Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

martedì 26 febbraio 2013

La pelle del giaguaro

072Augusto Illuminati
È finita che poi il giaguaro non l’hanno smacchiato e neppure il grillo parlante è stato schiacciato contro il muro. A Bersani le metafore riescono male e comunque non portano fortuna. L’abuso che lui e i suoi competitori ne hanno fatto nell’orrenda campagna elettorale era nefasto presagio della distrazione rispetto alla realtà che ci sta portando al disastro tutti – anche chi non li ha votati per residua razionalità o istintivo ribrezzo. Dunque, è finita, secondo previsione, con un verdetto di ingovernabilità, certo dovuto al Porcellum, ma che rispecchia la vischiosità di una società invecchiata e disperata, che continua a credere alla favole o si attarda nelle giaculatorie dell’usato sicuro e del voto “utile” senza affrontare le sfide poste dalla crisi economica e dal fallimento di un certo welfare e della logica rappresentativa che ne era l’ombra democratica.
Si è conclusa con scarti minimi fra i due maggiori contendenti, entrambi in regresso rispetto al 2008, e vistose incongruenze fra voto popolare e distribuzione dei seggi, su cui fioriranno contestazioni e recriminazioni. Il flusso disordinato e contraddittorio di exit polls, proiezioni e dati reali è stato nel pomeriggio di ieri un preannuncio e magari un’allegoria del clima di rissa e ingovernabilità che ci attende nelle prossime settimane, e che la speculazione finanziaria non mancherà di sottolineare in modo drammatico tale da toccarci nella vita quotidiana, sulla nostra pelle. I due grandi poli di centro-sinistra e di centro-destra hanno cercato di domare l’ingombrante minaccia di un terzo polo centrista e sono riusciti a contenerlo, malgrado il fatto imbarazzante di averlo sostenuto per un anno nella persona del suo leader salvifico (ma non carismatico) Monti, e non si sono accorti che a loro spese spuntava un quarto polo, in pratica loro quasi equivalente per peso, che ha sparigliato tutti i calcoli e la distribuzione dei seggi.
Il bipolarismo è morto per eccesso di bipolarismo e per l’ottusa fedeltà a un’unica agenda euro-commissariata, da cui Berlusconi, con impareggiabile opportunismo, è riuscito a districarsi prima di Bersani, convinto di non aver nulla da perdere con mirabolanti promesse che dovevano servire soltanto a mantenerlo in gioco. Solo che il gioco non sarebbe stato fra i tre protagonisti della passata e magari futura grande coalizione pseudo-tecnica e pseudo-europea, ma con l’enigmatica ditta Grillo-Casaleggio. Il Commendatore, «mi invitaste, or sono venuto», è arrivato a cena e ha stretto con dita gelide la mano dei gaglioffi che prima lo irridevano. Speriamo che li trascini all’inferno, come nel finale di Mozart-Da Ponte.
Il più beffato è stato Bersani, mentre Berlusconi è rimasto a galla dopo aver temuto di annegare; quanto a Monti, Monti chi, il padrone del cucciolo Empy? Nel campo Pd-Sel Grillo ha raccolto a piene mani (Sicilia, Marche, nella Puglia vendoliana), molto più in proporzione che fra i leghisti in Veneto e al Pdl in Friuli. Il dimesso immaginario del riformismo, colonia del neoliberismo, è rimasto strozzato fra quello televisivo del pagliaccio di Arcore e quello web 2.0 del comico genovese.
Perché è finita così? Come ha fatto Bersani, vincitore sicuro se si fosse votato nel novembre 2011 invece di sospendere la democrazia, su impulso di Napolitano, vincitore con largo margine ancora alle prime avvisaglie di collasso dell’innaturale maggioranza che sosteneva il governo tecnico, come ha fatto a incappare in un declino così rovinoso e a lasciare lo spazio della protesta contro l’austerità a Berlusconi e a Grillo? Domanda retorica, che già contiene le risposte. Nell’ordine: la paura di vincere, l’illusione che i voti piovano su chi si sposta al centro e taglia le ali, la subordinazione al pensiero unico finanz-liberista e alla sua gestione ordoliberale tedesca (ah, quella visita a Schäuble!), la chiusura ostinata ai movimenti e la diffidenza verso la Fiom, da ultimo la sottovalutazione del Movimento 5 stelle e la cocciuta difesa delle più impopolari misure fiscali di Monti, senza neppure abbozzare un timido e forse tardivo keynesismo.
Campo libero è stato così lasciato a ogni demagogia – beninteso, non a posizioni di sinistra, che anzi l’ondata grillina rischia di sommergere anche lo spazio dei movimenti, fra cui la sindrome di Stoccolma già fa strage. Non è detto che M5S acquisisca la fisionomia e la stabilità di un partito, seppure di tipo nuovo, ma il suo successo porta a termine la storia di quell’accrocco mezzo socialdemocratico e mezzo cattolico-sociale che è il Pd, che stavolta non se la caverà con un ennesimo cambiamento di nome e albero di riferimento. E questo mettiamolo all’attivo di Grillo, anche se non all’attivo dell’Italia, perché fa un vuoto sacrosanto ma non costruisce nulla in quell’apertura.
Come se ne uscirà? Sia la grande coalizione da Bersani a Berlusconi sia nuove elezioni con il Porcellum non farebbero altro che evitare a Grillo scelte politiche e aumentare l’indignazione e quindi regalare altri voti a M5S. Da questa crisi – che comporterà gravi ingerenze europee e rischi per la tenuta dell’euro – non si evade con manovre parlamentari. Si delineano scenari inediti, che i partiti attuali e anche il duo Grillo-Casaleggio non sembrano in grado di controllare. Ma non diamoci troppo presto alle profezie.
Vogliamo spendere una frase finale per Rivoluzione civile? Si è detto, forse con timbro troppo sommesso, che era assurdo configurare una sinistra radicale, estranea al patto scellerato con Monti e Merkel, una Syriza italiana con la riesumazione di relitti storici già logorati dalle precedenti sconfitte e invasivamente presenti nelle persone dei loro segretari. Che altrettanto assurdo era mettere alla sua testa un magistrato, non esente da tratti giustizialisti e latore di strane proposte in materia di diritto penale. Non se n’è tenuto conto e adesso i coinvolti facciano una tardiva autocritica. Della salvezza della loro anima, però, molto non ci cale, per riusare un’espressione congruamente giurassica.

La crisi finanziaria e i suoi sviluppi*

Gli insegnamenti di Hyman Minsky

relazione di Riccardo Bellofiore

Cercherò di essere fedele, qualche volta esplicitamente qualche volta implicitamente, alla frase scritta a video e quindi cercherò di essere un po’ ribelle nei confronti di chi mi ha preceduto, d’altronde appunto, come è stato detto, ho studiato giurisprudenza, mi sono laureato con Claudio Napoleoni, ho lavorato con Augusto Graziani, ho conosciuto Hyman Minsky: in qualche misura mi sento “allievo” ma ho sempre avuto un atteggiamento critico, quindi sono assolutamente certo che qualsiasi cosa io dica anche a loro favore sarebbe vista con un attimo di scetticismo.

Vorrei iniziare da una citazione, inconsueta forse in questo contesto, di un libro che quando ero giovane andava molto di moda: Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta. A un certo punto, ci si riferisce lì al pensiero occidentale ma io ne farei un discorso più generale, si dice che siamo abituati a ragionare in termini dualistici, sì e no, in realtà esiste una terza possibilità logica; questa terza possibilità logica in giapponese si esprime con mu, che vuol dire né sì né no, chiede di riformulare la domanda perché la verità della risposta sfugge al sì e al no. Io credo che questo sia un insegnamento su due questioni che abbiamo davanti. Una è la crisi finanziaria, crisi finanziaria, crisi reale: credo che sia entrambe e non sono molto convinto dal tirarla solo da una parte o solo dall’altra. Qui credo di essere d’accordo con Ciocca ma forse con qualche disaccordo sul suo accento a tirarla più dal lato reale. L’altra risposta mu credo debba essere data anche rispetto alla discussione che, soprattutto in ambito italiano – forse perché lo conosco di più –, si dà sulla questione della crisi europea: dentro o fuori l’euro; credo che né il sì né il no anche qui abbiano molto senso.

La crisi che abbiamo dietro di noi – quella che al momento è stata chiamata grande recessione, adesso Krugman la chiama la depressione minore – è secondo me con tutta evidenza una crisi che, partita dalle dinamiche finanziarie, è divenuta reale; sicuramente aveva delle cause reali in squilibri reali, al tempo stesso credo che non sia facile incolpare la finanza rispetto alla crisi reale senza al contempo dire che proprio la finanza perversa è stata funzionale agli aspetti dinamici del capitalismo dei precedenti trent’anni. La crisi del 2007/2008 è appunto partita come crisi finanziaria, la crisi nel mercato dei subprime. Si era cominciato a riutilizzare il termine Minsky moment prima ancora della crisi dei subprime, tra l’altro non da parte degli economisti ma degli esperti di finanza, dei “bloggisti” finanziari. È stata subito una crisi globale dal punto di vista finanziario, ha colpito forse da principio di più l’Europa, persino le Landesbank tedesche, mentre dal punto di vista reale all’inizio ha colpito prevalentemente gli Stati Uniti. Ricordo che per circa un anno, nelle parti anche più insospettate, si è favoleggiato di uno sganciamento dell’Europa dagli Stati Uniti perché allora le economie, per esempio quella italiana e quella tedesca, andavano molto bene: se non ricordo male la Banca centrale europea aumentò il tasso di interesse, che era a livelli significativi del 4%, ancora nell’estate del 2008.

C’è poi stata la crisi di Lehman Brothers nel settembre del 2008 e ci si è resi conto che la crisi reale era già partita ovunque. Ci sono stati sei mesi di terrore sostanzialmente tra il settembre 2008 e il marzo 2009, allora forse il neoliberismo poteva essere morto e io credo che nella forma in cui l’abbiamo conosciuto è davvero morto con questa crisi. Purtroppo i sei mesi di terrore sono stati troppo pochi, si sono visti germogli di ripresa, il ritorno più o meno mascherato a Keynes come sostegno alla finanza e intervento discrezionale, tranne forse che in Italia, persino in Europa – non credete a quello che dicono i Tedeschi, guardate a quello che fanno: la ripresa tedesca è stata dovuta anche a interventi intelligenti pure di tipo fiscale pure in disavanzo.

Dopo questo parziale ritorno al Keynes monetario e fiscale, quella che abbiamo vissuto è stata sostanzialmente una reazione, che è stata accentuata ovviamente dall’esplodere del debito sovrano in Europa – che è un debito privato mascherato –, una crisi che non nasce dall’euro, non nasce direttamente dal disegno istituzionale dell’euro ma ovviamente è stata di molto aggravata, così che stiamo vivendo un secondo salto nella recessione e il rischio di una grande depressione.

Monti, l’Europa e la finanza

di Guglielmo Forges Davanzati

Le politiche di austerità come risposta alla crisi sono state giustificate sulla base soprattutto di una argomentazione: la riduzione della spesa pubblica (e/o l’aumento della tassazione), riducendo i tassi di interesse, accresce gli investimenti privati generando crescita economica. Purtroppo le cose non funzionano così. E il peggioramento della crisi lo sta dimostrando

La principale motivazione teorica a sostegno dell’attuazione di politiche fiscali restrittive in una fase di caduta della domanda aggregata risiede nel c.d. effetto di spiazzamento, secondo il quale la riduzione della spesa pubblica (e/o l’aumento della tassazione), riducendo i tassi di interesse, accresce gli investimenti privati generando crescita economica. A ciò si aggiunge che è necessario ridurre (o, con espressione più sfumata, “riqualificare”) la spesa pubblica, dal momento che essa è fonte di sprechi, inefficienze, corruzione. Si tratta di una tesi che sembra non reggere alla prova dei fatti, per le seguenti ragioni.


1) Il Governo italiano non ha attuato politiche di austerità riducendo la spesa pubblica. Su fonte Ragioneria Generale dello Stato (v. tabella 1) si registra che – nel corso dell’ultimo biennio – la spesa pubblica non si è ridotta in modo significativo, e si prevede un ulteriore aumento per il 2013. . E’ aumentata soprattutto per l’aumento delle spese rubricate sotto la voce “risorse proprie Cee”, passate da 17.200 milioni di euro del 2010 ai 18.700 milioni di euro nel 2012. Le risorse proprie – che derivano dalla contribuzione dei cittadini – sono accreditate ogni mese all’Unione monetaria europea dagli Stati membri su un conto acceso dalla Commissione europea presso la banca centrale nazionale. Si è ridotta, per contro, la spesa per i redditi da lavoro dipendente, passata da 18.700 milioni di euro nel 2010 a 17.200 milioni di euro nel 2012. Contestualmente, si è registrato un notevole incremento della pressione fiscale, soprattutto nel 2012, generando – nel complesso – una sequenza di manovre fiscali di segno fortemente restrittivo, con la massima accelerazione lo scorso anno (cfr. http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/un-governo-maledetto/).


Tabella 1: L’andamento della spesa pubblica in Italia (2010-2013)

2) Su fonte Banca d’Italia, si può verificare che – pure a fronte dell’adozione di politiche fiscali restrittive – non vi è stata una riduzione di entità significativa dei tassi di interesse. Nel periodo considerato, si registra una riduzione dei tassi di interesse sempre inferiore all’1% per i prestiti a famiglie e a società non finanziarie, a fronte di un lieve incremento dei tassi di interesse sui depositi. In più, a fronte della riduzione – seppur modesta - dei tassi di interesse sui prestiti, gli investimenti fissi lordi hanno subìto una contrazione nell’ordine del 9%, e, a fronte della riduzione dei tassi di interesse sui prestiti alle famiglie, i consumi in termini reali si sono ridotti del 3,7%. Il che attesta che, anche se il costo dell’indebitamento di è ridotto, le famiglie italiane hanno ridotto (o comunque non hanno aumentato) il loro indebitamento nei confronti delle banche. Il tasso di disoccupazione è passato dal 9% circa del settembre 2011 all’11% del settembre 2012 e il PIL è diminuito del 2,6% rispetto al secondo trimestre del 2011 (fonte ISTAT). Il rapporto debito pubblico/PIL è aumentato, in un anno, di oltre 6 punti percentuali.

Questi dati segnalano due punti critici, che sembrano contraddire la visione dominante: l’attuazione di politiche fiscali fortemente restrittive non ha effetti significativi sulla variazione dei tassi di interesse, e la riduzione dei tassi di interesse può essere associata a una riduzione degli investimenti e, a seguire, dell’occupazione e dei salari.

Con riferimento al primo aspetto, una possibile spiegazione fa riferimento al fatto che i tassi di interesse praticati dalle banche prescindono, in larga misura, dalle politiche fiscali e monetarie attuate. In una fase contrassegnata da una rilevante caduta della domanda aggregata e da un rilevante tasso di mortalità delle imprese, è ragionevole attendersi che le banche riducano l’erogazione di credito, concedendolo alle sole imprese alle quali assegnano una bassa probabilità di insolvenza e mantenendo i tassi di interesse pressoché invariati. In altri termini, politiche di contrazione della domanda aggregata producono (o accentuano) fenomeni di restrizione del credito; e bassi interessi sui finanziamenti combinati con minore erogazione di finanziamenti si associano a una riduzione degli utili delle banche.

Con riferimento al secondo aspetto, si può rilevare che la riduzione degli investimenti è causata dall’aumento della tassazione sugli utili d’impresa, dal peggioramento delle aspettative e, non da ultimo, proprio dalla riduzione dei prestiti erogati dalle banche. Il che dà luogo a un circolo vizioso che va dalla riduzione degli investimenti alla riduzione dell’occupazione alla riduzione dei salari. La riduzione dei salari, a sua volta, dipende non soltanto dall’aumento del tasso di disoccupazione, ma anche dal fatto che, con profitti attuali e attesi in riduzione, le imprese sono spinte a comprimere quanto più possibile i costi di produzione. In più, la riduzione dei salari, in quanto si associa alla riduzione dei consumi, unita alla riduzione degli investimenti e all’aumento della tassazione comprime ulteriormente la domanda aggregata, accentuando l’intensità della restrizione del credito e contribuendo ad amplificare la recessione.

In prima approssimazione, sembrerebbe imbattersi in un gioco a somma negativa, nel quale tutti perdono. Con ogni evidenza, la questione non si pone in questi termini. La necessità di attuare politiche di austerità in una fase di calo della domanda aggregata è, nei fatti, connessa all’impegno assunto dall’Italia di contribuire al bilancio europeo, e di farlo in una percentuale superiore alla media degli altri Paesi dell’eurozona. Si consideri che, nel III trimestre del 2012, l’Italia ha contribuito al bilancio generale UE per un ammontare di 3310 milioni di euro, ricevendo dall’Unione circa 1600 euro, che il contributo dell’Italia non è molto inferiore a quello tedesco e francese e notevolmente superiore a quello spagnolo. Essere contributori netti del bilancio europeo significa reperire risorse interne – mediante tassazione in primis su lavoro e impresa – per finanziare il c.d. MES (Meccanismo europeo di stabilità, già denominato Fondo Salva Stati). Il MES ha, fra le sue finalità, quella di ricapitalizzare le banche.

Fin qui, sembrerebbe di trovarsi di fronte a un disegno in qualche misura “razionale”, dal momento che – per assicurare la stabilità finanziaria dell’Unione – occorre innanzitutto disporre di un sistema bancario in grado di finanziare gli investimenti. Accade, però, che gli “aiuti” forniti alle banche vengano utilizzati da queste ultime per finanziare attività speculative, non investimenti produttivi, secondo una dinamica che configura una gigantesca operazione di redistribuzione del reddito a danno del capitale e del lavoro e a vantaggio della rendita.

Il Monti politico chiede ora di rendere “più equa” la contribuzione italiana al bilancio europeo: perché non lo ha fatto il Monti Presidente del Consiglio di un Governo “tecnico”, prima di dichiarare lo stato di emergenza?

domenica 24 febbraio 2013

Loro e noi. I.- Le (non) ragioni di sopra

 
Gennaio 2013 - ezlnorg -

Parlano quelli che stanno sopra:

Siamo noi che comandiamo. Siamo più potenti anche se siamo di meno. Non c’importa quello che dici-senti-pensi-fai, basta che stai muto, sordo, immobile.

Possiamo imporre al governo gente mediamente intelligente (anche se è molto difficile trovarne nella classe politica), ma scegliamo uno che neanche riesce a far finta di sapere che cosa va a fare.

Perché? Perché possiamo farlo.

Possiamo usare l’apparato di polizia e militare per perseguire ed imprigionare veri delinquenti, ma questi criminali sono la nostra parte vitale. Invece scegliamo di perseguire te, picchiarti, catturarti, torturarti, imprigionarti, assassinarti.

Perché? Perché possiamo farlo.

Innocente o colpevole? ¿E chi se ne importa se sei uno o l’altro? La giustizia è solo una prostituta in più sul nostro libro paga e, credici, non è la più costosa.

Ed anche se fai alla lettera quello che imponiamo, anche se non fai niente, anche se innocente, ti schiacceremo.

E se insisti a chiedere perché lo facciamo, ti rispondiamo: perché possiamo farlo.

Questo è avere il Potere. Si parla molto di soldi, ricchezze, e di queste cose. Ma credici, quello che eccita è questa sensazione di poter decidere sulla vita, la libertà ed i beni di chiunque. No, il potere non è il denaro, è quello che puoi avere grazie ad esso. Il Potere non è solo esercitarlo impunemente, ma anche e soprattutto, farlo irrazionalmente. Perché avere il Potere è fare e disfare senz’altra ragione che il possesso del Potere.

E non importa chi compaia davanti, per occultarci. Destra e sinistra sono solo indicazioni per far parcheggiare l’autista. La macchina funziona da sola. Non dobbiamo nemmeno ordinare che si punisca l’insolenza di sfidarci. Governi grandi, medi e piccoli, di tutto lo spettro politico, oltre ad intellettuali, artisti, giornalisti, politici, gerarchi religiosi, si contendono il privilegio di compiacerci.

Quindi fottiti, marcisci, crepa, disilluditi, arrenditi.

Per il resto del mondo non esisti, non sei nessuno.

Sì, abbiamo seminato l’odio, il cinismo, il rancore, la disperazione, il menefreghismo teorico e pratico, il conformismo del male minore, la paura fatta rassegnazione.

Tuttavia, temiamo che questo si trasformi in rabbia organizzata, ribelle, senza prezzo.

Perché il caos che imponiamo lo controlliamo, lo gestiamo, lo dosiamo, lo alimentiamo. Le nostre forze dell’ordine sono le nostre forze per imporre il nostro caos.

Ma il kaos che viene dal basso …

Ah, quello… non capiamo nemmeno cosa dicono, chi sono, quanto costano.

E poi sono così volgari da non mendicare, sperare, chiedere, supplicare, ma esercitare la loro libertà. Mai vista una tale oscenità!

Questo è il vero pericolo. Gente che guarda da un’altra parte, che esce dagli schemi, o li rompe, o li ignora.

Sai cosa ci ha dato buoni risultati? Il mito dell’unità ad ogni costo. Intendersi solo col capo, dirigente, leader, caudillo, o come lo si voglia chiamare. Controllare, gestire, contenere, comprare qualcun@ è più facile che comprarne molti. Sì, e più a buon mercato. Le ribellioni individuali. Sono tanto commoventemente inutili.

Quello che invece è un pericolo, un vero caos, è quando qualcuno si mette in collettivo, gruppo, banda, razza, organizzazione, e impara a dire no e a dire sì, e che si mettano poi d’accordo tra loro. Perché questo non punta a chi comandiamo. Eh sì… uff… questo sì è una calamità, immagina che ognuno costruisca il proprio destino, e decida che cosa essere e fare. Sarebbe come rivelare che noi siamo prescindibili, che siamo d’avanzo, che disturbiamo, che non siamo necessari, che dobbiamo essere imprigionati, che dobbiamo sparire.

Ma il cielo è sempre più blu

di Monica Capo - abbattoimuri -
Siamo al capolinea.
Sai papà, Silvio ti ha scritto, per quella cosa dell’Imu, a te, che sei morto comunista da “appena” 13 anni; a te che facesti la disdetta a Panorama non appena ti fu detto che si candidava, anzi a mamma, di cui nessuno mai si è ricordato, in tutti questi anni, se non per elemosinarle il voto, mai per chiederle come stava.
Ha scritto proprio a lei, che sopravvive con i suoi 500 euro al mese, dignitosamente, e che la letterina l’ha cestinata con le lacrime agli occhi ma sempre dignitosamente.
Sai papà, i tempi sono duri e intorno a noi c’è tanta disperazione: le fabbriche chiudono, tanti negozi tirano giù le serrande, c’è gente che non arriva neanche alla terza settimana, ci sono giovani costretti di nuovo ad emigrare, padri di famiglia senza più un lavoro e tanti che si arrendono.
Sai papà, io ci ho provato, ad impegnarmi per cambiare in meglio questo paese, ma credevo ingenuamente che la politica funzionasse come nel Discorso di Pericle agli Ateniesi.
Che, il nostro governo favorisse i molti invece dei pochi e per questo venisse chiamato democrazia; che le leggi qui assicurassero una giustizia eguale per tutti;
che quando un cittadino si fosse distinto, allora sarebbe stato chiamato a servire lo Stato non come “un atto di privilegio” ma come una ricompensa al merito, e che la povertà non costituisse un impedimento.
E, sempre ingenuamente, credevo che un cittadino non trascurasse i pubblici affari quando attendeva alle proprie faccende private e soprattutto che non si occupasse dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Ma, in Italia, (e tu lo avevi capito già trenta anni fa, quando lasciasti il sindacato, perché a tuo dire “si stava vendendo” i lavoratori), non funziona più così e anche quei partiti in cui avevi creduto hanno smesso di rappresentare i tuoi interessi, da tempo, o forse pensandoci bene non l’hanno mai fatto, e la democrazia è stata solo un’illusione, perché ha lasciato tanti indietro.
Sai papà, a 40 anni mi ritrovo senza un lavoro stabile, e ho due bimbi da tirare su, in un paese che appare ormai senza futuro.
Sai papà, ieri, qualcuno mi ha detto una cosa proprio brutta, che sarei “una compagna che sbaglia” e, arrogandosi il diritto di dare patenti di “compagnitudine”, che non sono neanche degna di ricordare Valerio Verbano, perché alle elezioni appoggio il Movimento fondato da Grillo, quel comico che ti piaceva tanto.
Però papà, io questi compagni li capisco, perché, da anni, lottano, occupano, si fanno arrestare ma non hanno visto ancora concretizzarsi il sogno di una sinistra alternativa e, perciò, non votano ma considerano nemici cittadini che, come loro, tentano di cambiare le cose “dal basso”, che, come loro, si autofinanziano, che, come loro, sono stanchi di gente arroccata sulle poltrone e di vedere tutelati sempre gli stessi interessi.
Sai papà, io l’ho letto il Programma del Movimento, e questi ragazzi hanno poche idee ma buone: parlano di abolizione della legge Biagi, di sussidio di disoccupazione garantito, di sostegno alle imprese, di salvaguardare il sistema sanitario e la scuola pubblica, di diritti civili ma qualcuno dice che questo è fascista, pensa che stupido.
Sai papà, io mi sentirò sempre una compagna, anche se qualcuno afferma il contrario, ma se il voto è ancora un diritto, e se ancora la sovranità del popolo vale qualcosa, e non valgono solo i diktat dell’Europa, ci voglio provare ancora a dare una svolta a questo paese, anche se so che ormai la Grecia è dietro l’angolo.

Comitato No Debito

Elezioni. Come fermiamo i diktat della troika?
Resoconto degli incontri tra il Comitato No Debito e le forze politiche impegnate nella competizione elettorale. Ripudio del debito, disdetta del Fiscal Compact, nazionalizzazioni, democrazia sindacale, no alla guerra. Dove si coincide e dove no.

Dando seguito a quanto discusso nel seminario nazionale del Comitato No Debito del 9 febbraio scorso, in questa ultima settimana ci sono stati degli incontri bilaterali tra il Comitato No Debito e le forze politiche presenti nella competizione elettorale che si sono dichiarate alternative al centro-destra e al centro-sinistra. In sostanza alternative alle forze che hanno governato con Monti e che annunciano di voler continuare quella esperienza conforme ai diktat della troika Bce-Fmi-Unione Europea. L’auspicio del Comitato No Debito è infatti che si affermino le forze politiche alternative a questo schema.
Il Comitato No Debito ha incontrato rispettivamente: Antonio Ingroia, candidato premier della lista Rivoluzione Civile; Laura Castelli e Marco Scibona, rispettivamente capolista alla Camera e al Senato in Piemonte per il Movimento 5 Stelle; Marco Ferrando segretario del Partito Comunista dei Lavoratori.
Negli incontri il Comitato No Debito ha posto quattro questioni sulle quali ha inteso verificare le possibili convergenze o divergenze oggi, ma soprattutto domani, all’indomani del risultato elettorale.
Le quattro questioni poste sono state:
- Il rifiuto totale del Fiscal Compact e dei trattati europei e la richiesta di un referendum contro il Fiscal Compact le sue conseguenze;
- Il ripudio del debito pubblico e la richiesta di nazionalizzazione delle banche e delle imprese strategiche;
- L’impegno ad una legge sulla rappresentanza democratica proporzionale nei luoghi di lavoro e al rafforzamento della democrazia sindacale nelle decisioni vincolanti dei lavoratori sui contratti;
- Il ripudio delle politiche di guerra, la cessazione delle missioni militari all’estero

Su questi quattro punti si sono registrate i seguenti punti di convergenza e/o divergenza:
Antonio Ingroia di Rivoluzione Civile modula il tema del Fiscal Compact e del debito in termini di rinegoziazione e non di rifiuto; esprime dubbi sul referendum sul Fiscal Compact; converge sul no alle politiche di guerra e di austerità e per il ritiro delle missioni militari all’estero; converge sulla rappresentanza democratica nei luoghi di lavoro anche attraverso una legge; non ha espresso valutazioni sulle nazionalizzazioni.
Castelli e Scibona del Movimento 5 Stelle hanno ribadito la proposta di referendum per l’uscita dell’euro ma dichiarano disponibilità sul referendum sul Fiscal Compact; convergono sulla nazionalizzazione delle banche e imprese strategiche e sostengono il ripristino del sistema pubblico anche per gestire la riconversione industriale; non hanno dato risposte sul ripudio del debito pubblico; concordano su una legge che tuteli la rappresentanza democratica nei luoghi di lavoro; concordano sul ripudio delle politiche di guerra e per il ritiro delle missioni militari come applicazione integrale dell’art.11 della Costituzione.
Marco Ferrando del Partito Comunista dei Lavoratori ha tenuto a sottolineare la convergenza sul ripudio del debito pubblico e sulle nazionalizzazioni senza indennizzo per banche e imprese strategiche. Il programma del Pcl coincide esattamente con la piattaforma della manifestazione del 27 ottobre "No Monti Day".
Questa la sintesi degli incontri bilaterali relativa ai punti di programma del Comitato No Debito e alle possibili convergenze per il presente e per il futuro. Come noto il Comitato No Debito, per la sua natura unitaria e articolata, ha scelto di non dare indicazioni di voto. Rimane l’auspicio che si affermino le forze alternative a centro-destra e centro-sinistra e soprattutto ad un nuovo governo con Monti.

Il regista di Debtocracy: "La Grecia sta diventando un paese del terzo mondo"


 
Il regista di Debtocracy: "La Grecia sta diventando un paese del terzo mondo"
"Quando hai un enorme debito come quello che la Grecia e gli altri paesi delle "periferie" europee si trovano ad affrontare, si cominciano a perdere i livelli di democrazia e temo che questo è cio che sta accadadendo".


La Grecia si sta sforzando di restituire la quantità schiacciante di prestiti ricevuti per il salvataggio, dice il giornalista e documentarista Chatzistefanou Aris. Oggi, però, questo paese si trova ad affrontare un problema ben più grande. "Quando hai un enorme debito come quello che la Grecia e gli altri paesi delle "periferie" europee si trovano ad affrontare, si cominciano a perdere i livelli di democrazia e temo che questo è cio che sta accadadendo", ha detto a RT il regista.

Chatzistefanou, intervistato da RT sulle proteste di mercoledì, fa un quadro più ampio per quanto riguarda la Grecia e le disgrazie economiche che sono in atto.

RT: I lavoratori in Grecia sono saldi nel tentativo di forzare il governo a eliminare le politiche di salvataggio in atto, ma c'è un altro modo per aiutare l'economia?

Aris Chatzistefanou: Molti economisti hanno detto, negli ultimi due o tre anni, che queste misure di austerità creeranno in Grecia non solo un genocidio sociale, ma distruggeranno l'infrastruttura dell'economia. E ora si parla di un debito che è ancora in aumento dopo tre pacchetti di austertà. E se tutto va come previsto ,abbiamo un debito del 175 per cento del PIL. Non dimenticate che prima dell'intervento della troika avevamo un debito del 115 per cento. Quindi sono esattamente queste misure di austerità che creano il problema. Ci sono molti piani alternativi, ad esempio, di default, perché tutti sanno che in questo momento è impossibile ripagare un debito enorme come quello greco - anche se se ne ammettesse la legalità. Molte persone ritengono però che non sia legale. Molti altri economisti hanno parlato di una possibile soluzione con l'uscita dalla zona euro. Anche Paul Krugman ritiene che la zona euro sia come una camicia di forza per la Grecia, ed è questa che ha creato l'enorme debito.

RT: Stiamo parlando di grandi numeri. Vediamo le immagini dei manifestanti. Comunque le proteste in Grecia sono diventate spesso violente nel corso di questi anni di recessione. Come vanno le cose sotto questo aspetto ad Atene ?

AC: Oggi abbiamo avuto una delle più grandi manifestazioni degli ultimi cinque anni, secondo gli organizzatori ha superato le 100.000 persone. Ad Atene è stata soprattutto una manifestazione pacifica, ma sto ricevendo ora qualche messaggio di piccoli scontri in alcune parti della città, con la polizia che usa i gas lacrimogeni e alcuni manifestanti che hanno reagito lanciando pietre e bottiglie incendiarie alla polizia. Ma credo, comunque, che si sia trattato di una manifestazione fondamentalmente pacifica e soprattutto di una delle più grandi degli ultimi cinque anni o giù di lì. Sto dicendo che sicuramente stasera vedremo solo la notizia degli scontri con la polizia, che non è il messaggio principale di quello che è successo oggi ad Atene e in altre città della Grecia.

RT: In senso più ampio, con ciò che hai raccontato in "debtocracy" rispetto alla situazione greca intendi dire che la crisi ha permesso, in qualche modo, l'instaurazione di un regime?

AC: Con il titolo del nostro documentario, Debtocracy, abbiamo voluto spiegare che quando si deve affrontare un enorme debito come quello della Grecia e degli altri paesi della periferia europea, si cominciano a perdere i livelli di democrazia e credo che questo sia successo già successo. Non dimenticate che solo un anno fa abbiamo avuto un primo ministro che nessuno aveva votato e ora, dopo le elezioni, abbiamo un governo che ha promesso di rinegoziare il debito, ma non lo ha mai fatto.Si limitano a investire in polizia antisommossa e in leggi e misure incostituzionali, che impongono maggiore austerità al paese. Ho paura che stiamo diventando un paese del terzo mondo, non solo per quanto riguarda l'economia , ma anche per quanto riguarda la democrazia.

* intervista realizzata da RT - tradotto da Atene Calling

sabato 23 febbraio 2013

Elezioni 2013, panico a palazzo: cosa si inventeranno i lavapiatti della Nato?

 di |
Hanno paura. Le sedie traballano. Il fatto è che non sono abituati ad avere un’opposizione, e adesso ne avranno più d’una: che immaginano composta di selvaggi sconosciuti e vocianti, orde di popolo che stanno per invadere il parlamento. Che fare? Ci sarà da piangere e da ridere. Questo conferma quanto dissi prima che cominciasse la campagna elettorale: che si sarebbe dovuto fare ogni sforzo per costruire una unica lista di opposizione; che c’erano le condizioni per mettere in pericolo il premio di maggioranza al Pd.
Comunque una chiara maggioranza non ci sarà. Meglio così che affondare come dei topi nella trappola europea, per giunta senza formaggio. Dunque sarà opportuno prepararsi a ballare nel mare in tempesta. Del resto anche “loro” si preparano. Avrete notato che Napolitano è stato convocato a Washington, da Obama, a pochi giorni dal voto. Siamo all’impudenza, visto che non mi sovviene nulla di analogo. Di che avranno parlato?
Io penso abbiano parlato del ‘pasticcio italiano’. Risulta che si è parlato anche delle basi americane e Nato, in Italia. E anche questo non è stato evento casuale. Ma non si sono limitati a questo. Certamente uno dei punti all’ordine del giorno è stato la ‘crisi di governo’ che uscirà dalle urne. Notato il paradosso? Le urne dovrebbero produrre le condizioni per fare un governo e, invece, produrranno una crisi di governo. E dunque perché stupirsi se Napolitano fosse andato da Obama a spiegargli che si appresta a cucinargli, e cucinarci, un altro ‘governo tecnico’? Certo non sarà un Monti-2, perché Monti finirà quarto, addirittura dietro Grillo. E potrebbe non essere nemmeno un Bersani-1, che al massimo sta nella parte del cameriere del Bar Sport Centrale (con annessa ricevitoria del Lotto) di Reggio Emilia.
Impresa che potrebbe costringerli, i manovratori, a inventare un nuovo maggiordomo Goldman Sachs. Che sarebbe il loro ideale organizzatore dello shopping dei gioielli industriali italiani, con una privatizzazione da fare quasi invidia a quella del 1992. Fatta a base di dollari falsi, cioè inventati.
Il fatto è che il primo tentativo di governo che faranno produrrà, loro malgrado, un ‘gabinetto di guerra’. Avete dimenticato la Siria? Male. Tenetela presente perché andremo in Siria a zampettare nel sangue. Avete dimenticato l’Iran? Male. Tenetelo a mente, perché incombe un attacco israelo-americano, checché ne dica, o finga di dire, Barack Obama. Napolitano gli ha sussurrato nell’orecchio che “noi ci saremo”. Come al solito, per non smentire ciò che si dice nei corridoi di Bruxelles, cioè che noi siamo considerati i lavapiatti della Nato. Niente di nuovo.
E così avremo occasione di misurare la statura dell’opposizione in Parlamento. Già, perché questa volta ci sarà un’opposizione. Anzi ce ne saranno tre. Quali?, direte.
Ci sarà il battaglione di Grillo, e sarà inopinatamente grosso. Tanto grosso, appunto, da terrorizzare i piani alti. Ci sarà il drappello di Ingroia, e potrebbe essere discreto. Ci sarà anche una parte dei “selliani”. Ora io non so cosa succederà a tutta questa gente dopo il 25 febbraio. Immagino considerevoli problemi nel tenere insieme le truppe del Movimento 5 Stelle. Prevedo che la lista Ingroia sarà soggetta a forti scossoni e laceranti nelle sue componenti dipietrista, verde slavato e falcemartellista. Ma prevedo anche che ci saranno maldipancia pre-diarrea anche in non pochi deputati entrati nella lista di Vendola con l’idea ingenua di fare da spalla sinistra a un programma di destra.
Vedremo. Ma non è difficile prevedere che per molti di queste new entry all’opposizione sarà molto scomodo, o proprio inaccettabile, andare in guerra. Alcuni – li conosciamo già per nome e cognome - in guerra ci andranno senza problemi, magari cantando inni di pace. Ma molti altri non ci andranno. Altri ancora, ingenui, ma onesti, avranno bisogno di molto Maloox per votare i provvedimenti del fiscal compact. Insomma c’è odore di bruciato. Il nostro prode Napolitano, tra una telefonata e l’altra a Mancino, ha sicuramente promesso a Obama che terrà il timone e poi lo passerà a persona fidata, ma potrebbe non poter mantenere le promesse.
Molto di quello che succederà dipenderà anche da quello che facciamo noi (che siamo fuori). Se riusciremo a far sorgere dal paese una forte protesta sociale, cioè se creeremo una solida ‘maniglia’, allora parecchi di questi homines novi all’opposizione potrebbero impugnarla, aggrapparvisi. Ma questo presuppone l’avvio della tessitura di una grande coalizione di ‘salvezza nazionale’. Quello che non si è saputo e potuto fare prima di questo voto, lo si potrebbe cominciare a fare adesso. E potrebbe essere molto utile in vista di possibili elezioni anticipate, o per le europee del 2014, o per fronteggiare la repressione che verrà. Sicuro che verrà. Se guardo alle notizie che vengono da oltre Oceano, che ci annunciano un piano per costruire 30 mila droni di sorveglianza, che saranno in grado di spiare sui cittadini americani 24 ore su 24, penso che laggiù preparano qualche offensiva orwelliana contro i loro cittadini.
Quelli che, qui, adesso, tremano stanno preparando, d’intesa con Washington, un “piano B”. Ma quando si ha paura si possono fare mosse false, anche senza volere. In questi casi – è accaduto nella storia – mentre ci prepariamo per difenderci, potremmo anche cominciare a pensare di poter vincere.

Le elezioni.




Generalmente mi ricordo
una domenica di sole
una giornata molto bella
un'aria già primaverile

in cui ti senti più pulito
anche la strada è più pulita
senza schiamazzi e senza suoni

chissà perché non piove mai
quando ci sono le elezioni.

Una curiosa sensazione
che rassomiglia un po' a un esame
di cui non senti la paura
ma una dolcissima emozione,

e poi la gente per la strada
li vedi tutti più educati
sembrano anche un po' più buoni

ed è più bella anche la scuola
quando ci sono le elezioni.

Persino nei carabinieri
c'è un'aria più rassicurante
ma mi ci vuole un certo sforzo
per presentarmi con coraggio
c'è un gran silenzio nel mio seggio

un senso d'ordine e di pulizia.
Democrazia!

Mi danno in mano un paio di schede
e una bellissima matita
lunga, sottile, marroncina,
perfettamente temperata

e vado verso la cabina
volutamente disinvolto
per non tradire le emozioni

e faccio un segno sul mio segno
come son giuste le elezioni.

È proprio vero che fa bene
un po' di partecipazione
con cura piego le due schede
e guardo ancora la matita
così perfetta è temperata...

io quasi quasi mela porto via.
Democrazia!

Lettera di una suora di Betlemme.

“Caro Flavio, convincimi. Perché dovrei votare Rivoluzione Civile?”

Ciao Flavio,
io sarò una dei tanti italiani che voteranno all’estero, (lista per Asia – Africa – Oceania) visto che vivo e lavoro a Betlemme. Sono sicura che lo conosci. Ci siamo visti e parlati più volte ma tu non ti ricorderai di me e non lo pretendo nemmeno.
Ti ho sempre seguito, anche quando venivi qui, anche quando c’erano le marce Betlemme-Gerusalemme.
Visto che mi dai la possibilità di scriverti… eccomi a te! Forse non arriverai in fondo alla mia mail. Ne sono sicura, ma almeno ho l’illusione di essere ascoltata da un futuro politico e anche questo aiuta la mente e il cuore a scaricarsi. Un modo di dialogare anche questo!
Dicono che le suore non si devono occupare di politica, ma credo che il Vangelo è politica e quindi, mi interesso anche di questo (non che sia un’esperta).
C’è una cosa che mi fa dubitare dei politici: che parlano, che promettono e poi lì in quello che si chiama Parlamento le cose cambiano! Uno sembra non essere più quello che era. Lo vedo io, nel mio piccolo, quando sei suora “semplice” fai le lotte per questo o per quello e poi, quando vai un po’ più su nella scala gerarchica sembra che ci si dimentichi di chi si era e a volte si fa l’esatto contrario di quello per cui si lottava! È così!
Flavio non credo più ai politici! Cerco e voglio ancora credere alla politica, quella fatta per il bene comune, anche se… mi chiedo se si sa il significato della parola “comune”, sembra che sia più chiara quella di “personale”.
Non so cosa voterò! E credo che tanti italiani siano sulla mia stessa barca.
Votassi anche Rivoluzione Civile, cosa cambia, quando il PDL e il PD avranno la maggioranza dei voti? E le alleanze fatte in campagna elettorale, si dissolvono poi quando ci si trova dentro, perché, lo scopo dell’alleanza era quella di entrare in un partito forte per ottenere voti e poi uscirne il più presto possibile.
Ho ricevuto oggi il depliant di Bersani che fa “campagna” per gli italiani all’estero! Il nostro voto sembra contare parecchio visto che “riceveranno dei seggi”!
Se ti devo dire la verità quando ho cominciato a ricevere le “tue” email che dicevano che saresti entrato in politica, mi sono detta “ecco un altro che si perde”! Ma è anche vero che le cose si cambiano quando si è dentro! Ma che forza avrete voi nuovo e “piccolo” partito, di cambiare le cose?
E poi, il tuo discorso sul tuo stipendio di parlamentare. In questo sono parecchio incazzata. Mi sarei aspettata che tu dicessi che ti batti per ridurre questo stipendio! Certo lo usi per ragioni importanti quali la pace (ne so qualcosa vivendo qui), ma… lo riceverai! E penso a mio fratello che pur lavorando 8 ore al giorno riesce a portare a casa solo 500 Euro al mese, perché la fabbrica non ha soldi per pagarlo, pur avendo lavoro, ma non c’è moneta che gira e le banche non fanno più prestiti. Ebbene lui ha un mutuo da pagare, una figlia che studia ancora e la moglie che, non trova lavoro dopo aver perso il suo.
Tu credi che il discorso della pace interessa a mio fratello? Interessa a tantissimi, e credo tu conosca i numeri meglio di me, italiani che vivono peggio di mio fratello perdendo la loro dignità? Non so se conosci le cucine popolari di Padova: sono strapiene di italiani! A loro Flavio non interessa il discorso pace! Anche se la pace è importante! Anche se mi sto battendo per la pace, come posso qui!
La tua campagna per gli F35 mi piaceva! Ci credevo! Ho firmato! Ma…. cos’e cambiato Flavio! Cosa bisogna che succeda perché ci siano uomini che davvero lavorano per il bene degli italiani, di tutti gli italiani e di chi vive nel nostro paese!
Ti ripeto Flavio, non so cosa voterò. Forse farò astensione! Non è de-responsabilità! No! Credo, come ti dicevo nella Politica! È che… la nostra è una politica a doppia faccia! E mi fermo se no andrei troppo avanti!
Abbiamo bisogno di Politici Veri!
Se sei arrivato alla fine, ti ringrazio!
Come dice il mio “capo” qui in Ospedale “convincimi per dare il voto a Rivoluzione Civile” perché lo pensavo come alternativa ma……. non so!
Buona Fortuna!
Ciao
Sr. Giovanna
febbraio 2013
Fonte: cambiailmondo.org | Autore: Alfiero Grandi
I soldi della BCE devono andare all’economia reale dei paesi in crisi: altrimenti sarà una catastrofe
La Banca centrale europea ha reso noto che nel periodo 2011/2012 ha acquistato oltre 100 miliardi di buoni del Tesoro italiani, che si aggiungono ad altri 100 di Grecia, Portogallo e Spagna. Una cifra notevole. La Bce ha anche reso noto che da queste operazioni ha guadagnato e quindi ha redistribuito altri 500 milioni di euro alle Banche centrali che ne sono azioniste. In altre parole gli aiuti ai paesi più in difficoltà si sono rivelati fonte di guadagni redistribuiti a tutti i paesi europei e quindi anzitutto a quelli più ricchi che hanno maggiore peso nella Bce. In sostanza è uno dei tanti rivoli di denaro che dai paesi più in difficoltà finiscono nei paesi più ricchi e solidi.
Basta pensare al credito che è più oneroso per i paesi maggiormente in difficoltà perché influenzato dal livello degli spread, generando di conseguenza una concorrenza sleale nel credito a parti invertite: i più ricchi beneficiano di tassi più bassi e quindi sono in grado di fare concorrenza più facilmente ai meno ricchi.
Basta pensare alla concorrenza sul piano fiscale. Ci sono paesi dell’Unione, che fanno parte dell’Euro, che hanno legislazioni che ricordano i paradisi fiscali o per lo meno più favorevoli. Del resto anche sul piano societario recentemente la Fiat ha deciso di fare un’operazione targata Olanda, evidentemente più favorevole di quella italiana.
Mentre sui bilanci pubblici si pretende un controllo occhiuto, quando si tratta di politiche fiscali ci sono paesi come l’Irlanda che hanno un’aliquota del 12,5 % sulle imprese e altri che fanno concorrenza su altri capitoli fiscali, al punto che ricordano i paradisi fiscali.
Inoltre è noto che in questi anni i tassi alti sui debiti dei paesi più in difficoltà hanno giustificato, come in un’altalena, tassi di interesse bassissimi, addirittura negativi su quelli dei paesi più ricchi. Nessuna solidarietà è transitata dai paesi più forti, che hanno semplicemente beneficiato dei tassi bassi, a quelli maggiormente in difficoltà, che hanno dovuto fronteggiare l’attacco speculativo a loro spese, come conferma da ultimo anche questo ristorno via Bce.
La questione del debito pubblico in Italia, come negli altri paesi più in difficoltà, è un problema di grande peso anche perché la recessione ha provocato un aumento relativo del debito pubblico sul Pil. Ormai il rapporto debito/Pil italiano è al 127 %. Un livello enorme perché si registra in presenza di un calo del Pil. Dal 2015 inoltre produrrà i suoi effetti il Fiscal Compact che rischia di provocare ulteriore recessione perché ogni anno obbligherà a ridurre il debito pubblico di un ventesimo, il cui valore sta crescendo perché il Pil sta diminuendo. Senza crescita sarà un disastro economico per l’Italia e anche con la crescita il taglio sarà comunque doloroso.
Quindi dopo le elezioni si riproporrà il problema di fondo del debito pubblico e a seconda delle soluzioni la situazione potrebbe ulteriormente peggiorare.
Perché l’Unione europea considera normale prestare alle banche oltre 1.000 miliardi di euro all’1 % per 3 anni ? Consentendo così alle banche di lucrare sulla differenza tra il tasso della Bce all’1 % e i Buoni del Tesoro, i cui tassi ovviamente gravano sugli Stati. In altre parole i singoli Stati trasferiscono quattrini alle banche.
Perché la Bce non presta direttamente agli Stati europei maggiormente in difficoltà almeno lo stesso importo girato alle banche, allo stesso tasso dell’1 %, per coprire la parte di debito pubblico eccedente il 60 % previsto dal Fiscal Compact ?
In realtà non avere affrontato con chiarezza il nodo di fondo del debito ha creato uno squilibrio maggiore tra i paesi più ricchi e quelli più deboli con un trasferimento netto dagli uni agli altri e questa è una situazione non più sopportabile perché l’avvitamento nella crisi economica sta creando un impoverimento netto e un disagio sociale crescente e insopportabile. Naturalmente le soluzioni tecniche possono essere diverse, ciò che conta è la volontà politica.
Questo nodo di fondo è il primo problema che dovrà affrontare il nuovo Governo che uscirà dalle elezioni – in Italia e in Europa – altrimenti gli spazi di manovra del nuovo Governo saranno ridotti al lumicino.

venerdì 22 febbraio 2013

Lo stato di crisi permanente

10. New Man 1923 by El Lissitzky 1890-1941Andrea Fumagalli
Se Atene piange, Sparta non ride. I paesi europei dell’area mediterranea hanno già versato lacrime amare. Nel 2012 l’imposizione forzosa (o meglio, golpista, nel caso dell’Italia) di politiche di austerity ha prodotto un impoverimento che non ha precedenti nella storia dal dopoguerra a oggi. Ma neanche Sparta, ovvero la Germania, se la passa bene. Ciò che sta avvenendo è l’avvio di un circolo vizioso in cui anche i paesi economicamente più forti rischiano di essere avviluppati in una spirale recessiva che continuamente si autoalimenta. Dopo aver resistito per due anni alla crisi del debito europeo, traendo vantaggio dall’indebolimento dell’euro che ha permesso esportazioni più competitive al di fuori dell’eurozona, anche la Germania ora inizia a mostrare i primi segni di una possibile crisi. Il governo tedesco ha infatti rivisto al ribasso le stime di crescita previste per il 2012 e 2013, avvicinandosi a livelli di stagnazione, e per la prima volta le vendite al dettaglio sono crollate.
Con il 2013 entriamo nel sesto anno di crisi. Neanche la grande crisi del 1929-30 era durata così a lungo. A partire dal 1933 (dopo quattro anni) l’economia Usa aveva ricominciato a risalire la china. All’epoca l’uscita dalla crisi era stata favorita dalla definizione di una nuova governance sociale e politica che prendeva atto, seppure parzialmente e spesso in modo contraddittorio, dei nuovi meccanismi di accumulazione e valorizzazione che l’avvento del paradigma taylorista aveva prodotto.
Oggi non si intravede nulla di tutto ciò. È ormai assodato che la governance capitalistica imposta dai mercati finanziari si è rivelata fallace, seppure dopo aver ottenuto potenti risultati nel plasmare e definire le nuove modalità di valorizzazione e le nuove forme di comando e gerarchia attuali. Tale governance si basava sulle nuove funzioni economiche assunte dai mercati finanziari, con il passaggio da un’economia monetaria di produzione (quella del paradigma taylorista-fordista) a un’economia finanziaria di produzione (quella del biocapitalismo cognitivo): ridefinizione continua dell’unità di misura del valore (una volta venuta meno la parità aurea con il crollo di Bretton Woods) e quindi finanziamento dell’attività privata d’investimento; assicuratore sociale della vita come esito della finanziarizzazione, e conseguente privatizzazione, dei sistemi di welfare; strumento di crescita dell’economia e regolatore della distribuzione del reddito grazie ai processi di espropriazione della cooperazione sociale e al suo indebitamento, e moltiplicatore finanziario della domanda finale.
Condizione perché tale governance potesse garantire stabilità era una continua, illimitata espansione degli stessi mercati finanziari, in grado di produrre (plus)valore in misura costantemente superiore agli effetti distorsivi e negativi sulla domanda causati dalla crescente concentrazione dei redditi e dall’espropriazione della ricchezza sociale prodotta dal «comune». Poiché questa condizione non può persistere illimitatamente, l’instabilità strutturale che ne deriva può essere politicamente e socialmente governata solo facendo ricorso a shock esogeni, dettati dall’emergenza di turno. In altre parole, la governance era data dall’emergenza. Negli anni Duemila l’emergenza era la guerra al terrorismo. Oggi l’emergenza è data dalla stessa crisi dei mercati finanziari e degli Stati europei. Diremo di più: la crisi diventa strumento di governance e quindi è crisi perenne. Ciò significa che l’emergenza è finita: la crisi diventa «norma».
Lo stato di crisi permanente ci dice che è in atto una crisi della valorizzazione capitalistica. Nonostante i profondi processi di ristrutturazione organizzativa e tecnologica che hanno allargato la base dell’accumulazione, imponendo – dietro il ricatto del bisogno – la messa a valore della vita, del tempo di vita e della cooperazione sociale umana, la valorizzazione attuale, proprio perché si fonda solo sull’espropriazione esterna della vita e del «comune» umano, senza essere in grado di organizzarli, non si trasforma in crescita di plusvalore. Il processo di finanziarizzazione ha sì consentito una poderosa «accumulazione originaria», ma non è stato in grado di tradursi in valorizzazione diretta e reale. È questa la contraddizione centrale che sta alla base della crisi attuale. Nonostante i vari tentativi (dalla lusinga, dagli immaginari, al ricatto, al bastone, alla mercificazione totale), la vita umana messa a valore produce comunque un’eccedenza che sfugge al controllo capitalistico, un’eccedenza che non si trasforma in valore economico, è cioè non misurabile in termini capitalistici.
In un simile contesto nessuna politica «riformista» è possibile e ciò si traduce anche in crisi politica e istituzionale. Non vi sono le condizioni di definire un nuovo New Deal compatibile con l’attuale economia finanziaria di produzione, a differenza di ciò che era avvenuto negli anni Trenta del secolo scorso. La fuoriuscita dalla crisi può avvenire solo in un contesto postcapitalistico. Ma di ciò parleremo in seguito.

Come vota la Sicilia

di Margherita Billeri , Mario Centorrino , Pietro David

Cosa Nostra nell’urna.

 
La rotta d'Italia. La mafia condiziona il voto di un milione di elettori in Sicilia. Dopo l’astenzione alle regionali del 2012, ora tratta pacchetti di voti locali e accordi con chi offre favori: affari, condoni, leggi su misura
La Sicilia viene considerata una regione decisiva nella sua espressione di voto, per la vittoria di questa o quella coalizione a livello nazionale. Ci si può legittimamente interrogare quindi sull’orientamento possibile del voto di “Cosa Nostra”, potenzialmente destinato a determinare il risultato finale. Nella formulazione della risposta andremo per ordine soffermandoci prima su due punti di premessa: quanto “pesa” oggi in Sicilia il voto della mafia e come questa ha presumibilmente espresso il suo consenso nelle elezioni immediatamente precedenti, le regionali del 2012.
Le stime ufficiali del voto di mafia lo quantificano in trecentomila preferenze (il 15% all’incirca di quelle valide nel 2012). Ma questa stima andrebbe disaggregata per realtà territoriali. Qualcuno, ragionando intorno alle dichiarazioni sul tema dei pentiti, si azzarda a proporne una valutazione ben più ampia. Il voto della mafia coinvolgerebbe, in varie forme, un milione di elettori (quasi il 50% dei voti validi nel 2012)[1]. Occorre annotare che, proprio in questi ultimi giorni, malgrado la repressione giudiziaria, la mobilitazione della cosiddetta società civile e le nuove metodologie di verifica sulla “presentabilità” dei candidati, in alcune importanti città siciliane (Palermo, Trapani) “Cosa Nostra” dimostra di aver ripreso il controllo del territorio (Palermo) o comunque di non perdere rapporti consolidati con la politica (Trapani).
Andiamo alla seconda premessa. Come è noto, nelle ultime elezioni siciliane si è registrato un notevolissimo tasso di astensione (il 55%). L’opinione prevalente è che, in questa ricorrenza, la mafia abbia preferito anch’essa una forma di astensione. Intanto, perché il suo rapporto con la politica è al centro, da qualche tempo, di un’attenzione d’indagine, potremmo dire, spasmodica, tale per cui i costi di “esposizione” sono troppo alti. Poi, per l’assenza in Sicilia, oggi, di “grandi affari”: l’Expo è a Milano, non a Palermo. Oppure, perché si preparava a trattare la scadenza politica nazionale, limitandosi, come sostiene un pentito (Gaspare Mutolo), a mandare messaggi ai politici.
Un parametro in base al quale si è ritenuto di giudicare l’orientamento politico della mafia, nelle passate elezioni in Sicilia, è la totale astensione da parte dei detenuti per reati di mafia. Forse questo parametro – a parer nostro – poteva essere utilizzato tempo addietro, ora non più. Immaginiamo che i detenuti, senza alcun retropensiero, votino in maggioranza per un certo partito o per un certo candidato. Paradossalmente oggi il loro voto sarebbe controllato (e quindi subito interpretato) assai più di quanto “Cosa Nostra” riuscirebbe a fare nei singoli seggi. Altri, piuttosto, tendono a coglierne un preciso significato (Ingroia). L’astensionismo nelle carceri siciliane in occasione delle elezioni regionali potrebbe esser stato un gesto plateale di disimpegno elettorale da parte del mondo del carcere, riferibile a Cosa Nostra, che è anche una minaccia di disinteresse per queste elezioni politiche.
C’è stata un’ulteriore interpretazione dell’astensione. Nello scenario di una crudele recessione dell’economia italiana che provocherà, si prevede, un ulteriore aumento della disoccupazione, la situazione dei conti dello Stato e degli Enti Locali appare assolutamente drammatica. Non si tratta più di manovrare redistribuzioni di risorse finanziarie; si tratta di “tagliare” non potendo rispettare, per forza di cose, alcun criterio di discrezionalità. Chi si è astenuto potrebbe avere percepito questa incombente minaccia.
Veniamo ora a formulare qualche ipotesi di risposta alla domanda che ha fatto da incipit a questa breve analisi: come voterà “Cosa Nostra” al prossimo appuntamento elettorale? Nel ricordo del voto in Sicilia, qualcuno (Ingroia) ha messo in guardia da conclusioni affrettate: la mafia c’è, è presente e guarda sempre la politica. Nei momenti di passaggio, se non ha accordi stabiliti si prepara a trattare, subito dopo le elezioni. (“Il Fatto Quotidiano, 3 novembre 2012). C’è un altro aspetto da cogliere. Quasi in sintonia con quanto emerge dalla letteratura specialistica, dalle inchieste e dai sondaggi oggi – lo si desume anche dalle intercettazioni – l’atteggiamento delle cosche è di profondo disprezzo per la politica, dalla quale si richiedono accordi precisi, garanzie puntuali in cambio di voti. Ma come è stato giustamente posto in rilievo (Bellavia) mentre nel caso delle elezioni locali è immediata la verifica dell’accordo, nel caso invece di una competizione nazionale, con la legge esistente, è ben difficile per un politico siglare accordi del genere con la certezza di poterli rispettare. C’è un altro profilo di approfondimento: la compravendita dei voti. Prezzi stabili: 300 preferenze valgono al momento sul mercato 15 mila euro. Ma quest’indotto economico elettorale non offre elementi per un racconto credibile sull’orientamento del voto mafioso. Le “famiglie” semplicemente controllano il territorio e quindi chi gestisce il voto di scambio (Bellavia). Si capovolge allora il senso della risposta. Per comprendere l’obiettivo del voto mafioso dovremo passare dalla previsione ex ante alla valutazione ex post.
È il momento di concludere. Il voto mafioso inciderà sui risultati finali quand’anche si esprimesse come astensione. Sono da attendersi, però, comportamenti legati a singoli territori più che a indicazioni generali per questa o quella coalizione. Il “porcellum” e l’abolizione delle preferenze, forse suggeriscono a “Cosa Nostra” più che vendere voti in proprio o farli confluire su questo o quel candidato di attendere, se così possiamo definirlo, un responso scaturito dal voto mafioso in libertà. E poi di selezionare i soggetti sui quali esercitare pressioni per ottenere “favori” (affari, condoni, leggi ad hoc).
[1] E.Bellavia, Il voto invisibile della mafia. Quei trecentomila consensi in attesa di nuovi padroni, La Repubblica Palermo, 17 febbraio 2013

A che serve la crisi ??

di Agenor

Il vero obiettivo è privatizzare il pubblico

L’Europa è avvolta in una spirale senza uscita fatta di ricette controproducenti, mentre la crisi fa il suo lento, inesorabile lavoro. Le famiglie, se possono, risparmiano e contraggono i consumi. Le imprese non investono. Le banche cercano di limitare i danni e riducono il credito. Una crisi di debito estero (prevalentemente privato) è stata spacciata per una crisi di debito pubblico. La spesa pubblica viene bloccata con perfetto tempismo da un trattato internazionale che impone un rozzo vincolo di pareggio di bilancio, senza troppo distinguere se si tratti di spesa per investimenti o di spesa corrente.
Era ben noto che una politica di repressione della spesa pubblica, in presenza di un eccesso d’indebitamento del settore privato e di tassi di interesse già bassi e ai minimi storici, non poteva che avere effetti deleteri. Il crollo della domanda interna ha raggiunto le economie più solide della zona euro, che si avvicinano anch’esse a scenari recessivi. Assumendo l’impossibilità di una follia collettiva di tutte le classi dirigenti europee, resta da chiedersi cui prodest? A chi giova tutto questo?
Non è un caso che le ricette per uscire dalla crisi più in voga si concentrino su un punto: la dismissione del patrimonio pubblico per ridurre il debito. Ovviamente, la sensazione di trovarsi in un vicolo cieco per le finanze pubbliche, con la scelta obbligata di privatizzare enti, beni e servizi pubblici, è la scena classica di un film già visto in tante parti del mondo.
Non ci si arriva per caso, anzi, spesso è uno degli obiettivi neanche troppo nascosti della lunga strategia di logoramento del settore pubblico, la cosiddetta “starve the beast”. La bestia è lo stato, nemico ideologico da affamare, sottraendo continuamente risorse necessarie al suo funzionamento. La qualità dei servizi che esso eroga al cittadino diminuisce. Il cittadino lo nota e incomincia a chiedersi se davvero valga la pena mantenere in piedi con le proprie imposte un servizio pubblico sempre più scadente.
Poi arrivano i salvatori della patria, che comprano l’azienda o servizio pubblico a un prezzo conveniente e ne estraggono profitti. Quando va bene, il nuovo proprietario del servizio ex-pubblico lo eroga in modo più selettivo e a costi maggiori per il cittadino. Quando va male, scorpora la parte migliore da quella cattiva, scarica i costi sulla collettività (bad companies), sfrutta gli attivi ancora validi, e poi scappa.
La privatizzazione della sanità negli Stati Uniti ha raddoppiato i costi per i cittadini, escludendo un’enorme fetta della popolazione da ogni copertura sanitaria. Una volta capito l’errore commesso e verificati i costi economici e sociali di tale processo, l’inversione di questa tendenza nefasta è l’atto che Obama considera come il più importante del suo primo mandato presidenziale.
L’esperienza delle “riforme” nell’Europa centrale ed orientale subito dopo la caduta del comunismo ci insegna che le privatizzazioni realizzate per necessità di far cassa si traducono in svendite di beni comuni a vantaggio di pochi privati, che i primi servizi a essere privatizzati sono quelli che funzionano meglio, i gioielli di famiglia, e che questo contribuisce a un notevole aumento delle disuguaglianze.
Altre parti del mondo, come l’America Latina, hanno vissuto esperienze simili, in cui beni e servizi pubblici sono stati ceduti a condizioni vantaggiose solo per l’acquirente. Non è un caso che Carlos Slim, l’uomo più ricco del mondo secondo Forbes, debba la sua fortuna alle privatizzazioni selvagge degli anni ’80-‘90 in Messico, dalle miniere alle telecomunicazioni.
Adesso è il turno della vecchia Europa. Il Portogallo ha chiuso il 2012 privatizzando gli aeroporti, la compagnia aerea nazionale, la televisione (ex) pubblica, le lotterie dello stato e i cantieri navali. In Spagna le privatizzazioni “express” riguardano i porti, gli aeroporti, la rete di treni ad alta velocità, probabilmente la migliore e più moderna d’Europa, la sanità, la gestione delle risorse idriche, le lotterie dello stato e alcuni centri d’interesse turistico. La Grecia è stata recentemente esortata ad accelerare il processo di privatizzazione dei beni e servizi erogati finora dallo stato, come condizione per continuare a ricevere gli aiuti europei.
In Italia Mario Monti, poco prima di dimettersi da Presidente del Consiglio, decretava l’insostenibilità finanziaria del sistema sanitario nazionale, spiegando la necessità di “nuovi modelli di finanziamento integrativo”. L’agenda Monti oggi ci ricorda che “la crescita si può costruire solo su finanze pubbliche sane” e quindi invita a “proseguire le operazioni di valorizzazione/dismissione del patrimonio pubblico”. E sulle prime pagine di alcuni giornali c’è anche chi vede ancora “troppo stato in quell’agenda”.
La teoria economica e l’esperienza del passato ci insegnano che la privatizzazione di aziende pubbliche se da un lato riduce il deficit di un dato anno, dall’altro ha un notevole rischio di aumentare il deficit di lungo periodo, nel caso in cui l’azienda dismessa sia produttiva. Inoltre non basta che la gestione privata sia più efficiente di quella pubblica; il guadagno di efficienza deve anche assorbire il profitto che il privato necessariamente persegue.
Se chi vende (lo stato) ha urgenza e pressioni per farlo, chi acquista (privati) ha un chiaro vantaggio negoziale, che gli permette di ottenere condizioni più convenienti. E se le condizioni della privatizzazione sono più convenienti per il privato, esse saranno simmetricamente più sconvenienti per il pubblico, cioè i cittadini.
Studi recenti dimostrano come i cittadini dei paesi che hanno subito privatizzazioni rapide e massicce negli anni ’90 siano profondamente scontenti degli esiti. I giudizi ex-post sono tanto più critici quanto più rapide erano state le privatizzazioni, maggiore la proporzione di servizi pubblici svenduti (acqua ed elettricità in particolare), e più alto il livello di disuguaglianza creatosi nel paese.
La questione delle privatizzazioni è il punto d’arrivo del processo che l’Europa e l’Italia stanno vivendo. Discuterne più apertamente è fondamentale, se si ha a cuore il bene comune. Le decisioni che si prenderanno in proposito definiranno la rotta che l’Italia sceglierà di seguire nel dopo-elezioni.
La rotta d'Italia di Andrea Baranes , Grazia Naletto

La rotta d’Italia e una campagna elettorale fuori rotta

Le proposte di Sbilanciamoci, le cose da fare nei primi 100 giorni del nuovo governo, e una campagna elettorale che ha ignorato i contenuti. La nostra agenda per il dopo-elezioni e l’impegno di 118 candidati al Parlamento che hanno sottoscritto l'appello “Io mi Sbilancio!”
Cittadinanza per chi nasce qui; taglio alle spese militari e investimenti nella scuola e nella spesa sociale; tassazione dei capitali portati all'estero per finanziare un piano di lavoro verde; maggiore equità del nostro sistema fiscale per diminuire le diseguaglianze e redistribuire la ricchezza; tutela del lavoro attraverso la cancellazione dell’articolo 8 della legge n. 148 del 2011. Sbilanciamoci.info ha aperto il dibattito su La rotta d’Italia indicando queste priorità per i primi 100 giorni del futuro governo.
Alla base di queste indicazioni la convinzione che per portare il paese fuori dalla crisi economica (e sempre più) sociale sia indispensabile lanciare immediatamente un segnale di cambiamento nella direzione di un’economia più giusta e ecosostenibile e di una maggiore giustizia sociale.
L’invito della redazione ad avviare un dibattito pubblico su questi temi è stato raccolto da molti: quasi 40 interventi hanno affrontato in modo puntuale i diversi contenuti che avrebbero dovuto animare il confronto tra le forze politiche e le diverse coalizioni che si candidano a governare il paese dopo le elezioni del 24 e 25 febbraio.
Così non è stato. La campagna elettorale che si chiude oggi è una delle peggiori degli ultimi anni, tutta centrata sul posizionamento tattico dei suoi protagonisti, sulla giustificazione delle alleanze già definite e sulla ipotetica rappresentazione di quelle che saranno più o meno imposte dal risultato elettorale. Una campagna giocata a colpi di cinguettii e di post ingiuriosi nei confronti dell’avversario più che sulla puntualizzazione delle proposte necessarie per far fronte alla recessione economica in corso e alla profonda questione sociale che coinvolge il paese.
Il tema fiscale è stato ancora una volta al centro del dibattito elettorale, ma certo non nella direzione da noi auspicata. Si è parlato quasi esclusivamente dell’IMU, sicuramente iniqua così come è stata attuata, ma assai poco della necessità di accentuare la progressività del nostro sistema fiscale a vantaggio dei redditi più bassi. Si potrebbe fare, come la campagna Sbilanciamoci! suggerisce da tempo, modificando le aliquote Irpef, introducendo una tassa patrimoniale del 5x1000 sui grandi patrimoni, portando la tassazione sulle rendite finanziarie al 23%. Questi provvedimenti, insieme all’introduzione di alcune tasse di scopo (diritti televisivi, pubblicità, veicoli inquinanti, licenze per il porto di armi ecc.) potrebbero far entrare più di 16 miliardi nelle casse dello stato.
Il forte consenso dell’opinione pubblica alla cancellazione del programma degli F35 (più di 78.000 le firme raccolte dalla campagna Taglia le ali alle armi, sostenuta da oltre 650 associazioni) è stato utilizzato in modo per lo più strumentale dai leader di quelle stesse coalizioni che hanno sottoscritto e riconfermato fino ad oggi il contratto di acquisto. Il costo esatto dei 90 F35 attualmente previsti non lo sappiamo, il costo medio stimato di un solo F35 è pari a circa 130 milioni di euro: tra acquisto e gestione il programma ci costerà tra i 50 e i 52 miliardi di euro. Un’intera manovra finanziaria. Al di là dei vari spot elettorali (paradossale quello di Berlusconi), continua a prevalere la convinzione che si possa tagliare tutto ma non la spesa militare. Il bilancio pluriennale dello Stato prevede già, del resto, per il Ministero della Difesa un progressivo aumento dai 20.935 milioni previsti nel 2013 ai 21.024 milioni nel 2015.
Sono rimaste nell’ombra e affrontate con ricette generiche le vere emergenze del paese: come rilanciare l’economia italiana e creare nuova occupazione; come ripensare i nostri rapporti con l’Europa e uscire dalle strettoie del patto di stabilità; come riequilibrare i rapporti tra finanza, economia reale e politica; come reinventare un modello di welfare capace di sostenere le famiglie, le donne, i giovani.
Sullo sfondo del dibattito elettorale, la tesi secondo la quale non vi sarebbe alternativa possibile al modello economico esistente né all’accettazione degli attuali vincoli imposti dall’Europa con il fiscal compact e all’insegna dell’austerità. Gnesutta ha invece bene argomentato qui come l’alternativa sia non solo possibile ma indispensabile, richiamando l’urgenza di un profondo riorientamento del governo delle politiche pubbliche finalizzato a rovesciare l’attuale rapporto di sudditanza materiale e culturale della politica rispetto alla finanza.
I richiami ai vincoli imposti all’Europa, a partire dal nuovo mantra “È l’Europa che ce lo chiede” sono strumentali: l’Europa siamo noi e possiamo reindirizzarne le scelte politiche: continuare a perseguire la priorità dell’austerità, rimuovere il tema del rilancio dell’economia e del benessere sociale, ridurre il bilancio Europeo, significa indirizzare l’Europa verso una strada senza uscita. Il futuro Governo dovrebbe innanzitutto impegnarsi a rimetterla in discussione. Si veda il contributo di Gnesutta-Pianta.
Ma anche ammettendo, e così non è, che il contesto sia dato, una diversa allocazione delle risorse pubbliche è possibile se c’è la volontà politica di farlo. Gli interventi di Pianta, Pini, Pizzuti, Baranes, tra gli altri, hanno affrontato qui in modo puntuale i nodi da affrontare: una diversa crescita economica, il rilancio di una politica per l’occupazione, l’esigenza di curare le fragilità del nostro sistema di welfare e di una non più rinviabile regolamentazione della finanza.
Il tema della riduzione del debito pubblico è centrale, ma le indicazioni puntuali su come garantirla davvero, senza aggravare ulteriormente le condizioni di vita materiali dei cittadini, sono state decisamente scarse nel corso del dibattito elettorale. E quando le risorse sono scarse diventa ancora più rilevante la scelta della loro destinazione.
Nel suo ultimo rapporto annuale, la campagna Sbilanciamoci! ha dimostrato, dati alla mano, che si può scegliere, proponendo la sua “manovra” da 29 miliardi di euro. Tagliare le spese sbagliate libererebbe risorse per le spese giuste: in primo luogo quelle per stabilizzare i lavoratori precari e sostenere i redditi delle famiglie. La cancellazione degli stanziamenti per le grandi opere (2,7 miliardi) permetterebbe, ad esempio, di garantire la realizzazione di piccole opere molto più utili per i cittadini e compatibili con l’ambiente: dalle ferrovie locali alla messa insicurezza del territorio, dalla tutela delle aree protette all’abbattimento degli ecomostri, dall’ammodernamento della rete idrica nazionale agli impianti fotovoltaici. Un taglio di 5,5 miliardi alle spese militari potrebbe finanziare il servizio civile nazionale, corpi civili di pace, la riconversione dell’industria militare, un programma di asili nido per 3.000 bambini, il rifinanziamento del Fondo Sociale Nazionale e del Fondo per la non autosufficienza, la messa in sicurezza delle nostre scuole. La chiusura dei Centri di Identificazione ed Espulsione libererebbe risorse per programmi di inserimento sociale dei migranti.
Oltre 118 candidati al Parlamento hanno sottoscritto ad oggi l'appello Io mi Sbilancio!, contenente queste ed altre proposte. Dal 26 febbraio, un punto di partenza per cambiare le politiche pubbliche e per un nuovo modello finanziario, economico, sociale, ambientale e di democrazia in Italia.
Fonte: il manifesto | Autore: A. Fab.
Bersani e Ingroia: soglie più alte per cambiare la Carta
Cari candidati alla presidenza del Consiglio, che intendete fare con le riforme costituzionali? Alla lettera del presidente dell’associazione Salviamo la Costituzione, Alessandro Pace, indirizzata a tutti, da Alfano a Grillo, hanno risposto solo in due: Pier Luigi Bersani e Antonio Ingroia. Assicurando che si muoveranno per mettere in sicurezza la Carta del ’48. Silenzio assoluto invece dagli altri, Mario Monti compreso. Il che ha destato stupore tra i componenti dell’associazione, che è stata fondata dall’ex presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfarno per dare corpo alla campagna referedaria del 2006. Allora si riuscì a far cadere la riforma costituzionale «di Lorenzago», imposta con la maggioranza parlamentare del governo Berlusconi.

La lettera, spedita a inizio febbraio, oltre a quella di Pace porta anche la firma di un ministro del governo Monti, Renato Balduzzi, componente del comitato direttivo dell’associazione. Con loro Franco Bassanini, Valerio Onida, Carlo Smuraglia, Giovanni Bachelet e altri. Sottolineata l’importanza di offrire ai cittadini informazioni precise sulle intenzioni dei partiti nel campo delle riforme costituzionali, il testo ricorda che «puntuali e limitate modifiche» devono restare «coerenti con i principi e i valori della Costituzione repubblicana e compatibili con il suo impianto e i suoi equilibri fondamentali». Per evitare il ripetersi di modifiche «di parte» propone che venga alzato il quorum previsto dall’articolo 138 per le leggi di revisione e che sia reso sempre possibile il referendum «confermativo» in modo da far esprimere i cittadini. Per la recente modifica dell’articolo 81 che ha introdotto l’obbligo di pareggio di bilancio, ad esempio, l’accordo Pd-Pdl in parlamento ha escluso questa possibilità. La proposta dell’associazione è che in futuro le firme di 500mila cittadini bastino a convocare il referendum, per la validità del quale com’è noto non è previsto il quorum del 50% più uno degli elettori. Una nota dell’ex presidente della Consulta Zagrebelsky, allegata alla lettera, chiariva poi come la «messa in sicurezza» della Carta non può essere limitata solo agli articoli della prima parte.

Nella sua risposta, Bersani annuncia l’intendo di riformare la Costituzione «secondo la Costituzione e non contro di essa». «Procederemo – chiarisce il segretario del Pd – sulla base del criterio del minimo indispensabile piuttosto che per conseguire l’obiettivo del massimo possibile». Bersani concorda con l’esigenza di «elevare in misura assai considerevole la maggioranza necessaria per l’approvazione parlamentare delle leggi di revisione» ed è anche favorevole ad aprire le porte al referendum confermativo, aderendo alla proposta delle 500mila firme.

«La difesa dei principi e dei valori della Costituzione del 1948 è esattamente il motivo fondante della nascita della lista Rivoluzione Civile», scrive invece Antonio Ingroia, che ricorda come più volte gli sia piaciuto definirsi «partigiano della Costituzione». «Appoggeremo – aggiunge l’ex pm – qualunque proposta che miri a rendere più stringenti i limiti alla revisione costituzionale». A partire dall’obbligo di referendum, visto che «gli elettori si sono inoltre dimostrati in più occasioni dotati di maggiore lucidità e memoria storica rispetto agli eletti e questo ha consentito di scongiurare riforme in senso presidenziale dalle conseguenze a nostro avviso estremamente pericolose».

Blog curato da ...

Blog curato da ...
Mob. 0039 3248181172 - adakilismanis@gmail.com - akilis@otenet.gr
free counters