Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

domenica 29 agosto 2010

“Berlusconismo” ideologia nell’era moderna.

di Zag in ListaSinistra
Si può proporre una prima approssimativa definizione del "berlusconismo" dal punto di vista ideale. Esso si presenta come una forma di politicizzazione di ceti medi e popolari, attraverso il legame carismatico con una personalità estranea alla politica "ufficiale" e sulla base di un orizzonte ideologico di "liberalismo popolare".

Per intendere tale novità in tutta la sua portata, si deve però ripercorrere l'evoluzione politica di quel settore della società che corrisponde alla definizione di "ceti medi". Questi avrebbero dovuto essere gli interlocutori "naturali" di una politica "liberale" mentre in Italia il liberalismo ha dimostrato un'endemica incapacità di legarsi ai ceti medi abbandonando l'originaria dimensione elitaria e alto-borghese.Non si sostiene che il berlusconismo sia una formula innovativa e singolare nei suoi singoli tratti presi a se stanti. Ma è la formula d'insieme che la rende non dico unica, ma caratteristica e singolare, almeno nel nostro paese.

Certo se si prende il fondamentalismo questo è presente nella cultura mondiale, ma questo insieme a tutto il resto fa del berlusconismo la cultura dominante e singolare nel nostro paese. L'istrionismo e la demagogia del berlusconismo, ad esempio, è presente non solo nel nostro tempo, ma da sempre nei regime sopratutto dittatoriali, non è una novità, e cosi l'uso strumentale e particolare degli strumenti di diffusione di massa, pensi a Mussolini con il cinema e con la radio o Gobels con le coreografie delle adunate di massa e il cinematografo. Ma è l'uso della televisione nei suoi aspetti singolari ed utilizzati massicciamente come un bombardiere "fortezza volante" che è caratteristico del berlusconismo, grazie, anche, all' appartenenza ad un singolo proprietario. Se stracci e dinapi i singoli aspetti che ho cercato di osservare del berlusconismo, certo che li ritrovi ora qui ora la. E' l'insieme e lo sfondo che fa del berlusconismo l'arma del dominio e della persuasione e del controllo di massa , dell'esercizio del potere insomma. Questa la novità che viene , tra l'altro, osservato e studiato da molti scienziati nel mondo con l’idea della “perplessità”.

Vi è un qualcosa di diverso, di più antropologico, nel berlusconismo, oltre al sistema di potere e alle esigenze del potere. E' cioè quelle necessità , quell'esigenza del capitale diventa esercizio, modo e forma del potere e del far sentire e vedere il potere, esercizio del potere. Il berlusconismo come declinazione "moderna" del potere. Bobbio la definì “democrazia dell’applauso”
Appunto la forma di Dittatura dell'ignoranza, il populismo, la cultura
del palinsesto. Ciò che distingue il berlusconismo è :

1. l’orgoglio di essere ignoranti; il disprezzo, per i saperi, qualsiasi sapere, e per i loro cultori; la pretesa di «fare» e saper fare anche senza conoscere e sapere; la cultura del "fare" rispetto alla cultura "delle chiacchiere" il tutto cucinato in pappa securitaria,fondata sulla propagazione della paura e decerebrata rifilata quotidianamente al pubblico culturalmente più indifeso dalle trasmissioni di intrattenimento il tutto servito attraverso il mezzo audiovisivo molto più volatile; consente – anche se non necessariamente impone – una ricezione più passiva; non comporta, se non in rari casi, uno sforzo di apprendimento e meno ancora di interpretazione o di «traduzione»; permette di passare da un tema all’altro – o addirittura da un universo all’altro – con la semplice pressione di un tasto; non si deposita, o si deposita solo flebilmente, nel costrutto mentale del recipiente; soprattutto si rinnova ogni giorno, cancellando o relegando nell’oblio quello che era stato detto o comunicato solo ieri.

Cosi racconta Paolo Guzzanti
Quando io ero vicino a Berlusconi lo invitai più volte ad usare le sue televisioni e la sua potenza editoriale nella direzione di un risorgimento liberale che strappasse l’egemonia sulla cultura al Pci e suoi successori e la restituisse agli italiani non inquadrati come pecore votanti, promuovendo la cultura dell’eccellenza e della libertà, specialmente nella fisica, nella cinematografia, nella musica, nell’architettura, promuovendo una rinascita e una rivoluzione liberale. In questo senso gli inviai anche diverse lettere.
La risposta di SB e del suo geniale entourage è stata: mignottocrazia, escort, ulteriore abbassamento della qualità scolastica e più che altro una televisione RaiMediaset ridotte allo stato di un immondezzaio capace di abbassare e inabissare la qualità culturale del Paese, la capacità di parlare, studiare e discutere, allo scopo di promuovere una mutazione al ribasso della gioventù italiana, uniformandola al cliché berlusconiano delle ragazze immagine, dell’idiozia in blazer blu e spezzatone con cravatta regimental, nella reazione aggressiva contro qualsiasi istanza culturale, scioccamente ma astutamente marchiata come “comunista”.
O ancora Veneziani
sì, a destra c’è il gusto dell’invettiva, a volte anche del teppismo intellettuale, lo riconosco. Ma a destra si critica, si attacca, si stronca perfino, un libro o un intellettuale organico o potente. A sinistra invece si censura, si ignora, si con danna a morte civile.


1. Tutto questo porta di conseguenza al sedimentarsi della "cultura del palinsesto. L’assenza di coerenza teorica. Anzi la libertà dalla coerenza teorica (la "liquidità", dice Schiavone). Le cascate di parole e di immagini che ci investono attraverso i media audiovisivi difficilmente si depositano, e quando lo fanno si sovrappongono in strati tra loro impermeabili. Come la moneta cattiva scaccia quella buona, Ciò consente a Berlusconi, ma anche ai suoi discepoli, ( si pensi solo al Bossi del prima e del dopo patto con D'Alema, ma anche al Fini del prima e del dopo predellino, senza tralasciare il D'Alema, al non comunismo del comunista Veltroni, o alle contraddizione del protezionista e poi statalista, liberista Tremonti) il dire, affermare e poi qualche giorno dopo , ma anche addirittura dopo qualche ore smentire se stesso con la scusante al massimo, " mi hanno frainteso". Questa coniugazione della comunicazione del potere verso le masse si è ormai sedimentato nella cultura del ceto politico. E' diventato un "must" in condizioni di apparente contraddizione senza vergogna e senza pudore. Di questo Berlusconi rimane il maestro.
Nei discorsi di Berlusconi si fa sempre un elenco dei valori comuni a tutto il Popolo della libertà. Alla base il suo essere “liberale”. Il primo valore è, ovviamente, la libertà stessa. Il secondo la modernizzazione. Il terzo la meritocrazia. Il quarto l'identità nazionale a formare la quale entrano in gioco il mito della romanità, i Comuni e le Repubbliche marinare del medioevo, il Rinascimento, il Risorgimento, De Gasperi e ovviamente la Chiesa, Craxi e infine lui. Parla di libertà, si parla di democrazia, si parla di Costituzione, si parla di giustizia sociale, ma non una menzione e neppure il concetto della divisione dei poteri. Cioè di stato di diritto. Cioè la base della Stato liberale. Cioè di controllo. Si parla invece diffusamente del potere sovraordinato del leader scelto dal popolo di fronte al quale tutti gli altri debbono essere subordinati, rotelle d'un ingranaggio, o debbono scomparire perché inutilmente lenti, frenanti, ostacolanti, incompatibili con la cultura del fare. Il fare non è un obbligo, è inerente alla vita di ciascuno, il fare costituisce il senso stesso della vita. Una vita inerte è una non vita. Non è dunque una cultura, quella del fare, ma un fattore biologico come il respiro, il movimento, il desiderio, la speranza. Insomma il senso. Oppure il fare è una nevrosi, un'egolatria, un'ipertrofia dell'io, che per realizzarsi deve sopra-fare: fare intorno il deserto, sbarazzarsi dei corpi intermedi, di ogni opposizione, di ogni stato di diritto, di ogni organo di controllo. Perciò l'aspirazione e l'evocazione d'un consenso che superi il 50 per cento degli elettori. Le monarchie di diritto divino, quelle dell'"ancien régime", erano collegate al popolo senza intermediari, in lotta perenne contro i Parlamenti e contro i nobili. Lo Stato faceva tutt'uno col patrimonio del Principe, che riuniva in sé il potere di fare le leggi e di eseguirle oppure di ignorarle a suo piacimento. Le monarchie costituzionali furono tali perché soggette alla Costituzione. Perché la magistratura conquistò l'indipendenza. E i Parlamenti divennero i destinatari delle scelte del popolo sovrano. Tutto questo per dire che la concezione politica di Silvio Berlusconi fa a pugni con l'obiettivo della rivoluzione liberale da lui indicato come il fine principale del Popolo della libertà.
Per affermare il concetto della “cultura del palinsesto”.

2. Il "berlusconismo" sin dalla sua nascita è stato portatore di una nuova cultura politica. Forza Italia ha avuto l'indubbio merito imporre un "nuovo linguaggio" in campo economico. Si è affermata in primo luogo la convinzione che l'imposizione fiscale rappresenta il nodo più sensibile delle politiche pubbliche mentre, in precedenza, era invece diffuso l'approccio secondo il quale il livello di imposizione fiscale sarebbe stato condizionato da finalità redistributive. A partire dal 1994 si è viceversa imposta una inedita sensibilità che rileva innanzi tutto nell'imposizione fiscale una riduzione della libertà personale che, come tale, dovrebbe essere ridotta al livello minimo indispensabile. Non solo. Ma questa esigenza diventa prioritaria proprio in quei ceti sociali in cui maggiore è l’evasione fiscale, meno sentita in quei ceti di lavoratori dipendenti su cui grava il massimo se non tutto il sistema fiscale. E altrettanto “diffusa” è passato il messaggio che altrimenti ( far pagare anche ai lavoratori autonomi e ai “ricchi”) limiterebbe la capacità di spesa e quindi sviluppo e crescita economica ed investimenti, con la vulgata che i poveri hanno propensione al risparmio, mentre i ricchi alla spesa e agli investimenti. Quindi chi più ha deve pagare di meno chi meno ha deve sopportare tutto il carico fiscale. Si tratta di una vera e propria rivoluzione copernicana che è giunta a far riconoscere erga omnes – quanto meno per la durata delle campagne elettorali - che politiche di sviluppo e di crescita economica siano inevitabilmente associate a una riduzione della fiscalità ( per alcuni) .


3. il "berlusconismo" ha determinato alcuni processi epocali. Una maggiore mobilitazione politica dei ceti medi innanzi tutto, in luogo dell'adesione silenziosa e un po' obbligata degli anni democristiani. Si inizia a determinare, cioè, la fine di ogni complesso di inferiorità verso le culture e il popolo di sinistra: si risponde a muso duro anche sui treni o fra la gente, si polemizza, ci si fa vedere in piazza. Mai si era vista Piazza San Giovanni gremita di quella cosiddetta “maggioranza silenziosa” ormai non più silente. E poi si è attivato un processo di acquisizione di un consapevole sfondo politico-culturale di liberalismo popolare che si va strutturando come senso comune, fatto di adesione alla meritocrazia, di diffidenza anti-ideologica( diventando essa stessa ideologia) , di propensione per il mercato,filoamericanismo e persistenza dell'anticomunismo più becero e ignorante.
Questa preminente caratterizzazione sociale se da un canto ha portato a radicare nel corpo dell'elettorato alcune novità , dall'altro ha anche maggiormente esposto il "berlusconismo" alle contaminazioni con il passato, soprattutto per quel che concerne il livello dei quadri intermedi. Ciò aiuta a spiegare il divario fra il piano delle enunciazioni e quello delle realizzazioni (particolarmente acuto nel campo economico, si pensi al capitolo delle liberalizzazioni) che si è manifestato – anche questa è un'ovvietà – soprattutto durante le fasi del governo.

4. il richiamo dell’”ognuno per sé” ha costruito un blocco sociale quasi imbattibile, fatto dai ricchi, dai lavoratori autonomi, dalle classi popolari del Nord conquistate dalla retorica leghista e da buona parte del Sud, dove è cresciuta soltanto l’economia illegale e il controllo dei poteri mafiosi. Il berlusconismo ha costruito sistematicamente questo blocco sociale attraverso condoni di ogni tipo – fiscali, immobiliari, sui capitali esportati –, cancellazione di imposte sui patrimoni (successioni e Ici), tolleranza dell’evasione, eliminazione di regole. E’ il consolidamento di questo blocco sociale che in Europa spinge a destra la politica e che in Italia si presenta – con forti particolarità - come il risultato più importante del berlusconismo. Berlusconi è riuscito a formare un blocco sociale, costruendo una alleanza tra piccola, media industria, da una parte, e capitale monopolistico e finanziario dall’altro (di cui è parte egli stesso), promettendo insieme deregolamentazione e accelerazione delle controriforme economiche e istituzionali su cui il grande capitale è da tempo impegnato per trasformare l’Italia in una “democrazia” oligarchica.
Il problema è che una parte, sempre più consistente, della classe operaia delle piccole imprese si è associata a questa ideologia. Anche la classe operaia delle grandi aziende, falcidiata numericamente e indebolita sindacalmente da vent’anni di ristrutturazioni dell’organizzazione del lavoro è molto influenzata dai partiti di destra. Perché? Perché in mancanza di una difesa degli interessi materiali operai da parte della sinistra e, in parte, del sindacato, che riuscisse ad offrire soluzioni collettive e di classe, soprattutto gli operai delle piccole imprese si sono sentiti sempre meno classe e sempre più individui, la cui sorte è legata alla sopravvivenza delle imprese per cui lavorano e, quindi, alla realtà di appartenenza, da cui l’aggrapparsi al proprio territorio e l’esasperarsi del localismo politico e sociale. Ed è qui il “miracolo” berlusconiano. Essere riuscito a coniugare illegalità e paura e costruire recinto di solidarietà fra interessi contrastanti e opposti. Ma come riuscire ad unire gli opposti?. Attraverso il mito e la costruzione di “nemici” altri e al di fuori del proprio localismo. Attraverso “idealità” al di fuori della realtà” appunto attraverso la “ideologia berlusconiana”

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5. Il terzo processo a cui è riconducibile il berlusconismo è il
fondamentalismo, non solo religioso – islamico, cristiano, giudaico o
induista, ma anche e sopratutto comunista: ma sempre vissuto come fattore identitario, con effetti sanguinosi perseguiti in nome del bene contro il male – ma anche «razziale»: trasferendo magari dal piano biologico a quello culturale – in senso «antropologico» – la pretesa superiorità di un’etnia o di una nazione sull’altra, di una cultura ( la cultura occidentale rispetto a quella islamica). Il fondamentalismo è stato e viene alimentato soprattutto da una reazione identitaria e difensiva nei confronti dei processi di sradicamento, di perdita delle proprie certezze, di aumento dell’insicurezza indotti dalla globalizzazione.
Cresce il numero delle persone disposte a sostenere che nella Bibbia, nel Corano, nelle Upanishad o nel Vangelo o nel Capitale di Marx – spesso senza conoscerne o senza nemmeno saperne leggere il testo – o in loro interpretazioni schematiche, dogmatiche o addirittura false, e comunque sempre autoritarie, è contenuto tutto quello che una persona giusta deve sapere; e pronte a negare qualsiasi evidenza, scientifica e non, che ne contraddica anche solo una singola sentenza.
Anche in questo caso il berlusconismo, questa volta anticipato dalla
Lega, disinvoltamente passata dall’adorazione del dio Po, o Eridano, e
dai riti celtici all’alleanza con Cristo re ha saputo e potuto mettere a frutto la sostanza,inglobarlo farlo suo e farlo digerire anche nei settori cattolici a lui vicini, fondamentalmente razzista, di questa chiusura culturale.
Di questo Berlusconi ne ha saputo fare strumento di potere,
come non mai, ma la sua lezione è stata imparata e trasmessa, ed
ereditata nel berlusconismo.

6. Ancora , frutto del processo precedente il fondamentalismo trova un esempio nel cosiddetto "pensiero unico" in campo della ideologia. Fatto passare come anti-ideologico e anti politico il berlusconismo trova proprio in campo economico ed ideologico la sua forza ideale. E quella liberale, trasmutatasi in fondamentalismo liberista, ha ormai occupato tutta la scena politica sotto forma di «pensiero unico». Che altro non è che la forma più schematica e idiota di un «mercatismo» da tempo impegnato a identificare tutte le manifestazioni della vita umana, e a volte anche quelle della natura, con una sorta di totalitario «darwinismo sociale»: un meccanismo fondato sulla competizione e la selezione comandato dal gioco di un mercato concorrenziale che non è mai esistito e mai esisterà in quella forma. Vedasi come si è riuscito, in nome della concorrenza, della meritocrazia a far passare la macelleria sociale nella scuola e nelle università, nel mondo della cultura, dai teatri ,al cinema, agli eventi culturali. E la cultura, l’esigenza del sapere che è diventata roba inutile, frattaglie, rimasugli di burocratismo e di sperpero di danaro, in nome di un utilitarismo, degradato e interpretato partendo dalla teoria liberale e borghese dell’”utilità marginale” Il liberismo così inteso o «pensiero unico» può essere senz’altro identificato con la forma più dispiegata e diffusa di ignoranza: una forma, cioè, non solo di occultamento della verità, ma di orgoglio nel volerla ignorare. Mentre i suoi proseliti, di destra e di sinistra, o né di destra né di sinistra, non sono che sacerdoti di questa «dittatura dell’ignoranza». Di questo Berlusconi ne ha saputo fare strumento di potere, come non mai, ma la sua lezione è stata imparata e trasmessa, ed ereditata nel berlusconismo.


7. una delle dimensioni culturali acquista certamente rilevanza nel momento in cui si vuole spiegare il comportamento di una parte significativa degli italiani nei confronti di Berlusconi. La prima si riferisce alla mascolinità della società italiana. Mascolinità intesa non tanto come uguaglianza tra sessi, bensì come prevalenza di determinati valori che si ritengono maschili rispetto a quelli femminili. Valori considerati maschili sarebbero, per citarne alcuni, la sicurezza delle proprie capacità, la fiducia in se stessi, una certe fermezza nei comportamenti, il risultato o la vittoria. Secondo la graduatoria di Hofstede, l’Italia sarebbe il quarto paese più maschilista del mondo. Si può dire che il comportamento di Berlusconi incarni fino ad un certo punto la società italiana, visto che, se la sua carriera è caratterizzata da qualcosa, quel qualcosa è il vincere a tutti i costi. La donna è rappresentata in numerose dichiarazioni pubbliche rese da Silvio Berlusconi, come subordinata all’uomo, come oggetto d’uso dello sguardo, del piacere e della sessualità maschile. Silvio Berlusconi, ovunque si rechi in veste ufficiale in Italia e all’estero, nei discorsi di economia, di politica, di lavoro cita le donne sempre e solo come complemento gradevole della vita del paese, e nello stesso tempo come contorno, periferia, e non come struttura della vita economica, sociale e politica al pari degli uomini. Le donne sono, nella rappresentazione che ne fa Silvio Berlusconi, discriminate, inferiorizzate, ridotte a sollazzo per gli uomini Le sue esternazioni riguardanti le donne sono plurioffensive in quanto ledono, al tempo stesso, una pluralità di beni giuridici, quali l’uguaglianza di genere, la dignità personale, la libertà individuale, la libertà sessuale, il diritto al lavoro e non ultime l'integrità psicofisica e la salute delle donne
8. la relazione carismatica fra il premier e i cittadini, fondata su un assunto potentissimo da lui più volte ribadito: “La maggioranza degli italiani vorrebbe essere come me” Questo rapporto simbiotico fra il premier e i suoi sudditi rende il rapporto fra cittadini e potere, allo stesso tempo vicino e lontano. Tutti vorrebbero essere e fare come lui, ma al contempo tutti sono convinti della sacralità del potere e quindi solo a lui è concesso quello che agli altri è negato,per censo, per casato o solo per meriti personali. La seconda dimensione culturale che spiega l’atteggiamento degli italiani nei confronti di Berlusconi è il suo atteggiamento verso il potere (power distance). Questo concetto, in sintesi, esprime fino a che punto gli italiani potrebbero essere d’accordo sul fatto che le differenze di rango, classe o status debbano concedere privilegi. L’Italia è uno dei paesi europei dove queste differenze sono più apprezzate, però non è la sola, visto che la superano altri paesi come la Francia e la Spagna. Questo diverso atteggiamento degli italiani nei confronti del potere spiegherebbe l’esistenza della legge che garantirebbe l’immunità al primo ministro,al pari degli altri numerosi privilegi di cui gode la classe politica italiana, sarebbe inammissibile in un paese anglosassone o del nord Europa.
Molti di questi tratti li possiamo ritrovare nella storia del nostro paese, ora nel fascismo di Mussolini, ora nel craxismo, e tratti anche nel regime democristiano. Alcuni di questi tratti si pensava che mai più sarebbero rientrati nel “senso comune” , molti danni avevano fatto nel passato ( il fascismo) , molti altri si pensava che non sarebbero più rientrati dopo averli cacciati dalla finestra ( la corruzione e l’intreccio affari e politica tipica del craxismo) Ma la capacità del berlusconismo è stato quello di essere riuscito a sdoganarli, miscelarli insieme in un cocktail dirompente.

Questo è molto altro, a voler ancora cercare, si potrebbe ancora elencare
come caratteri tipici del "berlusconismo", come forma di declinazione del
potere e come questo paradigma si possa riscontrare non solo in quel
ceto politico della cosiddetta "maggioranza" , ma che ha anche permeato
tutto il ceto politico, di destra e di sinistra e di centro. Come vedete
non ho elencato i tic, le frenesie,gli eccessi, le sbavature più evidenti che sono tipici del personaggio Berlusconi, ma solo le tendenze di fondo, lo
scenario di quel paradigma che è appunto diventato pratica politica del
ceto politico in generale. Finirà e scomparirà dalla nostra scena
politica il berlusconismo con la fine di Berlusconi? È possibile che questo paese colga l’occasione per liberarsi non solo da Silvio Berlusconi ma anche dalla presa dei poteri che, negli anni della sua centralità assoluta, hanno riscritto di fatto la Carta fondando l’Italia sulla disparità e sull’ingiustizia. Il leader della transizione italiana è diventato oggi il solo ostacolo al suo definitivo compimento. La normalizzazione della nostra politica non aspetta che la sua uscita di scena per potersi concludere.
È altrettanto possibile che, invece, l’uscita di scena dell’affarista di Arcore spalanchi le porte a una destra ancor più incarognita e feroce, più determinata nel perseguire un metodico attentato a ogni libertà, più spregiudicata nello stringere alleanze con quei medesimi poteri che, farneticando di modernizzazione, hanno riportato l’Italia a una dimensione da XIX secolo, col 50% della ricchezza in mano al 10% della popolazione. Come ho cercato di elencare di certo no. Esso avrà fine solo quando scomparirà , in massa, tutta la cultura berlusconiana, tutto questo ceto politico. Ma questo è un altro film.
[i]
· La coerenza culturale di Berlusconi Articolo di Società cultura e religione, pubblicato sabato 31 ottobre 2009 in Spagna.· La rottamazione dell'intelligenza" Franco Berardi Bifo · Antonio Gibelli, «Come Berlusconi è passato alla storia»;· «Ma TINA non ha vinto», di Piero Bevilacqua
· Società, se il sessismo di Berlusconi diviene egemonia culturale http://www.agenziami.it/
· recensione di Guido Martinotti a L' Italia contesa. Sfide politiche ed egemonia culturale Schiavone Aldo

· La classe operaia ed il “blocco dei produttori” berlusconiano-leghista di Domenico Moro
· Il blocco sociale della depressione di Mario Pianta·

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