Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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lunedì 6 agosto 2012

La guerra di Siria e gli strani amici

- senzasoste -
Aleppo sembra diventare la Bengasi di Siria. Bombardamenti ed evacuazioni, profughi e propaganda, controffensiva e mercenari. La guerra di Siria prova l’allungo sull’onda dell’indifferenza generale dell’opinione pubblica e la complicità delle cancellerie europee e statunitense che hanno dato semaforo verde al cosiddetto Esercito libero siriano, armato e finanziato da Qatar e Arabia Saudita allo scopo di rovesciare il regime alawita-sciita d’ispirazione baathista guidato dalla dinastia Assad.
Le monarchie del Golfo non sono mai state esempi di democrazia per nessuno, e il fatto che i loro regimi sanguinari ed oppressivi non vengano menzionati negli annuali rapporti con i quali il governo Usa e le sue controllate (Freddom House su tutte) elencano i paesi identificati come dittature, dipende solo dal fatto che i dollari e il petrolio sui quali si poggiano permettono agli Usa lauti ingressi e, soprattutto, la presenza militare sul crocevia delle rotte del petrolio.
Successivamente sarà la volta del Libano (perché anche Israele chiede la sua parte di bottino) ma l’obiettivo finale è l’Iran. Cacciare Ahmadinejiad e gli Ayatollah non risponde ad un inedito sentimento libertario occidentale, ma alle quotazioni del greggio una volta che anche le riserve iraniane, dopo quelle libiche, saranno nelle disponibilità delle monarchie del Golfo. Più che l'indice di democrazia è l’indice del Brent quello che muove le pedine dell’Occidente.
L’intenzione delle monarchie del Golfo è però anche quella di sbarazzarsi della Siria così come si sono sbarazzati dell’Iraq prima e della Libia poi. Per azzerare quanto restava (pur se in una versione ormai macchiettistica) della storia del panarabismo, serviva e serve distruggere qualunque impronta laica nei governi arabi, consegnando così ogni possibile sogno di riscatto alla dimensione religiosa e non a quella politica dell’unità continentale. Cominciarono con i Talebani che mossero guerra al primo governo laico della storia dell’Afghanistan, proseguirono con i combattenti islamici in Bosnia-Herzegovina e, da allora, è stato un crescendo di pressioni politiche, finanziamenti ed armi in ogni luogo del pianeta, per ogni focolaio di terrorismo o guerriglia che avesse come obbiettivo finale la caduta dei regimi laici ovunque si trovassero.
Le mani saudite sull’11 settembre sono note e arcinote, soprattutto agli Stati Uniti che hanno dapprima subito e poi cinicamente e sapientemente utilizzato l’attacco alle Torri gemelle. Sull’onda dello sconcerto e del dolore internazionale, hanno deciso di muovere le loro pedine per liberarsi dei nemici dei loro amici, lanciando guerre ed offensive diplomatiche, embarghi e istruttori dei guerriglieri islamici mentre al mondo intero proclamavano la guerra al terrore. La consegna ai satrapi sauditi degli equilibri regionali è, in qualche modo, il chip da pagare al controllo dei flussi di petrolio del pianeta e al focolaio politico più pericoloso.
Non c’è quindi da stupirsi se la punta di diamante dei combattenti antigovernativi in Siria sia Al-queda. E’ lei la longa manus delle monarchie del Golfo, la mano occulta del loro desiderio espansionista. In un reportage pubblicato ieri dal Guardian, si legge che Al Qaida opera al fianco dei ribelli siriani nell' est della Siria, mettendo a disposizione la propria esperienza in ordigni e autobomba. Il corrispondente del quotidiano britannico dalla provincia di Deir Ezzor ha incontrato i combattenti che hanno lasciato l' Esercito libero siriano per unirsi ai jihadisti, definiti “ghuraba' a” (stranieri).
I combattenti di al Qaida cercano però di nascondere la loro presenza. "Alcune persone hanno paura di sventolare la bandiera nera - ha raccontato al quotidiano britannico Abu Khunder, comandante di una brigata di jihadisti - temono che l' America decida di intervenire per combattere contro di noi. Per questo combattiamo in segreto. Perché fornire a Bashar (al Assad) e all'Occidente un pretesto?". Tuttavia, ha puntualizzato, i combattenti di al Qaida operano a stretto contatto con il consiglio militare che comanda le brigate dell' Esercito libero siriano nella regione: "Ci incontriamo quasi ogni giorno. Abbiamo chiare istruzioni dalla nostra leadership sul fatto che se l'Esercito libero siriano ha bisogno del nostro aiuto dobbiamo intervenire. Li aiutiamo con ordigni e autobomba. La nostra specialità sono le operazioni con ordigni esplosivi". "All'inizio eravamo in pochi - ha aggiunto - ora, grazie ad Allah, ci sono immigrati che si stanno unendo a noi, portando la loro esperienza. Uomini provenienti da Yemen, Arabia Saudita, Iraq e Giordania". L'obiettivo di al Qaida è "creare uno Stato islamico e non uno Stato siriano", ha concluso. Già ieri, al Jazeera e il New York Times avevano riferito di un crescente ruolo dei jihadisti stranieri nella guerra in atto in Siria.
Il film sembra quindi essere lo stesso di quello proiettato sugli schermi libici. Al-Queda mette a disposizione bombe, denaro e guerriglieri, ma evita la prima fila, dal momento che di fronte alla cattura di alcuni di loro o, comunque, all’evidenza del ruolo giocato nel conflitto, difficilmente l’Occidente potrebbe continuare a sostenere la rivolta armata. In Siria, così come avvenne in Libia, ci furono rapporti elaborati dalla CIA che lanciavano l’allarme circa la penetrazione di Al-Queda nelle file degli insorti, ma vennero rapidamente silenziati: la conquista dei pozzi per francesi e inglesi era decisamente più importante e una quota di bottino andava garantita anche agli europei.
Che avevano combattuto “gratis” in Afghanistan e Iraq: non si poteva recedere, se non si voleva rischiare l’abbandono dello scenario afgano e iracheno da parte di Parigi e Londra. In un cordiale scambio dei ruoli, in Libia prima e in Siria ora, francesi e britannici sono in prima linea ad addestrare i rivoltosi, a realizzare le operazioni di intelligence, i sabotaggi e gli attacchi mirati, a organizzare la guerriglia e a fornire ogni armamento necessario, mentre gli Stati Uniti hanno un profilo basso, si muovono sul terreno diplomatico e politico ma hanno sul terreno un impatto ridotto (non inesistente, si badi bene).
E dal momento che una guerra non si vince senza propaganda bellica, gli stessi canali d’informazione su cui si lavora per gonfiare con la propaganda le cause e gli effetti della guerra civile sono parte fondamentale della strategia. Dal momento però che serve offrire un’immagine di guerra civile a quello che invece è un conflitto internazionale tra una coalizione e uno Stato, a parlare al mondo intero di cosa succeda in Siria è l’Osservatorio per i diritti umani in Siria, cioè l’ufficio stampa e propaganda dei combattenti islamici, che viene supportato con ogni mezzo dall’emittente Al-jazeera, tv degli emiri che finanziano i guerriglieri.
Non c’è spazio per obiettare o controbattere a quanto da Londra viene quotidianamente fornito: la propaganda islamica è l’unica fonte per i media nostrani. Nemmeno provare a contare le vittime: se lo si facesse, si scoprirebbe che sommando i numeri dall’inizio del conflitto, praticamente la Siria dovrebbe essere ormai appena più popolata del deserto.
Certo non si può non notare come essere amici degli Usa non porta alla lunga a grandi risultati. Erano amici degli Usa i Talebani che combattevano in Afghanistan contro i sovietici; lo erano gli iraniani che fornivano di armi i contras contro i sandinisti; lo erano i combattenti islamici in Bosnia che combattevano contro i serbi; era amico degli Usa Saddam Hussein così come lo era divenuto Gheddafi ed era diventato Assad che aveva accettato di torturare i prigionieri delle renditions statunitensi dopo l’11 Settembre. Davvero non c’è niente di più incerto che le amicizie nello scacchiere del dominio globale.
Fabrizio Casari
tratto da http://www.altrenotizie.org
3 agosto 2012

lunedì 30 aprile 2012

Siria. La disinformazione incalza.

La fabbrica siriana delle news
Fonte: marinella correggia - il manifesto - dirittiglobali -
- Cuba ha di nuovo chiesto all'Onu una commissione di inchiesta sui bombardamenti Nato in Libia e ha denunciato la guerra mediatica in atto contro la Siria.
Alla narrazione sulla violenza che insanguina il Paese da parte mezzi d'informazione internazionali Martin Hatchoun, inviato cubano di Prensa Latina, in Siria da sei mesi, non crede.
Come non ci credono le due organizzazioni internazionali, il World Peace Council e la World Federation of Democratic Youth (Wfdy), che nei giorni scorsi hanno visitato la Siria su invito dell'Unione nazionale degli studenti (Nuss), con 29 delegati proveniennti da 24 paesi (Cuba, Venezuela, Sudafrica, India, Nepal, Russia, Belgio, Italia, ecc.).
Martin Hatchoun racconta alcuni episodi che danno l'idea della grande confusione. Anche terminologica: «Gli oppositori sono sempre chiamati attivisti per i diritti; e anche se sono armatissimi, sono sempre messi nella categoria dei civili».
Le bugie che circolano sono di tutti i tipi e contano sul fatto che una volta dette, rimangono depositate ed è difficile smentirle. «Nel quartiere Mezzeh nel quale abitavo - racconta Hatchoun un'operazione molto precisa delle forze di polizia contro un appartamento che ospitava cellule armate e che è stato l'unico danneggiato dalle sparatorie, è diventata sui media internazionali - primo lancio Reuters - una manifestazione repressa nel sangue.
Per massacri come quello di Karm Zeitoun a Homs è stata attribuita la responsabilità all'esercito, ma la notizia che questo in realtà era falso non è mai circolata». Oppure - prosegue il giornalista - « Al Jazeera intervista un "osservatore dell'Onu" il quale spiega della grande crudeltà del regime. Ma se la stessa Lega Araba smentisce il ruolo dell'uomo, chi se ne accorge?».
Bugie di tutti i tipi Un caso che ha colpito molto i media è stato quello della piccola Afef, di pochi mesi soltanto: secondo l'opposizione e molti mezzi d'informazione era morta in carcere per le torture. «Solo che la madre, di Homs, ha spiegato pubblicamente che la bambina era in ospedale ed è morta di malattia e ha mostrato il certificato medico».
Un altro caso è stato quello di Suri, otto anni: piccola vittima dei miliziani di Assad con scandalo internazionale annesso? Così pareva, «invece la madre nel video urlava disperata che se lì ci fosse stato l'esercito il bambino forse sarebbe ancora vivo».
Hatchoun cita ancora le foto dell'Afghanistan spacciate per siriane, il video dei maltrattamenti di presunti prigionieri, che in realtà si riferiva al Libano del 2008. E il giorno del referendum, «che io ho visto svolgersi tranquillamente - dice - e invece il canale della Bbc per il mondo latino parlava - come se fosse stata qui - di bombardamenti dell'esercito con morti.
Un siriano - aggiunge - che all'inizio della crisi stava con l'opposizione, quando è scappato in Turchia si è trovato di fronte a una specie di fabbrica del falso approntata nel Centro per i media; tornato in Siria ha raccontato tutto». Non per niente, ricorda Hatchoun, «un giorno una suora ha pensato che fossi un giornalista occidentale come gli altri, in visita dopo un attentato a Sidnaya, e mi ha detto dura: "però devi scrivere la verità"». 1

giovedì 8 marzo 2012

Wikileaks torna a colpire

di BENEDETTO VECCHI Il msnifesto - miogiornale -
Notizie sulla presenza di truppe Nato in Siria a fianco dei ribelli, su un tumore del premier turco, di accordi di «dubbia legalità» della Goldman Sachs e sorveglianza di attivisti dei diritti umani

Wikileaks torna a colpire, mettendo così a tacere le voci che consideravano l'esperienza di «controinformazione» digitale messa in piedi da Julian Assange in dismissione. Ieri sono stati infatti messi «on line» i 4 milioni altre fonti parlano di 4,5 milioni - messaggi di posta elettronica di una società di sicurezza, nonché contractors della difesa statunitense Stratfor Intelligence scaricati dagli archivi digitali durante un'incursione degli hacker di Anonymous. Le modalità di diffusione sono stati diversi rispetto il recente passato. Nessun accordo in esclusiva con media, come è accaduto con i cosiddetti cablogates, cioè quando Wikileaks rese pubbliche le e-mail interne del dipartimento di stato Usa. Questa volta la scelta è stata di inviare a venticinque media, tra giornali, magazine, radio e televisioni, di diversi paesi. L'azione, chiamata «Global Intelligence Files», è stata presentata da Wikileaks come lo smascheramento di operazioni «sporche» decise dal governo Usa e da molte multinanzionali.

La Stratfor Intelligence è una impresa cresciuta impetuosamente in questi anni di dismissione dell'intervento pubblico e privatizzazioni in settori strategici come la sicurezza nazionale. Sul suo sito sono citate molti committenti, tra cui spiccano il dipartimento di stato, il Pentagono, ma anche molte multinazionali e società finanziarie. Tra i suoi «meriti», la Stratfor Intelligence segnala missioni in teatri di guerra e intervento in cyberguerra. Definita la «piccola Cia», tra i suoi compiti il monitoraggio delle attività di alcuni leader politici «sgraditi» agli Stati Uniti, come Hugo Chavez, o attivisti dei diritti umani.

Ci vorrà del tempo per conoscere tutti i messaggi, ma un anticipo l'ha dato lo stesso Assange, che ha reso pubblico l'accordo tra Stratfor Intelligence e Coca Cola per la messa in sicurezza delle informazioni relative al coinvolgimento della multinazionale nello scandalo che ha investito la società Peta, accusata dagli animalisti di aver testato su animali gli effetti di alcuni prodotti farmaceutici e alimentari. Coca Cola ha sempre smentito le notizie di aver usata Peta per testare gli effetti sui muscoli di alcuni dolcificanti usati per la nota bibita. Ma per Wikileaks, tale coinvolgimento c'è stato e le prove sono nelle e-mail «trafugate» da Anonymous, anche se finora i messaggi non sono stati resi pubblici. Assange ha fatto riferimento anche a un accordo tra Goldman Sachs e Stratfor Intelligence relativo alla gestione sicura di un sistema informativo per produrre profitti ai limiti del legale. Ma anche in questo caso, le anticipazioni di Assange non sono state supportate da alcune verifiche.

Quello che invece comincia a essere pubbliche sono e-mail di alcuni manager della Strafor Intelligence che parlano della presenza di truppe Nato in Siria a supporto degli oppositori del regime di Assad; oppure che il premier turco Erdogan è stato segretamente operato per un tumore.

Solo nei prossimi giorni si capirà la portata delle e-mail. Per il momento, tuttavia, c'è di certo che Wikileaks non è in dismissione. Altro elemento che emerge è che l'azione di «recupero» dei messaggi è stata compiuta da Anonymous. Il fatto che li abbia «ceduti» a Wikileaks significa che il rapporto non si è incrinato, come invece era stato ipotizzato nei mesi scorsi. Anzi, è sempre di questi giorni la notizia che un hacker Hector Xavier Monsegur (nickname Sabu), ritenuto uno dei leader del gruppo LulzSec vicino a Anonymous e arrestato nei mesi scorsi dalla Fbi, abbia deciso di collaborare con la polizia federale statunitense. Oltre a denunciare alcuni hacker, Sabu ha anche sostenuto che tra Assange e Anonymous ci sono stati continui scambi di messaggi, arrivando a ipotizzare che le azioni hacker siano state pianificate anche da Assange.

martedì 17 gennaio 2012

A PROPOSITO DI CRISI : IL PETROLIO E LA GUERRA ALL'IRAN

NEW YORK – Ecco qui un corso accelerato su come mandare a picco l’economia globale.
Un emendamento al National Defense Authorization Act firmato dal Presidente degli Stati Uniti Barack Obama nell’ultimo giorno del 2011 – quando nessuno prestava attenzione – impone sanzioni a chiunque (stati o aziende private) acquisti petrolio da Teheran attraverso la banca centrale iraniana. Pena l’esclusione, a partire dall’estate prossima, da ogni rapporto commerciale con gli Stati Uniti.

L’emendamento – a tutti gli effetti una dichiarazione di guerra economica – è un regalino della Commissione per gli Affari Israelo-statunitensi (AIPAC) su commissione del governo israeliano e del suo primo ministro Benjamin “Bibi” Netanyahu.

Si è cercato in mille salse di farlo passare come il “piano B” dell’amministrazione Obama: l’alternativa? Lasciare i guerrafondai israeliani liberi di condurre un attacco unilaterale contro l’Iran e i suoi presunti programmi nucleari.

La verità è che la strategia israeliana era, se possibile, ancor più folle: impedire a qualunque Paese – a eccezione di Cina e India, forse – di acquistare il petrolio iraniano. Per di più, i sionisti americani hanno cercato di convincere tutti che ciò non avrebbe dato luogo a impennate sfrenate dei prezzi nei listini.

Intanto anche i governi dell’Unione Europea, con la loro impareggiabile capacità di tirarsi la zappa sui piedi, si sono messi a discutere se comprare o no il petrolio di Teheran. Il dubbio esistenziale è se smettere da subito o aspettare ancora qualche mese. Il risultato inevitabile, come la morte e le tasse – poteva essere altrimenti? – è stata l’ennesima impennata dei prezzi. Il greggio si aggira attorno ai 114 dollari al barile, e non accenna a diminuire.

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