Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

martedì 25 dicembre 2012

Le nuove incrinature del pensiero unico non deviano il corso della Ue

di Alfonso Gianni - sinistrainrete -

Forse non c’era bisogno che Angela Merkel annunciasse al mondo che la crisi economica è destinata a durare ancora qualche anno, almeno cinque, e soprattutto che non si ha la più pallida idea di quando finirà, spegnendo così definitivamente quella luce in fondo al tunnel che a qualche visionario era parso di vedere. I dati che ci vengono sfornati ormai quotidianamente da centri studi istituzionali e non lo confermano già in modo praticamente unanime.

Da ultimo ci si è messa anche l’Istat, sfidando apertamente il divieto a sconfinare nel campo delle previsioni sul futuro, essendo i ricercatori dell’Istat, secondo alcuni, tenuti soltanto a fornire analisi del passato o fotografie del presente. Lo ha fatto ovviamente per quanto riguarda l’Italia, ma il suo contributo a spegnere i fuochi fatui della ripresa è stato impietoso con quell’11,4% di disoccupazione prevista per il 2013 (cui andrebbero aggiunti i sempre più numerosi lavoratori scoraggiati a cercare lavoro che perciò sfuggono alle statistiche ufficiali), connesso con uno 0,5% negativo per quanto riguarda l’aumento del Pil. Su quest’ultimo versante perciò la recessione rallenterebbe, mentre, com’era prevedibile, la disoccupazione e l’inoccupazione dei giovani aumenterebbero a ritmi molto rapidi.

Consistenti segnali di crisi anche per l’economia tedesca

Ma l’uscita della Merkel va intesa, da un lato, come un ribadimento che, malgrado gli insuccessi per il resto dell’Europa, la Germania deve continuare a soffiare sul fuoco del rigore, lo stesso che infiamma fuor di metafora le vie e le piazze di Atene; dall’altro lato come una mossa preelettorale, visto che in Germania si voterà nell’autunno del 2013, intendendo così rassicurare i propri cittadini riguardo a ciò che più temono, la mutualizzazione del debito. E’ possibile anche una terza lettura della dichiarazione della Merkel. Infatti, così dicendo, la cancelliera tedesca vuole rendere meno grave agli occhi di tutti i nuovi dati che dimostrano un evidente rallentamento, quando non l’inizio di una caduta, della fin qui florida economia tedesca, iscrivendoli in un contesto europeo e mondiale che in qualche modo li attenua e li giustifica.

In effetti gli scricchiolii del gigante teutonico sono direttamente legati all’aggravarsi della crisi europea cui lo stesso ha contribuito da protagonista. Tra le imprese tedesche comincia e serpeggiare la sfiducia, elemento da non sottovalutare mai in quella “scienza triste” che è l’economia. Nel 2012, anche se l’anno non è ancora concluso, il quadro appare tutt’altro che positivo. Infatti a fine ottobre risultava che gli ordini alle imprese tedesche, provenienti dai paesi dell’Eurozona, erano diminuiti del 20% rispetto al 2007, cioè dall’inizio della grande crisi, come ormai è opportuno chiamarla. La situazione è critica anche dal punto di vista dell’export, solitamente motore trainante dell’economia tedesca. La Germania ha infatti spinto sempre più in là i confini del proprio bacino commerciale. L’area Euro conta oggi solo per il 35% sul totale delle esportazioni tedesche, il che significa una diminuzione di ben 10 punti nell’arco di cinque anni. La quantità delle esportazioni tedesche nell’Eurozona si è quindi ridotta al doppio di quella verso l’Asia, ove però il rallentamento programmato dello sviluppo cinese ridurrà la possibilità di compensare per questa via la perdita di capacità di assorbimento delle merci tedesche nell’area Euro.


MY AGENDA, TODAY
“Unity is a great thing and a great slogan. But what the workers’ cause needs is the unity of Marxists, not unity between Marxists, and opponents and distorters of Marxism.”
― Vladimir Ilyich Lenin ---
 

lunedì 24 dicembre 2012

Intervista a Maurizio Landini: «Arcaico è chi ha riportato i diritti dei lavoratori a livelli ottocenteschi»

Fonte: pubblico quotidiano | Autore: Paolo Valentini
Come risponde a Monti che nella conferenza di fine anno ha dichiarato che la Cgil è una forza che difende posizioni “nobilmente arcaiche ”?’
Trovo che se si vuole essere moderni bisognerebbe fare una legge sulla rappresentanza, cosa che il governo Monti si è ben guardato dal fare. Considero che il fatto che i lavoratori non possano votare i loro accordi e non possano scegliersi i propri sindacati sia effettivamente arcaico, significa non avere applicato dopo sessant’anni la nostra Costituzione. Oggi questa cosa serve a chi vuole cancellare il contratto nazionale di lavoro e i diritti. Inviterei Monti a farsi un giro per le fabbriche, e non quando sono imbandite a festa ma quando realmente funzionano, e si accorgerebbe che stiamo tornando indietro, verso l’Ottocento, per le condizioni di vita e di lavoro delle persone.
Un bilancio negativo insomma
Penso che i provvedimenti presi sulle pensioni e sul mercato del lavoro siano le cose peggiori e più vecchie che si possano fare. La modernità e l’innovazione sarebbero quelle di applicare la nostra Costituzione, sia nel campo delle libertà che nel campo economico e politico. La democrazia e la sua estensione è la cosa più moderna che c’è. Mentre oggi c’è poca democrazia ed è negata soprattutto nei luoghi di lavoro.
Una cosa buona di questo governo dimissionario?
L’unica cosa positiva fatta è stato ridare credibilità a questo paese dopo il governo Berlusconi. Chiunque avesse sostituito Berlusconi avrebbe recuperato la credibilità. Sul piano internazionale e europeo c’è stato un netto miglioramento. Io apprezzo anche le scelte che in queste ore sta facendo Monti. Un elemento di chiarezza nella politica. Se c’è un punto che deve essere superato è l’ambiguità. Andare a Melfi a dire che Marchionne è un bravo imprenditore, dire alle forze politiche di sostenere il suo progetto anche se non si candida è senz’altro un elemento di chiarezza che fa emergere una certa posizione e una certa visione. E la politica è questo. Mi auguro che le forze politiche che vogliono governare questo paese in maniera alternativa dicano quello che vogliono fare. Rischiamo che il sistema industriale di questo paese salti.Non solo il settore auto, ma anche quello siderurgico, la cantieristica, il settore elettrodomestico. Non c’è stata una politica industriale degna di questo nome. Pensare che per competere si riducano i diritti e i salari e si estenda la precarietà e i licenziamenti non è assolutamente la strada che può portare fuori dalla crisi. Sono altre le scelte che devono essere fatte. Anche sull’Europa: non può essere un’unione basata solo sulla moneta ma anche un’unione sociale. Non mi pare che il governo Monti abbia brillato in novità. Bisogna rimettere al centro lavoro e democrazia. La Fiat sta violando leggi e principi della nostra Costituzione. Primo punto: chiunque voglia candidarsi a guida dovrebbe rispondere se vogliono applicare i principi di fondo della nostra costituzione.
Al di là degli auspici pensa che possa esserci un cambiamento di sostanza? Si possono ribaltare certi atteggiamenti?
Devono essere affrontati questi temi. Altrimenti l’arretramento progressivo è inevitabile. Il nuovo governo si deve porre il problema di un intervento pubblico nell’economia. Da questa situazione non si esce senza un piano straordinario degli investimenti pubblici e privati. E entrambi sono diminuiti. La siderurgia è un nodo fondamentale. La banda larga e la mobilità sono altri nodi strategici, visto il ritardo tecnologico. Poi le energie rinnovabili. Serve una giustizia sociale che oggi non c’è. Combattere il fisco significa redistribuire a chi in questi anni ha pagato. Significa fare una patrimoniale che è anche una lotta alla malavita organizzata che controlla parte dell’economia reale. Serve investire sulla ricerca e sulla scuola pubblica e rendere la macchina meno burocratica. E sul piano sociale e sindacale serve una legge sulla rappresentanza. In questi ultimi tre-quattro anni abbiamo assistito a contratti separati. Nessuno ha una bacchetta magica ma c’è un battaglia da fare per superare la precarietà. Bisogna cambiare l’agenda di questo paese visto che Monti la propone per il governo futuro. Mi auguro che durante la campagna elettorale i contendenti chiariscano che cosa intendono fare per il paese a livello industriale e lavorativo e democratico. In questo paese non mancano i soldi, ma manca un sistema di redistribuzione. Queste sono le scelte che dovrebbero avere la priorità in un momento di rischio di chiusura e la crisi. Noi come Fiom non volevamo sostituirci alla politica, ma dirle che c’era un problema di rappresentare gli interessi delle persone che lavorano e dei giovani.
Non le seccano un po’ parole come conservazione e arcaicità?
È un periodo in cui le parole rischiano di perdere il loro significato. Noi abbiamo fatto una battaglia moderata. Noi stiamo difendendo la nostra Costituzione. Sinceramente se uno mi dice che per difendere la costituzione sono un conservatore allora si, lo sono. Non è mai stata applicata in sessant’anni di vita che ha. Se l’innovazione sarebbe Marchionne, come il presidente Monti ha voluto rimarcare, vorrei far notare a tutti che queste politiche sono state fatte negli Stati Uniti tanti anni fa. Il mercato decide tutto. Ci sono tanti singoli lavoratori in lotta fra di loro. Se la modernità è chiudere stabilimenti e spostare la produzione in altri paesi allora non so cosa voglia dire questa parola. Non mi pare che quello fatto dalla Fiat in questi due anni sia da conservare. È un modo antico di guardare le cose. Monti invece di farci entrare nel 2000 rischia di farci tornare all’ottocento.

domenica 23 dicembre 2012

questa è la foto di uno dei due pescatori assassinati dai due mercenari, "eroi".


Con Ingroia, con la dignità dei comunisti, guardando al futuro

 

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L’iniziativa di Antonio Ingroia di venerdì al Teatro Capranica era quello di cui avevamo bisogno. Dissipa molti dei dubbi che erano nell’aria. Finalmente, oggi, la nostra sfida elettorale può cominciare. Abbiamo un candidato. Un uomo autorevole e con la schiena dritta, che in questi anni e negli ultimi mesi ha avuto il coraggio di caricarsi sulle spalle battaglie importanti e difficili. Per la legalità costituzionale, per la democrazia, contro la mafia e soprattutto contro gli incroci perversi tra questa e la politica, tra questa e lo Stato.Con questa legge elettorale il candidato premier è fondamentale. E noi, finalmente, siamo in campo con un candidato premier che sta rapidamente recuperando, per tutti noi, visibilità, credibilità, autorevolezza.
Soprattutto – è questa la cosa importante – siamo in campo con un profilo programmatico chiaro, rigorosamente alternativo al berlusconismo e al montismo, e che allo stesso tempo ha l’ambizione di proporre un’alternativa di governo e non la testimonianza residuale dei nostri – pur sacrosanti – principi.Il Partito democratico ha avuto parole chiare nei nostri confronti. Prima la sinistra interna, Orfini e Fassina, poi direttamente Bersani ci hanno detto che non ci sono le condizioni programmatiche per un accordo di governo. Con buona pace di chi negli ultimi mesi ha abbandonato la Federazione della Sinistra per rincorrere prima un confronto con il Pd che non è nemmeno mai cominciato ed entrare poi nel gioco delle primarie provando a legarsi alla stella (cadente) della candidatura di Nichi Vendola.La Sinistra invece è qui, si può riaggregare intorno a questo progetto. Certo, la lista che presenteremo alle elezioni politiche non sarà – in sé – il nuovo soggetto politico della sinistra di cui
abbiamo bisogno. Un soggetto politico non si improvvisa in poche settimane né si costruisce per l’urgenza elettorale. Né, soprattutto, si può fare senza aver prima sciolto alcuni nodi di fondo decisivi: il ruolo del lavoro, la collocazione sociale, l’obiettivo di dare finalmente rappresentanza politica al conflitto sociale.Ma questo progetto è un primo passo nella direzione giusta. A condizione che il timone venga tenuto fermo in quella direzione e non ceda alle provocazioni di qualche professore piuttosto arrogante o di qualche autonominato rappresentante della società civile che vorrebbe, con tanta retorica e molta prepotenza, obbligare al silenzio le forze organizzate, in primo luogo i partiti, in primo luogo Rifondazione Comunista.
Antonio Ingroia ha posto la questione nei termini giusti e io sono d’accordo con lui. La lista deve rappresentare la novità e il rinnovamento di cui, anche a sinistra, c’è bisogno. Ingroia ha suggerito che i Segretari di Partito si assumano in prima persona la responsabilità di evitare che la lista venga percepita come la sommatoria di tante debolezze. Non ha chiesto ai partiti di fare un passo indietro. Anzi: ha chiesto ai partiti di stare a pieno titolo dentro la partita, insieme ai movimenti, alle associazioni, alle forze civiche e di movimento. Fuori dal pensiero unico del montismo e in alternativa a quei partiti, sinistra Pd e Sel comprese, che si illudono di poter
aggiungere un po’ di solidarietà e redistribuzione all’austerità feroce del liberismo.
Serve un grande atto di coraggio da parte del nostro partito: dobbiamo stare dentro questo progetto, dentro questo processo. Senza subire veti, con pari dignità. Accettando la sfida del cambiamento, guardando al futuro.

Vauro


Fausto Bertinotti: Sto con Ingroia, ci vuole una lista alternativa a Monti e al centrosinistra

Fonte
20121222-110025.jpgDi Fausto Bertinotti.
Mi sembra che questi primi cenni di campagna elettorale confermino
tutte le analisi espresse negli ultimi numeri di alternative per il socialismo,
a partire da “L’opportunità della rivolta” dell’ottobre dello scorso anno.
La ristrutturazione dell’economia prodotta dal capitale finanziario,
in risposta alla crisi, è accompagnata da una vittoria ideologica
delle classi dirigenti realizzando, così, un vero e proprio
rovesciamento della lotta di classe agitata, adesso, dai padroni
contro i lavoratori, contro i popoli e i giovani in particolare.
Appunto, come dice il movimento di Occupy Wall Street: «Noi 99%,
voi 1%». Per difendere gli interessi di questo 1%, si è costruito
un recinto in cui si consuma la crisi della democrazia, della
politica e della sinistra. La politica ha così divorziato dalla
vita delle persone. Per questo, dentro il recinto, non c’è salvezza
e i governi dei Paesi europei diventano la lunga mano del governo
neoautoritario di Bruxelles. Anche il recente caso francese, sul
quale si erano riversate tante speranze, dimostra che, in questo
periodo politico e in quest’Europa reale, il governo è una trappola
nella quale rischiano di cadere anche le migliori intenzioni. Al
contrario, bisogna rompere quel recinto per ridare voce a una
politica che ricominci dalla democrazia e dai diritti sociali e
civili. Rivolte, movimenti e lotte stanno attraversando l’Europa e
l’Italia. Nuovi soggetti si affacciano sulla scena. E’ a questa
realtà che si dovrebbe applicare la politica per far rinascere la
sinistra. L’avvio della campagna elettorale avviene sotto i
peggiori segni. E, mentre ritorna anche Berlusconi, prende corpo,
per la prima volta in Italia, un partito borghese che, sotto
l’insegna di Mario Monti, può diventare un partito di massa. Come
era facile prevedere e come avevamo previsto, il governo Monti è
stato un governo costituente. La piattaforma politica e
programmatica sulla quale il centrosinistra ha effettuato le
primarie, e con la quale si presenta alle elezioni, non rompe con
questo quadro, non ne rappresenta un’alternativa ma, accettando di
fatto il dettato centrale delle politiche di rigore, ne configura
solo una versione emendata. C’è bisogno di ben altro e di
tutt’affatto diverso. Una lista di alternativa a quest’Europa reale
sarebbe un bel segno e meriterebbe un incoraggiamento.
Huffingtonpost.it

Ingroia “a disposizione”

- fonte -

”Ingroia si candida o non si candida? Per avere questa risposta dovrete ancora aspettare”: prova a prendere tempo, a creare suspense, Antonio Ingroia all’inzio della manifestazione organizzata in suo onore a Roma. Ma tutti sanno che la sua candidatura è ormai prossima. Si aspetta solo l’ufficialità. ”Sono qui – prova ancora a smarcarsi – per la Costituzione italiana”. Ma con il passare dei minuti si svela: “Noi stiamo costruendo un nuovo polo che non è né terzo né quarto perché non siamo secondi a nessuno. Questo è l’unico, vero polo alternativo al berlusconismo e al montismo”. E poco dopo precisa “Io ci sto, mi metto a disposizione del progetto. Sono pronto a metterci la faccia ma dipende anche da voi e dal vostro impegno”.
Ingroia chiama a raccolta i potenziali alleati: “Io non voglio essere solo vi voglio tutti in campo ma tutti dovete metterci la faccia per aggregare di più. Il primo a cui mi rivolgo è Maurizio Landini“. Ma il magistrato cita anche don Ciotti e Santoro: “Non è un invito a candidarsi – precisa il magistrato – ma un invito ad accompagnarci al nostro fianco. Se poi volete candidarvi, ancora meglio”, chiude ironicamente.
Nel suo progetto, invece, non c’è spazio per i vecchi partiti: rivolgendosi ai politici presenti in sala, Diliberto, Bonelli, Di Pietro e Ferrero, il magistrato dice: “Siete esempi di una politica pulita e alternativa che ha combattuto in questi anni battaglie contro Berlusconi prima e Monti poi”, ma “per aiutare la società civile a fare un passo avanti, io credo che voi dobbiate fare un passo indietro. Non sono un rappresentante dell’antipolitica e degli antipartiti e so che voi rappresentate la politica per bene. Ma aiutateci a incoraggiare la società civile. Facendo un passo indietro, voi non sparite ma restate con noi in questa battaglia”.
La volontà di affrancarsi dai partiti non significa che il nuovo polo non sarà aperto al dialogo. Ingroia ne è convinto e lo sottolinea, rivolgendosi prima a Bersani e poi a Grillo: “Da questa assemblea di oggi io chiedo un confronto con il segretario del Pd Bersani, un confronto senza pregiudizi. Lo chiedo perché conosco molte personalità del Pd che hanno le mie idee. Lo faccio con l’orgoglio della nostra autonomia come polo politico in costruzione”. Riguardo al leader del Movimento 5 Stelle, il magistrato mostra segnali di apertura: “Non mi sottrarrei a un confronto. Conosco Beppe Grillo da anni e l’ho apprezzato per alcune sue battaglie prima che intraprendesse attività politica”.
Nel discorso di Ingroia non mancano le parole al fiele: ”L’Italia è un paese ammalato di giustizia, la giustizia è troppo lenta. E’ il paese delle mafie e delle ingiustizie, un paese senza memoria”. Il magistrato illustra il suo “nuovo polo” che ha come numi tutelari Falcone e Borsellino: “Il loro lascito è come un tesoro smarrito, noi dobbiamo disseppelire questo tesoro, dobbiamo partire da questi uomini, da questo modello di cittadini. Un paese senza passato è una democrazia dimezzata, abbiamo bisogno di aria pulita, disperdiamo i veleni che ammorbano il paese”.
Gli strali di Ingroia prendono di mira anche gli ultimi due premier: “L’Italia è sotto le macerie dei bombardamenti di Berlusconi e Monti che non ha fatto la ricostruzione, l’ha promessa ma non l’ha realizzata, gli italiani oggi sono ancora più poveri di diritti e nelle tasche. Di tutto questo Monti e Berlusconi sono stati i principali responsabili”. Il movimento invece “lavorerà per la costruzione, di fronte alle macerie. E’ venuta l’epoca della responsabilità della società civile, degli italiani che si appassionano della democrazia: apriamo il nostro libro dei sogni e trasformiamolo in realtà. Non faremo un polo giustizialista e manettaro”.
E a chi gli chiedeva se fosse un “magistrato politicizzato“, Ingroia risponde prontamente: “Sfido chiunque a dimostrare ho orientato i processi ai fini politici. Chi dice di un pm che è politicizzato lo deve dimostrare nei processi e non rispetto al fatto che uno si candidi politicamente”, facendo capire ancora una volta le proprie intenzioni.
Ilfattoquotidiano.it

FISHERMEN TWO, SINNERS TWO
(the two italian marines to be judged by an Indian Court for the accidental killing of two indian fishermen got permission under caution to spend Xmas festivities at home in Italy)
 

sabato 22 dicembre 2012

Così vicini, così lontani. Le ragioni di un distacco.

"Lettrici e lettori, collaboratrici e collaboratori ci chiedono perché abbiamo mollato". Sedici compagni del manifesto spiegano i motivi che li hanno portati a restare fuori dalla nuova cooperativa.
- ilmanifesto - 22.12.2012
Il manifesto è stata un'avventura straordinaria. L'invenzione di una nuova forma della politica, quando ancora nessuno immaginava che politica e comunicazione sarebbero diventate la stessa cosa. L'esercizio quotidiano di un pensiero critico, in un sistema dell'informazione che di pensiero critico non abbonda. La tessitura incessante di una rete di relazioni ricchissima, con i lettori, i collaboratori, i sostenitori. La costruzione di uno spazio in cui un giovane sconosciuto, un operaio di Marghera, un collettivo femminista erano autorizzati a parlare quanto un intellettuale blasonato. La pratica quotidiana del confronto, talvolta ruvido ma sempre interessato alle differenze in gioco, fra la generazione dei fondatori espulsi dal Pci, quella del '68, del '77 e del femminismo, quella della Pantera e di Genova. Il luogo di frontiera libero da dove abbiamo avuto il privilegio di attraversare, raccontare, interpretare quarant'anni densissimi di storia politica e culturale del mondo e della sinistra.
Tutto questo, e molto più di tutto questo, sotto la testatina «quotidiano comunista». Che non è mai stata, per nessuno di noi - a cominciare da Rossanda e Parlato, da sempre schierati per un giornale di ricerca e di innovazione, non di partito ma di parte - un'etichetta identitaria, né un programma ideologico, né tantomeno una tessera. E' stata e resta, fondamentalmente, il segno di due cose. La prima: che l'orizzonte del comunismo deve restare aperto, non come speranza per il futuro ma come contraddizione del presente, contro la volontà di potenza del capitalismo, contro la violenza sui corpi e sulle vite dei poteri vecchi e nuovi, contro i manipolatori delle menti e i colonizzatori dell'immaginario. La seconda: che fra quella testatina del giornale e la vita del gruppo che lo produce debba esserci una qualche coerenza. Non riconducibile solo alla formula proprietaria, pure importantissima, e all'egualitarismo salariale. Bensì ad uno stile delle relazioni fra noi, consapevole che quel «noi» è un soggetto prezioso e delicato, da trattare con la stessa cura dell'oggetto-giornale da mandare in edicola ogni giorno. Non dunque, come recita uno slogan oggi caro alla Direzione, un manifesto «oltre le nostre persone», ma le nostre persone nella scommessa del manifesto.
Lettrici e lettori, collaboratrici e collaboratori ci chiedono perché abbiamo mollato. Ce lo chiedono con dispiacere, talvolta sorpresi perché non capiscono, talvolta irritati come se avessimo tradito un'aspettativa o una certezza, una missione o un dovere di resistenza. Hanno qualche ragione, perché avremmo dovuto dire più, e qualche torto, perché anche i silenzi parlano, ad esempio di un tentativo di non inasprire i toni, o del bisogno di elaborare una perdita. La risposta, comunque, è semplice: perché poco o nulla di quello che per noi è stato ed è il manifesto sopravviveva ormai in via Bargoni. Il che non significa pensare che il manifesto sia finito per sempre. Significa separarsi da un manifesto che in questo momento non è più quello che, fino all'ultimo, ci siamo spesi per tenere in vita e costruire.
Quando ci si separa, si sa che spesso volano gli stracci, e con gli stracci molte bugie. Non staremo a contestarle o smentirle una per una. Su qualcuna però non possiamo tacere.
Non è vero che siano emerse fra noi posizioni politiche e di politica editoriale incompatibili. Né che ci sia stato uno scontro tra fautori di un "giornale-partito" contro un "giornale-giornale". E' vero piuttosto che negli ultimi anni è stato programmaticamente eliminato il terreno stesso del confronto politico, culturale ed editoriale al nostro interno. Qualsiasi discussione è stata ritenuta superflua e perfino ostativa alla fattura di un giornale sempre più omologato, al di là dei singoli contributi pure spesso eccellenti, alla stampa mainstream, alla sua agenda, alle sue tematizzazioni; sempre meno sperimentale nella formula editoriale (rapporto carta-online, rapporto quotidiano-supplementi etc.); sempre più ridotto da intelligenza collettiva a macchina produttiva veicolo di interventi esterni. Questa ostinata chiusura della discussione ci ha oltretutto impedito di confrontarci con il dato duro di un forte calo delle vendite, sempre attribuito genericamente alla crisi della carta stampata e mai analizzato come sintomo specifico di una perdita di autorevolezza e di efficacia della testata.
Non è vero che la liquidazione coatta sia stata imposta dal Cda uscente, segnatamente nelle persone del suo presidente Valentino Parlato e dell'amministratore delegato Emanuele Bevilacqua. La liquidazione era l'unica opzione possibile per evitare la procedura fallimentare, tutelando i diritti e gli ammortizzatori sociali dei soci-lavoratori; lo sapevamo tutti, e l'abbiamo approvata tutti, salvo un paio di eccezioni. Essa non ci avrebbe impedito di tentare fin da subito - ormai un anno fa - di mettere a punto un piano di riacquisto della testata, con l'aiuto dei lettori e dei circoli, e di ridefinizione della cooperativa e della redazione secondo criteri organici a un piano di riforma del prodotto: per aggiornarne e rilanciarne il senso politico-editoriale, che si era appannato negli ultimi anni, e per risanare una gestione economica sbagliata, di cui tutti portiamo qualche responsabilità. Purtroppo è stata seguita un'altra strada. Nessun piano di riacquisto, mentre la cooperativa e la redazione venivano lasciati a un'emorragia spontanea di competenze professionali e di funzioni, senza nulla fare per tamponarla, e anzi giocando su sottoutilizzazioni e prepensionamenti - questi ultimi nient'affatto «scelti», come ora si dice, bensì accettati per ridurre i costi del lavoro, e per giunta additati come posizioni di privilegio e fatti oggetto di una brutta campagna «rottamatoria» - per sfrondare il giornale da posizioni non allineate.
Non è vero dunque che la nuova cooperativa nasca dalla differenza algebrica fra l'innocenza e la buona volontà di quanti «hanno tenuta aperta la casa» e «il menefrighismo di chi ha lasciato il giornale in un momento difficile». Essa è piuttosto il frutto dell'avocazione a sé, da parte della Direzione e delle rappresentanze sindacali, di funzioni di rappresentanza della proprietà collettiva del giornale che non sono di loro pertinenza. Fino al rifiuto di eleggere un organismo garante della trasparenza del delicato processo di transizione ed eventualmente di vendita della testata.
Altro che menefreghismo, esili volontari e porte sbattute. Su questi e su altri punti, di metodo e di sostanza, abbiamo continuato fino alla fine a proporre strade alternative e a dare battaglia, senza mai far mancare il nostro contributo gratuito di scrittura malgrado i dissensi, peraltro pubblicamente espressi sulle pagine del giornale ma mai raccolti, sempre respinti e più volte denigrati.
Sono queste le ragioni che ci hanno persuasi, non senza dolore, a non partecipare alla formazione della nuova cooperativa, di cui non ci è chiara né la prospettiva politico-editoriale né la discontinuità amministrativo-gestionale. E che nasce da una consapevole messa in mora, per non dire da un sostanziale disprezzo, di quello stile delle nostre relazioni che dicevamo all'inizio. Se ne può trarre la conclusione che noi ci siamo allontanati dal manifesto: ma solo dopo che il manifesto, «questo» manifesto, si era allontanato da noi. Quanto al domani, è tutto da scrivere.

*** Loris Campetti, Mariuccia Ciotta, Marco Cinque, Astrit Dakli, Ida Dominijanni, Sara Farolfi, Tiziana Ferri, Marina Forti, Maurizio Matteuzzi, Angela Pascucci, Francesco Piccioni, Gabriele Polo, Doriana Ricci, Miriam Ricci, Roberto Silvestri, Roberto Tesi (Galapagos)
LA RISPOSTA DELLA DIREZIONE
Dispiace che le compagne e i compagni firmatari di questa lettera non abbiano voluto raccogliere il significato dell'articolo "Una nuova storia", pubblicato a nome di tutti noi. Stupisce l'affermazione sulla "programmatica eliminazione" del conflitto politico. Molte delle firme in coda a questa lettera hanno connotato la prima pagina del manifesto sempre, e nessuno può confermarlo meglio dei nostri lettori. Direzione e rappresentanze sindacali non hanno "avocato" alcun potere. Ogni cosa è stata decisa con il voto del collettivo. Chi propone strade alternative ha avuto, e ha ancora, la possibilità di esprimersi. Stando dentro, non fuori il giornale. E confrontandosi, in modo aperto e franco, come abbiamo sempre fatto nella nostra storia.

Ingroia a Cambiare si può: venite anche voi al Capranica

- fonte -
ingroiadi Checchino Antonini
«Accogliamo l'invito di "Facciamo presto" e quindi aspettiamo "Cambiare si può", insieme a tutte le soggettività che hanno animato gli appuntamenti svoltisi dal primo dicembre ad oggi nelle diverse città italiane, al teatro Capranica di Roma, dove ci incontreremo venerdì per confrontarci sulla sfida ormai imminente, prima che elettorale, soprattutto politica e civile che attende il nostro Paese».
Così, in una nota congiunta Ingroia e De Magistris, ex pm di Palermo l'uno e sindaco arancione di Napoli l'altro, entrambi tra i punti di riferimento per la costituzione del quarto polo, la lista rosso-arancione autonoma dal Pd e antitetica al montismo.
«Un Paese che merita una strada alternativa sia al berlusconismo che al montismo - scrivono - che chiede una nuova stagione sul piano dei diritti sociali e della legalità, che vuole una risposta al tema della questione morale, che desidera una piena attuazione della Costituzione ed in particolare del suo articolo 1 che riconosce il diritto al lavoro come fondamento della nostra democrazia e che, soprattutto, vuole partecipare alle scelte politiche e di governo che riguardano ciascuna e ciascuno di noi.
In questo momento, infatti, occorre creare un fronte unitario di tutte quelle cittadine e di tutti quei cittadini che, insieme alle associazioni e ai movimenti, vogliono realizzare un'alternativa di cambiamento rispetto alle politiche montiane e alle logiche masso-mafiose, preferendo la giustizia sociale, la partecipazione democratica, i beni comuni e la tutela dell'ambiente, la centralità della persona"».
L'invito ufficiale a "Cambiare si può", risponde alla mossa analoga dei promotori dell'assemblea del primo dicembre e chiarisce la convergenza dei vari appelli e dei percorsi che, tra venerdì e sabato, porteranno al varo della lista dei non allineati, il polo della sinistra d'alternativa che vive una fase di dibattito vivace ma compressa dai tempi stretti impressi dalla crisi alla campagna elettorale. Domani si riunirà anche la direzione del Pdci, partito dentro cui si agitano le energie che non vorrebbero immolarsi all'agenda Monti.
«La costruzione del Quarto polo con Ingroia candidato Presidente - dice anche il leader Prc Ferrero - sta sollevando molte aspettative tra chi vuole un rovesciamento delle politiche attuate da Monti e sostenute in varie forme dal centro destra e dal centro sinistra. Un quarto polo che si presenti autonomamente alle elezioni e che ponga al centro il ripristino della sovranità democratica del popolo, a partire dalla piena attuazione della Costituzione repubblicana e dall'abbandono delle politiche basate sui sacrifici, può essere la vera novità delle prossime elezioni. Un quarto polo autonomo per aprire l'alternativa alle politiche di austerità e a chi le sostiene. In Italia non vi sono solo montiani e grillini, vi è chi tra l'austerità e l'insulto vuole costruire l'alternativa sociale e democratica».

Lettera alle compagne e ai compagni di Rifondazione Comunista

- rifondazione -
ferreropaolodi Paolo Ferrero
Care Compagne e Cari Compagni,
come deliberato in varie riunioni della Direzione nazionale e del Comitato Politico Nazionale, stiamo lavorando per la costruzione di una lista unitaria di sinistra che si presenti autonomamente alle prossime elezioni.
E’ questo un obiettivo necessario per evitare che proprio le forze che si sono opposte alle politiche del governo Monti siano escluse dal prossimo Parlamento, e con esse le ragioni dei diritti del lavoro, dell’opposizione al Fiscal Compact e alle politiche europee, della difesa del welfare. Sarebbe un fatto assai negativo per il nostro partito e per il nostro progetto politico.
Nessuna di queste forze, dall’IdV a Rifondazione Comunista, dal movimento di De Magistris ad Alba ha, da sola, la possibilità di eleggere. E’ invece evidente che una lista che tenga insieme l’arco di forze politiche, sociali e culturali che si sono opposte al governo Monti, può rappresentare un punto di riferimento reale per quanti non si riconoscono né nell’alleanza dei democratici e progressisti, né in Grillo.
Questa scelta non ha nulla a che vedere con lo scioglimento del partito o con la sua fine. Come abbiamo detto mille volte, Rifondazione Comunista è necessaria ma non sufficiente, ed in questa linea ci muoviamo.
Necessaria, quindi Rifondazione deve esserci per l’oggi e per il domani.
Non sufficiente, quindi contribuiamo alla costruzione di una lista unitaria.
Ovviamente in questo quadro, dovremo presentarci alle elezioni sotto un simbolo di coalizione, che per forza di cose non potrà coincidere con il nostro simbolo. Si tratta di una situazione presente anche in altri paesi europei – basti pensare al Izquierda Unida in Spagna, al Front de Gauche, in Francia, a Syriza in Grecia - dove i partiti comunisti o di sinistra radicale non si presentano alle elezioni con il loro simbolo ma con il simbolo della coalizione. E’ un passaggio necessario che dovremo gestire direttamente come partito, con una propaganda apposita che specifichi che Rifondazione Comunista invita a votare la lista unitaria.
Questo lavoro di costruzione della lista unitaria è tutt’ora in corso ed ha visto la nostra partecipazione attiva alle assemblee di Cambiare si può, così come abbiamo espresso una valutazione positiva sulla possibilità che sia Antonio Ingroia a svolgere la funzione di candidato presidente per il quarto polo.
Come ogni percorso unitario vi sono svariati problemi e stiamo lavorando affinché questo percorso trovi due primi momenti di sintesi nelle assemblee convocate per il 21 da Ingroia e per il 22 da “Cambiare si può”. In quel contesto si avrà una prima definizione della fisionomia del quarto polo e della lista che lo dovrà concretamente realizzare, alla quale intendiamo partecipare praticando il principio della reciprocità.
Ho ritenuto necessario rivolgervi questa lettera perché la fase è molto complicata ed in assenza del nostro giornale, vi è una seria difficoltà ad informare correttamente i compagni e le compagne su quanto sta avvenendo.
Nella convinzione di operare nella giusta direzione per la causa di tutti noi.

Cipro, il paradiso fiscale perduto

di Agenor - fonte -

La nuova crisi dell’eurozona è a Cipro. 12 mld di euro salveranno le banche che speculano sul debito greco e gli investimenti in Russia. È l’occasione per cambiare le regole sui paradisi fiscali in Europa

La crisi finanziaria di Cipro – un paese dell’area euro – è un fatto noto a tutti, ma di cui nessuno parla. E che Cipro abbia avuto nei sei mesi che si chiudono a dicembre la presidenza di turno dell’Unione Europea è rimasto praticamente segreto. Nel giugno scorso, a pochi giorni dal passaggio del testimone presidenziale, il primo ministro cipriota Demetris Christofias avanzava ufficialmente una richiesta d'aiuto all'Unione Europea per far fronte alla disastrosa situazione in cui tuttora versa il sistema bancario dell'isola. Un accordo non è ancora stato raggiunto ma, secondo indiscrezioni confermate dalla stampa specializzata, l'entità del bail-out richiesto è da capogiro. Si parla di almeno 12 miliardi di euro, circa due terzi del prodotto interno lordo dell'isola. Di questa cifra, un terzo servirebbe a coprire l'esposizione delle banche cipriote al debito ellenico, mentre i rimanenti otto miliardi servirebbero a ricapitalizzare il sistema finanziario cipriota che – come forse non tutti sanno – è ben noto nella comunità internazionale di tributaristi e consulenti finanziari come paradiso fiscale tra i migliori della zona euro.
Oltre a un trattamento fiscale di favore, Cipro offre totale segretezza per le società, così da renderne i proprietari irrintracciabili. E' possibile, quindi, che un cittadino UE, o un'impresa con sede in Italia o Germania, apra una società a Cipro e attraverso pratiche assolutamente legali e in linea con «le più ferree» direttive UE vi trasferisca assets e profitti così da essere tassati a un valore simbolico, rimanendo anonimi, e – soprattutto – dentro alla UE, dove, a differenza di altri sateterelli caraibici, la protezione della proprietà privata è assicurata da inattaccabili accordi comunitari e internazionali. Con le tasse sul reddito d'impresa al 10%, le più basse nell'Unione Europea, facili possibilità di elusione su capital gains (plusvalenze) e zero tasse su dividendi, eredità e donazioni, è facile intuire come sia possibile che la ricchezza finanziaria 'made in Cipro' posseduta da non-residenti sia triplicata nel giro di pochissimi anni e sia arrivata a valere più di 100 miliardi di euro nel 2009, ben sei volte il prodotto interno lordo.

L’io e la società, senza la politica

di Rossana Rossanda - sbilanciamoci -

È diventato di uso comune dire che la politica è stata divorata dall’economia, intendendo con questo che essa non ha più il potere di decidere su temi economici, come i conti pubblici, i movimenti dei capitali, l’ingigantimento della finanza, le direzioni di investimento. Questo è in gran parte vero, a condizione che sia chiaro che essa non è stata spossessata dei precedenti poteri da una guerra esterna o da colpo di stato interno, se ne è spossessata per sua scelta, attraverso regolari leggi dei suoi parlamenti, in genere sollecitate dai suoi esecutivi. Il primato dell’economico è stato insomma una scelta del politico, come erano stati gli accordi di Bretton Woods e il “compromesso capitale-lavoro” dopo la seconda guerra mondiale in Europa. Va ricordato perché l’antipolitica di destra e di sinistra, nella sua alterna polemica con i partiti e il notabilato che ne tiene le redini, ama dimenticarlo. Gran parte delle nuove sigle antipartito che si presentano sulla scena, non solo italiana, si considerano vergini dall’influenza del vecchio notabilato nato nel seno dei partiti o dei sindacati, dando luogo alla corruttela o, quanto meno, ai personalismi oggi imperanti.

La movenza di Alba “Facciamo esprimere tutti prima di decidere qualsiasi cosa” e, non troppo differentemente, di tutti i “Cambiare si può” e della diffidenza di molti movimenti verso qualsiasi forma di organizzazione dà per scontato che il vizio principale dei partiti o dei sindacati sia costituito non dai loro programmi ma dai loro vertici decisionali, anche quando eletti nella forma più democratica. Ogni potere superiore a un altro, anche se delegato, e dotato di una durata sia pur transitoria, diventa oppressione, sosteneva Bakunin contro Marx, che pure al di là di un sistema dei consigli non si spingeva.
Ma questa tesi, che per Bakunin portava a un anarchismo sistematico, oggi induce diverse sigle alla consultazione preliminare di tutti prima di una decisione finale presa per maggioranze, come se una società altro non fosse che l’addizione dei suoi componenti. Ma ciascuno di loro può essere bene intenzionato, e tuttavia la somma delle singole intenzioni non corrisponde all’interesse principale della società di cui essi sono membri – fra l’individuo e la società di cui fa parte non si tratta semplicemente di una diversità di grandezza, ma della distanza fra l’interesse individuale e quello di una collettività di uguali diritti, ma non di uguali bisogni e desideri.
Di qui la necessità di avere dei corpi intermedi che regolano il passaggio da bisogni e desideri dei singoli a quelli del gruppo, che si formano – come del resto anche nel singolo – dall’intessersi di interessi materiali (di classe, dei proletari e non) e immateriali (idee di società, ideologie, primato delle aristocrazie o dell’uguaglianza, in una cultura laica e inscritta nel tempo, o nel comando invariante di una religione, ecc.). L’abominio che ha colto da un trentennio a questa parte le idee di società e di giustizia – tutte catalogate nella formula negativa di “ideologie”– in favore di una maggioranza matematica dei bisogni o desideri dei più, invece che di una elaborazione degli uni e degli altri, è alla base dell’attuale confusione dei linguaggi, cui resta in comune soltanto il rifiuto di ogni verifica storica e la riduzione della democrazia a somma delle spontaneità e delle immediatezze individuali. Di qui l’odio del partito e del sindacato, come di qualsiasi forma di organizzazione che si assegni un tempo e delle regole, fondandosi da un lato su un bilancio di esperienza, cioè di storia e cultura, dall’altro su una scala di valori agganciata a una tradizione più o meno laica o religiosa, (collegate, ma difficilmente sincroniche.)
Di qui la complessità dei rapporti fra gli io e la società. Essi sono molteplici e investono soprattutto la sinistra. La destra è sempre per il principio di inuguaglianza, se non anche politica, di mezzi, di situazione, di sapere fra una persona e l’altra; anzi, non solo fra persone, ma fra paesi, il più forte è sempre presentato come quello che sottometteva il più debole per civilizzarlo. In questi giorni si celebra il cinquantenario dell’indipendenza dell’Algeria, e tutta la Francia sente il bisogno di discutere se sia giusto o no scusarsi con gli algerini per averli oppressi durante quasi un secolo e mezzo. Quando mai! Al più si può riconoscere che non bisognava affamarli, l’atto di prepotenza della colonizzazione ha mille ragioni, niente scuse e pentimenti. E poi neanche gli algerini sono stati gentili nel liberarsi da chi li aveva fatti, per oltre un secolo, schiavi e quando si sono ribellati ci sono stati otto anni di una guerra sporca.
Ma torniamo alla sinistra, che si rifà invece a un principio di uguaglianza di diritti, e – almeno in linea di possibilità – di proprietà e di valori (il rispetto interculturale). Similmente al mercato, che poggia su dati quantitativi, anch’essa si dice che la somma dei desideri dei singoli realizzerebbe quello della “società”. Al partito più partito di tutti, che è stato quello comunista del Novecento, va sostituita la maggioranza di quelli che si definiscono democratici o simpatizzanti, sono le famose primarie, ed è ovvio che non sono più l’affare interno di un gruppo politico preciso nell’analisi e nel programma, ma di chiunque si dica vagamente interessato ad esso.
Da dove è venuta questa svolta? Sicuramente dalla insufficienza di regole democratiche nei partiti, mancanza della quale peraltro non viene indicata né l’origine né la storia. Tra il partito comunista, abominato per la sua gerarchia immutabile e il Pd, concepito come assolutamente democratico, è sicuro che malgrado il fatale “centralismo democratico” il primo implicasse un flusso dal centro alle periferie, e dalle periferie al centro, sicuramente più consistente di quello nel partito attuale, che manca del tutto. Il sedicente “centralismo democratico” era detestabile, senonché non è stato sostituito dalla messa in atto di regole strette a garanzia dei diritti del singolo iscritto, ma dalla vaghezza di confini e regole di un partito d’opinione; non tenuto a nessun programma preciso. L’essere, anche, simile a un esercito in guerra – guerra di classe – lo “proteggeva” da troppe procedure che ne avrebbero diminuito l’efficacia… argomenti che conosciamo.
Ma non si è andati verso un esame più attento delle procedure, si è andati alla liquidazione del progetto di società nella quale un partito si identificava, per il quale vi si aderiva o no. Più a fondo, la preminenza che esso dichiarava al programma di società rispetto alla persona, giungendo fino a negarne la specificità, ha indotto per primo il movimento del ’68 a spostare l’accento sulla persona, finanche sulla maggiore responsabilizzazione della persona rispetto al partito o alla società. Raramente un partito socialista o comunista ha visto emergere di colpo i suoi leader carismatici come è successo ai gruppi extraparlamentari degli anni ’70. Una parte della, peraltro transitoria, simpatia suscitata da Mario Segni veniva da questo ordine di argomentazione. Via il progetto, l’idea, l’ideologia, quelli che contano sono lui o lei, amati e rispettati o incolpabili e punibili. Siamo arrivati all’estremo dei vizi della democrazia rappresentativa.
La critica alla forma partito ha portato alla superfetazione di qualcuno che non è né l’io né il noi d’un perimetro sociale, ma un personaggio costruito in gran parte sull’immagine ed espresso più da sensazioni ed emozioni che da un ragionare su concetti ben esaminati, voltati e rivoltati.
Che in Italia questa demonizzazione della politica abbia portato tutto il parlamento ad affidarsi alla “tecnicità” del governare, a mettere al primo posto le cifre, su comando dei parametri europei, non può dunque stupire. È il reciproco dell’opinione, una politica tutta contabile e monetaria: che cosa c’è di più indiscutibile che un bilancio in pareggio? Se questo comporta una devastazione nei servizi che aiutano i meno fortunati a vivere, spostarsi o curarsi, e tutti i giovani a istruirsi, non è cosa che riguardi le matematiche e il saldo finale dopo le sottrazioni. Di addizioni in entrata il bilancio pubblico ne ha poche in tutta Europa, come documentava ieri Mario Pianta (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Economia-europea-sono-pessime-quelle-previsioni-16018). Se quel che è sottratto al pubblico è ceduto a poco prezzo al privato, questo ai fini contabili può apparire perfino un arricchimento del pubblico, confuso di regola con lo stato. La corposità delle vite, la fatica, il poco spazio che resta per la salute o il riposo, l’arretramento culturale non sono voci di bilancio e con la sua qualità “tecnica” non hanno a che vedere. È un’altra idea della politica rispetto a questa innovazione che la sta liquefacendo nell’effimero dell’immagine o nell’astratto della contabilità.

Facciamo il punto.

E’ possibile costruire una lista di alternativa all’attuale quadro politico
Alfonso Gianni
– Bersani pensava di avere sistemato tutto e di avere il pallino in mano. In effetti si era mosso con abilità. La mossa di fine luglio gli aveva fruttato un notevole vantaggio. Dicendo a Casini: tu organizza i moderati che io penso ai progressisti, aveva tacitato d’un botto destra e sinistra, quella interna e quella esterna. Il clamore e la netta vittoria alle primarie avevano fatto il resto. Il Pd risultava al centro di tutto. Vendola non era andato al di là del risultato che aveva avuto Bertinotti nelle prime primarie con Prodi, l’insidioso attacco di Renzi era stato rintuzzato e comunque aveva trasformato le primarie di coalizione in una competizione interna al Pd. Con il risultato collaterale, ma non trascurabile, soprattutto per il dopo, di rafforzare l’osservanza alla carta di intenti, più volte ribadita dallo stesso Vendola in polemica con Renzi. Ovvero Bersani aveva saputo usare i due suoi competitors, per farli configgere tra loro e trarne il massimo vantaggio.
Ma c’è sempre un imprevisto in politica. Questo si è presentato con il volto grigio di Monti. Mossa imprevista e che ha spiazzato lo stesso leader del Pd. In molti si sono chiesti: chi glielo fa fare a Monti che tutto sommato ha più di una ragione per potere puntare all’alto colle? Si è sottovalutata la pressione del Vaticano, che certamente non può vedere di buon occhio l’alleanza Bersani-Vendola, per quanto la carta di intenti sia moderatissima persino sui diritti e nulla dica sui matrimoni gay. Nello stesso tempo il famoso “centro” non riesce a coagularsi se non ha un punto di riferimento fuori dal pollaio. Infine non si dimentichi che Monti è uomo della Trilateral Commission, nonché di altri think thank del capitalismo mondiale, i quali vogliono andare sul sicuro per quanto riguarda l’Italia. Ovvero preferiscono che Bersani sia fortemente condizionato e spinto ad un’alleanza postelettorale con il centro, anziché restare unico padrone del campo.
L’esito di tutto ciò è ancora oscuro, ma è già evidente che il mare calmo del centrosinistra (che tra l’altro non si chiama neppure così, visto che il termine sinistra ingenera tremore di per sé) si è notevolmente increspato. Di fronte a questa situazione il Pd avrebbe di fronte due possibili strade: o quella della contrapposizione con Monti o la competizione sul suo stesso terreno. La prima strada comporterebbe una virata a sinistra. Ma questa non pare proprio nelle corde del gruppo dirigente del Pd. Del resto la notevole affermazione dei renziani qualche cosa vorrà pur dire. Resta perciò la seconda che implica un ulteriore scivolamento su posizioni moderate della coalizione presumibilmente vincente.
In questo quadro, in parte nuovo e comunque in movimento, l’ipotesi della costruzione di una lista alternativa e di sinistra non solo diventa più necessaria, ma anche possibile. Certo non si può pretendere quello che comunque non potrebbe essere. In pochi giorni non si fa né un nuovo partito né una solida coalizione. Porsi obiettivi di questa natura significa ingannare se stessi oppure prepararsi a bypassare completamente l’appuntamento elettorale lavorando nella prospettiva di tempi più lunghi. In questo modo però si lascerebbe una prateria ai grillini e si alimenterebbe l’area dell’astensione.
Conviene perciò fare di tutto per tentare la strada della costruzione di questa lista. Da quando se ne parla sono già emerse due ipotesi: quella di una lista dai contenuti nettamente antiliberisti, la cui collocazione più naturale sarà all’opposizione e quella di una lista più incentrata su temi concernenti diritti e legalità in posizione dialogante con i futuri vincitori. A me pare che solo la prima delle due ipotesi è in grado di avere successo, anche perché l’unica delle due ad avere la potenzialità di contenere anche l’altra.

DAVID LOMON (1918-21 december 2012)
Last known survivor in England of the International Brigades
 
 

venerdì 21 dicembre 2012

Mai più senza: la nuova Agenda Monti 2013

ALESSANDRO ROBECCHI –


arobecchi

E’ il regalo di Natale che molti sognano e che verrà donato anche a chi non lo vuole: l’Agenda Monti. Non si parla d’altro, non c’è oggetto più desiderato, imitato, evocato, persino falsificato e venduto abusivamente sulle bancarelle del PdL – parlandone da vivo – e del Pd. E’ il gadget che non può mancare nel bagaglio dell’uomo politico italiano di destra, centro, centrosinistra, sinistra moderata, nonché nelle filiali di banca, centri decisionali piccoli, grandi e medi. Una vera febbre. Per ricordare un simile boom di richieste bisogna riandare ai tempi del Tamagochi o del primo I-phone. Già dalla caduta del governo dei tecnici si sono formate grandi code di acquirenti, ognuno bramoso di sventolare come un trofeo la sua Agenda Monti.
Ne esistono, ovviamente, molti tipi. C’è quella lussuosa, rilegata in pelle di esodato. Ne esistono circa 300.000 esemplari, anche se in un primo tempo il governo aveva detto di averne stampate solo 65.000, poi 120.000: un piccolo imbroglio sulla tiratura. Poi esistono edizioni meno costose e raffinate. Come quella in dotazione ai dirigenti del Pd, che sostengono di tenerne sempre sottomano una copia leggermente modificata rispetto all’originale. Non manca la versione più popolare, naturalmente, in formato tascabile, dedicata ai lavoratori dipendenti, ai precari, ai salariati in genere, per i quali però l’Agenda Monti sarà obbligatoria, e dovranno adottarla volenti o nolenti, chiunque sceglieranno alle urne.
Ma quali sono le peculiarità di questo oggetto tanto desiderato e ostentato dalla classe dirigente come uno status symbol e consegnato ai cittadini come un’imposizione dell’Europa? Intanto, l’Agenda Monti non ha domeniche, né sabati: si lavora sempre, perché pause e momenti di relax sarebbero mal interpretati dai mercati. Le festività sono pochissime. Tra queste, il 17 luglio (compleanno di Angela Merkel), Sant’Anselmo protettore dei conti correnti, oltre alle date (variabili) in cui bisogna effettuare il versamento del modulo F24, dell’Iva, dell’Imu e altre sacre ricorrenze. Non mancano, come nei migliori diari scolastici dedicati ai giovani e nei calendari popolari, piccole massime, proverbi, spigolature e consigli pratici di bricolage: come tagliarsi da soli la pensione, come aumentare la disoccupazione giovanile, come prorogare i contratti precari che si era promesso di regolarizzare addirittura con una riforma. Insomma, l’Agenda Monti si configura come una sapiente via di mezzo tra il calendario di Frate Indovino e un omaggio della banca.
Ma cosa determina il clamoroso successo dell’Agenda Monti? Semplice. Intanto il fatto che nessun altro ha un’agenda. Al PdL ne hanno una sì, ma è piena di appunti con le date delle udienze, delle prescrizioni e di indirizzi dove far scappare i testimoni. Al Pd ne hanno una con molte pagine bianche: la gara d’appalto per decidere chi dovrà finire di stamparla è ancora aperta tra la Tipografia Vendola e le Arti Grafiche Casini. L’Agenda Grillo è in fase di stesura, ma già si sa che chi la prenderà in mano non potrà scriverci quello che vuole: dovrà aspettare ferree direttive da Genova. In sostanza, dunque, l’Agenda Monti è l’unica che abbiamo a disposizione e questo – insieme all’aggressivo marketing elaborato in Europa – la rende imprescindibile per la prossima legislatura. In effetti, un caso di monopolio politico-economico di cui l’antitrust dovrebbe occuparsi. Se non avesse, a sua volta, ricevuto il gentile omaggio di due Tir di Agende Monti in edizione extralusso.
Alessandro Robecchi
(19 dicembre 2012)

Ocse, così le differenze di genere frenano il Pil

di Leopoldo Tartaglia e Silvana Cappuccio
Nei giorni scorsi l’Ocse ha presentato il rapporto Chiudere il gap di genere: agire ora (Closing the Gender Gap: Act Now) relativo alle persistenti differenze nella partecipazione al mercato del lavoro, nei ruoli dirigenziali e imprenditoriali e nelle condizioni salariali per le donne nei 34 paesi membri dell’organizzazione. Il rapporto mostra come, nella media dei paesi Ocse, a parità di lavoro e di posizione professionale le donne guadagnino il 16% in meno degli uomini. Differenza che sale al 21% nelle posizioni professionali più alte. Ancora, la media della differenza salariale tra uomini e donne in famiglie con uno o più figli sale al 22%, mentre scende al 7% per le coppie senza figli.
Le donne, in generale, pagano una penalizzazione salariale per avere figli, con una punta massima del 14% in Corea del Sud, mentre questa tendenza sarebbe quasi inesistente in Spagna e in Italia, dove, secondo i dati Ocse, il gap salariale sarebbe tra i più bassi. Ma questo dato “positivo” sarebbe, in realtà, il risultato dell’abbandono del mercato del lavoro da parte di una quota consistente di donne che riceverebbero i salari più bassi.L’Italia, infatti, è tra gli ultimi paese per partecipazione femminile al mercato del lavoro: solo il 51% contro una media Ocse del 65%. Solo due paesi dell’Ocse, Turchia e Messico, hanno un tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro più basso di quello italiano.
L’organizzazione parigina, poi, sottolinea l’importanza delle politiche dell’istruzione e della formazione, dei servizi sociali e della tassazione per la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e per il raggiungimento dell’eguaglianza salariale con i maschi. E, ancora una volta, le condizioni in Italia non sono particolarmente favorevoli: meno del 30% dei bambini sotto i tre anni usufruisce dei servizi per l’infanzia e il 33% delle donne italiane sono costrette al part-time per conciliare lavoro e responsabilità familiari, contro una media Ocse del 24%.
Anche nel settore manageriale e imprenditoriale il differenziale di genere è elevato: nel 2010 le donne erano un terzo dei manager e solo il 7% dei membri dei consigli di amministrazione delle aziende quotate in borsa; nello steso anno le donne rappresentavano il 22% degli imprenditori con dipendenti, ma il loro reddito era solo la metà di quello dei maschi nella stessa categoria sociale. Se, a parità di altre condizioni, nel 2030 il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro raggiungesse quello maschile, nelle previsioni del dossier la forza lavoro italiana crescerebbe del 7% e il Pil procapite salirebbe dell’1% l’anno.

Il pm e de Magistris rassicurano i “civici ” «Non faremo come l’Arcobaleno »

- lavorincorsoasinistra -

Luca Sappino – Due lettere, in contemporanea, sono arrivate sulle scrivanie dei volti più noti (e più influenti) del cosiddetto quarto polo, recapitate a Di Pietro, de Magistris e Ingroia. La prima è firmata da Alba, dal movimento di Marco Revelli e Paul Ginsborg, e dai firmatari di “Cambiare si può”.
La seconda da 70 personalità della cultura, dell ’impegno civile e del giornalismo, da Oliviero Beha a Fiorella Mannoia e Gino Strada. Il messaggio era più o meno lo stesso: non è piaciuto, alle componenti più civiche del movimento arancione, l’eccessivo protagonismo dei partiti, dell’Idv e dei comunisti di Diliberto in particolare, dimostrato nell ’organizzazione dell’incontro di venerdì a Roma, dove Ingroia dovrebbe ufficializzare la sua discesa in campo, sotto il motto “Io ci sto”.
Non è piaciuto, insomma, l’odore della Sinistra Arcobaleno, di partiti della sinistra (chi più o chi meno) disastrati che si mettono insieme, si rifanno il trucco, si riempiono la bocca di «società civile», ma poi fanno tutto da soli.
Fuori dai giri di parole, insomma, il succo è così facilmente riassunto: «Chiediamo – dice la seconda lettera, firmata anche dallo scrittore Aldo Nove, dal logico Piergiorgio Odifreddi, e da Guido Viale – un atto di grande generosità e di altruismo da parte dei vertici dei partiti più vicini a questo progetto, Italia dei Valori e Rifondazione in testa, perché rinuncino al nome e al simbolo così come alla spartizione delle liste arancioni». Recapitate le lettere si sono succeduti incontri e telefonate. E ieri, in serata, è arrivata la risposta. Il senso è presto sintetizzato: non vi preoccupate, questa volta non sarà come fu con la Sinistra Arcobaleno.
«In questo momento – scrivono a due mani Ingroia e de Magistris – occorre creare un fronte unitario di tutte quelle cittadine e di tutti quei cittadini che, insieme alle associazioni e ai movimenti, vogliono realizzare un’alternativa di cambiamento rispetto alle politiche montiane e alle logiche massomafiose, preferendo la giustizia sociale, la partecipazione democratica, i beni comuni e la tutela dell’ambiente, la centralità della persona». I partiti, dunque, non vengono neanche nominati. Perché i partiti ci sono, ma dovranno vedersi poco. «Accogliamo – scrivono infatti i due – l’invito contenuto negli appelli che abbiamo ricevuto, e quindi aspettiamo “Cambiare si può”, insieme a tutte le soggettività che hanno animato gli appuntamenti svoltisi dal 1 dicembre ad oggi nelle diverse città italiane, al teatro Capranica di Roma, dove ci incontreremo venerdì per confrontarci sulla sfida ormai imminente, prima che elettorale, soprattutto politica e civile che attende il nostro Paese».
Insomma, si fa sul serio e si deve fare in fretta. Perché il Paese, declamano ancora Ingroia e De Megistris «merita una strada alternativa sia al berlusconismo che al montismo, che chieda una nuova stagione sul piano dei diritti sociali e della legalità, che dia una risposta al tema della questione morale e una piena attuazione della Costituzione ed in particolare del suo articolo 1 che riconosce il diritto al lavoro come fondamento della nostra democrazia». Serve un’alternativa – se mai non fosse chiaro – «che vuole partecipare alle scelte politiche e di governo che riguardano ciascuna e ciascuno di noi». Quindi serve una lista. E quindi servono dei candidati. E serve una modalità di selezione. Se le primarie sembrano fuori tempo massimo, una proposta arriva sempre dalla lettere: «chiediamo la creazione di un comitato elettorale di garanzia – diceva l’appello “Facciamo presto” – per arrivare alle liste delle candidature e dare il via alla campagna elettorale». I saggi è facile immaginarli. Non ad altro ruolo hanno intenzione di candidarsi Luciano Gallino e Paul Ginsborg. Poi ci sono de Magistris e magari Orlando (che non corrono perché appena eletti), e c’è Ingroia stesso, capace di garantire (perché da sempre molto vicino) anche i partiti, e soprattutto il Pdci. Qualche altro nome («magari una donna, no?») e si potrebbe procedere.
Il messaggio è comunque arrivato: «Ingroia non si candida per un partito, ma in nome della società civile – ha detto Di Pietro a Tgcom24 – e l’Idv sarà ben felice se Ingroia scioglierà la riserva venerdì sera a Roma. La sua candidatura significherebbe un ricambio generazionale e io sono disponibile a partecipare al cambiamento, senza però mettere il cappello a Ingroia». Vedremo.

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