Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

giovedì 7 marzo 2013

La demonizzazione di Chávez

 - giannimina - 

di Eduardo Galeano
Hugo Chávez è un demonio. Perché? Perché ha alfabetizzato due milioni di venezuelani che non sapevano né leggere né scrivere pur vivendo in un paese che possiede la ricchezza naturale più importante del mondo che è il petrolio.
Io ho vissuto in quel paese per qualche anno e so molto bene come era. Lo chiamano “Venezuela Saudita” a causa del petrolio. C’erano due milioni di bambini che non potevano andare a scuola perchè non avevano i documenti. Poi è arrivato un governo, questo governo diabolico, demoniaco, che fa cose elementari come dire: “I bambini devono essere ammessi a scuola con o senza documenti”.
Era la fine del mondo: ecco una prova del fatto che Chávez è un cattivo, un cattivissimo. Visto che possiede questa ricchezza, e che grazie al fatto che a causa della guerra in Irak il petrolio è carissimo, lui vuole approfittarne a fini di solidarietà. Vuole aiutare i paesi sudamericani, specialmente Cuba: Cuba gli manda i medici, lui paga con il petrolio. Ma anche quei medici sono stati una fonte di scandalo. Dicono che i medici venezuelani erano furiosi per la presenza di quegli intrusi che lavoravano nei quartieri poveri. Al tempo in cui io vivevo là come corrispondente di Prensa Latina, non ho mai visto un medico. Adesso invece i medici ci sono.
La presenza dei medici cubani è un’altra prova del fatto che Chávez sta sulla Terra di passaggio, perché appartiene all’inferno. Per questo, quando leggiamo le notizie dobbiamo tradurre tutto. Il demonismo ha quest’origine, per giustificare la macchina diabolica della morte.

mercoledì 6 marzo 2013

Hugo Chávez, la leggenda del Liberatore del XXI secolo

di , mercoledì 6 marzo 2013, 05:01
in: America latina, Primo piano, Storia

Hugo Chávez non è stato un dirigente come tanti nella storia della sinistra. È stato uno di quei dirigenti politici che segnano un’intera epoca storica per il suo paese, il Venezuela, e per la patria grande latinoamericana. Soprattutto, però, ha incarnato l’ora del riscatto per la sinistra dopo decenni di sconfitte, l’ora delle ragioni della causa popolare dopo la lunga notte neoliberale.
L’America nella quale il giovane Hugo iniziò la sua opera era solo apparentemente pacificata dalla cosiddetta “fine della storia”. Questa, in America latina, non era stata il trionfo della libertà come nell’Europa dove cadeva il muro di Berlino. Era stata invece imposta nelle camere di tortura, con i desaparecidos del Piano Condor e con la carestia indotta dal Fondo Monetario Internazionale. Il migliore dei mondi possibili lasciava all’America latina un ruolo subalterno e ai latinoamericani la negazione di diritti umani e civili essenziali. Carlos Andrés Pérez, da vicepresidente dell’Internazionale socialista in carica, massacrava nell’89 migliaia di cittadini inermi di Caracas per ottemperare ai voleri dell’FMI. L’America che oggi lascia Hugo Chávez, ad appena 58 anni, è un continente completamente diverso. È un continente in corso di affrancamento da molte delle sue dipendenze storiche e rinfrancato da una crescita costante che, per la prima volta, è stata sistematicamente diretta a ridurre disuguaglianze e garantire diritti.
Non voglio tediare il lettore e citerò solo un paio di dati indispensabili. Nella Venezuela “saudita”, quella considerata una gran democrazia e un modello per l’FMI, ma dove i proventi del petrolio restavano nelle tasche di pochi, i poveri e gli indigenti erano il 70% (49 e 21%) della popolazione. Nel Venezuela bolivariano del “dittatore populista” Chávez ne restano meno della metà (27 e 7%). A questo dato affianco la moltiplicazione del 2.300% degli investimenti in ricerca scientifica e il ricordo che, con l’aiuto decisivo di oltre 20.000 medici cubani, è stato costruito da zero un sistema sanitario pubblico in grado di dare risposte ai bisogni di tutti.
Oggi che il demonio Chávez è morto, è sotto gli occhi di chiunque abbia l’onestà intellettuale di ammetterlo cosa hanno rappresentato tre lustri di chavismo: pane, tetto e diritti. Gli osservatori onesti, a partire dall’ex-presidente statunitense Jimmy Carter, che gli ha rivolto un toccante messaggio di addio, riconoscono in Chávez il sincero democratico e il militante che si è dedicato fino all’ultimo istante «all’impegno per il miglioramento della vita dei suoi compatrioti». No, Jimmy Carter non è… chavista. Semplicemente è intellettualmente onesto ed è andato a vedere. Tutto il resto, la demonizzazione, la calunnia sfacciata, la rappresentazione caricaturale, è solo squallida disinformazione.
Chávez entra oggi nella storia ed è già leggenda perché ha mantenuto i patti e fatto quello che è l’essenza dell’idea di sinistra: lottare con ogni mezzo per la giustizia sociale, dare voce a chi non ha voce, diritti a chi non ha diritti, raggiungendo straordinari risultati concreti. In questi anni ha cento volte errato perché cento volte ha fatto in un paese terribilmente difficile come il Venezuela. Ha chiamato il suo cammino “socialismo”, proprio per sfidare il pensiero unico che quel termine demonizzava. Chávez diventa così leggenda perché, in pace e democrazia, ha realizzato quello che è il dovere di qualunque dirigente socialista: prendere la ricchezza dov’è, nel caso del Venezuela nel petrolio, e investirla in beneficio delle classi popolari. Lo ha fatto al di là della retorica rivoluzionaria, propria di anni caldissimi di lotta politica, da formichina riformista. Utilizzo il termine “riformista” sapendo che a molti, sia apologeti che critici, non piace pensare che Chávez non sia stato altro che un riformista, ma radicale, in grado di raggiungere risultati considerati impossibili sulla base di defaticanti trattative e su politiche basate sulla ricerca del consenso e sulla partecipazione. Chávez è già leggenda perché ha piegato al gioco democratico un’opposizione indotta, in particolare da George Bush e José María Aznar (molto meno da Obama), all’eversione, esplicitatasi nel fallito golpe dell’11 aprile 2002 quando un popolo intero lo riportò a Miraflores e nella susseguente serrata golpista di PDVSA, la compagnia petrolifera nazionalizzata. È il controllo di quest’ultima ad aver garantito la cassaforte di politiche sociali generose.
È questo che la sinistra da operetta europea non ha mai perdonato a Chávez. Per la sinistra europea l’America latina è un remoto ricordo di gioventù, non un continente parte della nostra stessa storia. È troppo facile archiviare la presunta anomalia chavista, che è quella di un Continente, l’America latina dove destra e sinistra hanno più senso che mai, ed è necessario schierarsi, come un’utopia da chitarrate estive, Intillimani e hasta siempre comandante. È troppo scomodo riconoscerne la prassi politica nelle due battaglie storiche che Hugo Chávez ha incarnato: la lotta di classe, che portò Chávez, il ragazzo di umili origini che per studiare poteva fare solo il militare o il prete, a scegliere di stare dalla parte degli umili, e quella anticoloniale che ha preso forma nel processo d’integrazione del Continente.
Il consenso, la partecipazione al progetto chavista, si misura proprio nella vigenza, nelle classi medie e popolari venezuelane, di un pensiero contro-egemonico rispetto a quello liberale dell’imperio dell’economia sulla politica. I latinoamericani hanno maturato nei decenni scorsi solidi anticorpi in merito. Chávez ha catalizzato tali anticorpi riportando in auge il ruolo della lotta di classe nella Storia, la continuità della lotta anticoloniale, perché i “dannati della terra” continuano ad esistere e a risiedere nel Sud del mondo e non bastano 10 o 15 anni di governo popolare per sanare i guasti di 500 anni. Lo accusano di aver usato a fini di consenso la polemica contro gli Stati Uniti. C’è del vero, ma non è stato Chávez a tentare sistematicamente di rovesciare il presidente degli Stati Uniti e non è il dito di Chávez ad oscurare la luna di rapporti diseguali e ingiusti tra Nord e Sud del mondo.
Si conceda a chi scrive il ricordo dell’intervista quasi visionaria che Chávez mi concesse a fine 2004 proprio sul tema della Patria grande latinoamericana. Sento ancora la forza del suo abbraccio al momento di salutarci. Con lui c’erano Lula e Néstor Kirchner, anch’egli scomparso neanche sessantenne nel momento di massima lucidità politica, dopo aver liberato l’Argentina dalla morsa dell’FMI e restaurato lo Stato di diritto in grado di processare i violatori di diritti umani. Poi vennero Evo Morales e tutti gli altri dirigenti protagonisti della primavera latinoamericana. A Mar del Plata nel 2005 tutti insieme sconfissero il progetto criminale di George Bush che con l’ALCA voleva trasformare l’intera America latina in una maquiladora al servizio della competizione globale degli USA contro la Cina. Dire “no” agli USA: qualcosa d’impensabile!
Adesso, seppellita la pietra dello scandalo Chávez, tutti sono certi che l’anomalia rientrerà, che Nicolás Maduro non sarà all’altezza, che il partito socialista esploderà per rivalità personali e che la storia riprenderà il proprio corso come se Hugo non fosse mai esistito. Chissà; ma cento volte nell’ultimo decennio i venezuelani e i latinoamericani hanno dimostrato di ragionare con la loro testa. Hanno dimostrato di non voler tornare al modello che hanno vissuto per decenni e che oggi sta divorando il sud dell’Europa. La forza del Brasile di Dilma come potenza regionale ha superato con successo vari esami di legittimazione. Il processo d’integrazione appare un fatto irreversibile che fa da pilastro all’impedire il ritorno del «Washington consensus». No, una semplice restaurazione non è all’ordine del giorno anche se dovesse cambiare il segno politico del governo venezuelano, cosa improbabile sul breve termine, anche per l’enorme emotività causata dalla scomparsa di un leader così popolare.
Da oggi qualunque governo venezuelano e latinoamericano si dovrà misurare con la leggenda di Chávez, il presidente invitto, quattro volte rieletto dal suo popolo, in grado di sopravvivere a golpe e complotti, che aveva tutti i media contro e che solo il cancro ha sconfitto. Di dirigenti come lui o Néstor Kirchner non ne nascono tanti e il futuro non è segnato. Ma il suo lascito è enorme ed è un patrimonio che resta nelle mani del popolo.

Stiglitz: “Euro, o cambia oppure è meglio lasciarlo morire”

 
t100_stiglitz5di Joseph Stiglitz,
da Project Syndicate
Il risultato delle elezioni italiane dovrebbe dare un messaggio chiaro ai leader europei: gli elettori non tollerano le loro politiche di austerità.
Il progetto europeo, per quanto idealista, è sempre stato un impegno dall’alto verso il basso. Ma incoraggiare i tecnocrati a guidare i vari paesi è tutta un’altra questione, che sembra eludere il processo democratico, imponendo politiche che portano ad un contesto di povertà sempre più diffuso.
Mentre i leader europei si nascondono al mondo, la realtà è che gran parte dell’Unione europea è in depressione. La perdita di produzione in Italia dall’inizio della crisi è pari a quella registrata negli anni ’30. Il tasso di disoccupazione giovanile in Grecia ha invece superato ora il 60%, mentre quello della Spagna è oltre il 50%. Con la devastazione del capitale umano, il tessuto sociale europeo si sta lacerando ed il suo futuro è sempre più a rischio.

I dottori dell’economia dicono che il paziente deve lasciare che la malattia faccia il suo corso, mentre i leader politici che suggeriscono il contrario vengono accusati di populismo. La realtà tuttavia è che la cura non sta funzionando e non c’è alcuna speranza che funzioni; o meglio che funzioni senza comportare danni peggiori di quelli causati dalla malattia. E ci vorrà un decennio o più per recuperare le perdite generate da questo processo di austerità.
In breve, non è stato né il populismo né la miopia che ha portato i cittadini a rifiutare le politiche che gli sono state imposte, ma è la modalità errata con cui sono state portate avanti.
Le risorse e i talenti dell’Europa (il suo capitale umano, fisico e naturale) sono gli stessi del periodo precedente alla crisi. Il problema è che le cure imposte stanno portando ad un significativo sottoutilizzo di tali risorse. Qualsiasi sia la natura dei problemi dell’Europa, una risposta che comporti uno spreco di quest’entità non può rappresentare la soluzione.
La diagnosi semplicistica dei mali dell’Europa che sostiene che i paesi ora interessati dalla crisi stessero vivendo al di sopra delle loro possibilità, è evidentemente sbagliata almeno in parte. Prima della crisi, infatti, sia la Spagna che l’Irlanda registravano un surplus fiscale ed un rapporto debito/PIL basso, e se la Grecia fosse stata l’unico problema a livello europeo, l’Europa avrebbe potuto gestirlo facilmente.
Ci sono una serie di politiche alternative in discussione che potrebbero funzionare. L’Europa ha bisogno di un maggiore federalismo fiscale e non solo di un sistema di supervisione centralizzato dei budget nazionali. Ovviamente, l’Europa potrebbe non avere bisogno del sistema usato negli Stati Uniti che prevede un rapporto di due a uno della spesa federale rispetto alla spesa statale, ma necessita in ogni caso di una spesa maggiore a livello europeo invece dell’esiguo budget attuale dell’UE (ridotto ulteriormente dai sostenitori dell’austerità).
E’ poi necessaria un’unione bancaria, ma deve essere una vera unione con un unico sistema di assicurazione dei depositi, delle procedure risolutive ed un sistema di supervisione comune. Inoltre, sarebbero necessari gli Eurobond o uno strumento simile.
I leader europei riconoscono che senza la crescita il peso del debito continuerà a crescere e che le sole politiche di austerità sono una strategia anti-crescita. Ciò nonostante, sono passati diversi anni e non è stata ancora presentata alcuna proposta di una strategia per la crescita sebbene le sue componenti siano già ben note, ovvero delle politiche in grado di gestire gli squilibri interni dell’Europa e l’enorme surplus esterno tedesco che è ormai pari a quello della Cina (e più alto del doppio rispetto al PIL). In termini concreti, ciò implica un aumento degli stipendi in Germania e politiche industriali in grado di promuovere le esportazioni e la produttività nelle economie periferiche dell’Europa.
Quello che non può funzionare, almeno per gran parte dei paesi dell’eurozona, è una politica di svalutazione interna (ovvero una riduzione degli stipendi e dei prezzi) in quanto una simile politica aumenterebbe il peso del debito sui nuclei familiari, le aziende ed il governo (che detiene un debito prevalentemente denominato in euro). E con l’implementazione di una serie di modifiche nei diversi settori a velocità diverse, la deflazione a livello mondiale innescherebbe degli stravolgimenti enormi nell’economia.
Se la svalutazione interna fosse la soluzione, lo standard dell’oro non sarebbe stato un problema durante la Grande Depressione. La svalutazione interna unita alle politiche di austerità e al principio del mercato unico (che favorisce la fuga di capitali e l’emorragia dei sistemi bancari) è una combinazione altamente dannosa.
Il progetto europeo è stato ed è ancora una grande idea politica con un elevato potenziale di promozione della prosperità e della pace. Ma invece di migliorare la solidarietà all’interno dell’Europa, sta seminando i semi della discordia all’interno e tra i vari paesi.
I leader europei continuano a promettere di fare tutto il necessario per salvare l’euro. La promessa del Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, di fare “tutto il necessario” ha garantito un periodo di tregua temporaneo. Ma la Germania si è opposta a qualsiasi politica in grado di fornire una soluzione a lungo termine tanto da far pensare che sia sì disposta a fare tutto tranne quello che è necessario.
Ovviamente i tedeschi hanno dovuto accettare con riluttanza la necessità di un’unione bancaria che comprenda un sistema di assicurazione dei depositi comune. Ma il passo con cui sostengono queste riforme è in discordanza con i mercati, mentre in diversi paesi i sistemi bancari sono già attaccati al respiratore. Quante altre banche dovranno entrare in terapia intensiva prima che l’unione bancaria diventi una realtà?
E’ vero, l’Europa ha bisogno di riforme strutturali come insiste chi sostiene le politiche di austerità. Ma sono le riforme strutturali delle disposizioni istituzionali dell’eurozona e non le riforme all’interno dei singoli paesi che avranno l’impatto maggiore. Se l’Europa non si decide a voler fare queste riforme, dovrà probabilmente lasciar morire l’euro per salvarsi.
L’Unione monetaria ed economica dell’UE è stata concepita come uno strumento per arrivare ad un fine non un fine in sé stesso. L’elettorato europeo sembra aver capito che, con le attuali disposizioni, l’euro sta mettendo a rischio gli stessi scopi per cui è stato in teoria creato. Questa è l’unica e semplice verità che i leader europei non sono ancora riusciti a cogliere.
Fonte: Project Syndicate

Brancaccio: “La decrescita felice? Senza pianificazione statale è una sciocchezza”

    
Brancaccio: “La decrescita felice? Senza pianificazione statale è una sciocchezza”

Pubblicato il 5 mar 2013

Intervista a Emiliano Brancaccio di Gianni Colucci -
«Il Sud Italia è diventato un caso emblematico: rappresenta i rischi che corre l’intero Sud Europa senza investimenti pubblici e politiche industriali». Emiliano Brancaccio insegna economia politica all’Università del Sannio e legge i dati dell’Istat.
Al Sud più «agghiaccianti»?
«Da diversi anni accadeva che quando c’era ripresa economica il Nord ne beneficiava mentre il Sud rimaneva al palo. In caso di stagnazione economica il Nord reggeva e il Sud cadeva in depressione. Ora sta accadendo su scala allargata, a livello europeo: l’Italia e gli altri paesi del Sud Europa pagano carissima la crisi mentre la Germania regge il colpo. Dal 2007 al 2012 Italia e Sud Europa hanno perso 5 milioni di posti di lavoro e la Germania ne ha guadagnati 1,5. In tempi non sospetti, l’economista Krugman ha parlato non a caso di “mezzogiornificazione” europea».
Servono investimenti? Vanno rotti i vincoli di bilancio?
«Le politiche di austerità stanno contribuendo all’aggravamento della crisi nella zona euro e in Italia. Evidenza riconosciuta da molti premi Nobel e persino dal Fondo monetario internazionale: la restrizione della spesa pubblica e l’aumento della tassazione aggravano la caduta dei redditi e rendono difficile il rimborso dei debiti, pubblici e privati».
I dati istat confermano?
«Chiariscono la fallacia dell’opinione secondo cui l’austerità risana i bilanci».
Quindi andiamo a discutere a Bruxelles?
«Non so se ci saranno i margini. Di sicuro il pareggio in recessione lega le mani alle autorità di politica economica. Si ridiscutano i vincoli europei oppure si fa concreta la deflagrazione della moneta unica».
Il cittadino cosa rischia?
«Se si rimane nei vincoli europei aumentano le tasse e diminuisce la spesa pubblica e quindi i redditi e le possibilità di spesa si ridurranno ancora, l’occupazione diminuirà, e per lo stato sarà sempre più difficile reperire risorse fiscali».
Altrimenti?
«Uscendo dalla zona euro i singoli stati potrebbero tornare a stampare moneta. A date condizioni ciò potrebbe favorire acquisti, produzione e occupazione; ma così si svaluterebbe pure la moneta, con effetti negativi o meno sui salari a seconda che siano o meno protetti dall’inflazione. È tutto da vedere».
La crisi politica impedisce di scegliere una strada?
«Senza un governo che decida siamo indubbiamente più esposti alla speculazione. Però un dato dalle urne è già uscito: chi ha votato per Grillo e Berlusconi è più scettico degli altri rispetto all’eurozona e all’austerity».
Si riequilibra il tutto con la “decrescita” evocata da Grillo?
«Se si tratta del concetto di “decrescita felice”, la definizione è mutuata dai libri di Serge Latouche. Per essere credibile richiederebbe la pianificazione statale. In altre condizioni la decrescita è una sciocchezza ed è solo infelice».
Anche il reddito di cittadinanza appare un ’utopia?
«Di sicuro i tagli di cui tanto si parla, alla politica, alle indennità, alle auto blu, alle residenze della “casta”, non coprirebbero la spesa necessaria. Senza una messa in discussione dei vincoli europei sarà difficile per tutti far quadrare i conti della politica economica».

L’economista di Grillo: “Tutelare il lavoratore e non il posto di lavoro”

    
L’economista di Grillo: “Tutelare il lavoratore e non il posto di lavoro”

Pubblicato il 5 mar 2013

di Michael Pontrelli -
Mauro Gallegati, docente di Macroeconomia all’Università politecnica di Ancona è, ormai da molti anni, uno degli economisti di riferimento di Beppe Grillo. In questi giorni è impegnato nella redazione di una parte importantissima del programma economico del M5S: la riforma del mercato del lavoro. Lo abbiamo sentito per farci spiegare i contenuti della proposta e dissipare molte delle incertezze e incomprensioni che ancora ruotano attorno al fenomeno che sta rivoluzionando lo scenario politico italiano.
Professore, le cronache raccontano che lei starebbe scrivendo il programma del Movimento in collaborazione con uno degli economisti più prestigiosi del mondo, il premio Nobel Stiglitz. E’ vero?
“No non è vero. Stiglitz non è direttamente coinvolto. E’ vero però che avendo rapporti di lavoro con lui da circa 20 anni lo sento spesso per chiedergli qualche consiglio”.
Possiamo quindi dire che è una sorta di consulente?
“Esatto, diciamo pure così”.
Stiglitz è notoriamente un economista vicino ai democratici americani. Questo significa che anche il programma sul lavoro del M5S è di sinistra?
“Non saprei dire se è di sinistra oppure no. Quello che posso dire è che la cosa che a noi interessa maggiormente è tutelare il lavoratore e non più il posto di lavoro”.
Cosa significa concretamente?
“Che dobbiamo accettare l’idea che il lavoratore possa cambiare più volte occupazione nel corso della sua vita ma senza che questo pregiudichi la sua dignità. Per questo motivo pensiamo sia fondamentale assicuragli un supporto nei periodi di transizione in cui è disoccupato”.
Sbaglio o è la stessa cosa che dice il giuslavorista Pietro Ichino quando parla di flexsecurity?
“Le posizioni non sono troppo differenti. La differenza è che noi abbiamo espresso questa visione già nel 2007 in Schiavi Moderni mentre Ichino e parte del Pd ci sono arrivati solo successivamente”.
Il pilastro sul quale dovrebbe poggiare la tutela del lavoratore è il reddito di cittadinanza. In tanti si chiedono: dove saranno prese le risorse?
“Prima di tutto ribadisco che la proposta prevede l’erogazione di un sussidio compreso tra gli 800 e i 1000 euro per un massimo di tre anni. Il costo dell’intervento è più o meno di 20 miliardi di euro. Di questi 15 sono già spesi per la cassa integrazione e per gli altri ammortizzatori sociali esistenti. Bisogna quindi trovarne altri 5. Attraverso tagli ai costi della politica, alle missioni militari estere e all’acquisto dei cacciabombardieri queste risorse mancanti possono essere reperite senza problemi”.
Se vogliamo proprio essere precisi il reddito di cittadinanza è in realtà un sussidio che viene concesso alla persona in quanto tale e non in quanto inoccupata. Mi sembra di capire invece che la vostra proposta è più un nuovo sussidio di disoccupazione.
“Garantire a tutti un reddito di cittadinanza vero e proprio costerebbe circa 200 miliardi. E’ un obiettivo cui ci piacerebbe arrivare nel lungo periodo ma per fare questo sarebbero necessarie diverse riforme importanti tra cui la riduzione della corruzione che attanaglia il Paese”.
Grillo ha duramente criticato i sindacati e poi ha parlato di partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese. Cosa significa concretamente?

Molto da imparare poco da insegnare

    
Molto da imparare poco da insegnare

Pubblicato il 5 mar 2013

di Marco Revelli -
I tedeschi, che di filosofia della storia se ne intendono (quantomeno per averla inventata), le chiamano «epoche assiali». Achsenzeit: un tempo in cui il mondo ruota sul suo asse, e ogni cosa si rovescia. E noi ci siamo dentro fino al collo. Basta dare un’occhiata a Roma, mai come oggi caput mundi nel simbolismo del vuoto che ostenta. Vuoto tutto. Vuoto il Sacro Soglio, con un papa arreso al disordine spirituale del mondo e al disordine morale della curia romana. Vuoto il Parlamento, capace forse di rappresentare il mosaico infranto della nostra società ma impossibilitato comunque a produrre uno straccio di sintesi.
Vuoto, tra poco, il Colle dove è vissuto l’ultimo Sovrano tentato di governare lo stato d’eccezione permanente in cui siamo caduti. Vuota persino la poltrona del capo della polizia.
Certo, il combinato disposto di burocrazie e sistema dell’informazione si è messo al lavoro per metabolizzare il tragico nel banale: le prime assorbendo nella continuità procedurale anche le più dirompenti discontinuità reali (non comunica forse un senso di teatro dell’assurdo tutto questo accanimento sui tempi del Conclave, il motu proprio, le modalità dell’arrivo dei Cardinali mentre si è appena schiantato il dogma dell’infallibilità del Capo? o, si parva licet, l’immagine del povero Bersani, a disquisire in un’estemporanea conferenza stampa sul diritto del perdente arrivato primo a dare inizio alle danze nel salone d’onore mentre fuori, come dopo un’esplosione nucleare, è persino difficile identificare i muri entro i quali raccogliersi…).
Il secondo – il famigerato sistema dei media – pronto, nella sua ingordigia di spettacolarità, a divorare ogni evento consumandolo per lasciarlo alla fine spolpato come se, una volta spenti i riflettori, esso non producesse più effetti. E tuttavia nulla potrà occultare o attenuare la potenza tellurica del mutamento. Il cambio di scenario. La rottura di paradigma – chiamiamolo come vogliamo – che quest’inizio di 2013 ha rivelato in tutta la sua portata.
«È finita», urlava Grillo dal palco. E può apparire un paradosso che sia toccato a un ex comico annunciarlo, nel linguaggio della commedia dell’arte. Le elezioni politiche italiane non hanno certo un valore programmatico, lo vedrebbe anche un cieco che non indicano nessuna via d’uscita. Ma uno diagnostico sì. Ci dicono che è finita una forma della politica. Ridiciamolo nel modo più sgradevole: che è finita la politica del Novecento. Quella in cui una società sostanzialmente aggregata in gruppi e classi si strutturava e riconosceva stabilmente nella forma del partito politico e attraverso questo provava a esprimersi e a contare dentro le istituzioni. Ci dicono anche che il suo tentativo di prolungarsi, e sopravvivere a se stessa nell’ultimo periodo, era diventato insopportabile: un misto di finzione e supponenza. Di filisteismo e rapacità. Tanto più odiosi, quanto più accompagnati al fallimento sostanziale, e trasversale, di un’intera classe politica nella gestione di quella cosa pubblica della cui proprietà pretendeva di mantenere il monopolio.

martedì 5 marzo 2013

Il Portogallo scende in piazza contro la Troika

    
Il Portogallo scende in piazza contro la Troika

In Italia i media non hanno ritenuto la notizia degna di interesse

di Ludovica Schiaroli -
Centinaia di migliaia di manifestanti sono scesi in piazza ieri (sabato 2 marzo) per protestare contro le misure imposte da BCE, Fondo Monetario e Unione Europea che dopo la riduzioni di salari e pensioni imposti nel 2012 stanno concordando con il governo di Pedro Passos Coehlo un aumento delle tasse e ulteriori tagli per 4 bilioni di euro per i prossimi due anni.
Mentre nelle stanze del governo era in corso la missione della Troika, le piazze del Portogallo si riempivano di insegnanti, lavoratori, studenti, dipendenti pubblici… che stanno subendo la peggiore recessione dal 1970.
La manifestazione e stata organizzata da un gruppo di attivisti indipendenti dal nome suggestivo “Si fotta la troika” che dal 2012 utilizza la rete come piattaforma politica. Molti i messaggi e gli slogan scanditi dai manifestanti e diretti al primo ministro del governo di centrodestra Coehlo: “l’austerità uccide”, “potere alla gente”, “oggi ci sono io per strada, domani ci sarai tu” oltre alla richiesta di nuove elezioni. Qualcuno ha raccontato che lungo i cortei risuonavano le parole di “Grandola Vila Morena”, la canzone che diede il segnale di inizio, alla mezzanotte della 25 aprile del 1974, alla Rivoluzione dei Garofani. Intervistato dalla televisione Armenio Carlos, il leader della più grande confederazione dei lavoratori portoghesi, ha ribadito la sua assoluta contrarietà alle misure di austerità imposte dall’Europa e ha sottolineato la necessità per il Paese di potere rinegoziare il suo debito.
Ad oggi non ci sono numeri precisi sul numero di manifestanti, anche se gli organizzatori parlano di oltre un milione di persone scese in piazza in tutto il Portogallo, quello che lascia stupiti è che in Italia i media non hanno ritenuto la notizia degna di interesse. È stata battuta un’ansa di quattro righe ieri alle 14,00 poi è calato il silenzio.
da popoff.globalist.it

Cosa insegnano le elezioni e i perché della sconfitta

    
Cosa insegnano le elezioni e i perché della sconfitta

Pubblicato il 4 mar 2013

di Domenico Moro -
Questa è la seconda volta che andiamo al tappeto e per la seconda volta bisognerà provare a rialzarsi. Come nel pugilato, solo chi è veramente determinato riesce a farlo. Tuttavia, rialzarsi per continuare a incassare pugni come un pugile suonato sarebbe assurdo. Quando si va al tappeto non ci si rialza subito, si aspetta il conteggio dell’arbitro, sfruttando ogni secondo per riprendere fiato e lucidità. Ecco, riprendere fiato, per noi, vuol dire ragionare a mente fredda e cercare di capire il perché e il percome è successo un’altra volta.
Nessuno ha la verità in tasca. Tuttavia, cerchiamo di vedere se è possibile individuare dei fatti precisi da cui partire. In primo luogo cosa dimostrano queste elezioni? A mio modo di vedere, dimostrano tre cose. Primo, il bipolarismo è fallito. Secondo, il governo Monti e la maggioranza che lo sosteneva sono stati bocciati. Terzo l’Europa stessa – o meglio l’europeismo dei mercati finanziari – è stata bocciata.
I dati e i numeri non si prestano a interpretazioni diverse. Le forze che hanno sostenuto il governo Monti hanno subito salassi qualche volta mortali. Lo stesso recupero di Berlusconi, che pure c’è stato, è in realtà molto relativo. Come partito il Pdl passa dai 13,6 milioni di voti del 2008 ai 7,3 del 2013, perdendo quasi la metà dei suffragi. Come coalizione Berlusconi perde la bellezza di 7,1 milioni, passando dal 46,8% al 29,1%. Il Pd perde meno ma subisce sempre un salasso incredibile passando dai 12 milioni agli 8,6 milioni e come coalizione perde 3,6 milioni di voti, passando dal 37,6% al 29,5%. Il risultato, ben al di sotto delle aspettative, del centro di Monti, fino all’altro ieri ritenuto il salvatore della patria, e la cancellazione dal panorama politico di Casini e Fini completa il quadro di bocciatura della grande coalizione che ha sostenuto il governo Monti ed implementato le politiche europee. Il pareggio tra i due vecchi poli, soprattutto l’emergere del polo di Grillo e, sebbene in misura minore, il consolidarsi di un centro al 10%, suona la campana a morto per il bipolarismo in sé stesso. Ma c’è un altro elemento fondamentale che si lega alla fine del bipolarismo, al crollo dei partiti tradizionali e di cui bisogna tenere conto, e che invece sembra passare inosservato. Si tratta dell’aumento dell’astensionismo, una tendenza storica ormai consolidata che neanche la straordinaria affermazione di Grillo è riuscita ad invertire. La partecipazione al voto – senza contare le schede bianche o annullate – è passata dall’83,6% del 2006, all’80,5% del 2008 e al 75,2% del 2013. In valore assoluto gli astenuti sono passati da 7,7 a 9,2 e a 11,7 milioni. 2,5 milioni in più solo tra le ultime due elezioni.
Per quanto possa sembrare paradossale il vero grande sconfitto da questa competizione è il capitale finanziario transnazionale. Il suo candidato era il ticket Bersani-Monti, come detto chiaramente nell’editoriale del 16-22 febbraio di The Economist, la più autorevole espressione di questo settore. Ora, il problema, per questi signori, è che è saltato il feticcio della “governabilità”, in altre parole la possibilità di implementare le politiche europee, dal fiscal compact alle varie controriforme. Di fatto, gli italiani col loro voto per Grillo, fregandosene di spread e governabilità, hanno fatto saltare i piani europei, in una sorta di referendum implicito sull’euro, e hanno lasciato il capitale senza un sistema politico funzionale.
A questo punto c’è da domandarsi perché gli italiani che hanno bocciato il governo Monti e l’Europa hanno concentrato il loro voto su Grillo e non hanno votato noi. Anzi, per la sinistra è stata una debacle generale, che coinvolge tutti e prosegue la tendenza emersa già tra 2008 e 2006, quando si persero più di 3 milioni di voti, come effetto della partecipazione al governo Prodi. Nel 2008 Idv, Prc (che comprendeva Sel), PdCI e verdi presero il 7,5%, oggi il 5,4%, passando dai 2,7 milioni del 2008 a poco più 1,8 milioni. Eppure, questa volta eravamo fuori dal Parlamento e ci siamo schierati contro Monti. Quindi, perché? La risposta è complessa e semplice insieme: abbiamo perso credibilità già da tempo e negli ultimi tempi non siamo riusciti a recuperarla, diminuendola ancora.

Non una resa, una ripartenza

di Claudio Grassi

Non una resa, una ripartenza

Pubblicato il 4 mar 2013
Sono state dette tante cose su queste elezioni. Ancora tanto si scriverà, visto il vero e proprio terremoto che hanno provocato e visto il quadro politico completamente instabile che hanno determinato. Mi limito ad elencare alcune brevi considerazioni.

Chi ha vinto?
Beppe Grillo e il M5S. 25 per cento. Ben al di sopra delle più rosee aspettative. Raccoglie voti a 360 gradi, dagli elettori delusi del centrodestra, del centrosinistra e della sinistra (in numero maggiore) e tra gli astenuti. È mia opinione che il grosso di questi consensi non siano dovuti ad una condivisione del programma che il M5S ha presentato. È stato invece un voto contro. Contro la politica, contro i partiti, contro la casta, tutti egualmente responsabili dell’attuale disastro. Mandiamoli tutti a casa. L’intreccio tra la crisi economica (che peggiora le condizioni non solo dei ceti sociali più deboli, ma anche di commercianti, artigiani, agricoltori, piccoli imprenditori) e il disgusto provocato da una classe politica che ha continuato a rubare a man bassa è stato il lievito potente di questo consenso. Valutazioni interessanti sono state fatte da Wu Ming sul successo di Grillo
Chi non ha perso?
Berlusconi (e il Pdl). Rispetto alle precedenti elezioni ha perso milioni di voti, ma il confronto va fatto con la situazione disastrosa in cui si trovava un anno fa. Dato per spacciato, è stato capace – e non è la prima volta – di una rimonta eccezionale che lo ha portato a sfiorare come coalizione la vittoria alla Camera. Lo ha fatto come sa fare lui, estremizzando il messaggio, sapendo di poter solleticare da un lato le pulsioni di una parte importante del Paese che evade il fisco (il condono tombale), dall’altro facendo leva sui bisogni materiali di tanta povera gente, promettendole soldi (restituzioni dell’Imu). Il tutto attaccando Monti e prendendo le distanze dalle sue politiche (che pure aveva votato), che hanno prodotto grande disagio nel Paese. Deridere la sua spregiudicatezza e rispondere a questi temi – come ha fatto il Pd – in modo aristocratico è stato uno dei principali errori di Bersani in questa campagna elettorale.
Chi ha perso?
Indubbiamente il Pd e, nel Pd, Bersani. Sicuro di vincere, si è trovato con un risultato che non gli consente di governare il Paese. Il Pd non ha i numeri per governare non solo – come aveva ipotizzato Sel – come coalizione di centrosinistra, ma nemmeno – come aveva sempre sostenuto Bersani – con Monti. Oggi il segretario del Pd si deve umiliare ad inseguire un accordo con Beppe Grillo che – per tutta risposta – lo definisce un “uomo morto” e “faccia da culo”. L’accordo difficilmente si farà e ciò segnerà il tramonto di Bersani, non adatto a guidare il Governo e non più in grado di tenere le redini del Pd dopo una sconfitta così cocente.
Ha perso anche Monti e chi aveva puntato – come l’Economist e i poteri forti europei- ad un Governo Bersani-Monti per dare continuità alle politiche di austerità e rigore. Il professore della Bocconi non solo ha fallito nel suo obiettivo di fare da calamita tra un pezzo del Pd e un pezzo del Pdl, ma, non essendo i suoi voti determinanti, non può nemmeno giocare da ago della bilancia.
Ma chi ha perso più di tutti siamo stati noi, la lista Rivoluzione Civile. Non solo perché abbiamo raccolto un consenso che nemmeno i più pessimisti potevano lontanamente immaginare, ma perché oltre al risultato negativo vi è (per quanto riguarda Rifondazione Comunista per la seconda volta) l’esclusione dal Parlamento.
Potevamo fare diversamente? Vi era in campo un’altra ipotesi che poteva darci un risultato migliore? Non mi pare. Errori sicuramente sono stati commessi sia nella composizione delle liste, sia nella scelta dei temi su cui ci siamo caratterizzati nella campagna elettorale, ma questi elementi non sono stati determinanti nell’esito del voto. Il dato vero è che non siamo riusciti ad aprirci uno spazio tra la spinta al voto utile del centrosinistra e la forza attrattiva di Grillo nel fare il pieno del voto di protesta.
In sostanza siamo apparsi né carne né pesce. Né pungolo ad un eventuale Governo di centrosinistra, né polo credibile alternativo al centrodestra e al centrosinistra. Può non piacere, ma siamo stati percepiti così.
Il risultato politico di queste elezioni è stato molto negativo per Rivoluzione Civile, ma non si può dire che sia stato positivo per chi ha investito nell’internità al centrosinistra. Nonostante il forte calo del Pd e il nostro insuccesso, Sel non raccoglie minimamente questi consensi, ottenendo un dato di poco superiore al 3 per cento. Penso che i compagni e le compagne di Sel commetterebbero un grave errore se – avendo eletto un buon numero di parlamentari anche grazie ad un mostruoso premio di maggioranza – non aprissero anche loro una riflessione sulle difficoltà che ha incontrato il loro progetto politico e per riaprire un dialogo a sinistra. A maggior ragione in una situazione dove la leadership del Pd, molto probabilmente, passerà da Bersani a Renzi e considerata la buona probabilità che la legislatura appena iniziata si interrompa molto prima della sua scadenza naturale.
Che fare?
Per quanto riguarda Rifondazione Comunista non si può non inquadrare questo dato come la chiusura fallimentare di un ciclo, quello apertosi nel 2008. Forse non aveva tutti i torti chi nel congresso di Chianciano tentò fino all’ultimo che si evitasse quello sbocco. Sta di fatto che il tentativo di rilanciare Rifondazione Comunista non è riuscito, così come non è riuscito il tentativo di costruire – attorno ad essa – la sinistra di alternativa. Basta scorrere i passaggi essenziali: alle elezioni europee del 2009 la lista Prc – Pdci raccolse il 3,4% e considerammo quel dato non positivo. Alle regionali del 2010 – come Federazione della Sinistra – arretrammo al 2.7%, dato che si confermò alle amministrative seguenti. La Federazione della Sinistra di fronte al passaggio delle elezioni politiche si è divisa nei fatti, nonostante non vi sia mai stato un atto formale di scioglimento. Infine – nonostante le opportunità che ci ha aperto la disponibilità di Ingroia ad accettare di guidare la lista di Rivoluzione Civile (e la presenza aggiuntiva rispetto la Fds di Idv e Verdi) - il consenso è ulteriormente calato al 2,2%.
A fronte di un bilancio così negativo occorre prendere delle decisioni che non possono essere di semplice manutenzione. Lo deve fare prima di tutto il gruppo dirigente che deve assumersi la responsabilità di non essere riuscito a raggiungere gli obiettivi che si era prefisso. Non si tratta di una fuga dalla realtà nel momento di massima difficoltà. È l’esatto contrario. Proprio per cercare di salvare un importante patrimonio politico e umano com’è ancora quello rappresentato da Rifondazione Comunista, mostratosi così generoso anche in questa campagna elettorale, dobbiamo fare qualcosa che non può essere riconducibile alla normale amministrazione.
Dobbiamo essere noi per primi a dare un segnale di svolta e di cambiamento. Questo segnale deve andare in due direzioni. Da una parte occorre un ricambio dei gruppi dirigenti. Non esiste nessun partito politico che dopo un numero così significativo di insuccessi non abbia dato vita ad un ricambio. Dall’altra dobbiamo avere l’onestà di riconoscere che noi da soli non ce la facciamo e che dobbiamo metterci a disposizione – aprendo un dialogo con tutti i soggetti politici, sindacali, di movimento che stanno a sinistra del Pd – per iniziare il percorso che porti alla costruzione di una nuova forza di sinistra alternativa, all’interno della quale far vivere e crescere il patrimonio politico, ideale, umano di Rifondazione Comunista e dei comunisti. Se non affrontiamo di petto questo problema, anche le compagne e i compagni che con grande passione e generosità sono rimasti, rischiano di ridursi sempre di più come sta avvenendo, purtroppo, da anni.
Se siamo d’accordo su questo, le modalità con cui raggiungere questi obiettivi si possono discutere. In ogni caso le decisioni su come procedere debbono essere largamente condivise altrimenti il processo non sarà evolutivo, ma drammaticamente involutivo. E, al punto in cui siamo, non potremmo certo permettercelo.

lunedì 4 marzo 2013

Non rese dei conti, ma svolta per il bene dellasinistra.

 

imagesLa nostra è una sconfitta netta e senza appello. Proponiamo alcuni spunti, un contributo per capire e ripartire.
  1. Le dimensioni del terremoto a cui assistiamo sono tali da impedirci di leggere la nostra sconfitta in termini vittimistici od autoassolutori. Non è sempre colpa degli altri. Non è colpa del popolo che non ci ha capito o della legge elettorale.
  2. Abbiamo dimostrato di non riuscire a capire la società italiana: non prevedere neppure lontanamente il risultato di Berlusconi né la portata della vittoria di Grillo significa non avere il polso del Paese. Per chi fa politica non si tratta di un dettaglio.
  3. Il voto del nostro elettorato si è polarizzato tra una sinistra con ambizioni di governo (con un profilo e contenuti moderati) e una critica radicale al sistema politico (con venature populistiche). Lo spazio politico tra centro-sinistra e Grillo si è ridotto con queste elezioni al punto che ogni opzione intermedia è risultata – agli occhi della nostra stessa gente – inutile e velleitaria. Anche nella mancata comprensione di questa tendenza vive una nostra specifica responsabilità.
  4. Tuttavia, nelle condizioni a cui eravamo giunti, lo sbocco di Rivoluzione Civile con Ingroia candidato presidente del Consiglio era non soltanto lo sbocco obbligato ma anche quello realisticamente più avanzato. Sono stati fatti certamente errori nella campagna elettorale e nella compilazione delle liste, ma non è certo questo il punto di fondo. Non c’erano, nelle condizioni date, alternative realistiche alla scelta compiuta.
  5. La forza di Sel è uscita dalle urne altrettanto ridimensionata. Il risultato complessivo è molto deludente. Soltanto la sua scelta di coalizzarsi con il Pd e questa legge elettorale le hanno consentito di eleggere parlamentari.
  6. La nostra sconfitta non è la prima. È quella più clamorosa, ma è soltanto l’ultima di una serie non interrotta di sconfitte e arretramenti, a partire dal risultato dell’Arcobaleno del 2008.
  7. La responsabilità di questi errori e di queste sconfitte è nostra, di tutti noi. Ma i gruppi dirigenti dei partiti della Sinistra italiana, a partire da quelli più ristretti, portano sulle spalle le responsabilità maggiori. Per questo è segno di maturità e di intelligenza politica che lo riconoscano facendo un passo indietro. Non servono rese dei conti, ma il coraggio di cambiare e avviare un processo di radicale rinnovamento. Dei gruppi dirigenti e delle forme e delle modalità dell’iniziativa politica.
  8. Questo è un punto determinante: il Movimento 5 Stelle vince anche perché è percepito come un luogo diretto di protagonismo e democrazia delle persone in carne ed ossa. I partiti sono (e sono percepiti) come luoghi inaccessibili e incartapecoriti, vittime di burocrazie e liturgie stantie. La piramide, come si diceva un tempo, va rovesciata e i soggetti reali devono essere finalmente coinvolti e resi protagonisti dei processi decisionali.
  9. La linea politica va decisa e riorientata nei passaggi clamorosamente complessi che abbiamo di fronte. Non servono svolte a destra né svolte a sinistra. È invece necessario rilanciare il ruolo dei comunisti dentro un processo di aggregazione nuovo di tutta la sinistra italiana: Stati generali o Costituente. Ma certo non è possibile stare fermi.
  10. Per farlo serve la massima unità e compattezza tra noi, a partire da quel popolo che in questi mesi di campagna elettorale ha dimostrato nei territori, in ogni città e in ogni piazza, di sapere fare politica e di saperla fare con il cuore e con la testa. Un patrimonio che non va disperso. Non lo disperderemo soltanto se saremo capaci di individuare, indicare e costruire un progetto politico. Radicalmente nuovo, unitario, di sinistra, non minoritario, in connessione finalmente con la società, le sue tensioni, le sue contraddizioni.
Simone Oggionni, Francesco D’Agresta

Rivoluzione Civile

Un suicidio in 8 mosse - senzasoste -
Rivoluzione Civile ha fatto flop, in maniera forse inattesa visto che i sondaggi pre-elettorali davano pronostici diversi che parlavano di percentuali basse ma comunque sufficienti per entrare almeno in Parlamento. L'apparato politico che componeva il cartello elettorale a sostegno di Ingroia cercherà colpe ovunque al di fuori delle proprie stanze (proprio l'ex magistrato ha già dichiarato che "è colpa di Bersani che non si è voluto alleare con noi"...), ma la sostanza è che le responsabilità sono tutte da addebitare proprio alla proposta politica messa in campo da Rivoluzione Civile. Un'offerta elettorale pessima per tanti motivi, racchiudibili in 8 punti principali. Vediamoli.
1 - Progetto di emergenza elettorale calato dall'alto
Dopo il fallimento dell'Arcobaleno nel 2008, la sinistra aveva una sola cosa da fare: iniziare a lavorare alla creazione di un nuovo soggetto politico, con facce diverse, parole d'ordine diverse, progettualità e prospettive diverse. Doveva farlo subito, il giorno dopo le elezioni (visto che fra l'altro non aveva neanche impegni istituzionali). Invece non solo non l'ha fatto subito, ma si è ritrovata a ridosso delle elezioni di cinque anni dopo a mettere in piedi un progetto che è apparso a tutti solo come un cartello elettorale di raccattati messi insieme per entrare in Parlamento. Progetto che poteva anche essere sensato nella sua idea di fondo (offrire una alternativa a chi voleva dare un voto di rottura mantenendo un'identità di sinistra che Grillo non dava) ma appunto se costruito nel tempo e dal basso. Invece, anziché nel tempo e dal basso, è stato messo in piedi ad appena un mese dalle elezioni e calato dall'alto dalle segreterie di 4 partitini, risultando incomprensibile e quasi sconosciuto all'elettorato.
2 - Disponibilità alla sottomissione
Quando i giornalisti ponevano ad Ingroia la fatidica domanda "ma così non portate via i voti al Pd?", lui rispondeva che era il contrario, perché Rivoluzione Civile avrebbe portato in Parlamento i voti necessari affinché, quando Bersani avesse avuto bisogno dei numeri per governare, anziché guardare a Monti avrebbe guardato a sinistra. Un autogol strtegico e comunicativo pazzesco: perché io elettore di sinistra anti-Pd dovrei votare per una lista che si dichiara già in partenza disponibile alla sottomissione? Magari in cambio di qualche puzzolente poltrona fra l'altro. Se voto per una lista alternativa al Pd, è chiaro che NON voglio che governi il Pd. E Grillo in questo senso dava maggiori garanzie (se saranno certezze lo vedremo già dai prossimi giorni). In quella scienza impietosa che è la politica, la disponibilità alla sottomissione emana debolezza e allontana l'elettore.
3 - Impronta fortemente legalitaria
Magistrati e poliziotti. Questo l'impatto, secco, tranciante, che ha avuto Rivoluzione Civile sull'elettorato. Ci vuole poco a capire che sono categorie che a sinistra piacciono a pochi. Che poi effettivamente non c'erano solo loro, ma chi studia comunicazione politica sa bene che il gossip amplifica la portata di cose che da marginali diventano caratterizzanti: in Rivoluzione Civile c'è un poliziotto che è contrario ai numeri identificativi sui caschi e sulle divise, quindi per l'impatto complessivo sulla gente, Rivoluzione Civile E' il movimento che è per la repressione poliziesca. Non è così in verità, ma è così per i media e la rete che trasmettono il concetto in maniera virale. Quindi, anche se non è verità, lo diventa. L'impronta legalitaria era stata pensata per sfondare almeno nelle regioni del sud tipo Campania e Sicilia, ma alla prova dei numeri è stato un fallimento anche lì.
4 - Assenza di idee nuove e mancanza di parole contro la Casta
L'approssimazione dal punto di vista della comunicazione politica si è vista anche dall'assenza di proposte nuove, d'impatto, rivoluzionarie ma per davvero. Berlusconi si è inventato la restituzione dell'Imu, ben sapendo che in campagna elettorale vale tutto e che tanto gli italiani hanno la memoria corta. Ad Ingroia bastava anche una sola proposta rumorosa, ma non l'ha trovata. Paradossalmente sarebbe bastato copiarne alcune di Grillo sull'antipolitica, magari personalizzandole con un vestito di sinistra, invece niente. Bastava dire che anche Rivoluzione Civile è per la restituzione dei rimborsi elettorali e per il limite a due mandati in Parlamento, magari aggiungendoci idee sulla partecipazione diretta e non solo virtuale della gente alle decisioni da prendere nel corso della legislatura. Invece nulla, tabula rasa.
5 - Nome debole
Rivoluzione Civile è un ossimoro. Puntigliosità linguistica dei rivoluzionari duri e puri? No, verità assoluta che a livello di comunicazione politica ha un effetto latente, inconscio, penetrante nelle menti delle persone. La Rivoluzione non è un pranzo di gala, diceva Mao. Ingroia e compagni hanno dato invece l'idea che volevano andare al buffet di Montecitorio a farsi una bella mangiata. L'impatto del brand "Rivoluzione Civile" è praticamente lo stesso del "metteremo dei fiori nei vostri cannoni", il proseguimento del noioso filone arcobalenista. Perdente.
6 - Candidature di dinosauri impresentabili
Diliberto, Di Pietro, Ferrero, Bonelli. Pensavano forse che gli elettori non si sarebbero accorti che dietro ad Ingroia c'erano comunque loro? Diliberto è quello della scissione cossuttiana voluta perché i "comunisti-italiani" ci tenevano un sacco a fare le guerre in giro per il mondo insieme al governo D'Alema. Ma è anche quello del sostegno ufficiale a Bersani nella campagna per le primarie (!), che poi quando lui non li ha ringraziati dopo la vittoria si è anche offeso (incredibile, ma vero). Come può un elettore pensare che appena seduto sul seggiolone parlamentare Diliberto non avrebbe iniziato subito ad elemosinare un posto da alleato di Bersani? Di Pietro, dopo la famosa inchiesta di Report, è diventato il simbolo dei privilegi della Casta. E in quanto tale destinato ad essere polverizzato in un momento come questo in cui la congiuntura politica parla il linguaggio di Grillo.
7 - Assenza di carisma e di una rappresentazione della rabbia sociale
Ingroia è Crozza che fa Ingroia. Giusto? Sbagliato? Non importa, è così. In una campagna elettorale contano (molto più di quanto si pensi) anche le caricature, la satira, le prese in giro. Crozza ha fatto l'imitazione di tutti i leader tranne Grillo (perché lui è già la caricatura di sé stesso, o forse più semplicemente perché non lo sappiamo ma Crozza parteggia per Grillo). Berlusconi era lo strafottente, Monti era il robot, Bersani era l'uomo delle metafore di provincia. E Ingroia? Era lo svogliato. Sì, lo svogliato. Cioè, il leader della parte politica che doveva rappresentare la rabbia sociale, la rivoluzione, il grido di opposizione, non ne aveva voglia. Parodia ingenerosa quella di Crozza? Forse un po' sì, ma è innegabile che il carisma Ingroia o non ce l'ha o l'ha lasciato a casa durante tutta la campagna elettorale. Ci voleva un leader che parla alla pancia della gente, che fa sussultare il cuore e fa vibrare le emozioni. Una mente appassionata e che appassiona. Invece no, candidano l'addormentato.
8 - Mancanza di un rapporto diretto con i movimenti e col mondo del lavoro
E questo è il punto che viene per ultimo ma probabilmente è il più importante. Da una proposta politica di sinistra vorremmo aspettarci tutto ciò che il Pd non offre. In primis una riforma strutturale, organica, nuova, coraggiosa, del diritto del lavoro e del welfare. Una prospettiva per i giovani disoccupati, per i licenziati che non trovano più lavoro, per i precari, gli atipici, i sottopagati. Ma una proposta vera, credibile, concreta, con cui identificarsi per anni fino al suo ottenimento. Possibile che non siano riusciti a partorire niente in questo senso? A pensarci bene è incredibile. Non basta parlare in termini generici su quell'argomento, ti devi differenziare con proposte che non produce nessun altro. Deve essere quello il cambio di passo, altrimenti perché la gente ti dovrebbe votare? E andando al di là del lavoro, su tutti gli altri temi fondamentali come l'ambiente, le battaglie contro le grandi opere inutili tipo la Tav, contro le privatizzazioni dei beni comuni (acqua, scuola, sanità, trasporti), contro le guerre, contro l'emergenza abitativa, perché non è stata percepita la vicinanza da parte dei movimenti? Non era difficile fra l'altro, perché la piattaforma politica era già scritta da chi ogni giorno combatte nelle trincee dei luoghi di lavoro e dei territori.
Da domani avranno cinque anni di tempo per costruire tutto questo. Scommettiamo che non lo faranno?
redazione
26 febbraio 2013

domenica 3 marzo 2013

A che punto è la notte

 

 
Una delle principali banche del paese ha maturato 2,2 miliardi di perdita netta nell’ultimo trimestre del 2012 e ha dovuto accantonare 1 miliardo per spese legali. La banca centrale ha ridotto ancora le previsioni di crescita. Nel solo mese di dicembre le vendite al dettaglio sono calate dell’1,7% rispetto a novembre, e del 4,7% rispetto al dicembre del 2011. No, non stiamo parlando dell’Italia, ma della Germania.

Della situazione drammatica in cui versano i paesi europei in crisi sappiamo molto: della disoccupazione in Spagna, dell’aumento dei suicidi in Grecia, e ovviamente dei fallimenti di imprese in Italia. Meno noto, invece, è il fatto che i paesi europei ritenuti «virtuosi» e «al sicuro» non se la passano affatto bene: la Banca Centrale dei Paesi Bassi prevede per l’Olanda un –0,5% del Pil nel 2013, e un ulteriore calo nel 2014; la disoccupazione è in aumento in Finlandia; quanto alla Francia, in cronico deficit della bilancia commerciale, lo stesso ministro del Lavoro l’ha definita «uno Stato in totale bancarotta».
Cosa sta succedendo? Semplice: nel 2007-2008 è saltato un modello di sviluppo che aveva sostenuto per trent’anni la crescita economica dei paesi a capitalismo maturo. Un modello imperniato sulla finanza e sul debito (privato e pubblico). L’implosione di quel modello non è più reversibile di quanto lo fosse la caduta del Muro di Berlino. Ciò nonostante tutti gli sforzi dell’establishment occidentale in questi anni sono stati indirizzati a rappezzare quel modello andato in frantumi.
Si spiegano così l’assenza di regolamentazione dei derivati, il tentativo (riuscito) di ritardare al massimo l’entrata in vigore delle nuove regole sul capitale delle banche, e infine l’abortita supervisione europea delle banche (che varrà soltanto per le pochissime banche con attivi superiori ai 30 miliardi di euro, ed entrerà in vigore non prima dell’aprile 2014).
Non solo: come ha rilevato Bill Gross di Pimco, il maggiore fondo d’investimento specializzato in obbligazioni, «quasi tutti i rimedi contro la crisi proposti sino a oggi dalle autorità di tutto il mondo hanno affrontato il problema con l’obiettivo di favorire il capitale contro il lavoro». Ma in Europa a questa durissima guerra di classe si è unita una guerra feroce tra capitali. Una guerra determinata dal tentativo del capitale di Germania e paesi satelliti di far sì che la distruzione di capitale in eccesso oggi necessaria avvenga nei paesi periferici, da trasformare sempre più in fornitori di manodopera e di beni intermedi a basso costo per lo hub economico centrale dell’Europa – la Germania, appunto.
Il vero significato dell’austerity estrema imposta a paesi già fiaccati dalla crisi sta tutto qui. Ma questo obiettivo, in parte conseguito (la regressione della produzione industriale italiana ai livelli del 1988 parla da sola), ha comportato un pesante effetto collaterale: un crollo di redditi e consumi dei paesi periferici di tale entità da avere un impatto assai pesante sugli scambi commerciali intraeuropei. E quindi anche sull’export della Germania e degli altri paesi del Centro-Nord dell’Europa. Risultato: il problema della sovrapproduzione industriale, appena scaricato sulle spalle dell’Europa del Sud, si ripresenta come un incubo nella stessa Germania.
Inoltre l’accesso ai mercati extraeuropei è reso più impervio dalla guerra valutaria scatenata dagli Stati Uniti e dal Giappone attraverso imponenti immissioni di liquidità nel sistema che hanno avuto l’effetto di provocare un forte indebolimento di dollaro e yen nei confronti dell’euro. Crisi economica, disoccupazione di massa, deflazione salariale, guerra valutaria: quattro ingredienti cruciali della crisi degli anni Trenta sono chiaramente dispiegati davanti ai nostri occhi, mentre anche il crescente attivismo militare europeo in Africa contribuisce a riportarci indietro di decenni.
È in questo contesto che i movimenti di opposizione, in Italia e in Europa, dovranno saper collocare i loro obiettivi. A cominciare dall’opposizione alle politiche di austerity depressiva e alla cornice istituzionale entro la quale si collocano, di cui il famigerato Fiscal Compact è soltanto l’ultimo tassello. Una cornice che ormai serve soltanto a puntellare malamente un modello di sviluppo che ha fatto fallimento.

L'instabilità deprime i mercati. O li eccita?

di Andrea Baranes
Dopo il terremoto del voto del 24 e 25 febbraio, è iniziato il rally delle borse e dello spread. Ma il problema non è che l'instabilità politica rischia di allontanare gli investimenti finanziari. Il problema è che rischia di attrarli.
Il giorno dopo le elezioni, tutti a guardare come reagiranno “i mercati”. Lo spread aumenterà? La Borsa subirà un contraccolpo? Leggendo i giornali, si conferma l'assurdo potere attribuito ai mercati finanziari, che grazie alla loro sfera di cristallo sarebbero gli unici in grado di dirci quanto sia grave la situazione attuale, l'ingovernabilità del Paese e il futuro che ci attende.
Il responso è chiaro, l'oracolo finanziario non lascia spazio a illusorie speranze: ci attende un periodo di forti turbolenze, se non di peggio. È probabile che sia così. È altrettanto probabile, però, che l'instabilità sarà legata a motivi opposti ai quelli a cui solitamente si pensa. La finanza non è spaventata dall'incertezza che si prefigura nella politica italiana. Gli investitori non fuggono l'Italia. È l'opposto. La finanza è attratta ed eccitata da questa incertezza. L'Italia diventa un obiettivo.
Cerchiamo di capire. Speculare significa in parole semplici comprare qualcosa, sperare che il prezzo salga e poi rivenderlo. Oggi è possibile anche speculare al ribasso, ma questo non cambia i termini della questione. Più i prezzi si muovono rapidamente, più interesse c'è nel portare avanti una speculazione. Compro una casa per 100.000 euro. Se dopo un anno vale 101.000 euro posso rivenderla guadagnando 1.000 euro. Ho realizzato una speculazione, ma il margine di profitto è bassissimo, l'1% in un anno. Il gioco diventa molto più interessante se il mercato delle case è in preda a fortissime oscillazioni, se nel giro di pochi mesi c'è il caso che il prezzo della casa raddoppi (o si dimezzi).
Nessuno specula sui Bund tedeschi, perché sono noiosissimi. Li compro a 100, e qualsiasi cosa succeda tra un anno varranno sempre 100, oltre a darmi un minuscolo tasso di interesse. Ma non è il tasso di interesse a muovere i grandi capitali. Sui titoli esistono due forme di profitto possibile. Uno è il tasso di interesse su obbligazioni e titoli o il dividendo sulle azioni. L'altro è la differenza tra prezzo di acquisto e di vendita di un dato titolo, in gergo tecnico il capital gain o guadagno in conto capitale. Ed è questo ad attirare gli speculatori alla continua ricerca di elevati profitti nel più breve tempo possibile. È lì che si possono fare i soldi veri. Chi specula non guarda certo al fatto che in un anno un titolo italiano possa rendere l'1% in più di uno francese. Guarda al fatto che può acquistare un BTP a 90 e se è fortunato dopo una settimana lo rivende a 100, realizzando il 10% in pochi giorni per poi spostare i propri capitali altrove.
E questo non è ancora nulla. La questione di fondo non è che la speculazione si nutre delle oscillazioni dei prezzi. Il vero motore della finanza è il fatto che la speculazione è oggi in grado di generare quelle stesse oscillazioni su cui poi andrà a guadagnare. L'instabilità dei mercati non è un indesiderato effetto collaterale dello strapotere della finanza speculativa, è la base stessa del gioco. Più scommesse girano su un dato titolo, Paese o impresa, più i corrispondenti prezzi rischiano di impazzire. E se i prezzi impazziscono le possibilità di profitti a breve aumentano di pari passo. L'aumento delle oscillazioni e dell'instabilità attirerà nuovi speculatori. Più creo disastri più diventa interessante continuare a giocare, in una spirale senza fine.
È vero, alcuni investitori potrebbero tenersi lontani dall'Italia a causa dell'incertezza politica. Parliamo di chi investe in un'impresa o in un Paese con un'ottica di lungo periodo, di chi considera la finanza uno strumento al servizio dell'economia e delle persone. Il che avviene circa per l'1% dei soldi che girano nel mondo. Il 99% sono pura speculazione, cacciatori senza scrupoli che fiutano la preda, individuano l'esemplare debole e in difficoltà e lo attaccano. Una finanza fine a se stessa per fare soldi dai soldi nel più breve tempo possibile. E che in questo momento ci segnala l'arrivo di turbolenze.
Il problema non è che l'instabilità politica rischia di allontanare gli investimenti finanziari. Il problema è che rischia di attrarli. Benvenuti in Italia.

Morire d’austerity?

    
Ma vale davvero la pena di morire d’austerity?

Ma vale davvero la pena di morire d’austerity?

di Marco Alfieri -
Quanto si potrà ancora tirare la corda? Quante altre elezioni dovranno passare prima di fermare questa slavina? Quanti nuovi disoccupati dovranno unirsi all’esercito dei 24 milioni di senza lavoro che si aggirano oggi per il vecchio continente? Il trionfo di Beppe Grillo e la totale ingovernabilità uscita dalle urne italiane sta facendo fibrillare mezza Europa.
La terza economia dell’eurozona è un detonatore di domande scomode: va bene le riforme e il risanamento ma che succede se l’occupazione non riprende prima di un anno? Che succede se l’area del disagio e la recessione continuano ad allargarsi senza speranza? E le imprese fallire? E le banche stringere il credito? Di risposte non ne arrivano e a prevalere sono le formazioni anti-austerity e anti-riforme che, alla meglio, produrranno risultati nel medio termine.
Già ma nel frattempo? Come si fa a gestire una società democratica, che non cresce abbastanza per assorbire i posti di lavoro dei suoi giovani, spesso ben scolarizzati, e insieme a trattenere occupazione matura e formata? Questo è un qualcosa che in Europa non era mai accaduto e da cui non si vede, purtroppo, una via d’uscita. Ma solo disastri.
C’è come un filo rosso che lega insieme buona parte del vecchio continente al tempo dello spread e delle elezioni, della disoccupazione e del crollo dei consumi, ed è un filo macabro e pericoloso. Quasi una integrazione in negativo. Ne dà conto in questo dossier “austerity” Giovanni Del Re nel suo racconto sulle vertigini e le preoccupazioni che serpeggiano a Bruxelles, dove si comincia a paventare che «l’insofferenza dei cittadini alla lunga è molto più pericolosa dell’impazienza dei mercati…». Nei conciliaboli tra potenti d’Europa in questi giorni non si parla d’altro. I cittadini non possono fare sacrifici all’infinito senza vedere uno sbocco. Se non si danno segnali d’inversione, piani e risorse per la crescita, è a rischio la tenuta sociale.
Fior di rapporti di banche d’affari e dispacci diplomatici, confermano apertamente questi timori. «Mi ha colpito molto che il mese scorso Jean-Claude Juncker, lasciando il suo ruolo di presidente dell’Eurogruppo, abbia parlato di reddito minimo di cittadinanza, è quasi la rottura di un tabù…», ha raccontato ieri a Linkiesta il presidente dell’Istat Enrico Giovannini. «Se addirittura un personaggio che si occupava di deficit e debito parla di questa opzione, significa che in Europa vale il detto: “Houston, abbiamo un problema”…». Forse più di uno a guardare la deriva della Grecia, come ci racconta nel dossier Luigi Pandolfi. Ormai un paese che rischia la catastrofe umanitaria in tempo di pace. Persino la Croce Rossa è costretta a tagliare le forniture di sangue perché Atene non ha i soldi per pagarle. Incredibile e macabro nel nostro cortile di casa.
La stessa Italia conquistata da Grillo, come racconta Antonio Vanuzzo, è una valle di lacrime: disoccupazione, fallimenti, consumi a picco, banche in difficoltà. Basta così? Niente affatto. Se la deriva spagnola è stata sviscerata in tutte le salse, persino in Germania c’è chi, come la giornalista economica del Tageszeitung, Ulrike Herrmann, invita a scacciare i demoni del rigorismo, temendone il boomerang. Il rischio, infatti, è che «l’austerity distrugga anche noi…». È davvero questa l’Europa che vogliamo costruire?
da Linkiesta.it

Crisi umanitaria in tempo di pace

    
La Grecia rischia la crisi umanitaria in tempo di pace

La Grecia rischia la crisi umanitaria in tempo di pace

di Luigi Pandolfi -
Non sentivo C. da qualche anno. Donna greca di grande temperamento e intelligenza, ebbi la fortuna di incontrala nel 2006, perché coordinatrice di un progetto europeo nel quale era coinvolto l’ente da me a quel tempo guidato. L’ho ritrovata su facebook, grazie alla segnalazione di un amico comune, ma con uno pseudonimo. Mi ha spiegato poi che tenere il suo vero nome, postando articoli, documenti, materiali di denuncia sulla situazione del suo Paese era diventato pericoloso: poteva rischiare di perdere il posto di lavoro, di cui, a questo punto, per ovvie ragioni, non rivelerò la natura. Che dire? Anche questo è Grecia, oggi. Come i casi di pestaggio e di tortura a opera di agenti delle forze dell’ordine, che vedrebbero come vittime predestinate, da quello che viene documentato sulla rete, attivisti politici, ladruncoli per necessità, minorenni.
È stato d’eccezione, in Grecia, diciamolo chiaramente. Forse anche per questo la protezione dei palazzi del potere sarebbe stata affidata a forze di sicurezza private, di provenienza statunitense. Le stesse forze che hanno molto fatto parlare di sé in Iraq? Così si vocifera. Se così fosse, sarebbe il segno che la situazione laggiù è diventata davvero esplosiva. Mi sono occupato più volte negli ultimi mesi di crisi in generale e della drammatica situazione che vive il popolo greco, ma non ero edotto di tutto, di tutto quello che realmente sta accadendo a due passi da noi, nel cuore dell’Europa. Grazie a C., alla documentazione e alle istantanee di vita quotidiana che mi ha fornito, ho approfondito la conoscenza: nel silenzio di gran parte dei media del nostro Paese e, immagino, di altri Paesi europei, in Grecia si sta consumando una vera e propria tragedia sociale. Parlare di “crisi” ormai è riduttivo.
Quella greca, infatti, non è più crisi finanziaria, del debito, ma crisi umanitaria, di cui è quanto mai necessario parlare: tutti devono sapere cos’hanno comportato la sublimazione della logica del rigore e la primazia dell’economia di carta sulla vita sociale ed economica. Una giornalista del Guardian, uno dei pochi giornali europei ad occuparsi seriamente della situazione ellenica, ha scritto recentemente: «Nelle società europee si presume che le crisi umanitarie possano avvenire solo in seguito a calamità naturali, epidemie, guerre o conflitti sociali. Perciò pensiamo che una simile crisi non possa verificarsi in un Paese europeo e men che meno in uno che fa parte dell’ Unione».
Dal punto di vista finanziario la cura da cavallo imposta dalla Troika, fatta di tagli alla spesa sociale e di tassazione subdola ed esasperata, ha avuto i suoi effetti “positivi”, c’è chi parla addirittura di “successo”: il deficit di bilancio, ad esempio, dal 15,6 % del Pil del 2009 sarebbe sceso al 7% nel 2012, con la previsione, per lo stesso esercizio, anche di un avanzo primario (Saldo positivo tra entrate ed uscite dello Stato al netto degli interessi sul debito). Bene anche la borsa, che nel 2012 ha registrato la performance migliore nel quadro dei mercati finanziari dell’Europa occidentale, con un salto in avanti del 33%.
Il contraltare di queste politiche di “risanamento” si chiama però “grande depressione”, una crisi economica di proporzioni epocali. Diamo un’occhiata a qualche dato aggregato. Dal 2009 il Pil è sceso da 211 a 171 miliardi di Euro, con un calo complessivo del 19%. In termini numerici il dato è peggiore di quello registrato in Argentina dopo il default del 2001 e più o meno equivalente a quello degli Stati Uniti e della Germania durante il periodo della Grande Depressione, negli anni Trenta. I consumi, rispetto al 2005, sono scesi del 25% (15% per prodotti alimentari), mentre la disoccupazione ha toccato la cifra record del 27% (Nell’area Euro è dell’11%), con quella giovanile che ha superato il 60%. Le piccole e medie imprese che hanno chiuso nel 2011 sono state più di 60 mila e si prevede che lo stesso saldo si avrà per il 2012. Soltanto negli ultimi 12 mesi hanno perso il lavoro più di 320 mila persone (Ricordiamoci che la popolazione greca è di soli 11 milioni di abitanti).
Sul versante dei salari e degli stipendi la “cura” ha determinato riduzioni nell’ordine del 30-40% (oggi lo stipendio medio è all’incirca di 500 Euro al mese), mentre le pensioni sono state tagliate di oltre il 20%. E potremmo continuare.
La stessa Unione europea non ha dubbi sul fatto che la Grecia sia già un paese in condizioni di povertà molto grave. Per essere più precisi, la Ue aveva già parlato nel 2010, a proposito di questo Paese, di condizioni di “deprivazione materiale estrema” per più dell’11% della popolazione (per l’Italia il dato era del 6,9%) . Un dato che oggi fa il paio con quello che fissa intorno al 40% della popolazione, circa 4 milioni di persone, il numero di coloro che hanno già varcato la soglia della povertà. Cosa si intende per povertà? È la stessa Ue che ce lo spiega: dieta alimentare scarsa, priva di cibi ad alto valore nutriente, come la carne e il pesce, assenza o riduzione ai minimi termini di riscaldamento domestico e di elettricità, impossibilità di far fronte alle spese di emergenza, comprese quelle per la salute, di pagare l’affitto e le bollette per i servizi essenziali. In questo scenario desolante va inserito poi il dramma dei senzatetto, delle persone senza fissa dimora, che secondo le ultime stime sarebbero ormai più di 40 mila, lo 0,4% della popolazione totale.
È la fame, per tantissimi cittadini greci; inutile girarci intorno. Lo testimoniano: i frequenti svenimenti per malnutrizione di bambini a scuola, la dimensione che ha assunto ormai la distribuzione di pasti caldi da parte delle Ong, il numero sempre crescente di mense per i poveri nei principali centri del Paese. Solo la Chiesa ortodossa dichiara di distribuire ormai più di 250 mila razioni giornaliere. In questo clima può succedere anche di andare in un supermercato e di trovarsi attaccato a uno scaffale, accanto ai cibi esposti, il cartello con la scritta “scaduto”.
Un indicatore speciale per la classificazione di una situazione di crisi come “crisi umanitaria” è senz’altro quello che si riferisce all’accessibilità alle cure sanitarie di base, alle visite mediche, ai ricoveri ospedalieri ed ai farmaci. Su questo versante la Grecia è regredita di oltre trent’anni, forse anche più. La percentuale di coloro che si rivolgono alle strutture gestite dalle Ong ha raggiunto nei grossi centri la percentuale record del 60%. Un tempo a questo tipo di strutture si rivolgevano soltanto gli immigrati ed un’infima percentuale di greci.
Intanto si fa sempre più evidente il legame tra la crisi economica e la salute di alcuni gruppi sociali, col ritorno, su scala più ampia, di patologie tipiche delle società sottosviluppate: malattie sessualmente trasmissibili come la sifilide, condilomi e infezioni della pelle, epatiti e HIV. Poi ci sono, come abbiamo visto, gli effetti diretti della malnutrizione, particolarmente evidenti nei bambini. Nikitas Kanakis, presidente di Médecins du Monde Grecia, ha recentemente dichiarato che su 40 bambini trattati dal pediatra della struttura di Atene nel corso delle ultime due settimane, 23 presentavano segni evidenti di malnutrizione.
Ecco poi che aumenta la prostituzione, anche negli ambienti sociali che fino a qualche anno addietro non soffrivano di particolari problemi economici. Cresce il numero di coloro che non si fanno scrupolo di girare una parte sul set di un film porno, per mille euro o poco più. Tanti si arrendono, non ce la fanno a sopportare il peso del disagio. La Grecia, fino a qualche anno fa era il Paese con la più bassa percentuale di suicidi del mondo occidentale. Negli ultimi due anni si è avuto un incremento del 40%, 3 persone ogni 2 giorni.
Certo, c’è chi resiste. Alcuni contadini, fuori dal Ministero dell’Agricoltura, ad Atene, improvvasino una distribuzione gratuita di frutta e verdura, contravvenendo alla follia di mandare al macero le produzioni. E così pensionati, cittadini comuni, disoccupati, centinaia di persone, forse migliaia, s’accalcano per mendicare un sacchetto di arance. In mezzo a tutto ciò può succedere pure che in una fabbrica abbandonata dal datore di lavoro i lavoratori decidano di assumerne loro il controllo. È accaduto alla Vio.Me., industria mineraria di Salonicco, dove gli operai, con un comunicato pubblicato l’8 febbraio scorso, hanno annunciato l’avvio dell’autogestione della produzione. Quello della Vio.Me. non è comunque l’unico caso di autogestione nella Grecia di questi giorni. Nella Sanità, nella distribuzione, nelle campagne, sono ormai tante le esperienze di questo tipo, che mettono in luce il lato combattivo, reattivo, del popolo greco.
Ma quello che il governo greco sta facendo, su ordine della Troika, è contro la Costituzione del Paese e la stessa legislazione europea: a seguito di un’interrogazione di un europarlamentare di Syriza, Nikos Houndìs, del 14 febbraio scorso, la stessa Commissione europea ha dovuto riconoscerlo, dichiarando che il governo ellenico “deve garantire la conformità delle leggi approvate alla Costituzione greca”. D’altronde, sull’incostituzionalità dei provvedimenti adottati dal governo Samaras si è pronunciato ripetutamente il Tribunale Superiore (la Corte costituzionale greca). Molte leggi sono state riconosciute in violazione dei principi e dei doveri costituzionali in tema di rispetto e protezione della persona, di equità e di proporzionalità della tassazione, di tutela e valorizzazione del lavoro. E così la crisi greca non è più solo crisi sociale con gravi problemi umanitari, ma anche crisi della democrazia.
da Linkiesta.it

Grillo cresce sulle macerie dei movimenti»

    
Intervista a Wu Ming: «Grillo cresce sulle macerie dei movimenti»

Intervista a Wu Ming: «Grillo cresce sulle macerie dei movimenti»

di Wu Ming -
[Quest'intervista a cura di Roberto Ciccarelli, che ringraziamo, appare oggi a tutta pagina su «Il manifesto». Più chiari e diretti di così non riusciamo a essere, è la sintesi di tutto quel che pensiamo del M5S e della sua relazione con la crisi/assenza dei movimenti. Non abbiamo il tempo e le energie per tradurla in altre lingue, se ci sono volontari, si facciano avanti senza remore.]
Quella di Grillo è una strategia diversiva. Serve a spingere l’«indignazione», tanto celebrata nelle acampade spagnole o negli occupy americani, lontano dalle piazze italiane. Più la crisi diventa feroce e più le scariche di risentimento vengono fatte confluire in un comodo format, quello del blog del Capo dei Cinque Stelle che solletica il giustizialismo giacobino contro la «casta» e le sue maschere. Per Wu Ming, il collettivo dei cinque scrittori autori di Q, (come Luther Blissett), 54 e Altai, il movimento 5 stelle ha inquadrato le energie potenziali di una rivolta contro l’austerità in una gabbia discorsiva che fa la parodia del conflitto politico, lasciandolo amministrare da «un’organizzazione settario-aziendale» (la Casaleggio&Associati) e dalla guida simbolica di Beppe Grillo. Per loro i l radicalismo pentastellato «amministra la mancanza di movimenti radicali in Italia». La tesi esposta con determinazione in un articolo sul sito di Internazionale, è stata ampliata su «Giap», l’influente blog dei Wu Ming, interrompendo il silenzio attonito dei movimenti che hanno attraversato l’ultimo decennio, da Genova alle campagne sui beni comuni.
Voi dite che Grillo non è un incendiario ma un pompiere, perché pratica la sistematica occupazione dello spazio discorsivo dei movimenti: la No-Tav, l’acqua bene comune, la scuola e l’università, il reddito. E lo ricolloca in una cornice che definite di «destra». Potete spiegare che cosa significa?
La nascita del grillismo è una conseguenza della crisi dei movimenti altermondialisti di inizio decennio. Man mano che quel fiume si prosciugava, il grillismo iniziava a scorrere nel vecchio letto. Nei primi anni, i liquidi erano ancora «misti», e questo ha impedito di vedere cosa si agitava nel miscuglio, oltre ad attenuare certe puzze. In seguito, la crescita tumultuosa del M5S è divenuta a sua volta una causa – o almeno una concausa importante – dell’assenza di movimenti radicali in Italia, per via della sistematica «cattura» delle istanze delle lotte territoriali, soprattutto di quelle più «fotogeniche». Non c’è lotta «civica» su cui il M5S non abbia messo il cappello, descrivendosi come suo unico protagonista. Temi, rivendicazioni e parole d’ordine sono stati cooptati e rideclinati in un discorso confusionista e classicamente «né-né», cioè che si presenta come oltre la destra e oltre la sinistra. È un discorso che accumula sempre più contraddizioni, perché mette insieme ultraliberismo e difesa dei beni comuni, retorica della democrazia diretta e grillocentrico «principio del capo», appoggio ai No Tav che fanno disobbedienza civile e legalitarismo spicciolo che confonde l’etica col non avere condanne giudiziarie. Quest’ultimo aspetto era già evidente al primo V Day, quando dal palco Grillo accomunò Daniele Farina del Leoncavallo a gente in odore di mafia, solo perché anche lui aveva «condanne». Già tutto questo tanfa di cultura di destra, ma a essere destrorso è innanzitutto il racconto dell’Italia che fa Grillo.
Ecco, qual è il racconto di Grillo?
C’è un «Popolo onesto» (dato per indiviso al suo interno, niente classi, niente interessi contrapposti) e c’è una «Casta corrotta» descritta come esterna al «Popolo». Per risolvere i problemi dell’Italia, bisogna eleggere «le persone oneste», che non prenderanno «decisioni di destra» o «decisioni di sinistra»: prenderanno le decisioni «giuste». In questo, la retorica del grillismo è affine a quella del tanto odiato governo Monti: le questioni sono tecniche, non politiche. E’ un frame semplicistico e consolatorio, che rimuove le contraddizioni, non tocca le cause della crisi e offre nemici facili da riconoscere.
Ma perché il M5S oggi riscuote un enorme consenso anche presso persone di sinistra e attivisti dei movimenti precedenti?
Se Grillo e Casaleggio sono riusciti a fare questo, è perché i movimenti non hanno saputo trovare vie d’uscita dalla crisi che li ha colpiti una decina d’anni fa, non c’è stato un lavoro riorganizzativo, e i cicli di lotte che si sono susseguiti non hanno radicato senso comune. Grillo personifica il fallimento dei movimenti, è principalmente su questo che dobbiamo interrogarci. Il fatto che molte persone di sinistra anche radicale (addirittura protagonisti dei precedenti cicli di lotte) abbiano scelto Grillo «perché non c’è altro» è comprensibile, non è con loro che ce l’abbiamo, ma siamo convinti che il M5S sia una falsa soluzione, e il «non c’è altro» sia una conseguenza della «cattura» che dicevamo: se a ogni movimento viene sovrapposta la faccia di Grillo, è inevitabile avere l’impressione che si muova solo lui. Va spezzato l’incantesimo e, allo stesso tempo, bisogna avviare un duro lavoro di ricostruzione.
Parlavate dei No Tav. Il 23 marzo tutti i parlamentari M5S andranno in val susa a manifestare contro la tav, un segnale forte, il movimento fa proprie le istanze della valle. E questo si potrebbe ripetere per altri movimenti. Come può essere compatibile questa scelta di organicità ad un movimento reale con il frame di destra di M5S?
Dovrebbero essere loro a spiegare come si concilia l’appoggio a un movimento che non teme di ricorrere all’illegalità e ha praticato anche l’uso della forza, con una concezione di «onestà» che si limita alla fedina penale «pulita». Anche questa è una contraddizione che l’attivismo frenetico e appariscente cerca di tenere occultata: si corre di qua e di là proprio per non affrontare davvero nessun nodo di fondo.
Potete fare un esempio di un «nodo di fondo» che non vogliono affrontare?
Il «reddito di cittadinanza»: lo nominano di continuo, e questo era già un vecchio vizio del movimento «antagonista», soprattutto di certo post-operaismo un po’… «flower power». Ma cosa s’intende per «reddito di cittadinanza»? La questione si divide ulteriormente in due: cosa si intende per «reddito»? E’ un sussidio di disoccupazione? E’ il salario minimo? Sono mille euro a testa? E poi, li reperiamo tassando i ricchi oppure abolendo le pensioni e tagliando tutti gli stipendi pubblici? Certamente l’ultraliberista Casaleggio spinge per la seconda ipotesi, ma son tutti d’accordo? Inoltre, cosa s’intende per «cittadinanza»? E’ il principio universalistico nato dalla Rivoluzione Francese o è la sua declinazione nazionalista di destra? È lo ius soli o lo ius sanguinis ? Il mio vicino di casa dalla pelle scura, i cui figli vanno a scuola con i miei, è incluso o no? A giudicare da certe esternazioni razziste provenienti da esponenti M5S e da Grillo in persona, diremmo che non è incluso, e che il «reddito di cittadinanza» sarebbe erogato secondo criteri sciovinisti.
«Tifate» per la rivolta della base del movimento contro il vertice di M5S e la base. Ma di quale base stiamo parlando, visto che in M5S c’è il precario e la partita Iva, ma anche il piccolo imprenditore in crisi o il pensionato?
Su questo punto si è generato un equivoco. Per «tifare rivolta dentro il M5S» noi intendiamo l’auspicio che le contraddizioni si acuiscano ed esplodano. Questo non va confuso con un discorso perbenista sulla «base» che «è buona»: nella base ci sono parecchi fascisti e gente che fino a ieri si esaltava per Bossi o per Berlusconi, c’è anche quel tizio del M5S Pontedera che ha diramato un comunicato razzista raccapricciante, c’è quel grillino sardo che ha paragonato il matrimonio gay all’accoppiamento con animali… La «base» non è «buona», anche questo sarebbe un frame di destra, un far rientrare surrettiziamente il discorso del «Popolo» contro la «Casta», laddove in questo caso la casta sono Grillo e Casaleggio. No, noi ci auguriamo spaccature verticali e orizzontali, e su questioni concrete. Saranno le battaglie specifiche a mettere i grillini «di sinistra» di fronte a scelte che ormai non sono procrastinabili.
Pensate che Grillo accetterà l’offerta di «governare» per non «finire come in grecia»?
Casaleggio, che certamente si è divorato manuali di marketing come Prosperare sul caos di Tom Peters, si sta interrogando su come mantenere l’immagine del M5S come «grande scompigliatore» anche in una fase come questa, dove qualche decisione concreta andrà pur presa, e a qualunque decisione concreta andrà sacrificato qualcosa (e qualcuno). In ogni caso, qualunque strada scelgano, le contraddizioni di cui sopra non potranno restare occultate a lungo.

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