Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

sabato 12 marzo 2011

Berlusconi verso il "golpismo istituzionale".


di Gianni Rossi, 11 marzo 2011, Fonte: paneacqua

Politica Riforma giustizia e difesa della Costituzione: in un colpo solo, Berlusconi, indagato, imputato, prosciolto per prescrizione o per cancellazione dei reati ottenuta con leggi "ad personam", si toglie la maschera di "statista", per vestire i panni del putschista che, attraverso le maglie larghe dei procedimenti legislativi del nostro Parlamento, intende stravolgere istituzionalmente la democrazia e ribaltare i criteri fondamentali della civiltà giuridica e politica, come la conosciamo dalla rivoluzione francese ad oggi
Se ci fosse bisogno per gli indecisi di un motivo in più per andare in piazza del Popolo, a Roma, il 12 marzo prossimo, a difendere la nostra Costituzione, la conferenza stampa di Berlusconi, che ha illustrato le linee guida della sua "controriforma" della giustizia, è proprio lì per spingerli con decisione a dimostrare: se non ora, quando?. Se la riforma fosse stata fatta prima, 20 anni fa, ha sostenuto il Sultano di Arcore con tono stentorio: " non ci sarebbe stata quella situazione che ha portato a cambiamenti di governo, all'annullamento di una classe di governo nel 92'-93', all'abbattimento di un governo nel 94', alla caduta di un governo di sinistra nel 2008 per la proposta di riforma della giustizia del ministro Mastella e il tentativo di eliminare per via giudiziaria il governo in carica". E poi, riferendosi al ridimensionamento del ruolo del pubblico ministero, uno dei punti che più gli stanno a cuore: "Il pm per parlare con il giudice dovrà fissare l'appuntamento e battere con il cappello in mano e possibilmente dargli del lei".

venerdì 11 marzo 2011

Michael Moore: L’America non è alla bancarotta.


Fonte: controlacrisi
Contrariamente a quanto i tizi al potere amerebbero che voi credeste, così da rinunciare alle vostre pensione, tagliare i vostri stipendi, e adeguarvi alla vita dei bis-bisnonni, l’America non è alla bancarotta. Il paese è inondato di ricchezza e contanti. E’ solo che non sono nelle vostre mani. Ne sono lontanissimi. Sono stati trasferiti, nella più grande rapina della storia, dai lavoratori e consumatori alle banche e ai portafogli dei super-ricchi.
Oggi 400 americani da soli hanno la stessa ricchezza di metà di tutti gli americani messi insieme. Lasciatemelo dire di nuovo. Quattrocento persone oscenamente ricche, la maggior parte di quelli che hanno beneficiato in un modo o nell’altro del “salvataggio” da molti trilioni di dollari dei contribuenti del 2008, hanno gli stessi soldi, le stesse azioni e proprietà di 155 milioni di americani messi insieme. Se non ce la fate ad arrivare a definirlo un colpo di stato finanziario, semplicemente non siete sinceri riguardo a quello che sapete che il vostro cuore vi dice che è vero.
E riesco a capire il perché. Per noi ammettere che abbiamo permesso a un piccolo gruppo di persone di darsi alla latitanza accaparrandosi la massa di ricchezza che alimenta la nostra economia, significherebbe che dovremmo accettare l’umiliante consapevolezza che abbiamo davvero consegnato la nostra preziosa democrazia all’élite danarosa.
Questa repubblica la gestiscono ora Wall Street, le banche i 500 [più ricchi elencati nella rivista] Fortune e fino al mese scorso il resto di noi si è sentito totalmente impotente, incapace di trovare un modo per fare qualcosa al riguardo.
Io non ho altro che un diploma delle superiori. Ma quando ero a scuola tutti gli studenti dovevano seguire un semestre di economia per potersi diplomare. Ed ecco cosa ho imparato: i soldi non crescono sugli alberi. Crescono quando si producono cose. Crescono quando si ha un buon lavoro con un buon salario che si può usare per comprare le cose che ci servono e creare così altro lavoro. Crescono quando offriamo un sistema educativo eccezionale che poi fa crescere una nuova generazione di inventori, imprenditori, artisti, scienziati e pensatori che vengono fuori con la prossima grande idea per il pianeta. E quella nuova idea crea nuova occupazione e quella crea entrate per lo stato.

Mentre noi stavamo a girarci i pollici ...


EURO: IL PATTO E' SERVITO. FRENO A SALARI, AUMENTO PENSIONI, FLESSIBILITA'
Fonte: controlacrisi
Alla fine ci sono riusciti, mentre noi stavamo a girarci i pollici tra primarie, crisi di governo fasulle, elezioni anticipate e sciopericchi gli europadroni hanno lavorato in silenzio. Governi di centro sinistra e centro destra hanno raggiunto una mediazione che di fatto rappresenta la fine dell'Europa sociale, si tratta di un vero e proprio colpo di stato monetario che sottrae ai parlamenti la propria sovranità economica in nome della supremazia del mercato. Questo non è solamente un attacco al mondo del lavoro ma alla democrazia stessa, che sconquassa anche la nostra costituzione che dovrà essere modificata per recepire il criterio del rispetto del patto di stabilità. Il 24 marzo si voterà l'intero pacchetto. E' il più grande attacco al mondo del lavoro mai visto in Europa dopo il fascismo. Occorre reagire, non permettiamo a questi ladri di toglierci il futuro!
CRISI: PATTO EURO, DA FRENO SALARI A STOP PREPENSIONAMENTI (ANSA) - BRUXELLES, 11 MAR
- Legare i salari all'andamento della produttività, elevare l'età pensionabile, limitare i prepensionamenti, recepire nella legislazione nazionale i vincoli europei su deficit e debito, varare norme nazionali per la risoluzione delle crisi bancarie. E poi ancora: accelerare sulle liberalizzazioni, ridurre il costo del lavoro, rendere più flessibile il mercato dell'occupazione. Questi gli impegni che i Paesi della moneta unica si apprestano a prendere con il nuovo 'Patto per l'eurò, il cui via libera è atteso nel vertice dei leader dell'Eurozona in programma stasera a Bruxelles. Impegni che «saranno successivamente integrati nei programmi nazionali di riforma e nei programmi di stabilità» da inviare a Bruxelles. «Ogni anno - si legge infatti nella bozza del Patto - i capi di Stato e di governo fisseranno obiettivi comuni» e «ciascun capo di Stato e di governo assumerà impegni nazionali concreti».
Il «controllo politico» sull'attuazione di questi impegni spetterà agli stessi leader dell'Eurozona. «Ciascun Paese - si legge ancora - conserverà la competenza di scegliere gli interventi specifici necessari per raggiungere gli obiettivi comuni fissati» . Il nuovo Patto si accompagna al pacchetto anti-crisi che la Ue si appresta ad varare entro fine mese, e deve servire a compiere «un salto di qualità nel coordinamento delle politiche economiche nella zona euro, migliorare la competività e aumentare il livello di convergenza». Nel testo si sottolinea quindi come «gli Stati membri della Ue che non fanno parte della zona euro sono invitati a partecipare al Patto su base volontaria» .
Ecco i principali punti del Patto messo a punto dal presidente delle Ue, Herman Van Rompuy, e di quello della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso.
- MODERAZIONE SALARI. Gli Stati dell'Eurozona si impegnano ad assicurare «un'evoluzione delle retribuzioni che sia in linea con quella della produttività». Questo «riesaminando gli accordi salariali e, laddove necessario, il meccanismo di indicizzazione». Ma anche «assicurando che gli accordi salariali nel settore pubblico corrispondano allo sforzo del settore privato». Per misurare i progressi di ogni singolo Paese, si «monitoreranno in un dato arco di tempo i costi unitari del lavoro confrontandoli con l'evoluzione in altri Paesi della zona euro». Inoltre, i Paesi «dovranno prestare attenzione anche all'evoluzione a livello regionale».
- AUMENTO PRODUTTIVITÀ. Dovrà essere perseguito con una «ulteriore apertura dei settori protetti, eliminando restrizioni ingiustificate ai servizi professionali e nel settore del commercio al dettaglio». Ma anche attraverso «sforzi specifici per migliorare l'istruzione, promuovere la ricerca, l'innovazione e le infrastrutture».
- RIDUZIONE COSTO LAVORO. Per stimolare la ripresa dell'occupazione, il Patto indica la necessità di promuovere la 'flessicurezzà nel mercato del lavoro, ridurre il sommerso e «ridurre l'imposizione sul lavoro per rendere conveniente lavorare, mantenendo il gettito il gettito fiscale globale».
- SOSTENIBILITÀ PENSIONI. Per rafforzare le finanze pubbliche, ogni Paese si impegna a garantire «la sostenibilità di pensioni, assistenza sanitaria e prestazioni sociali». In particolare, si rende necessario «allineare la prestazione del sistema pensionistico alla situazione demografica nazionale, ad esempio allineando l'età pensionabile effettiva alla speranza di vita», «limitare i regimi di pensionamento anticipato» e «ricorrere a incentivi mirati per assumere lavoratori anziani (sopra i 55 anni)».
- VINCOLI DEFICIT IN LEGGE. Gli Stati si impegnano a «recepire nella legislazione nazionale le regole di bilancio della Ue fissate nel Patto di stabilità e di crescita». Ogni Paese deciderà a quale specifico strumento legislativo ricorrere (la Germania proponeva la Costituzione).
- REGOLE ANTICRACK. Al fine di assicurare la stabilità finanziaria, ogni Paese dovrà «introdurre una legislazione nazionale per la risoluzione delle crisi nel settore bancario». Saranno anche effettuati «stress test regolari e rigorosi sulle banche». Sarà in particolare «attentamente monitorato per ogni Stato membro il livello del debito privato di banche, famiglie e imprese non finanziarie».

Usa, lo smantellamento della classe media.


L'Idaho imita il Wisconsin e approva leggi che limitano la contrattazione collettiva. Seguito a ruota da Indiana, Ohio e Michigan. Fonte: PeaceReporter
Continua negli Stati Uniti lo smantellamento dello stato sociale. Dopo il Wisconsin, dove è stata approvata stanotte dal Senato la legge che vieta la contrattazione collettiva ai dipendenti pubblici, anche nello Stato dell'Idaho è in via di approvazione un provvedimento che priva gli insegnanti dello stesso diritto.
La misura, votata dal Congresso con 48 voti contro 22, è finalizzata alla limitazione della contrattazione collettiva solo a salari e benefits, mentre viene totalmente rimossa dal negoziato sindacale nei settori che riguardano le dimensioni delle classi e i carichi di lavoro degli insegnanti.
L'obiettivo dei legislatori dello Stato repubblicano è di tagliare le spese per l'istruzione livellando il deficit. Per far questo, secondo i parlamentari del Congresso, è necessaria una drastica dieta dimagrante, con l'attacco ai diritti fondamentali quali il ruolo (che potrebbe essere addirittura eliminato), la durata dei contratti (ridotta a un anno) e l'anzianità come fattore per la determinazione l'ordine dei pensionamenti. La contrattazione collettiva è prevista da parte delle unioni sindacali esclusivamente in caso di rappresentanza delle Union di più della metà del corpo docente.
In un luogo dove le manifestazioni di protesta sono relativemente rare, migliaia di persone stanno scendendo in piazza. L'onda della contestazione è partita mesi fa dal Wisconsin, quando il governatore Walker ha deciso di smantellare le tutele dei dipendenti pubblici, trovando la ferma opposizione dei Democratici ('fuggiti' per far mancare il numero legale) e della popolazione, che ha occupato la sede dell'assemblea legislativa per settimane, prima di venire sgomberata a forza dal 'Capitol'.

giovedì 10 marzo 2011

Wisconsin.

La dottrina shock che sembra venire dagli Usa ma che in Italia già governa: Mettere una società a capo di una intera nazione.
di Georgia. Fonte: georgiamada
La prima volta che ho sentito parlare di lotte nel Wisconsin è stato da Valerio Evangelisti nel suo pezzo dove faceva un intelligente accostamento tra il cuore dell'America operaia e sindacale e tutto il mondo in subbuglio. Ci eravamo dimenticati che tutto nel mondo (in positivo o in negativo) inizia prima in america (crisi e sue conseguenze) e che quando là c'è un battito d'ala poi qui succede un terremoto. Lo tsumani però stavolta non è avvenuto a Parigi o a Londra come nel maggio del '68, ma nel nordafrica dove sui giovani, forse, ancora non era stata praticata massicciamente la shock doctrine televisiva ma vigeva ancora il vecchio manganello, il carcere e la tortura e la vecchia strategia della tensione, che tutto sommato forse ha lasciato spiragli di pensiero.

L'America riscopre la lotta di classe


di Stefano Rizzo, Fonte: paneacqua

La lotta di classe è ricominciata un mese fa nel Wisconsin ( stato di robuste tradizioni operaie e sindacali) e nel giro di pochi giorni si è propagata all'Ohio, all'Indiana e ad altri stati del Midwest, per poi irradiarsi a sud fino alla Florida e a nord fino allo stato di Washington, coinvolgendo l'Est progressista e la California

Nonostante il relativo disinteresse dei grandi media americani (e il totale disinteresse di quelli europei), è nato un movimento di protesta che per la prima volta in molti anni sta acquistando caratteristiche di lotta di classe: lavoratori e sindacati contro i padroni e i governi locali che li sostengono, poveri e disoccupati contro ricchi, dipendenti pubblici contro i rispettivi governi. Sul piano politico la protesta ha dato nuovo impulso ai democratici che, dopo la dura sconfitta di novembre, sembrano avere ritrovato slancio e capacità combattiva.

Tutto è partito dal Wisconsin, uno stato di robuste tradizioni operaie e sindacali, dove a novembre era stato eletto un nuovo governatore repubblicano, Scott Walker, e un nuovo parlamento dello stato a maggioranza repubblicana. Forte del mandato popolare il giovane e aggressivo governatore ha subito presentato un provvedimento di drastico taglio del bilancio dello stato, che prevede riduzioni nei servizi pubblici e licenziamenti. Ma non si è fermato lì: ha dichiarato anche l'intenzione di abolire per legge il diritto alla contrattazione collettiva per i dipendenti pubblici, che lo stato del Wisconsin era stato tra i primi a riconoscere fin dagli anni '50.
In questo, come in altre questioni, Walker agiva in perfetta sintonia con il partito repubblicano a livello nazionale e con svariati altri governatori repubblicani di nuova nomina che, come lui, avevano vinto le elezioni promettendo la riduzione del deficit pubblico, con il non troppo celato obbiettivo di ridurre i servizi per i cittadini e di assestare un duro colpo ai dipendenti pubblici, rappresentati in campagna elettorale come dei privilegiati e dei parassiti. Inizialmente i sindacati del settore pubblico si sono detti disponibili al dialogo riconoscendo che il problema del debito esisteva e andava affrontato. Hanno accettato riduzioni degli stipendi e il blocco degli aumenti per tre anni. Ma quando il governatore ha preteso di abolire la contrattazione collettiva hanno capito che troppo era troppo.

Zygmunt Bauman: L’insostenibile deriva neoliberale delle socialdemocrazie europee.


di Zygmunt Bauman. fonte
Scritto da LdS Lombardia
Mercoledì 09 Marzo 2011

Ma lo sanno i socialdemocratici a cosa mirano? Ce l'hanno una qualche nozione di una 'società giusta' per cui vale la pena lottare? Ne dubito. Credo non ce l'abbiano. In ogni caso non nella parte di mondo in cui viviamo noi. L'ex cancelliere tedesco Schroeder ne ha dato prova restando abbagliato di fronte alle proprietà di Tony Blair come a quelle di Gordon Brown e dicendo, solo pochi anni fa, che non esiste un'economia capitalista e un'altra socialista, l'economia è soltanto buona o cattiva. Per molto tempo, almeno gli ultimi trenta-quarant'anni, la politica dei partiti socialdemocratici si è andata articolando anno dopo anno con leggi neo-liberaliste, secondo il principio: "qualsiasi cosa voi (il centro-destra) facciate, noi (il centro-sinistra) possiamo farlo meglio".
A volte, anche se non molto spesso, qualche iniziativa particolarmente oltraggiosa e arrogante presa dai legislatori provoca uno spasimo nell'antica coscienza socialista. Allora in questi casi, senza alla fine combinare un gran che, si solleva la richiesta di una maggior compassione e una maggior lungimiranza nei confronti di "chi ha più bisogno" o di un "alleggerimento del carico" per "chi è più colpito" – ma di sicuro non prima di aver valutato le conseguenze in fatto di popolarità in caso di elezioni – e ancor più frequentemente mutuando frasi e termini dagli "avversari".
Questo stato di cose ha la sua ragion d'essere: la socialdemocrazia ha perso la sua specifica base costitutiva – le roccaforti e i baluardi sociali suoi propri, quelle aree popolate da gente, i destinatari finali delle azioni politico-economiche, che aspetta e spera di essere ridefinita o ricollocata, altrimenti che come una massa di vittime, in un integrato soggetto collettivo di interessi, agenda e organismo politici già di per sé.

mercoledì 9 marzo 2011

Salvataggio fallito: ecco perché la Grecia è di nuovo in pericolo.


di Vladimiro Giacchè. Fonte: sinistrainrete
Come già più volte accaduto nel corso della tempesta che dalla primavera scorsa infierisce sul debito sovrano dei Paesi europei, il governo tedesco ha affidato il compito di testare le reazioni alle sue nuove proposte alle “indiscrezioni” rilanciate dal settimanale “Der Spiegel”: una sorta di Merkeleaks. Questa volta si tratta del Meccanismo Europeo di Stabilità, una specie di Fondo Monetario Europeo, con una potenza di fuoco complessiva di 500 miliardi di euro.
Ad esso dovrebbero contribuire i Paesi membri della zona euro, in proporzione alla quota di partecipazione alla Banca Centrale Europea (quindi con un rilevante contributo italiano). Questa proposta, presentata come una grande concessione ai Paesi in crisi, è accompagnata dalla consueta lista della spesa delle cose da fare: abolire la scala mobile (abbiamo scoperto che essa è ancora in vigore in diversi Stati europei, e che alcuni governi la ritengono essenziale per motivi di equità e di stabilità sociale), alzare l’età pensionistica, mettere in costituzione il divieto di deficit pubblici, e soprattutto accettare un meccanismo automatico di sanzioni (non previsto dal Trattato di Maastricht) per chi non rientra rapidamente da debiti pubblici eccessivi.

Tutti provvedimenti assai opinabili.

Il problema, però, è che non funziona neppure la parte positiva della proposta, ossia il Fondo che dovrebbe prestare soldi ai paesi in difficoltà. Ma i prestiti, per definizione, servono soltanto a risolvere le crisi di liquidità e non quelle di solvibilità. Possono, in altre parole, risolvere soltanto condizioni di difficoltà momentanee di un Paese nell’approvvigionamento di denaro sui mercati dei capitali: quando, ad esempio, i titoli di Stato si deprezzano bruscamente a causa di un attacco puramente speculativo.

Purtroppo, però, la situazione dei Paesi europei che oggi sono nell’occhio del ciclone non è questa. La loro crisi è infatti una cronica crisi di solvibilità, perché hanno un deficit strutturale nei confronti dell’estero (ossia consumano da anni più di quanto producono). Finché si ha un deficit del genere, è inevitabile che una o più categorie di agenti economici di quel Paese accumuli debiti: si può trattare del settore privato (famiglie e imprese) o si può trattare del settore pubblico, o anche di entrambi.

Ma quali Paesi si trovano in questa situazione?

Parlare chiaro.


Autore: Fonte: eddyburg
Una critica appassionata alle incertezze, anche nella sinistra, a dare un giudizio e promuovere conseguenti azioni nei confronti di Gheddafi.

Il manifesto, 9 marzo 2011
Al manifesto non riesce di dire che la Libia di Gheddafi non è né una democrazia né uno stato progressista, e che il tentativo di rivolta in corso si oppone a un clan familiare del quale si augura la caduta. Non penso tanto al nostro corrispondente, persona perfetta, mandato in una situazione imbarazzante a Tripoli e che ha potuto andare - e lo ha scritto - soltanto nelle zone che il governo consentiva, senza poter vedere niente né in Cirenaica, né nelle zone di combattimento fra Tripoli e Bengasi.
Perché tanta cautela da parte di un giornale che non ha esitato a sposare, fino ad oggi, anche le cause più minoritarie, ma degne? Non è degno che la gente si rivolti contro un potere che da quarant'anni, per avere nel 1969 abbattuto una monarchia fantoccio, le nega ogni forma di preoccupazione e di controllo? Non sono finite le illusioni progressiste che molti di noi, io inclusa, abbiamo nutrito negli anni sessanta e settanta?
Non è evidente che sono degenerate in poteri autoritari? Pensiamo ancora che la gestione del petrolio e della collocazione internazionale del paese possa restare nelle mani di una parvenza di stato, che non possiede neanche una elementare divisione dei poteri e si identifica in una famiglia?

Come uscire dalla crisi che ha cambiato il mondo.


di Fonte: eddyburg
«Un saggio di Luciano Gallino sui meccanismi che hanno portato alla "tempesta perfetta" del 2007 suggerendo anche una via d’uscita». La Repubblica, 8 marzo 2011
La differenza fondamentale tra "la produzione" e "l’estrazione" del valore. Gli esseri umani ormai trasformati in robot o in esuberi dovrebbero ribellarsi al pensiero liberista dominante Se dovessi scegliere il "romanzo della crisi" di questi anni di turbocapitalismo globale e letale voterei Sunset Park.
Le prime pagine del libro di Paul Auster – in cui il giovane Miles Heller racconta il suo lavoro di "moschettiere della disgrazia", incaricato di ispezionare per conto delle banche le case abbandonate dagli inquilini morosi e di fotografare le innumerevoli "cose abbandonate" per sempre dalle famiglie espropriate – sono l’affresco letterario di un’epoca. La Spoon River di «un mondo che crolla, di rovina economica e di difficoltà assidue e crescenti» per milioni di persone sommerse dalla "tempesta perfetta" iniziata oltre tre anni fa. Ma ora esce anche il "saggio della crisi". Non che in questi mesi la titolistica sul tema sia stata avara. Ma il libro che vi suggerisco adesso è forse il più completo e il più scientifico di tutti quelli che mi è capitato di leggere. Sto parlando di Finanzcapitalismo, che Luciano Gallino ha appena dato alle stampe (sempre per Einaudi).
Quello di Gallino è il viaggio dentro i deliri cinici, e a volte addirittura clinici, del mercatismo. Un viaggio che parte da un trionfo egemonico: un sistema economico basato sull’azzardo morale e sull’irresponsabilità del capitale, sul debito che genera debito e sul denaro che produce denaro. E che ci conduce a un capolinea drammatico: la completa svalorizzazione del lavoro, la devastazione delle risorse industriali e naturali, la desolazione di una massa di donne e di uomini che ormai non sono più "ceto medio", ma "classe povera". Quello che è accaduto, da quella drammatica fine estate del 2007, lo sappiamo. Quello che ancora mancava è un’analisi storica e sociologica, oltre che economica, del processo che ha cambiato i connotati del sistema.
Gallino lo ricostruisce a partire dal concetto, teorizzato da Lewis Mumford, delle "mega-macchine sociali": quelle grandi organizzazioni gerarchiche che usano masse di esseri umani come "componenti o servo-unità". Kombinat di potere politico, economico e culturale che hanno generato "mostri" nell’arco dei millenni: dalle piramidi egiziane costruite col sangue degli schiavi all’Impero Romano, dalla fabbrica di sterminio del Terzo Reich nazista all’universo concentrazionario del comunismo sovietico. Ora siamo alla fase più "evoluta": il "finanzcapitalismo", "mega-macchina" sviluppata allo scopo di massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e potere, «il valore estraibile sia dal maggior numero possibile di esseri umani, sia dagli eco-sistemi».

PSE ad Atene: L'Europa è nelle mani sbagliate.

"Il PSE ha capito che la crisi non è colpa della gente comune o del welfare": ... non mi dire!!!
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Fonte: paneacqua
Europa Lo scorso 4 marzo, i leader del PSE convenuti ad Atene hanno approvato un forte documento di politica europea e economica, alternativo alle linee che si stanno affermando a livello europeo. Qui di seguito un'ampia sintesi

L'Europa è nelle mani sbagliate. Non bisogna dare la colpa all'Europa ma alla maggioranza conservatrice che la governa.
Ci siamo riuniti per mettere a punto una alternativa alla linea dominante "solo austerità": questo mese sarà decisivo per l'Unione Europea, i paesi dell'eurozona e soprattutto per il popolo europeo. Sono in gioco i principi su cui fu fondata l'unione europea: solidarietà e destino comune.
I conservatori europei si stanno preparando a sacrificare questi principi per mettere stati e cittadini in competizione gli uni con gli altri. le proposte che sono state messe all'ordine del giorno del prossimo Consiglio Europeo sono tutte improntate all'istituzionalizzazione dell'austerità e all'annacquamento del nostro modello sociale e delle istituzioni di welfare.
Nonostante tutto quello che è successo negli ultimi 30 mesi, la linea è ancora quella di far pagare il fallimento dei mercati finanziari alla gente comune.
Il PSE ha una alternativa chiara,socialmente responsabile ed economicamente credibile,
per mantenere un corretto ritmo di crescita, e garantire l'occupazione, il progresso sociale e il pareggio dei bilanci pubblici.

Il PSE ha capito che la crisi non è colpa della gente comune o del welfare, ma dell'avida e irresponsabile politica dei governi conservatori di alcuni stati dell'Unione e della perdurante mancanza di controlli sui mercati finanziari.

martedì 8 marzo 2011

Dalla Libia arriva un grido di libertà.


di Farid Adly * in Il manifesto
Cari lettori, continuate ad abbonarvi al manifesto! Cari compagni del manifesto, redattori e lettori, non sono d'accordo con voi su alcune posizioni, ma continuo a leggere e difendere (per quel poco che posso fare) il manifesto. Le riflessioni che sono state avanzate da Rossanda, Castellina, Parlato e Di Francesco sono sacrosante, ma difettano in un punto: non inquadrano la questione libica nel suo contesto storico.
Sarebbe un dibattito avanzato e profondo su dubbi e zone d'ombra, se non ci fosse in corso una tragedia di un popolo che viene ucciso ogni giorno, nelle piazze delle città libiche e nelle piazze d'affari del mondo industrializzato. La frase del compagno Parlato «Sono e resto un convinto estimatore del colonnello Gheddafi» (Il Sole-24 Ore del 18/2/2011, poi ribadita sulle pagine del manifesto dieci giorni dopo) fa molto male a chi - come me - ha perso la propria libertà a causa del tiranno. Quanti articoli sul manifesto ho dovuto firmare diversamente, per scongiurare una repressione contro i miei familiari.
Prima di tutto, quella in corso non è una guerra civile; lo potrà diventare in futuro, ma adesso è una resistenza popolare contro un tiranno, la sua famiglia, i miliziani e mercenari. È paragonabile alla resistenza italiana contro il fascismo mussoliniano.
La questione della bandiera issata sulle zone liberate, avanzata da Manlio Dinucci, quella dell'indipendenza, non è un sintomo di ritorno al passato. Quella bandiera non è certo proprietà dell'ex re Idriss o della confraternita senussita. (A proposito, non ho capito il riferimento del compagno Parlato all'asserito antisemitismo di Idriss. Essere anti-sionisti non è necessariamente antisemitismo. Vi ricordo che prima dell'occupazione della Palestina, tra i vari progetti per creare Israele, nella prima metà del Novecento, la Cirenaica era uno dei luoghi proposti. Essere contrari a quei propositi non è certo antisemitismo). Io avrei usato la bandiera rossa, ma io e la mia generazione non contiamo nulla in questa rivoluzione. La corrente monarchica nell'opposizione è assolutamente minoritaria e lo sbandierare di quel tricolore, con stella e mezzaluna in bianco, non è un attaccamento al passato ma un chiaro rifiuto del regime. Fondare su questo una critica ai giovani libici che hanno affrontato a petto nudo le mitragliatrici anti-carro dei miliziani e mercenari di Gheddafi, è di una ingenerosità disarmante. Non si nega qui l'esistenza di piani internazionali per mettere le mani sul petrolio della Libia, ma la rivoluzione libica del 17 Febbraio 2011 non è guidata da fantocci dell'imperialismo, bensì da giovani e democratici che hanno una storia nel paese. La caduta del muro della paura, dopo le esperienze di Tunisia e Egitto, li ha portati ad alzare la testa contro la tirannia. Se non mettiamo al centro dell'attenzione questo grido di libertà, che nasce dal basso, non capiremmo nulla dai moti di rivolta che stanno caratterizzando la lotta dei paesi arabi contro le cariatidi al potere da troppi anni.

La piramide del potere.


di Marco Travaglio. Fonte
Buongiorno a tutti, c’è una bella aria di P2 in questi giorni, o meglio in questi giorni si scoprono rapporti revival e permanenze piduiste che hanno lavorato e operato in questi anni sotto traccia che improvvisamente stanno rivenendo fuori in parte loro malgrado grazie a un’indagine della Procura di Napoli in parte volontariamente, dichiaratamente con il progetto di cosiddetta riforma della giustizia epocale che Berlusconi ha annunciato.
Il mondo cambia, noi pensiamo ad altro
Il bello è che tutto il mondo si occupa d’altro, per esempio di quella cosetta da niente che sta avvenendo in nord Africa e che è la più importante, il più importante evento del mondo arabo e islamico che non sono necessariamente la stessa cosa di molti decenni a questa parte e cioè una rivolta finalmente non fondamentalista, finalmente non ideologica, finalmente non etero- diretta da questa o quella superpotenza, dove invece di bruciare bandiere americane, israeliane e affidarsi al solito ayatollah o al solito tiranno c’è invece una popolazione giovane, laica, educata attraverso Internet ai rapporti con le persone normali che abitano anche in Europa e in occidente.
Chiedono semplicemente libertà, autodeterminazione, diritti civili, diritti politici, libertà di parola, di espressione, di manifestazione, chiedono semplicemente normalità e nessuno riesce a controllarli e nessuno riesce neanche bene a capirli perché in quelle aree siamo abituati a apprezzare soltanto quelli che ci obbediscono o quelli che mettiamo lì noi, come avevamo messo lì il dittatore della Tunisia Ben Ali che poi si era sdebitato con i nostri politici ospitandone une latitante come avevamo sostenuto per decenni Gheddafi e come avevamo scambiato il regime feroce di Mubarak per un regime moderato soltanto perché era amico nostro.

lunedì 7 marzo 2011

Per una politica di opposizione (fra il tramonto di Berlusconi e la dissoluzione dell'Italia)


Scritto da M. Badiale - M. Bontempelli. Fonte: megachip
Il colpo di Stato di Berlusconi è già iniziato. Berlusconi si è trovato in questi mesi nella stessa situazione in cui si trovava Mussolini nel 1924, all'indomani dell'omicidio Matteotti, con lo scandalo e l'inizio di erosione del suo potere che ne seguì: nella situazione, cioè, di dover scegliere fra la rovina politica e personale e l'abbattimento delle regole della democrazia per l'instaurazione di un potere dispotico. Berlusconi, come Mussolini nel '24, ha scelto questa seconda strada.
Le analogie ovviamente finiscono qui. L'esito di un colpo di Stato di Berlusconi sarebbe molto diverso da quello di Mussolini.
Per capire questo punto, occorre riprendere ciò che abbiamo scritto in “Un tramonto pericoloso” sulla natura del blocco sociale che sostiene Berlusconi. Si tratta di un arcipelago di feudi di potere economico, politico e criminale: per dirla con una parola divenuta corrente, di cricche. Da un simile blocco sociale non può nascere un totalitarismo di Stato, ma soltanto un illegalismo dell'arbitrio, volta a volta condizionato e necessitato dai rapporti di potere tra le cricche (il totale arbitrio, infatti, non è affatto libertà, ma, come è dimostrato dalla logica hegeliana, coincide con la totale necessità). In questa situazione si manifestano due linee di forza, una a favore di Berlusconi e una contraria.
A favore di Berlusconi giocano elementi noti a tutti: il suo potere mediatico in un'epoca in cui modelli mentali e comportamentali sono sempre più di origine televisiva, e la sua capacità comunicativa nei confronti di una sempre più estesa opinione pubblica involgarita. Oltre a questo, si può notare che il suo impero economico è esso stesso una delle cricche, anzi la principale delle cricche. Si tratta di una grossa realtà che genera essa stessa affari e profitti non solo per Berlusconi, ma anche per un'ampia parte del variegato mondo affaristico che lo sostiene. Ognuno dei feudi di questo arcipelago sa che il proprio destino, se Berlusconi dovesse cadere, è di cadere insieme a lui, e questo fatto induce tutti ad una certa compattezza nel sostenerlo.

Libia, una tragedia se noi mondo libero facciamo la guerra per imporre la pace come in Afghanistan, come in Iraq.


E dalle basi della Sicilia partirebbero gli aerei per bombardare le città in mano a Gheddafi. Inevitabili gli "effetti collaterali", migliaia di vittime civili, ma gas e petrolio finalmente sicuri senza inchini e baciamano. Chissà se i libici continueranno ad avere un triste ricordo degli italiani.
Libia, una tragedia se noi mondo libero facciamo la guerra per imporre la pace come in Afghanistan, come in Iraq
di Raniero La Valle. Fonte: arcoiris
È evidente che non bisogna invadere la Libia, non mandare commandos di paracadutisti, non ripetere l’orrore della “no fly zone” che fu il massimo simbolo della prepotenza occidentale contro l’Iraq, che vuol dire guerra certa e che del resto la Lega araba non vuole. È evidente che i libici Gheddafi se lo devono cacciare da soli, come ogni popolo da solo deve cacciare i suoi governanti felloni.

Però il problema della Libia, della Tunisia, dell’Egitto, è tutto lì, come ormai da troppo tempo è lì il problema di Israele e della Palestina, di cui in nessun modo si riesce a venire a capo. Si può lasciare che questo grande dramma mediterraneo, che è anche un passaggio d’epoca, si svolga senza che da parte dell’Italia, dell’Europa, dell’Occidente, ci sia uno straccio d’idea, un progetto, una cultura per affrontarlo?
Dovrebbe cominciare proprio l’Italia, se fosse ancora un Paese che avesse un governo serio, e avesse una politica estera. Ha perfettamente ragione il ministro Maroni quando dice che la marea di profughi è tale che non la si può considerare solo un problema dell’Italia, né tanto meno di Malta, ma che è un problema dell’Europa. Sì, ma quale Europa? Si può pensare che l’Irlanda, o la Danimarca, o la Polonia, possano sentire il problema della ridislocazione delle popolazioni mediterranee come lo possono sentire i Paese rivieraschi, l’Italia, la Spagna, la Grecia?
È chiaro che il problema è soprattutto nostro. E che per affrontarlo dobbiamo fare appello alla nostra vocazione, alla nostra vicenda culturale e religiosa, alla nostra storia, che è prima di tutto e felicemente mediterranea.

I corpi bunga bunga e le mercificazioni del dio denaro.


Scritto da Giulietto Chiesa Domenica 06 Marzo 2011 Fonte: megachip
Giulietto Chiesa - Alternativa

La legge del denaro, quella che “regola” la mercificazione dei corpi e degli esseri umani, è sull’orlo del proprio fallimento. Al di là di ogni contesa giudiziaria, ciò che emerge è un Paese che sta producendo sempre nuova “carne da cannone”. E’ necessario perciò custodire memoria e indignazione per poter preparare la via di uscita da questo orrore.
LA REGINA CATTIVA della favola di Biancaneve oggi direbbe: specchio, specchio delle mie brame, chi è il più ricco del reame? Il bunga bunga è l’estrema propaggine della mercificazione cui tutti siamo stati trascinati a viva forza.La società umana è da tempo divenuta mero accessorio del sistema economico, anzi, società e mercato sono ormai la stessa cosa. E poiché questo sistema è dominato dal denaro, ecco che ogni individuo, e gli individui tutti insieme, cioè la società, è ora funzione del denaro.
Uomini e donne, donne e uomini, la natura intera, l’acqua, l’aria, sono diventati merce. In certi casi si vede di più, in altri meno. Quando si vede, ovviamene fa schifo, perché noi siamo ancora legati al nostro passato, alla nostra storia, e ce ne accorgiamo. Non tutti, ma tanti. E ce ne offendiamo quando vediamo non solo che c’è chi si vende, neanche per bisogno, ma per consumismo, ma soprattutto quando vediamo che, per molti, questa è già la norma.
Se ci sentiamo offesi è perché, donne e uomini, ancora resistiamo a questa nuova legge che - in tutto l’Occidente - è dogma. Ma dobbiamo sapere che il denaro ha già vinto e piegato a sé la maggioranza dei ricchi del pianeta. E - come vediamo attorno a noi - anche molti che ricchi non sono affatto, vedono e sentono come i ricchi, anche se non lo sanno neppure. E non lo sanno perché non si possono vedere allo specchio. L’unico specchio che vedono è quello della tv e del computer, che però rimandano indietro solo l’immagine di noi che la società dello spettacolo ha prodotto per tutti. Per questo corrono dietro la carota profumata - uomini e donne - che è stata predisposta per loro.

Standard salariale per salvare l’Europa.


di Emiliano Brancaccio. Fonte: sinistraeuropea

Quale è lo schema della proposta sullo standard retributivo europeo?
L’obiettivo della proposta, (consultabile su www.economiaepolitica.it) è di intervenire su una delle vere cause della crisi europea: la divergenza tra i costi del lavoro e il conseguente accumulo di squilibri commerciali tra paesi della zona euro. La proposta di “standard” verte su due pilastri: primo, tutti i paesi membri dell’Unione dovrebbero essere tenuti a garantire una crescita delle retribuzioni reali almeno uguale alla crescita della produttività del lavoro. Secondo, al di sopra della crescita minima, lo standard legherebbe la crescita delle retribuzioni reali agli andamenti delle bilance commerciali di ciascun paese, allo scopo di favorire il riequilibrio tra paesi in surplus e paesi in deficit con l’estero. Quindi, in sintesi, da una parte la redistribuzione sociale e, dall’altra, il riequilibrio commerciale. Il tutto con l’obiettivo del rilancio complessivo della domanda e della occupazione in Europa.
Il salario, quindi, come ultima chiamata per salvare l’unità europea?
Lo “standard” mostra che l’interesse generale collettivo, teso alla salvaguardia dell’unità dell’Europa, può coincidere con l’interesse dei lavoratori. I gruppi di interesse dominanti in Europa hanno fino ad oggi promosso politiche di stampo liberista, che hanno alimentato il dumping salariale e che hanno accentuato gli squilibri anziché risolverli. Per salvaguardare l’unità europea è allora forse giunto il tempo che le rappresentanze sociali e politiche del lavoro si facciano avanti con una proposta alternativa.
Quale è la connessione con il salario minimo?
La proposta di salario minimo europeo stabilisce semplicemente un limite retributivo al di sotto del quale non si può scendere. Si tratta di una misura auspicabile, ma in quanto tale non sarebbe sufficiente per contrastare le divergenze che stanno mettendo in pericolo l’Unione. La proposta di “standard retributivo” lega invece la crescita dei salari in rapporto alla produttività con gli andamenti delle bilance commerciali. Lo standard rappresenta quindi un elemento di convergenza che può garantire la tenuta dell’unità europea.
Come è stata accolta la proposta?

sabato 5 marzo 2011

Dal Wisconsin al Nordafrica, passando per l'Europa: rivolta globale contro il neoliberismo.


di Valerio Evangelisti. Fonte: carmillaonline

Sono state largamente ignorate, in Italia, le proteste esplose nel Wisconsin e nell’Ohio, dopo la decisione di due governatori reazionari di falcidiare i pubblici impiegati (dagli insegnanti agli infermieri) e di limitare i loro diritti sindacali.
Nel Wisconsin, a fronte di provvedimenti che avrebbero condotto al licenziamento di migliaia di lavoratori, e lasciato il singolo senza uno straccio di contratto collettivo solo e inerme davanti al padrone, una folla ha occupato il Campidoglio di Madison, capitale dello Stato, defenestrando di fatto le autorità elette. Uno dei leader storici della sinistra americana, il reverendo Jesse Jackson, ha infiammato con i suoi discorsi decine di migliaia di persone. In Ohio i sindacati hanno radunato folle equivalenti (per tenersi informati, leggere The Nation o Mother Jones, organi storici della sinistra Usa).
Qui si era distratti da ciò che sta accadendo nell’area mediterranea, con le rivolte ancora inconcluse di Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, Algeria, Yemen, Oman ecc. C’è chi le legge come insurrezioni generazionali, chi le lega a Twitter e a Facebook, chi le vede come pure insorgenze democratiche. Dall’ “altra parte”, quella ostile ai moti, a destra c’è chi le interpreta alla luce dell’islamismo radicale; a “sinistra” chi vi scorge tracce di rivoluzioni “arancioni” manovrate dalla CIA, da Obama, da occulti centri di potere (si citano Castro e Chávez, senza considerare che i loro paesi assediati cercano alleati dovunque possono).

Con rarissime eccezioni, nessuno riesce a formulare un’analisi di classe. L’unica che potrebbe tenere insieme, in un medesimo quadro interpretativo, le rivolte del Missouri e dell’Ohio con quelle dell’Africa del Nord; e inoltre unirvi la protesta di massa greca, la ribellione – studentesca ma non solo – in Francia, Italia, Gran Bretagna. E mille altri episodi. Siamo in presenza di un nuovo 1967-68. Una ribellione mondiale contro le imposizioni capitalistiche. Il rischio è che, questa volta, nessuno ci faccia caso. Si sono estinte, o godono di minore fortuna, le grandi analisi. Si ripiega dunque su quelle sempliciste: dal puro democraticismo liberale (la rivolta è contro regimi oppressivi) ai deliri detti “geopolitici” cari sia alla sinistra perbene di Limes che ai rossobruni (strano mix politico tra fascisti e comunisti ultra ortodossi).
Eppure la verità è sotto gli occhi di tutti.

Libia, la ricerca del casus belli.


di Stefano Rizzo, 04 marzo 2011, Fonte: paneacqua

La parola chiave è "legittimità". L'ha pronunciata ieri Barack Obama nel discorso più duro contro il dittatore libico, abbandonando - dopo che tutti gli americani erano stati messi in salvo - i toni cauti e le condanne diplomatiche dei giorni precedenti: "Gheddafi - ha detto Obama - ha perso ogni legittimità. Deve lasciare il potere e andarsene. Gli atti di violenza compiuti dal regime sono inaccettabili"
Le parole pesano e sono state scelte accuratamente per precostituire i passi futuri da compiere. Un governo che è privo di legittimità non gode di quella parte della sovranità che deriva dal suo riconoscimento internazionale: è come se non esistesse (e infatti qualche giorno fa era stato espulso da un organismo internazionale, il Consiglio per i diritti umani). Gheddafi aveva già di fatto perso un'altra componente essenziale di uno stato - la sovranità domestica - nel momento in cui non controllava più larghe parti del suo territorio passate agli insorti. Senza questi due aspetti - riconoscimento internazionale e controllo del territorio -- la sovranità non esiste e l'autorità di un governo si traduce in pura forza bruta, in violenza illegittima e, di conseguenza, illegale.
L'incriminazione per crimini contro l'umanità e l'emissione di un mandato di cattura internazionale da parte del tribunale penale internazionale nei suoi confronti, per quanto al momento inefficaci, completano il quadro. Muammar Gheddafi non è soltanto un dittatore che perseguita il suo popolo - come lui ce ne sono moltissimi altri in giro per il mondo - è un usurpatore del potere dello stato libico, un bandito.Posta così la questione, un'azione di guerra nei suoi confronti non sarebbe una rottura della legalità internazionale, non violerebbe il principio di non ingerenza sancito dalla carta delle Nazioni Unite poiché non intaccherebbe la sovranità che di fatto ha cessato di esistere. Potrebbe quindi essere legalmente intrapreso per salvaguardare altri beni, quali la vita e la sicurezza della popolazione civile, contro la quale il dittatore ha compiuto e continua a compiere - come ha detto Obama -- "atti di violenza inaccettabili".
Questa la cornice giuridica nella quale si sta muovendo l'amministrazione americana. Cui ha iniziato a dare corpo con l'emanazione delle sanzioni da parte del Consiglio di sicurezza e con il blocco dei beni in qualche modo riconducibili al dittatore e ai suoi sodali. Ma quali altri passi concreti potranno essere compiuti per fare cessare la "violenza inaccettabile", che quindi non è più questione dello stato libico, ma riguarda tutta la comunità internazionale?

venerdì 4 marzo 2011

UN CONFLITTO NELLA FABBRICA GLOBALE. La catena SPEZZATA


di Mario Tronti. Fonte: informarexresistere
Anticipiamo brani del saggio che chiude il libro-inchiesta sul ciclo produttivo negli stabilimenti Fiat di Pomigliano compiuta da un gruppo di giovani ricercatori del Centro per la Riforma dello Stato. Ma sopratutto un’analisi sul valore politico e simbolico dell’insubordinazione operaia in un’impresa multinazionale alla luce del tentativo di introdurre modelli di relazioni industriali che cancellano i diritti sociali e la capacità di resistenza da parte del lavoro vivo

Una caratteristica del nostro sciatto tempo è la separazione degli ambiti: la fabbrica ai sociologi, il mercato agli economisti, le istituzioni ai politologi. Non funziona così. Non funziona nemmeno per i bisogni della conoscenza dei fenomeni: che, separati nella complessità delle loro componenti, diventano oscuri e risultano falsi. Tanto meno funziona per le necessità dell’intervento nei processi: che, spezzati, nel comportamento dei loro soggetti, diventano inagibili e risultano immodificabili. Occorre dotarsi di una visione lucida del Gesamtprozess di sistema, dove tutti gli attori in campo vengono riconosciuti nel loro spazio di movimento, con i loro interessi, e soprattutto con la forza che intendono usare per farli valere.
Ecco un primo punto. Pomigliano, nella fase acuta della vicenda, quella intorno al referendum, ci ha messo davanti agli occhi la sproporzione nel rapporto di forza che si era creata tra padrone e operai. O meglio, la forzatura contenuta nel ricatto del quesito referendario, questo voleva mostrare, e il risultato della consultazione, bisogna dire, che lo ha corretto. Non certo rovesciato, ma corretto senz’altro. Se «Pomigliano non si tocca» aveva imposto un’iniziativa al management Fiat, «Pomigliano non si piega» dava una risposta al contenuto ricattatorio di quella iniziativa. La lotta paga: al contrario di quanto sostengono i sindacati collaborativi, i ministri di sua maestà e i giornali del capitalismo democratico. E paga il rifiuto operaio del lavoro individuale senza contratto collettivo.

Calamandrei sulla scuola.


Fonte: baruda

Parte del discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell'Associazione a Difesa della Scuola Nazionale a Roma l'11 febbraio 1950.
Come uno dei padri della nostra democrazia spiegava il ruolo della scuola pubblica per i costituenti.
Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.
Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito?
Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci).
Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito.
Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private.
Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.

Angelo Del Boca: «Rivolta in Libia figlia di antichi rancori»

di Luigi Nervo. Fonte: informazionelibera
La rivolta in Libia sembra essere arrivata alle fasi conclusive, con Gheddafi asserragliato nel suo bunker protetto da miliziani e mercenari mentre intorno alla Capitale i rivoltosi conquistano città e si apprestano a sferrare l'attacco finale. Abbiamo parlato della situazione in Libia con uno dei massimi esperti in materia, il professor Angelo Del Boca, ex giornalista e docente universitario che ha pubblicato molti libri sul Paese africano e sugli italiani che si trovavano in quelle terre.

Dopo Tunisia e Egitto la rivolta araba si è spostata in altri paesi. E ora anche in Libia. Era prevedibile che accadesse?

Direi di no, soprattutto per quanto riguarda la Libia. Anche per me, che conosco bene il Paese, è stata un po' una sorpresa perché ha un reddito pro capite di 15-18 mila euro l'anno, che è esattamente il triplo degli altri paesi vicini. Poi in Libia i generi di prima necessità sono tutti contingentati, sono tutti calmierati e a prezzi talmente bassi da essere disponibili per tutti. C'è un reddito medio alto, infatti non abbiamo mai visto un libico chiedere l'elemosina in Europa. Abbiamo visto tunisini, algerini, marocchini, ma libici mai, perché si sta bene. Mi ha molto sorpreso che ci sia stata una contaminazione dai due paesi vicini. E, guarda caso, non è cominciato in Tripolitania, ma in Cirenaica. Che poi venisse dalla Cirenaica era previsto, perché c'è ancora la forte influenza della Senussia, come testimoniano gli striscioni che ho visto nelle foto con scritto "Viva la Senussia". O le bandiere della Senussia, cioè dell'ultimo Re. E poi gli striscioni con scritto "Viva Omar al-Mukhtar", che è il loro personaggio principale. È lo stesso personaggio di cui si vantava anche Gheddafi, infatti quando è arrivato all'aeroporto di Roma aveva la sua fotografia di quando lo portano ad impiccare. Però non me lo aspettavo.

giovedì 3 marzo 2011

Noi amiamo la Scuola Pubblica che non educa al “bunga bunga” e siamo orgogliosi di lavorarci!


Lamezia Terme - Il Comunicato stampa di docenti e studenti per la scuola pubblica
2 / 3 / 2011 Fonte: globalproject
Il Giorno 26 febbraio c'è stato un “richiamo” esplicito del nostro premier riguardo la scuola. Egli sostiene che la Scuola non educa e che gli insegnanti inculcherebbero agli alunni principi contrari agli insegnamenti dei loro genitori. Inoltre il Premier sostiene che la libertà è quella di iscriversi in scuole private.

È paradossale e inaccettabile che un presidente del Consiglio, chiamato a incarnare e tutelare la cosa pubblica, attacchi frontalmente la scuola pubblica e quindi milioni di persone che in questa credono e alla quale quotidianamente dedicano, in condizioni spesso molto difficili, la loro personale fatica.
In effetti parecchie volte ci è capitato di inculcare in queste povere generazioni “improvvidamente” affidateci, valori di rispetto reciproco, dialogo, solidarietà e amore per lo studio e l’impegno quotidiano (oltre allo svolgimento dei programmi didattici regolarmente portati a termine naturalmente). Ci è capitato di dover spiegare che i modelli imposti dai programmi televisivi trash non sono sempre giusti, ma possono essere fuorvianti e poco consoni ad una società che dovrebbe altresì richiamarsi a valori di pace, giustizia e impegno sociale…
Ci sono insegnanti che parlano di legalità, dei danni della mafia, del consumo critico, del consumo dell’acqua. Parlano di diritti umani e della povertà nel mondo. Spiegano cosa significa boicottare alcune marche che operano politiche aziendali scellerate. Presentano loro Gandhi, Martin Luther King e la nonviolenza. E cercano di far capire loro l’importanza di non discriminare nessuno, mettendo al bando il razzismo e gli atteggiamenti omofobi e aggressivi, nel pieno rispetto della dignità umana e della Carta Costituzionale.

Il lavoro cambia. E allora che si fa?


di Sergio Bologna – Fonte: sulatestarivista

Non ricordo esattamente quando mi hanno invitato la prima volta a partecipare ad un dibattito dal titolo “il lavoro che cambia” ma può essere stato non meno di trent’anni fa. Del resto sono i documenti stessi a dirlo: sulla rivista “primo maggio” le analisi del decentramento produttivo, della scomposizione dell’unità aziendale in un sistema a rete, erano cominciate nel 1976/77. Negli stessi anni, i lavori del Dipartimento di Scienze del Territorio del Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura, avevano parlato di “fabbrica diffusa”.
Probabilmente si parlava ancora troppo di disarticolazione del complesso aziendale, cioè di “nuovo modo di fare impresa” e troppo poco di “nuovo modo di lavorare”, ma l’idea che la classe operaia venisse frammentata sul territorio per indebolirla era chiara. Le grosse novità sembravano però concentrate ancora nella fabbrica fordista, come il passaggio dalla lavorazione alla catena a quella “a isole”, la robotizzazione ecc.. Negli stessi anni si apriva un dibattito – purtroppo caratterizzato da forzature ideologiche – sulla fine della centralità dell’”operaio massa” e la comparsa sulla scena di una nuova figura egemone, quella dell’”operaio sociale”. Insomma, che nel mondo del lavoro si fosse alla vigilia di qualcosa di grosso, era chiaro a molti dei protagonisti di quelle analisi già dalla metà degli Anni Settanta.
Dopo lo spartiacque rappresentato dalla sconfitta alla Fiat nell’ottobre del 1980, e per alcuni anni ancora, gli ispiratori di quelle analisi avanzate avevano dovuto pensare a ripararsi dall’ondata repressiva, alcuni ci erano finiti dentro, stavano in galera in attesa di processi che si sarebbero tenuti dopo anni di carcere preventivo, altri erano riparati all’estero. I militanti operai, che erano più a diretto contatto con le trasformazioni del lavoro, erano stati dispersi e moltissimi licenziati, alcuni, non pochi, risucchiati dalle retate, erano finiti in galera. I sindacalisti più combattivi erano stati emarginati ed alcuni avevano subito veri e proprio traumi dalla sconfitta.Quando, alla metà degli Anni 80, comincia a riprendere, soprattutto in ambito accademico, la ricerca sulle trasformazioni del sistema produttivo e sul nuovo modo di fare impresa, il segno politico del discorso è completamente rovesciato.

Coalizioni, partiti, elettori.

di Franco Astengo. Fonte: paneacqua
Dibattito a sinistra I partiti oggi poggiano su di un "mix" di tre elementi: la personalizzazione della politica, il prevalere del principio ( e dell'obiettivo) della governabilità, la riduzione del confronto politico ad un profilo di semplificazione direi di tipo "bipolare". Escludendo così la partecipazione di base e il concorso degli iscritti alla costruzione degli organismi dirigenti
Un' analisi di Ilvo Diamanti sul "fattore coalizione" apparsa lunedì 28 Febbraio sulle colonne di "Repubblica" e l'esito delle primarie per il candidato del centrosinistra al comune di Torino che hanno fatto registrare un'alta percentuale di votanti (superiore a quella verificatasi in analoghe circostanze, qualche settimana fa, a Napoli e Milano) possono rappresentare due interessanti elementi di discussione, intorno ai temi della modificazione in corso nella qualità dell'agire politico da parte dei partiti e, nello stesso tempo, sulla percezione che settori di militanti e di elettori ricavano proprio da questo cambiamento.
Si sta consolidando, infatti, in particolare sul versante del centrosinistra un mutamento di fondo nel rapporto tra strutture politiche, opinione pubblica, orientamenti di voto.

mercoledì 2 marzo 2011

Lettere dalla scuola pubblica.


Fonte: Il manifesto.

Il Presidente del Consiglio dice che non voleva attaccare la scuola pubblica, ma solo mettere in guardia la nazione dall'indottrinamento ideologico di alcuni insegnanti che «vogliono inculcare dei principi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono inculcare ai loro figli». In effetti ha ragione e mi dichiaro colpevole.
Io insegno che la pena di morte va superata. Molti dei loro genitori dicono ai loro figli che essa va mantenuta, ma solo in alcuni casi. Parlo del dettato costituzionale che vuole il rispetto della dignità umana della persona e concepisce la pena in funzione della rieducazione del detenuto. Molti dei loro genitori gli dicono invece che in carcere si sta troppo bene perché c'è la tv. Esalto i valori della Resistenza che, con tutti i suoi difetti di cui non bisogna avere paura, ci ha dato la libertà e la Repubblica. Molti dei loro genitori gli rivelano che anche i partigiani sono stati violenti. Racconto che in uno Stato laico tutte le fedi religiose hanno uguale libertà. Molti dei loro genitori gli spiegano che se noi andassimo negli Stati arabi non ci lascerebbero così liberi. Spiego che il diritto alla vita è sacro e che con gli stranieri bisogna affrontare la fatica della legalità e dell'umanità. Molti dei loro genitori gli dicono d'accordo, però prima i nostri. Mi permetto anche il lusso di difendere la dignità degli omosessuali. Molti dei loro genitori li deridono o ne hanno ribrezzo.
Mario Dellacqua

Io non inculco. Io leggo, ripeto, spiego. Io incoraggio, consolo, soffio nasi. Io studio, mi preparo, mi pongo mille domande sui voti. Io insisto, rispiego. Io mi organizzo con le colleghe per poter fare un'uscita con gli alunni. Io gestisco i rapporti con 40 genitori alla volta, con il dirigente, con le colleghe. Io valuto, correggo, compilo documenti per ore. Io mi metto in discussione, chiedendomi se una prova sia troppo facile o troppo difficile. Io mi aggiorno, faccio ore in più senza percepire nulla. Inculcare è un verbo che non fa parte dell'educare, è una forma di violenza che non appartiene al mondo della scuola né al mestiere di insegnante.

martedì 1 marzo 2011

Il diritto ad una vita dignitosa.


di Valeria Piasentà. Fonte: manifestosardo

Dopo l’intervento di Manuela Scroccu sui 60 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, pubblichiamo sul tema un contributo di Valeria Piasentà (Red.)

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ha compiuto 60 anni: firmata a Parigi il 10 dicembre 1948 è stata variamente commemorata nel 2008. Tuttavia la sua applicazione è largamente disattesa, anche in Italia. Il caso più recente e grave riguarda i fatti del G8 di Genova del 2001, in quei giorni di ‘sospensione della democrazia’ in un colpo solo si sono infranti tre articoli della Dichiarazione: l’articolo 5 che proibisce la tortura; gli articoli 19 e 20 che garantiscono il diritto alla libertà di opinione, di espressione, di riunione.
Ma l’inosservanza di quei principi è più diffusa e sottile. Oggi, governanti e media pongono un accento volutamente fuorviante su episodi di cronaca nera che rientrano nella normale casistica, invece dovrebbero scuotere le coscienze alcuni drammi della povertà. Una pensionata è morta assiderata in provincia di Savona, dove viveva sola e senza riscaldamento. A Pistoia, un 44enne disoccupato si è tolto la vita la notte di Capodanno per problemi economici, anche l’Enel gli aveva interrotto la fornitura. In Abruzzo, una donna invalida e malata di tumore ha chiesto l’eutanasia perché non ha i mezzi non solo per curarsi, ma neppure per vivere (una storia struggente, come quella che ci racconta Sivio D’Arzo in Casa d’altri e che avremmo preferito restasse nei libri di letteratura).
E non si tratta di casi isolati, non sono i primi frutti della crisi economica poiché la povertà e la diseguaglianza si allargano da anni, colpevolmente favorite dalle politiche economiche neoliberiste: con la rincorsa alle privatizzazioni anche dei beni comuni e indispensabili, con l’assenza di controllo su tariffe e prezzi, con la deregolamentazione del lavoro, con la delegittimazione dei sindacati. La persona col suo lavoro, e la ricchezza reale che quel lavoro produce, sono sempre meno sentiti come delle priorità.

Il mondo arabo come laboratorio di sperimentazione politica.


di MICHAEL HARDT e ANTONIO NEGRI. Fonte: uninomade
La sfida per gli osservatori delle insurrezioni in nord Africa e Medio Oriente è leggerle non tanto come ripetizioni del passato ma piuttosto come esperimenti che aprono nuove possibilità politiche per la libertà e la democrazia ben oltre la regione. In effetti, noi speriamo che attraverso questo ciclo di lotte il mondo arabo diventi nei prossimi decenni ciò che l’America Latina è stata nei decenni passati, ovvero un laboratorio di sperimentazione politica tra il potere dei movimenti sociali e i governi progressisti dall’Argentina al Venezuela, dal Brasile alla Bolivia.
Le rivolte hanno immediatamente fatto pulizia dell’ideologia e spazzato via ogni concezione razzista dello scontro di civiltà che assegna la politica araba al passato. Le moltitudini a Tunisi, il Cairo e Bengasi mandano in frantumi lo stereotipo politico secondo cui gli arabi sono costretti a scegliere tra dittature laiche e fanatiche teocrazie, o che i musulmani sono incapaci di libertà e democrazia. Anche il chiamare queste lotte “rivoluzioni” sembra trarre in inganno molti commentatori che assumono la progressione di eventi secondo la logica del 1789, del 1917 o di altre ribellioni del passato contro re e zar.
Le rivolte arabe si sono infiammate sul tema della disoccupazione e hanno avuto al centro le ambizioni frustrate di una gioventù che ha studiato nelle università – una popolazione che ha molto in comune con gli studenti che protestano a Londra e Roma. Sebbene la prima richiesta proliferata nel mondo arabo si è concentrata sulla fine della dittatura e dei governi autoritari, dietro questo grido stanno una serie di domande sociali rispetto al lavoro e alla vita; non solo la fine di dipendenza e povertà, ma anche per il potere e l’autonomia di una popolazione intellettuale e altamente competente. Che Ben Ali e Mubarak o anche Gheddafi lascino il potere è solo il primo passo.

lunedì 28 febbraio 2011

Riflettere sulla DDR.


di simone oggionni. Fonte: reblab
(da Essere Comunisti, n. 22/2011)
Erich Honecker appunti scomodi

Nell’introduzione alla pubblicazione che recensiamo, Alessio Arena si dimostra del tutto avvertito rispetto al rischio nel quale inevitabilmente sarebbe incorso. Pubblicare – per la prima volta in Italia – le riflessioni scritte da Erich Honecker in carcere tra il 1992 e il 1993 e ultimate durante il breve esilio in Cile prima della morte (Appunti dal carcere, Edizioni Nemesis) significa assumersi una responsabilità non lieve.
Significa provare a interloquire con il dibattito storiografico e politico sull’esperienza del socialismo novecentesco rimettendo al centro i dati, i testi, i protagonisti, i fatti. Fronteggiando così, implicitamente ed in esplicito, la vulgata ideologica che vorrebbe consegnare all’oblio l’intera vicenda storica dei comunisti nel secolo scorso, marchiandola con un giudizio negativo ed inappellabile.
La pubblicazione di questi scritti di Honecker – segretario generale del Sed e Presidente del Consiglio di Stato della Rdt nel suo ultimo ventennio – prova a sfidare l’inappellabilità del giudizio, avanzando alcune tesi e facendo parlare i documenti (alcuni, come vedremo, di estremo interesse).
La prima tesi che viene proposta è proprio questa: il giudizio storico sulle vicende dei comunisti nel Novecento e, nella fattispecie, dei tentativi di costruire il socialismo in Unione Sovietica e nelle diverse democrazie popolari del Patto di Varsavia non può essere un giudizio inappellabile, emesso dal tribunale dei vincitori al termine di una guerra combattuta e vinta dal grande capitale. Per un motivo molto semplice: che qualunque indicatore di progresso, sviluppo e civiltà si voglia adoperare (dall’alfabetizzazione al tasso di povertà, dai tassi di crescita economica al grado di democrazia reale) la partita tra l’Occidente capitalistico e il socialismo reale non è una partita dal risultato scontato.

E dopo la Libia... è l'ora di The Kingdom?

Scritto da Debora Billi. Fonte: Petrolio
E' il pensiero che fa tremare i polsi a mezzo mondo. Dopo Tunisia, Egitto, Yemen, Bahrein e Libia... perché non potrebbe succedere anche in Arabia Saudita? In fin dei conti, si tratta di una monarchia assoluta di sapore medioevale, con un re talmente vecchio che al suo confronto Mubarak, Gheddafi e persino Berlusconi sembrano giovani leoni. L'Arabia non brilla per democrazia, diritti umani, libertà religiosa, di stampa e di pensiero; frustano la gente e giustiziano gli apostati coi tribunali coranici, insomma è un Paese da cui si può comprare petrolio senza essere rimproverati ma senza alcuna plausibile ragione. E' una dittatura bella e buona e probabilmente assai peggiore delle altre dittature rovesciate in questi giorni.

Fermiamo la guerra prima che sia troppo tardi.


di simone oggionni. Fonte: reblab
Nelle analisi lette in questi giorni sulla situazione in Libia si sovrappongono due piani di discussione. Enunciarli separatamente può aiutare a dissipare dubbi e a dissolvere ambiguità. Il primo piano riguarda il giudizio sul regime di Gheddafi.
Come ha giustamente messo in evidenza nei giorni scorsi Luciana Castellina, bisogna tra noi essere onesti. La storia del Gheddafi anti-colonialista e anti-imperialista non si cancella e non si riscrive sulla base della cronaca degli ultimi giorni. La fine del regime di re Hidriss e del sistema coloniale e la sua sostituzione con un modello progressivo di partecipazione delle masse è un dato storico difficilmente contestabile.
Quella spinta si è però, e non da ieri, ampiamente esaurita. Gheddafi ha interrotto il processo di socializzazione delle risorse già nel 2003, introducendo elementi di forte liberalizzazione, innanzitutto in campo energetico. A questo si aggiunge la politica estera del regime, costruita nell’ultimo decennio su relazioni spregiudicate con Usa e Unione Europea (nel campo energetico e in quello della politica migratoria) e di retorica vuota e inconcludente sulla questione palestinese. Infine, a ciò si aggiunge una condizione di svilimento della democrazia e dei diritti individuali tragicamente coerente con il perdurare pluridecennale del regime personale del raìs e ben esemplificato dai massacri indiscriminati di queste ore. La nostra avversione al regime libico quindi è fondata e fuori discussione.

domenica 27 febbraio 2011

Libia? ... si è visto come è finita in Iraq.


di Maurizio Matteuzzi, inviato a Tripoli. Fonte: il manifesto
Gheddafi in piazza: «Combatteremo»

Il morto ha parlato e sulla Piazza verde di Tripoli ha detto di nuovo: «Combatteremo e li sconfiggeremo». Il colonnello Gheddafi, dato per morto nel primo pomeriggio di ieri da due emittenti arabe del Dubai, la Arabiya e la Mbc, nel tardo pomeriggio di ieri è resuscitato ed è arrivato inatteso nella storica piazza tripolina per ripetere a una folla di suoi sostenitori (molto entusiasta ma non oceanica per la verità) che da ore l'occupavano gridando slogan e inanellando caroselli a tutto clacson, che lui non mollerà, che aprirà gli arsenali per dare «armi al popolo» e stroncare la rivolta interna e le eventuali tentazioni «dell'Europa e dell'America» verso un intervento armato, per quanto indorato come «umanitario», incredibilmente «non escluso» a priori dal portavoce del presidente Obama.
A meno di colpi di scena improvvisi, sempre possibili in una situazione così magmatica, la crisi libica rischia di avvitarsi in scenari sempre più drammatici.
Su Tripoli ieri soffiava un vento gelido che agita il mare e ritarda la partenza dei boat people verso l'Italia. Forse è questo lo stesso vento del Maghreb che ha già spazzato via il tunisino Ben Ali e l'egiziano Mubarak dopo epiche rivolte popolari (peraltro risolte dall'esercito), e che probabilmente spazzerà via anche Gheddafi dalla Libia.
Perché Muammar Gheddafi oltre ai suoi errori e prima di aver perso la guerra sul campo - che lui dice essere ispirata da «al Qaeda» e diretta a fare della Libia «un nuovo Afghanistan» alle porte dell'Europa -, sembra aver perso la guerra dell'informazione.
Qui i libici, molti libici, ti fermano per la strada per denunciare il ruolo giocato, soprattutto da Al Jazeera e da Al Arabiya (che oltretutto non hanno neanche una redazione qui) nelle guerra dell'informazione. O della disinformazione. Al Jazeera, liquidata come il portavoce di bin Laden dagli occidentali quando lavorava sulla guerra americana in Iraq, «eroe» della rivolta popolare nella piazza Tahir del Cairo, sulla Libia si è prodotta in una serie di scoop a senso unico e spesso inventati. Ma non per questo meno presi per buoni e rilanciati come oro colato dai media scritti e televisivi dell'Occidente (basta vedere i principali giornali italiani...).
Alcuni esempi di questi giorni o di ieri, rivelatori.

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