di Alfonso Gianni - sinistrainrete -
Da ultimo ci si è messa anche l’Istat, sfidando apertamente il divieto a sconfinare nel campo delle previsioni sul futuro, essendo i ricercatori dell’Istat, secondo alcuni, tenuti soltanto a fornire analisi del passato o fotografie del presente. Lo ha fatto ovviamente per quanto riguarda l’Italia, ma il suo contributo a spegnere i fuochi fatui della ripresa è stato impietoso con quell’11,4% di disoccupazione prevista per il 2013 (cui andrebbero aggiunti i sempre più numerosi lavoratori scoraggiati a cercare lavoro che perciò sfuggono alle statistiche ufficiali), connesso con uno 0,5% negativo per quanto riguarda l’aumento del Pil. Su quest’ultimo versante perciò la recessione rallenterebbe, mentre, com’era prevedibile, la disoccupazione e l’inoccupazione dei giovani aumenterebbero a ritmi molto rapidi.
Consistenti segnali di crisi anche per l’economia tedesca
Ma l’uscita della Merkel va intesa, da un lato, come un ribadimento che, malgrado gli insuccessi per il resto dell’Europa, la Germania deve continuare a soffiare sul fuoco del rigore, lo stesso che infiamma fuor di metafora le vie e le piazze di Atene; dall’altro lato come una mossa preelettorale, visto che in Germania si voterà nell’autunno del 2013, intendendo così rassicurare i propri cittadini riguardo a ciò che più temono, la mutualizzazione del debito. E’ possibile anche una terza lettura della dichiarazione della Merkel. Infatti, così dicendo, la cancelliera tedesca vuole rendere meno grave agli occhi di tutti i nuovi dati che dimostrano un evidente rallentamento, quando non l’inizio di una caduta, della fin qui florida economia tedesca, iscrivendoli in un contesto europeo e mondiale che in qualche modo li attenua e li giustifica.
In effetti gli scricchiolii del gigante teutonico sono direttamente legati all’aggravarsi della crisi europea cui lo stesso ha contribuito da protagonista. Tra le imprese tedesche comincia e serpeggiare la sfiducia, elemento da non sottovalutare mai in quella “scienza triste” che è l’economia. Nel 2012, anche se l’anno non è ancora concluso, il quadro appare tutt’altro che positivo. Infatti a fine ottobre risultava che gli ordini alle imprese tedesche, provenienti dai paesi dell’Eurozona, erano diminuiti del 20% rispetto al 2007, cioè dall’inizio della grande crisi, come ormai è opportuno chiamarla. La situazione è critica anche dal punto di vista dell’export, solitamente motore trainante dell’economia tedesca. La Germania ha infatti spinto sempre più in là i confini del proprio bacino commerciale. L’area Euro conta oggi solo per il 35% sul totale delle esportazioni tedesche, il che significa una diminuzione di ben 10 punti nell’arco di cinque anni. La quantità delle esportazioni tedesche nell’Eurozona si è quindi ridotta al doppio di quella verso l’Asia, ove però il rallentamento programmato dello sviluppo cinese ridurrà la possibilità di compensare per questa via la perdita di capacità di assorbimento delle merci tedesche nell’area Euro.









