Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

mercoledì 25 luglio 2012

Le lezioni di economia di quei soloni dei greci

Fonte: il manifesto | Autore: Edoardo Vanni        
Alcune volte, ristabilire il senso alle parole non è solo pedanteria terminologica. È un’operazione di verità. Le questioni terminologiche nascondono più profondi dissidi di concetto. E il concetto che sta dietro alla parola è una cosa seria. Ci permette di dare senso al mondo. Ordinarlo. Comprenderlo. Ma soprattutto trasformarlo. Dare forma coerente alla prassi. Tanto più adesso. Che invasi dalla fantasmagoria della forma merce e dalle maglie infrangibili dell’ordinamento capitalistico, siamo incapaci di intravedere alternative.
Salti storici. Viviamo in un eterno presente. Tutto ci sembra così immobile nella sua infinita liquidità. Il capitalismo assoluto-totalitario pone se stesso, viene a corrispondere al proprio concetto. Non lasciando spazio a nessun’altra forma, in un’inedita sussunzione reale. È in questo deserto concettuale che parole come ‘economia’ se da un lato invadono il nostro mondo verbale, dall’altro perdono ogni orizzonte di senso. De-concettualizzandosi. Intendiamoci. L’economia non è una cosa reale. È una disciplina. Né più né meno come l’astrologia. Un modo di dare senso al mondo e di dominarlo, nato tra XV e XVIII secolo. Il fatto che sia quantificabile, che la potenza delle formule matematiche gli dia senso, non ne fa un vincolo concreto.
I Greci banalmente, distinguevano tra oikonomia e kremata. L’una aveva a che fare con la gestione della casa, la riproduzione della famiglia. Aveva come campo semico il valore d’uso. Riguardava l’uomo, la società più in genere, la gestione della città, della polis. Il secondo termine aveva a che fare con il mondo delle cose, con il valore di scambio. Si configura come l’arte di accumulare ricchezza. All’origine della nascita della polis greca, con le sue leggi, i suoi ordinamenti, le sue spettacolari forme artistiche, letterarie e filosofiche, vi fu il ristabilimento della misura (metron) all’arricchimento smisurato (apeiron) prodotto dall’economia mercantile. Nessun miracolo greco, ma un prodotto delle condizioni socio-politiche dell’epoca. In quella spettacolare interazione tra idee e condizioni materiali della produzione.
Le prime riforme democratiche varate da Solone (638 a.C.-558 a.C.), riguardavano l’abolizione della schiavitù per debiti e l’allargamento della cittadinanza. Erano misure tese al ristabilimento del senso della totalità sociale perduta, basata su un nuovo principio politico fondato sul demos e sull’applicazione concreta del metron a tutti gli ambiti della vita collettiva e individuale. Ristabiliva il primato della politica sulla crematistica. Dell’economia (oikonomia) sul mondo delle cose. Del valore d’uso su quello di scambio. Della misura sul cattivo infinito. Questa misura era sì morale, etica. Era un atteggiamento dell’animo. Ma era soprattutto misura reale e concreta. Tendeva da un lato a controllare i consumi e forme di accumulazione (una sorta di comunismo ante litteram) e dall’altra ad indirizzare la produzione (come il socialismo) verso forme di ridistribuzione.
Il primato della politica sull’economia come oggi la intendiamo, fu all’origine di quelle straordinarie manifestazioni culturali e civiche con cui ancora oggi ci confrontiamo. E questo ci dà la misura della forza innovativa che oggi potrebbe generare una simile presa di posizione nel mondo. Sembra banale affermare questo primato in tempi di crisi manifesta. Ma ristabilire l’ordine dei termini a volte è propedeutico. Per immaginare il futuro. A partire dal passato.
Ciò che oggi chiamiamo economia non esiste. È un’astrazione non meno impalpabile della «fiducia» dei mercati. Esiste solo l’economia-politica, come già aveva intuito Marx. L’uomo, con tutte le sue manifestazioni ideali e materiali, produttore di società per vivere, nell’appropriazione del mondo delle cose. È questione di ristabilire le corrette gerarchie. In questo i Greci, possono ancora darci lezioni. Di oikonomia.

martedì 24 luglio 2012

"Oltre l'austerità", un ebook gratuito per capire la crisi

di Sergio Cesaratto

Da oggi è scaricabile gratis sul sito di MicroMega l'ebook "Oltre l'austerità". Un contributo indispensabile per approfondire i temi della crisi economica e sociale che ha investito l'Europa e le prospettive per la sua soluzione. Con estremo rigore analitico, ma con un linguaggio accessibile anche per il lettore non specialista, gli autori del volume fanno giustizia di molti luoghi comuni, superficialità ed errori con i quali, anche sulla stampa italiana, è stata raccontata la crisi.
Più sotto l'indice. Buona lettura.

I
ndice
Introduzione 6
S. Cesaratto e M. Pivetti

1. Le politiche economiche dell’austerità

L’austerità, gli interessi nazionali e la rimozione dello Stato 11
M. Pivetti
Molto rigore per nulla 19
G. De Vivo

2. La crisi europea come crisi di bilancia dei pagamenti e il ruolo della Germania
Il vecchio e il nuovo della crisi europea 26
S. Cesaratto
Le aporie del più Europa 44
A. Bagnai
Deutschland, Deutschland…Über Alles 55
M. d’Angelillo e L. Paggi

3. Austerità, BCE e il peggioramento dei conti pubblici
Sulla natura e sugli effetti del debito pubblico 71
R. Ciccone
La crisi dell’euro: invertire la rotta o abbandonare la nave? 89
G. Zezza
Oltre l’austerità 4 MicroMega
Le illusioni del Keynesismo antistatalista 104
A. Barba
La crisi economica e il ruolo della BCE 111
V. Maffeo

4. Austerità, salari e stato sociale

Quale spesa pubblica 122
A. Palumbo
Crescita e “riforma” del mercato del lavoro 133
A. Stirati
Politiche recessive e servizi universali: il caso della sanità 145
S. Gabriele
Spread: l’educazione dei greci 160
M. De Leo

5. Oltre l’euro dell’austerità

Un passo indietro? L’euro e la crisi del debito 172
S. Levrero
Una breve nota sul programma di F. Hollande e la sinistra francese 185
M. Lucii e F. Roà

La Bolivia di Evo Morales mette al bando la Coca-Cola. Segna l'inizio simbolico della "cultura della vita"

   - controlacrisi -
Dal prossimo ventuno dicembre la Coca-Cola sarà bandita in Bolivia per essere sostituita dalla "Mocochinche", bevanda tradizionale a base di nettare di pesca. Per il governo sarà "la fine dell'egoismo e della divisione".
"Il 21 dicembre 2012 segnerà la fine dell'egoismo e della divisione". Cion queste parole David Choquehuanca, Ministro degli Esteri boliviano, ha spiegato il motivo per cui il governo di La Paz abbia scelto proprio il ventuno di dicembre come data in cui la Coca-Cola non sarà più venduta.
Si tratta di un simbolico passaggio di consegne tra la "fine del capitalismo" e l'inizio della "cultura della vita". Già lo scorso anno è stata lanciata la "Coca-Colla", bevanda locale che imita il prodotto statunitense nel nome e nei colori dell'etichetta. Inoltre in Bolivia, la Coca-Cola è sottoposta a rigidi controlli fiscal per verificare eventuali irregolarità dal punto di vista contabile e sfruttamento illecito degli operai. Come avviene in tante pari del mondo, la Colombia in testa, dove il sindacato Sinaltrainal ha più volte denunciato violazioni permanenti dei diritti umani dei lavoratori, unitamente a minacce alla loro vita da parte della multinazionale a stelle e strisce. La misura mostra anche la volontà del governo boliviano di voler difendere la produzione delle foglie di coca, utilizzate in maniera sempre maggiore per la produzione di beni di largo consumo, per Coca-Cola compresa, nonostante le smentite della multinazionale con sede in quel di Atlanta. Secondo indiscrezioni, negli USA, sarebbero importate 180 tonnellate all'anno di foglie di coca dal Perù.

Verso la fine dell’euro. E’ davvero un dramma?

 
L’Euro non può essere un tabù. Ripristinare la leva del cambio consente non solo di agire sul livello dei prezzi relativi dei beni prodotti in paesi diversi ma anche sul valore delle attività e passività finanziarie senza influire sui rischi di rimborso del capitale.

Il disordine regna sovrano in Europa. Se il presidente della Bce Mario Draghi asserisce in un’intervista al quotidiano Le Monde che l’euro è irreversibile, il cancelliere tedesco Merkel si dichiara «ottimista» ma non sicura della sopravvivenza dell’euro. La scorsa settimana l’Eurosistema ha deciso di non accettare titoli di stato emessi o garantiti dalla Repubblica ellenica come collaterale per ottenere prestiti fino alla «conclusione dell’esame condotto dalla Commissione europea, in raccordo con la Bce e l’Fmi, sui progressi compiuti dalla Grecia»; il Fondo Monetario Internazionale, a sua volta, secondo quanto riportato da autorevoli fonti di stampa, starebbe valutando l’idea di bloccare gli aiuti alla Grecia. Il mese di luglio è ormai trascorso senza che siano state avviate misure concrete per rendere operativo il cosiddetto «scudo anti spread» che era stato approvato alla fine di giugno, con grande risalto mediatico, dai capi di stato e di governo dell’Unione europea.
La prolungata assenza di indicazioni precise, convergenti e realizzabili, oltre che di misure concrete, da parte di coloro che hanno il potere di prendere decisioni rilevanti per i mercati finanziari ha favorito l’attuale drammatica situazione.
Malgrado l’elevatissimo rendimento atteso, le decisioni di disinvestimento dai titoli degli stati periferici dell’area dell’euro sopravanzano sempre più largamente le decisioni di acquisto. Il divario tra il rendimento dei titoli decennali dello stato spagnolo e quelli analoghi tedeschi ha ampiamente superato i 600 punti base, quello sui titoli italiani ha nuovamente valicato la soglia dei 500 punti base; si tratta di livelli insostenibili per le finanze pubbliche e l’economia di entrambi gli stati che incorporano un’elevatissima probabilità di fallimento.
In questa situazione l’Europa e i governi degli stati nazionali non possono più tergiversare. L’economia reale e finanziaria dei paesi periferici dell’Eurozona è in via di smantellamento; in Grecia si intensificano i fenomeni di denutrizione di ampie fasce di popolazione, tra cui tanti bambini; dovunque la disoccupazione ha raggiunto livelli insostenibili, anche se i salari e le pensioni sono stati drasticamente diminuiti e le tutele sociali smantellate. Il fallimento delle politiche economiche neoliberiste, che in Italia sono sostanzialmente proseguite senza soluzione di continuità rispetto al passato, sollecita un immediato cambiamento negli indirizzi di governo, ma purtroppo è probabile che sia troppo tardi perché possa avere effetto. La situazione è precipitata a un punto tale che in assenza di acquisti di quantità elevatissime di titoli di stato da parte dell’Eurosistema, non si può che predisporre un’uscita ordinata dalla moneta unica.
Non è detto che sia un dramma; l’euro non può essere un tabù. Con l’attuale livello di sviluppo delle tecnologie informatiche e delle reti telematiche, la moneta unica costituisce essenzialmente un mero valore simbolico, perché i vantaggi negli scambi sono trascurabili; viceversa, in assenza di un piano di convergenza verso un’unione istituzionale ed economica, la moneta unica costituisce un insuperabile fattore di rigidità.
L’esperienza degli ultimi anni ha dimostrato che in situazioni di squilibrio negli scambi reali e finanziari tra nazioni, gli interventi sul costo del lavoro, anche drastici, tendono ad accentuare gli squilibri piuttosto che a superarli; ciò è stato tanto più vero quando non sono stati accompagnati da efficaci interventi redistributivi del reddito e della ricchezza. Ripristinare la leva del cambio consente non solo di agire sul livello dei prezzi relativi dei beni prodotti in paesi diversi ma anche sul valore delle attività e passività finanziarie senza influire sui rischi di rimborso del capitale. Anche sui mercati internazionali gli effetti sarebbero trascurabili perché l’euro è stato finora utilizzato in misura molto contenuta come moneta internazionale di riserva, funzione mantenuta in modo pressoché monopolistico dal dollaro.
Va poi considerato che l’uscita dalla moneta unica potrebbe accompagnarsi al potenziamento del sistema europeo di banche centrali del quale fanno parte gli stati che non hanno adottato l’euro (ad esempio Gran Bretagna, Danimarca, Svezia) per irrobustire il coordinamento delle politiche finanziarie tra i Paesi Ue. Di per sé, l’eventuale ritorno alle monete nazionali non è un ostacolo alla costruzione dell’Europa Unita e agli interventi di rafforzamento delle istituzioni comunitarie in una prospettiva democratica e meno tecnocratica.
di Pitagora da il manifesto del 24 luglio 2012, via sbilanciamoci.info

La Crescita come il baratro.

di Zag in ListaSinistra
La crescita è quel venticello......
La Crescita come il baratro Il bene e il male dell'ateismo economico. Paradiso ed Inferno. Non si sa bene cosa siano, ma vengono identificati come il positivo e il negativo. Alcuni anni fa , se interrogato cos'è il bene e cosa il suo contrario si sarebbe risposto il capitalismo e il comunismo. Oggi invece l'intelletto collettivo ha spostato l'asse da concetti politici a concetti economici. E forse sta tutto qua il passaggio del moderno capitalismo. Dal produttivo al finanziario. L'esaurirsi della spinta del primo e il suo trasmutarsi nel secondo. Oggi stiamo assistendo allo sfacelo anche di questo e davanti a noi non vi è niente. Marx diceva e con lui Lenin che un periodo rivoluzionario è quando il vecchio muore e si affaccia il nuovo. Un periodo invece di decadenza è quando il vecchio decade e niente si affaccia come nuovo. Il vecchio e il nuovo si identificano e questo è il periodo più buio e pericoloso. Tutto il fecciume ci appare come nuovo e possibile, tutto pur di aggrapparci e sperare ce ci porti in salvo. Persino Grillo ci appare come l'ancora di salvataggio, persino la riedizione del Berlusconismo in chiave Berlusconi. Finanche la riedizione del montismo con o senza Monti. Basterebbero solo questi esempi per identificare il periodo di decadenza, sia morale che pratico. Cosi fu con la nascita del fascismo. Persino Mussolini apparve come il sol dell'avvenire.

E i concetti o le immagini di Crescita e di Baratro ( coniugato anche come Tunnel , ma a differenza di questa senza via d'uscita) luoghi di salvezza o di condanna.
Ma non era stata proprio la Crescita, questa crescita che infine ci ha portato a tutto questo? Allora la crescita non è il cammino nuovo che ci salverà, ma il percorrere il vecchio che fin qua ci ha condotto. Quale diversità della Nuova crescita c'è che sia diverso dalla vecchia? Forse il nuovo modello di sviluppo? Forse l'abbandono dei vecchi rapporti di potere o di rapporti fra le forze produttive? Niente di tutto questo solo Crescita. e...basta la parola. Ma non sarebbe il caso di chiedere , ma di quale crescita si sta parlando?
Ma lo so ci risponderebbero che non è il caso di sottilizzare. Quando la barca affonda ( e naturalmente ci diranno che nella barca ci siamo tutti) si pensa a salvarci senza andare tanto per il sottile. L'alternativa è .... il Baratro .
Sarà che sono diffidente e scettico.
Ma a me pare che Crescita e Baratro alfin pari son...
Grave è la situazione sotto il cielo. Però la situazione non è eccellente!

La ricetta di Stiglitz: combattere le disuguaglianze per far ripartire la crescita

Posted by keynesblog

L’uscita dell’ultimo lavoro di Joseph Stiglitz, “The Price of Inequality: How Today’s Divided Society Endangers Our Future” (il prezzo della disuguaglianza: come la società divisa di oggi mette in pericolo il nostro futuro), è importante per due fondamentali motivi. Perché l’economista Nobel denuncia l’insensatezza delle politiche di austerità in un periodo di depressione come quello attuale, e perché punta il dito sugli effetti negativi delle disuguaglianze dei redditi sulla crescita del Pil, mostrando come negli Stati Uniti quest’ultimo aspetto sia divenuto tanto patologico da far diventare il mito del “sogno americano” solo un pallido ricordo.

Stiglitz torna ad intervenire sull’argomento sulle colonne del Los Angeles Times puntando direttamente a chiarire che i problemi di sviluppo che le economie avanzate stanno oggi affrontando hanno una fondamentale radice: la debolezza della domanda aggregata. Ed è evidente che la porzione di reddito che viene spesa è più elevata nelle fasce più basse di reddito mentre diminuisce al crescere del reddito. La disuguaglianza nella distribuzione dei redditi – che è aumentata ovunque, ma in alcuni paesi di più che in altri – è pertanto diventata un problema strutturale dello sviluppo delle economie avanzate.
Per queste sue evidenti implicazioni il concetto, prosegue Stiglitz, dovrebbe risultare immediato anche per i sostenitori dell’”economia dell’offerta” (supply-side economics), che individuano nella bassa produttività un importante freno alla crescita. Allo stesso tempo è necessario considerare che l’aumento delle disuguaglianze tra i redditi non è solo il risultato dell’operare delle cosiddette forze del mercato, ma anche l’esito inevitabile di comportamenti imprenditoriali che hanno premiato la ricerca di una rendita piuttosto che l’investimento produttivo. Meno investimenti produttivi e maggiori disuguaglianze nei redditi hanno dunque minato profondamente le prospettive di crescita delle economie avanzate. Un combinato disposto assolutamente esplosivo: non solo risulta indebolita la domanda aggregata, ma tendono anche ad indebolirsi i presupposti per la costituzione di una base produttiva ad alto potenziale di crescita, nella quale siano incorporati nuovi saperi ed innovazione. In un contesto nel quale investire equivale ad andare alla ricerca della miglior posizione di rendita finanziaria, anche il sistema del credito risulta distorto venendo a mancare quella fondamentale attività di prestito alle imprese per la realizzazione di investimenti nel settore dei beni reali.
Ora la questione cruciale che Stiglitz intende sottolineare è la seguente: far sì che gli investimenti tornino ai settori produttivi non è una operazione trascendentale. Sarebbero infatti necessarie una migliore regolamentazione finanziaria, migliori e più incisive leggi antitrust, una legislazione sulle imprese che limiti il potere dei grandi manager di fissarsi arbitrariamente le proprie retribuzioni, e nel complesso una maggiore trasparenza in tutti questi ambiti. Inoltre poiché la maggior parte del reddito delle fasce più alte della distribuzione deriva dai guadagni di operazioni puramente finanziarie e/o speculative, una tassazione maggiormente progressiva (ed in particolare una tassazione dei capital gains) sarebbe un utile deterrente. Peraltro, l’eventuale utilizzo da parte dello Stato dei maggiori introiti fiscali potrebbe trovare impiego in investimenti pubblici ad alta redditività, producendo in questo senso un duplice effetto positivo.
In generale i paesi che presentano un alto tasso di diseguaglianza tendono a disinvestire nel benessere collettivo, spendendo troppo poco rispetto a quanto dovuto in istruzione, innovazione ed infrastrutture. Ed oggi gli investimenti pubblici sono particolarmente importanti: aumentano la domanda nel breve periodo e la produttività nel medio termine. Rivolgendo l’attenzione agli Stati Uniti, Stiglitz inoltre sottolinea come proprio una ripresa dell’investimento pubblico nell’istruzione potrebbe riportare in auge il mito del “sogno americano”.
In sintesi: è necessario revisionare profondamente le priorità dell’agenda della politica economica, passando dall’obiettivo di riduzione del bilancio pubblico a quello di favorire una migliore distribuzione dei redditi. Gli effetti espansivi che si otterrebbero andrebbero inoltre a beneficio della stessa riduzione del deficit pubblico. E’ la bassa crescita a generare deficit di bilancio pubblico, non il contrario. E conclude: “Possiamo raggiungere il livello di ricchezza diffusa che ha caratterizzato le decadi dopo la Seconda Guerra Mondiale”. Quei “30 anni d’oro” in cui hanno prevalso negli USA e nel resto del mondo politiche di stampo keynesiano.

lunedì 23 luglio 2012

Un manifesto per il (buon) senso economico

Un manifesto per il (buon) senso economico
Manifesto Krugman – Layard
Più di quattro anni dopo l’inizio della crisi finanziaria, le principali economie avanzate del mondo restano profondamente depresse, una scena che ricorda fin troppo quella del 1930. E la ragione è semplice: ci affidiamo alle stesse idee che hanno governato le azioni di politica economica nel 1930. Queste idee, da tempo smentite, comprendono errori profondi sia sulle cause della crisi che sulla sua natura che sulla risposta appropriata.
Questi errori hanno messo radici profonde nella coscienza pubblica e forniscono il sostegno pubblico per l’eccessiva austerità delle attuali politiche fiscali in molti paesi. Quindi i tempi sono maturi per un manifesto in cui gli economisti mainstream offrano al pubblico una analisi dei nostri problemi maggiormente basata sulle evidenze.

Le cause. Molti responsabili politici insistono sul fatto che la crisi è stata causata dalla gestione irresponsabile del debito pubblico. Con pochissime eccezioni – come la Grecia – questo è falso. Invece, le condizioni per la crisi sono state create da un eccessivo indebitamento del settore privato e dai prestiti, incluse le banche sovra-indebitate. Il crollo della bolla ha portato a massicce cadute della produzione e quindi del gettito fiscale. Così i disavanzi pubblici di grandi dimensioni che vediamo oggi sono una conseguenza della crisi, non la sua causa.

La natura della crisi. Quando le bolle immobiliari su entrambi i lati dell’Atlantico sono scoppiate, molte parti del settore privato hanno tagliato la spesa nel tentativo di ripagare i debiti contratti nel passato. Questa è stata una risposta razionale da parte degli individui, ma – proprio come la risposta simile dei debitori nel 1930 – si è dimostrata collettivamente autolesionista, perché la spesa di una persona è il reddito di un’altra persona. Il risultato del crollo della spesa è stato una depressione economica che ha peggiorato il debito pubblico.

La risposta appropriata. In un momento in cui il settore privato è impegnato in uno sforzo collettivo per spendere meno, la politica pubblica dovrebbe agire come una forza di stabilizzazione, nel tentativo di sostenere la spesa. Per lo meno non dovremmo peggiorare le cose tramite grandi tagli della spesa pubblica o grandi aumenti delle aliquote fiscali sulle persone comuni. Purtroppo, questo è esattamente ciò che molti governi stanno facendo.

Il grande errore. Dopo aver risposto bene nella prima e acuta fase della crisi economica, la saggezza politica convenzionale ha preso una strada sbagliata, concentrandosi sui deficit pubblici, che sono principalmente il risultato di una crisi indotta dal crollo delle entrate, e sostenendo che il settore pubblico dovrebbe cercare di ridurre i suoi debiti in tandem con il settore privato. Come risultato, invece di giocare un ruolo di stabilizzazione, la politica fiscale ha finito per rafforzare gli effetti frenanti dei tagli alla spesa del settore privato.

Di fronte a uno shock meno grave, la politica monetaria potrebbe bastare. Ma con i tassi di interesse prossimi allo zero, la politica monetaria – mentre dovrebbe fare tutto il possibile – non può fare l’intero lavoro. Ci deve naturalmente essere un piano a medio termine per ridurre il disavanzo pubblico.

Ma se questo è troppo sbilanciato può facilmente essere controproducente annullando la ripresa. Una priorità chiave è ora quella di ridurre la disoccupazione, prima che diventi endemica, rendendo la rispesa e la futura riduzione del deficit ancora più difficile.

Come rispondono coloro che sostengono le politiche attuali agli argomenti che abbiamo appena avanzato? Usano due argomenti molto diversi a sostegno della loro causa.

L’argomento della fiducia. Il loro primo argomento è che i deficit pubblici alzeranno i tassi di interesse e quindi impediranno il recupero. Al contrario, essi sostengono, l’austerità aumenterà la fiducia e favorirà così la ripresa.

Ma non c’è alcuna prova a favore di questo argomento. In primo luogo, nonostante i deficit eccezionalmente elevati, i tassi di interesse oggi sono bassi senza precedenti in tutti i principali paesi in cui c’è una banca centrale normalmente funzionante. Ciò è vero anche in Giappone, dove il debito pubblico supera ormai il 200% del PIL annuo, e il downgrade da parte delle agenzie di rating non hanno avuto alcun effetto sui tassi di interesse giapponesi.

I tassi di interesse sono elevati solo in alcuni paesi della zona euro, perché la BCE non è consentito di agire come prestatore di ultima istanza per il governo. Altrove la banca centrale può sempre, se necessario, finanziare il deficit, lasciando inalterato il mercato obbligazionario. Inoltre l’esperienza passata non contiene nessun caso in cui i tagli di bilancio hanno effettivamente generato un aumento dell’attività economica. Il FMI ha studiato 173 casi di tagli di bilancio dei singoli paesi e ha scoperto che il risultato coerente è la contrazione economica. Nella manciata di casi in cui il consolidamento fiscale è stato seguita da una crescita, i canali principali erano un deprezzamento della valuta nei confronti di un mercato mondiale forte, una possibilità non disponibile al momento.

La lezione dello studio del FMI è chiara: i tagli al bilancio ritardano la ripresa. E questo è ciò che sta accadendo ora: i paesi con i maggiori tagli di bilancio hanno avuto le più pesanti cadute dell’output.

La verità è, come possiamo vedere, che i tagli di bilancio non ispirano la fiducia delle imprese. Le aziende investono solo quando possono prevedere abbastanza clienti con un reddito sufficiente da spendere. L’austerità scoraggia gli investimenti.

Vi è quindi un’evidenza massiccia contro l’argomento della fiducia; tutte le presunte prove a favore di tale dottrina sono evaporate ad un esame più approfondito.

L’argomento strutturale. Un secondo argomento contro l’espansione della domanda è che la produzione è nei fatti vincolata dal lato dell’offerta da squilibri strutturali. Se questa teoria fosse giusta però, almeno in alcune loro parti le nostre economie dovrebbe essere a pieno regime, e così dovrebbe fare alcune attività. Ma nella maggior parte dei paesi non è questo il caso.

Ogni settore importante delle nostre economie è in difficoltà, e ogni attività ha un tasso di disoccupazione più elevato del solito. Quindi il problema deve essere una mancanza generale di spesa e domanda.

Nel 1930 lo stesso argomento strutturale è stato utilizzato contro le politiche di spesa proattive negli Stati Uniti, ma a seguito dell’aumento di spesa tra il 1940 e il 1942, la produzione è aumentata del 20%. Quindi il problema nel 1930, come oggi, era una carenza di domanda, non di offerta.

Come risultato delle loro idee sbagliate, in molti paesi occidentali i politici stanno infliggendo sofferenze enormi ai loro popoli. Ma le idee che sposano su come gestire le recessioni sono state respinte da quasi tutti gli economisti dopo i disastri del 1930, e per i successivi quarant’anni o giù di lì l’Occidente ha goduto di un periodo senza precedenti di stabilità economica e bassa disoccupazione.

E’ tragico che negli ultimi anni le vecchie idee abbiano di nuovo messo radici. Ma non possiamo più accettare una situazione in cui le paure sbagliate di tassi di interesse più elevati pesino di più sui i decisori politici rispetto agli orrori della disoccupazione di massa.

Politiche migliori differiranno da paese a paese e hanno bisogno di un dibattito approfondito. Ma devono essere basate su una corretta analisi del problema.

Invitiamo quindi tutti gli economisti e gli altri che sono d’accordo con le linee generali di questo Manifesto a registrare la loro sottoscrizione su www.manifestoforeconomicsense.org, e sostenere pubblicamente un approccio più solido.

Occupy Wall Street: Ghosts of Seattle '99 and Nader 2000?


As we gather together in solidarity to express a feeling of mass injustice, we must not lose sight of what brought us together. We write so that all people who feel wronged by the corporate forces of the world can know that we are your allies.
As one people, united, we acknowledge the reality: that the future of the human race requires the cooperation of its members; that our system must protect our rights, and upon corruption of that system, it is up to the individuals to protect their own rights, and those of their neighbors; that a democratic government derives its just power from the people, but corporations do not seek consent to extract wealth from the people and the Earth; and that no true democracy is attainable when the process is determined by economic power. We come to you at a time when corporations, which place profit over people, self-interest over justice, and oppression over equality, run our governments. We have peaceably assembled here, as is our right, to let these facts be known.
They have taken our houses through an illegal foreclosure process, despite not having the original mortgage.
They have taken bailouts from taxpayers with impunity, and continue to give Executives exorbitant bonuses.
They have perpetuated inequality and discrimination in the workplace based on age, the color of one’s skin, sex, gender identity and sexual orientation.
They have poisoned the food supply through negligence, and undermined the farming system through monopolization.
They have profited off of the torture, confinement, and cruel treatment of countless nonhuman animals, and actively hide these practices.
They have continuously sought to strip employees of the right to negotiate for better pay and safer working conditions.
Because agreeing to have someone else lend you money is the same as being snatched from your family, hauled off in chains on a boat where many people die, then forced to work in the hot sun by masters who generally whip and rape you and so on.They have held students hostage with tens of thousands of dollars of debt on education, which is itself a human right.
While we wait for official demands (if they come at all), there have been plenty of suggestions, including by the protesters themselves. A quick survey of the proposals suggests that, as the above excerpt hinted at, the Ralph Nader 2000 campaign and the late-'90s Seattle-style anti-globalization movement are alive and well. First up, at theOccupyWallSt.org website, here's the first six of Lloyd J. Hart's proposed 13 demands:
Wait, I thought Hitler's bankers were the Swiss? SOMEONE HAS BEEN LYING TO ME.Demand one: Restoration of the living wage. This demand can only be met by ending "Freetrade" by re-imposing trade tariffs on all imported goods entering the American market to level the playing field for domestic family farming and domestic manufacturing as most nations that are dumping cheap products onto the American market have radical wage and environmental regulation advantages. Another policy that must be instituted is raise the minimum wage to twenty dollars an hr.
Demand two: Institute a universal single payer healthcare system. To do this all private insurers must be banned from the healthcare market as their only effect on the health of patients is to take money away from doctors, nurses and hospitals preventing them from doing their jobs and hand that money to wall st. investors.
Demand three: Guaranteed living wage income regardless of employment.
Demand four: Free college education.
Demand five: Begin a fast track process to bring the fossil fuel economy to an end while at the same bringing the alternative energy economy up to energy demand.
Demand six: One trillion dollars in infrastructure (Water, Sewer, Rail, Roads and Bridges and Electrical Grid) spending now.
Here's the first four of a more recent OccupyWallSt.org list ofeight proposed congressional demands, by GandhiKingMindset:
How long? Hey you! Who said that? Baby how you been?1. CONGRESS PASS HR 1489 ("RETURN TO PRUDENT BANKING ACT" http://www.govtrack.us/congress/bill.xpd?bill=h112-1489 ). THIS REINSTATES MANY PROVISIONS OF THE GLASS-STEAGALL ACT. [...]
2. USE CONGRESSIONAL AUTHORITY AND OVERSIGHT TO ENSURE APPROPRIATE FEDERAL AGENCIES FULLY INVESTIGATE AND PROSECUTE THE WALL STREET CRIMINALS who clearly broke the law and helped cause the 2008 financial crisis [...]
3. CONGRESS ENACT LEGISLATION TO PROTECT OUR DEMOCRACY BY REVERSING THE EFFECTS OF THE CITIZENS UNITED SUPREME COURT DECISION which essentially said corporations can spend as much as they want on elections. [...]
4. CONGRESS PASS THE BUFFETT RULE ON FAIR TAXATION SO THE RICH AND CORPORATIONS PAY THEIR FAIR SHARE & CLOSE CORPORATE TAX LOOP HOLES AND ENACT A PROHIBITION ON HIDING FUNDS OFF SHORE. No more GE paying zero or negative taxes. Pass the Buffet Rule on fair taxation so the rich pay their fair share. (If we have a really had a good negotiating position and have the place surrounded, we could actually dial up taxes on millionaires, billionaires and corporations even higher...back to what they once were in the 50's and 60's.
More discussion about demands & such here.
Is this an accurate snapshot of what these protests are all about? Don't know, haven't been there. And no piece of writing can ever convey the spirit of dadaist hijinx that always animates such exercises. But the notions above are certainly familiar, mostly in a not-very-inspiring kinda way.

Ida Magli: come previsto, l’euro è la rovina dell’Europa

- libreidee -

«Spero che i pochi amici che abbiamo, che vogliono bene all’Italia, spingano i politici a uscire dall’euro». Problema numero uno, i politici: «Ormai sono un’ombra, degli spettri nel Parlamento». Parola di Ida Magli, autorevole antropologa: una delle poche voci, vent’anni fa, a mettere in guardia gli italiani dal trionfalismo europeista che – col Trattato di Maastricht – pose le condizioni per il “massacro sociale” con cui oggi facciamo i conti: privatizzazione del debito pubblico a vantaggio della finanza speculativa e fine della moneta sovrana, arma fondamentale per gestire le crisi proteggendo i cittadini. Risultato: il debito – storico motore dello sviluppo sociale – ora diventa un incubo, e costringe gli Stati sotto ricatto a svendere i “gioielli di famiglia” alle stesse multinazionali che, attraverso la grande finanza e i suoi emissari – Bce e Commissione Europea – hanno manovrato per scatenare il panico con un obiettivo chiaro: fare man bassa dei beni comuni, ovvero l’ultimo terreno di conquista rimasto, in un’economia ridotta in mutande.

Lo scenario è cupo: le manovre speculative che deprimono l’economia reale inducendo i governi a tagliare le spese vitali preservando solo le bancheIda Maglioperazioni che qualcuno non esita a definire “golpe finanziario” – sono state accelerate negli ultimi mesi di fronte alla grande crisi dell’Occidente globalizzato, che dopo due secoli e mezzo sta letteralmente smettendo di crescere. Crisi climatica, penuria energetica, recessione economica dovuta all’eccessiva produzione di merci superflue, che i consumatori non riescono più ad assorbire: più l’economia fatica, più il business si trasferisce nella sola sfera finanziaria, centralizzando il potere e facendo saltare le tutele democratiche. Se fino a ieri gli Stati riuscivano a far fronte alle crisi sistemiche attraverso la propria capacità di spesa pubblica garantita dalla sovranità monetaria, l’Eurozona ha progressivamente neutralizzato le difese delle comunità nazionali. Fino all’affronto estremo del Fiscal Compact, il trattato-capestro in base al quale lo Stato perde anche la sua ultima prerogativa, l’autonomia di bilancio: dal 2013, governi e Parlamenti regolarmente eletti saranno scavalcati dai tecnocrati di Bruxelles, i soli a decidere come gli Stati dovranno spendere il denaro pubblico per i loro cittadini.
«Sono una persona che ama la propria patria e che si occupa da molti anni della situazione dell’Unione Europea», dice Ida Magli in un intervento rilasciato il 21 luglio per il blog di Beppe Grillo. «Ho avuto sempre un’idea contraria all’unificazione, perché ero convinta che fosse un progetto assolutamente improbabile e che oggi mi appare del tutto patologico e delirante: la conduzione dei banchieri al posto dei politici ha firmato in un certo senso la fase finale del delirio», aggiunge l’antropologa. Basta dare un’occhiata alla Borsa, «a cui siamo tutti costretti a guardare come se fosse l’unico strumento della nostra vita»: se il differenziale di cambio con i titoli tedeschi torna a volare oltre i 500 punti, «significa che i trattati appena ratificati dal Parlamento italiano come una grande conquista – Fiscal MontiCompact e Meccanismo di Stabilità – sono stati visti dai mercati per quello che sono: un segnale di debolezza, non di forza».
I mercati, aggiunge Ida Magli, hanno visto come debolezza i due trattati «perché sono stati ratificati senza che i cittadini ne siano stati informati: tant’è vero che non lo fanno sapere agli italiani, perché sicuramente direbbero di no». Ovvio: se solo potessero pronunciarsi, gli italiani respingerebbero certamente l’idea di «dover essere succubi della Germania». Conclusione: «L’Unione Europea non può essere un unico Stato, è diventato soltanto un insieme di Stati deboli sottomessi alla Germania». Inutile girarci attorno: «I mercati valutano questo come un fatto che non potrà andare avanti per molto, perché si tratta di una situazione patologica, anomala», che oltretutto sta producendo un terremoto devastante nella finanza pubblica, a danno dei cittadini impoveriti, spaventati e precarizzati. Peggio: abbandonati al loro destino dei partiti-fantasma di cui parla Ida Magli, totalmente asserviti ai diktat della Bce e dei commissari locali come Mario Monti. Stando alle attuali regole, chiunque vincerà le elezioni nel 2013 non potrà più decidere praticamente niente. Unica possibilità: stracciare vent’anni di trattati-capestro e abrogare proprio quelle regole, tutte introdotte in modo semi-clandestino, senza uno straccio di referendum, insieme al sinistro avvento dell’euro, la moneta comune che doveva spalancare il futuro e invece sta facendo crollare l’Europa, gettando i suoi popoli nella disperazione.


KING DAVID HOTEL

domenica 22 luglio 2012

Cinque passi su un'altra strada

Come uscire dalla dittatura dello spread: ecco le proposte avanzate dal Forum «Uscire dalla crisi con un’altra Europa» (Green European Foundation e Sbilanciamoci!, Roma, luglio 2012)
La politica italiana è stretta tra la crisi europea e le nuove manovre di austerità imposte dal governo Monti con la “spending review”. Da un lato una speculazione finanziaria senza freni, una recessione sempre più grave e l’incapacità dell’Europa di affrontarle. Dall’altro una politica italiana fatta di tagli alla spesa degli enti locali, alla sanità, all’istruzione, la riduzione dei dipendenti statali, mentre restano spese inutili come quelle per i cacciabombardieri F35, con l’effetto di aggravare la recessione e l’impoverimento del paese.
Una via d’uscita da questa doppia crisi è stata proposta al Forum «Uscire dalla crisi con un’altra Europa» che ha riunito a Roma il 9 luglio 2012 decine di associazioni, sindacati e movimenti italiani chiamando a discutere le forze politiche progressiste. Sono state riprese e sviluppate le proposte discusse il 28 giugno 2012 al Forum “Un’altra strada per l’Europa” tenuto al Parlamento europeo a Bruxelles in contemporanea con il Consiglio europeo. Le proposte di Bruxelles, condivise da un ampio schieramento di associazioni, movimenti e sindacati europei, chiedevano cinque cambiamenti delle politiche europee sui seguenti temi:
1. La possibilità per la Banca centrale europea di intervenire come prestatore di ultima istanza per i titoli di Stato, e una soluzione al problema del debito pubblico fondata sulla responsabilità comune dell'eurozona.
2. Un radicale ridimensionamento della finanza, con l’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie, limiti alla finanza speculativa e ai movimenti di capitali.
3. Il rovesciamento delle politiche di austerità, il rifiuto dei vincoli del “Patto fiscale” e politiche che tutelino il welfare e i salari, con un’Europa capace di stimolare la domanda, assicurare l'armonizzazione fiscale, spostare l’imposizione fiscale dal lavoro ai profitti e alla ricchezza, promuovere la piena occupazione e avviare uno sviluppo equo e sostenibile. Su questi temi la politica del governo Monti è ferma all’ortodossia neoliberista, aggrava la recessione e disegna una prospettiva di declino economico, ingiustizia sociale, perdita di democrazia. Per l’Italia è particolarmente importante riaffermare che il lavoro e la contrattazione collettiva devono essere difesi; i diritti del lavoro sono parte essenziale dei diritti democratici in Europa e in Italia.
4. Per uscire dalla crisi, occorre una trasformazione profonda dell’economia europea nella direzione della sostenibilità ambientale e sociale. Serve un “new deal” verde, che orienti gli investimenti privati e le risorse pubbliche verso la conversione ecologica delle nostre infrastrutture energetiche, dei trasporti e produttive, con il ripristino delle risorse naturali, nuove conoscenze che alimentino ricerca e innovazione, una distribuzione più equa e minori disuguaglianze; solo così si riusciranno a creare “nuove” attività economiche e occupazione di qualità. In Italia, mille “piccole opere” per la tutela del territorio, il rinnovamento delle città e la qualità della vita sono punti di partenza importanti, insieme all’esperienza dei referendum sull’acqua e sul nucleare che hanno indicato come un’alternativa fondata sul valore dei “beni comuni” può diventare maggioranza nel paese.
5. Questi cambiamenti nelle politiche europee e italiane richiedono un’altra politica e una nuova pratica della democrazia. È necessaria una mobilitazione che risponda al crescente vuoto di democrazia e all’incapacità di realizzare politiche alternative in Europa: la battaglia per un’altra Europa è parte integrante della costruzione dell’alternativa in Italia. Occorre unire una maggiore integrazione europea con radicali cambiamenti nei modi in cui l’Unione europea prende le sue decisioni, per invertire la tendenza alla concentrazione del potere in pochissime mani e trovare una via d’uscita dalla crisi.
Il Forum ha aperto un confronto tra organizzazioni della società civile e forze politiche sulle forme e contenuti della democrazia, anche in vista delle elezioni italiane del 2013 e di quelle europee del 2014. In Italia, è importante organizzare una forte aggregazione intorno a queste proposte di cambiamento, influenzando i contenuti del dibattito delle prossime elezioni.
In Europa è necessario cambiare radicalmente le politiche, riequilibrare i poteri di governi nazionali, Commissione, Parlamento europeo e rafforzare il controllo dei Parlamenti nazionali sui loro governi; servono iniziative di riforma “costituzionale” con una vasta partecipazione; come le proposte per una Convenzione europea o un’Assemblea costituente; sono state proposte liste transnazionali per le elezioni del parlamento europeo e l’utilizzo degli strumenti di democrazia diretta come l’Iniziativa dei cittadini europei per promuovere nuove politiche europee.
Di fronte a una crisi sempre più grave, le politiche italiane ed europee devono cambiare strada; un'alleanza tra società civile, sindacati, movimenti sociali e forze politiche progressiste è oggi più che mai necessaria per portare l'Europa fuori dalla crisi prodotta da neoliberalismo e finanza, e verso una vera democrazia.
Forum "Uscire dalla crisi con un'altra Europa", Green European Foundation e Sbilanciamoci! Roma, Casa internazionale delle donne, 9 luglio 2012

Il crack finanziario del 2007 e la “sconfitta” del neoliberismo

Antiper

- sinistrainrete -
Secondo la quasi totalità dei commentatori “anti-neo-liberisti” il crack finanziario del 2007 - quello, per intenderci, dei “mutui subprime” - costituirebbe un'evidente sconfitta storica e teorica del neo-liberismo dal momento che quella crisi avrebbe dimostrato inequivocabilmente come il sistema finanziario americano e internazionale siano potuti sopravvivere al proprio collasso solo grazie al massiccio intervento diretto degli Stati. E, quando lo Stato interviene – deducono gli anti-neo-liberisti - il neo-liberismo è fritto.
La prima proposta di intervento statale su vasta scala per sostenere Wall Street dopo il crack della banca di investimenti “Lehman Brothers”, nel settembre 2008, venne avanzata nei giorni immediatamente successivi e inizialmente respinta dal Congresso; fu poi approvata e perfezionata in una gigantesca operazione di “tamponamento falle” (il TARP [2]) che i giornali dell'establishment politico ed economico denunciarono come “statalista” e “socialista”. Come era prevedibile, Marx fu messo sulla copertina del Time, nonostante che egli fosse, più che un sostenitore dell'intervento in economia dello Stato borghese-capitalistico, piuttosto un sostenitore della distruzione di tale Stato. Ma tant'è...

***

Di recente [3], l'Economist ha parlato di “capitalismo di stato” e di “mano visibile” [4] (parafrasando ironicamente Adam Smith) in relazione, oltre che alla politica economica degli USA, a quella dei paesi emergenti (Cina, Russia, India...) mettendo a fuoco una parte del problema che abbiamo di fronte: Stato e mercato sono davvero antitetici come parrebbero suggerire le opposte ideologie del (neo) liberismo e dell'anti (neo) liberismo?

In termini accademici, formalmente, i (neo) liberisti sembrerebbero fautori del non intervento dello Stato in economia e del principio di sussidiarietà [5], mentre gli anti (neo) liberisti sembrerebbero pensarla all'opposto.

Alcuni anti-neo-liberisti sono favorevoli all'intervento dello Stato in funzione anti-ciclica (per sostenere la domanda aggregata nei periodi di crisi e calmierare l'inflazione nei periodi di boom); altri chiedono la re-distribuzione del reddito nazionale a favore dei lavoratori per sostenerne i consumi... Ci sono “keynesiani di destra” che chiedono soldi per le imprese e “keynesiani di sinistra” che chiedono soldi per i lavoratori... Ma tutti, sia pure in modo diverso, chiedono l'intervento dello Stato e pensano che questo intervento, direttamente o indirettamente (come nel caso della favola keynesiana del sostegno agli investimenti che crea “pieno impiego”), finisce per favorire i lavoratori.

Di più. Nella variegata area anti-neo-liberista si è consolidata la bislacca idea secondo cui tra Stato e Mercato esisterebbe una relazione di questo tipo: più Stato uguale meno mercato, e viceversa. E poiché il “libero mercato” - ovvero la presunta “assenza di intervento dello Stato” - è una cosa brutta (ricerca del massimo profitto, altissima competizione, massimo sfruttamento dei lavoratori, ecc...) lo Stato – o, per meglio dire, l'intervento dello Stato - finisce per essere, al contrario, una cosa bella. Dunque – dicono gli anti-neo-liberisti - se gli Stati tornano protagonisti il neo-liberismo è finito. Ma le cose stanno davvero così?

Procediamo un passo per volta e cominciamo dalla seguente definizione di neo-liberismo:

“...La fine del secondo conflitto mondiale ha visto il rinascere dell'idea liberista, sia pure su basi nuove rispetto a quella di matrice classica; il neo-liberismo non sostiene più, infatti, che le spese statali debbano essere limitate ai soli settori della difesa, della giustizia e dell'ordine pubblico ma, in contrapposizione dialettica con i fautori del Welfare State, ritiene che lo Stato debba intervenire solo nei casi di evidente fallimento del mercato. È, soprattutto, sul piano dei rapporti commerciali internazionali che il neoliberismo si è imposto con maggior forza: organismi internazionali quali il GATT o il FMI, infatti, hanno favorito la stipula di accordi multilaterali di libero scambio e l'abbattimento dei dazi doganali.” [6]

Cosa leggiamo? Leggiamo che, secondo i neo liberisti, quando il mercato fallisce lo Stato deve intervenire. Proprio come è successo nel 2007-2008 con il crack di Wall Street: il mercato (finanziario) è fallito, lo Stato è intervenuto: schema neo-liberista.

Si tratta, con tutta evidenza, dell'assunzione esplicita (basata ovviamente sulla constatazione storico-empirica) che il mercato non si auto-regola (come postulavano i “liberisti classici”) e che quindi, tale mercato, prima o poi, dev'essere “regolato” in qualche modo.

E' interessante anche la seconda parte della definizione dove è scritto, in sostanza, che senza l'intervento di istituzioni di carattere sovra-nazionale e inter-nazionale [7] impegnate ad abbattere gli ostacoli al “libero mercato”, tale libero mercato neppure ci sarebbe. E qui vengono alla mente le considerazioni di Karl Polanyi a proposito della nascita del mercato [8] o di Marx sulla battaglia tra liberoscambisti e protezionisti in Inghilterra in merito al varo delle “corn laws” [9].

L’ultima proroga dell’euro

di Joseph Stiglitz - sinistrainrete -

Non è solo la fiducia nei paesi periferici dell’Europa ad essere in declino, ma è la stessa sopravvivenza dell’euro ad essere ora in dubbio

Proprio come un prigioniero nel braccio della morte, l’euro ha ottenuto un ultimo minuto di sospensione dell’esecuzione. Potrà sopravvivere ancora un po’. I mercati stanno festeggiando, come hanno fatto dopo ciascuno degli ultimi quattro vertici sulla “crisi dell’euro”, finché non si renderanno conto che i problemi fondamentali devono ancora essere affrontati.

Ci sono state delle buone notizie in questo vertice. I leader europei hanno finalmente capito che l’operazione “fai da te” in base alla quale l’Europa presta i soldi alle banche per salvare i paesi sovrani e ai paesi sovrani per salvare le banche, non funzionerà. Allo stesso modo, riconoscono ora che i prestiti di salvataggio, che garantiscono ai nuovi prestatori un grado di superiorità sugli altri creditori, non fanno altro che peggiorare la posizione degli investitori privati che finiranno per pretendere tassi di interesse ancora più alti.

E’ profondamente sconcertante che ai leader europei ci sia voluto così tanto per comprendere un concetto così ovvio (e già evidente più di un decennio e mezzo fa con la crisi dell’Asia orientale). Ma ciò che manca nell’accordo è ancor più significativo di ciò che contiene. Già un anno fa, i leader europei avevano infatti riconosciuto che la Grecia non avrebbe potuto riprendersi senza crescita e che non era possibile ottenere la crescita solo attraverso una politica di austerità. Ciò nonostante, hanno fatto molto poco.

Ora è stata avanzata la proposta di una ricapitalizzazione della Banca Europea per gli Investimenti quale parte di un pacchetto di crescita di circa 150 miliardi di dollari. Ma i politici sono bravi a rinnovare l’immagine e, a quanto si dice, i nuovi soldi rappresentano solo una minima parte della somma totale che non verrà comunque iniettata immediatamente nel sistema. In breve: i rimedi, troppo pochi e troppo in ritardo, si basano su una diagnosi sbagliata del problema e su un’economia difettosa.

La speranza è che i mercati possano ripagare la virtù, che in questo caso corrisponde all’austerità. Ma i mercati sono in realtà più pragmatici, pertanto, se l’austerità dovesse comportare un indebolimento della crescita economica e, di conseguenza, della capacità di risanamento del debito, come sembra probabile che avvenga, non ci sarà alcuna riduzione dei tassi di interesse. Per contro, si potrebbe invece verificare un calo degli investimenti che potrebbe a sua volta ad innescare una spirale verso il basso nella quale sia Grecia che Spagna sono già entrate.

La Germania sembra essere sorpresa da questo contesto. Come i salassi medievali, i leader del paese si rifiutano di vedere che la medicina non funziona ed insistono ad usarla finché il paziente non muore.

Gli eurobond ed un fondo di solidarietà potrebbero promuovere la crescita e stabilizzare i tassi di interesse che i governi si trovano di fronte durante le crisi. Dei tassi di interesse più bassi, ad esempio, renderebbero disponibile un po’ di liquidità che permetterebbe anche ai paesi con stretti limiti di budget di spendere di più sugli investimenti che favoriscono la crescita.

Gli intellettuali “di sinistra” e la crisi della zona euro

di Emiliano Brancaccio - sinistrainrete -

Man mano che la crisi della zona euro si aggrava, tra gli imprenditori italiani e persino negli ambienti della destra “rispettabile” inizia a far capolino l’ipotesi di una uscita dell’Italia dalla moneta unica. Come quasi sempre accade, allora, per riflesso pavloviano anche gli intellettuali e gli economisti di “sinistra” si vedono costretti a uscire dalle consuete ambiguità retoriche e ad assumere posizioni più chiare sul da farsi. Vari articoli pubblicati di recente, così come un seminario sulla crisi organizzato pochi giorni fa dalla Fondazione Di Vittorio e dall’ARS, hanno dato conto di questa tendenza.
Semplificando al massimo, tra gli intellettuali di sinistra, inclusi gli economisti, possiamo riconoscere due posizioni prevalenti.
Alcuni di essi ritengono che una deflagrazione della zona euro determinerebbe una catastrofe economica talmente violenta da condurre l’intera Europa sull’orlo di un conflitto bellico. La loro tesi è che l’Unione economica e monetaria rappresenta una condizione necessaria per garantire la pace tra i popoli europei. Chiunque si azzardi a evocare la possibilità di un’uscita dall’euro viene quindi immediatamente considerato un avventuriero irresponsabile, potenzialmente un guerrafondaio. In verità questi studiosi non forniscono chiare evidenze a sostegno dei loro anatemi. Nel libro L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa (Il Saggiatore, Milano 2012) abbiamo rilevato che la tesi secondo cui le unioni economiche e monetarie - e più in generale il liberoscambismo - garantirebbero la pace tra le nazioni, non trova adeguati riscontri storici. Abbiamo ricordato, in proposito, che alla vigilia del primo conflitto mondiale sussisteva piena libertà di circolazione dei capitali e vigeva un sistema di cambi fissi vincolante quasi quanto l’euro.
Anziché lanciare apodittici strali di accuse, dunque, gli intellettuali che intendono difendere la zona euro a tutti i costi farebbero meglio a fornire argomenti più convincenti a sostegno delle loro posizioni. In particolare, essi dovrebbero dirci se ritengono che, pur di restare nell’eurozona, dovremo in futuro adattarci a qualsiasi possibile divario tra tassi d’interesse e tassi di crescita del Pil nominale (con buona pace per la praticabilità di qualsiasi cosa possa vagamente somigliare a una politica economica “alternativa”, espressione che viene tuttora ripetuta come un mantra negli ambienti di sinistra). A questo proposito, bisognerebbe tener presente che negli anni Trenta furono proprio i vani tentativi di Bruning di ripagare i debiti esteri a colpi di deflazione che crearono le condizioni materiali per l’ascesa di Hitler al potere. Insomma, gli strenui apologeti della zona euro “in nome della pace” farebbero bene a considerare la possibilità che il terreno favorevole alla proliferazione del bellicismo lo stiano preparando proprio loro. Eventualità spiacevole come tutte le eterogenesi dei fini, ma tutt’altro che improbabile.
Nell’arcipelago degli intellettuali ed economisti di sinistra c’è però anche una posizione alternativa. Questa è sostenuta da chi ritiene che da un’uscita dalla zona euro si potrebbero trarre molti più vantaggi che svantaggi. Questa tesi viene in genere supportata con evidenze tangibili per l’Italia e per almeno alcuni degli altri paesi periferici dell’Unione. Ci sono tuttavia diversi aspetti, di tale posizione, che appaiono lacunosi e che andrebbero chiariti meglio. 1) In primo luogo, il trapasso da un sistema di cambi fissi a un sistema di cambi flessibili viene solitamente anticipato e seguito da ingenti fughe di capitale all’estero. Una più agevole gestione della transizione richiederebbe allora il ripristino di efficaci meccanismi di controllo dei movimenti di capitale. 2) In secondo luogo, bisognerebbe tener conto del fatto che l’uscita dall’euro potrebbe comportare una caduta della quota salari e dello stesso potere d’acquisto dei salari anche in presenza di un’inflazione moderata.


SPREAD VON RICHTHOFEN

sabato 21 luglio 2012

Sapete quanto guadagna il vostro capo?

Le diseguaglianze che crescono, e i cambiamenti nella loro percezione. Un'anticipazione dal libro "Le ricchezze oscene", di Phillippe Steiner (Ets, 2012)

Con la crisi finanziaria l’ordine economico si trova a doversi confrontare con una situazione che rende desuete tutte le nostre convinzioni sulla scala delle disuguaglianze, nonché sul mercato che dovrebbe fornire una misura del merito alla base di queste stesse disuguaglianze. La legittimità di quest’ordine appare messa in discussione, e non solo dalla base della gerarchia sociale.
Per comprendere l’ampiezza dei cambiamenti provocati dall’attuale crisi bisogna tornare indietro di una decina d’anni. Un’indagine internazionale, condotta nel 1999, fornisce risultati interessanti riguardo alla percezione delle disuguaglianze di reddito prima della crisi (1). Quattro dati saltano agli occhi: 1) La forma della distribuzione dei redditi è mal nota: la maggior parte delle persone se la rappresenta come un triangolo (una larga base di poveri e pochi ricchi) o come un rombo (pochi poveri, pochi ricchi e una classe media molto ampia), quando essa ha piuttosto la forma di un rombo troncato alla base. 2) Le disuguaglianze sono considerate troppo forti in tutti i paesi: si va dal 66% delle persone intervistate negli Stati Uniti all’89% in Spagna, passando per l’82% e l’87% in Gran Bretagna e in Francia. 3) La distribuzione dei redditi a forma di rombo è quella a cui gli individui aspirano: in questo modo un ampio ceto medio riposerebbe su uno stretto vertice di poveri e su questa base si innalzerebbero progressivamente i ceti più ricchi, fino a disegnare uno stretto vertice di persone ricchissime. 4) Alla fine, se gli stipendi e la loro gerarchia sono abbastanza noti, le remunerazioni più alte non lo sono affatto.
Se all’epoca si chiedeva alle persone di stabilire il rapporto tra quello che guadagnava il capo di una grande impresa e quello che guadagnava un operaio non specializzato, si ottenevano le risposte riportate nella prima riga della tabella qui sotto.
Rapporto tra il reddito del capo di una grande impresa e il reddito di un operaio non specializzato secondo l’indagine ISSP del 1999
Svezia Spagna Germania Stati
Uniti
Gran
Bretagna
Francia
Indice
stimato
3,8 5 8 12,5 12,5 16
Indice
auspicato
2,1 2,8 5 45 5,6 6,3
Gli ordini di grandezza erano già allora abbondantemente sballati, dal momento che nel 2002 il rapporto tra lo stipendio di un operario non specializzato francese e il reddito medio dei capi del gruppo CAC 40 erano di 1 a 177; nello stesso periodo, negli Stati Uniti, era dell’ordine di 1 a 300. In realtà, lo scarto stimato dagli intervistati corrispondeva piuttosto al rapporto tra il reddito dell’operaio non specializzato e i redditi delle classi medie superiori, come se gli intervistati non riuscissero a vedere al di sopra di quelli.
La seconda riga della tabella mostra invece il rapporto che le persone intervistate consideravano auspicabile per ciò che riguarda la disuguaglianza di retribuzione tra l’amministratore delegato e l’operaio non specializzato. Ne risultava implicitamente la misura dell’uguaglianza nei diversi paesi. Fatta eccezione per la Germania, si può osservare come la riduzione auspicata della disuguaglianza fosse tanto più alta quanto più elevata era la disuguaglianza percepita: in Svezia e in Spagna sarebbe stato sufficiente dividere la disparità di reddito per un fattore di 1,8, mentre in Francia o negli Stati Uniti sarebbe stato necessario dividerlo per 2,5.
Cos’è successo dopo? Lo studio realizzato nel 2010 mostra un’evoluzione nelle risposte dei francesi: lo scarto stimato è stato moltiplicato per 4 (passando dall’1 a 16 all’1 a 63) e lo scarto auspicato è stato moltiplicato per poco meno di 3. L’esplosione delle disuguaglianze non è quindi sfuggita ai francesi. Questo significa forse che nel tempo l’opinione pubblica si adatta e finisce per accettare un livello sempre crescente di disuguaglianza? Quest’interpretazione, piuttosto comoda, non è tuttavia soddisfacente per una ragione essenziale: sia prima sia dopo la prova della crisi finanziaria, le risposte lasciano trasparire una forte sottovalutazione delle retribuzioni oscene. Certo, dal 1999 al 2010, l’errore di valutazione è diminuito della metà, ma è restato tuttavia considerevole, soprattutto se si pensa quanto siano sottostimati i picchi massimi di queste retribuzioni.
L’inchiesta del 2010 mette così in luce una differenza nella capacità di valutazione dei redditi. Per i redditi ordinari, le risposte fornite dai francesi intervistati sono molto vicine alle statistiche dell’Insee (2): l’errore medio va dal 10 al 14% per i redditi dell’operaio non specializzato, dell’impiegato e del medico, ed è pari a zero per il reddito di un insegnante, valutato in maniera pressoché esatta. Le risposte diventano invece meno precise quando si tratta dei ministri, il cui reddito è sopravvalutato del 23% – anche se c’è da dire che, in questi casi, il reddito monetario non è che una parte del reddito reale, che dipende anche dalle agevolazioni extra (alloggio, spese di viaggio, di rappresentanza, vitto, ecc.). Ma è con i redditi più elevati che le persone intervistate perdono la bussola: stimando il reddito dei capi delle grandi imprese intorno a 70.000 euro mensili, la sottovalutazione oscilla tra il 500 e il 300%, a seconda che si tenga conto o meno di stock options e bonus differiti! Lo stesso fenomeno si riproduce in scala minore per quanto riguarda il reddito delle «stelle del calcio»: con 165.000 euro al mese, il loro reddito è sottostimato del 190% (3).
Questa forte differenza nella capacità di valutazione dei redditi ha innanzitutto un significato sociale: c’è un baratro tra i redditi delle persone che si trovano alla sommità della gerarchia e quelli di tutti gli altri. Mentre l’ammontare dei redditi percepiti nel mondo economico ordinario è ben noto, i redditi che prevalgono al vertice della gerarchia non lo sono affatto. La sottovalutazione mostra come l’ammontare di questi redditi sfugga completamente al mondo economico ordinario, benché le persone intervistate abbiano ben compreso che le disuguaglianze si sono accresciute.

(1) Considero solo i dati relativi all’Europa (Svezia, Gran Bretagna, Francia, Spagna e Germania) e agli Stati Uniti. Per una visione più generale dell’indagine, cfr. il libro di Michel Forsé, Maxime Parodi, Une théorie empirique de la justice sociale, Hermann, Paris 2010, capitolo 6.
(2) [L’Insee (Institut national de la statistique et des études économiques) è l’ente incaricato della produzione e dell’analisi delle statistiche in Francia].
(3) Nel 2009, il reddito medio dei dieci calciatori francesi più pagati del campionato si aggirava intorno ai 3,8 milioni all’anno.
* Il testo qui pubblicato è uno stralcio tratto dal primo capitolo del libro "Le ricchezze oscene", di P. Steiner, Ets 2012 (10 euro).

Moody's, l'oracolo e la politica

Verdetti volubili e imperscrutabili, come le divinità pagane. Però stavolta c'è una verità, tra le ragioni del declassamento: perché chi fa politica non dice chiaramente cosa farà dopo le elezioni?

Ma come si permettono I Mercati di rivoltarsi contro l’Italia, con tutto quello che stiamo facendo per loro? A ogni downgrade delle agenzie di rating, e a ogni crollo di borsa o aumento dello spread, gli italiani offesi dimenticano forse che tra le caratteristiche proprie delle divinità pagane, come I Mercati, ci sono la volubilità e l’imperscrutabilità.
Oggi, il doppio declassamento inferto da Moody’s ai titoli pubblici italiani si basa sulle stesse due considerazioni che mossero cinque mesi fa Standard & Poor’s: 1) l’economia italiana (e europea) va male, e con essa si riducono le capacità della repubblica Italiana di ripagare il proprio debito; 2) lo scenario politico italiano presenta troppe incognite, e ogni volta che il governo ‘starnutisce’ o sembra indebolito, gli investitori mettono mano al mouse.
Sul primo punto la questione è semplice e ormai abbastanza chiara ai più: fintanto che a livello europeo proseguiremo – addirittura anche nei paesi in surplus della bilancia dei pagamenti – con la follia dell’austerità, l’economia peggiorerà, e con essa la capacità dello Stato di ripagare il debito negli anni a venire. È noto infatti che il debito si misura in rapporto al Pil (e quindi cresce se il Pil si riduce) e che le entrate fiscali dipendono dall’andamento dei redditi di famiglie e imprese.1
Ma d’altro lato, l’austerità è la maniera migliore per garantire la solvibilità dello stato nell’immediato. Un alto surplus primario, cioè entrate pubbliche molto superiori alle spese pubbliche – il massimo dell’austerità – è la strada più sicura per garantire che piano piano si riesca a ripagare gli interessi e, auspicabilmente, a rimborsare un po’ di titoli in scadenza. È la politica che più tutela i creditori nell’immediato, e per questo è tanto invocata.
Dunque I Mercati vogliono la botte piena (l’austerità) e la moglie ubriaca (l’economia che cresce)? Certo. Chi ha mai detto che I Mercati fossero composti di una sola persona, o rappresentativi di un solo interesse? Questo è solo uno, e neanche il principale, degli argomenti in favore dell’ipotesi di piantarla con il tentativo di vaticinare le volontà dei mercati, e soprattutto di applicarle poi nelle politiche economiche.
Inoltre, i più accaniti fan dell’austerità possono sempre invocare l’argomento che “non stiamo facendo abbastanza” e che, se il paziente sta morendo, la cura non è sbagliata ma insufficiente.
Ma la certificazione da parte di Moody’s del fatto che l’economia peggiora, e quindi forse l’austerità non è l’idea migliore, non è la parte che più ha infastidito molti commentatori italiani. È il secondo punto, la valutazione sullo scenario politico, a essere percepito come un’indebita interferenza negli affari nostri.
Mi permetto di notare che su questo aspetto in Italia si è davvero guardato al dito e non alla luna.
Secondo l’economia mainstream, l’assetto democratico di un paese ne incentiva la crescita economica. Due le ragioni più spesso apportate da quella che, senza autoironia, si definisce Nuova Economia Istituzionale (corsivo mio):
  1. la democrazia garantisce un migliore sistema di pesi e contrappesi, e controlli sui governanti, e quindi riduce gli sprechi e le inefficienze;
  2. la libertà politica e quella economica si integrano a vicenda, e quindi la democrazia favorisce la creazione d’impresa, l’innovazione, la concorrenza.
L’impetuosa crescita di diversi paesi emergenti e di alcuni paesi in via di sviluppo, caratterizzati da “democrazie autoritarie”, è sembrata mettere in discussione questa tesi. Con democrazia autoritaria si intende un regime politico formalmente democratico (o almeno parzialmente tale) ma di fatto dominato da un’élite di partito (come in Cina), di clan (come in Russia), o personale (come in Venezuela). Questo dominio di fatto si fonda sul controllo monopolistico di alcuni centri di potere necessari per governare un paese, come la stampa, le industrie, le banche, i corpi intermedi.
Ora, a parte che anche questi paesi stanno oggi rallentando la loro corsa, frenati dalla recessione strisciante nei paesi sviluppati, in molti paesi autoritari la crescita sembra per lo più fondata sullo sfruttamento di risorse naturali o sulla compressione dei diritti civili e sociali, e quindi non sembrerebbe sostenibile nel lungo periodo. Dunque, rimarrebbe salva l’ipotesi che la democrazia fa bene all’economia.
Per questo tendenzialmente (sebbene non sempre) i paesi democratici godono di rating più alti.
Oggi è difficile collocare l’Italia in questo quadro. Tutti o quasi i centri di potere necessari per governare, cui ho accennato sopra, hanno puntato su un unico “cavallo”. Nessuno può oggi porsi come una credibile alternativa al governo attuale, perché nessuno può vantare il supporto di una parte minimamente consistente di quelli che vengono volgarmente definiti ‘i poteri forti’. Questa è la ragione per cui I Mercati tanto temono una caduta del governo Monti: non perché nessuno al di fuori dell’attuale presidente del consiglio saprebbe governare la pur difficile congiuntura attuale, ma perché non esistono alternative credibili e possibili.
Perché ci sia democrazia, sostanziale e non solo formale, è necessario che i cittadini abbiano una vera scelta tra proposte alternative, tutte credibili e possibili. L’attuale situazione di monopolio, invece, si dimostra non solo una limitazione del dibattito, ma anche un rischio per chi (come gli investitori) guarda qualche giorno oltre la mera sopravvivenza dell’oggi e, non vedendo alternative organizzate e credibili, trema di fronte a ipotesi di modifica dello status quo.
Paradossalmente, mantenendo l’incertezza sulle alleanze con cui si presenteranno alle prossime elezioni, e più in generale sugli obiettivi e le politiche auspicate nel medio periodo, sono proprio le forze che “responsabilmente” sostengono il governo Monti ad essere destabilizzanti per l’Italia e il suo rating.

1 Si veda ad esempio il recente contributo di Alessandro Roncaglia su www.monetaecredito.info

"Anche i ricchi piangono": in Germania si apre il confronto sulla tassa patrimoniale

Fonte: wall street italia
           In Europa sono in molti a concordare sul fatto che i due problemi principali del continente siano gli enormi livelli di debito e l'ineguaglianza tra i ricchi e il resto della popolazione. Finalmente le autorita' politiche si sono mosse per cercare di mettere in atto un piano in grado di risolvere entrambe le questione.

L'idea, abbozzata per la prima volta da un'organizzazione di economisti tedeschi, e' semplice: imporre una tassa del 10% sul patrimonio degli europei piu' facoltosi, costringendoli a prestare soldi ai loro governi.

Il piano esorta a imporre una tassa una tantum del 10% sugli asset totali in mano ai cittadini europei che detengono piu' di 309 mila dollari in portafoglio (per le coppie la soglia sale a $611.000). All'imposta verrebbe accompagnato un programma di 'prestiti forzati', secondo il quale i piu' benestanti verrebbero spinti a prestare denaro ai loro governi. Soldi che verranno restituiti nel tempo.

Ad avere avanzato ufficialmente la proposta e' Stefan Bach del prestigioso istituto di ricerca economica tedesco DIW, con sede a Berlino.

"In molti paesi i livelli di debito sovrano sono aumentati in maniera considerevole e allo stesso tempo abbiamo immense quantita' di asset privati in mano a pochi. Se prese tutte insieme superano di molto i debiti nazionali complessivi di tutti gli stati membri dell'Eurozona presi insieme".

In poche parole, il patrimonio dei ricconi e' sufficiente a coprire i buchi di bilancio di tutti i governi in difficolta' dell'area a 17.

Venti anni di decrescita chiamata “fiscal compact”

Posted by keynesblog
Ieri la Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva il cosiddetto “fiscal compact” e il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), l’architrave dell’austerità. Il paese è obbligato quindi, nei prossimi vent’anni, a portare il suo debito pubblico dal 126% (previsioni FMI per il 2012) al 60% del PIL. Si tratta di circa 45 miliardi di risparmi l’anno, miliardo più, miliardo meno, a seconda dell’andamento del ciclo economico. E, si noti, poiché il PIL durante una recessione scende, il rapporto debito/PIL sale. Pertanto il nuovo accordo si configura come una manovra suicida che aggraverà gli effetti di una fase discendente del ciclo.

Per avere una dimensione di paragone, la spending review di cui tanto si parla incide per appena 29 miliardi in tre anni, meno di 10 miliardi l’anno. O, in altri termini, si può dire che per rispettare il fiscal compact lo Stato toglierà agli italiani circa il 3% della ricchezza generata ogni anno.
Con quali effetti? L’esperienza degli ultimi venti anni è significativa. Come abbiamo fatto vedere ieri, nonostante l’avanzo primario sia stato costantemente positivo fino al 2009, il debito si è ridotto di 20 punti in quattordici anni, dal picco del 1995 fino 2008. Questo continuo sottrarre risorse all’economia, unito agli effetti negativi dell’ingresso nell’euro (sia pur bilanciato da minori spese per il debito), non è stato indolore: la crescita negli anni 2000, quelli in cui peraltro l’avanzo primario è stato minore (mediamente il 2% all’anno) ha portato ad una stagnazione, con tassi di crescita reali decisamente bassi, mediamente l’1% fino alla crisi.
E’ facile immaginare quindi che un consolidamento fiscale che cercasse di raggiungere in venti anni un abbattimento del 66% di debito pubblico sul Pil sarebbe ancor più depressivo. E meno dell’1% cosa c’è? Ovviamente zero. O ancor meno, con il risultato che però, negli anni in cui la crescita dovesse essere negativa, il rapporto aumenterebbe e, come Sisifo, torneremmo a riscalare la montagna. Come del resto stiamo facendo proprio ora. Il tutto nell’ipotesi che i tassi di interesse scendano ai livelli degli anni 2000, cosa che probabilmente non avverrà mai, vista la crisi dei debiti sovrani.
Ma la diminuzione del debito pubblico sulla base di una crescente sottrazione di risorse può avere un effetto ancor più traumatico. Quando il debito pubblico scende perché diminuisce la spesa pubblica, infatti, è molto probabile che quello privato salga. Il motivo è che l’austerità costringe imprese e famiglie ad indebitarsi, spesso anche solo per mantenersi. E cosa succede quando il debito privato cresce? La Spagna e l’Irlanda ci dicono molto sugli effetti perversi di questa politica e di come in un paio d’anni si può far schizzare nuovamente su il debito pubblico anche di 70 punti.
Ieri il parlamento ha messo un’ipoteca sul futuro del paese, che il paese potrebbe pagare molto cara.

Blog curato da ...

Blog curato da ...
Mob. 0039 3248181172 - adakilismanis@gmail.com - akilis@otenet.gr
free counters