Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

sabato 22 giugno 2013

Lavorare all’estero

 

Come trovare lavoro in Finlandia: le occasioni e i siti

A cura di Sara Banfi - linchiesta - 
Buoni stipendi, sistema previdenziale efficiente, ma fa un po’ freddo. Trovare lavoro in Finlandia
Helsinki, piazza Lasipalatsi: pallone ad aria calda costruito riciclando buste della spesa

Capitale: Helsinki
Forma di governo: repubblica parlamentare
Presidente: Sauli Niinistö
Primo ministro: Jyrki Katainen (Kok)
Area: 338.424 km2
Popolazione: 5.421.827 (112°)
Densità della popolazione: 16/km2 (201°)
Lingua: finlandese (ufficiale) 91.2%, svedese (ufficiale) 5.5%
Religione: Chiesa luterana di Finlandia 82.5%
Pil: $197.476 miliardi
Pil pro capite: $36.395
Crescita del Pil: -0.2% (2012), 2.7% (2011), 3.3% (2010)
Debito pubblico: 53.5% del Pil (2012)
Moneta: euro

I pro e i contro della Finlandia

PRO La Finlandia è un Paese dove la democrazia è pienamente applicata e i diritti sono ben tutelati. Secondo l’Indice di Sviluppo Umano (HDI), la qualità della vita, in Finlandia, è tra le più alte del mondo. Con un valore di 0,892 si colloca ben al di sopra della media mondiale (0,69) e in linea con i valori degli altri Paesi della regione scandinava, Norvegia (0,955), Svezia (0,916) e Danimarca (0,905). Si trova, inoltre, al nono posto del Democracy Index dell’Economist, un indice che misura il livello di democrazia in un Paese. Con un valore di 0,92 ottiene il titolo di “democrazia piena”.
Grazie ai massicci investimenti in capitale umano, la Finlandia svetta ai primi posti mondiali in innovazione e competitività. Eurostat stima che l’industria finnica del software e dei servizi informatici sia cresciuta del 5% nel 2010 e dell’8% nel 2011. Il Paese è diventato un polo tecnologico di primo livello mondiale, soprattutto nel settore delle Itc, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Finlandesi sono Linux, Angry Birds e Nokia. Dal 2011, dopo la crisi della Nokia, i finlandesi stanno investendo in una nuova generazione di piccole imprese basate sull’innovazione. Nel 2010 un gruppo di studenti dell’università Aalto, alle porte di Helsinki, diede il via al progetto Start-Up Sauna, una Ong che si occupa di promuovere le start-up del Nord ed Est Europa. Offre un’ampia gamma di servizi: spazi per uffici, formazione per giovani imprenditori, internship in aziende della Silicon Valley e parecchie opportunità di fare network. Start-Up Sauna è finanziata dal governo, dalle aziende e dagli atenei.
Il mercato del lavoro finnico ha risentito della crisi molto meno dei suoi vicini europei. Secondo l’International Labor Organization (Ilo), il tasso di disoccupazione finlandese nel 2012 era del 7,7% contro il 10,5% della media europea. Anche in termini di occupazione giovanile la Finlandia si posiziona meglio della media europea (19,0% contro il 22,8%), ma anche di Svezia (23,7%), Francia (24,3%), Spagna (53,2%) e Italia (35,3%). L’alta qualità dei servizi pubblici, l’estensione e l’efficienza dello stato sociale e il sistema d’istruzione sono i veri fiori all’occhiello della Finlandia.
CONTRO Il problema principale della Finlandia è il clima. Tra i Paesi scandinavi è quello con il clima più rigido. Le estati sono miti e piovose, ma le temperature medie del mese più freddo (gennaio) variano tra i -5 °C della fascia costiera sudoccidentale e i -14 °C delle zone più fredde della Lapponia. I valori minimi annuali scendono frequentemente sotto i -30°, e in Lapponia le prime gelate autunnali si fanno sentire già tra settembre e ottobre. Con l’avvicinarsi della stagione estiva e del fenomeno del sole di mezzanotte, le temperature si aggirano intorno ai 15°C nel Nord e 20°C nel Sud. Durante la stagione fredda, nell’estremo Nord, nella regione della Lapponia, le ore di luce piena sono pochissime: il sole non sorge mai ma rimane sotto l’orizzonte per 51 giorni. Nella stessa regione, durante l’estate il sole non tramonta per circa 73 giorni, dando origine alla suggestiva aurora boreale. Anche al Sud le notti sono molto corte e chiare, in media due ore separano il giorno dalla notte.
L’altro problema per uno straniero che decide di vivere in Finlandia è l’alto costo della vita. Per rendere l’idea, una colazione con brioche e cappuccino costa in media 7€. Il costo di una tratta di autobus urbano a Helsinki è 6€. Secondo i risultati del “Household Budget Survey” del 2009, il costo dell’abitazione e del riscaldamento porta via in media il 26,8% del reddito di una famiglia. Inoltre, le famiglie spendono la maggior parte dei loro soldi in cibo (18,3%), trasporti (12,4%) e tempo libero (12%). Secondo i dati di Eurostat 2010, la Finlandia è il quarto Paese più costoso d’Europa, solo in Danimarca, Norvegia e Svizzera la vita è più cara. D’altra parte, il reddito medio dei finlandesi è tra i più alti del mondo. Nel 2011, il reddito medio di un lavoratore finlandese era di 3.119 euro al mese.
Rispetto ad altri Paesi europei, la Finlandia ha un livello di tassazione molto alta. Le tasse sono usate principalmente per finanziare i servizi che, rispetto agli standard internazionali, sono di livello molto alto. In Finlandia una persona ha il dovere di pagare le tasse se vive nel Paese per più di sei mesi. Se un lavoratore straniero si trasferisce in Finlandia per un periodo minore di sei mesi, il datore di lavoro tratterrà comunque un’imposta alla fonte pari al 35% del suo salario. Prima della riscossione delle tasse, dal salario verranno detratti 17 euro per ogni giorno di lavoro. L’imposta alla fonte verrà versata dal datore di lavoro allo Stato e il lavoratore non dovrà fare alcuna dichiarazione dei redditi. Se, invece, il lavoratore straniero si trattiene in Finlandia per un periodo maggiore di sei mesi, verrà tassato come un normale cittadino finlandese e sarà suo onere registrarsi presso l’apposito ufficio locale.

3) TROVARE CASA
La maggioranza dei finlandesi, il 70%, vive in case di proprietà. Il prezzo delle case varia molto a secondo delle zone del Paese. Trovare una casa in affitto a un prezzo ragionevole è un processo molto lungo, specialmente nelle grandi città. Nel secondo trimestre del 2012, il prezzo medio al metro quadro per affittare un’abitazione a Helsinki era di 13,37 euro, mentre nel resto del Paese era di 10,73 euro. Gli affitti al metro quadro sono più alti per i monolocali. Il prezzo medio di vendita per un appartamento in Finlandia, nel 2010 era di 2.134 euro/m², nell’area metropolitana di Helsinki saliva a 3.276 euro/m².
I contratti di affitto, e le successive modifiche, devono essere redatti in forma scritta. L’affitto è normalmente pagato con un mese d’anticipo. Il proprietario può richiedere il deposito di una cifra equivalente a fino tre mesi di affitto. La rottura anticipata del contratto di un affitto di un termine fisso è possibile sono in caso di circostanze eccezionali.

L’Est scettico: «Siamo europeisti, ma tenetevi l’euro»

 - linchiesta -

Nell’ex Patto di Varsavia la moneta unica convince sempre meno e si preferiscono le valute nazionali
Il simbolo dell’euro su un palazzone di Tallinn, in Estonia (Raigo Pajula/Afp)
Una banconota polacca da 50 złoty
C’è chi, per ora, non ne vuole proprio sentire parlare. C’è chi lo chiederebbe, ma non presenta ancora i requisiti necessari. Infine, c’è anche chi – nel dettaglio, la Lettonia – si appresta a diventare parte dell’eurozona, nonostante sia lecito domandarsi quali siano le ragioni per adottare una divisa (l’euro) proprio in un momento in cui molti, tra i diciassette Paesi che ne fanno uso, se ne dicono scontenti. Nell’Europa dell’Est la moneta unica europea è al centro di accesi dibattiti. E di considerazioni che, a volte, non sono soltanto economiche.
Sull’adozione dell’euro, teoricamente, non ci sarebbe possibilità di scelta. Essa è infatti resa obbligatoria dai trattati di adesione a partire dal 2004, per tutti i nuovi membri. Occorre specificare, però, che gli stessi trattati non prevedono termini temporali; conseguentemente, coloro che non intendono adottare l’euro possono semplicemente rinviarne l’introduzione di anno in anno, se non la ritengono conveniente. È quello che è successo, di fatto, in Polonia e in Repubblica Ceca.

«Europeisti sì, ma senza Euro»

Il dibattito sull’adozione dell’euro si è fatto particolarmente serrato a Varsavia, che negli ultimi anni ha potuto sopravvivere agli effetti devastanti della crisi soprattutto grazie a una politica deflattiva dello złoty che ha permesso di sostenere l’economia nazionale attraverso svalutazioni competitive e il rilancio delle esportazioni. Mentre nel 2009 l’euro-zona perdeva in media il 5% de Pil, la Polonia cresceva (anche se solo di qualche punto sopra lo zero). Nel corso degli ultimi quattro anni, il Paese è stato l’unico in tutta l’UE a non registrare diminuzioni del Pil. Mentre lo złoty fungeva da salvagente per Varsavia, l’euro perdeva molto del prestigio che lo circondava agli esordi, e le fragilità dell’unione monetaria venivano alla luce in tutta la loro brutalità. Abbastanza per raffreddare gli entusiasmi a est di Berlino, e per convincere il governo a posticipare sine die l’adozione della moneta unica.

La protesta vince e non si ferma

Governo e sei città revocano gli aumenti dei trasporti. Due le vittima degli scontri: un ragazzo investito da un suv che ha sfondato una barricata e una donna soffocata dai lacrimogeni. Dilma Rousseff annulla la visita in Giappone e riunisce d'urgenza il governo. Le manifestazioni continuano. Prime voci di sospensione della Confederations Cup smentite dalla Fifa

Geraldina Colotti - ilmanifesto -
Alckmin vattene. No all'aumento del biglietto. No alla repressione. Libertà per i manifestanti detenuti. Sono gli slogan che risuonano per le vie del Brasile dopo l'aumento del prezzo dei trasporti annunciato dal governo. Dal 16 - inaugurazione della Coppa delle confederazioni, preludio ai Mondiali di calcio che il paese ospiterà nel 2014 - la popolazione è scesa in piazza a Brasilia e in una ventina di altre città: contro gli sprechi, la corruzione e il carovita. La più importante mobilitazione da vent'anni a questa parte.
La presidente Dilma Rousseff, succeduta a Lula da Silva, ha subito teso la mano al movimento, che ha incassato una prima vittoria. L'aumento del biglietto è stato revocato in almeno sei città: a cominciare da San Paolo, guidata dal contestatissimo governatore Geraldo Alckmin, conservatore e autoritario. Stesso annuncio anche da parte del socialista Eduardo Campos, probabile candidato alle presidenziali del 2014, nel nord-est povero. «Abbiamo abbassato i prezzi per favorire il dialogo - ha affermato Campos - siamo consapevoli dell'esistenza di un malcontento generale».
Le manifestazioni però continuano in più di 70 località del Brasile. Si sono verificati nuovi scontri tra manifestanti e corpi speciali di polizia in tenuta antisommossa. L'altro giorno, il governo ha infatti deciso di fare appello alle squadre d'élite della Forza nazionale e di inviarle in cinque delle sei città in cui si svolge la Coppa di calcio delle Confederazioni: «Avranno però un compito di mediazione», ha spiegato Rousseff. A Fortaleza, dove il Brasile ha incontrato il Messico, le manifestazioni si sono svolte nei pressi dello stadio. Per disperdere le proteste (circa 30.000 persone) la polizia ha usato gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Alcuni video, molto gettonati su You Tube, mostrano invece poliziotti che si uniscono ai manifestanti, a San Paolo come a Rio de Janeiro: «Servire un governo simile? Mi vergogno», dice uno gettando via l'arma.
A Dilma Rousseff - la prima donna presidente del Brasile - e al suo Partito del lavoratori (Pt) si rimproverano le spese faraoniche in vista dei Mondiali, a scapito della qualità dei servizi sanitari e educativi, e la gigantesca corruzione, vero buco nero delle risorse statali. Il costo dei mondiali ammonta a 13 miliardi di dollari, quello per costruire stadi moderni a 3.500 milioni: «Vogliamo scuole moderne come stadi», gridano perciò i manifestanti.
E un sondaggio dell'Istituto Ibope dice che il 94% dei brasiliani ritiene «legittime» le loro proteste e le appoggia. La presidente Rousseff, invece - sempre secondo l'inchiesta - ha perso l'8% di popolarità negli ultimi mesi. E la sua coalizione di centrosinistra, al governo dal 2003, è chiamata a rispondere su ritardi e timidezze rispetto ai piani di riforme promessi, da rinnovare in vista delle presidenziali di ottobre 2014.
La Federazione internazionale del football (Fifa) ha mantenuto un atteggiamento cauto. Il suo presidente Joseph Blatter, da una parte ha invitato i manifestanti a «non usare il calcio per farsi ascoltare», dall'altra ha però sostenuto di capire «che la gente non sia contenta».
Sono intervenuti anche i calciatori. Pelé, leggenda del calcio brasileño, ha invitato i manifestanti a dedicarsi al tifo e non alla protesta: «Dimentichiamo tutto questo disordine che scuote il Brasile, tutte queste proteste e ricordiamoci che la squadra brasiliana è il nostro paese e il nostro sangue», ha detto Pelè, ricevendo una valanga di insulti su twitter. Altre stelle del football come Neymar, David Luiz o Hulk hanno invece espresso pubblicamente il loro appoggio alle proteste: «Mi dispiace che per chiedere miglior educazione, casa e salute sia necessario manifestare», ha scritto Neymar. Negli stadi, incuranti del divieto della Fifa, molti tifosi hanno sostenuto le proteste: «Brasile svegliati, un professore vale più di un Neymar».

venerdì 21 giugno 2013

I committenti in ombra del finanz-capitalismo

Fonte: il manifesto | Autore: MAURO TROTTA              
TEMPI PRESENTI - «COME VINCERE LA GUERRA DI CLASSE» DI SUSAN GEORGE PER FELTRINELLI
Un saggio costruito come un'avvvincente fiction sui un mondo dove i ricchi esercitano un indiscusso potere
«C'è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo». Questa famosa frase di Warren Buffett, investitore finanziario, la terza persona più ricca al mondo, campeggia in epigrafe appena si apre il nuovo libro di Susan George, intitolato Come vincere la guerra di classe, uscito di recente per Feltrinelli (pp. 175, euro 14). Chiunque conosca anche superficialmente l'autrice - stimata economista, presidente del «Transnational Institute di Amsterdam», presidente onorario di Attac France, esponente di spicco della stagione dei movimenti alterglobal e dei Forum sociali mondiali - vedendo un titolo del genere penserebbe subito a un testo dedicato agli oppressi che cerchi di riflettere su nuove strategie volte a sconfiggere la classe dominante. Ma le cose non stanno proprio così. E quella citazione iniziale è un segnale forte. Così come lo è anche l'immagine di copertina, dove compare il classico pugno chiuso che però fuoriesce dalla manica di una giacca e da un polsino di una camicia bianca chiuso da un gemello con impresso sopra il simbolo del dollaro. Si tratta allora sì della lotta di classe ma vista dalla parte dei padroni, di quelli che, come afferma Buffett, la stanno vincendo. Susan George, in questo suo ultimo lavoro - «un lavoro di finzione basata sui fatti», come lo definisce lei stessa nella nota iniziale rivolta al lettore - ripropone lo stesso espediente utilizzato nel precedente Il rapporto Lugano (Asterios), ovvero immagina che un gruppo di personaggi ricchi e potenti, denominati i Committenti, selezioni alcune delle personalità scientifiche e intellettuali più in vista e le riunisca in una Commissione di studio incaricata di redigere un rapporto sulle questioni chiave riguardanti il futuro del sistema capitalistico.

Il Principe del male

In questo modo, l'autrice costruisce un vero e proprio saggio su tematiche d'ordine economico, politico e sociale, dato che tutto quello che viene esposto all'interno del rapporto si basa su dati e proiezioni assolutamente veri e realistici, ma racchiude il tutto all'interno di una cornice di pura fiction. È un po' come se avesse fondato una sorta di nuovo genere letterario ribaltando, per così dire, il romanzo-saggio del primo Novecento nel saggio-romanzo, dove è il primo termine dell'endiade a farla da protagonista. Inoltre, tale operazione, proprio per il modo in cui viene portata avanti e per gli obiettivi che si propone, ovvero svelare tattiche e strategia del nemico di classe, richiama subito un altro grande classico, quel Machiavelli letto da Ugo Foscolo come «quel grande/ che temprando lo scettro a' regnatori/ gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela/ di che lagrime grondi e di che sangue». La struttura del testo della George è semplice e lineare. Inizia con la lettera dell'Assemblea dei Committenti che, esprimendo soddisfazione per il lavoro svolto in precedenza, conferisce il nuovo incarico alla Commissione di studio, per poi proseguire con il rapporto vero e proprio, introdotto da una lettera d'accompagnamento. Sono passati oltre dieci anni, tante cose sono cambiate, due membri della vecchia Commissione sono stati sostituiti, anche stavolta però gli studiosi saranno ospitati per tutta la durata del lavoro nella stessa splendida villa di Lugano e dovranno rispondere in modo esauriente a una domanda. Quella della volta precedente era: «Come può il capitalismo non soltanto funzionare ma prosperare e diventare infine invulnerabile nel ventunesimo secolo?».

Vecchie idee per ricchi, nuove idee per poveri

di Roberta Carlini - sbilanciamoci -

 

Non è vero che l'interesse individuale muove il mondo, non è vero che non c'è altro mondo possibile. La road map di Kaushik Basu “oltre la mano invisibile, per una società giusta”
Di questi tempi, con l'Europa a testa in giù, c'è davvero bisogno di scrivere 369 pagine fitte fitte per dimostrare che il modello economico dominante è fallito? Kaushik Basu pensa di sì, e riempie pagine, librerie e conferenze come astro ormai affermato di quella galassia che è stata definita, con un po' di ironia, degli economisti-guru. Gli economisti popolari, quelli come Krugman, Stiglitz, Sen, quelli che raccontano un'altra verità e finalmente possono gridarla ai quattro venti, ingaggiando anche epiche lotte accademiche contro la scuola di pensiero che tuttora domina università, centri di ricerca e cenacoli governativi. Nel raccontarla, spesso sono brillanti e anche spiritosi, non disdegnano il linguaggio semplice, strizzano l'occhio al coltissimo ma si fanno capire bene anche da chi si è tenuto sempre lontano dalle aule degli algoritmi dell'economia formalizzata. Così è Basu, economista indiano ben inserito nel mondo dell'ortodossia – docente alla Cornell University, senior vicepresident ed economista-capo della Banca mondiale -, autore di un libro eterodosso: Oltre la mano invisibile – ripensare l'economia per una società giusta. Un libro che dichiara nel titolo l'intento di “dimostrare che la scienza che ci ha donato Adam Smith si è fossilizzata in un'ideologia”. Per farlo, compie una dettagliata esplorazione e confutazione della teoria dominante, smantellando dall'interno l'individualismo metodologico che di tale teoria è base e cornice. Nella narrazione, intreccia continuamente logica, teoria economica, storielle popolari e letteratura (quanti sono gli economisti che citano Kafka?). Per arrivare infine a tre proposte concrete e un po' eversive per affrontare quello che lui considera il problema economico n. 1: la povertà.
Tra la povertà e certe idee sbagliate dell'economia c'è un nesso per Basu evidente. “La povertà che esiste oggi nel mondo ha dimensioni inaccettabili. Se il mondo non esplode contro questa ingiustizia è per via degli smisurati sforzi intellettuali profusi per farla apparire accettabile”. E gran parte di tali smisurati sforzi intellettuali ruota attorno all'originario teorema della mano invisibile: quello per cui la somma dei comportamenti singoli spinti dall'interesse egoistico dell'individuo porterà al benessere maggiore per la società nel suo insieme. Ne sono derivati, con costruzioni teoriche via via più sofisticate, varie conseguenze normative tutte tra loro coerenti: che l'iniziativa individuale va limitata e condizionata il meno possibile; che è il mercato a permettere la sistemazione più efficiente delle risorse; che bisognerebbe evitare di intromettersi nei mercati; e che questo è il migliore dei mondi possibili, non essendoci la prova di altri funzionamenti altrettanto perfetti. Se dunque, per avere un'economia efficiente, dobbiamo sopportare un certo grado di diseguaglianza e povertà, rassegniamoci: altre strade sarebbero peggiori, alcune hanno già dimostrato di esserlo.
Senonché, esiste anche un'altra narrazione della mano invisibile. È quella del Processo di Kafka, quella che guida, da posizione occulta, le avventure di Joseph K. “Kafka concorda con Smith riguardo alle forze che possono essere scatenate dalle azioni individuali atomistiche, senza nessuna autorità centrale, ma – scrive Basu - allarga la nostra visione mostrandoci che possono essere non solo forze di efficienza, di organizzazione e di benevolenza, ma anche forze di oppressione e malevolenza”.

giovedì 20 giugno 2013

La crisi arricchisce i paesi ricchi

Presseurop         
“Ecco come i paesi più ricchi hanno approfittato della crisi dell’euro mentre i poveri (come noi) stanno sempre peggio”, titola i dopo i dati pubblicati da Eurostat il 19 giugno sul pil pro capite di ciascun paese europeo nel 2012.
Le stime preliminari per il 2012 presentate da Eurostat, comparate dal quotidiano di Lisbona con i dati del 2009, mostrano che i paesi più ricchi del nord e del centro dell’eurozona sono diventati ancora più ricchi, mentre gli stati più poveri del sud si sono ulteriormente impoveriti.
Secondo Eurostat l’eurozona ha chiuso il 2012 con un pil pro capite equivalente al 108 per cento della media Ue, quando nel 2009 era del 109 per cento. Le differenze emergono analizzando i risultati paese per paese, spiega i:
I portoghesi, per esempio, sono passati da un pil pro capite dell’80 per cento rispetto alla media Ue del 2009 al 75 per cento del 2012. In Grecia il calo è stato ancora più drammatico, dal 94 per cento al 75. Nel frattempo i tedeschi hanno migliorato il loro potere d’acquisto passando dal 115 per cento al 121 per cento, mentre gli austriaci sono passati dal 125 per cento al 131 per cento.

Cosa sta succedendo in Turchia e cosa c’entra con noi

Un’analisi e alcune considerazioni - sinistrainrete -

[a tutti i compagni scesi in strada, ai morti, ai feriti, agli arrestati]
Il mio secolo non mi fa paura,
il mio secolo pieno di miserie e di crudeltà
il mio secolo coraggioso e eroico.
Non dirò mai che sono vissuto troppo presto
o troppo tardi.
Sono fiero di essere qui, con voi.
Amo il mio secolo che muore e rinasce
un secolo i cui ultimi giorni saranno belli:
il mio secolo splenderà un giorno
come i tuoi occhi.

Nazim Hikmet, Il mio secolo non mi fa paura


Perché è importante conoscere meglio la Turchia e sapere quello che sta accadendo lì?

Perché questo paese rappresenta un caso da manuale dell’applicazione delle “riforme” neoliberiste, le stesse che stanno imponendo e vorrebbero massicciamente imporre anche da noi. In questo senso, capire quello che sta succedendo in Turchia vuol dire appropriarsi direttamente di strumenti che ci servono nelle nostre battaglie quotidiane, comprendere perché i destini dei nostri popoli sono così intrecciati. Materialmente, e non per motivi ideologici o “estetici”.

Cosa troverete in questo testo?
- Innanzitutto una ricostruzione della storia della Turchia degli ultimi dieci anni, una storia che ci fa imparare molto su come funziona la “crescita” economica nel modo di produzione capitalista e come la dimensione politica si modelli plasticamente sulle esigenze del profitto.

- Su questa base, più documentata possibile, tenteremo un’analisi delle classi sociali in Turchia e delle loro rappresentanze politiche, raccontando anche le mobilitazioni degli scorsi anni e i nuovi movimenti sindacali che si stanno delineando nel paese.

- Nel quarto paragrafo cercheremo poi di fare il punto su quest’ultima rivolta, individuandone i tratti di maggior interesse e gli insegnamenti che ci consegna.
Cominciamo però con una precisazione...


1. Questioni di metodo

Già alcuni giorni fa abbiamo scritto un breve articolo sulla Turchia: lo spunto che lanciavamo era completamente diverso dal dibattito che sta ancora imperversando in rete, ipnotizzato dalla cronaca dei fatti o dalle opposizioni semplici (del tipo “ambientalisti vs governo”, “laici vs islamici”, “movimenti vs neoliberismo”)1. Con quell’articolo, così come con questo documento, noi non intendevamo affatto dire: “ecco spiegato tutto” o peggio: “questa è la verità!”. Sappiamo che la realtà è sempre dinamica e complessa, che ci vuole molto studio e una capillare conoscenza dei fatti per poter avere un'interpretazione globale, che la contingenza politica è fatta di un coacervo di tensioni, motivi, cause, che gli stessi partecipanti alle proteste assumono in maniera variegata, a seconda della propria storia, sensibilità, contesto. Non ci sorprende affatto che chi sta in piazza dica di essere sceso perché non voleva un centro commerciale nel suo quartiere, o perché è diventato sempre più costoso e difficile bersi una birra, o ancora perché stufo dei soprusi della polizia: e non intendiamo affatto sostenere che questi motivi siano “falsi”, e che la gente non sappia perché sta in piazza per davvero. Ogni momento di rottura si situa all'incrocio di più traiettorie, è una congiuntura unica, in cui convergono insoddisfazioni individuali e rivendicazioni collettive, in cui si sollevano tante figure sociali diverse. Non è una novità dei nostri tempi: è sempre stato così – ed è questo quello che il pensiero postmoderno ignora, quando rappresenta schematicamente il passato e insegue il marketing della discontinuità ad ogni costo...

Il problema però è che per capire davvero un movimento non ci si può limitare a una sommatoria di impressioni o all'idea che questo si fa di sé. Qualcuno diceva: “Come non si può giudicare un uomo dall'idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione”2.

Sondaggio di Controlacrisi sull'Europa

Per votare QUI
 
Il fiscal compact impone all'Italia, già in recessione, il taglio alla spesa pubblica di 50 miliardi l'anno per venti anni. Tu cosa faresti?
Voti totali: 847
  1. Cancellerei il fiscal compact e attraverso un'alleanza dei Paesi mediterranei imporrei una modifica radicale delle politiche europee
    (634 voti) 74.85%
  2. Uscirei subito dall'Euro, salvaguardando stipendi e bloccando fughe di capitali
    (167 voti) 19.72%
  3. Chiederei l'allungamento dei tempi di pagamento del debito come ha fatto la Spagna
    (35 voti) 4.13%
  4. Rispetterei le misure del fiscal compact perché ormai è stato firmato dai tutti i Paesi europei
    (11 voti) 1.3%
     

lunedì 17 giugno 2013

L’economia è un biosistema

    
L’economia è un biosistema

Pubblicato il 17 giu 2013 - rifondazione -

di Francesco Sylos Labini -
Le teorie economiche classiche prescrivono specializzazione: quando le persone, le industrie o i singoli paesi si specializzano in una certa attività aumentano la propria efficienza economica in quanto, occupando una certa nicchia produttiva, possono sviluppare delle capacità particolari che gli permettono di acquisire un vantaggio nella competizione. Negli ultimi anni diversi gruppi di studiosi provenienti da diverse discipline, e in particolare fisici ed economisti, hanno analizzato le banche dati disponibili dei prodotti esportati dai vari paesi e sono giunti alla conclusione che questo paradigma non è verificato nei dati.
Il risultato empirico dimostra, infatti, che i paesi di successo sono caratterizzati da una produzione estremamente diversificata, piuttosto che da una specializzazione particolare. La conclusione è che il mercato fortemente dinamico del mondo globalizzato rende la flessibilità e l’adattabilità gli elementi essenziali della competitività. In questo senso si può pensare a un’analogia con i biosistemi in evoluzione in un ambiente dinamico e competitivo in cui la diversificazione di capacità è la chiave per la sopravvivenza. Questa situazione ha dato impulso alla ricerca di un metodo di valutare quantitativamente il vantaggio competitivo non monetario della diversificazione, che rappresenta il potenziale nascosto per lo sviluppo e la crescita (chiamata “fitness”), da affiancare alla variabile monetaria più generalmente considerata, il prodotto interno lordo (Pil). Sono state dunque introdotte nuove metriche per misurare la “fitness” dei paesi e la complessità dei prodotti. L’informazione fornita da queste metriche può essere utilizzata in vari modi; ad esempio, il confronto diretto del fitness con il Pil di un paese fornisce una valutazione del potenziale non espresso del paese.
I paesi che producono i prodotti tecnologicamente più avanzati sono anche quei paesi che producono più prodotti in genere: hanno una maggiore diversificazione sul mercato e dunque una maggiore capacità produttiva. Invece, i paesi che producono pochi prodotti, sono produttori di beni prodotti da tanti altri paesi. Per questo motivo una risorsa fondamentale di ogni paese è determinata dalla diversificazione della sua struttura produttiva che determina la potenzialità di sviluppo. In ultima analisi questa è legata allo sviluppo infrastrutturale materiale e di conoscenze di ogni paese che è rappresentato dall’insieme delle capacità produttive, delle materie prime, del livello di istruzione medio, della qualità dell’istruzione avanzata e del sistema di ricerca, delle politiche del lavoro, della capacità di trasferimento tecnologico dall’accademia al sistema produttivo, del livello di walfare sociale, di una burocrazia e di un sistema di leggi efficienti. In pratica di tutto ciò che concorre a creare un’ambiente adatto allo sviluppo economico. I beni si possono importare o esportare, mentre queste “capacità” sono intrinseche a ogni paese.
Un paese che ha più capacità produttive ha anche più potenzialità di produrre prodotti nuovi e competitivi sul mercato per un semplice motivo combinatorio: la produzione di un nuovo prodotto avviene dalla composizione di alcune “capacità”. In questo senso la potenzialità di sviluppo è legata alla complessità del sistema produttivo. Più numerose sono le capacità e più sono le combinazioni potenziali e dunque i nuovi possibili prodotti. Inoltre quante più “capacità” un paese ha già a disposizione, tanto più l’aggiunta di una nuova “capacità”, per esempio proveniente da una scoperta in ricerca fondamentale, può dar lungo, per lo stesso argomento combinatorio, allo sviluppo di nuovi prodotti validi sul mercato.
Mentre la conclusione di quest’analisi sembra ovvia, un paese che produce beni molto diversificati, in cui vi sia una conoscenza diffusa nella popolazione con un alto livello di sviluppo civile diffuso, ha una potenzialità di sviluppo maggiore di un paese molto specializzato in un singolo settore e con poche “capacità” diffuse, la situazione non è così semplice: da una parte si ha la possibilità di misurare delle quantità che non sono banalmente riconducibili alle solite variabili monetarie (il Pil) e dall’altra si può contrastare con solidi e quantitativi argomenti chi pensa che “L’Italia non ha un futuro nelle biotecnologie perché purtroppo le nostre università non sono al livello, però ha un futuro nel turismo”.
dal Fatto quotidiano

Grecia, Spagna e Italia. Sempre più cittadini scoprono l’emigrazione

    
Grecia, Spagna e Italia. Sempre più cittadini scoprono l’emigrazione

Pubblicato il 17 giu 2013 - rifondazione -

di Articolotre.com -
La crisi li schiaccia e, di conseguenza, l’emigrazione aumenta. Non c’è certo da stupirsi: se in Italia si parla tanto di fuga di cervelli e di speranza di lavoro all’estero, in Grecia e in Spagna la situazione non è molto diversa. Probabilmente peggiore e a dare l’allarme è l’Ocse.
Nella sua relazione annuale sull’immigrazione, infatti, l’Organizzazione ha illustrato come nel corso del 2012, i due paesi più vessati dalla crisi abbiano perso migliaia e migliaia di cittadini, i quali hanno deciso di abbandonare la propria vita e cercare fortuna altrove. Se gli ellenici diretti verso la Germania sono aumentati del 70%, infatti, gli spagnoli che hanno fatto le valigie sono aumentati del 50%.
Ciò che allarma maggiormente gli esperti è come, nella stragrande maggioranza, gli emigrati siano individui altamente qualificati e professionisti: una loro assenza dal panorama economico dei paesi natali implica pertanto una complicazione nella ripresa finanziaria. Era però immaginabile: la Spagna e la Grecia, d’altronde, hanno il più alto tasso di disoccupazione in tutta l’Unione Europea, con il 50% dei giovani in cerca di lavoro.
Non che vada molto meglio per l’Italia: secondo recenti stime, gli italiani stanno seguendo l’esempio e, nel 2012, l’emigrazione dei nostri connazionali è aumentata del 30%, con quasi 80.000 cittadini che hanno preferito andarsene. Anche in questo caso, la meta prediletta è la Germania, dove tutto sembra splendere e la crisi non esistere.

domenica 16 giugno 2013

La chiusura della TV pubblica greca ... per risparmiare!




Oggi e' al sesto giorno lo sciopero ad oltranza di tutti i notiziari e servizi giornalistici di tutte le emittenti radioTV greche per solidarieta' ai 2.800 lavoratori della emittente pubblica licenziati. Una notizia di due righe al massimo in coda ai notiziari nostrani. Provate a pensare se una cosa del genere fosse successa in un altro paese europeo.
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E' una sconfitta del potere al potere, dei potenti e della loro perversione. Niente di più triste e assurdo che ascoltare l' inno nazionale greco tra le lacrime dei suoi musicisti: si è celebrato l’ultimo concerto della National Symphony Orchestra. Dopo settantacinque anni di esistenza l’Orchestra Sinfonica Nazionale Greca e il Coro di Ert, la televisione pubblica del paese appena chiusa, hanno tenuto la loro ultima esibizione al Radiomegaro di Agia Paraskevi, la sede della tv di Stato. Tantissime persone si sono ritrovate per l’occasione davanti a quattrocento giornalisti accreditati da tutto il mondo, poche ore prima che gli emissari della Troika facessero ritorno ad Atene.Questo è accaduto venerdì sera, la nostra tv pubblica ce lo ha detto domenica sera, su Rai Tre...al Tg nazionale che sarebbe a sinistra. Grazie.
VIDEO: http://www.youtube.com/watch?v=aUmubmoEjHo

sabato 15 giugno 2013

L'altra Europa

Fonte: sbilanciamoci.info | Autore: Sara Farolfi                        
L'Altersummit dei movimenti ad Atene. Una due giorni di confronto per rimettere in moto un movimento sociale, fermare l'austerity e costruire un'Europa democratica, sociale, ecologica e femminista. Perchè dai servizi essenziali ai beni comuni la strada in tutta Europa è quella della privatizzazione a beneficio di pochi
Costruire un movimento per un'Europa democratica, sociale, ecologica e femminista. Su queste parole d'ordine i movimenti europei si sono ritrovati ad Atene venerdì e sabato scorso. Un Altersummit che ha visto riuniti nello stadio olimpico della capitale greca centinaia di persone in una due giorni di confronto animata da workshop e seminari tematici. Le conseguenze dell'austerity sono sotto gli occhi di tutti. Dai servizi essenziali come la sanità ai beni comuni e alla difesa del territorio, la strada in tutta Europa è quella della privatizzazione a beneficio di pochi. In un mondo globalizzato dove si santifica la libertà di circolazione per i capitali, i movimenti delle persone in fuga da guerre e privazioni sono ostacolati in ogni modo. Migranti e donne sono i soggetti sociali che più soffrono le conseguenze dell'austerità, spiegano gli attivisti arrivati da tutti i paesi d'Europa (e non solo). Ma se l'analisi è condivisa, a cinque anni dall'inizio della grande crisi, il punto è come rimettere in moto un movimento sociale a livello europeo che sia in grado di incidere e cambiare davvero le cose.

Un'uscita dall'euro, d'altro canto, non solo non è fattibile ma non è neppure auspicabile. Sulla questione che nelle ultime settimane ha preso piede anche nel dibattito a sinistra, il seminario organizzato dagli economisti Atterrés e dalla Rete europea degli economisti progressisti (EuroPen) venerdì scorso durante l'Altersummit di Atene, non lascia margine a dubbi o perplessità. Il problema è come uscire dalle politiche di austerità cosa che l'uscita dall'euro proposta recentemente da Oskar Lafontaine (Die Linke) e rilanciata nelle mani dei movimenti, a pochi giorni dall'Altersummit, da Bernard Cassen (Le Monde diplomatique) non garantisce affatto.

Cambiare le istituzioni per cambiare l'Europa, spiega Mireille Bruyère (Economistes Atterrés), “questa non è una conferenza, aggiunge, l'idea è quella di pensare insieme alle alternative per arrivare a un'Europa sociale e solidale”. All'Europa, è il punto di partenza, non ci sono alternative. Anche perchè l'ipotesi di una uscita dall'Ue non garantirebbe nessun cambiamento delle politiche neoliberiste e di austerità. “Possiamo lasciare l'Europa e avere comunque a che fare con il liberismo”, spiega Mariana Mortagua, giovane economista portoghese: “Il problema non riguarda l'euro ma l'Unione europea, dobbiamo cambiare l'Europa da dentro”. L'austerity stessa, sostiene John Milios (Università di Atene) non è una politica europea, ma una politica di classe che in questi anni ha comportato una redistribuzione verso l'alto del valore prodotto. Da questo punto di vista, aggiunge Josè Mella del collettivo di economisti spagnoli Econonuestra, anche l'acuirsi del divario tra il Nord e il Sud dell'Europa va letto non solo in una chiave geografica ma soprattutto dal punto di vista di quale è il blocco sociale vincente o perdente sia nel Nord che nel Sud d'Europa.

È analisi comune anche il fatto che il debito anziché essere causa della crisi ne è una conseguenza. Di più: il debito è stato usato dai governi nazionali per incrementare le politiche di austerità. Poi c'è l'aspetto finanziario e anche monetario della crisi. Secondo Bruno Théret dell'università Paris-Dauphine una soluzione sostenibile potrebbe essere quella di un sistema bimonetario dove alla moneta comune, l'euro, si affiancherebbero le valute nazionali. Un sistema calibrato un po' sull'esempio dell'Argentina che, secondo Théret, ridurrebbe le possibilità di indebitarsi e potrebbe anche contribuire alla riformulazione della struttura sociale. Secondo Frederic Boccara (Economistes Atterrés e EuroPen) uno degli obiettivi a breve termine deve essere anche quello di finanziare sviluppo: a farlo, è la proposta, potrebbe essere un “fondo” speciale europeo dedicato, intermedio tra la Banca centrale europea e gli Stati nazionali.

“Bisogna ripartire dalle questioni sociali e dai temi ecologici, continuiamo a discutere all'interno del network europeo”, conclude il seminario Mireille Bruyère. Il prossimo appuntamento, come ricorda l'economista greca Marica Frangakis, è il seminario promosso e organizzato da Euromemorandum a Londra per settembre. Sarà un appuntamento importante anche per definire l'agenda delle mobilitazioni in vista del rinnovo del Parlamento europeo la prossima primavera.

venerdì 14 giugno 2013

La Cina, dove si realizza il sogno americano

Posted 14 giugno 2013 in Opinioni ed eresie, di Matteo Acmé - eastjournal - 

A Chinese Worker Makes Hi 006
Matteo Acmé, classe 1986, è giornalista professionista. Dopo aver lavorato per alcune testate italiane ha deciso di avventurarsi in Cina. Vive a Shanghai dove lavora come top chef in un ristorante italiano, occupandosi di vini, e si guarda intorno, a volte scrive a noi amici sparsi per il mondo. Questo è ua sua testimonianza che pubblichiamo perché ci sembra, diversamente da tante utili analisi che si leggono su riviste specializzate, fresca e genuina, magari parziale, ma utile a capire dove va il mondo: non solo la Cina ma anche il nostro “occidente”
Avvertenze
- Shanghai non è la Cina, è più aperta e occidentalizzata, da duecento anni almeno. Quindi quello che segue può forse avere attinenza solo per la città e non per il paese intero.
- Ho poche fonti certe per quello che scrivo. Leggo i giornali, guardo in giro e provo a farmi un’idea. Tutto lì
- I cinesi non parlano di politica. Quasi mai. Quindi ho fatto fatica a confermare le mie osservazioni
Iniziamo
Ho la netta sensazione di essere capitato nella massima espressione del capitalismo industriale moderno. È un mercato enorme e con un potenziale di crescita ancora più grande; c’è un governo che può decidere senza opposizione chi entra e chi esce da questo mercato e soprattutto come bisogna agire; c’è una massa di sfruttati quasi ineusauribile che fornisce manodopera a basso costo; la possibilità (ma credo anche la capacità) di protesta, sciopero e manifestazioni sono quasi nulle; c’è un mare infinito di soldi; le leggi sono funzonali all’apparato produttivo; qui si realizza davvero il sogno americano.
I guardiani del cancello
Dimenticate l’idea di una Cina chiusa, refrattaria e ostile ai modelli occidentali. Tutti le più grandi multinazionali sono qui da anni, hanno occupato il mercato e sono pure state bene accolte. Non mi è stato possibile comprare dei biscotti o uno shampoo che non fossero targati Nestle, Kraft, Uniliver o P&G. I prodotti cinesi ovviamente ci sono, ma sono riservati a quella popolazione che non si può permetere i prodotti delle multinazionali che qui portano soldi, produzione e l’illusione di far parte del mondo “ricco”.
Il fatto è che l’Euramerica piace: modelle, cartelloni pubblicitari, manichini e attori seguono l’impostazione che ha vinto in casa nostra. Non si scappa.
La differenza è che qui si controlla quello che entra e quello che esce. I dazi, le tasse, i balzelli sono pilotati dal partito in combutta con le potenze economiche in modo da trarre il massimo vantaggio per entrambi. Probabilmente la stessa cosa accade in Europa ma qui la sensazione è che il meccanismo sia elevato a potenza: è il capitalismo perfetto, bellezza. Il governo non si vede, si manifesta solo nelle celebrazioni ufficiali. Cittadini, voi pensate a produrre e consumare, il come e il quando ve lo faremo sapere.
Due popoli che si sfiorano
A Shanghai c’è una élite istruita e danarosa. In una metropoli come questa stiamo parlando di decine di migliaia di persone. Veste, consuma, si muove, mangia, vive come il resto delle élites mondiali. Li incontro nei loro punti di ritrovo: discoteche, ristoranti, boutique. Sono in Cina ma potrebbero essere a Milano e New York. Hanno i soldi e ne avranno sempre di più, li spendono e girano per il mondo, con l’unica (remota) paura di scendere qualche gradino e finire con quelli sotto.
Chi sono quelli sotto? Un esercito incalcolabile di poveri arrivati qui da tutta la Cina, in questa generazione o in quelle precedenti poco importa. Sono diversi dall’élite: nel modo di muoversi, di esprimersi, nelle facce. Ho conosciuto gente che per una “casa” paga 100yuan al mese, praticamente quanto una pizza nel ristorante – non caro – in cui lavoro. È gente che fa qualsiasi tipo di lavoro, dallo spazzino a quello che stura le fogne a mani nude, innumerevoli sono le bettole che danno damangiare per pochi soldi, sono muratori, saldatori, autisti, giornalai, sarte e lavandaie, braccia di un settore edilizio che sembra senza limiti.
Si muovono lenti, sono qui per lavorare, mandare i soldi a casa, dormire e tornare a lavorare.
Sono un’enorme massa di manodopera proletaria o sottoproletaria, sottopagata (nel primo ristorante dove ho lavorato ai camerieri cinesi – e a loro va già bene – danno 1,8 euro all’ora), disposta a qualsiasi lavoro, a qualsiasi orario, senza nessuna organizzazione sindacale né voglia di diventare collettività, classe. Sono la base sociale perfetta per il capitalismo.
E sfruttiamolo questo mercato!
E poi c’è la classe media. Numerossima qui a Shanghai: se tutti gli uffici che vengono costruiti fossero pieni di impiegati si perderebbe il conto. È a loro che vengono venduti gli iPhone, le Nike e gli Armani. Hanno abbastanza soldi per spenderli in acquisti non essenziali ma non sono ricchi, sono la borghesia cinese, un’esercito di lavoratori in giacca e cravatta a metà fra l’élite e i poveracci. Sospetto ci sia una divisione etnica alla base di tutto questo ma la mia ignoranza mi impedisce di esserne certo.
L’obiettivo dichiarato del governo, ribadito ogni giorno della stampa, è quello di far crescere questa parte della società. “Allargare il bacino di consumatori”, trovare sempre nuovi acquirenti per un mare di prodotti (in un tempo in cui i consumi statunitensi ed europei diminuiscono) è diventato l’unico modo per continuare a crescere. A un certo punto anche gli ultimi, quelli alla base della piramide, dovranno essere coinvolti. La promessa di un benessere diffuso basta a contentare tutti.
Di certo il governo sta facendo leva su un altro carattere comune dei cinesi. La diffusissima aspirazione alla piccola imprenditoria. Alcuni ragazzi con cui ho parlato son arrivati presto a dichiarare: “voglio apririre qualcosa di mio”: non sono progetti da Silicon Valley, la bottega e il ristorante sono l’orizzonte comune, ma è significativo che nella principale libreria di Shanghai il libro più visibile all’entrata sia la biografia di Zuckerberg (sì, quello del Facebook censurato), di fianco a quella di Steve Jobs. Credo ci sia qualche dettame confuciano in questa voglia di auto-realizzazione negli affari, ma anche di questo non sono sicuro.
Sotto la macchina, sopra i piloti
Credo che il capitalismo sia dannoso. La sua essenza è la rincorsa del profitto, con qualsiasi mezzo e questo da sempre porta danni e distruzione. Qui non serve nemmeno eludere la legge e i controlli per aumentare i guadagni: il profitto, la crescita, lo sviluppo sono la legge.
E così l’aria e irrespirabile, l’acqua non si può bere, il suolo è avvelenato. Centinaia di villaggi e sobborghi dei centri di produzione hanno livelli di cancro e altre malattie da apocalisse. Ma gli studi vengono controllati e sequestrati, le ricerche zittite e anche quando arrivano alla popolazione (tramite i media ufficiali) hanno un tono rassicurante: “cittadini abbiamo un sacco di problemi, è stata colpa nostra ma noi risolveremo tutto”. Non è mancanza di libertà, è eccesso di liberismo.
Più ci penso più mi convinco che la Cina non è un mondo diverso dal nostro, è solo la forma più perfettamente compiuta di quello che viviamo ogni giorno.
Shanghai e Hong Kong sono e saranno un terreno di coltura per nuove forme di iperliberismo. Anche qui sono i programmi ufficiali a dirlo: verranno create enormi zone speciali, paradisi senza o quasi tasse, senza regole né diritti, per incentivare le multinazionali straniere e investire più di quanto già non facciano. D’altronde il partito lo ha già fatto più volte (a partire dal grande Balzo in Avanti), si sperimentano in maniera spericolata politiche economiche senza precedenti nella speranza di svoltare. Se non funzionano pazienza, contadini ce n’è ancora tanti.
Il risultato, purtroppo parziale, è un paese corroso forse in maniera irreversibile. Fiero della sua potenza e convinto, sospetto, che i cinesi sono così tanti che se anche ne muore un po’ di cancro sarà solo per il bene comune. L’altro lato della medaglia è che questa organizzazione produce una quantità incredibile di soldi che servono alla Cina ma anche al resto del mondo che ha bisogno del mercato cinese per non affogare: vi basti pensare, è solo un piccolo esempio, che gli importatori di vino registrati in Cina sono passati i pochi anni da ottomila a ventiduemila.
Nel frattempo il governo ha annunciato che nel prossimo anno creerà, federando aziende esistenti, colossi multinazionali in grado di primeggiare a livello globale in tutti i settori: meccanica, edilizia, siderurgia, informatica, innovazione, tecnologie verdi, tutto. Ci riusciranno, sotto la guida delle elite che si sono nutrite alle fonti euramericane e poggiandosi sulle spalle di milioni di contadini urbanizzati.
Il sogno americano
In tutto questo l’opposizione popolare è nulla. Per la repressione, certo, ma non solo. I poveri sono troppo stanchi e sviliti per organizzarsi. Tutti gli altri invece sognano di potercela fare in questo sistema. E non è impossibile: questo sistema premia davvero alcuni – tanti – e li fa diventare piccoli borghesi arricchiti dando loro tutta una serie di privilegi sociali tanto evidenti quanto volgari e decisivi. Lo vedo tutti i giorni, lo si respira: lavora tanto, a testa bassa, non ti distrarre e potrai andare a mangiare nei ristoranti più cari, bere vino francese (probabilmente falso), andare in discoteca ed avere il tuo tavolo riservato. Potrai sposarti, perché senza macchina e casa di proprietà puoi scordarti che la famiglia di lei ti dia il permesso. Promesse che il capitalismo fa ovunque, ma che qui si avverano.
Ovviamente non basta lavorare. Bisogna avere “buoni rapporti” co i vari livelli di governo. E così i parvenus e i funzionari corrotti crescono e si spalleggiano a vicenda. Sedando la voglia di cambiamento, contribuendo al grande sogno americano. Self made (in) China.
Per tutte queste ragioni penso che la Cina, per lo meno Shanghai, sia una specie di paradiso capitalista. Se si potessero vedere i sogni di chi muove le leve del potere economico occidentale forse assomiglierebbero al posto in cui sono capitato. Ma non solo, la struttura politica cinese permette molto di più: qui si possono sperimentare nuove forme di produzione e sfruttamento, metterle alla prova, perfezionarle e magari applicarle anche all’estero. Quando ci dicono che la Cina è ormai la locomotiva del mondo non pensate solo al Pil. La Cina ci porterà in un nuovo-vecchio mondo dove ci saranno sempre sfruttati e sfruttatori, ma noi ce ne accrogeremo sempre meno.

giovedì 13 giugno 2013

Grecia: Va in onda il caos


13 giugno 2013
In Kathimerini Atene

Nicolas Vadot
La chiusura della tv pubblica Ert esaspera le tensioni nella coalizione e rischia di portare a nuove elezioni. Ma in una situazione simile sarebbe una prospettiva disastrosa.
L’unità dell’amministrazione che condivide la responsabilità politica in Grecia è messa a dura prova e il paese potrebbe anche andare verso nuove elezioni generali. Se la memoria della classe politica non riesce a risalire a più indietro di un anno fa, è chiaro a tutti che i risultati delle elezioni di maggio e giugno 2012 effettivamente fecero deragliare il programma di aggiustamento fiscale della nazione, gonfiarono il debito nelle casse vuote del paese ed esacerbarono la recessione e la disoccupazione.
A livello politico, l’esito delle due consultazioni elettorali portò all’ascesa del partito di sinistra Syriza come principale forza di opposizione, all’affermazione di Alba Dorata come partito più forte in parlamento, alla scomparsa pressoché totale del Pasok dalla scena politica e a tensioni sempre più forti all’interno di Nuova Democrazia.
Ci sono poche simpatie per il Pasok e per il suo attuale leader Evangelos Venizelos. Il leader di Sinistra democratica Fotis Kouvelis può essere irritante quanto il leader di una società letteraria può essere noioso. Essendo stata esclusa dal potere esecutivo del paese – a eccezione di qualche breve pausa – la Sinistra ha una comprensione alquanto teorica della politica.
Eppure proprio questi sono gli unici politici sui quali il primo ministro Antonis Samaras può contare al momento. E ha l’obbligo di non insultarne la dignità, di non metterli di fronte a dilemmi difficili, a prescindere dal fatto che la posta in gioco sia seria o insignificante o che essi si permettano di dissentire su taluni problemi.
La crisi ha portato alla luce tutto il primitivismo della leadership politica greca. I politici dell’Europa del nord tendono a lavorare per la stabilità del sistema e al suo adattamento alle esigenze di un ambiente in costante evoluzione. Dal punto di vista del leader politico greco è tutta una questione di affermazione e di sopravvivenza. È allergico agli altri. È il provinciale sul palcoscenico dell’Europa.
Nuova Democrazia potrebbe benissimo vincere le prossime elezioni, ma né il Pasok né Sinistra democratica si alleerebbero ancora con Samaras, lasciando così il paese in una paralisi. Anche se si formasse un governo, il primo ministro cambierebbe, quindi il rischio di una rottura in sesnso conservatore sarebbe evidente. Ma anche se Nuova Democrazia dovesse raggiungere la maggioranza in Parlamento, in virtù della legge elettorale greca, sarebbe impossibile governare in quanto dovrebbe fare fronte a tutti i partiti di opposizione, tenuto conto dell’assenza di un solido apparato statale e della corruzione generalizzata.
Nel bene e nel male, il sistema bipartitico del paese non esiste più. Votare per Alba Dorata è un gesto politico ed esprime la volontà di distruggere il sistema politico. Il Valhalla in fiamme. Il crepuscolo wagneriano degli dei, non su un palcoscenico, ma nella società.
Resta solo da capire se dovremmo piangere la fine di questi nani politici nel momento in cui il paese corre il rischio di andare a fuoco.
Traduzione di Anna Bissanti             

GRECIA: Chiusa dal governo la Tv pubblica

Un colpo alla democrazia

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E sulla Grecia si chiude il sipario, dietro le quinte lo spettacolo continuerà ad andare in scena ma non ci sarà nessuno a raccontarlo. La chiusura della televisione pubblica nazionale, Ert (Elliniki Radiofonia ke Tileorasi) con il conseguente licenziamento di tutti i suoi 2.780 dipendenti, è l’ultimo atto di una politica di distruzione dello Stato che i governi greci alternatisi durante la crisi, e in particolare l’attuale esecutivo guidato da Samaras, stanno portando avanti pur di rispettare gli impegni presi con le organizzazioni finanziarie internazionali, Bce e Fmi in testa. Poco conta che lo stesso Fmi abbia ammesso l’errore: carta canta. Simos Kedikoglou, portavoce del governo, ha detto che la chiusura di Ert rientra nell’ambito del programma delle privatizzazioni delle aziende a partecipazione statale, riforma considerata indispensabile dalla troika (Fmi, Ue e Bce) per continuare a garantire gli aiuti necessari al risanamento dell’economia greca. ”Le trasmissioni saranno interrotte a partire da questa notte – ha detto ieri il portavoce -. In seguito sarà creato un nuovo e più moderno ente radiotelevisivo che non sarà più controllato dallo Stato e funzionerà con meno personale”.
Il nuovo ente si chiamerà Nerit SA ovvero “Nuova Radio, Televisione e Internet ellenica”. Lo riferisce l’edizione online del quotidiano Kathimerini precisando che il nome della nuova azienda è indicato nel testo del disegno di legge presentato oggi al segretariato generale del governo per le telecomunicazioni. Nel disegno di legge si precisa inoltre che la Nerit SA sarà finanziata tramite un canone che gli abbonati continueranno a pagare sulla bolletta della fornitura elettrica ma non ne è precisato l’ammontare. Il nuovo ente sarà anch’esso compartecipato dallo Stato. A che serve quindi chiudere un’ente per riaprirne uno pressoché identico forse già a fine agosto?
Secondo Dimitri Deliolanes, storico corrispondente della Ert in Italia, si tratta di un modo di “mettere a tacere” una televisione che rimaneva uno spazio plurale e critico: “la televisione pubblica, nonostante la sua ovvia moderazione, il rispetto delle istituzioni, era un luogo di pluralismo, restava comunque quella che dava le notizie seguendo un codice etico, verificando le informazioni, che difficilmente si faceva manipolare. Per questo dava fastidio e andava zittita. Ora tutto quello che resterà è l’informazione dei canali privati, che non rispettano alcun codice”. Syriza, il partito di sinistra più importante del paese, ha presentato un disegno di legge che prevede il blocco della chiusura e il Pasok, partito socialista, ha chiesto al governo di riferire in parlamento. La decisione è stata così repentina da prendere in contropiede tutti. Compresi i giornalisti che da oggi sono senza lavoro.
“Quello che preoccupa è che si tratta di un vulnus alla democrazia” dice ancora Deliolanes. Molte persone sono scese in strada a manifestare contro la chiusura. D’altro canto, se la nuova Nerit SA sarà una versione moderna e meno lottizzata della precedente, è possibile che “la Grecia abbia fatto un buon colpo” come ha scritto Jean Quatremer, giornalista francese di Liberation, esperto di affari europei: “Ert ha bisogno di una ripulita: organismo anacronistico, dipendente dal potere, dove i migliori non sono tali”. Basta che la nuova Nerit SA non subisca analogo destino della precedente Ert in un paese dove la classe dirigente è affamata di consenso. E se alla vecchia televisione ipertrofica se ne dovesse sostituire una giovane e snella certo ne gioverebbe alle casse pubbliche.
Fallisce la privatizzazione dell’energia greca, la Commissione europa si mette di mezzo all’acquisto da parte di Gazprom
La notizia giunge dopo quella, altrettanto grave, della mancata vendita di Depa, gioiello dell’energia pubblico che Atene deve vendere per ottemperare agli accordi presi con la trojka (per la quale “privatizzare” è parola d’ordine). La Gazprom, il colosso russo dell’energia, ha deciso ieri all’ultimo momento e inaspettatamente di ritirarsi dalla gara per l’acquisto della Depa, la compagnia greca per il gas, una decisione definita oggi da gran parte dei giornali greci come un ”gioco perfido” dell’Unione Europea e degli Stati Uniti alle spalle della Grecia. Si tratta, scrive il quotidiano economico di Atene, Imerissia, di un ”siluro” della Commissione europea alla vendita della Depa. L’Unione Europea, scrive il giornale, ha avvertito la compagnia russa che avrebbe bloccato l’accordo con il governo greco. ”Fonti importanti nella capitale russa – ha detto ai giornalisti il sottosegretario all’Ambiente Makis Papageorgiou – ci avevano informato che durante i contatti con Bruxelles si era capito che l’Unione europea avrebbe posto condizioni ancora più restrittive per l’acquisto della Depa”.
Andandosene da Atene l’ex presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, ha detto che i problemi della Grecia sono “tragici e drammatici” e che “possono essere risolti solo in ambito europeo” ma l’Unione Europea deve essere soggetta a “meno nazionalismo e populismo: quando la Grecia ha subito un attacco indecente e velenoso, io ero lì’ a difenderla” ha concluso Juncker. Chissà se ad Atene quella la chiamano “difesa”. Intanto resta forte l’impressione che, al di là delle belle parole, la Grecia sia stata sacrificata per salvare il resto del continente da una catastrofe che ad oggi è tutt’altro che scampata.

mercoledì 12 giugno 2013

Si comincia dalla Grecia?


Grecia: il governo chiude Ert, tv di Stato. “Stop alle trasmissioni da martedì”

Si tratta dell'unico caso in Europa dove non ci sarà più una televisione pubblica. Oltre 2800 lavoratori in esubero. Syriza: "L'emittente appartiene al popolo greco". Il giornalista Deliolanes: "Dà fastidio perché fa concorrenza ai canali privati e cerca di fare corretta informazione"


 


Colpo di stato? Ennesimo fallimento nel fallimento? Fatto sta che nella Grecia sventrata da tre memorandum e dall’ammissione di colpevolezza di un Fondo monetario internazionale che dice di aver sbagliato i conti del risanamento, accade una primizia europea se non mondiale: il governo decide di chiudere la televisione di stato Ert, ma con il paradosso che l’allarme per la malagestione è lanciato dallo stesso funzionario responsabile di quell’amministrazione, ovvero il portavoce del governo Simos Kedikoglou. “Il governo ha deciso di chiudere Ert – ha annunciato tra lo sgomento dei 2800 lavoratori in esubero-. Si fermano le trasmissioni alla mezzanotte di martedì”.

La situazione è particolarmente tesa, anche perché già da stasera cadrà ufficialmente il segnale televisivo e radiofonico dell’emittente pubblica. Sdegnate la reazione dalla maggior parte dei partiti del paese. Il Syriza di Tsipras parla del “culmine di un ritiro strategico e di un degrado di radiodiffusione pubblica da parte del governo. Ert, però, non appartiene al governo, ma al popolo greco, che paga chiedendo di essere un modello di media indipendenti e pluralistici”. A breve previsto un comizio dello stesso Tsipras fuori dalla sede nazionale di Agios Paraskevi ad Atene, oltre a un presidio per tutta la notte assieme ai lavoratori, che hanno reagito con ira e lacrime già per le strade. Si tratta dell’unico caso in Europa dove non ci sarà più una televisione pubblica.

“In Grecia come è noto c’è un problema estremamente delicato – spiega al fattoquotidiano.it Dimitri Deliolanes, da trent’anni corrispondente in Italia di Ert – perché dall’avvento dei canali privati, dal 1989 in poi, c’è un intreccio fortissimo tra appaltatori e fornitori pubblici da un lato, e informazione dall’altro. Tre categorie racchiuse nella stessa persona, per cui è urgente mettere sotto controllo l’informazione. La tv pubblica dà fastidio per due motivi: in primis perché fa concorrenza a quelli privati e in secondo luogo perché cerca nel suo piccolo di fare corretta informazione”. Poi l’affondo all’esecutivo guidato da Samaras e cosiddetto delle larghe intese con la troika: “Ciò non è più sopportabile da un governo legato mani e piedi agli interessi privati. É una misura assolutamente incomprensibile”. Ma non è tutto, perché l’aspetto più divertente, aggiunge Deliolanes mentre da casa sua è impegnato in questi minuti in un servizio montato in versione fai da te, è che “il portavoce del governo, Kedikoglu, nel suo proclama ha addotto come motivo di chiusura il fatto che Ert non fosse amministrata bene. E lo dice proprio lui che è il responsabile politico di quell’amministrazione”. L’ennesimo paradosso di questa crisi assurda.

 

Niente TV pubblica ... e siamo in europa!!

Il Sindacato dei Giornalisti chiama lo sciopero a oltranza

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In seguito all’intervento in stile colpo di stato, oscurantista e barbaro, del governo tripartito di chiudere l’ERT, i Consigli Amministrativi della POESY (Federazione Nazionale della Stampa), di POSPERT (Federazione Nazionale del Personale della Tv e della Radio di ERT) e della POEPTYM hanno deciso la mobilitazione indicendo uno sciopero continuativo dei giornalisti, dei tecnici, del personale amministrativo di tutti i media pubblici e privati della radiotelevisione con degli scioperi a oltranza di 24 ore.
Lo sciopero di tutti i mezzi radiotelevisivi, nonché delle Agenzie di Notizie di Atene e della Macedonia e del Segretariato Generale delle Notizie inizia alle 6:00 del mattino, oggi mercoledì 12 giugno 2013.
Lo sciopero di stampa, giornali e riviste, inizia dalle 6:00 del mattino giovedì 13 giugno 2013. Dallo sciopero saranno esclusi i mezzi che trasmettono il programma sullo sciopero dei lavoratori di ERT.
Gli scioperi dei lavoratori dei mezzi di informazione si fermeranno solo quando il governo ritirerà le sue decisioni golpiste che mettono il bavaglio all’informazione. I raduni e gli edifici dell’ERT sono pattugliati dal personale dei media e dalle commissioni di sciopero. Oggi, mercoledì, chiamiamo tutti i lavoratori e il popolo ad un raduno di fronte al centro televisivo di Aghia Paraskevi intorno a mezzogiorno.
I CONSIGLI AMMINISTRATIVI DELLE FEDERAZIONI
Fonte: esiea
Traduzione di Atene Calling
Foto di Vassilis Mathioudakis


- See more at: http://atenecalling.org/il-sindacato-dei-giornalisti-chiama-lo-sciopero-a-oltranza/#sthash.vyiMfBbu.dpuf

Atene. TV e Radio pubbliche CAPUT !!

Lo stato vuole chiudere la televisione pubblica. I lavoratori la occupano.

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La polizia si sta schierando in prossimità della sede dell’emittente pubblica ERT in via Mourouzi. I lavoratori hanno dichiarato di non avere alcuna intenzione di lasciare l’edificio dopo la mezzanotte e hanno esposto uno striscione con la scritta “Abbasso la giunta, la ERT non chiuderà”.
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Dalla redazione di enthemata:
Alla “piazza” di ERT
Sulla decisione del governo di chiudere in una notte la Tv pubblica non c’è niente da dire. Cosa ci sarebbe da dire? Ciò che è più che ovvio? Dovremmo parlare del “decidiamo e ordiniamo” (n.d.t espressione usata dal dittatore Papadopoulos) del governo? Del fatto che non esiste un solo paese europeo senza televisione pubblica? Se pochi anni fa il fatto che il Terzo Canale non veniva ricevuto in tutta la Grecia era considerato un segno di “arretratezza”, da “terzo mondo”..chiudere la tv pubblica e la radio pubblica cosa vuol dire?
Diciamo solo che la questione supera quella delle migliaia dei licenziati, supera anche la questione dell’esistenza o meno della tv e della radio pubblica e tende a diventare una protesta generalizzata. Forse sta nascendo una nuova “piazza”, come a Syntagma due anni fa? La gente che si raduna ad Aghia Paraskevi, ci fa capire una cosa del genere. Tra l’altro, se pensiamo a piazza Taksim, la scintilla che accenderà il fuoco può essere una cosa piccola, quasi insignificante, figuriamoci poi se si tratta dell’abolizione della televisione e della radio pubblica.
Non scriviamo altro, perché non possiamo: Andiamo ad Aghia Paraskevi! E’ là che batte il cuore delle analisi questa sera. E’ là che batte anche il nostro cuore!
Traduzione di Atene Calling
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