Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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lunedì 7 marzo 2011

Libia, una tragedia se noi mondo libero facciamo la guerra per imporre la pace come in Afghanistan, come in Iraq.


E dalle basi della Sicilia partirebbero gli aerei per bombardare le città in mano a Gheddafi. Inevitabili gli "effetti collaterali", migliaia di vittime civili, ma gas e petrolio finalmente sicuri senza inchini e baciamano. Chissà se i libici continueranno ad avere un triste ricordo degli italiani.
Libia, una tragedia se noi mondo libero facciamo la guerra per imporre la pace come in Afghanistan, come in Iraq
di Raniero La Valle. Fonte: arcoiris
È evidente che non bisogna invadere la Libia, non mandare commandos di paracadutisti, non ripetere l’orrore della “no fly zone” che fu il massimo simbolo della prepotenza occidentale contro l’Iraq, che vuol dire guerra certa e che del resto la Lega araba non vuole. È evidente che i libici Gheddafi se lo devono cacciare da soli, come ogni popolo da solo deve cacciare i suoi governanti felloni.

Però il problema della Libia, della Tunisia, dell’Egitto, è tutto lì, come ormai da troppo tempo è lì il problema di Israele e della Palestina, di cui in nessun modo si riesce a venire a capo. Si può lasciare che questo grande dramma mediterraneo, che è anche un passaggio d’epoca, si svolga senza che da parte dell’Italia, dell’Europa, dell’Occidente, ci sia uno straccio d’idea, un progetto, una cultura per affrontarlo?
Dovrebbe cominciare proprio l’Italia, se fosse ancora un Paese che avesse un governo serio, e avesse una politica estera. Ha perfettamente ragione il ministro Maroni quando dice che la marea di profughi è tale che non la si può considerare solo un problema dell’Italia, né tanto meno di Malta, ma che è un problema dell’Europa. Sì, ma quale Europa? Si può pensare che l’Irlanda, o la Danimarca, o la Polonia, possano sentire il problema della ridislocazione delle popolazioni mediterranee come lo possono sentire i Paese rivieraschi, l’Italia, la Spagna, la Grecia?
È chiaro che il problema è soprattutto nostro. E che per affrontarlo dobbiamo fare appello alla nostra vocazione, alla nostra vicenda culturale e religiosa, alla nostra storia, che è prima di tutto e felicemente mediterranea.

Il Mediteraaneo, ecco la categoria che deve essere chiamata in causa per dare una risposta alta, non emergenziale, non difensiva, ma propositiva e di lunga prospettiva alla crisi che si è aperta sulle sue sponde africane e mediorientali, perché il Mediterraneo, come ha detto Andrea Camilleri, è appena una vasca, e noi tutti che gli siamo intorno, siamo seduti sull’orlo, e perciò dobbiamo metterci d’accordo, dobbiamo essere noi, da una parte e dall’altra del bordo, a decidere insieme il destino della vasca e dei popoli che vi si affacciano.

Ma non lo possiamo fare cedendo al vecchio riflesso colonialistico. Un deputato di Comunione e Liberazione, prodigo di assoluzioni al governo, ha detto in TV che invece di guardare al passato, per deprecare il bacio di Berlusconi a Gheddafi, dovremmo volgerci al futuro, facendo del risveglio delle popolazioni arabe una grande occasione per noi. “Per noi”? Ma non dovrebbe essere una grande occasione per loro?

Qui davvero si misura la nostra capacità di immaginare un mondo non più occidentale ed eurocentrico. Dovremmo riuscire a spostare il fulcro della nostra azione politica (non delle nostre “missioni di pace”) verso il Sud del mondo, dove sta cominciando il futuro. Il Mediterraneo, nostra origine ma anche nostro destino può essere, se lo sappiamo ascoltare, il nostro vettore in questa direzione. Dopo il grande sommovimento della guerra mondiale, i nostri padri si inventarono l’Europa. Ora che il mondo sta cercando nuovi assetti e nuovi equilibri, dal Brasile all’Africa alla Cina, noi dovremmo inventarci la Comunità mediterranea, formata dai popoli che il Mediterraneo ha fin qui unito e diviso.

Negli anni 80 il Parlamento italiano propose, per risolvere il conflitto mediorientale, di far entrare simultaneamente lo Stato d’Israele e uno Stato palestinese nella Unione Europea. Era una speranza troppo corta. Non si tratta di portare pezzi di mondo in Europa, ma di aprire l’Europa alla nuova realtà del mondo e farne uno strumento del suo progresso. Promuovere un’Unione mediterranea che abbracci i popoli rivieraschi dell’Italia e della Libia, del Maghreb e della Francia, dell’Egitto e della Grecia, di Israele e della Palestina, della Croazia e del Libano, può essere un passo decisivo per ricomporre l’unità del mondo su uno dei confini più accesi delle famose “guerre di civiltà”, e per avviare un nuovo ordine geo-politico nelle relazioni internazionali, non più solo modellato dalla potenza e dal denaro, ma plasmato dalla politica e dal diritto.

Padre Balducci diceva che dovevano tornare le caravelle, in un movimento inverso dal Sud verso il Nord. Oggi si potrebbe dire che dovrebbero tornare le galee veneziane e pisane e le navi dei crociati, per fare del Mediterraneo un mare di libertà, un invaso di diritti e un oceano di pace.

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