Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

martedì 22 maggio 2012

Italiani strozzati dalla crisi: è boom delle "Agenzie di debiti", e delle truffe

Fonte: adnkronos | fabrizio salvatori
       
Italiani sempre più strozzati dai debiti, ma contro la morsa di Equitalia aumenta il numero di chi corre ai ripari. Sono oltre 300 mila le persone che si rivolgono alle agenzie di debiti, società che promettono di liberare dalla stretta dei creditori in cambio di una piccola o grande percentuale. Un fenomeno che la crisi sta trasformando in un giro d'affari milionario: solo nell'ultimo trimestre sono più che raddoppiati i potenziali clienti.
E la recessione è solo all'inizio. “Complice la crisi economica, riceviamo in media 20 mila richieste di aiuto al mese, provenienti da tutta Italia, per un totale annuo di circa 240 mila”, dice all'Adnkronos Massimiliano Mapelli, responsabile del ramo Civile di Agenzia Debiti. “Confrontando l'ultimo trimestre 2011 con il primo del 2012, l'aumento è del 67%”. Un boom confermato da Guido Rini, responsabile di Assistenza Debiti, start up nata a metà 2011 con sede operativa a Milano, Roma e Taranto. “Riceviamo -spiega- 200 richieste al giorno in media, tra contatti web e numero verde. Ciò corrisponde a 4.000 contatti mensili ovvero 40.000- 50.000 l'anno”. Numeri da sommare alle altre realtà più piccole per un business su cui le associazioni di consumatori lanciano l'allarme. Il rischio, sostengono, è di aggravare il deficit di chi già non riesce a far quadrare il bilancio.
Accordi stragiudiziali per debiti contratti con finanziarie e banche, consulenze per difendere i patrimoni dai creditori, cancellazione delle segnalazioni dal registro dei protesti e dalle banche dati dei cattivi pagatori sono alcuni dei servizi offerti. Il tutto dietro la promessa, in alcuni casi, di una riduzione del debito anche del 70%. Una boccata di ossigeno, ma non gratis. L'apertura della pratica, ossia l'acquisizione dei documenti e una prima valutazione, costa al cliente da 390 a 1.000 euro. In caso di accordo bisogna aggiungere una percentuale del 10% circa dell'importo transato con banche e finanziarie. Per la cancellazione dalle banche dati, invece, la spesa si aggira sui 1.000- 2.000 euro.
In cima alla lista dei clienti “la famiglia monoreddito, in cui magari uno dei due coniugi ha perso il lavoro, con più finanziamenti in corso e vulnerabili finanziariamente, magari con una rata mensile che supera il 30% dello stipendio netto”, sottolinea Mapelli. Le richieste più numerose arrivano da “Lazio, Lombardia, Campania e Sicilia” ma non mancano dal resto d'Italia. Più forte la richiesta 'personale’: 85% i clienti privati, 15% le imprese, tipicamente società di persone. Per Assistenza Debiti la ripartizione dei clienti, invece, “è pressochè omogenea” sul territorio, mentre la distinzione tra privati e imprese vede i primi al 60% e le aziende al 40%. Se la crisi non risparmia nessuno, non manca, in un settore nuovo e poco regolamentato, il rischio che qualcuno speculi sulle paure.
Un pericolo sempre maggiore: il numero dei potenziali debitori-clienti cresce ogni giorno. “Con un Pil negativo previsto per tutto il 2012, è altamente probabile una crescita della vulnerabilità finanziaria delle famiglie italiane e quindi un maggiore ricorso ai nostri servizi”, ammette Mapelli responsabile del ramo Civile di Agenzia Debiti. Un business “sull'angoscia e sulla disperazione” su cui il presidente di Adusbef, Elio Lannutti, chiede al governo di vigilare: “si dovrebbero rafforzare le norme penali per reprimere, con pene severissime, gli sciacalli e gli approfittatori”, dice all'Adnkronos. Dopo aver presentato delle interrogazioni parlamentari sul tema, ancora senza risposta, e aver denunciato in Procura e all'Antitrust una di queste agenzie, punta il dito contro i “soggetti spregiudicati che fingono di aiutare i debitori, finendo per aggravare la situazione e invece di condurre a una riduzione del debito, lo fanno aumentare con richieste che rasentano l'estorsione”. Chi si rivolge alle agenzie di debiti “è disperato e per di più ignorante delle norme e delle possibilità di gestione della sua situazione, non ha alternative -spiega Giuseppe Mermati, consulente finanziario dell'Unione nazionale consumatori-. È disposto ad accettare qualunque soluzione”, con il rischio di “venire preso in giro pagando un compenso per ottenere, spesso, un risultato non significativo o, in alcuni casi, ottenibile in proprio”. Accuse che le agenzie di debiti respingono. In attesa di un organo di vigilanza ad hoc, meglio per tutti tenere gli occhi ben aperti.

Europa, è l'ora dello sviluppo

Fonte: rassegna.it | anna avitabile
       
Intervista ad Alberto Quadrio Curzio, docente della Cattolica di Milano e vice presidente dell’Accademia dei Lincei: "Contro la recessione la modifica del Fiscal Compact non basta, bisogna cambiare l’Esm ed emettere eurobond".

L'approvazione del Meccanismo europeo di stabilità (Esm), entro fine giugno, e del Patto di bilancio o Fiscal Compact, entro fine 2012, devono passare per le assemblee elettive di tutti i paesi di Eurolandia. Per questo ci si chiede se in vista delle diverse tornate elettorali che coinvolgeranno a breve la Francia, dopo la vittoria di Hollande alle presidenziali, e l’Olanda, e a metà 2013 la Germania e l’Italia, si riuscirà a modificare questi trattati per invertire la fase di recessione che coinvolge quasi tutti i paesi dell’Unione monetaria. Rassegna ne parla con Alberto Quadrio Curzio, professore emerito dell’Università Cattolica di Milano e vice presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei.

Rassegna È possibile che i trattati verranno ripensati?

Quadrio Curzio In realtà oggi sono in cantiere ben tre ratifiche da parte degli stati nazionali della Ue a 27 e della Uem a 17. Sono la modifica dell’articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, necessario a consentire il varo del Trattato sullo European Stability Mechanism (Esm), la ratifica dello stesso Esm che vara in modo permanente il cosiddetto “Fondo salva stati”, e il Trattato del Fiscal Compact. Poiché François Hollande si è espresso più volte a favore degli eurobond, sarebbe l’occasione ideale per modificare assieme i due trattati, finalizzandoli al rilancio della crescita. Si tratterebbe cioè di trasformare la finalità dello Esm da ente di soccorso a Fondo di sviluppo europeo o Fondo finanziario europeo (come l’abbiamo chiamato Prodi e io) per emettere eurobond finalizzati agli investimenti e allo sviluppo. Invece, a mio avviso, la sola modifica del Fiscal Compact per rendere meno rigide e cogenti le norme sui bilanci potrebbe essere utile ma non sufficiente perché spostare in avanti nel tempo i pareggi di bilancio – cosa peraltro opportuna – non garantisce in alcun modo il rilancio della crescita.

Rassegna Ma quali sono le probabilità concrete che questo avvenga?

Quadro Curzio La Francia, come del resto anche l’Italia, ha in mano un potere di veto sul Trattato Esm, perché il suo varo richiede che almeno il 90 per cento dei sottoscrittori di capitale lo approvi, ma non ha un potere di veto sul Fiscal Compact che deve essere sottoscritto da almeno dodici paesi su diciassette. Per quest’ultimo trattato ho l’impressione che la sua approvazione, così com’è, non sia poi così certa. Infatti in Olanda la decisione spetterà al nuovo governo, in Francia è dubbia, e rimane poi l’incognita del referendum irlandese. Però, ripeto, di per sé la mancata ratifica del Fiscal Compact senza le modifiche al Fondo salva stati, cui accennavo prima, non porterebbe a risultati rilevanti sotto il profilo della crescita e dell’occupazione.

Rassegna L’unico paese che sembra essersi avvantaggiato della politica europea, almeno finora, è la Germania. Ritiene che una delle ragioni risieda nella dinamica della produttività del lavoro tedesca, che è superiore a quella dei salari interni, rendendo per questa via più competitivi i suoi prodotti sul mercato europeo? È possibile ipotizzare che anche le politiche salariali dei paesi dell’Unione monetaria vengano armonizzate in modo da essere coerenti con gli andamenti della produttività del lavoro?

Quadro Curzio Io vedo due grossi vantaggi che la Germania ha capitalizzato dall’inizio dell’euro. Il primo consiste nel fatto che le esportazioni tedesche verso l’area euro sono state enormemente facilitate dalla moneta unica, non essendoci più svalutazioni competitive da parte degli altri stati. Taluno obietta che la Germania esporta anche verso la Cina, ma la quota di queste esportazioni non è neanche equivalente a quella verso la Spagna. Un secondo grande vantaggio, più recente, è dovuto all’afflusso di capitali europei verso i titoli di stato tedeschi, determinato dal timore di un crollo dei titoli di stato dei paesi periferici. Così i tassi d’interesse che la Germania paga sui propri titoli sono in termini reali, dedotta cioè l’inflazione, prossimi allo zero producendo un indubbio vantaggio alla sua finanza pubblica.

È arrivata la seconda depressione globale

il manifesto | Joseph Halevi
       
Una seconda ondata depressiva è ormai in vista ad occhio nudo. I prezzi delle materie prime, greggio compreso, hanno smesso di oscillare e stanno subendo un drastico calo trascinandosi dietro sia i valori azionari delle società minerarie che le monete dei paesi produttori in fase di svalutazione rispetto al dollaro. Le commodities sono un’ottima spia della situazione economica. Nell’autunno del 2008 furono i loro prezzi e i tassi di cambio delle relative monete, a segnalare il passaggio della crisi da finanziaria a «reale» quando molti esperti ancora ne negavano l’esistenza. In questo contesto la crisi europea ed il rallentamento cinese si sommano. La dinamica di Pechino, anche per effetto della situazione europea, sta scendendo sotto la soglia dell’8% di crescita annua che, dati i ritmi di produttività, è considerata come il livello minimo per impedire un’impennata della disoccupazione e l’aggravarsi delle già alte tensioni sociali rendendo così più problematica la traiettoria della già complessa transizione politica in atto.
Ma il fulcro principale della nuova ondata depressiva è pur sempre l’Europa dell’euro. Dalla firma del patto fiscale agli inizi dell’anno siamo stati testimoni dell’aggravamento della posizione debitoria della Grecia malgrado i drastici tagli alla spesa pubblica ed il miglioramento del deficit di bilancio. Il Fondo monetario internazionale stima che per il 2013 il rapporto debito pil raggiungerà il 160%. Anche in Spagna la percentuale del debito pubblico sul pil, tuttora inferiore a quello della Germania, è aumentato dopo le drastiche decurtazioni alla spesa pubblica. È proprio la Spagna ad evidenziare la dimensione usuraia dell’attuale modello europeo. L’insolvenza delle banche spagnole è stata alleggerita dai prestiti concessi dalla Bce ad un saggio dell’1%.
Parte di questi soldi vene poi prestata allo Stato, ad un tasso molto superiore. E malgrado l’usura le banche continuano a fallire per via delle cartacce tossiche in loro possesso e della crisi reale che attanaglia il paese. Infine abbiamo visto la Francia aggiungersi ai paesi meridionali. Ancora recentemente i banchieri centrali più intelligenti, come Ignazio Visco, riconoscevano che l’austerità avrebbe portato alla recessione. Veniva però mantenuta la fiducia che i sacrifici fossero necessari per sanare i conti pubblici.
Ora, grazie al Financial Times , emerge la validità di ciò che ho scritto sin dal 2010. L’austerità non solo produce recessione ma aggrava l’indebitamento ed aumenta la probabilità di un default selvaggio con effetti a catena. Nessuno dei paesi summenzionati può mantenere il regime di austerità. Dovranno, come ha appena fatto Madrid con Bankia, effettuare gigantesche operazioni di salvataggio per tamponare le crisi aggravate dalle politiche in atto. A rendere la situazione completamente ingovernabile è il patto fiscale europeo la cui insostenibilità non viene resa pubblica. Il patto obbliga i paesi contraenti all’equilibrio di bilancio.
Ma ciò è possibile solo se la differenza tra risparmi ed investimenti è uguale alla differenza tra esportazioni ed importazioni. È formalmente impossibile che tutti i paesi europei possano realizzare quest’obiettivo. Imporne l’impossibile raggiungimento significa condannare la Francia ed il resto dell’Europa meridionale all’implosione economica che si trasformerà in depressione europea e in un’ulteriore crisi mondiale.

lunedì 21 maggio 2012

Quale “alternativa verde” all’austerità?

Posted by keynesblog 
Mentre le politiche centrate sull’austerità stanno incontrando sempre più resistenza a livello europeo, il problema di come immaginare realmente un rilancio della crescita rimane ancora del tutto intatto.

Il dibattito corrente tende a premiare (entro certi limiti anche comprensibilmente) le misure più efficaci nell’immediato per attutire la crisi attraversata dall’euro, soffermandosi per lo più su questioni che attengono gli equilibri finanziari europei già da troppo tempo sotto pressione. Non è tuttavia del tutto raro l’emergere di riflessioni sull’importanza dei divari tra le strutture delle diverse economie europee e sulla necessità di politiche di investimento opportunamente mirate, che dovrebbero diminuire l’entità di tali divari per consentire una sostanziale stabilità nel processo di aggiustamento macroeconomico a cui si vuole tendere. Da questo punto di vista, il riconoscimento di divari di natura tecnologica, soprattutto tra paesi nord europei e sud europei, ha assunto un ruolo cruciale poiché è proprio sulla capacità delle economie di sviluppare innovazioni che si giocano i maggiori potenziali di crescita e, di conseguenza, anche le possibilità di rendere meno onerose le situazioni in cui versano i debiti sovrani.
Lo sviluppo della cosiddetta “economia verde” appare attualmente come uno dei volani più promettenti del processo di innovazione al quale in Europa si dovrebbe dare spazio. Le premesse ci sarebbero tutte, poiché è dall’Europa che ha preso corpo il grande programma di lotta al cambiamento climatico che trova nel Protocollo di Kyoto una delle sue pietre miliari. Ma è anche vero che i processi di innovazione non si improvvisano e debbono nutrirsi di apparati di competenze scientifiche e tecnologiche che i paesi dovrebbero aver costruito in precedenza. Pur nel quadro di una giusta intuizione, la visione “ecologista” ha invece spesso sottovalutato questi aspetti, limitandosi a ragionare su come i paesi dovessero attivare risorse per combattere il riscaldamento terrestre, tralasciando le implicazioni collegate alla crescita del reddito e dell’occupazione. E’ solo più di recente che il termine “green growth” (“crescita verde”) ha iniziato ad acquisire una qualche importanza, ma il modo in cui la questione è trattata appare in molti casi ancora insoddisfacente.
In una larga maggioranza di casi si considera la spesa in tecnologie verdi come l’investimento più opportuno per stimolare la crescita: questo è vero, ma solo in parte. L’innovazione di cui si parla, dovrebbe infatti dar vita a nuovi processi produttivi, nuove filiere industriali sostitutive delle vecchie, in grado di soddisfare una domanda che si dirige verso nuovi beni. Immaginare una sorta di “keynesismo verde” come mera azione di spesa di componenti e strumenti per la realizzazione di nuovi metodi di produzione o per la produzione di energia da fonti rinnovabili, non solo sarebbe insufficiente, ma comprometterebbe strutturalmente il processo di crescita, anche nel medio termine. Questo perché se la spesa di cui si parla si dirige sulle importazioni dall’estero – nella misura in cui l’offerta o produzione nazionale sia insufficiente o in casi estremi assenti – l’aumento del reddito che si ottiene in un primo momento come beneficio dell’impatto positivo degli investimenti, incontra un limite nell’emergere di squilibri dal lato delle bilance commerciali. Ma ciò che più conta è che lo squilibrio commerciale può divenire strutturale, man mano che le tecnologie verdi, come è auspicabile, sono destinate a trasformare le modalità dei processi produttivi, se non si opta per politiche di trasformazione del tessuto produttivo, in modo tale che questo sia sempre più adeguato a rispondere ai cambiamenti di composizione della domanda.

CHICAGO NO-NATO

Blockupy.

Un cortège de 20 000 manifestants anti-capitalistes défile à Francfort

Le Monde.fr |
Dans le cortège de la manifestation anti-capitaliste à Francfort, samedi 19 mai.
Dans le cortège de la manifestation anti-capitaliste à Francfort, samedi 19 mai. | Luc Vinogradoff

Près de 20 000 personnes, selon la police, et 25 000, selon les organisateurs, ont manifesté à l'appel du collectif Blockupy, samedi 19 mai à Francfort, pour dénoncer le règne de l'austérité en Europe et exiger l'abandon d'une politique économique qui privilégie à leurs yeux le secteur financier et non le peuple.
Le cortège, qui partait du quartier de la gare de Francfort, devait arriver devant le siège de la Banque centrale européenne (BCE), partie intégrante de la Troika, et symbole des dérives économiques de l'UE. Il n'en fut rien. Les autorités locales avaient autorisé la manifestation - la seule depuis quatre jours que dure les protestations - mais n'ont pas accepté à la dernière minute l'itinéraire proposé par les organisateurs, estimant que le risque de débordements était trop important.
Tout au long du trajet, le dispositif policier massif déployé dans la capitale financière allemande a encadré de près le cortège. Le défilé est partie avec une heure de retard, les milliers de personnes affluant du centre-ville ayant eu du mal à entrer dans la petite Baseler Platz, bien entendu quadrillée par la police. Des jeunes gens, portant des drapeaux noirs ou des drapeaux des jeunes Verts allemands, en profitaient pour s'écrire sur le bras le numéro des urgences médicales en cas d'incidents. Pendant que les orateurs se succédaient au micro pour rappeler l'ordre de passage et répéter le message du jour - "Protester contre la politique européenne, mais aussi allemande, d'austérité", comme le rappela un syndicaliste britannique - un hélicoptère survolait la place bruyamment.
"BANKFURT"
Le choix de Francfort, rebaptisé "Bankfurt" pour l'occasion, n'est pas un hasard. Il s'agit non seulement du centre financier de l'Allemagne, mais aussi d'une des villes les plus chères outre-Rhin. Gesine, qui y habite de Francfort et se présente comme une sympathisante du parti allemand Die Linke, n'a pas de mots assez durs sur le gouvernement d'Angela Merkel, surtout sur l'attitude vis-à-vis de la Grèce. "C'est un mensonge de dire que l'Allemagne s'en soit mieux sorti. Regardez les mini-salaires avec lesquelles notre jeunesse doit vivre", s'insurge-t-elle. A ses côtés, son mari un drapeau grec "en signe de solidarité".

Dans le cortège de la manifestation anti-capitaliste à Francfort, samedi 19 mai.
Dans le cortège de la manifestation anti-capitaliste à Francfort, samedi 19 mai. | Luc Vinogradoff

Outre Die Linke, Attac était également très présente, avec plusieurs centaines de membres venus de France, Aurelié Trouvé, vice-présidente de l'ONG a expliqué que "venir en Allemagne pour dire non au pacte budgétaire est une façon de montrer que l'Europe ne se contruira pas avec la finance, mais avec les peuples".
A l'avant de l'impressionnant cortège, qui s'étire le long du Main, les partis politiques et les ONG, mais aussi des familles, des adolescents, des personnes venues de nombreuses villes d'Allemagne, mais aussi de France, d'Italie, d'Espagne, de Roumanie ou de Slovénie. A l'arrière, une importante partie de la manifestation était composée de groupes et associations anti-capitalistes, d'anarchistes et d'autonomistes. Plus jeunes, plus énervés, plus revendicatifs et plus bruyants. Les slogans de l'avant, appelant à une solidarité internationale - "Hoc die, Internationale Solidarität" - devenaient plus acerbes à l'arrière - "Staat, Nation, Kapital, Scheiße" (Etat, Nation, Capital, Merde).

Dans le cortège de la manifestation anti-capitaliste à Francfort, samedi 19 mai.
Dans le cortège de la manifestation anti-capitaliste à Francfort, samedi 19 mai. | Luc Vinogradoff

Aucun incident n'a été signalé pendant la marche, qui s'est terminée aux alentours de 16 heures à quelques dizaines de mètres du but, le siège de la BCE. Mais personne ne veut y voir un quelconque signe d'échec. Pour les organisateurs, ce rassemblement anti-capitaliste de quatre jours dans la capitale financière de l'Allemagne était symbolique et nécessaire, pour montrer qu'ils restent vigilants alors qu'un consensus sur une politique de croissance, plutôt que d'austérité, semble apparaître en Europe.

domenica 20 maggio 2012

2012, fuga dall'Italia

di Rodolfo Ricci - sinistrainrete -

La Nuova Emigrazione in ripartenza: urgente avviare un confronto per cogliere la sfida del nuovo esodo europeo

I
Nel silenzio complice della maggioranza dei media italiani, sta ripartendo, anzi è già ripartito, un grande flusso di emigrazione dall’Italia. Per la verità esso non si era mai fermato, anche se poteva essere interpretato, fino al 2008, come normale mobilità soprattutto giovanile, che si registrava anche in altri paesi avanzati. Dal 2010 ad oggi, il flusso di espatri è ricominciato con quantità molto significative, di cui è possibile conoscere solo per approssimazione l’entità, visto che la gran parte dei nuovi emigrati, non si iscrive o lo fa con ritardo di diversi anni, all’AIRE, l’Anagrafe dei residenti all’estero.

Ma alcuni dati ed alcune proiezioni lasciano intravvedere che stiamo entrando a grande velocità in una nuova fase della lunga storia dell’ emigrazione italiana nel mondo, incentivata dalle politiche di “riaggiustamento strutturale” estremamente recessive portate avanti dagli ultimi governi e intensificatesi con il Governo Monti.

Era stato lo stesso Monti, d’altra parte, a sottolineare la necessità di una “nuova mobilità internazionale” della forza lavoro italiana, fin dal suo discorso d’insediamento. Un moderno “studiate una lingua e partite” a distanza di 60 anni dal famoso discorso di De Gasperi.

Non che Mario Monti sia un demone, ma nel suo limitato ricettario economico, sa bene che all’interno del quadro della recessione neoliberista che ci imporrà un duraturo declino, l’economia italiana non sarà in grado di utilizzare e di valorizzare le sue risorse, a partire da quelle umane. Meglio dunque che i giovani esuberi se ne vadano dal suolo patrio, anche per fa calare la potenziale tensione e i conflitti sociali che possono derivare da una disoccupazione giovanile che si attesta all’inizio del maggio 2012, al 36% e da una situazione generale che, stando alle esplicite ammissioni del Ministro Passera, vedono circa 10 milioni di connazionali senza lavoro o in situazioni di estrema marginalità, al di là delle statistiche ufficiali che indicano una disoccupazione complessiva del 10%.

Si tratta del ritorno della classica impostazione che ha caratterizzato una buona parte della storia nazionale: grandi esportatori di made in Italy, in particolare sotto forma di muscoli e cervelli…

D’altra parte, sul piano soggettivo, l’assenza di prospettive di futuro a lungo termine in cui sono compresse le realtà nazionali dei paesi sud europei, non lascia spazio ad altre ipotesi: ammesso che suicidi, precariato a vita, marginalità non costituiscano il migliore degli orizzonti, non resta altro da fare che tentare non la fortuna, ma una collocazione che consenta una vita dignitosa in qualche altro paese.

La cosa non riguarda solo noi, come è noto: Greci, Portoghesi, Spagnoli non sono da meno. L’intera costa nord del Mediterraneo, oltre all’Irlanda (oltre 40.00 emigrati tra il 2010 e il 2011), ha ripreparato le valigie in massa.

Soltanto verso l’Australia, sono pronti a partire almeno 40.000 greci. Nel 2010 vi sono arrivati anche 62.000 italiani. Molti con visto turistico, ma è questo il modo più facile, come dovunque, per provare a trovare un lavoro. Circa 55.000 portoghesi sono approdati in Brasile, ma non disdegnano altre nuove mete, come Angola o il Mozambico (decine di migliaia i portoghesi arrivati in questi paesi).

L’ISTAT ci dice che nel decennio 2000-2010, sono andati all’estero 316.000 giovani di età inferiore ai 40 anni. Ma solo nel 2009 oltre 80.000 italiani sono espatriati secondo i dati dei Comuni: + 20% rispetto al 2008. Di questi si stima che la gran parte siano giovani, di cui il 70% laureati.

Siamo pronti a un Governo di unità nazionale

 di Paolo Becchi - byoblu -
  Nel 1851 Luigi Bonaparte, nipote di Napoleone, riuscì a prendere il potere in Francia con un “colpo di Stato” preparato evocando il ricordo di un fantasma, di uno spettro, quello dello zio imperatore dei francesi. Napoléon le Petit, lo apostroferà allora Victor Hugo. Carlo Marx, da parte sua, ne descriverà l’ascesa nel celebre pamphlet politico Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, nel cui esordio egli ricordava che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte: «la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa». Napoleone fu la tragedia che portò a compimento la Rivoluzione francese e l’ordine borghese; Luigi Bonaparte la parodia, la farsesca imitazione anacronistica del primo.

Accade oggi qualcosa di analogo in Italia. Si allestiscono i preparativi per le elezioni del 2013, serpeggia da più parti l’ipotesi – sempre più probabile – di una riconferma di Mario Monti a capo di un Esecutivo di “solidarietà nazionale”. Riconferma che, tuttavia, ha bisogno di una formula di legittimazione forte, decisa, che giustifichi la linea politica che questo Governo segue e continuerà a seguire: rimanere ad ogni costo in Europa e nella zona Euro. E, come insegnava ancora Marx, nei momenti “decisivi”, nel momento in cui è in gioco il futuro di un popolo, è invece il suo passato a ritornare. Si prendono a prestito i nomi, le formule, i costumi, per poter rappresentare nuove decisioni politiche sotto vesti più rassicuranti, a cui siamo già abituati, in quanto appartengono ai nostri ricordi.

Così al Governo che sta decidendo e deciderà le sorti dell’Italia in Europa, pare essersi offerta un’occasione da non perdere: quella del fantasma, dello spettro di un antico nemico, che credevamo sconfitto da trent’anni, il terrorismo. La stagione terroristica, gli anni di piombo, furono davvero una tragedia nazionale, una “lunga notte” della repubblica, un incubo di sangue e paura piombato addosso alle istituzioni ed ai cittadini di questo Paese. Trent’anni dopo, i giornali, improvvisamente, ci hanno “informato” che è tornato il panico ed il terrore: una sigla ha sparato ad un dirigente Ansaldo, anteprima e preludio di nuovi giorni di violenza, allo “stragismo”, che fa la sua prova generale a Brindisi, dove una bomba ha ucciso una ragazzina davanti ad una scuola. Pista mafiosa e pista terroristica ricominciano a confondersi. Si annuncia la mobilitazione dell’esercito. Iniziamo a ricordare, a spaventarci di nuovo. Inizia, nel contempo, la ripetizione della storia: da tragedia a farsa. La “lunga notte” è finita da molto tempo, ed ora qualcuno ci impone di riaddormentarci.

Eppure la tentazione è forte: il terrorismo è uno spettro che porta legittimazione, giustificazione dell’autorità. Consente di imporre restrizioni della libertà, politiche di “austerità”, di repressione e di controllo, senza che si manifesti opposizione o dissenso. È la formula storicamente più usata, il vecchio pezzo di teatro che porta in scena lo “stato d’eccezione”, di necessità, di emergenza. È la formula che consentirebbe la costruzione di una “coesione nazionale”, preludio al tipo di Governo che si progetta per il 2013. È la formula che consentirebbe di lasciare per l’Europa “valvole di sfogo” neutrali, prive di ogni rilevanza politica. La strategia potrebbe funzionare: far avanzare apparenti ma innocui “antagonisti” sulla scena pubblica, impedendo così il formarsi di una autentica forza sociale e politica di opposizione all’Euro ed all’Europa. Impedire, in altri termini, una tendenza – non “terroristica”, ma pericolosa per il potere – che si sta annunciando in Europa: l’alleanza tra movimenti sociali radicali di estrema sinistra ed estrema destra, in chiave antieuropeista.

NOVECENTO Quell'utopia caduta a terra

APERTURA di Rossana Rossanda - ilmanifesto -
 Un'esperienza che ha segnato un secolo. Domande e nodi irrisolti dell'Unione Sovietica alla luce del presente. Alcune considerazioni a partire dal libro di Rita di Leo «L'esperimento profano»
L'esperimento profano di Rita di Leo, già segnalato da Mario Tronti (il manifesto 25/4), è un breve libro appassionante e provocatorio, con il quale non si può non fare i conti. Si tratta della rivoluzione del 1917, del suo seguito e morte, decisiva per il Novecento, dalla quale la vecchia e nuova sinistra si ritraggono perlopiù senza darsi la pena di conoscerla e affidandosi ad alcuni confortanti clichés. Rita di Leo rompe con i parametri abituali in Occidente, vi distilla una vita di ricerche e non poca passione militante - e forse altrettanta delusione - obbligandoci a un tuffo dall'interno delle sue stesse categorie. Non è un libro di storia, è una chiave di interpretazione proposta in quattro fasi, che presuppone qualche conoscenza degli altri suoi lavori e di una bibliografia essenziale che opportunamente segnala alla fine.
Perché ha chiamato nascita e morte dell'Urss l'«esperimento profano»? Perché è il terzo, e per la prima volta non religioso, tentativo di costruire una comunità di eguaglianza e giustizia in terra, i due precedenti essendo stati quello dei gesuiti nel XVI secolo in Paraguay e del quacchero William Penn nel XVII secolo in Pennsylvania. Ambedue al di là dell'Atlantico. La rivoluzione del 1917 è invece frutto del pensiero politico laico ed europeo, e l'allinearla a quelle due esperienze un po' borderline delle chiese cattolica e protestante non manca di ironia. E infatti Rita di Leo definisce anche questo terzo esperimento come «utopia» o «abbaglio», non luogo o illusione, qualcosa di simile per luminosità e inconsistenza, a una aurora boreale. Cosa che fa sussultare la vecchia comunista che sono, e tanto più mi costringe a riflettere.

Dai filosofi re a BrezhnevVediamo dunque. Rita divide l'esperimento in quattro fasi, secondo gli obiettivi che volta a volta si sono dati coloro che le hanno dirette. La prima è quella che chiama dei «filosofi re», gli intellettuali che attorno a Lenin hanno pensato e guidato la rivoluzione contro l'autocrazia e il capitalismo in Russia, la seconda è la scelta di Stalin di costruire la nuova società sul primato della classe operaia, la terza è il suo proseguimento nello «stato di tutto il popolo» di Krusciov, e la quarta la «gestione popolare» di Leonid Brezhnev. Le prime due mantengono l'«utopia» al primo posto; la terza non indica, come ha voluto credere l'Occidente, una cesura con Lenin e Stalin ma punta a una crescita della rivoluzione fino al «comunismo» previsto entro gli anni '80; la quarta è il tentativo di una «gestione popolare» che rallenti le maglie nelle quali era fino ad allora costretta una società provata e carica di bisogni. Quando infatti Rita di Leo da' loro una data, le quattro fasi diventano due e mezza, poiché dal 1917 al 1956 permane il primato dei fini proposti dalla vecchia guardia bolscevica, Stalin e, diciamo, metà di Krusciov vi resterebbero in continuità, mentre Breznev ne segna un non dichiarato declino e Gorbaciov ne determina la fine. Dal capitalismo al socialismo e ritorno.
Il tutto non senza qualche problema, perché si tratta di una studiosa poco incline a semplificare. Mentre le quattro fasi seguono il trascolorare in se stessa della parola d'ordine dei dirigenti fino al 1956, la datazione li assume nell'asse teorico del gruppo cui di Leo appartiene - Aris Accornero, Mario Tronti, Alberto Asor Rosa, Massimo Cacciari, Umberto Coldagelli - per il quale il grande discrimine sta fra chi assegna la priorità al progetto politico e chi si arrende a quella dell'economico. Con Gorbaciov si spegne così non solo l'esperimento sovietico ma il l'ultimo frutto del pensiero politico europeo, da sempre teso a un'idea di società prima che a una logica economica. La parabola dell'Urss segna anche l'approdo e la fine del ruolo egemonico dell'Europa. Ed ad essa - al presente tutto mercificato - sono dedicate le ultime quaranta pagine del lavoro - oltre che agli interrogativi, che di Leo lascia aperti, posti dalla Cina.

Un problema di classeE qui mi si affacciano una serie di domande. Si può parlare realmente di una continuità, al di là delle intenzioni dichiarate? Le differenze fra il comunismo di guerra e la Nep, i passaggi dalla morte di Lenin all'espulsione di Trotski nel 1926, da questa ai piani quinquennali e alla lotta contro i contadini ricchi, non possono non aver cambiato agli occhi dei «filosofi re» la composizione e il senso comune della società, da come si era presentata nel saggio di Lenin sul capitalismo in Russia al 1930. Anche osservando la sola Nep, è evidente che i rapporti sociali fra classi e ceti subivano una scossa dopo l'altra, fra estromissione e riammissione, per non dire della successiva separazione dei contadini in un paese ancora maggioritariamente contadino: Lenin non cessa di ricordarlo. Se la sola classe, per dir così, legittimata restava la classe operaia, che sarebbe venuta crescendo con l'uscita dalle campagne, con quali mezzi Stalin garantiva la promozione dei dipendenti dall'industria a «classe», e protagonista? Non si nasce classe, si diventa. Gli operai, raccolti nelle grandi fabbriche, erano favoriti dai salari più elevati di quelli dei quadri intellettuali e tecnici, dal ricevere dall'azienda prodotti in natura, oltre che vacanze, cure e accesso ai teatri o ai concerti e anche dalla possibilità di cambiare lavoro all'interno delle regole sugli spostamenti fra regioni e città. Quando andai a Mosca nel 1949 rimasi stupefatta degli elenchi, appesi alle cancellate, di mansioni e manodopera di cui ogni fabbrica era in cerca. Non li ho mai visti né prima né dopo in nessuna altra parte. Si aggiunga che gli operai godevano di una certa libertà nel definire le cadenze dell'organizzazione del lavoro - Rita di Leo si spinge a definirla «autonomia» - e se era loro aperto, tramite la direzione dell'impresa e il partito, l'accesso a una continua riqualificazione e da questa alle gerarchie sia della fabbrica sia del partito. Questo garantiva il consenso operaio al gruppo dirigente, ma si può dubitare che la soddisfazione di questi bisogni ne allargasse la coscienza oltre i limiti corporativi nei quali i filosofi re, ma anche i filosofini degli altri partiti comunisti e adiacenti, li consideravano intrisi.

A caldo: che cos’è questo golpe?

 

Ieri è oggi?
- Fonte -
Intanto, non è un golpe. Non c’è bisogno di un golpe.
In Europa, il golpe è démodé da almeno quarant’anni. E’ assodato che si possono ottenere gli stessi risultati con più discrezione e gradualità. Il che non vuol dire con meno violenza: è solo un altro uso della violenza, più dosato, capillare, diversificato.
In questo momento, come altre volte è successo, diversi poteri costituiti comunicano tra loro in un linguaggio allusivo e cifrato, linguaggio fatto di attentati, provocazioni, bombe che uccidono nel mucchio, pacchi-bomba e bombe-pacco, sigle multi-uso in calce a volantini di rivendicazione bizzarri e pieni di errori marchiani.
Cosa esattamente si stiano dicendo questi poteri costituiti, questi settori di capitalismo italiano e internazionale, forse non lo sanno nemmeno loro. Appunto, è un linguaggio allusivo, tipicamente mafioso, e nemmeno loro ne colgono tutte le sfumature.
Sulla sostanza, però, sul nucleo di senso di questi messaggi, in diversi cominciamo ad avere sospetti. Si parla già, benché ancora timidamente, di una nuova “strategia della tensione”, un nuovo “stabilizzare destabilizzando”.
E chissà se è una semplice coincidenza che negli ultimi tempi si sia ricominciato a depistare sulla strategia della tensione degli anni ’60-’70: Piazza Fontana fu un po’ colpa anche degli anarchici etc.
Il fine diretto o indiretto di ogni atto della strategia della tensione è criminalizzare i movimenti, o comunque ostacolarne le lotte, renderne più difficile lo sviluppo. Una società civile ansiosa e impaurita, nonché mobilitata sulla base della paura, è una società che tira la carretta a capo chino, più disposta a delegare scelte cruciali, più disposta ad accettare politiche che si annuncino ansiolitiche e senz’altro meno disposta a recepire le istanze dei movimenti. Movimenti che il potere addita all’opinione pubblica come piantagrane contrari al blocco d’ordine, pardon, alla “concordia nazionale”.
Per ottenere questo scopo, non è necessario che tutti gli attentati e scoppi di violenza siano attribuiti ai movimenti, agli anarchici, agli estremisti, ai “rossi” e via elencando. In passato, ha funzionato molto bene la cornice concettuale degli “opposti estremismi”: quello rosso e quello nero. E per passare su ogni differenza e contraddizione col caterpillar della “concordia nazionale”, va bene più o meno qualunque matrice o attribuzione.
La “strategia della tensione” è sempre una strategia di controrivoluzione preventiva.
Perché si renda necessaria una controrivoluzione, non è necessario che il pericolo immediato da scongiurare sia una rivoluzione. In Italia, è palese, non stiamo per fare la rivoluzione.
Perché si renda necessaria una controrivoluzione, è sufficiente il timore da parte dei padroni che una crisi di sistema possa avere uno sbocco nella direzione “sbagliata”. E per comprendere di quale direzione possa trattarsi, forse dovremmo distogliere lo sguardo dal nostro ombelico e guardare all’Europa.
In diversi paesi d’Europa e tuttavia non ancora in Italia, i movimenti sociali e le lotte dei lavoratori, dopo due-tre anni di intensa agitazione di piazza, sembrano aver trovato espressione – seppure imprecisa e transitoria – sul terreno politico strettamente inteso. Il terreno, fino a poco tempo fa del tutto squalificato, della competizione elettorale.
In Francia, in Grecia e in parte in Germania, gli elettori hanno sconfessato la gestione tardoliberista della crisi da parte della “Trojka” (Banca centrale Europea, Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale) e delle classi dirigenti che ne portano avanti le politiche di smantellamento dei diritti e repressione poliziesca.
                                              Bomb kills girl outside school in Brindisi, Italy
brindisi (toast) another mysterious massacre

sabato 19 maggio 2012

La Merkel perde il controllo ...

GRAVISSIMA INTROMISSIONE DELLA MERKEL SU ELEZIONI GRECHE.
Una richiesta gravissima e senza precedenti quella avanzata dalla Merkel al popolo greco. Una dichiarazione che travalica qualsiasi regola democratica tra stati sovrani nelle relazioni bilaterali. Da quanto riportano le agenzie, la cancelliera tedesca Angela Merkel avrebbe oggi "suggerito" che con il voto per le legislative si tenga un referendum sulla permanenza di Atene nell'euro rivolgendosi direttamente all'attuale premier greco ad interim. La proposta è stata formulata dalla cancelliera nel corso della sua telefonata con Karolos Papoulias ed è di fatto un vero è proprio attacco ad un paese sovrano, ed una entrata a gamba tesa nel dibattito interno di un paese democratico. La Merkel, «ha evocato l'idea di un referendum, in parallelo con le elezioni, per sapere se i greci vogliano restare in eurolandia». Ci chiediamo come possa essere tollerato un atto così grave nella democratica Europa, ci chiediamo con quale autorità la Merkel possa permettersi di dare simili consigli. Il popolo greco con le truppe di occupazione tedesche ha chiuso i conti da un pezzo. E' bene che la Merkel se lo ricordi

Francoforte, blockupy sfila pacificamente. Decine di migliaia in corteo

fabrizio salvatori
       
L'Europa ribelle sbarca a Francoforte. E' in corso da circa un'ora la grande manifestazione di "blockupy Bce", che scandisce la quattro giorni di assedio alla sede della Banca centrale europea nel capoluogo tedesco.
Contrariamente a quanto annunciato dalla polizia sono arrivati decine di migliaia di giovani. Il corteo, partito da piazza Baeseler, sta sfilando pacificamente anche se è strettamente controllato dalla polizia in assetto antisommossa che si è concentrata, "cordonandolo" proprio sullo spezzone degli italiani.
Giovedì scorso centinaia di persone si erano date appuntamento alla Paulsplatz di Francoforte, nonostante il divieto delle forze dell’ordine. Organizzata da Blockupy Frankfurt contro le leggi dell’austerity, la protesta era iniziata già mercoledì e ha in programma una serie di eventi fino a domenica.
17.00 Il corteo si sta concludendo nella piazza vicino alla Japanese bank, pacificamente. Tutto si è svolto pacificamente nonostante i vari tentativi della polizia di disarticolare il lungo serpentone infiltrandosi all'interno. Nella piazza è previsto un concerto a chiusura della giornata.

Economia e finanza: prima e dopo la crisi

Con la crisi, i rapporti tra capitalismo industriale e finanziario sono mutati. Rimane la necessità di abbandonare il neoliberismo, con riforme radicali e cooperazione internazionale
1. Premessa
Da circa cinque anni i paesi occidentali sono immersi in una crisi che ha prodotto un livello di disoccupazione inaccettabile e che sta determinando l’impoverimento di vasti strati della classe media, mettendo a rischio la tenuta democratica. Questo periodo, diversamente dal precedente ciclo di crescita, ancora non è stato adeguatamente studiato nelle sue dinamiche e dal punto di vista teorico. Il modello neoliberista basato sulle privatizzazioni e sulla deregolamentazione finanziaria continua ad essere dominante nonostante i massicci interventi pubblici che sono stati attuati da quando è scoppiata la crisi nel 2007/2008. Però, in questa fase si ha la sensazione che gli obiettivi della finanza non siano più funzionali a quelli dell’economia reale come era accaduto nel periodo precedente, dove l’espansione materiale si era associata a quella finanziaria. Sembra che la finanza abbia smesso di puntare sulla crescita scommettendo invece su una depressione prolungata delle economie occidentali con conseguenze che potrebbero essere distruttive per lo stesso capitalismo finanziario.

2. Il ciclo di crescita neoliberista e lo scoppio della crisi
Dai primi anni ’80 fino all’estate del 2007 l’interazione virtuosa tra crescita dell’economia reale, espansione dell’indebitamento privato, inflazione finanziaria (azionaria e immobiliare) e creazione di moneta endogena aveva funzionato, nonostante il ristagno dei salari e il fortissimo aumento del divario nella distribuzione del reddito, generando ricchezza e occupazione per l’intero pianeta. Nel 2007/2008 questo meccanismo si è inceppato rendendo il debito privato insostenibile, provocando una deflazione delle quotazioni azionarie e dei valori immobiliari, distruggendo una grossa fetta della moneta endogena creata dal mercato fino a determinare il crollo della domanda, della produzione e dell’occupazione nei Paesi più avanzati del Pianeta.

3. Gli interventi per fronteggiare la crisi
Per evitare una profonda depressione dell’economia si è ricorsi ad un fortissimo intervento pubblico sotto forma di espansione del debito e dell’offerta di base monetaria. Così nella fase iniziale della crisi non solo l’economia reale ma anche i mercati finanziari si sono ritrovati completamente dipendenti dall’intervento pubblico, che è riuscito a scongiurare l’innesco di fallimenti a catena delle imprese industriali, delle banche e delle istituzioni finanziarie. Questo intervento si è concentrato non a valle del sistema e cioè sostenendo gli investimenti pubblici, l’occupazione, i redditi bassi e i consumi, bensì a monte iniettando denaro nelle banche che sono state ritenute, a torto, come il principale motore della crescita. Si è pensato che fosse di primaria importanza ricapitalizzare le banche e si è sottovalutato il fatto che, se la moneta bancaria dipende dalla fiducia nella capacità di rispettare gli impegni di pagamento e la fiducia a sua volta si regge sulle aspettative di crescita dell’economia, la liquidità delle banche è in stretta relazione con il ciclo economico e cioè con la crescita della domanda aggregata, della produzione, degli investimenti e dell’occupazione.

venerdì 18 maggio 2012

Gli avvoltoi della finanza puntano l'Europa


Gli avvoltoi della finanza puntano l'Europa La Grecia deve 6 miliardi agli hedge funds
larepubblica
La Grecia deve 6 miliardi agli hedge funds

Rendimenti a due cifre e incassi esentasse per chi ha comprato i bond ellenici a prezzi di saldo. Operazioni condotte su scala mondiale. Paulson, Dart, Sheehan: ecco chi si arricchisce con i Paesi indebitati

di ANDREA GRECO
MILANO - Urlargli "avvoltoi" è facile. Ma non si rischia il moralismo quando un solo investitore incassa 400 milioni da uno Stato che non ha più soldi per pagare gli stipendi, e oltre metà è lucro di un anno di "investimento". Esentasse, perché l'investitore è un esiliato fiscale dagli Stati Uniti alle Cayman (a bordo del suo 70 metri, vent'anni fa). La storia di Kenneth Dart, dell'omonimo fondo riuscito martedì a ottenere un rimborso integrale di bond greci che non consegnò alla ristrutturazione di marzo, sembra fatta per irridere i greci che soffrono, e gli europei di creanza. "Due cose i greci non sopportano più - dice un ateniese di adozione - i tedeschi che parlano di austerità e gli avvoltoi finanziari che ci speculano". Tant'è.

Il colpo di Dart
Kenneth Dart li ha nei geni, gli animal spirits. Il nonno si affermò con le targhette di riconoscimento per i militari prima della Guerra. Il padre inventò Styrofoam, da cui Dart Containers, colosso mondiale dei contenitori in plastica. Lui, terza generazione, sotto bandiera caymanese pratica finanza creativa e immobiliare. Non ha inventato niente Dart. Ha comprato l'anno scorso, pagando circa il 60% del valore nominale, bond greci, ha incassato rendimenti a due cifre. Ha resistito allo stralcio del debito, quando il governo chiese un taglio del 75% nominale (operazione "spintanea", fatta digerire a banche e investitori ma
senza obblighi formali, che avrebbero fatto scattare il default paese). Creditori per 177 miliardi hanno ingoiato il boccone ma altri 6 miliardi non sono stati consegnati, sfidando le minacce di Atene: "Non vi rimborseremo più". Sapevano, gli audaci, che la legge internazionale era dalla loro parte e che per non rischiare azioni legali con possibile default la Grecia avrebbe ripagato per intero. Puntualmente, il 15 maggio il governo Papademos, o quel che ne resta, ha pagato: "Ma l'accaduto non costituisce precedente per il futuro". A settembre scade un'altra tranche.

Sciacalli in tribunale
"Il fatto è che la Grecia rischiava un brutto precedente rompendo quei contratti, gli investitori internazionali l'avrebbero interpretato come un problema per tutto il mercato dei capitali europei". Lo dice un gestore hedge di New York, uno che quei titoli li ha comprati, "ma pochi: troppo illiquidi e il rischio di cause legali troppo alto". In America c'è un nome per simili attivisti free rider (sciacalli?). E Dart ha avuto buoni maestri. Come Paul Singer, fondatore di Elliott management, altro fondo attivo sulla Grecia, che gestisce una quindicina di miliardi comprando debiti depressi, che poi rivende a prezzo maggiorato, altrimenti cita gli emittenti reclamando l'intera somma. Nel 1995 comprò a 20 milioni il debito di una banca peruviana, che in tribunale tornarono 58 milioni. Una controllata di Elliott, Kensington, comprò 30 milioni di debito del Congo-Brazzaville a prezzi infimi, e ottenne nel 2002 un centinaio di milioni di interessi. Un'altra sua costola, Nml capital, aspetta sentenze contro l'Argentina chiedendo 182 milioni di bond in default nel 2002. Poi c'è Michael Sheehan, detto Goldfinger, uno che "espia" il passato di consulente per le Ong di volontari sul debito africano. Ha cambiato angolo, prima prendendosi per clienti fondi avvoltoi - come Fg capital - poi creando Donegal international. Donegal ha in mano 15 milioni di debito Zambia datato 1979, comprati dalla Romania nel '99 al prezzo di 3 milioni. A quel punto Sheehan, esperto avvocato, ha iniziato le pressioni sullo Zambia, da cui ha ottenuto prima 2,5 milioni, poi l'ha citato in Gran Bretagna e ha riavuto l'intero valore nominale. Tra i primi clienti di Sheehan "convertito" ci fu Peter Grossman, ex Morgan Stanley poi cofondatore di Fg management, che ha citato con successo il Congo per 100 milioni dopo avere comprato per 2,6 milioni debiti di quel valore facciale. A venderli, una società statale bosniaca, benedicente il premier Nedzad Brankovic, poi coinvolto in vicende di corruzione legata a quella società.

Anche in Italia
Non è un mestiere per vecchi. Difatti in Italia non è molto praticato. Gli avvoltoi sul Belpaese si sono visti sui titoli in default Cirio e Parmalat, per il resto la scarsità del debito quotato e il moloch giudiziario (tre gradi di giudizio e anni prima delle sentenze) sconsigliano incursioni. Più diffusi gli acquisti a sconto di crediti problematici. Centinaia di miliardi ma ben nascosti nei bilanci bancari, anche perché "manca una legge sulla deducibilità delle perdite su crediti, salvo nei fallimenti", spiega Roberto Cornetta, esperto di ristrutturazioni dello studio legale Ranieri Guaccero Cornetta. Sui dossier crediti operano anche big come Apollo, Cerberus, Oak Tree, Goldman Sachs. Di recente, una banca avrebbe ceduto mezzo miliardo di prestiti a solo l'1,8% del valore, perché scaduti da un decennio. D'epoca sono anche i crediti delle amministrazioni straordinarie "legge Prodi", che varrebbero decine di miliardi. Ma i grandi avvoltoi finora non hanno tempo per l'Italia; paiono più intenti a dare una limatina al debito dell'Europa a tripla A. Germania, Olanda e affini, perché, come di recente ha scritto John Paulson (guru del massimo hedge fund di Wall Street) ai suoi clienti, "non è a lungo sostenibile il peggioramento di Spagna e Italia senza che la Germania ne risenta". Comunque lo si legga, un concetto di unità europea.

Questa poi !! ...

IL "FINANZISTA" TRICHET PROPONE IL COMMISSARIAMENTO DELLA GRECIA
La Grecia non può fare quello che vuole, o fa quello che diciamo noi oppure la commissariamo. Oggi la vera novità che spinta al G8 di Washington è il 'piano-Trichet' per la Grecia: in caso di inadempienza di un Paese europeo alle raccomandazioni della Commissione e del Consiglio Ue, scatta un governo federale d'emergenza pronto a prendere le redini della situazione nel Paese interessato. È un commissariamento che sembra quasi una invasione annunciata quello proposto a Washington dall'ex presidente della Bce. Un «salto di qualità» nella governance europea, indispensabile - dice l'ex presidente della BCE - «per proteggere il resto dei Paesi interconnessi». Come intende prendere le redini della Grecia Trichet non è dato sapere.

L'intervista. Sfruttamento e ricatti tra banchi e carrelli.

Isabella Borghese - controlacrisi -
       
Si chiama Giulia ed è una visual marchandiser di Roma.
Lavora nei supermercati e ogni giorno si adopera per ottimizzare tutte le possibilità offerte dalla vendita visiva in qualsiasi spazio vendita, grande o piccolo che sia. Deve valorizzare al meglio i prodotti dell’azienda per cui lavora e di conseguenza il reparto, i punti vendita facendo in modo che gli articoli dell’azienda per cui è lì siano esattamente nel posto giusto e al momento giusto. E, questione da non sottovalutare, anche al prezzo corretto. Deve fare in modo che le merci siano collocate in modo adeguato all’interno del punto vendita perché questo serve ad avvicinare il cliente al prodotto soddisfacendo il suo bisogno di acquisto e consentendogli, inoltre, di trovare con facilità quello che cerca in un luogo ricco di prodotti che rischia, molto spesso, di diventare un posto di puro caos. Gli acquirenti in questo modo vengono aiutati, si destreggiano bene perché diventano autosufficienti attraverso la facilità di lettura dello spazio visivo. E il personale di vendita, inoltre, grazie a questo lavoro è minore e quindi le spese vengono ridotte.
Come sei diventata visual marchindiser?
Ho una laurea in Scienze della Comunicazione. Per anni ho lavorato come hostess, nei settori commerciali di varie aziende. Attualmente sono le posizioni più semplici da trovare perché sono attività che portano direttamente denaro alle aziende. Così il lavoro non te lo leva nessuno.
Con quale forma di contratto lavori?
Ho un contratto a tempo determinato per un anno, la cui retribuzione risulta pari a quella di un part time: 1000 euro nette.
E la realtà?
La realtà è che dal lunedì al venerdì lavoro dalle 6-8 ore al giorno. Talvolta mi trovo anche costretta a recuperare il sabato. Il mio è un part time che non tiene conto e nel modo più assoluto degli spostamenti quotidiani legati al mio impiego, ma solo ed esclusivamente delle ore che trascorro nei punti vendita.
Altre complicazioni?
Il rimborso spese per la benzina che mi spetta secondo contratto è pari a 0, 24 centesimi al litro. Di questa quantità 0,12 centesimi sono destinati al km per la benzina e le restanti 0, 12 sono invece la cifra stabilita per l’usura della macchina. Ma la benzina è arrivata a 1,800 euro al litro, a 1,900 euro al litro e questi, a quanto pare, tuttavia sembrano particolari, seppur non indifferenti, che devono interessare solo me, il mio povero portafogli e la mia utilitaria.Secondo contratto a me e ai miei colleghi non è prevista né la tredicesima, né la quattordicesima. Comunque, per utilizzare l’espressione dei miei capi, sono state spalmate nel nostro stipendio mensile.
Che tipo di legame esiste tra agenzia interinale multinazionale? Come vi permette di lavorare? Esistono dinamiche particolari di sfruttamento a vostro danno? Che favoriscono l’agenzia interinale, intendo, contro il vostro interesse.
Sono pagata dall’azienda e anche le note spesa finiscono alla multinazionale. Per questo l’agenzia non si fa scrupoli se vengono pompate. Ci danno un massimo di budget per le chiamate al cellulare, perché pagano loro, ma per la benzina, non battono ciglio: la nota spesa, del resto, ribadisco, va all’azienda. Secondo le disposizioni dell’agenzia interinale quando ci ritroviamo alle riunioni con l’azienda non dobbiamo mai parlare del nostro compenso né di altro che abbia attinenza con il nostro contratto. Mi è sembrato curioso all’inizio. Ma solo in principio. Poco dopo infatti non sono mancate le occasioni in cui, da diverse affermazioni rilasciate dai capi della multinazionale che ci vengono a trovare ai briefing, abbiamo dedotto che ci spetterebbero non solo i buoni pasto, ma anche un corrispettivo che, comprensivo di note spesa, si dovrebbe aggirare intorno ai 2600 euro. Ben 1600 euro di quanto recepisco ogni mese.Spesso l’agenzia interinale “ci chiede dei favori”.
Ovvero?
Chiama noi visual marchandiser che abbiamo contratti esclusivi con la multinazionale e ci chiede altre prestazioni remunerate sottraendoci così tempo al nostro impiego. Chiaramente lo chiede specificando l’assoluta discrezione verso la multinazionale con cui abbiamo il contratto. Ci chiede di eseguire altre prestazioni senza dirlo all’azienda. Noi, tuttavia, ci sentiamo sempre quasi costretti a soddisfare la loro richiesta.
Perché?
Perché quello con l’agenzia interinale è un rapporto di lavoro che occorre mantenere saldo per il futuro. È lei difatti a trovarci l’impiego. Ma questa sfaccettatura del mio lavoro, nonostante tutto, è un gran rischio e una scocciatura non indifferente: ogni volta che eseguo altre prestazioni per l’agenzia interinale vivo nel timore di incontrare qualche capo dell’azienda per cui lavoro e, nel caso in cui inciampassi in questo, la catastrofe sarebbe immediata: lui difatti mi troverebbe a fare altro e non a lavorare per l’azienda. La scocciatura tuttavia resta nell’impossibilità di rifiutare un piacere all’agenzia.
Perché? A cosa andresti incontro?
Farlo significherebbe compromettere la possibilità di lavori futuri e dunque l’unico comportamento che riesco ad assumere rispecchia quello di una donna che vive nella volontà di non perdere un contatto di lavoro che possa esserle utile a lungo termine.

Il “dramma” delle elezioni greche


     

Fonte: Z net Italy | Autore: Nikos Raptis        Dramatis PersonaeA. Prima che Frau Merkel (e i suoi mentori statunitensi) “attaccasse” il popolo greco, circa due anni fa:
La situazione in Grecia era pressappoco la seguente:

- “Socialisti” (PASOK) intorno al 40%
- Nuova Democrazia (Conservatori, ovvero di destra) intorno al 35%
- KKE, Comunisti (Stalinisti): intorno al 6%
- SYRYZA (radici eurocomuniste) intorno al 3%
- Verdi (con radici anarchiche), prossimi al ma inferiori al 3%
- Neonazisti (nel parlamento greco) intorno al 3%
- Neonazisti (non nel parlamento greco) meno dello 0,3%
B. Dopo l’ “attacco” della Merkel:
- “Socialisti” (PASOK) intorno al 10%
- Nuova Democrazia (Conservatori) intorno al 30%
- KKE, Comunisti (Stalinisti): intorno al 12%
- SYRYZA (radici eurocomuniste) intorno al 12%
- Sinistra Democratica (partito nuovo, scisso da SYIRIZA) intorno al 13%
- Verdi (con radici anarchiche), prossimi ma inferiori al 5%
- Neonazisti (nel parlamento greco) intorno al 5%
- Neonazisti (non nel parlamento greco): non disponibile. Probabilmente invariato.
C. Dopo le elezioni parlamentari greche del 6 maggio 2012
- “Socialisti” (PASOK) 13%
- Nuova Democrazia (Conservatori) 18,85%
- Greci Indipendenti (scissione da Nuova Democrazia) 10,60%
- Alleanza Democratica (scissione da Nuova Democrazia) 2,55%
- KKE, Comunisti (Stalinisti): 8,48%
- SYRYZA (radici eurocomuniste) 16,78%
- Sinistra Democratica (partito nuovo, scisso da SYIRIZA) 6,11%
- Verdi (con radici anarchiche) 2,90% (non entrati in parlamento)
- Neonazisti (già nel parlamento greco) 2,93% (non entrati in parlamento)
- Neonazisti (già non nel parlamento greco): 6,97% (entrati in parlamento)
Il “Dramma”
(Scena prima)
Una delle “perversioni” prevalenti (se non quella dominante) in questo “dramma” è che la legge elettorale regala al primo partito (quello con il maggior numero totale di voti) un premio di 50 seggi [!!!] nel parlamento greco che ha 300 seggi. Il che significa che un candidato del primo partito con, diciamo 200 voti, può ottenere un seggio, mentre un candidato del secondo partito, con 100.000 voti, non può entrare in parlamento! Incredibile? Sì, ma istruttivo per i giovani di tutto il mondo.
Come è stato possibile approvare una simile legge? Il defunto Andreas Papandreou, un economista allevato negli Stati Uniti, da principale figura politica in Grecia per quasi mezzo secolo (dai primi anni ’60), offrì ai greci alcuni tipi umani molto interessanti, da lui scelti per essere le élite politiche greci per decenni. Ad esempio scelse Akis Tsohatzopoulos, che pochi giorni dopo fu imprigionato per corruzione e che trascinò in prigione sua moglie, sua figlia, e parenti e amici assortiti. Scelse Theodore Pangalos, un tipo piuttosto paffuto del peso di 350 libbre [quasi 160 chili – n.d.t.] che “passò” Ochalan, dei curdi, alla CIA, che definisce i greci comuni dei buoni a nulla, ecc. ecc. Alla fine scelse un ingegnere civile, che a un certo punto della sua carriera ha stilato la nobile legge elettorale di cui sopra, più una legge che di fatto ha reso illegali gli scioperi in Grecia. Questi eccezionali individui sono stati scelti da un’unica persona per decidere delle vite di dieci milioni di persone.
Ora si supponga che, a dispetto della citata nobile legge, ci sia un governo di sinistra in Grecia. Naturalmente tale governo avrà sotto il suo controllo anche le forze armate greche. Inoltre si supponga che tale governo sovrano greco chieda che una delle più importanti basi militari statunitensi nel mondo, la base di “Souda Bay” a Creta, venga chiusa. La formazione di un simile governo greco di sinistra non sarebbe piuttosto “fastidiosa” non solo per gli Stati Uniti ma anche per Israele che utilizza la base di “Souda Bay” come parte della propria macchina militare?
Perciò un governo greco di sinistra non potrà esistere, mai.

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