Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

lunedì 18 luglio 2011

Costruire convergenza tra le lotte – Intervista a Samir Amin.


Movimenti mondiali e questione nazionale, nuove risposte per vecchie sfide
Intervista a Samir Amin, economista. Fonte: laprospettiva
1) Su diversi giornali e siti si parla di Primavera Araba, così come in passato si è utilizzata l’espressione Primavera Sudamericana. Si tenta anche di collegare questi processi con le varie forme di protesta europee, dagli indignados ai referendum italiani. Nonostante questo collegamento è evidente l’assenza dello spirito di Genova 2001, un senso di unità che in molti riassumevano con lo slogan “un altro mondo è possibile”. C’è stata una perdita di unità ed è mai realmente esistito un movimento mondiale anticapitalista?

Alla questione è difficile rispondere. I movimenti sono evidentemente diversi l’uno dall’altro, da un paese all’altro: ognuno ha delle condizioni specifiche. C’è un grosso pericolo nel parlare di “mondo arabo”, perché si rischia di ignorare le molte differenze che esistono tra le vicende di Tunisia ed Egitto rispetto alla fase di Siria e Libia. Questo vale ovviamente di più per il collegamento con un realtà così distante come quella sudamericana, che presenta delle differenze anche al suo interno, dal Brasile al Venezuela cambia molto. Lo stesso discorso vale per i movimenti di Europa e Stati Uniti, che hanno caratteristiche proprie, legate alle specificità delle loro basi sociali.

C’è comunque qualcosa di comune in tutto questo: non sono solo movimenti di protesta ma di lotta contro il capitalismo odierno, quello del monopolio generalizzato e finanziario. Ovviamente si attaccano a un aspetto o a un altro, sono lotte segmentarie, ma la pluralità di questa lotta converge nella lotta generale contro il sistema, tanto nel mondo arabo quanto in quello sudamericano ed europeo. È un grande movimento mondiale che ha un fondamento comune, anche se non siamo ancora arrivati a una capacità del movimento di stabilire delle corrispondenze sufficienti per trasformare il momento di lotta locale o nazionale a un movimento, se non unificante, almeno convergente. Continuano a essere movimenti molto diversi tra loro.

Non ho mai amato la frase “un altro mondo è possibile”. Il mondo è in trasformazione permanente, ogni giorno l’avvenire è diverso dal presente. Il futuro muta ogni giorno e può essere migliore come peggiore. L’avvenire che vogliamo costruire è l’avvenire socialista e la prospettiva è quella comunista. Una prospettiva che non possiamo realizzare immediatamente, o in qualche anno e mese. Dobbiamo però conservare una visione di prospettiva generale.

Per me il comunismo non è un nuovo modo di produzione, migliore del capitalismo. È uno stato della civilizzazione avanzata. Serve una stagione della civilizzazione umana che non si può realizzare con un movimento dal basso estemporaneo. I movimenti però possono contribuire a costruire un modo diverso di gestione della società e della economia. Questo è il comunismo, e credo fosse questa la visione di Marx, anche se non ho il monopolio per parlare di marxismo.

Come si conquista un Paese.


Come si conquista un Paese: l'attacco della finanza internazionale all'Italia'
Tratto da http://www.clarissa.it - Fonte: senzasoste
L'attacco della speculazione che venerdì 8 luglio 2011 è stato diretto dalla finanza internazionale contro la Borsa italiana, provocando un ribasso del 3,47% pari a una perdita di 14,1 miliardi di capitalizzazione, non è una semplice operazione finanziaria. Chi continua a parlare dei "mercati finanziari" come di una divinità che organizza la vita delle società contemporanee sa perfettamente che questi anonimi "mercati finanziari" hanno nomi e cognomi. Sono uomini e gruppi che hanno precisi interessi e chiari obiettivi. Come in ogni operazione di destabilizzazione di un intero Paese, cioè, vi sono degli scopi ed essi sono oggi chiaramente individuabili.
L'Italia viene attaccata perché in realtà è uno dei Paesi dell'Occidente che meglio ha retto fino ad oggi la crisi finanziaria del 2007, grazie al fatto che i suoi cittadini e la rete delle sue piccole e medie imprese non hanno mai completamente dato ascolto alle sirene della globalizzazione finanziaria. Alcune sue imprese, le sue banche e le sue compagnie assicurative rappresentano quindi oggi un appetitoso obiettivo per chi spera di poterle ricomprare fra qualche mese a prezzi stracciati.
L'Italia viene attaccata perché un suo tracollo economico-finanziario rappresenterebbe il colpo definitivo all'euro e quindi al processo di unificazione europea che sulla moneta unica ha puntato (erroneamente) tutta la propria credibilità; e non vi sono dubbi che, senza l'ultimo presidio del Vecchio Continente, una visione sociale dei rapporti economici verrebbe definitivamente seppellita dalle forze montanti del capitalismo finanziario, da un lato, e dei nuovi capitalismi di Stato, come quello cinese, che, dall'altro, stanno avanzando senza freni sullo scenario mondiale.
L'Italia viene attaccata perché il nostro Paese ha una posizione determinante rispetto ai futuri assetti del Mediterraneo e del Medio Oriente e la confusa ma ancora in qualche modo persistente difficoltà italiana ad allinearsi completamente ad una politica forsennatamente filo-israeliana e di democracy building all'americana nei Paesi arabo-islamici, rappresenta oggi un ostacolo che deve essere rimosso in breve tempo.

domenica 17 luglio 2011

Islanda: governo costretto alle dimissioni, Costituzione rifatta sui social network, banche nazionalizzate. Una rivoluzione nel silenzio.

Di Chiara Pica. Fonte: ilpuntodivistaonline
L’islanda, il paese che con le sue eruzioni vulcaniche è stato in grado di bloccare il traffico aereo per giorni, è ora il protagonista di un’eruzione forse ancora più imponente: la rivoluzione democratica. Un’esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito. Un paese con la democrazia probabilmente più antica del mondo, le cui origini vanno indietro all’anno 930 e che, da occupante il primo posto nel rapporto dell’ ONU sull’indice dello sviluppo umano 2007/2008, viene messo tra i dimenticati dai media. Perché questo silenzio su cambiamenti così epocali? Cosa fa così paura da tenere la cosa sotto censura? Vediamo come si sono svolti i fatti così capiremo come e perché un intero popolo si è risvegliato.

L’islanda ha visto negli ultimi 15 anni crescere notevolmente il benessere economico, tuttavia legato a un modello neoliberista puro, sinonimo di privatizzazione dei servizi pubblici, liberalizzazione di ogni settore e fine di ogni chiusura doganale; un modello economico spinto a tal punto che nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate. Esse cercarono di attrarre gli investimenti stranieri attraverso conti online con tassi di interesse piuttosto alti. Tutto ciò portò ad un notevole innalzamento del debito estero di queste banche, che dal 200% del PIL arrivò nel 2007 al 900%. Il colpo di scure arrivò con la crisi dei mercati finanziari del 2008: le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, fallirono e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull’euro, che perse l’85 per cento, peggiorò drasticamente le cose tanto che alla fine dell’anno il paese andò in bancarotta. Il governo fu costretto a chiedere l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, mentre nel frattempo serpeggiò il malcontento nella popolazione: questa costituì un presidio prolungato davanti al parlamento che portò a gennaio al crollo del governo.

Se a votare sono i mercati.


di Guido Viale. Fonte: ilmanifesto
«A votare sono stati i mercati». Credo di aver letto per la prima volta questa espressione, o qualcosa di simile, sul quotidiano La Repubblica nella prima metà degli anni '90. Meno di un anno dopo il fallimento della banca d'affari Barings - una delle più antiche e "rispettabili" del Regno Unito - aveva aperto uno squarcio sul mistero dei mercati che «votano». Lì per lì la colpa era stata data a un giovane e intraprendente impiegato della filiale di Singapore che, all'insaputa dei suoi dirigenti, aveva perso l'equivalente di un miliardo di euro operando allo scoperto sulla borsa di Tokyo. Poi, poco a poco, si era venuto a sapere che di quei "giochi" era al corrente tutto lo staff dirigente della banca. E quelli di molte altre banche, che facevano esattamente la stessa cosa, su altri titoli o su altre piazze.
Già allora c'erano dunque tutti gli elementi per capire alcune cose: primo, che quelle operazioni, e altre consimili, si dovevano impedire; ma nessuna delle maggioranze al governo dei principali paesi dell'Occidente lo volle fare. E nessuna delle forze di opposizione - politica, o sociale, o associativa, o culturale - ne aveva fatto, né ne avrebbe fatto in seguito, la sua bandiera.
Eppure - secondo punto - la questione era della massima importanza; perché se a votare sono «i mercati» (e che mercati!), è chiaro che il voto dei cittadini non conta più; e alla democrazia si sostituisce la dittatura della finanza.
Oggi siamo a una resa dei conti. La finanza globale, con il suo «voto», controlla ormai il mondo intero. Ma non controlla se stessa. Quello che succede non è il risultato di un lucido piano concordato a tavolino, ma l'effetto di un meccanismo cieco che si chiama accumulazione del capitale. L'accumulazione del capitale non ha paura delle crisi, anche di quelle che provocano gigantesche distruzioni di ricchezza, comprese le guerre. E infatti, le conseguenze delle misure prese per fare fronte alla crisi finanziaria sono l'equivalente di un bombardamento sulla popolazione, sui posti di lavoro, sui redditi, sulle strutture produttive, sulla residua integrità del territorio di un paese. L'importante è che dopo la crisi o la distruzione si ricominci; perché è il meccanismo, e non il risultato, quello che va salvato.
Questo è il modo in cui procede la "crescita"; invocarla per porre rimedio all'impasse attuale vuol dire sostenere una continua riproposizione di quel meccanismo.

Manovra - Miracolo italiano


di Nicola Melloni (Liberazione del 16/07/2011) Fonte: controlacrisi Una pagina nera viene scritta in queste ore nel nostro Parlamento. La manovra economica viene approvata in quattro e quattr'otto sotto gli auspici del Presidente della Repubblica che ha definito «un miracolo» l'accordo tra maggioranza e opposizione. Certo, l'accordo non è sul merito della finanziaria, che il Pd critica, ma sulle tempistiche della approvazione, in fretta e furia per rassicurare i mercati. Purtroppo si tratta di una differenza di facciata. Anche il Pdl voleva cambiare la manovra, ma sia loro che il Pd (ed il resto delle forze parlamentari) hanno deciso di ritirare gli emendamenti, nei fatti svuotando il Parlamento delle sue prerogative in nome di un presunto bene superiore, la salvezza del Paese. Un miracolo? Vediamo meglio.
Ci sono due ordini di considerazioni da fare, su democrazia ed economia. Le modalità di approvazione di questa manovra ci portano a parlare di emergenza democratica, sulla falsariga di quel che è successo in Grecia. Certo, la manovra italiana è stata ideata da Tremonti e non dall' Unione Europea o dal Fondo Monetario Internazionale, ma il procedimento di approvazione è esattamente lo stesso ad Atene e a Roma dove i Parlamenti diventano semplicemente passa carte che si limitano ad approvare le leggi senza discuterle. Dove è finita la democrazia? Ha ancora un senso questa parola? In democrazia i cittadini eleggono il Parlamento che decide le priorità del Paese e vota di conseguenza le leggi. Il Parlamento si occupa certamente di tante cose (il nostro, purtroppo, ben poco), ma la legge finanziaria, e con essa soprattutto l'utilizzo delle nostre tasse che è il fondamento di ogni contratto sociale, è la legge per eccellenza. Ora invece la legge finanziaria è appaltata ad altri, a Tremonti, e non è dunque il Parlamento, il Paese, a decidere, ma un singolo, il trionfo della tecnocrazia.

Il default degli Stati Uniti



Di Beppe Grillo. Fonte

Il 3 agosto 2011, quasi dieci anni dopo le Torri Gemelle, si potrebbe consumare la vendetta di Bin Laden. Gli Stati Uniti sono sull'orlo del default. Se il Congresso non troverà entro il 2 agosto un accordo per alzare il tetto del debito, fissato per legge a 14.294 miliardi di dollari, il Paese più potente del mondo andrà in bancarotta. Sembra fantaeconomia, ma è tutto vero. Cosa c'entra Osama con il debito pubblico americano? Prima dell'11 settembre, il debito era sotto controllo, inferiore ai 6.000 miliardi. Dopo gli attentati è esploso a causa delle spese militari per le guerre in Iraq e in Afghanistan. Oggi ha largamente superato i 14.000 miliardi. Una jihad economica di Al Qaeda. Gli Stati Uniti spendono ogni anno in armamenti circa 10 volte più di ogni altro Paese, pari a circa 680 miliardi di dollari (dato 2010). Le basi USA sono ovunque, dal Giappone all'Italia, dalla Bosnia alla Turchia, dal Perù alla Corea del Sud. E' paradossale che la Cina, il principale avversario economico dell'America, ne finanzi l'apparato militare (che la circonda...) con l'acquisto dei suoi titoli pubblici. Peraltro, le ultime aste dei titoli sono ormai surreali. I titoli si stanno trasformando in carta straccia. La Fed, la banca centrale americana, infatti, acquista il 70% dei titoli emessi dal Tesoro. Si stampano i titoli e se li comprano. Farebbero prima a venderne solo il 30%. Gli Stati Uniti, per continuare a vivere, hanno bisogno di chiedere in prestito ogni giorno 4,5 miliardi di dollari (*). Sono il mendicante più in vista del pianeta. Un barbone con la tripla A, ma non dovrebbe avere la tripla C? Su che basi le agenzie valutano il rating statunitense, la sua solidità? Sul numero di testate atomiche che possiede? Democratici e repubblicani stanno discutendo da mesi su come ridurre il debito. Sembrano la brutta copia del Parlamento italiano, e ce ne vuole. Da una riduzione di 4.000 miliardi in dieci anni si è passati a una di 2.000 miliardi. Semplificando, i democratici vogliono più tasse per le classi abbienti, i repubblicani tagli dello Stato sociale. Eppure la soluzione è semplice. Si tolgano dai coglioni dal resto del mondo con i loro sommergibili atomici, ordigni nucleari, droni, basi militari, eserciti, portaerei, cacciabombardieri. Eviteranno il default e staranno meglio anche gli altri.
(*) fonte Financial Times

QUELLA MIOPIA POLITICA , DELLE MISURE DI AUSTERITA'.


Da "LA REPUBBLICA" di giovedì 14 luglio 2011. Fonte
di LUCIANO GALLINO

Le drastiche misure di austerità che i governi europei, incluso il nostro, stanno infliggendo ai loro cittadini non riguardano soltanto l`economia. Pongono questioni cruciali per il futuro della democrazia nella Ue. Prima que- stione: le organizzazioni cui i governi mostrano di avere ceduto la sovranità economica, qualiilFmi, laBce, laCommissione europea e le agenzie di valutazione, non godono di alcuna legittimazione politica. Inoltre si sono mostrate incapacisia di capirele cause reali della crisi, sia di predisporre interventi efficaci per rimediarvi.
Come sispiega alloral`atteggiamento disupina deferenzacheverso di loro mostrano i governi? Dopodiché occorre chiedersi quale sbocco politico le misure di austerità potrebbero avere nel medio periodo. Sia la storia del Novecento che molti segni recenti attestano che lo sbocco più probabile potrebbero essere regimi autoritari di destra.

Come uscire dalla crisi. Intervista a Emiliano Brancaccio.



In più occasioni ci è capitato di leggere dell’Europa come di un continente destinato al declino. C’è ancora spazio per il “vecchio mondo” o siamo destinati a essere “periferia dell’economia mondiale”?
L’Unione europea è il più grande esportatore mondiale di manufatti e servizi. Definirla una “periferia” mondiale è un errore. Seguendo una chiave interpretativa ancora attuale, fondata sulla categoria di imperialismo, l’Unione europea si situa tuttora al “centro” degli assetti del capitale mondiale, e mantiene un rapporto di controllo sulle periferie che orbitano attorno ad essa. Si tratta di un controllo economico ma anche politico e militare, come la guerra in Libia sta dimostrando in questi mesi.

Il grande limite dell’Europa, rispetto agli USA, risiede principalmente nella moneta. Gli Stati Uniti, forti della posizione di dominio monetario internazionale garantita dal dollaro, hanno per lungo tempo governato endogenamente lo sviluppo nazionale e mondiale. L’Europa invece si è mossa al traino, in una posizione che sul piano macroeconomico è stata quasi sempre subordinata agli USA. La stessa moneta unica non è nata con il proposito di diventare una moneta internazionale realmente alternativa al dollaro, ma sembra piuttosto essersi proposta quale baluardo della stabilità monetaria, una sorta di rifugio per il capitale ogni volta che il dollaro fosse stato soggetto a crisi e fluttuazioni eccessive. Fino ad oggi, dunque, le autorità europee non hanno quasi mai messo seriamente in discussione il primato macroeconomico e monetario americano.

Un ruolo nuovo e alternativo dell’Europa potrebbe allora consistere nel contribuire a delineare, con la Cina e gli altri paesi emergenti, un credibile sentiero di uscita dall’era del dollaro. Si tratta di una operazione complessa e potenzialmente rischiosa. Bisogna infatti capire che il passaggio da un regime monetario internazionale a un altro non avviene mai spontaneamente a seguito di una crisi, ma costituisce sempre un dirompente atto politico.
MY TRIP TO THE SCHOOL
MY HOME
CHECK POINT
MY SCHOOL

sabato 16 luglio 2011

Minacce di fallimento, disciplinamento sociale e indipendenza di classe.



di Maurizio Donato* in Contropiano.org - Fonte: sinistrainrete
Che cosa possiamo imparare dagli attacchi speculativi al debito sovrano

La fase attuale del versante economico della guerra di classe si concretizza in una serie di attacchi speculativi al debito sovrano di diversi paesi dell’Europa mediterranea. Stavolta tocca all’Italia, boccone appetitoso, ma notoriamente ostico. In questo breve saggio vengono dapprima sintetizzati alcuni elementi di giudizio che possiamo ricavare dagli attacchi speculativi scatenati dall’area valutaria dollaro contro gli anelli più deboli dell’area euro, in seguito discussi alcuni temi che stanno alla base della crisi del debito sovrano, per concludere con alcune note sulla situazione italiana.

Nonostante tutte le rassicurazioni di facciata, la crisi economico-finanziaria del capitalismo manifestatasi nell’estate del 2008 sotto forma di crisi da debito privato non solo non è finita, ma è entrata nella sua fase più pericolosa e acuta, dopo che salvataggi per migliaia di miliardi di dollari l’hanno trasformata in crisi da debito pubblico, particolarmente evidente nell’area valutaria euro in cui diversi paesi di media importanza rischiano di entrare o sono già entrati in una inedita fase di fallimento non dichiarato.

La forma della crisi è finanziaria perché finanziaria è la forma prevalente del capitalismo contemporaneo, ma la sua sostanza e dunque le sue radici risiedono all’interno dei meccanismi di produzione, e più specificamente nella crisi di profittabilità che si esprime nella caduta tendenziale del saggio di profitto.

SINISTRA EUROPEA, FACCIAMO DIVENTARE IL 15 OTTOBRE IL GIORNO DELLA RIVOLTA ALL'AUSTERITY



Si continua a discutere nel forum della Sinistra Europea sulla crisi e sulle forme di resistenza da mettere in campo contro di essa. I movimenti sono più avanti dei partiti, è stato detto anche oggi, c'è uno spazio euromediterraneo da ricostruire in un rapporto politico tra le rivolte che lo agitano, il FMI la BCE, i sovrani globali del capitalismo sono gli stessi avversari per i giovani di piazza Tahirir come per quelli di MAdrid e di Atene. L'Europa è un'architettura che nella crisi svela il suo volto autoritario, l'Euro Plus Pact ne è la scrittura materiale. Samir Amin nei forum ha aperto per la prima volta una discussione strutturata proponendo la destrutturazione dell'Europa da sinistra sollevando un dibattito che riempirà blog e giornali della sinistra nei prossimi mesi. Supportiamo con umiltà la giornata del 15 ottobre contro l'Austerity lanciata dagli indignados mettendoci a disposizione di questo appuntamento, questo è il messaggio che rimbalza nelle discussioni, soprattutto da molti rappresentanti dei partiti dei PIGS presenti alle giornate di lavoro. Lavoriamo per costruire relazioni stabili con le rivolte dell'euromediterraneo così come abbiamo fatto con l'America Latina - mi dice un compagno francese - in pochi ne parlano - continua - ma a Piazza Tahirir ha ripreso a battere il cuore della rivolta... e se il 15 ottobre anche i giovani Maghrebini scendono in piazza con gli indignados non succederebbe qualcosa di straordinario?

Qualcosa finalmente si muove...

Per chi vuole approfondire ulteriormente il tema, segnalo questo mio articolo uscito oggi su Liberazione che parla della giornata di ieri.
PF

Compagno vuol dire mangiare lo stesso pane


di Maria R. Calderoni (Liberazione del 15/07/2011) Fonte: controlacrisi
«Cari compagni, sì, compagni, perché è un nome bello e antico che non dobbiamo lasciare in disuso; deriva dal latino "cum panis", che accomuna coloro che mangiano lo stesso pane. Coloro che lo fanno condividono anche la stessa esistenza, con tutto quello che comporta: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze. E' molto più bello compagni che camerati come si nominano coloro che frequentano lo stesso luogo per dormire, e anche di commilitoni, che sono i compagni d'arme. Ecco, noi della Resistenza siamo compagni, perché abbiamo sì diviso il pane quando si aveva fame, ma anche insieme vissuto il pane della libertà, che è il più difficile da conquistare e mantenere. Oggi che, come diceva Primo Levi, abbiamo una casa calda e il ventre sazio, ci sembra risolto il problema dell'esistere e ci sediamo a sonnecchiare davanti alla televisione. All'erta, compagni! Non è il tempo di prendere in mano un'arma ma di non disarmare il cervello sì, e l'arma della ragione è più difficile da usare che non la violenza. Meditiamo su quello che è stato e non lasciamoci lusingare da una civiltà che propone per tutti autoveicoli sempre più belli e ragazze sempre più svestite. Altri sono i proplemi della nostra società: la pace, certo, ma anche un lavoro per tutti, la libertà di accedere allo studio, una vecchiaia serena; non solo egoisticamente per noi, ma per tutti i cittadini. Così nei principi fondamentali della nostra Costituzione nata dalla Resistenza. Vi raggiunga il mio saluto, compagni dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia, e Resistenza sempre. Vostro Rigoni Stern». Questa la lettera che l'autore dell'indimenticabile Il sergente nella neve ha inviato nel 2007 al convegno provinciale dell'Anpi di Treviso: pubblicata, in memoria, da Il Calendario del Popolonel numero agosto-settembre 2008 e ripresa da Sergio Romano sul Corriere della Sera(pro-memoria per Vendola).

Gli italiani si informano grazie alla TV mentre Internet è usato pochissimo. Una risposta ai cyber entusiasti.


di Massimo Ragnedda. Fonte: megachip
“Palinsesti e fonti d’informazione «fai da te»: è l’era dei consumi multimediali personali e autogestiti”. Il 9° Rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione «I media personali nell’era digitale», fotografa così il mondo dell’informazione italiana. Ad una prima euforica analisi si potrebbe dire che l’opinione pubblica italiana si forma attraverso internet e grazie alle fonti d’informazione alternative; si potrebbe dire che il numero degli utenti internet sia notevolmente aumentato sino ad arrivare nel 2011 a sfondare “finalmente la soglia del 50% della popolazione italiana, attestandosi per l’esattezza al 53,1%”, cosa che ci avvicina all’Europa; si potrebbe dire (e qualcuno in queste ore lo ha fatto) che la Tv oramai non conta niente e con Internet cambia radicalmente la dieta mediatica italiana? Ma è realmente così?
Provo a sottolineare alcuni elementi di criticità. Innanzitutto comparando questi dati con quelli dei 27 paesi dell’Unione Europea, l’Italia si trova al 22° posto per la penetrazione di Internet. Peggio di noi solo Bulgaria, Cipro, Grecia, Portogallo e Romania (http://www.internetworldstats.com/stats.htm). Siamo ben lontani dai livelli di penetrazione di internet nei paesi scandinavi: in Svezia la percentuale di cittadini connessa alla rete è del 92,4%, in Danimarca dell’85,9% e in Finlandia dell’85,2%. Inoltre l’Italia è, tra i paesi del G7, all’ultimo posto per la diffusione di Internet tra la propria popolazione.

Il Minnesota ha chiuso i battenti. E ora?



Fonte: crisisblogosfere
Ci è gia capitato di seguire le sorti di una città, Detroit, in preda alla crisi. Ora è interessante vedere lo svolgersi degli eventi in Minnesota, lo Stato USA che ha dichiarato bancarotta e ha praticamente "chiuso".
Con somma gioia di chi considera gli statali responsabili di ogni male, il Minnesota ha lasciato a casa tutti i suoi dipendenti pubblici: circa 24 mila persone. Sicuramente ora l'economia si riprenderà in un lampo, neanche a dirlo, senza i vigili del fuoco e altri inutili parassiti. Inoltre, vedere la fine dello Stato vessatore significa finalmente la libertà!
Ironie a parte, ecco i primi imprevedibili effetti del provvedimento.
- Niente aperitivo, alcool, sigarette. Centinaia di bar e ristoranti in tutto lo Stato stanno finendo le scorte e non possono approvvigionarsi: gli uffici che rinnovano la licenza necessaria sono chiusi. Eh, questa burocrazia.
- Niente birra nei supermercati. Ritirate dagli scaffali 35 marche di birra. Anche qui, non si può fare il rinnovo della licenza di distribuzione.
- Niente caccia e pesca. Non si rilasciano licenze e rinnovi, e se ti beccano prendi anche la multa.
- Niente auto per i giovani. Dal 1 Luglio, non si rilasciano più patenti ai neopatentati. Tutti a piedi. - Niente esami a scuola. Chi doveva fare un esame di recupero a luglio, dovrà aspettare almeno novembre.
- Niente asili nido, niente scuole per sordi, niente assistenza ai disabili.
- Niente segnaletica autostradale, tutto spento, incluse le aree di sosta attrezzate che sono state chiuse tutte.
- Niente musei statali, chiusi tutti e 26.
- Niente parchi, tutti chiusi al pubblico, e i vandali già ne approfittano per devastare e rubacchiare.
Queste le prime conseguenze della chiusura di un intero Stato. Per quanto riguarda la sanità, il sistema USA è molto diverso dal nostro ma sono garantiti solo alcuni ospedali essenziali (anziani, veterani di guerra); per le scuole pubbliche, si continuano a finanziare soltanto le elementari.
Per il momento si tratta di piccole ripercussioni sulla vita di ogni giorno. Ma cosa accadrà se dovesse verificarsi ad esempio un qualche disastro naturale? E cosa sarà delle migliaia di famiglie rimaste senza lavoro?

Misure draconiane per fermare i movimenti per i beni comuni.


di Marco Bersani. Fonte: attacitalia
Se volessimo cercare un filo conduttore tra le misure draconiane messe in campo dal governo Berlusconi per fronteggiare la crisi finanziaria dentro la quale sta precipitando il nostro paese, oltre all’evidente elemento di classe –pagano sempre la fasce deboli- non sarebbe possibile evitare di pensare anche all’elemento della vendetta.
Un mese fa, dopo una straordinaria campagna di sensibilizzazione sociale che ha attraversato ogni angolo dell’Italia, la maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto ha inondato di SI le urne, chiedendo l’uscita dell’acqua e dei servizi pubblici dal mercato e l’uscita dei profitti dall’acqua.
Con quel voto si è registrata, per la prima volta dopo decenni, la prima vera sconfitta delle politiche liberiste in questo paese e si è aperta la strada per un nuovo progetto di società, basato sulla riappropriazione sociale dei beni comuni e la loro gestione partecipativa.
Con quel voto – e soprattutto per come è stato costruito - si è registrata una nuova e forte affermazione di democrazia reale, basata sul protagonismo diretto delle persone e sulla partecipazione sociale.


GOING TO SCHOOL
WARNING: SETTLERS !
"I HOPE I CAN MAKE IT"
To Francesco, who escorts children to school

venerdì 15 luglio 2011

Pietro Ingrao ricoverato d'urgenza all'ospedale di fondi.



Il 96enne storico leader della sinistra italiana, Pietro Ingrao e' stato ricoverato stamane d'urgenza all'ospedale di Fondi per un improvviso malore. Il segretario del Prc-Federazione della Sinistra, Paolo Ferrero, ha rivolto a Ingrao l'augurio piu' caro di una rapida guarigione.

INGRAO: FIGLIO, È COSCIENTE E STA FACENDO ACCERTAMENTI
«Mio padre sta facendo degli accertamenti. L'esito dei primi controlli è rassicurante e ci auguriamo possa essere dimesso e tornare presto a casa». Guido Ingrao rassicura sulle condizioni di salute del padre Pietro ricoverato all'ospedale di Fondi (Latina). «Ha avuto una piccola ischemia - spiega Guido Ingrao - e adesso sta facendo degli accertamenti. L'esito dei primi controlli è rassicurante, ma, data l'età, 96 anni, è ricoverato. È cosciente e ci auguriamo che possa essere dimesso e tornare presto a casa». (ANSA).

L'orchestrina del Titanic.



di Beppe Grillo. Fonte: beppegrilloblog

L'orchestrina del Titanic continua a suonare mentre l'iceberg si avvicina. Tremorti, il trombonista, ci rassicura "O si va avanti o si va a fondo" (forse entrambi...) e "Come sul Titanic, la prima classe non si salva". E' l'ennesima balla tremortiana. La prima classe si è già salvata. Ha accumulato capitali, ha portato i soldi all'estero. La prima classe ha ottenuto dal Governo biglietti omaggio per la traversata con lo Scudo Fiscale con il solo 5% di tassazione sui capitali occultati al Fisco. Insieme ai viaggiatori di prima classe si salveranno i loro cuochi, i valletti, i camerieri dei giornali, ma anche i gigolò e le puttane da camera e gli armatori delle banche e di Confindustria. La citazione del Titanic è una rassicurazione buona soltanto per i poveracci. Lavoratori dipendenti, precari e disoccupati sono già immersi nella merda fino al collo. Nell'affondamento del Titanic in prima classe si salvò il 61,81% dei passeggeri, 204 superstiti su 330. In seconda classe il 42,5%, 119 su 280. In terza classe il 26,85%, 105 su 391. Un biglietto di prima classe garantiva tre volte di più la salvezza rispetto a uno di terza.
Tremorti dopo trent'anni di frequentazioni politiche e di ciance economiche si è svegliato. Ha bisbigliato, come se fosse sdraiato sul letto in attesa del trapasso "Introdurre nella Costituzione una regola d'oro che vincoli al raggiungimento del pareggio di bilancio". Lo dice ora, quando tutto tracima, tracolla, esonda e il debito è una montagna di ghiaccio che sfiora i 2.000 miliardi che ci arriva in faccia. Tremortacci tua, dove sei stato insieme ai tuoi compari in tutto questo tempo? Il MoVimento 5 Stelle, quello populista, l'alfiere dell'anti politica, il qualunquista, da anni ha inserito nel suo Programma una riga "Approvazione di ogni legge subordinata alla effettiva copertura finanziaria". Non puoi indebitare il cittadino senza il suo permesso per fare finanza elettorale, per comprare cacciabombardieri dagli Stati Uniti, per mantenere le nostre truppe in Afghanistan, per puttanate da 22 miliardi di euro come la Tav, per un miliardo di finanziamenti pubblici ai partiti spacciati come rimborsi. Non puoi buttare nel cesso centinaia di milioni dei contribuenti con cazzate come quella voluta da Maroni di disaccoppiare il referendum dalle elezioni amministrative o per mantenere in vita le Province. O fare il Ponte di Messina, la Gronda e il cazzo che ti pare per decine di miliardi di euro attinti dal debito pubblico. I soldi sono nostri, dei cittadini. Ve li siete fumati, li avete regalati ai concessionari di Stato come Benetton per le autostrade, alla Marcegaglia e ai petrolieri con il Cip6, ai vostri giornali. La prima classe si è arricchita grazie allo Stato, deve essere l'ultima a salire sulle scialuppe di salvataggio.

Turchia e Cina


Postato il 14 luglio 2011 da Istanbul, Avrupa
L’11 luglio la compagnia aerea cinese Hainan ha inaugurato il primo volo Shanghai-Urumqi-Istanbul (Urumqi si trova nella regione autonoma dello Xinjiang, l’ex Turkestan orientale): la via della Seta continua a rinascere, io ho pensato di riciclare un articolo sui rapporti sino-turchi pubblicato a novembre 2010 su FareFuturo webmagazine (che è stato crudelmente cancellato dal web).
La Turchia e la Cina hanno appena concluso una nuova esercitazione militare congiunta, dopo quella aerea di settembre nella base di Konya. Le informazioni trapelate sono estremamente frammentarie: si parla di unità per le operazioni speciali, di contesto montagnoso e di finalità anti-terroristiche; in ogni caso, è la prima volta che soldati dell’esercito cinese partecipano a un’esercitazione terrestre in un paese della Nato. Ma non c’è da stupirsene: perché i rapporti tra Ankara e Pechino sono sempre più stretti, al punto di assumere una rilevanza ormai strategica. E le visite ai massimi livelli, reciproche e profittevoli, si susseguono: del premier cinese Wen Jiabao in Turchia il mese scorso, tappa fondamentale del suo tour europeo, nel corso della quale sono stati firmati otto importanti accordi di cooperazione economica e politica; del ministro degli esteri Ahmet Davutoğlu in Cina, dal 27 ottobre al 3 novembre.

Una missione che ha dato ottimi risultati, secondo il capo della diplomazia turca: un tassello fondamentale per la creazione di una partenership strategica tra i due paesi, per il superamento dei vecchi paradigmi della Guerra fredda, per il ripristino delle connessioni dell’antica via della Seta. “Il risveglio della storia”, nelle parole di Davutoğlu : il ritorno in grande stile alla normalità di un passato in cui i due imperi – cinese e ottomano – erano legati da flussi reciproci di merci e di idee.

Manovra: "Tutti uniti" contro il cambiamento! ... ma tutti, chi?


di Luciano Muhlbauer. Fonte: paneacqua
Manovra: uniti contro il cambiamento Il commento Tutti uniti, tutti responsabili, tutti coesi in nome della nazione strapazzata e delle richieste dei mercati. E così, la mega manovra da oltre 70 miliardi di euro sarà approvata in un lampo, senza inutili discussioni e sterili proteste. Le banche centrali e i commissari europei applaudono, le agenzie di rating annuiscono e gli speculatori, per ora, tornano ad occuparsi dei Pigs (Portogallo-Irlanda-Grecia-Spagna)
A sentire la vulgata massmediatica del momento, l'abbiamo scampata bella. Siamo stati bravi. Persino il governo, ormai in avanzato stato di putrefazione politica, ha dato prova di apparente serietà e l'opposizione ha finalmente dimostrato di essere fit to govern, come direbbero gli anglosassoni. Anzi, si ricomincia pure di parlare di governi tecnici, di transizione, di unità nazionale e chi più ne ha più ne metta, tanto la questione è non andare al voto subito e condividere a 360 gradi la responsabilità dei sacrifici.

Già, perché ci sono i sacrifici e quelli toccano ai soliti noti. E questa volta sono proprio una bella botta, che colpisce un tessuto sociale ed economico già indebolito da anni di crisi e misure anticrisi. Evitiamo qui di fare l'elenco dettagliato dei tagli e dei balzelli, perché basta ricordare i titoli per capire chi pagherà il conto.
CISGIORDANIA NOTEBOOK THE HEALTH FARM
produced in stolen land harvested by Palestinians paid one third of our labourers, no rights, no contracts, no syndicates, to your health!

giovedì 14 luglio 2011

Lacrime e sangue, ma non per i padroni.


di GIORGIO CREMASCHI Fonte: micromega

No signor Presidente della Repubblica, mi permetto di obiettarLe che questo non è il momento della coesione nazionale. Capisco le buone intenzioni di natura istituzionale, ma esse oggi lastricano una via che porta al massacro sociale in Italia come in Europa. Non di coesione, ma di una irruzione di giustizia, eguaglianza sociale e democrazia ha oggi bisogno la nostra stanca ed inutile politica per affrontare davvero la crisi.

Giustizia, perché nessuna misura è credibile se non vanno in galera i potenti che rubano, se non si colpiscono davvero gli evasori fiscali, se non c’è un risanamento morale della politica e se non si liquida il suo intreccio con gli affari.

Eguaglianza sociale, perché sinora il mondo del lavoro, i pensionati, i disoccupati, ancor più se giovani o donne, han pagato tutti, ma proprio tutti i costi della crisi. Mentre le banche, la finanza, i padroni hanno ricevuto tutti gli aiuti possibili, li hanno intascati e han continuato a fare lo stesso di prima, peggio di prima.

Democrazia, perché non è più tollerabile che i governi dei paesi democratici siano sottoposti alla dittatura delle agenzie di rating, del fondo monetario, della banca europea. Dieci anni fa siamo scesi in piazza a Genova contro il pensiero unico liberista. Oggi in Europa c’è un governo unico delle banche, della finanza e della casta dei padroni e dei manager più ricchi che impone le sue decisioni a tutti i governi, siano essi di destra o di centrosinistra.

A responsabilità illimitata.


di Stefano Galieni. Fonte: controlacrisi
Secondo il “Devoto Oli” dizionario eccelso della lingua italiana, l’aggettivo “responsabile” si addice a colui “che deve render ragione delle azioni proprie o altrui” o che è “conscio delle proprie responsabilità”. Una accezione solo apparentemente positiva: si può essere consapevoli dei propri atti ma non è detto che questi in linea di principio siano sempre moralmente ed eticamente giusti, né che tantomeno gli atti commessi in piena responsabilità corrispondano a fini socialmente condivisibili. Occorre sempre analizzare il contesto: il signor Torquemada ad esempio, era perfettamente consapevole e responsabile quando in nome della fede, decretava torture e scempio dei corpi di coloro che odoravano di eresia, blasfemia, stregoneria. Lo ordinava in nome di dio, non è un bell’esempio. Ma quelli erano altri tempi. Nel mondo della globalizzazione neoliberista anche la responsabilità è una merce che circola. Si una merce che ha un prezzo e un valore di mercato. Prendiamo il caso di una remota provincia dell’impero, un Paese chiamato Italia. Da sempre in nome della “responsabilità” si sono fatti sacrifici, piani di austerità, strette di cinghia, sempre gli stessi i soggetti che si sono visti“responsabilmente” costretti a pagare errori o scelte altrui. Ovviamente non si parla di banchieri, manager, notabili e grandi imprenditori, non si parla di palazzinari e affaristi, ad essere spremuti come agrumi sono sempre gli stessi soggetti a cui i prelievi, ormai di sangue, vengono fatti direttamente in vena. Ma la responsabilità passa, come dalle porte di un saloon, dall’economia alla politica.

L’usura internazionale divora la Grecia e il capitalismo divora se stesso.


Fonte: cogitoergo

Un nuovo ciclo di usura internazionale con la crisi finanziaria, questa volta a livello degli Stati, già comincia a proiettarsi dalla Grecia (attraverso i fondi di “riscatto”) a tutti i paesi della zona euro. Come meccanismo centrale, le banche e i gruppi usurai internazionali “riprestano” denaro agli Stati falliti (come fecero prima con le banche e le aziende private), si assicurano la capacità di pagamento con “le misure d’austerità” e alimentano la nascita di un’altra bolla, con la speculazione dei bond (emissione di debito degli Stati) nel mercato internazionale. Si tratta di un nuovo ciclo, dove il sistema capitalista si ristruttura e ricicla le sue crisi in nuove “bolle”.
Di Manuel Freytas

Riciclo dell’usura

L’operazione finanziaria con il “salvataggio” della Grecia non è altro che un grande business dell’usura con la crisi, questa volta fatto con uno Stato fallito e con il FMI e l’UE come strumenti esecutivi.
Il governo greco, in stato d’insolvenza per pagare il suo debito, chiede denaro (in cambio di obbligazioni) ed emette più debito. Cioè torna a indebitarsi per pagare il nuovo debito.
L’UE e la BCE (come intermediari e garanti), il FMI e gruppi d’usura internazionale rifinanziano lo Stato greco e attraverso un “adeguamento selvaggio” si assicurano che la Grecia paghi il suo debito riciclato con nuovi interessi usurari.
In questo modo, gli usurai internazionali ( banche centrali e gruppi privati) “prestano” soldi, si assicurano la capacità di pagamento con l’”adeguamento” e alimentano la nascita di un’altra bolla con la speculazione sui titoli greci nel mercato internazionale.
In breve, l’usura internazionale, dopo essersi assicurarata la capacità del pagamento del debito greco fornisce fondi per riciclare un nuovo macro affare finanziario con il debito del paese fallito.
In altre parole “finanzia” (comprando il debito) non per salvare la Grecia ma per alimentare un altro ciclo di indebitamento usuraio e di bolla speculativa.
Riassumendo, il capitale usuraio mette denaro (acquista obbligazioni) si assicura il suo ritorno (capitale e interessi) con l’”adeguamento selvaggio” e la nuova disciplina fiscale (riduzione della spesa pubblica) e si assicura il guadagno speculativo con i bond nel mercato internazionale (nuova bolla speculativa)



CISGIORDANIA NOTEBOOK : "THE PALESTINIAN AIR FORCE"
the children's mocking kites against the ferocity of the Israelis land grabbers

mercoledì 13 luglio 2011

I nodi vengono al pettine.


Fonte: Piattaforma Comunista
Gli avvenimenti degli ultimi giorni sono illuminanti per capire cosa
ci aspetta. Ripercorriamoli.
Il governo Berlusconi, con il sostegno di Confindustria e di
Napolitano, presenta l’ennesima manovra economica, imposta
dall’UE. Un massacro sociale metodico, da 47 miliardi in quattro
anni. A cosa serve? A corrispondere gli interessi alle istituzioni
finanziarie che detengono circa il 90% dei Titoli di stato italiani
(banche, assicurazioni, fondi pensioni, hedge funds, in maggioranza
stranieri), a favorire i padroni, a salvaguardare patrimoni e
privilegi delle classi possidenti.
Vengono di nuovo colpiti i salari, gli stipendi, le pensioni, i
servizi sociali. La manovra – che ipoteca la politica dei prossimi
governi borghesi - causerà diminuzione della capacità di consumo
delle masse lavoratrici, prolungamento della recessione e
licenziamenti. Getterà ancor più nella miseria e nell’incertezza
vasti strati della popolazione per favorire i profitti, la rendita
parassitaria, l’evasione fiscale.
Alcuni giorni dopo la presentazione della stangata l’agenzia di
valutazione statunitense Moody’s (come mai sono le agenzie del paese
più indebitato del mondo a giudicare il debito altrui?) declassa i
Titoli di stato portoghesi a livello di spazzatura.
Parte il gioco speculativo al ribasso - gli attori sono le
istituzioni finanziarie di cui sopra e i vandali dell’alta finanza
come Soros - che fa precipitare le Borse e mette sotto pressione anche
i Titoli di stato italiani, a causa dell’instabilità economica e
politica. Dietro l’attacco c’è lo scontro interimperialista
dollaro-euro.

La crisi greca, ovvero il biopotere dei mercati finanziari.


di Andrea Fumagalli. Fonte: sinistrainrete
Circa un anno fa, il ministro Tremonti era impegnato in una frenetica attività per garantire la solidità dei conti pubblici italiani e tranquillizzare i mercati finanziari. Due erano le ragioni che venivano adottate dal commercialista per dichiarare che mai l’Italia avrebbe potuto fare la fine della Grecia e dell’Irlanda: la solidità delle nostro sistema bancario, che solo tangenzialmente era stato toccato dalla crisi finanziaria, e il fatto che i conti pubblici erano sotto totale controllo grazie alle manovre di contenimento promulgate dal governo (?).
Oggi la situazione si presenta alquanto diversa.
Moody’s in questi giorni ha declassato a spazzatura (junk) i titoli di stato portoghesi. Si sta ripetendo la ”farsa” della Grecia. Nell’ultimo anno, come è noto, la Grecia ha adottato obtorto collo, dietro imposizione della troika: FMI, BCE, ECOFIN, misure draconiane di riduzione del deficit pubblico, già a partire dalla seconda metà del 2010: riduzione del 15% degli stipendi pubblici, blocco delle assunzioni, aumento dell’imposizione fiscale, in particolare dell’Iva, programma di privatizzazioni senza precedenti per un valore di circa 50 miliardi di euro. Il risultato è al momento il seguente: secondo i dati Eurostat, resi noti nell’aprile scorso, a fine 2010, il rapporto deficit pubblico/Pil è aumentato sino al 10,5%, rispetto al valore di 9,4% previsto dal governo greco sulla base della manovra effettuata (contro il 32% dell’Irlanda, il 10,4 del Regno Unito, il 9,2% della Spagna e del Portogallo, il 7% della Francia). Al contempo, il rapporto debito pubblico / Pil (dove per debito pubblico si intende la sommatoria di tutti i deficit maturati anno dopo anno) ha superato il 140%. Sulla base di questo esito, in questo mese si è ripetuto lo stesso stantio dibattito di un anno fa: vale la pena intervenire per salvare la Grecia dal default? Ma, a un anno di distanza, la giusta domanda da porsi dovrebbe essere la seguente: perché le misure draconiane adottate in Grecia (e che si sono adottate in Spagna, Irlanda, Portogallo e si vuole adottare in Italia) non hanno prodotto i risultati attesi?

URAGANO IN ARRIVO.


EDITORIALE di Guido Viale. Fonte: ilmanifesto
Tanto tuonò che piovve. Messa a confronto con la potenza della finanza internazionale, la situazione dell'Italia si rivela ormai ben poco differente da quella della Grecia. Non importa che i cosiddetti «fondamentali» dell'economia siano differenti. La finanza internazionale ha ormai la forza e gli strumenti, se lo volesse, per mettere alle corde persino la Germania. È da mesi che gli economisti lo sanno (o lo temono). Ma non lo dicono, per scaramanzia. Al massimo lo accennano: ma solo per chiedere più lacrime (le loro: di coccodrillo) e più sangue (quello di chi non ne ha quasi più).
Il problema è che non sanno che altro dire. Mario Draghi, per esempio, ha affermato che non ci sono precedenti di fallimento (default) di uno Stato da cui trarre insegnamenti. Intanto non è vero e, vista la posizione che andrà a occupare, sarebbe meglio che anche lui - e non solo lui - studiasse meglio il problema. Perché non c'è solo la Grecia, né solo gli Stati membri più deboli - i cosiddetti PIGS, a cui ora si è aggiunta anche l'Italia: PIIGS - a essere a rischio.

Il mondo verso un altro disastro economico se ascolta gli ideologi del libero mercato.


Pubblicato in Consumo Critico. Fonte: altritasti
Oggi in un articolo pubblicato su "Slate" e intitolato significativamente "The Great Recession, Part II", il premio Nobel per l'economia Joseph Eugene Stiglitz non usa mezzi termini di fronte al marasma economico che scuote nuovamente le economie occidentali: «Il mondo potrebbe essere condotto ad un altro disastro economico se continuiamo ad ascoltare le ideologie del libero mercato» ...
Stiglitz fa una impietosa analisi degli ultimi folli ed avidi anni dell'economia planetaria: «Solo pochi anni fa, un potente ideologia - la fede nel libero mercato senza ostacoli - ha portato il mondo sull'orlo della rovina. Anche nel suo periodo di massimo splendore, dagli anni ‘80 fino all'inizio del 2007, il capitalismo deregolamentato American-style ha portato un maggiore benessere materiale solo per i più ricchi del Paese più ricco del mondo. Infatti, nel corso dell'ascesa trentennale di questa ideologia, la maggior parte degli americani ha conosciuto un calo o un ristagno del reddito. Inoltre, la crescita del prodotto negli Stati Uniti non era economicamente sostenibile. Con tanto reddito nazionale degli Stati Uniti che sta nelle mani di così pochi, la crescita potrebbe continuare solo attraverso il consumo finanziato da un aumento della montagna del debito».
Stiglitz scrive di essere tra coloro che speravano che «In qualche modo, la crisi finanziaria avrebbe impartito agli americani (e agli altri) una lezione sulla necessità di una maggiore uguaglianza, una maggiore regolamentazione e un migliore equilibrio tra mercato e governo. Ahimè, che non è stato così. Al contrario, una rinascita della destra economica, spinta dall'ideologia e da interessi particolari, ancora una volta minaccia l'economia globale, o almeno le economie di Europa e Nord America, dove queste idee continuano a fiorire.

martedì 12 luglio 2011

Roulette russa della speculazione: è il turno dell'Italia e tutti si schierano con l'austerity.



Fonte: controlacrisi

Comunque vada sarà un disastro. La speculazione ha deciso di sferrare colpi potenti al Bel Paese dopo aver banchettato sulla pelle degli altri paesi periferici d'Europa, dalla Grecia al Portogallo. Ed è ecco che invece di porre un freno alla speculazione, con misure come il blocco reale dei titoli allo scoperto, nasce il blocco bipolare della responsabilità. Tutto secondo copione, come avvenuto negli altri paesi sotto attacco e a rischio default.

Da centrodestra a centrosinistra si invoca la R E S P O N S A B I L I T A' per dare fiducia al 'dio mercato' e allora via allo smantellamento del welfare, alle privatizzazioni selvagge, etc.

La Merkel, come aveva fatto con gli altri paesi, sollecita l'Italia a varare la manovra. Ma se tutto il copione viene rispettato, anche qui in Italia la situazione non migliorerà di certo e la speculazione sarà libera di mangiarsi ogni cosa, la recessione una costante, milioni di cittadini precipiteranno, molti già l'hanno fatto, nel baratro della povertà, della disoccupazione. Allora perché - ci chiediamo - non invertire la tendenza? Perché non mettere in discussione il nuovo patto di stabilità europea che vuole solo stabilire una nuova gerarchia monetarista con a capo la Germania? Perché non avviare una redistribuzione della richhezza dall'alto verso il basso che oltre a ridurre le disuguaglianze può anche far ripartire l'economia? Si spera che, nel giro folle della roulette russa, premendo il grilletto non esca il proiettile letale. Ma il copione è già scritto se non si interviene e il popolo è l'unico che ha potere di farlo, scendendo in piazza come gli indignados in spagna o in grecia, organizzando la rivolta contro la più grande macelleria sociale che ci stanno imponendo sotto il nome di 'responsabilità', compresa l'opposizione parlamentare italiana, dal Pd all'Idv.

Crisi, per l'Italia si prepara il 'pacchetto' come per la Grecia.



La Bce potrebbe raddoppiare il fondo salva stati da 750 mld a 1500 miliardi
Fonte: controlacrisi
Una fonte anonima interna alla Bce ha confidato al quotidiano tedesco Die Welt che nel consiglio della Banca centrale europea ci sarebbe un ampio consenso per il raddoppio dell'attuale fondo di salvataggio europeo a 1,5 miliardi di euro. Questo perché si ritiene che gli attuali 750 miliardi oggi in dotazione non sarebbero sufficienti ad arginare la crisi dell'euro se anche l'Italia finisse nel mirino della speculazione. Insomma se l'Italia crolla, come sta avvenendo, l'attuale copertura non è sufficiente per proteggerla. Nessuno aveva previsto un coinvolgimento così pesante del Bel Paese.
Questo significa che a un certo punto la famosa troika, formata da Bce, Ue e Fmi, verrà in Italia a dire: vi serve un bel prestito, ma in cambio vogliamo più austerità. Quindi, l'attuale manovra sarà solo l'inizio perché serviranno tanti altri miliardi per 'rassicurare' i mercati e alla fine a pagarli saranno come sempre i cittadini.

I costi della “giustizia infinita” di George Bush: 250.000 morti in dieci anni.


di Gennaro Carotenuto. Fonte: giornalismopartecipativo

Secondo una ricerca della Brown University, firmata dalle studiose Neta Crawford e Catherine Lutz, le campagne militari condotte dall’esercito degli Stati Uniti dal 2001 ad oggi sono costate la vita ad un numero compreso tra 224 e 258.000 vittime civili, 7.8 milioni di persone si sono dovute rifugiare altrove e, in termini economici, sono già costate finora l’incommensurabile somma di 3700 miliardi di dollari (2650 miliardi di Euro).
Quindi, per ogni morto degli attentati dell’11 settembre, oggi sappiamo che la “giustizia infinita” ha ucciso 75 civili in quelli che George W Bush definiva gli angoli oscuri del pianeta.
Quelle citate sono solo le più macroscopiche cifre del bilancio di 10 anni di guerre volute da George W. Bush e dal complesso militare industriale statunitense dopo l’11 settembre 2001. Lo studio della Brown University, reso necessario -come sostiene il gruppo di oltre venti accademici che ha lavorato al progetto di ricerca- dall’opacità delle cifre fornite nei documenti ufficiali del Congresso degli Stati Uniti sui veri costi dei conflitti, rivelano una realtà devastante dal punto di vista sia umano che materiale. La maggior parte delle vittime civili si condensa in tre paesi, Iraq, con oltre 125.000 morti, Afghanistan e Pakistan. A tali numeri vanno aggiunti almeno 350.000 feriti documentati.

GIORGIO CREMASCHI – No all’unità nazionale, la crisi la devono pagare i ricchi.



Fonte: nuovaresistenza
L’Italia si è svegliata dal lungo e ottuso sogno berlusconiano, precipitando in un incubo. Dopo tre anni, nei quali si è negata la crisi o ci si è solo affidati al mercato per uscirne, sempre di più i conti affondano e la ripresa è cancellata persino dalle ipotesi possibili.
Il crollo del modello e delle politiche di Berlusconi, però, non apre ancora una prospettiva positiva. In tutta Europa il governo unico delle banche e della finanza sta imponendo, attraverso uno scellerato patto di stabilità, un massacro sociale senza precedenti. E’ cominciato in Grecia ma adesso, passando per Spagna, Portogallo e Irlanda, arriva anche da noi.
Bisogna allora essere chiari, anche di fronte alle dichiarazioni del Presidente della Repubblica. Non accettiamo alcuna coesione o unità nazionale di fronte a una crisi che è provocata dalla finanza e dalla speculazione internazionale e nella quale per salvare le banche e i ricchi si distruggono lo stato sociale, il salario, i diritti. Non stiamo nella stessa barca. Non accettiamo la medicina greca, così come non l’accettano i lavoratori di quel paese.

Già l’accordo firmato da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil sulle deroghe ai contratti nazionali e sulla limitazione del diritto di sciopero dimostra che, se si accetta il modello proposto dalle banche e dalla finanza, i lavoratori sono gli unici a pagare tutto. Ora le misure del governo aprono la via ai tagli delle pensioni, della sanità, alla distruzione di ciò che resta dello stato sociale. Non c’è nulla che possiamo accettare di queste misure, la crisi va pagata dalle banche, dalla finanza, dai ricchi, dall’evasione fiscale.

Bisogna tagliare drasticamente le spese militari e i costi dei politici. Ci vuole un’altra politica economica che ripristini il controllo pubblico sui mercati e sulla finanza, in Italia come in Europa. Bisogna seriamente pensare a nazionalizzare le banche e a controllare la finanza. Per questo non c’è nessuna unità nazionale con i ricchi e gli speculatori da costruire, ma c’è un grande movimento di lotta che cambi le cose e faccia pagare la crisi a chi l’ha provocata.
Giorgio Cremaschi
(11 luglio 2011)

lunedì 11 luglio 2011

Massimo D'Alema, il trasvolatore.


di Marco Travaglio. Fonte: beppegrilloblog

Buongiorno a tutti, siamo nella relazione de Il Fatto Quotidiano perché questo passaparola viene registrato, oggi è venerdì pomeriggio e quindi viene registrato 3 giorni prima che vada on line il consueto lunedì, è la settimana di Tremonti che prima senza fare nulla per nascondersi dà del cretino al suo collega di governo Brunetta, interpretando un sentimento vastamente diffuso nel paese e credo anche nel mondo politico, poi viene travolto contemporaneamente dal disastro giudiziario che coinvolge colui che è stato a lungo il suo braccio destro e il suo consigliere politico Marco Milanese, un ex ufficiale della Guardia di Finanza che poi, come spesso avviene, è passato alla politica.

Tremonti: finanza e orologi
Questo Milanese ospitava Tremonti in un gigantesco appartamento a Roma per il quale pagava la bellezza di 8500 Euro di affitto al mese e quindi le disavventure di Milanese e indirettamente di Tremonti coinvolgono e trascinano le condizioni finanziarie dell’Italia di cui Tremonti dovrebbe essere il responsabile in un gorgo di speculazione di cui non conosciamo ancora, mentre vi sto parlando, gli sviluppi del momento delicatissimo in cui l’Italia deve rendersi minimamente credibile di fronte all’Europa con una manovra finanziaria che cominci a rimettere in sesto quei conti pubblici che per anni ci è stato assicurato che erano assolutamente a posto e che invece non lo erano.

Allarme dalla Germania, virus italiano: impossibile staccare gli onorevoli dalle poltrone del Parlamento.


di Paolo Collo. Fonte: domaniarcoiris
Da recenti studi condotti dall’Istituto Superiore della Sanità in collaborazione con l’Istituto Malattie Infettive di Tübingen (Germania) è stata individuata una nuova malattia a cui è stato dato il nome di “Scrannite italica” (per differenziarla dalla “Scrannite semplice” che presenta forme più lievi a livello sintomatologico). Il virus della terribile malattia pare annidarsi nei tessuti e nelle pelli che ricoprono gli scranni del Senato e del Parlamento italiano (di qui il nome). Pare che possa colpire chiunque e che possa trasmettersi soprattutto attraverso la saliva, ma pare che sia sufficiente una stretta di mano, un affettuoso bacio sulla guancia, una pacca sulle spalle se non addirittura l’uso di un semplice telefono cellulare.
I primi sintomi sono lievi (strafottenza, utilizzo di auto blu per la/il consorte, banali raccomandazioni, improvvisa abitudine all’uso di termini volgari, disaffezione al lavoro, nervosismo diffuso, ingestione compulsiva di mortadella durante le ore di lavoro), ma che con il progredire della malattia si fanno sempre più gravi (interesse privato in atti d’ufficio, cleptomania, radicale aumento del nervosismo, appropriazione indebita, priapismo, violenza, utilizzo dell’auto blu anche per il figlio dell’amante della zia della badante del nonno, turbativa d’asta, perdita della memoria, circonvenzione di minori, apertura di conti all’estero, inopportuno uso del giuramento “sulla testa dei figli”, tendenza al tradimento, ecc.).

L’ultima fiction della Rai berlusconizzata: “Prendi i soldi e scappa”.


di Maria Novella Oppo. Fonte: domaniarcoiris
Proponiamo alla Rai la sceneggiatura di una fiction.
Questa la trama: un uomo scippa a un passante (non a una vecchietta, per non cadere nel patetico) una borsa contenente una fortuna. L’autore del furto usa quella fortuna per aumentare enormemente la sua ricchezza e il suo potere. Solo vent’anni dopo, alla fine di un lungo contenzioso, la giustizia riesce a emettere una sentenza sul crimine che ha cambiato la Storia di una nazione. Lo scippatore viene condannato a un risarcimento considerato adeguato in prima istanza da un giudice pazzo (porta calzini azzurri!), solo parzialmente ridotto in appello da giudici normali (di cui non si conosce il colore delle calze). La figlia del condannato, capo d’azienda per diritto ereditario, grida all’aggressione contro il padre, diventato, anche grazie a quel lontano scippo, l’uomo più ricco del Paese e perfino capo del governo. Finale edificante: l’anziano boss vorrebbe comprarsi (o mettere agli arresti) l’intera Corte di Cassazione, pur di non pagare il risarcimento, ma poi si pente e fugge con la cassa e 150 veline.
La saga familiare del Pdl: padri nobili e nonni ignobili
La materia è troppa. E parliamo di materia televisiva, che in certi giorni tracima da tutte le parti. La tv ormai è tutto e chissà se tutto è più o meno di troppo, come si domanda il nuovo filosofico spot Lavazza. Per noi osservatori di tv, sono giornate piene come non mai, in luglio.

COME SI CONQUISTA UN PAESE: L’ATTACCO DELLA FINANZA INTERNAZIONALE ALL’ITALIA


di GAETANO COLONNA. In clarissa.it. Fonte: comedonchisciotte

L'attacco della speculazione che venerdì 8 luglio 2011 è stato diretto dalla finanza internazionale contro la Borsa italiana, provocando un ribasso del 3,47% pari a una perdita di 14,1 miliardi di capitalizzazione, non è una semplice operazione finanziaria.Chi continua a parlare dei "mercati finanziari" come di una divinità che organizza la vita delle società contemporanee sa perfettamente che questi anonimi "mercati finanziari" hanno nomi e cognomi.Sono uomini e gruppi che hanno precisi interessi e chiari obiettivi. Come in ogni operazione di destabilizzazione di un intero Paese, cioè, vi sono degli scopi ed essi sono oggi chiaramente individuabili.
L'Italia viene attaccata perché in realtà è uno dei Paesi dell'Occidente che meglio ha retto fino ad oggi la crisi finanziaria del 2007, grazie al fatto che i suoi cittadini e la rete delle sue piccole e medie imprese non hanno mai completamente dato ascolto alle sirene della globalizzazione finanziaria. Alcune sue imprese, le sue banche e le sue compagnie assicurative rappresentano quindi oggi un appetitoso obiettivo per chi spera di poterle ricomprare fra qualche mese a prezzi stracciati.L'Italia viene attaccata perché un suo tracollo economico-finanziario rappresenterebbe il colpo definitivo all'euro e quindi al processo di unificazione europea che sulla moneta unica ha puntato (erroneamente) tutta la propria credibilità; e non vi sono dubbi che, senza l'ultimo presidio del Vecchio Continente, una visione sociale dei rapporti economici verrebbe definitivamente seppellita dalle forze montanti del capitalismo finanziario, da un lato, e dei nuovi capitalismi di Stato, come quello cinese, che, dall'altro, stanno avanzando senza freni sullo scenario mondiale.L'Italia viene attaccata perché il nostro Paese ha una posizione determinante rispetto ai futuri assetti del Mediterraneo e del Medio Oriente e la confusa ma ancora in qualche modo persistente difficoltà italiana ad allinearsi completamente ad una politica forsennatamente filo-israeliana e di democracy building all'americana nei Paesi arabo-islamici, rappresenta oggi un ostacolo che deve essere rimosso in breve tempo.Infine, l'Italia viene attaccata perché la sua classe dirigente, di destra centro sinistra, ha dimostrato di non intendere minimamente quale sia la posta in gioco, essendo strutturalmente impegnata in basse lotte di potere, nella difesa di interessi personalistici e nella copertura di vaste reti di corruzione, condizionamento e compromesso che ne minano alla radice qualsiasi capacità operativa e strategica.

Controlli dei Nas nelle cucine del Quirinale: trovata nei supplì una norma salva-Fininvest.



di Alessandro Robecchi. Fonte: Il Misfatto.

Trovato un comma salva-Silvio anche tra la biancheria del presidente, Alfano si difende: “Non ho accesso a quei cassetti” –Ghedini: “Io non c’entro! La norma è scritta con lettere ritagliate dai giornali, e ho pure messo i guanti per non lasciare impronte!” – Il Quirinale rimanda al mittente una fornitura di fagioli in scatola: i barattoli erano pieni di norme salva – Finivest – Scandalo alla Caritas: un piccoletto coi capelli d’asfalto tenta di saltare la fila per la minestra
“Era solo un gavettone!”, dice una nota della presidenza del Consiglio, a proposito della norma salva-Finivest nascosta nella legge finanziaria. Anche il segretario del Partito degli Onesti – fermato mentre stazionava con un mattone in mano davanti a una gioielleria – ha cercato di minimizzare. Ma, come il Misfatto può oggi rivelare, i tentativi di far risparmiare a Silvio Berlusconi qualche centinaio di milioni sono stati numerosi. Ecco la cronaca di una settimana convulsa.
Lunedì. Arriva al Quirinale la norma salva-Fininvest, il presidente Napolitano se ne accorge e salta tutto.
Martedì. Il governo ritira la norma tra le risate. Alle ore 15 un’enorme scatola di cioccolatini viene consegnata al Quirinale. Il biglietto dice: “Da un’ammiratrice sconosciuta”. Napolitano pretende di aprirla prima di firmare la ricevuta e scopre che contiene il seguente testo: “Tutte le multe superiori a 20 milioni potranno essere pagate con i soldi del Monopoli”.
Mercoledì. Napolitano sta firmando personalmente gli inviti per un ricevimento al Quirinale. Tra gli eleganti cartoncini pronti per la firma ne scorge uno con la scritta: “Tutte le multe superiori a 20 milioni potranno essere pagate solo il giorno 30 di febbraio”. Irritazione del Quirinale, il presidente rifiuta di firmare.
Giovedì. Studenti delle scuole elementari in visita al Quirinale. Un piccolo visitatore si avvicina al presidente e gli chiede un autografo sul quaderno di matematica. Napolitano accetta divertito, ma scopre che poche righe sopra c’è scritto: “Tutte le multe superiori a 20 milioni potranno essere pagate in rate annuali di centesimi 35 e solo per cinque anni dalla sentenza”. Napolitano chiama i corazzieri.
Venerdì. E’ il capo del cerimoniale ad accorgesi che l’ambasciatore del Kazakistan in visita al Quirinale ha uno strano aspetto. Basta un piccolo controllo per scoprire che si tratta in realtà un gigantesco origami con i baffi. Una volta piegato e steso su un tavolo si legge chiaramente la scritta: “Tutte le multe superiori a 20 milioni potranno essere pagate con i ticket sanitari degli italiani”. Napolitano fa arrestare l’origami.
Sabato. Sentenza sul caso Mondadori. Arriva al Quirinale un decreto urgente per il sostegno all’apicoltura in Umbria. Il comma 47 contiene una norma per il sostegno degli anziani in difficoltà economiche residenti ad Arcore. Napolitano firma nel corso di una toccante cerimonia.

domenica 10 luglio 2011

Eurolandia: la terra degli aiuti.


di Giuliano Garavini. Fonte: paneacqua
Dibattito Abbiamo davvero da gioire per la concessione di aiuti alle economie europee in difficoltà? L'unica cosa che gli aiuti in realtà indicano è che ci sono ineguaglianze strutturali fra diverse aree del mondo, fra le aree interne ad una nazione o ad una comunità di nazioni come l'Unione europea, problemi che non possono semplicemente essere risolti affidandosi alla mano invisibile e spietata del mercato. Per rispondere a questa domanda occorre dunque fare un passo indietro, al momento in cui l'intera idea degli aiuti alle aree sottosviluppate è stata concepita
C'è uno strano e inconscio fenomeno collettivo per il quale tutti attendiamo con ansia la concessione delle nuove tranches di aiuti a paesi in difficoltà ai margini della zona euro. Abbiamo atteso il generoso intervento della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale a sostegno dell'Irlanda, poi del Portogallo e della Grecia. La concessione di un'ennesima tranche da 12 miliardi di euro di aiuti alla Grecia è passata nel dramma sociale interno e nel parossismo collettivo e mediatico europeo, con tutte le borse appese ad un filo, con gli europei a pensare se, senza quei 12 miliardi, di Atene, e con essa di tutta l'Unione europea, non sarebbero rimaste che macerie. Ma abbiamo davvero da gioire per la concessione di aiuti alle economie europee in difficoltà?

Non c’è un’unica manovra per uscire dalla crisi.


di Alfonso Gianni. Fonte: paneacqua
Che la manovra finanziaria presentata da Tremonti non vada bene, sono in molti a dirlo. I motivi però sono diversi ed è proprio l’analisi di questi ultimi la cosa più interessante, assai più del testo in sé della manovra che non brilla certo per fantasia contabile. Ad essere colpiti sono infatti si soliti noti.
Prendiamo ad esempio l’aspetto più macroscopico della scelta governativa, quello di spostare al biennio 2013-2014 il grosso della manovra (40 miliardi se non più).E’ evidente l’intenzione di scaricare tutto sulle spalle del governo che verrà. Ma questo elemento può a sua volta essere guardato da punti di vista diversi e approdare quindi a conclusioni opposte.
Se seguiamo il ragionamento che idealmente si snoda lungo l’asse Scalfari-Napolitano – di tutto rispetto come si vede – se ne potrebbe trarre persino una considerazione positiva. Nel suo editoriale del 3 luglio, infatti, il fondatore di Repubblica, afferma che in fondo non c’è nulla di male se il peso maggiore della manovra è posticipato negli anni e ricade sui governi futuri, perché in sostanza questo corrisponderebbe al giudizio espresso in sede Ue sulla relativa sicurezza dei conti italiani a tutto il 2012 in virtù delle manovre precedenti. L’intervento sarebbe quindi propriamente posizionato nel biennio successivo 2013-2014, in quanto indispensabile per raggiungere entro lo scadere di quella data il pareggio di bilancio. E’ Scalfari stesso che riporta il parere del Presidente della Repubblica secondo cui tutto procederebbe secondo i tempi giusti e stabiliti. Non solo, ma così facendo si stabilirebbe una sorta di continuità nella responsabilità tra i governi e le maggioranze anche qualora questi dovessero risultare diversi da quelli attuali come esito del voto che al più tardi avverrà nella primavera del 2013, cioè alla scadenza naturale della legislatura.

Il Titanic-Italia verso la tempesta perfetta.


di Peter Gomez. Fonte: ilfattoquotidiano
Alla fine ce l’hanno fatta! I capitani coraggiosi che per quasi vent’anni si sono alternati alla guida del Paese sono finalmente riusciti a portarci a un passo dalla tempesta perfetta. Ancora un piccolo sforzo e, forse già lunedì mattina con la riapertura delle borse, la nave Italia si trasformerà in un Titanic dal destino quasi ineluttabile.
Una menzione speciale va perciò al premier Silvio Berlusconi, che proprio oggi ha visto riconoscere da una sentenza civile di appello, ciò che tutti sapevano, ma che quasi tutti facevano finta di non vedere.
Lo straordinario imprenditore che dal niente è diventato uno degli uomini più ricchi del pianeta deve buona parte delle sue fortune alle tangenti. E se adesso si riparla di quelle versate dall’avvocato Cesare Previti ai giudici di Roma in modo che il suo cliente e amico potesse impadronirsi della Mondadori, scippandola a Carlo De Benedetti, bisogna ricordare che l’elenco delle mazzette Fininvest è ben più corposo.

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