per gli altri organi. ''La presunta immoralita' di un mercato degli organi andrebbe confrontata con la possibilita' di evitare la morte dei pazienti in lista d'attesa''. Quelli ricchi, ovviamente. Non e' d'accordo con l'analisi degli economisti Alessandro Nanni Costa, presidente del Centro Nazionale Trapianti. ''Da noi il principio e' totalmente diverso - sottolinea Costa -. Per noi la donazione degli organi deve essere un atto 'libero e gratuito'. Una parte del corpo umano non andrebbe mai venduta, non solo per i principi cristiani ma per qualunque etica. Inoltre, dal punto di vista della sicurezza un mercato sarebbe pericolosissimo, perche' chi vende lo fa sempre per necessita', e questa porta a nascondere eventuali problemi di salute''. Costa e' scettico anche sulla possibilita' che un mercato riduca effettivamente le liste d'attesa. ''C'e' anche un possibile problema di discriminazione, perche' se si mettono in vendita gli organi vengono meno l'universalita' e la gratuita', tra i principali pregi del Sistema Sanitario Nazionale. Il mercato - conclude il presidente del Cnt - non e' la soluzione al problema delle liste d'attesa, che vanno ridotte rendendo consapevoli le famiglie e creando negli ospedali un ambiente che favorisca le donazioni''.

Il traffico illegale
L’Organizzazione mondiale della sanita' stima che almeno il 10% di tutti i trapianti di rene a livello mondiale sarebbe stato frutto di un traffico illegale.
Sono Asia e Sud America, secondo gli esperti, i paesi dove il fenomeno del traffico illegale di organi raggiunge i livelli piu' preoccupanti. Dopo che alcuni paesi come Cinae India hanno introdotto alcuni provvedimenti per arginare il fenomeno le traiettorie si sarebbero spostate verso nuovi paesi come la Colombia, ma anche il Pakistan e le Filippine. Oltre alla Colombia, anche in India la compravendita di organi viaggia sempre di piu' via Internet. Secondo dati recenti, sfruttando le comunita' virtuali di incontro, molto popolari in India e tra gli indiani all'estero, migliaia di persone alimentano il traffico di organi. Negli anni scorsi, e' stato ad esempio calcolato che nel social network Orkut fossero almeno 35 le comunita' nelle quali cercare e vendere soprattutto un rene. I gestori di Orkut precisarono pero' di aver cambiato le regole e cancellato quelle microcomunita' dove esplicitamente si poteva verificare la vendita di organi, che pero', secondo alcuni osservatori, continuerebbe sottobanco.

Tutto quel che (non) ci ha insegnato la crisi

di Vincenzo Comito

 

La crisi scoppiata ufficialmente nel 2007-2008 ci ha insegnato molte cose.
Tra l’altro, essa ci ha svelato chiaramente la reale struttura del potere esistente nelle società occidentali, che è apparso molto concentrato in una ristretta oligarchia politico-industrial-finanziaria; ci ha mostrato anche, altrettanto chiaramente, le crescenti differenziazioni di reddito e di ricchezza che tale struttura genera nei vari paesi. Essa ci ha anche indicato i meccanismi finanziari attraverso i quali cresce e si riproduce in maniera allargata nel tempo.
Si poteva pensare, e molti lo hanno fatto, che la stessa crisi avrebbe spinto le classi dirigenti dei paesi ricchi ad apportare dei mutamenti rilevanti nei meccanismi di funzionamento della macchina finanziaria, che non apparivano chiaramente più adeguati ad una marcia ordinata delle cose; ma tali mutamenti, che pure non sono mancati, sono indubbiamente risultati, almeno sino ad oggi, pochi, tardivi e modesti. Sino a questo momento viene così smentita la indubbia capacità del sistema capitalistico, sempre manifestatasi in passato, di rispondere alle crisi e alle difficoltà con rinnovata energia e mettendo comunque in campo tutte le innovazioni necessarie ad innescare nuovi cicli di accumulazione.
E è forse anche per tale stato delle cose che, negli ultimi tempi, si è sviluppato un dibattito tra gli economisti occidentali, avviato da Larry Summers e sul quale abbiamo a suo tempo fornito qualche informazione su questo stesso sito, sul cosa fare davanti alla stagnazione di lungo periodo che sembra caratterizzare ormai le economie occidentali, al di là di qualche oscillazione congiunturale più o meno favorevole che si manifesta qua e la.
Una serie di notizie molto recenti sul fronte finanziario che vengono dai due lati dell’Atlantico confermano le preoccupazioni; esse vanno dal ritorno in forze dei processi di cartolarizzazione, all’approvazione delle nuove deboli disposizioni in materia di separazione delle attività di banca ordinaria da quelle di banca di investimento, agli altrettanto deboli orientamenti sulla struttura finanziaria delle banche che stanno avanzando in sede di Basilea III, alle stesse astronomiche cifre pagate dalle grandi banche internazionali a fronte della recente ondata di scandali, notizia solo apparentemente positiva.
Il ritorno delle cartolarizzazioni
Per quanto riguarda la prima questione, molti ricorderanno che, all’origine della crisi del sub-prime, stava, tra l’altro, questo meccanismo di prestiti immobiliari fatti irresponsabilmente a chi non avrebbe potuto restituirli e poi però ceduti dalle banche, attraverso le tecniche della cartolarizzazione (incorporazione di tali diritti in titoli negoziabili sul mercato), ad altri investitori. Questo processo provocava, tra l’altro, una totale irresponsabilità in chi concedeva il prestito, perché, sapendo che esso avrebbe potuto essere ceduto facilmente del mercato, la banca che emetteva il titolo non si preoccupava molto della qualità dello stesso. È così che sono proliferati i vari Cdo, Clo, Abs, Mbs e prodotti collegati, di cui tanto male e tanto a lungo si è parlato.
Ora, come ci informa la stampa economica (si veda, ad esempio, The Economist, 2014), i vari strumenti sopra citati stanno tornando in forze sul mercato e tutti, o quasi, ne gioiscono. La stessa Bce e i regolatori bancari di tutto il mondo, come ci informa lo stesso settimanale, appaiono molto contenti.
Alcuni ritocchi migliorativi portati nel frattempo dagli stessi regolatori alle normative in proposito e una maggiore auspicabile attenzione degli investitori, che dovrebbero ricordare le negative esperienze passate ed essere più cauti nelle loro operazioni, non avrebbero però dovuto, a nostro parere, essere sufficienti a provocare tali entusiasmi. Né avrebbero dovuto esserlo le speranze che, con l’aumento delle operazioni di cartolarizzazione, si dia anche una mano alla ripresa dei flussi di credito delle banche verso gli operatori economici.
Va peraltro sottolineato che, nonostante la ripresa dell’attività nel settore, siamo ancora oggi lontani dal raggiungere i livelli di scambio degli anni d’oro, dal 2005 al 2007.
Come è andata a finire con il rapporto Liikanen
Su un altro fronte, in un recente articolo pubblicato su questo stesso sito, in data 7 gennaio 2014, avevamo analizzato il varo definitivo della cosiddetta Volckler rule negli Stati Uniti e avevamo sottolineato i molti problemi che la formulazione della nuova normativa comportava. Ma qualche tempo fa (Barker, 2014) sono stati anticipati sui media i contorni del progetto equivalente messo a punto dall’Unione Europea e siamo quasi sconcertati per la pochezza dello stesso, ancora più riduttivo delle norme statunitensi.
Tutto era cominciato da noi qualche tempo fa, nel 2012, con la presentazione del Liikanen Report, dal nome del governatore della banca centrale finlandese che era stato nominato presidente della commissione che doveva studiare la questione. Il rapporto finale si sforzava, sia pure con qualche limitazione, di suggerire il perseguimento del principio della netta separazione tra attività di banca commerciale e attività di speculazione in proprio con i soldi dei correntisti.
Ma alle conclusioni del rapporto si sono a suo tempo opposte non solo molte banche, ciò che era del resto prevedibile, ma anche la Germania e la Francia. Va sottolineato come, in generale, sin dall’inizio la presidenza Hollande si sia caratterizzata come molto sensibile ai desideri del mondo della finanza.
Così le lobbies finanziarie hanno avuto un gioco facile nel riuscire a far modificare in peggio il primitivo rapporto Liikanen.
In sintesi, con la riforma le banche europee non saranno automaticamente obbligate a separare le operazioni di prestito da quelle di trading. Tra l’altro viene concessa ampia discrezione alle autorità di controllo nazionali nell’applicazione delle normative.
In ogni caso viene fornita nel progetto una definizione molto restrittiva sul tipo di operazioni di proprietary trading che verrebbero proibite.
Come ha correttamente commentato un parlamentare verde tedesco, le nuove regole rischiano di non avere nessun effetto sul settore bancario, se non quello di aggiungere ulteriore burocrazia alla gestione delle operazioni.
E lasciamo da parte le nuove, inaccettabili regole sugli hedge fund e sui fondi di private equity su cui ha scritto in data 7 gennaio 2014 Andrea Baranes su questo stesso sito.
Le nuove regole di Basilea
È noto come da tempo il comitato di Basilea stia approntando le nuove normative in tema di struttura finanziaria delle banche, in particolare per quanto riguarda i capital ratio ( rapporto tra i mezzi propri e il totale delle attività ponderate per il rischio), i leverage ratio (rapporto tra mezzi propri e totale attività), i liquidity ratio (che misurano la capacità di un istituto di far fronte ai suoi impegni finanziari di breve termine). È noto peraltro che i nuovi orientamenti entreranno in vigore solo fra parecchi anni.
È pronto ora un rapporto sulle modalità di calcolo dei leverage ratio. Intanto non sappiamo ancora a quale livello preciso sarà fissato lo stesso indice, ma si presume che esso verrà determinato nella misura del 3,0 per cento delle attività, misura sicuramente troppo bassa. Un tale rapporto significherebbe infatti che le banche potrebbero finanziarsi con 3 euro di capitale ogni 97 euro di debiti. Gli americani, che stanno come al solito lavorando al problema per conto loro, dovrebbero in realtà fissarlo ad un livello abbastanza più elevato, mentre da varie parti si chiede che esso lo sia ad un valore di almeno il 10%.
Ma sono pronte le misure per definire i criteri di calcolo dell’indice ed esse, come veniamo informati (Fleming, Chon, 2014), appaiono deludenti. Le lobbies bancarie hanno fatto ancora una volta un buon lavoro. In effetti, vengono molto allentati i criteri per calcolare il peso dei derivati e di altre operazioni finanziarie sul totale delle attività; da notare che tali voci costituiscono una parte quantitativamente molto importante dei bilanci bancari.
Gli accordi tra autorità statunitensi e grandi banche
L’ultima notizia fa riferimento agli accordi in via di definizione tra le autorità statunitensi ed una serie di grandi banche per far sì che queste ultime rispondano finanziariamente delle pratiche scorrette a suo tempo portate avanti sul fronte delle operazioni sub-prime. Già la JPMorgan ha accettato di pagare oltre 13 miliardi di dollari per chiudere l’affare. Ora altri grandi istituti, secondo notizie di stampa, si apprestano a dare il loro contributo ed alla fine le penalità complessive che le banche presenti nel paese dovrebbero pagare potrebbero arrivare alla somma astronomica di 50 miliardi di dollari.
Tutto bene allora? Certamente no. Ci sono almeno due osservazioni da fare. La prima è quella che le somme citate verranno facilmente assorbite nei bilanci delle grandi banche, che negli ultimi anni hanno ripreso a fare grandi profitti e comunque esse saranno al massimo a carico degli azionisti degli istituti e non dei responsabili in prima persona dei fatti. La seconda è quella che i grandi manager degli stessi, che hanno a suo tempo sviluppato le operazioni incriminate, restano per la gran parte al loro posto, vedono i loro bonus crescere nel tempo e non sono chiamati sostanzialmente a pagare penalmente per le loro azioni.
Alla fine ha pagato solo Harry Madoff, che gestiva soltanto una piccola boutique finanziaria.


Testi citati nell’articolo
-Barker A., Europe set to soften bank split reform, Financial Times, 6 gennaio 2014
-Fleming S., Chon, G., Banks win Basel concessions on debt rules, www.ft.com, 12 gennaio 2014
-The Economist, The return of securitisation, 11 gennaio 2014

martedì 21 gennaio 2014

Cuperlo


Ho scritto al segretario Matteo Renzi. Per comunicargli che mi dimetto da presidente dell'assemblea nazionale del PD. Ecco il testo della lettera:

Caro Segretario, dal primo minuto successivo alle primarie ho detto due cose: che quel risultato, così netto nelle sue dimensioni e nel messaggio, andava colto e rispettato, e che da parte mia vi sarebbe stato un atteggiamento leale e collaborativo senza venir meno alla chiarezza di posizioni e principi che, assieme a tante e tanti, abbiamo messo a base della nostra proposta congressuale. Ho accettato la presidenza dell’Assemblea nazionale con questo spirito e ho cercato di comportarmi in modo conseguente. Prendendo parola e posizione quando mi è sembrato necessario, ma sempre nel rispetto degli altri a cominciare da chi si è assunto l’onere e la responsabilità di guidare questa nuova fase. Nella direzione di ieri sono intervenuto sul merito delle riforme e sul metodo che abbiamo seguito. Ho espresso apprezzamento per l’accelerazione che hai impresso al confronto e condiviso il traguardo di una riforma decisiva per la tenuta del nostro assetto democratico e istituzionale. Non c’era alcun pregiudizio verso il lavoro che hai svolto nei giorni e nelle settimane passate. Lavoro utile e prezioso, non per una parte ma per il Paese tutto. Ho anche manifestato alcuni dubbi – insisto, di merito – sulla proposta di nuova legge elettorale. In particolare gli effetti di una soglia troppo bassa – il 35 per cento – per lo scatto di un premio di maggioranza. Di una soglia troppo alta – l’8 per cento – per le forze non coalizzate e di un limite serio nel non consentire ancora una volta ai cittadini la scelta diretta del loro rappresentante. Dubbi che, per altro, ritrovo autorevolmente illustrati stamane sulle pagine dei principali quotidiani da personalità e studiosi ben più autorevoli di me. Infine ho espresso una valutazione politica sul metodo seguito nella costruzione della proposta e ho chiuso con un richiamo a non considerare la discussione tra noi come una parentesi irrilevante ai fini di un miglioramento delle soluzioni. Nella tua replica ho ascoltato la conferma che le riforme in discussione rappresentano un pacchetto chiuso e dunque – traduco io – non emendabile o migliorabile pena l’arresto del processo, almeno nelle modalità che ha assunto. Sino ad un riferimento diretto a me e al fatto che avrei sollevato strumentalmente il tema delle preferenze con tutta la scarsa credibilità di uno che quell’argomento si è ben guardato dal porre all’atto del suo (cioè mio) ingresso alla Camera in un listino bloccato. E’ vero. Per il poco che possano valere dei cenni personali, sono entrato per la prima volta in Parlamento nel giugno del 2006 subentrando al collega Budin che si era dimesso. Vi sono rientrato da “nominato” nel 2008 e nuovamente nel listino da te rammentato a febbraio di un anno fa. La mia intera esperienza parlamentare è coincisa con la peggiore legge elettorale mai concepita nella storia repubblicana. Sarebbe per altro noioso per te che io ti raccontassi quali siano stati la mia esperienza e il mio impegno politico prima di questa parentesi istituzionale. Però la conosco io, e tanto può bastare. Quanto al consenso non so dire se in una competizione con preferenze ne avrei raccolte molte o poche. So che alcuni mesi fa, usando qualche violenza al mio carattere, mi sono candidato alla guida del nostro partito. Ho perso quella sfida raccogliendo però attorno a quella nostra proposta un volume di consensi che io considero non banali. Comunque non è questo il punto. Il punto è che ancora ieri, e non per la prima volta, tu hai risposto a delle obiezioni politiche e di merito con un attacco di tipo personale. Il punto è che ritengo non possano funzionare un organismo dirigente e una comunità politica – e un partito è in primo luogo una comunità politica – dove le riunioni si convocano, si svolgono, ma dove lo spazio e l’espressione delle differenze finiscono in una irritazione della maggioranza e, con qualche frequenza, in una conseguente delegittimazione dell’interlocutore. Non credo sia un metodo giusto, saggio, adeguato alle ambizioni di un partito come il Pd e alle speranze che questa nuova stagione, e il tuo personale successo, hanno attivato. Tra i moltissimi difetti che mi riconosco non credo di avere mai sofferto dell’ansia di una collocazione. Ieri sera, a fine dei nostri lavori, esponenti della tua maggioranza hanno chiesto le mie dimissioni da presidente per il “livore” che avrei manifestato nel corso del mio intervento. Leggo da un dizionario on line che la definizione del termine corrisponde più o meno a “sentimento di invidia e rancore”. Ecco, caro Segretario, non è così. Non nutro alcun sentimento di invidia e tanto meno di rancore. Non ne avrei ragione dal momento che la politica, quando vissuta con passione, ti insegna a misurarti con la forza dei processi. E io questo realismo lo considero un segno della maturità. Non mi dimetto, quindi, per “livore”. E neppure per l’assenza di un cenno di solidarietà di fronte alla richiesta di dimissioni avanzata con motivazioni alquanto discutibili. Non mi dimetto neppure per una battuta scivolata via o il gusto gratuito di un’offesa. Anche se alle spalle abbiamo anni durante i quali il linguaggio della politica si è spinto fin dove mai avrebbe dovuto spingersi, e tutto era sempre e solo rubricato come “una battuta”. Mi dimetto perché sono colpito e allarmato da una concezione del partito e del confronto al suo interno che non può piegare verso l’omologazione, di linguaggio e pensiero. Mi dimetto perché voglio bene al Pd e voglio impegnarmi a rafforzare al suo interno idee e valori di quella sinistra ripensata senza la quale questo partito semplicemente cesserebbe di essere. Mi dimetto perché voglio avere la libertà di dire sempre quello che penso. Voglio poter applaudire, criticare, dissentire, senza che ciò appaia a nessuno come un abuso della carica che per qualche settimana ho cercato di ricoprire al meglio delle mie capacità. Auguro buon lavoro a te e a tutti noi. Gianni

domenica 19 gennaio 2014

Intervista a Marx

Lo storico Donald Sassoon ha provato a contattare nell’aldilà l’autore del “Capitale”. Il risultato è uno sguardo sull’oggi: ironico, ma non solo


di DONALD SASSOON
- larepubblica -
Allora, dottor Marx, lei è davvero messo in soffitta adesso, o no? Quindici anni fa le sue teorie dominavano mezzo mondo. Adesso cosa rimane? Cuba? La Corea del Nord?

«Le mie “teorie”, come le chiama lei, non hanno mai “dominato”. Ho avuto dei seguaci che non mi sono scelto o cercato, e per i quali ho meno responsabilità di quante ne abbiano Gesù per Torquemada o Maometto per Osama bin Laden. I seguaci che si nominano da soli sono il prezzo del successo. La maggior parte dei miei contemporanei ci metterebbe la firma per essere “in soffitta” come lei pensa io sia. Scrissi che la questione era non di spiegare il mondo, ma di cambiarlo. E quanti eminenti vittoriani hanno fatto altrettanto?».
Ok. Nessuno sottovaluta la sua fama. Ma su questo deve essere d’accordo: il marxismo non è più quello di un tempo…
«In realtà il mio lavoro non è mai stato importante come adesso. Negli ultimi cinquant’anni ha conquistato le università dei Paesi più avanzati del mondo. Storici, economisti, politologi e anche, con mia grande sorpresa, alcuni critici letterari si sono tutti dati alla concezione materialista. La storia più interessante prodotta attualmente in Europa e negli Stati Uniti è più “marxistica” che mai. Basta andare alle convention della American Social Science History Association, che io visito regolarmente da spettro. Lì si esamina attentamente l’interconnessione di strutture istituzionali e politiche e del mondo della produzione. Parlano tutti di classi, strutture, determinismo economico, rapporti di potere, oppressi e oppressori. E fanno tutti finta di avermi letto – un chiaro segno di successo».
Calma. Andiamo avanti. Devo chiederle questo: l’Unione Sovietica, i gulag, il terrore comunista.
«Me l’aspettavo. Devo ammettere di essere vanitoso come chiunque altro e che tutto questo culto della personalità e venerazione di Marx mi ha toccato. Mi solleticava il vedere la mia faccia sulle banconote della vecchia DDR e una Marxplatz in ogni città prussiana. Certo, grazie alle abilità di marketing di Engels, gli sforzi di Bernstein e di quel noiosone di Kautsky, subito dopo la mia morte divenni il grande guru del movimento socialista. Di conseguenza gli occidentalizzatori russi mi presero sul serio come l’elettricità. Così non mi sorpresi quando Lenin decise di trasformarmi nella Bibbia. Lenin era un politico intelligente con un buon istinto. Ma era anche un fondamentalista determinato a trovare nel mio lavoro la giustificazione per qualunque cosa volesse fare. Inventò il “marxismo” man mano che andava avanti. Questa detestabile abitudine, tipica delle religioni da tempo immemorabile, si sparse ovunque. Cominciai ad avere la sensazione che anche le mie liste della spesa fossero arruolate al servizio di questa o quella fazione del movimento. Prenda il concetto di “dittatura del proletariato”. Era una formula che avevo escogitato per suggerire, seguendo l’antico uso dei Romani, un governo eccezionale in tempo di crisi. Avrò usato quest’espressione non più di una decina di volte in vita mia. Non le sto a dire la sorpresa quando la vidi riemergere come idea centrale del marxismo, usata per giustificare il regime a partito unico. Che posso dire? E fui abbastanza sorpreso quando la prima cosiddetta rivoluzione socialista, tra tutti i popoli, avvenne in un Paese così profondamente primitivo e governato da slavi. Quello che stavano facendo i bolscevichi era compiere la rivoluzione borghese che la borghesia russa era troppo esigua e stupida per compiere. I comunisti usarono lo Stato per creare un sistema industriale moderno. Se questa è “dittatura del proletariato”…».
E a proposito dei suoi primi scritti sull’alienazione? I manoscritti del 1844 erano famosi negli anni Sessanta. Vi si vedeva un’attinenza col mondo contemporaneo.
«Sciocchezze. La ragione per cui non li pubblicai era perché erano sproloqui irrilevanti. È ovvio che l’intellighenzia piccolo borghese disillusa ci sarebbe andata a nozze. Sono una perdita di tempo».
Dunque non pensa che il suo rapporto con Hegel…
«Oddio, Hegel! Le dirò un segreto. Non ho mai veramente letto se non nel modo più superficiale, la
Fenomenologia dello spirito di Hegel o la sua Logica. La vita è troppo breve».
Che ne pensa del socialismo di oggi?
«È stato in coma per molto tempo. Ha raggiunto il suo scopo: civilizzare il capitalismo nella sua terra d’origine. Non gli si poteva chiedere di più. Adesso si sta estinguendo serenamente. Anche il comunismo è crollato, ora che ha raggiunto il suo, di scopo: la costruzione del capitalismo. Lo hanno capito bene in Cina, dove si giocherà il prossimo secolo. In Russia, dove stiamo assistendo alla transizione da lumpen- comunismo a lumpen-capitalismo, è un altro discorso. Ma cosa vuole mai costruire con i russi? Uno deve leggere i loro romanzi, ascoltare la loro musica, ma per quel che riguarda un’economia solida…».
E Blair, la terza via?
«Davvero devo esprimermi su gente del genere? Dire che la storia li dimenticherà è troppo. Non se ne accorgerà nemmeno. E questo mostra quanto siete scesi in basso. Ai miei tempi ce la vedevamo con Bismarck, Lincoln, Gladstone e Disraeli… Veri nemici ».
E l’America?
«Mi sono sempre piaciuti gli yankee: niente feudalesimo, niente tradizioni imbelli. Un sacco di ipocrisia e religione, certo. Ma escono in qualche modo più forti da ogni crisi capitalista. Un fantastico sistema di governo: democrazia truccata, elezioni truccate, sistema politico truccato, circondato da impostori e gretti avvocati. Questo consente al business di svolgere il proprio compito, comprare i candidati, una tangente qui, una tangente là. La gente non è coinvolta. La metà se ne frega di votare. Per l’altra metà la politica è un innocuo divertimento, come guardare Chi vuole essere milionario?».
E lei? Come passa il tempo?«Io? Mi diverto. Con Friedrich giochiamo su internet. Lo sapeva che “Karl Marx” dà più di quattro milioni di risultati su Google? Abbiamo entrambi molti amici su Facebook e molti che ci seguono su Twitter».
Traduzione di Leonardo Clausi © 2014 Lit Edizioni Srl

Blog curato da ...

Blog curato da ...
Mob. 0039 3248181172 - adakilismanis@gmail.com - akilis@otenet.gr
free counters