Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

lunedì 2 luglio 2012

Giorgio Lunghini: “Marx e Keynes per capire la crisi. E uscirne”



Link al video
Le teorie economiche di Marx e Keynes sono al centro della riflessione di Giorgio Lunghini. Per l’economista, essi sono i principali autori ad aver spiegato i limiti dell’economia di mercato, in contrapposizione alle teorie dominanti del tempo (e di oggi) che non hanno una spiegazione convincente delle crisi economiche, e che pure vengono utilizzate per “curare” la recessione in atto. Lunghini illustra anche i motivi della crisi tra i quali lo spostamento nella distribuzione del reddito e l’incapacità del sistema economico di autoregolarsi e ci illustra le possibili soluzioni per uscire dall’attuale situazione di crisi economica.

Pubblichiamo qui di seguito il testo della relazione al confronto organizzato dall’ Associazione per il Rinnovamento della Sinistra e dalla Fondazione Di Vittorio che si svolgerà al CNEL giovedì 12 luglio 2012 sul tema “La crisi finanziaria, dai mutui subprime al rischio di crisi per l’euro. Le origini, gli effetti, le proposte di intervento in Italia, in Europa, nel mondo”. Nel video, invece, l’intervento di Lunghini ad un seminario all’Accademia dei Lincei, con i medesimi contenuti.
0. È un fatto intellettualmente curioso che la teoria economica dominante non abbia nessuna spiegazione convincente del fenomeno delle crisi, il che dovrebbe bastare per farla abbandonare; ma è politicamente preoccupante che delle crisi si tenti di medicare le conseguenze ispirandosi alla sua filosofia, che è quella del laissez faire.

1.
Gli aspetti più vistosi della crisi in atto, in questa sua fase, sono gli aspetti finanziari, sono le colpevoli condizioni della finanza pubblica e delle istituzioni finanziarie private. Nel capitalismo, tuttavia, gli elementi finanziari e gli elementi reali sono strettamente interconnessi, poiché una economia monetaria di produzione è impensabile senza moneta, senza banche e senza finanza. Un sistema economico capitalistico potrebbe anche riprodursi senza crisi; ma se e soltanto se la distribuzione del prodotto sociale fosse tale – per dirla con Marx – da non generare crisi di realizzazione, di ‘sovrapproduzione’ (di sovrapproduzione relativa: rispetto alla capacità d’acquisto, non rispetto ai bisogni); e se moneta, banca e finanza fossero soltanto funzionali al processo di produzione e riproduzione del sistema, e non dessero invece luogo a sovraspeculazione e a crisi di tesaurizzazione. Ovvero non si darebbero crisi, nel linguaggio di Keynes, se la domanda effettiva, per consumi e per investimenti, e la domanda di moneta per il motivo speculativo fossero tali - by accident or design – da assicurare un equilibrio di piena occupazione. Ora è improbabile che questo caso si dia automaticamente, e di qui la necessità sistematica di un disegno di politica economica. In breve: il sistema capitalistico – il ‘mercato’ – non è capace di autoregolarsi.
2. Negli ultimi anni si è invece avuto un cospicuo spostamento, nella distribuzione del reddito, dai salari ai profitti e alle rendite; e dunque si è determinata una insufficienza di domanda effettiva e una disoccupazione crescente. D’altra parte la finanza è diventata un gioco fine a se stesso. In condizioni normali la finanza è un gioco a somma zero: c’è chi guadagna e chi perde; ma quando essa assume le forme patologiche di una ingegneria finanziaria alla Frankestein, ci perdono tutti: anche e soprattutto quelli che non hanno partecipato al gioco. Questi processi si sono diffusi in tutto il mondo, grazie alla globalizzazione e alla conseguente sincronizzazione delle diverse economie nazionali; e grazie all’assenza di un coordinamento della divisione internazionale del lavoro e di un appropriato ordinamento monetario e finanziario internazionale. Così che i singoli paesi si trovano a dover fronteggiare le conseguenze della crisi ciascuno da solo, ma non autonomamente; bensì, in Europa, secondo le direttive della Banca Centrale Europea e, in generale, del “senato virtuale”.

domenica 1 luglio 2012

Shock economy alla tedesca

Fonte: il manifesto | Autore: Ignacio Ramonet
        L’ideologia del castigo e la strategia dell’economia del disastro per creare un’integrazione europea sul modello tedesco. Ma Merkel non vede che il malcontento delle masse cresce, e potrebbe esplodere. In Spagna Rajoy sta applicando politiche selvagge di austerità. E i pilastri dello Stato si stanno sgretolando
Sadismo? Sì, sadismo. Come chiamare altrimenti questo compiacimento nel causare dolore e umiliazioni alle persone? In questi anni di crisi abbiamo visto come – in Grecia, in Irlanda, in Portogallo, in Spagna e in altri paesi dell’Unione europea – la spietata applicazione del cerimoniale del castigo richiesto dalla Germania (congelamento delle pensioni, posticipazione dell’età pensionabile, riduzione della spesa pubblica, tagli al welfare, diminuzione dei fondi per la prevenzione della povertà e dell’esclusione sociale, riforma del lavoro ecc) ha provocato un vertiginoso aumento della disoccupazione e degli sfratti, del numero delle persone costrette a elemosinare e anche dei suicidi. Nonostante le tribolazioni sociali abbiano raggiunto livelli insopportabili, Angela Merkel e i suoi seguaci (tra cui Mariano Rajoy) continuano ad affermare che il soffrire è cosa buona, da considerarsi non come un momento di supplizio ma di autentica gioia. Secondo loro ogni nuovo giorno di pena ci purifica, ci rigenera e ci avvicina all’ora ultima del tormento. Tale filosofia del dolore non è ispirata dal marchese de Sade ma alle teorie di Joseph Schumpeter, uno dei padri del neoliberismo, il quale pensava che tutta la sofferenza sociale è, in qualche modo, tesa al raggiungimento di un obiettivo economico necessario, e che sarebbe un errore alleviarla anche solo leggermente. Così stiamo. Con una Angela Merkel nel ruolo di “Wanda, la dominatrice”, sostenuta da un coro di fanatiche istituzioni finanziarie (Bundesbank, Banca centrale europea, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione mondiale del commercio, ecc) e dai dipendenti eurocrati di sempre (Durao Barroso, Van Rompuy, Ollie Rehn, Joaquin Almunia, ecc.). Tutti a scommettere su un masochismo popolare che porterebbe i cittadini non solo alla passività ma a reclamare maggiore espiazione e martirio «ad maiorem gloria Europa». Arrivano persino a sognare che le forze di polizia definiscano «sottomissione chimica» certi farmaci in grado di eliminare totalmente o parzialmente la coscienza delle vittime, inconsapevolmente trasformate in gingilli nelle mani degli aggressori. Ma devono stare attenti perché la «massa» ruggisce. In Spagna, dove il governo di Mariano Rajoy sta applicando politiche selvagge di austerità proprio al limite del «sadismo», le manifestazioni di malcontento sociale si moltiplicano. E questo in un contesto di forte smarrimento in cui, all’improvviso, i cittadini constatano che alla crisi economica e finanziaria si somma una grave crisi di governo. Contemporaneamente, alcuni fondamentali pilastri della struttura dello Stato si stanno sgretolando: la Corona (con il tetro argomento della caccia all’elefante in Bostwana), la magistratura (con il caso in Divar), la Chiesa (che non paga le imposte sui beni immobili), il sistema bancario (che ci dicevano fosse il «più solido» d’Europa e ora scopriamo che si sta sfaldando), il Banco di Spagna (incapace di mettere in guardia su Bankia ed altri spettacolari fallimenti), le Comunità Autonome (impantanate in abissali scandali di corruzione), i grandi media (troppo dipendenti dalla pubblicità e che nascondono le calamità che stanno per arrivare)… Senza parlare dello stesso governo il cui presidente, nel momento in cui la Spagna (con la Grecia) si è trasformata nel fulcro dei problemi del mondo, sembra avanzare senza bussola. E di chi, di fronte a questioni fondamentali, o non fornisce alcuna risposta o risponde con espressioni surreali («Facciamo le cose per bene”) o semplicemente con delle menzogne. Mariano Rajoy e la sua squadra hanno una grande responsabilità nel disastro attuale. Hanno gestito la crisi bancaria con evidente imperizia, hanno lasciato imputridire il caso Bankia, hanno trasformato un evidente fallimento in un impatto con Bruxelles, la Bce e il Fmi; hanno professato il negazionismo più stolto, pretendendo di far passare un salvataggio dalle conseguenze gravissime per l’economia spagnola come credito a buon mercato e senza condizioni («È un sostegno finanziario che non ha nulla a che vedere con un salvataggio», ha di dichiarato Luis de Guindos, «Si tratta di una linea di credito che non colpisce il debito pubblico», ha affermato Rajoy). Tutto dà la penosa impressione di un paese che sta naufragando. I cui cittadini scoprono, all’improvviso, che dietro le apparenze del «successo economico spagnolo» sbandierato per decenni dai governanti del Psoe e del Pp, si nascondeva un modello (quello della «bolla immobiliare») reso marcio dall’incompetenza e l’avidità. In una certa misura, comprendiamo ora – molto a spese nostre – uno dei grandi enigmi della storia di Spagna: come è stato possibile, nonostante le montagne di oro e argento provenienti dall’America dell’Impero colonizzatore e sfruttatore, che il paese si sia trasformato, a partire dal XVII secolo, in una specie di «corte dei miracoli» piena di mendicanti, poveri e senzatetto? Che si è fatto di cotanta ricchezza? La risposta a queste domande oggi l’abbiamo davanti agli occhi: incompetenza e miopia dei governanti, infinita avidità dei banchieri. L’attuale punizione non è ancora finita. Dopo che lo scorso giugno l’agenzia Moody’s ha declasso il rating del debito spagnolo di tre punti, da A3 a Baa3 (uno sopra le «obbligazioni spazzatura»), il premio per il rischio ha raggiunto limiti insostenibili. La solvibilità spagnola è sul pendio che conduce a un salvataggio. Tanto il salvataggio della banca quanto quello del debito pubblico avranno un costo sociale terrificante. In una relazione annuale sulla Spagna, il Fondo monetario internazionale, per esempio, sta già pretendendo dal Governo l’aumento dell’Iva e che approvi, prima possibile, un ulteriore riduzione del salario dei funzionari per ridurre il deficit. Inoltre, in un documento sul lavoro, gli esperti del Fmi raccomandano alla Spagna di ridurre ulteriormente i licenziamenti, pretendono il contratto unico e che si eviti la rivalutazione automatica dei salari. Anche la Commissione europea raccomanda l’aumento dell’Iva e l’adozione di nuove misure «austeritarie»: il posticipo dell’età pensionabile, il controllo dei costi delle Comunità, l’inasprimento delle prestazioni per la disoccupazione, l’eliminazione dello sgravio per l’alloggio e la riduzione del volume di spesa della pubblica amministrazione. Tutto prima del 2013.

La storia si ripete. Riflessioni sulle conclusioni del summit europeo del 28-29 giugno 2012

di ANDREA FUMAGALLI - uninomade -

La chiusura del vertice europeo di Bruxelles del 28-29 giugno è stata salutata dalla stampa europea, e in particolare da quella italiana, come una svolta. La conferenza stampa finale ribadiva il cambiamento. Ma siamo certi che sia proprio così?
Due erano i principali punti all’ordine del giorno. Il primo doveva trattare delle situazioni nazionali che vivevano una particolare situazione di crisi, soprattutto nell’ambito del mercato del credito. I riflettori erano puntati su Grecia, Spagna e Cipro. Con riferimento alla Grecia, si trattava di dare una risposta alla richiesta del nuovo governo ellenico, pressato da una crescente opposizione politica, di diluire nel tempo il piano, ancora di lacrime e sangue, di rientro del debito pubblico, in un contesto, comunque, in cui il commissariamento europeo, ledendo la sovranità greca sul solo lato della spesa, garantiva il reperimento della liquidità necessaria al pagamento degli interessi (da usura) alle banche creditrici di Germania e Francia. Ebbene, molto semplicemente tale richiesta non è stata nemmeno presa in considerazione. Si è preferito soffermarsi, invece, sul problema della sostenibilità finanziaria delle banche cipriote e spagnole. Al riguardo, con particolare riferimento alle banche spagnole (declassate più volte dalle agenzie di rating), oltre a confermare l’intervento dell’ammontare di circa 62 miliardi di euro deciso nelle settimane scorse sotto il patrocinio della BCE, si è provveduto a garantire e a definire il processo di ricapitalizzazione di alcune banche, anche attingendo al Fondo Salva Stati (come già dichiarato dal governatore Draghi). Questo aspetto è legato a una delle richieste che da più parti è stata sollevata negli ultimi giorni: quella di procedere a una unione bancaria europea.
L’idea è tanto semplice quanto perversa. Poiché, dopo 20 anni, ci si è resi conto che la sola Unione Monetaria non era sufficiente a fare da scudo alle pressioni speculative (nonostante quanto dichiarato più volte), allora si propone (sempre negli ambiti dell’oligarchia finanziaria) che un maggior coordinamento bancario a livello europeo possa costituire una sorta di scudo in grado di prevenire comportamenti opportunistici e speculativi. Di fatto, come ai tempi di Maastricht, lo scopo è quello di rinsaldare la struttura della governance finanziaria, oggi perno su cui ruota il processo di valorizzazione capitalistica. Tale strategia viene giustificata con l’argomentazione, tipicamente neo-liberista, che è il “mercato” come entità metafisica a volerlo. Nella realtà sappiamo bene che si tratta dell’ennesimo tentativo ribadire la forza dei dispositivi dominanti, nella stretta della crisi. Errare humanum est, perseverare diabolicum.
Il secondo punto dell’ordine del giorno riguardava invece la definizione di una strategia comune europea a breve termine per favorire la fuoriuscita dalla crisi. Oramai ci si è completamente dimenticati delle origini della crisi del debito pubblico europeo. Nessuno menziona più che gli stati si sono indebitati per tamponare i buchi di bilancio di quelle istituzioni finanziarie di medie dimensioni (che non facevano parte del gotha finanziario) causati dallo scoppio della crisi dei sub-prime del 2007-2008. La situazione di crisi in Europa è poi peggiorata perché l’adozione di politiche recessive ha favorito il perdurare di situazioni di debito (e nel debito, la speculazione sguazza), coniugando indebitamento pubblico a quello privato (anche laddove la crisi economica non aveva particolarmente colpito il sistema finanziario, come nel caso dell’Italia). L’attendismo e le politiche opportunistiche di un Europa, sotto il cappio sì di una unione monetaria che non consentiva politiche di espansione di liquidità, ma segnata dal nazionalismo fiscale, hanno fatto il resto. Se l’unione monetaria europea ha portato vantaggio alla politica economica della Germania, soprattutto a partire dalla riunificazione, la non esistenza di una politica fiscale comune ha fatto da tappo o meglio è stata la scusa principale perché non si potesse discutere una seria politica anti-speculativa.

Voi siete qui - Un nuovo servizio di assistenza

pubblicato in Il Manifesto

Buongiorno. Si segnala ai gentili utenti che da oggi entra ufficialmente in vigore il nuovo servizio di assistenza per lo sviluppo e il sostegno alla retorica nazionale.
Il servizio è dedicato in special modo ai mezzi d’informazione, ma anche i normali cittadini possono facilmente chiamare il numero verde a disposizione per consigli, assistenza, supporto tecnico.
Per insulti alla Merkel, trionfo dell’orgoglio nazionale, indici di Borsa (solo se positivi) e Spread (solo se in discesa) digitare 1. Per aiuti alla ripresa e investimenti europei digitare 2.
In questo caso sarete rimandati a un altro menu dove una voce registrata elencherà le opzioni a vostra disposizione:
per aiuti alle banche digitare 1.
Per aiuti alle banche digitare 2.
Per aiuti alle banche digitare 3.
Per versare una sottoscrizione volontaria alle banche digitare 4. Per tornare al menu principale digitare il vostro Iban, al resto pensiamo noi.
Per sostegno al governo Monti (obbligatorio) digitare qualsiasi numero.
Per assistenza emotivo-psicologica in vista della finale dei campionati europei di calcio digitare 3. Uno speciale menù vi guiderà verso le possibili opzioni.
Seguire le istruzioni a seconda della personale inclinazione politico-culturale.
Per “Viva Balotelli anche se è negro” digitare 1.
Per “Viva Balotelli e non importa se è negro” digitare 2.
Per “Il merito è di Cassano e i gay sono cazzi loro” digitare 3.
Si segnala che il servizio aggettivi e sinonimi sarà attivo questa sera a partire dalle ore 20.
Per “glorioso manipolo” digitare 1.
Per “l’orgoglio dei nostri ragazzi” digitare 2.
Per “L’Italia ritrova il suo spirito nei momenti di difficoltà” digitare 3.
Per la personalizzazione dei complimenti di Napolitano digitare 4.
Per “In fondo siamo un grande paese” digitare 5 (in questo caso è possibile un’attesa di 20-30 anni). E’ inoltre disponibile lo speciale servizio “Io l’avevo detto”, che individua e cancella le vostre precedenti affermazioni disfattiste, sia sul vertice europeo che sulle partite degli Europei.
Questo servizio è a pagamento (il ricavato verrà devoluto alle banche).
Alessandro Robecchi

Per un euro politico

Fonte: il manifesto | Autore: Marco D'Eramo
       
In balia dello spread aggrappiamo i relitti delle nostre economie a un’agonia di vertici che rinviano ad altri summit che a loro volta rimandano a nuovi summit. C’è da chiedersi cosa abbiano ormai più da dirsi i leaders all’ennesimo incontro «risolutivo». Produzione di vertici a mezzo vertici, così si potrebbe parafrasare un famoso titolo dell’economista Piero Sraffa.
I vertici si susseguono come consulti al capezzale del morente: la prognosi è tanto riservata che i sanitari l’ottimismo non l’ostentano neanche più. Ripetono che lotteranno per far sopravvivere la rantolante moneta a ogni costo. Ma i medici mentono spesso, soprattutto se la situazione è disperata. È come quando in un matrimonio il/la partner ti dice che il vostro legame è solidissimo: incroci le dita e aspetti il peggio. E non c’è argomento dell’informazione su cui l’opinione pubblica sia tanto manipolata dai mass-media quanto l’economia, in particolare se è fallimentare: le bancarotte non vanno mai annunciate in anticipo. Il «parco buoi» non deve essere preavvisato. Quanto più i media suonano rassicuranti, tanto più si salvi chi può.
La verità è che i mercati e i governanti europei ci hanno e si sono messi in una situazione di loose-loose: di perdere qualunque cosa facciano. Non possono salvare l’euro, ma non possono neanche disintegrarlo. Non possono salvarlo perché l’emergenza ha tempi brevissimi, settimane se non giorni, mentre tutte le misure necessarie sono di medio, persino di lungo termine: instaurare un’armonia fiscale, unificare le politiche economiche, rendere la Bce una vera banca centrale europea, con il diritto/dovere di comprare il debito del proprio stato, come avviene per la Federal reserve statunitense o l’istituto di emissione nipponico.
Già, ma quale stato c’è dietro la Bce? Uno stato non lo si costruisce dall’oggi all’indomani. O forse sì, ma dopo una guerra, dopo una sconfitta disastrosa. La guerra non l’abbiamo ancora avuta, ma verso la disfatta catastrofica ci avviamo a passo di carica. Il rapporto di ieri della Confindustria dice che l’economia italiana è in caduta libera, mentre per l’associazione dei banchieri spagnoli l’euro è agli sgoccioli.
Ma una disintegrazione dell’euro affosserebbe per sempre l’Unione europea, azzererebbe Schengen e la libera circolazione, ci riporterebbe indietro di 70 anni. Per salvare l’euro bisognerebbe dargli, e subito, una dimensione politica. Ma anche qui siamo in una situazione di double-bind. L’esperienza dell’unione monetaria è così punitiva che l’Europa sembra diventata la terra del «Capitalismo Reale», in cui uscire dal debito è impossibile quanto evadere dalla Cortina di Ferro. Per salvare l’euro ci vorrebbe una volontà politica, ma l’esperienza dell’euro ha minato e reso odiosa qualcunque prospettiva europea.
È stato detto che l’Europa è come la bicicletta, su cui non puoi stare fermo senza cadere: devi andare avanti. Ma ora l’Europa è un velocipede anche in un altro senso, quello per cui: «Hai voluto la bici, ora pedala!».

POLITICAL ASYLUM (in italian, also an early school for children)
"My school is closed because we need this bombers to make Italy more great in the world"

sabato 30 giugno 2012

Syriza in Italia? Proviamoci ma la strada è lunga

Autore: Marco Bersani*
       
La vicenda greca parla a tutti i popoli d’Europa sotto diversi punti di vista.

Da una parte è la più lampante dimostrazione di come lo “shock” del debito sia stato artatamente costruito per ridisegnare il comando sociale dei grandi capitali finanziari sul mondo del lavoro e sull’intera vita delle persone.

La Grecia è infatti il Paese che più pedissequamente si è sottoposto ai diktat della “Troika” e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: drastica caduta delle condizioni di vita, disoccupazione di massa, precarietà generalizzata, espropriazione di beni comuni e servizi pubblici, sottrazione di democrazia.

Dall’altra è l’altrettanto chiara dimostrazione di come la mobilitazione sociale costante e su contenuti chiari sia pagante e possa far uscire un intero popolo dalla frammentazione e dalla disperazione per iniziare a costruire un’alternativa : da questo punto di vista l’esperienza di Syriza è illuminante e densa di indicazioni.

Lo scontro sociale che la crisi ci consegna è - e sempre più sarà - senza quartiere: da una parte l’ossessione delle politiche liberiste chiede continuamente nuovi “assets” su cui riversare i capitali finanziari, dentro un modello capitalistico in condizioni di cronica sovrapproduzione; dall’altra, i movimenti sociali indicano nell’inversione di rotta e nella definanziarizzazione della società la possibilità di un altro modello sociale.

E’ come se, dopo aver per oltre due decenni affermato “privato è bello”, cercando di convincere le persone, oggi i poteri forti finanziari dicano molto più semplicemente - e ferocemente – “privato è obbligatorio e ineluttabile”.

Da questo punto di vista, il nuovo paradigma dei beni comuni che ha attraversato tutte le lotte e le mobilitazioni sociali, in particolare nel nostro Paese, diviene il luogo principale dello scontro in atto, tra la riappropriazione collettiva di ciò che a tutti appartiene e il definitivo esproprio di diritti e democrazia.

Su questo terreno - la straordinaria vittoria referendaria sull’acqua dello scorso anno lo dimostra - è possibile costruire un altro linguaggio e un nuovo protagonismo sociale che sappiano uscire dalla pur generosa minorità per parlare all’intera società.

Un terreno che sposti l’asse dell’azione collettiva dall’intervento “a valle” dei processi all’assalto “a monte” degli stessi: che passi dal “consumo critico” alla critica della produzione, dalla lotta contro le privatizzazioni alla riappropriazione partecipativa di beni e servizi, dal terreno de “i soldi non ci sono” alla risocializzazione del credito, dalla democrazia formale alla democrazia reale.

Da questo punto di vista - e conoscendo tanto i drammatici limiti delle forze politiche in Italia quanto le insufficienze dei movimenti sociali - sarei molto cauto nell’immaginare una deterministica riproduzione italiana dell’esperienza di Syriza.

Innanzitutto perché quell’esperienza nasce dalla mobilitazione sociale reale che in quel paese ha assunto livelli di radicalità - più di 15 scioperi generali - attualmente impensabili in Italia; inoltre la crisi della rappresentanza nel nostro Paese - dopo due decenni in cui il modello Berlusconi ha plasmato trasversalmente la società - ha assunto livelli di drammaticità, difficilmente riscontrabili in altri Paesi europei.

L’Italia è un Paese tutt’altro che pacificato, ma l’insufficienza delle mobilitazioni sociali rispetto allo scontro in atto è purtroppo un dato ancora evidente; l’Italia è un Paese denso di rivendicazioni collettive, ma la frammentazione delle stesse è purtroppo sotto gli occhi di tutti.

Prima di affrontare il delicatissimo tema della rappresentanza, occorre a mio avviso dedicare tutte le possibili energie alla costruzione della precondizione della stessa: una forte, radicale, unitaria e inclusiva mobilitazione sociale su alcuni obiettivi chiari e comunicabili, che sappiano tessere la rete delle relazioni sociali e ribaltare l’agenda politica di un Palazzo ormai “autistico”.

Il rischio è che, in mancanza di un livello adeguato di mobilitazione sociale, la scorciatoia della rappresentanza venga ancora una volta dai più percorsa, nell’illusione di costruire dall’alto ciò che è complicato far emergere dal basso.

Ben venga Syryza, dunque, se serve a camminare. Ma con la consapevolezza dei passi da compiere.

*Forum italiano dei movimenti per l’acqua

Germania: Hitler difensore diritti umani !!!


        Germania: Hitler difensore diritti umani (ANSA) - BERLINO, 30 GIU - La meta' dei liceali tedeschi non sa che Hitler era un dittatore, mentre un terzo di loro pensa che sia stato un protettore dei diritti umani. E' il risultato shock di un sondaggio condotto dai ricercatori della Free University di Berlino. In base alla ricerca, realizzata intervistando piu' di 7.500 studenti intorno ai 15 anni, solo la meta' e' capace di affermare che l'ex Germania Occidentale era uno Stato democratico, mentre il 40% si dice incerto in quale tipo governo vive oggi.

Fonte: ansa

Krugman e Layard contro le politche di austerità

il manifesto | Autore: Francesco Bravi
       
«I deficit pubblici che osserviamo oggi sono una conseguenza e non la causa della crisi». Ecco la denuncia dell’errore di fondo, dell’equivoco generato dalle politiche di austerità, che un nutrito gruppo di economisti – su tutti Paul Krugman e Richard Layard – ha affidato alle pagine del Finacial Times. Si tratta di una vera e propria petizione in cui i firmatari si prefiggono di intaccare quelle idee che, avendo ormai messo «radici nella coscienza pubblica», assicurano un consenso «all’eccessivo rigore delle politiche fiscali di molti paesi». I tempi sono maturi, sostengono invece gli autori, perché gli economisti possano parlare direttamente ai cittadini e «offrire un’analisi più saldamente ancorata all’evidenza» dei problemi attuali, attraverso un manifesto.
«In un momento nel quale il settore privato è impegnato in uno sforzo di contenimento della spesa – dicono gli estensori del documento, tutti professori di Princeton e della London School of Economics – le politiche pubbliche dovrebbero agire come una forza stabilizzatrice, a sostegno della spesa». Di fronte alla crisi dei mutui, i privati – continuano – hanno reagito razionalmente tagliando i nuovi finanziamenti per rimborsare quelli vecchi. Tuttavia, se ciò poteva essere logico su scala individuale, si è rivelato controproducente a livello collettivo, dato che non spendendo più nessuno, nessuno nemmeno più guadagna. Precisamente quel tracollo della spesa cui gli autori della petizione sul Ft attribuiscono l’origine del peggioramento dei bilanci pubblici. Che quindi si colloca alla fine del meccanismo a catena della sfiducia e non all’inizio. Un processo che, affermano i partigiani delle riduzioni di bilancio, solo il contenimento della spesa pubblica può riuscire a disinnescare. Layard e Krugman però sostengono che non ci sia niente di più falso. «Dall’esperienza – ricordano – non emerge alcun caso rilevante di questo genere».
Anzi, rincarano la dose, lo stesso «Fondo monetario internazionale ha studiato 173 casi di tagli di bilancio in singoli paesi e in tutti ha riscontrato che hanno avuto un effetto essenzialmente depressivo» sull’economia. Infine, gli economisti anti-austerity demoliscono quello che chiamano l’«argomento strutturale» avanzato dai loro colleghi favorevoli al rigore. Secondo questi teorici della soluzione lacrime e sangue, un’espansione dell’offerta sarebbe impedita dal fatto che la produzione è in sofferenza, per ragioni di squilibrio interne al sistema, sul lato della domanda. Se fosse così però, ribattono Krugman e Layard, «la maggior parte delle nostre economie dovrebbe essere al massimo delle possibilità»: impossibile, con tassi di disoccupazione così alti.
L’intero testo della petizione è disponibile online sul sito del Financial Times.

Le proposte del controvertice contro la crisi

Fonte: il manifesto | Autore: red.
       
I 150 partecipanti al Forum Internazionale «Un’altra strada per l’Europa», tenutosi giovedì 28 al Parlamento europeo a Bruxelles, hanno discusso delle alternative praticabili alla mancanza di azione efficace contro la crisi europea attese dal Consiglio europeo di Bruxelles. Tra le azioni concrete richieste, le seguenti cinque proposte assumono il carattere di estrema urgenza.
1) Per affrontare la drammatica accelerazione della crisi finanziaria europea – segnata dall’interazione tra crisi bancaria e crisi del debito pubblico – la Banca centrale europea deve agire immediatamente in qualità di prestatore di ultima istanza per i titoli di Stato. Il problema del debito pubblico va risolto con una responsabilità comune dell’eurozona, attraverso meccanismi istituzionali che possano essere introdotti immediatamente; il debito va sottoposto a una valutazione e un «audit» pubblico.
2) È necessario un radicale ridimensionamento della finanza, con l’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie, limiti alla finanza speculativa e ai movimenti di capitali e con un’estensione del controllo sociale, in particolare sulle banche che ricevono salvataggi pubblici. Il sistema finanziario dovrebbe essere trasformato in modo tale da sostenere investimenti produttivi sostenibili da un punto di vista sociale e ambientale.
3) È necessario rovesciare le politiche di austerità in tutti i paesi d’Europa e rivedere i termini dei Memorandum imposti ai paesi che hanno richiesto «aiuti d’emergenza» dall’Unione europea, a cominciare dalla Grecia; i pericolosi vincoli del «Patto fiscale» vanno eliminati in modo che i governi possano tutelare la spesa pubblica, il welfare e i salari, mentre l’Europa deve assumere un ruolo maggiore per stimolare la domanda, promuovere la piena occupazione e avviare uno sviluppo equo e sostenibile. Le politiche europee devono inoltre portare all’armonizzazione fiscale, mettere fine alla concorrenza tra stati e spostare l’imposizione fiscale dal lavoro ai profitti e alla ricchezza. Il lavoro e la contrattazione collettiva devono essere difesi; i diritti del lavoro sono parte essenziale dei diritti democratici in Europa. Occorre impegnarci subito per cambiamenti di lungo termine nelle seguenti direzioni:
4) Un «new deal verde» può rappresentare la via d’uscita dalla recessione in Europa con grandi investimenti per una transizione ecologica verso la sostenibilità, creando nuovi posti di lavoro di qualità, ampliando le capacità produttive in settori innovativi e allargando le possibilità di politiche nuove a livello locale, in modo particolare sui beni pubblici.
5) La democrazia deve essere estesa a tutti i livelli in Europa; l’Unione europea va riformata e la concentrazione di potere nelle mani degli Stati più potenti – così come si è realizzata con la crisi – va rovesciata. L’obiettivo è una maggiore partecipazione dei cittadini, un ruolo più incisivo del Parlamento europeo e un controllo democratico molto più significativo sulle decisioni chiave. Le prossime elezioni europee del 2014 devono rappresentare un’opportunità per compiere scelte tra proposte alternative per l’Europa all’interno e trasversalmente gli Stati membri dell’Unione.
Di fronte al rischio di un collasso dell’Europa, le politiche europee devono cambiare strada e un’alleanza tra società civile, sindacati, movimenti sociali e forze politiche progressiste – in particolare nel Parlamento europeo – è necessaria per portare l’Europa fuori dalla crisi prodotta da neoliberalismo e finanza, e verso una vera democrazia.
THE ‘BIG” OBAMA CARE RIFORM
“A timid attempt to imitate the Castro-care”

Syriza non e' sola in Europa.

di Zag in - listasinistra -
Analizzando nel dettaglio il programma del Front de Gauche alcune considerazioni mi vengono da fare.
Intanto la provenienza dei suoi dirigenti. Tutti provengono dalla sinistra del PS. Jean-Luc Mélénchon, Jacques Généreux, Marc Dolez. Per citarne alcuni.
Essi provengono dagli errori e dalla loro autocitica all'appoggio dato al trattato di Maastricht (Mitterand, 1992) e la resa a quello di Amsterdam (Chirac/Jospin, 1997) Si sono schierati per il no al referendum sulla Costituzione Europea .Nel 2008 sono usciti dal PS per fondare il Parti de Gauche (che è una delle componenti del Front de Gauche).
Al pari del programma di Syriza , nel Front de Gauche vi è una analisi economica che difficilmente si può trovare in un partito politico, ma spesso nelle analisi di economisti critici ed eterodossi.
Il programma ha dei punti sicuramente discutibili , ma forse è proprio questo uno dei punti forti. Quello di poter aprire ed essere da stimolo per il dibattito per le forze anticapitaliste . Quello di essere punto di partenza e di riunione per tutte quelle forze sparpagliate , disunite, disgregate , in Europa. Aggregare forze ed intelligenze, intellettuali economisti e non alla preparazione di idee forti da contrapporre alla ideologia dominante.

Prendo pari pari l'esame che ne ha fatto Federica Roà

● aumentare il salario minimo, lo SMIC, del 21% a 1.700 Euro lordi, che dovrebbero diventare netti a fine legislatura (ogni paese europeo dovrebbe adottare uno SMIC non inferiore al 60% del salario medio);
● imporre un rapporto massimo di 1:20 tra la paga più bassa e quella più alta nelle imprese;
● fissare un reddito annuo massimo di 360.000 Euro oltre il quale lo Stato prende tutto;
● porre limiti ai licenziamenti nelle imprese che distribuiscono dividendi; eliminare i contratti di precariato, cominciando da quelli esistenti nel pubblico impiego;
● restituire il diritto di andare in pensione a 60 anni, pensione minima pari allo SMIC,  difendere il sistema retributivo;
● ritornare alle 35 ore;
● istituire una sanità interamente pubblica e universale;
● lanciare la pianificazione ecologica (un vasto programma di reindustrializzazione ecologica, di uscita pianificata dal petrolio e dal nucleare, di investimenti pubblici ecologici e sociali);
● nazionalizzare l’energia (mi limito a questo esempio per indicare una strategia più vasta di difesa da privatizzazioni indiscriminate, ma non necessariamente di nazionalizzazione, di settori come, oltre all’energia, le telecomunicazioni, i trasporti, la ricerca, la sanità, l’educazione, il credito, l’acqua, l’abitazione e, naturalmente, la protezione sociale, la sicurezza, la difesa, la giustizia).

Italia-Germania Euro 2012 Rabbia di Hitler

«Ormai siamo maggioritari. Facciamo Syriza anche qua»

Fonte: il manifesto | Autore: Daniela Preziosi
Intervista al Segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero
«Ha ragione Marco Revelli quando scrive sul manifesto: bisogna collocarsi fuori dalle compatibilità dell’attuale Europa in nome di una rifondazione, di una ricontrattazione dell’Unione. Chi ha fatto l’Europa così e chi ora la sta ridefinendo, popolari e socialisti, sta riconfermando la distruzione della civiltà europea, del welfare, dell’art.18».

Segretario Ferrero, però in Francia il Front de gauche ha sostenuto il socialista Hollande. Lei dice che anche i socialisti distruggono la civiltà europea?
Non dico che socialisti e popolari sono uguali: sono però varianti dello stesso indirizzo politico, quello che non mette in discussione l’impianto neoliberista. Prendiamo il fiscal compact: in campagna elettorale Hollande lo aveva contestato. Oggi già non è più in discussione. Il Front ha fatto bene ad appoggiarlo per sconfiggere Sarkozy, ma non è un caso che poi non è voluto entrare nel governo. Ha ancora ragione Revelli quando dice che serve una Syriza (la coalizione della sinistra greca, ndr) anche da noi: dobbiamo interpretare un sentimento che inizia ad essere maggioritario nella società.
Crede che in Italia una ‘Syriza’ sarebbe maggioritaria?
Sì. Le forze liberiste perdono egemonia perché ormai è chiaro che non funzionano. Se non ci diamo un’alternativa di sinistra, resterà solo il populismo di destra. O qualsiasi tipo di populismo.
Chiamarsi così nettamente fuori dalle compatibilità europee non spaventa l’elettorato, anche quello progressista, e i governi europei, anche di marca socialista, com’è successo a Syriza?
Syriza ha preso il 26 per cento, fino a tre mesi prima stava al 6: un risultato incredibile. Quanto ai governi europei, è vero che tifano per ‘gli amici’. Ma poi, come hanno fatto con la Grecia, non li trattano meglio. Per noi, come per Syriza, il punto non è uscire dall’euro, ma ricontrattare l’Europa. Ma implica uno scontro politico. Non c’è una via tranquilla alla ricontrattazione, si tratta di interessi imponenti. Prendiamo Monti che minaccia di non votare la Tobin tax: sarebbe solo un favore agli speculatori. Dovrebbe invece minacciare di non votare il fiscal compact. Dicendo: cari signori, noi non ci stiamo a farci uccidere. La Grecia è piccola. L’Italia è grande e lo sanno tutti che non può fallire. Loro ti tengono in vita per poterti succhiare il sangue. E Monti e Merkel giocano nella stessa squadra.
Pd e Udc pensano ad un’alleanza. Sel dice no alle alchimie senza programmi e Bersani apprezza. La rottura con Sel non sembra all’orizzonte.
A Nichi dico: il punto dirimente non è che il Pd si allei con l’Udc, ma che il Pd stia facendo le attuali politiche economiche: pensioni, art.18, tasse, e ora fiscal compact, che per l’Italia è un disastro.
Vendola ha già detto che non potrebbe allearsi con un Pd neoliberista, sotto l’eventuale leadership di Renzi.
Renzi o no, il Pd appoggia Monti. Anche nel Pasok non sono tutti liberisti. Ma hanno appoggiato quelle politiche. Finoccchiaro non è Renzi, ma ha elogiato la riforma del lavoro. Insomma, come in Grecia, da noi devono decidere se fare un’alternativa di governo o una forza di complemento.
Perché ce l’avete sempre con Vendola e non chiedete lo stesso rigore di analisi a Di Pietro?
Non è vero, faccio a entrambi lo stesso appello: costruire un polo della sinistra che intrecci Alba, i comitati, le associazioni, la sinistra sindacale, la sinistra oggi in larga parte fuori dai partiti. Con un programma di governo: perché mai i nostri punti – patrimoniale, tetto alle pensioni, abbattere le spese militari – non dovrebbero essere un programma per governare?
Lei e il suo partito, in diverse stagioni politiche avete invocato modelli esteri. ‘Fare come la Linke tedesca’, poi come il ‘Front de gauche’, ora come Syriza. La Linke non gode di ottima tenuta interna, il Front ha deluso alle legislative. Lunga vita a Syriza, ma non è provinciale invocare modelli vincenti ma evidentemente non perfetti?
Ho sempre proposto a casa nostra lo schema federativo, il cui vero modello sono le esperienze latinoamericane. Fronti, alleanze, come lo sono Izquierda unita spagnola, Syriza e il Front. Il discorso sulla Linke è complesso: resta un riferimento, ma oggi sconta l’egemonia di un discorso di Merkel che all’operaio suona circa così: ci salviamo solo con i nostri padroni. Comunque la vogliamo chiamare, il punto è costruire una sinistra antiliberista con modalità di partecipazione e allargamento oltre quelle dei partiti. Nessun partito può pensare di crescere su se stesso. In Italia ci sono milioni di persone di sinistra, ma non c’è una forma politica che riesca a convincerli.
Anche Di Pietro aspetta le scelte di Bersani. Voi aspettate Di Pietro?
Proponiamo un polo della sinistra e di organizzare a metà settembre una manifestazione contro il governo Monti e le politiche europee. Ma in un processo unitario, l’ultima cosa da fare è rivendicare primazie e mettere cappelli. Abbiamo ancora un po’ di tempo davanti. Luglio e agosto saranno i mesi di questa costruzione. Ma se serve una settimana in più per fare un passo avanti, aspetteremo.
Se invece tutto resta come oggi, parteciperete alle primarie?
No, noi siamo per mandare a casa il governo Monti. Se manca questo, mancano i presupposti della nostra partecipazione. Ed è ormai chiaro a tutti che l’alternativa non nascerebbe lì.

venerdì 29 giugno 2012

Vertice europeo: Monti vince, il popolo italiano perde, le stangate e la recessione continuano


2RECESSIONE
di Paolo Ferrero
L’esito del vertice europeo è molto rilevante, ma non è positivo.
In primo luogo i cittadini pagheranno i debiti delle banche private di tutta Europa. Si tratta di una gigantesca socializzazione delle perdite che non ha precedenti. Gli speculatori non dovranno così pagare il conto dei propri azzardi perché il conto lo pagherà il Fondo Salva Stati cioè i cittadini di tutta Europa con le loro tasse. Si tratta di un salasso enorme ai danni dei cittadini se pensiamo che solo per le banche private spagnole sono stati stanziati 100 miliardi di euro .
In secondo luogo il Fiscal Compact non è stato modificato e questo determinerà un salasso per lo stato italiano di 45 miliardi all’anno per i prossimi vent’anni: la recessione è assicurata perché le misure per la crescita sono per quanto riguarda l’Italia molto inferiori e perché si taglia sul welfare e si investe su grandi opere sovente inutili e dannose (come la TAV).
In terzo luogo, invece di permettere alla BCE di comprare direttamente i titoli di stato o di fare gli eurobond o di trasformare il Fondo “Salva stati” in una banca che possa accedere alla liquidità illimitata della BCE, si costruisce un meccanismo in cui il Fondo “Salva stati” - con pochissime risorse - può intervenire a sostegno dei paesi che abbiano già demolito il welfare e che si impegnino a continuare a farlo. Questo sotto stretto controllo della troica (BCE, FMI e UE) e firmando un memorandum in cui il paese viene nella sostanza commissariato. Si tratta di una misura - quantitativamente non diversa da quanto fatto dalla BCE fino ad ora - del tutto insufficiente per evitare la speculazione sull’Euro, ma efficacissima per continuare il ricatto sui singoli paesi, costringendoli a politiche di rigore che demoliscono il welfare e i diritti dei lavoratori.
Il tecnocrate liberista Monti esce vincente dal vertice, il popolo italiano perde e le stangate e la recessione continuano.

Giacché: "Ai tedeschi va detto chiaro. Pronti a far saltare il banco"

Autore: fabio sebastiani
Al di là di quello che accadrà nella due giorni di supervertice e dell'andamento dei mercati finanziari, sembra che l'unico punto fermo sia l'attacco al lavoro.       
L'attacco al lavoro è una costante ovunque, non soltanto nella zona euro. Le politiche di austerity nel Regno Unito hanno lo stesso segno. C'è il tentativo evidente di recuperare profitti giocando sull'abbassamento del costo del lavoro. Non si tratta di una novità: sono gli stessi trattati europei a far sì che la competitività si giochi sulla riduzione delle tasse alle imprese e abbassando la protezione dei lavoratori. Questo non avviene soltanto nella periferia dell'Europa ma nel centro. Per esempio, la Germania è il paese dell’eurozona in cui il costo del lavoro è maggiormente diminuito in termini reali dal '99 in poi. Adesso però c'è l'attacco definitivo con la scusa del debito pubblico. All’attacco ai salari diretti, direttamente provocato dalla crisi (che riduce il potere negoziale dei lavoratori), si aggiunge l’attacco a servizi sociali e pensioni, ossia ai salari indiretti e differiti. Infine, c'è l'attacco alla regolamentazione del lavoro nella forma delle cosiddette “riforme strutturali per far ripartire la crescita”. È un attacco organico e a 360 gradi.
Tutto questo con quali prospettive?
Anche assumendo il punto di vista di chi teorizza e mette in pratica tutto questo, è evidente che la cosa potrebbe funzionare solo se l'Europa si trasformasse in una grande Germania cioè decidesse di puntare tutte le proprie carte sull'esportazione tralasciando la domanda interna. Ma è assolutamente irrealistico che questo avvenga. Quello che è successo sinora è qualcosa di diverso: i tagli al welfare hanno dato un colpo poderoso alla domanda interna. Con effetti di gravità inaudita: basti pensare al -6% nei consumi di generi alimentari. Assistiamo allo smantellamento del sistema sociale che è stato messo in piedi dalla seconda guerra mondiale. E le conseguenze sono queste.
In tutto questo non sembrano emergere contraddizioni nella borghesia italiana e tra i vari settori economici.
Io credo che le contraddizioni ci siano. C'è un forte disagio in una parte della borghesia italiana, quella che non ha bisogno di terrorizzare i lavoratori abolendo l'articolo 18: altrimenti non si capirebbe la freddezza del presidente di Confindustria Squinzi a questo proposito. C'è molta preoccupazione in giro anche sulla possibile spoliazione del nostro apparato economico e produttivo a causa di quel che sta accadendo. Uno degli atti d'accusa che si possono muovere a questo governo è quello di aver messo in pratica una lettura ideologica della crisi e dei rimedi ad essa: puntando a una risposta basata su meno Stato e più mercato, meno regolamentazione e meno diritti per chi lavora. Questa formula ha due difetti, di essere iniqua e di non funzionare economicamente. Qui però bisogna tener conto che in questa crisi entrano in gioco sia il conflitto tra capitale e lavoro, sia la guerra tra capitali.

Vladimiro Giacchè. Il punto economico-politico su eurozona


5uebandiera
di Daniele Cardetta
Professor Giacchè, il voto greco sembra aver fatto tirare un sospiro di sollievo all’establishment europeo. Pensa che la vittoria di Nuova Democrazia possa traghettare la Grecia verso acque più tranquille? E se avesse vinto Syriza crede che la Merkel e la troika avrebbero accettato di rivedere il memorandum?
“La mia risposta a entrambe le domande e’ negativa. La vittoria di Nuova Democrazia e’ la vittoria del partito che aveva truccato i conti in Grecia. Si continuerà col massacro sociale e con la conseguente depressione economica. I ricchi e gli evasori potranno dormire sonni tranquilli. A proposito, faccio sommessamente notare che l’ “europeista” Nuova Democrazia, appoggiata anche dalla Merkel (del resto al Parlamento europeo sono nello stesso raggruppamento, quello dei popolari), si guarda ben dal rimuovere dalla Costituzione ellenica la norma che prevede che gli armatori non paghino tasse sui profitti maturati all’estero (praticamente tutti: l’anno scorso ammontavano a 15,4 miliardi di euro…), mentre gli “antieuropeisti” di Syriza l’avevano messa nel loro programma. Chi e’ più rigoroso? E in ogni caso il memorandum non vedrà alcuna modifica sostanziale e le cose continueranno ad andare come sono andate sinora: cioè male. Per la Grecia e per l’Europa”.
Il Premio Nobel Krugman sostiene che Atene uscirà comunque dall’Euro. Lei è d’accordo o si sente di concedere maggiori speranze per il futuro?
“Penso che Krugman abbia ragione, e che purtroppo questo avverrà dopo ulteriori sofferenze inflitte al popolo greco. L’unica speranza e’ che l’opposizione a questo governo porti ad assetti politici diversi. E’ proprio l’appeasement ai diktat euro-tedeschi oggi la minaccia più grande. Per la Grecia e non solo. La verità e’ che nessuno in Europa fa niente per scoprire il bluff della Merkel, che guida lo Stato che più ha beneficiato dell’euro e più di tutti perderebbe se l’euro saltasse. Oggi i Tedeschi lucrano sulla crisi dell‘Eurozona (i loro titoli di Stato decennali sono all’1,5% – negativi in termini reali, visto che l’inflazione tedesca e’ al 2,1% – contro il nostro 5,8%: pensate al vantaggio per lo Stato e per le imprese tedesche in termini di costi di raccolta del capitale!), e scaricano tutto il costo dell’aggiustamento sugli Stati più deboli. Per fortuna il loro export verso i Paesi dell’Eurozona si sta inceppando proprio a causa delle misure di austerity che hanno imposto, e questo potrebbe indurre il governo tedesco a più miti consigli”.
Secondo molti osservatori, è stata sorprendente l’affermazione di Syriza. Qua da noi, molti leader politici della sinistra si sono complimentati con Tsipras. Addirittura Ferrero ha lanciato un appello affinchè si “faccia come in Grecia”. Cosa la sinistra italiana secondo lei dovrebbe imparare da quell’esperienza e quanto i contesti sono invece incomparabili?

Le balle che la Germania racconta ai tedeschi. E a noi

di Matteo Zola - eastjournal -

Merkel New Statesman E1340887644352
La disoccupazione tedesca non è mai stata così bassa, al 6,7%, mentre l’economia tiene botta alla crisi continuando a crescere. I diritti dei lavoratori sono garantiti, il welfare tedesco è più efficiente che mai, il bilancio mantiene segno positivo, la società è ricca, forte e unita. Deutschland Deutschland über alles!
Balle.
La Germania non sta bene, la ricchezza è apparente, i dati sull’occupazione sono gonfiati, e il rigore economico tedesco è un’invenzione. Partiamo dal debito pubblico che, nonostante la congiuntura economica nazionale positiva, è arrivato alla fine del primo trimestre 2012 al record storico di 2.042 miliardi di euro, per la prima volta sopra i duemila miliardi. Lo ha reso noto l’Ufficio federale di statistica Destatis. Già la Primavera scorsa Eurostat quantificò il debito pubblico esplicito della Germania in 2080 miliardi di euro (pari all’82% del Pil): il primo debito dell’eurozona a sfondare la soglia dei duemila miliardi. Il debito esplicito è quello determinato dalle emissioni di buoni del tesoro, autentici contratti con i quali lo Stato si impegna, alla scadenza, a pagare il capitale ricevuto in prestito con l’aggiunta di interessi. C’è anche il debito pubblico “implicito” che consiste in una proiezione della spesa, attualizzata, per assistenza sociale, pensioni, sanità (il welfare, insomma) cui un Paese dovrà far fronte negli anni a venire.
I dati di debito esplicito e implicito non si possono sommare (come invece fece Libero ingannando il lettore), poiché solo i primi sono suscettibili agli umori del mercato, i secondi sono piuttosto una stima presente e futura di spesa. Ciò detto, resta il fatto che il debito pubblico tedesco “esplicito” è ai record storici.
Veniamo ora al tasso di disoccupazione, ufficialmente al 6,7%. Peccato che gran parte dei lavoratori, specie i più giovani, siano assunti con mini-job. Si tratta di lavori scarsamente retribuiti (circa 400 euro mensili) che occupano ormai circa sette milioni di tedeschi (su 39 milioni di occupati rappresentano il 18% circa della forza lavoro). Questi lavoratori non pagano tasse e hanno sussidi pubblici a integrare il magro stipendio. Erano nati come “lavoretti” integrativi per giovani, nel settore turistico o nella ristorazione, ma sono diventati una regola del mercato del lavoro tedesco. Al 6,7% di disoccupati occorre quindi aggiungere il 18% di sottoccupati. E la musica cambia. Anche per chi un lavoro ce l’ha le cose non vanno benissimo: gli abituali aumenti degli stipendi, la redistribuzione dei dividendi, sono per molti un ricordo del passato. Non è un caso che nell’industrializzato nord Reno-Vestfalia il partito di governo sia stato clamorosamente battuto. I tedeschi, crisi o non crisi, non vogliono rinunciare a nulla.

2 GOALS TO GERMANY
2 GOALS TO ALL WORLD'S RACISTS

Blog curato da ...

Blog curato da ...
Mob. 0039 3248181172 - adakilismanis@gmail.com - akilis@otenet.gr
free counters