di ANDREA FUMAGALLI
Viviamo un periodo strano, quasi sospeso. Quasi fossimo in attesa di una deflagrazione che potrebbe avvenire da un momento all’altro (o forse mai?). Trascorsa una delle estati più povere e brevi degli ultimi anni, stretti nella morsa della crisi, l’autunno comincia con l’attesa, non solo dell’esito delle elezioni americane d’inizio novembre e delle sorti dell’Europa. E nello stesso tempo la nuova stagione segna la fine di un ciclo per quanto riguarda il lavoro e il processo di precarizzazione. La governance tecno-economica gioca contemporaneamente su più fronti. Da un lato, le politiche di austerity, con il loro carico nefasto di tagli al welfare, privatizzazioni, aumenti dell’Iva e delle imposte sui beni di prima necessità (vedi benzina), ci consegnano a un futuro di recessione, impoverimento e svalorizzazione della vita; dall’altro, assistiamo all’avvento del definitivo degrado, per via istituzionale e giuridica, della condizione di lavoro. Prima il collegato-lavoro del dicembre 2010 (che riduce sempre più lo spazio per il riconoscimento, per via di vertenza, dei pochi diritti del lavoro ancora esigibili), poi la riforma Fornero sulle pensioni e sul mercato del lavoro (con l’allungamento forzoso della vita lavorativa, la liberalizzazione dei contratti a termine e lo smantellamento dell’articolo 18, accompagnati da una non meglio precisata promessa di un qualche intervento minimo sugli ammortizzatori sociali e sulla loro eventuale estensione), hanno portato a compimento il processo di precarizzazione dell’attività lavorativa. Un processo iniziato nel 1984, una volta sconfitte le lotte sociali di fabbrica che avevano innervato il decennio precedente, che vanta come padrini sia le organizzazioni padronali che quelle sindacali, sia i partiti di centro-destra che i partiti di centro-sinistra.
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Sappiamo che nel corso di questi trent’anni, la precarietà è diventata la forma del rapporto capitale-lavoro e ha assunto connotati che vanno oltre la semplice dimensione lavorativa. Essendo venute meno le tradizionali dicotomie che regolavano e definivano la governance del lavoro fordista (produzione – riproduzione; produzione – consumo; tempo di lavoro – tempo di non lavoro; reddito – salario), oggi la condizione precaria è esistenziale, generale, strutturale. Il che significa che non è più possibile pensare di “abolire” la precarietà all’interno degli attuali assetti economici e proprietari. Con questo intendiamo affermare che qualunque intervento abbia come fine di “riformare” la condizione di precarietà senza porsi il problema del superamento dei fattori di sfruttamento economico e di vita (quindi capitalistici), che l’hanno resa “strutturale”, sono destinati alla sconfitta.La precarietà definisce, infatti, una condizione dell’esistenza. Una condizione che presenta alcuni tratti comuni ed omogenei, pur esplicitandosi in condizioni lavorative e soggettive molto differenziate. Le caratteristiche comuni sono le seguenti. Sul piano economico-professionale: incertezza di carriera, intermittenza di reddito, dipendenza economica. Sul piano psico-soggettivo: autorepressione, individualismo comportamentale, egocentrismo, senso d’impotenza, illusione di emergere nel differenziarsi, stress psico-fisico, sindrome di accerchiamento. Tali tratti comuni sono comunque soggettivamente percepiti in modo diverso a livello individuale, a seconda della storia e dell’esperienza personale e culturale di ciascuno e ciascuna. La condizione precaria non è oggi ancora in grado di definire una classe “precaria”, poiché non può esistere un processo omogeneo di presa di coscienza. Diversamente da quanto avveniva per il lavoro manuale nell’epoca fordista, laddove era la condizione oggettiva di lavoro – in quanto “esterna” alla persona – a determinare il livello di coscienza di sé, nel bio-capitalismo cognitivo, la prestazione lavorativa viene quasi totalmente interiorizzata. Così la presa di coscienza o è auto-coscienza o non è. Di conseguenza, la consapevolezza della propria condizione di precarietà non può oggi nascere che dall’analisi critica di sé, sino alla messa in discussione della propria vita: ovvero, dal riconoscimento della propria “complicità” e “partecipazione” nel sistema di controllo biopolitico dei corpi e delle menti. In un simile contesto, il processo di coscienza può avvenire al di fuori della condizione strettamente lavorativa e presuppone un processo di soggettivazione degli individui che passa attraverso l’“infedeltà” al lavoro, propagandata dalla retorica professionalista e meritocratica. Processi di soggettivazione che si spostano dall’ambito del lavoro e che si applicano sempre più e sempre meglio alla mappatura della nostra vita lavorata. Processi atti a decodificare, a decostruire e a distruggere il messaggio che prova a ipnotizzarci. Processi propedeutici a nuove forme di conflitto che dobbiamo attrezzarci ad affrontare nel prossimo futuro.
