Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

martedì 23 aprile 2013

A Guantanamo mi stanno uccidendo (dedicate un minuto a questa testimonianza)

di ,

GuantanamoSamir Naji al Hasan Moqbel, è prigioniero a Guantanamo dal 2002. Non è mai stato incriminato né processato. Da 70 giorni è in sciopero della fame. Ha raccontato la sua storia, attraverso un interprete arabo, agli avvocati di Reprieve, una ONG che offre assistenza legale a prigionieri che non hanno possibilità di difendersi. La sua testimonianza è stata pubblicata dal New York Times, traduzione italiana di Gennaro Carotenuto.
C’è un uomo qui che pesa solo 35 kg. Un altro 44. L’ultima volta che mi hanno pesato ero 59 kg. Ma è stato oltre un mese fa. Sono in sciopero della fame dal 10 febbraio e credo di aver già perso più di 30 chili. Non mangerò finché non ripristineranno la mia dignità. Sono detenuto a Guantanamo da 11 anni e tre mesi. Non sono mai stato incriminato di alcun delitto. Non sono mai stato processato.
Dovrei essere a casa da anni – nessuno pensa seriamente che io sia una minaccia – ma resto qui. Anni fa i militari [USA] mi dissero che ero una “guardia” di Osama bin Laden. È un’accusa senza senso, una cosa da film americani di quelli che mi piaceva guardare. Neanche loro ci credono. Ma non sono interessati a quanto tempo io debba restare seduto qui.
Nel 2000, a casa mia, nello Yemen, un amico d’infanzia mi disse che in Afghanistan avrei potuto guadagnare meglio dei 50 $ al mese che mi davano in fabbrica, e avrei potuto mantenere la mia famiglia. Non avevo mai viaggiato e non sapevo nulla dell’Afghanistan, ma ho provato.
Ho sbagliato a fidarmi di lui. Non c’era lavoro. Volevo lasciare ma non avevo i soldi per tornare a casa. Dopo l’invasione americana del 2001 sono fuggito in Pakistan come tanti altri. I pakistani mi hanno arrestato mentre cercavo di andare all’ambasciata yemenita. Sono stato inviato a Kandahar e da lì messo sul primo aereo per Gitmo [Guantanamo].
Lo scorso 15 marzo ero ricoverato nell’ospedale della prigione per le mie condizioni a causa dello sciopero della fame. Una squadra di otto agenti della polizia militare in tenuta antisommossa ha fatto irruzione, mi ha legato al letto e mi ha inserito nella mano un ago per alimentarmi forzosamente. Mi hanno lasciato 26 ore legato al letto impedendomi di andare in bagno. Poi mi hanno inserito un catetere. È stato doloroso, degradante e inutile. Mi hanno impedito perfino di pregare.
Non dimenticherò mai la prima volta che mi hanno infilato il sondino nel naso. Non riesco a descrivere quanto sia doloroso essere sottoposto ad alimentazione forzata in questo modo. Appena lo hanno spinto in su volevo vomitare, ma non ci riuscivo. Sentivo ardere il mio petto, la gola e lo stomaco. Non avevo mai provato tanto dolore prima e non vorrei una punizione così crudele su nessuno.
Da allora sono in alimentazione forzata. Due volte al giorno mi legano ad una sedia nella mia cella. Mi bloccano le braccia, le gambe e la testa. Non so mai quando arriveranno. A volte vengono durante la notte, quando sto dormendo. Ci sono così tanti di noi in sciopero della fame che non ci sono abbastanza membri dello staff medico per effettuare le alimentazioni forzate regolarmente. Così lo fanno quando possono.
Durante un’alimentazione forzata l’infermiera ha spinto il tubo di circa 18 pollici nel mio stomaco, facendomi più male del solito perché stava facendo le cose troppo in fretta. Ho chiamato l’interprete per chiedere al medico cosa non andasse. Era così doloroso che ho pregato loro di smettere. L’infermiera ha rifiutato di sospendere l’alimentazione forzata. Mentre stavano finendo, il “cibo” si è versato sui miei vestiti. Ho chiesto loro di cambiarmi, ma la guardia ha rifiutato strappandomi anche quest’ultimo brandello della mia dignità.
Quando vengono, se rifiuto di essere legato, chiamano la squadra antisommossa. Almeno mi resta una scelta. Posso rifiutarmi ed essere picchiato oppure accettare l’alimentazione forzata.
L’unica ragione per la quale mi tengono qui è che il presidente Obama rifiuta di inviare qualsiasi detenuto nello Yemen. Questo non ha senso. Io sono un essere umano, non il mio passaporto, e merito di essere trattato come tale. Io non voglio morire qui ma fino a quando il presidente Obama e il presidente dello Yemen non faranno qualcosa io rischierò di morire qui ogni giorno.
Dov’è il mio governo? Sono disposto a sottomettermi a tutte le “misure di sicurezza” che vorranno pur tornare a casa, anche se sarebbero del tutto inutili. Accetto qualunque cosa pur di uscire da qui. Oggi ho 35 anni. Tutto quello che voglio è rivedere la mia famiglia e iniziarne una mia.
La situazione è disperata ora. Tutti i detenuti qui stanno soffrendo profondamente e almeno 40 di noi sono in sciopero della fame. Ogni giorno ci sono svenimenti. Io vomito sangue. Ma non c’è fine in vista per la nostra prigionia. Rifiutare il cibo e rischiare la morte ogni giorno è la scelta che abbiamo fatto per la nostra dignità. Spero solo che tanto dolore serva a che gli occhi del mondo guardino a Guantanamo prima che sia troppo tardi.

Il Migliorista in viaggio.

lunedì 22 aprile 2013

Il programma del prossimo governo di larghe intese

 
24430-giorgio-napolitano
La rielezione di Giorgio Napolitano a presidente della Repubblica è il viatico a un governo di larghe intese tra PD, PDL e Scelta Civica di Monti. Il programma del nuovo esecutivo, si ipotizza guidato da Giuliano Amato, è già rintracciabile nel lavoro dei “saggi” nominati dal presidente. In questo articolo Davide Antonioli e Paolo Pini analizzano le implicazioni del programma presidenziale per le politiche industriali.
di Davide Antonioli e Paolo Pini da Sbilaciamoci.info
Il gruppo dei Saggi nominati dal Presidente della Repubblica Napolitano ha reso pubblica la ricetta per affrontare la crisi individuando la loro “Agenda possibile” per il prossimo Governo (link). Ci occupiamo qui di un tema su cui Sbilanciamoci.info ha ospitato vari interventi: retribuzioni, produttività e relazioni industriali.
Il documento dei Saggi, nella sezione 3. Arrestare la Recessione, avviare la ripresa, alla fine del paragrafo 3.1 Creare e sostenere il lavoro, dedica alcune riflessioni a questi temi. Le novità sono poche, e quelle poche non sono buone.

1. Retribuzioni e produttività

Cosa suggeriscono i 5 Saggi che si sono occupati di proporre azioni per fermare il declino della produttività in Italia mediante lo strumento delle retribuzioni? Non hanno molta fantasia, e neppure sembra abbiano letto nulla, o molto poco, di quanto è stato scritto dopo l’accordo del 21 novembre 2012 tra le parti sociali, esclusa la Cgil, il noto Patto sulla produttività(www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Produttivita-un-accordo-con-nulla-di-buono-15503).
Con l’obiettivo di incrementare l’efficienza e la produttività delle imprese, e garantire un beneficio economico ai lavoratori, si afferma che occorre stabilizzare il meccanismo attuale di agevolazione fiscale delle retribuzioni variabili nel settore privato. Tale agevolazione, scrivono i Saggi,
“il cui ambito di applicazione è limitato quantitativamente ed al solo settore privato, potrebbe essere ulteriormente estesa, riguardando la quota parte di salario destinata a remunerare la qualità della prestazione. Per giungere a tale risultato si potrebbe prevedere, d’accordo con le parti sociali, uno spostamento della competenza sul tema alla contrattazione più decentrata, in modo da valorizzare anche le performance delle singole realtà produttive. Naturalmente, tale intervento dovrebbe essere accompagnato da interventi volti ad aumentare la produttività dell’impresa, senza i quali il meccanismo produrrebbe distorsioni, soprattutto nei confronti delle piccole imprese“ (p.22).
Tutto qui, non aspettatevi altro.
Si ripropone il meccanismo previsto dal decreto del 22 gennaio 2013, quando ancora deve divenire operativo, e si chiede che venga stabilizzata la defiscalizzazione, ovvero che questa venga resa strutturale, permanente se interpretiamo bene. Che venga estesa anche al settore pubblico? Oppure si intende che venga allargata la quota di defiscalizzazione? Neppure questo è detto. Si afferma invece che estendere vuol dire legare il salario alla qualità della prestazione. Sagge parole, ma cosa significa, legarla alla qualità e non solo alla quantità? Certo, si chiede che maggiori competenze previste dal contratto nazionale passino a quello aziendale. Di quali competenze stiamo parlando? Forse materie contrattuali? Tutto ciò che riguarda l’organizzazione del lavoro e dell’impresa? Le mansioni, le qualifiche? Non è detto. Forse si intende una maggiore quota di salario, tutto quello legato al recupero della inflazione passata? (dato che è rimasto solo quello, e pure quello è molto parziale, dopo l’accordo del 22 novembre 2012).
Si afferma che ciò debba avvenire accompagnando interventi volti ad aumentare la produttività dell’impresa, senza i quali si creerebbero distorsioni soprattutto nei confronti delle piccole imprese: In queste – osserviamo noi – le agevolazioni non si applicano non essendovi in queste contrattazione aziendale. Quindi le distorsioni sarebbero quelle a favore delle imprese con contrattazione in cui i lavoratori beneficiano delle agevolazioni, magari anche quando la produttività non aumenta. Ecco allora che i Saggi avanzano un sospetto implicito, ovvero che il meccanismo delle agevolazioni fiscali possa essere adottato senza alcuna azione sulla produttività, a fini cosmetici appunto, con il rischio di spreco di denaro pubblico e di diseguale trattamento dei lavoratori sul quale più volte abbiamo richiamato l’attenzione.

Il capitalismo usa e getta

Il capitalismo usa e getta

di Mauro Trotta
-44In quella che è, probabilmente, la più famosa delle Operette morali di Giacomo Leopardi, il «Dialogo della Natura e di un Islandese», nel suo ultimo intervento, la Natura afferma: «Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimenti in dissoluzione». È difficile che non vengano in mente tali parole leggendo l’ultimo testo di Serge Latouche, intitolato Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata, uscito di recente per Bollati Boringhieri (pp. 114, euro 14,50). Tutto il discorso verte, infatti, sulla necessità, per l’attuale sistema capitalista, di creare un ciclo continuo, e sempre di più breve durata, di produzione e distruzione delle merci.
Come afferma Günther Anders, citato dallo stesso Latouche, «la produzione vive della morte dei prodotti singoli (che vanno forniti sempre di nuovo); deve dunque la sua “eternità” alla mortalità dei suoi esemplari». Per cui una stampante deve bloccarsi dopo aver prodotto diciottomila copie, un computer essere fuori uso dopo un paio d’anni e così via. Nello stesso tempo occorre che non sia possibile, perché economicamente non conveniente, che i prodotti vengano riparati, ma bisogna sempre acquistarne di nuovi.
Il film di Cosima Dannoritzer
Il libro, come si racconta nella prefazione, prende le mosse da un film, Pret à jeter/ The Light Bulb Conspirancy di Cosima Dannoritzer (link sotto), in cui il teorico della decrescita felice era stato coinvolto, e dall’incontro con Giles Slade, autore del testo di riferimento per la realizzazione della pellicola. Così, richiamandosi soprattutto a The Waste Makers di Vance Packard, si affronta il concetto dell’obsolescenza programmata, ovvero quell’insieme di tecniche «messe in opera per ridurre artificialmente la durata di un bene manifatturiero, in modo da stimolare il rinnovo del suo consumo».
Messa da parte quella che viene definita obsolescenza tecnica, ossia il fatto per cui un prodotto risulta essere superato a causa dell’evoluzione e del progresso tecnologico, l’attenzione dell’autore si concentra sulla cosiddetta obsolescenza psicologica o simbolica, per cui grazie alla pubblicità, alla moda, al marketing si convincono i consumatori a cambiare un prodotto, e su quella strictu sensu programmata: «l’estinzione di un prodotto dovuta al fatto che il produttore vi ha inserito di proposito un pezzo difettoso destinato a limitarne la durata». Naturalmente, spesso nella realtà, tecniche legate ai differenti tipi di obsolescenza vengono attuate sincronicamente per raggiungere l’effetto desiderato.
La storia dell’obsolescenza
Latouche passa poi a narrare la storia della progressiva affermazione del concetto di obsolescenza e ad esaminarne i modi di funzionamento. Tutto ha inizio negli Stati uniti tra la fine ell’Ottocento e l’inizio del Novecento, con la comparsa del primo usa e getta: «Già nel 1872, l’America produce 150 milioni di colli e polsini da camicia non lavabili». Si va avanti con i preservativi di caucciù o di latex, poi, nel 1895, con i rasoi usa e getta, nel 1920 i primi assorbenti e nel 1924 i kleenex. E si prosegue con la nascita del «sistema Detroit», quando la General Motors, per contrastare il successo della Ford, basato su macchine solide e di poco prezzo, inizia ad utilizzare il marketing, lanciando un modello nuovo ogni anno, senza alcuna innovazione tecnologica significativa, e spingendo la gente a cambiare macchina ogni tre anni, «il tempo necessario a rimborsare il prestito di quella precedente».
Si passa poi al periodo dell’obsolescenza programmata propriamente detta, quando le macchine, in genere elettrodomestici, iniziano a diventare più fragili, soprattutto per la «proliferazione di accessori che, quando si guastano, (ne)bloccano completamente il funzionamento». Segue la seconda ondata dell’usa e getta, che investe prodotti più sofisticati come la radioline a transistor, e vede l’introduzione della cosiddetta data di deperimento. L’ultimo tassello è quello dell’obsolescenza alimentare: dal 30 al 50 per cento dei prodotti alimentari «finisce nelle discariche prima di essere venduto nei centri commerciali, o è gettato nelle pattumiere domestiche perché ha superato la data di scadenza».
Il testo prosegue analizzando gli aspetti morali della questione e i possibili limiti, anche e soprattutto a livello ecologico. La conclusione non può che essere la proposta della decrescita serena come unica soluzione «per sfuggire al destino funesto di una obsolescenza programmata dell’umanità».

Fonte: il manifesto, 19 aprile 2013
The Light Bulb Conspirancy
Questo documentario spiega come l’obsolescenza programmata sia nata con la produzione di massa della Rivoluzione industriale, ma soltanto con il neoliberismo è diventata il motore segreto della società di consumo. Tutto questo oggi potrebbe essere al capolinea? Il film di Cosima Dannoritzer, diffuso dalla tv spagnola è stato co-prodotto dall’agenzia francesce Article Z e dalla società di documentari Media 3.14 di Barcellona. Buona visione



Ecco come i produttori programmano merci per rompersi a fine garanzia
Come avviare un Caffè delle riparazioni
I primi sono nati ad Amsterdam tre anni fa e si sono diffusi in diverse città europee. Da alcuni mesi si moltiplicano anche negli Stati uniti, svuotando di significato la parola discarica. I Caffè delle riparazioni sono luoghi nei quali è possibile portare qualsiasi oggetto per farlo riparare, ma a differenza di negozi simili qui tutto è gratuito. E come nelle ciclofficine, la relazione con i riparatori è il cuore di un modo diverso di vivere la società e di imparare facendo. Cinque buoni consigli per mettere su un Caffè in uno spazio occupato, nella sede di un’associazione, in una scuola o in una fabbrica…

Sono e resto un uomo di sinistra

di STEFANO RODOTA' - larepubblica -
CARO direttore, non è mia abitudine replicare a chi critica le mie scelte o quel che scrivo. Ma l'articolo di ieri di Eugenio Scalfari esige alcune precisazioni, per ristabilire la verità dei fatti. E, soprattutto, per cogliere il senso di quel che è accaduto negli ultimi giorni. Si irride alla mia sottolineatura del fatto che nessuno del Pd mi abbia cercato in occasione della candidatura alla presidenza della Repubblica (non ho parlato di amici che, insieme a tanti altri, mi stanno sommergendo con migliaia di messaggi). E allora: perché avrebbe dovuto chiamarmi Bersani? Per la stessa ragione per cui, con grande sensibilità, mi ha chiamato dal Mali Romano Prodi, al quale voglio qui confermare tutta la mia stima. Quando si determinano conflitti personali o politici all'interno del suo mondo, un vero dirigente politico non scappa, non dice "non c'è problema ", non gira la testa dall'altra parte. Affronta il problema, altrimenti è lui a venir travolto dalla sua inconsapevolezza o pavidità. E sappiamo com'è andata concretamente a finire.

La mia candidatura era inaccettabile perché proposta da Grillo? E allora bisogna parlare seriamente di molte cose, che qui posso solo accennare. È infantile, in primo luogo, adottare questo criterio, che denota in un partito l'esistenza di un soggetto fragile, insicuro, timoroso di perdere una identità peraltro mai conquistata. Nella drammatica giornata seguita all'assassinio di Giovanni Falcone,
l'esigenza di una risposta istituzionale rapida chiedeva l'immediata elezione del presidente della Repubblica, che si trascinava da una quindicina di votazioni. Di fronte alla candidatura di Oscar Luigi Scalfaro, più d'uno nel Pds osservava che non si poteva votare il candidato "imposto da Pannella". Mi adoperai con successo, insieme ad altri, per mostrare l'infantilismo politico di quella reazione, sì che poi il Pds votò compatto e senza esitazioni, contribuendo a legittimare sé e il Parlamento di fronte al Paese.

Incostituzionale il Movimento 5Stelle? Ma, se vogliamo fare l'esame del sangue di costituzionalità, dobbiamo partire dai partiti che saranno nell'imminente governo o maggioranza. Che dire della Lega, con le minacce di secessione, di valligiani armati, di usi impropri della bandiera, con il rifiuto della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, con le sue concrete politiche razziste e omofobe? È folklore o agire in sé incostituzionale? E tutto quello che ha documentato Repubblica
nel corso di tanti anni sull'intrinseca e istituzionale incostituzionalità dell'agire dei diversi partiti berlusconiani? Di chi è la responsabilità del nostro andare a votare con una legge elettorale viziata di incostituziona-lità, come ci ha appena ricordato lo stesso presidente della Corte costituzionale? Le dichiarazioni di appartenenti al Movimento 5Stelle non si sono mai tradotte in atti che possano essere ritenuti incostituzionali, e il loro essere nel luogo costituzionale per eccellenza, il Parlamento, e il confronto e la dialettica che ciò comporta, dovrebbero essere da tutti considerati con serietà nella ardua fase di transizione politica e istituzionale che stiamo vivendo.

Peraltro, una analisi seria del modo in cui si è arrivati alla mia candidatura, che poteva essere anche quella di Gustavo Zagrebelsky o di Gian Carlo Caselli o di Emma Bonino o di Romano Prodi, smentisce la tesi di una candidatura studiata a tavolino e usata strumentalmente da Grillo, se appena si ha nozione dell'iter che l'ha preceduta e del fatto che da mesi, e non soltanto in rete, vi erano appelli per una mia candidatura. Piuttosto ci si dovrebbe chiedere come mai persone storicamente appartenenti all'area della sinistra italiana siano state snobbate dall'ultima sua incarnazione e abbiano, invece, sollecitato l'attenzione del Movimento 5Stelle. L'analisi politica dovrebbe essere sempre questa, lontana da malumori o anatemi.

Aggiungo che proprio questa vicenda ha smentito l'immagine di un Movimento tutto autoreferenziale, arroccato. Ha pubblicamente e ripetutamente dichiarato che non ero il candidato del Movimento, ma una personalità (bontà loro) nella quale si riconoscevano per la sua vita e la sua storia, mostrando così di voler aprire un dialogo con una società più larga. La prova è nel fatto che, con sempre maggiore chiarezza, i responsabili parlamentari e lo stesso Grillo hanno esplicitamente detto che la mia elezione li avrebbe resi pienamente disponibili per un via libera a un governo. Questo fatto politico, nuovo rispetto alle posizioni di qualche settimana fa, è stato ignorato, perché disturbava la strategia rovinosa, per sé e per la democrazia italiana, scelta dal Pd. E ora, libero della mia ingombrante presenza, forse il Pd dovrebbe seriamente interrogarsi su che cosa sia successo in questi giorni nella società italiana, senza giustificare la sua distrazione con l'alibi del Movimento 5Stelle e con il fantasma della Rete.

Non contesto il diritto di Scalfari di dire che mai avrebbe pensato a me di fronte a Napolitano. Forse poteva dirlo in modo meno sprezzante. E può darsi che, scrivendo di non trovare alcun altro nome al posto di Napolitano, non abbia considerato che, così facendo, poneva una pietra tombale sull'intero Pd, ritenuto incapace di esprimere qualsiasi nome per la presidenza della Repubblica.
Per conto mio, rimango quello che sono stato, sono e cercherò di rimanere: un uomo della sinistra italiana, che ha sempre voluto lavorare per essa, convinto che la cultura politica della sinistra debba essere proiettata verso il futuro. E alla politica continuerò a guardare come allo strumento che deve tramutare le traversie in opportunità.
(22 aprile 2013)

domenica 21 aprile 2013

Napolitano vince, le banche esultano

Autore: Francesco Piobbichi
                   
Altri 7 anni di lacrime e sangue. Un trionfo per le banche e per i mercati che lunedì brinderanno sulle macerie della nostra democrazia. Grillo e Ferrero gridano al Golpe e lo fanno a ragion veduta, dal punto di vista politico questa elezione riafferma il commissariamento del nostro Paese. Re Giorgio Napolitano è di nuovo in carica e se non sarà un Monti Bis il prossimo Governo poco ci manca. Si chiude così la crisi istituzionale in Italia, con lo schianto del centro sinistra e con l'affermazione del continuismo più assoluto. Le classi dominanti già si sfregano le mani per le nuove controriforme in arrivo. Siamo alla riproposizione del grande patto europeo tra PSE e PPE con cui si è massacrato a dovere la Grecia e ci si prepara a fare il lavoro sporco per l'Italia. Fiscal Compact operativo, pareggio di bilancio attivato, sindacati compromessi che si preparano a scendere in piazza con Confindustria. Berlusconi, l'impresentabile è diventato l'alleato di Bersani e Mario Draghi ha salvato il suo pilota automatico. Il PD è il principale responsabile ed artefice di questa situazione, la sua fine coincide con la fine di una stagione del gruppo dirigente che dissolse il PCI per abbracciare il social liberismo. La crisi ha fatto il resto. Forse questa è l'unica bella notizia da segnalare, la fine di una delle più grandi prese in giro con le quali per venti anni si sono illusi gli italiani. Berlusconismo ed antiberlusconismo come strumenti di distrazione di massa per sfilare via diritti e salari ad un popolo addormentato dalla TV. Ora questo popolo si è svegliato, speriamo che la rivolta contro il Golpe Bianco non sia solo quella del Web.

Al comando una oligarchia politico economica per far rispettare il fiscal compact. Intervento di Giorgio Cremaschi

Fonte: micromega | Autore: giorgio cremaschi
                
Quando un Presidente della Repubblica che dura sette anni viene rieletto per altri sette, siamo in un sistema più simile all’antica monarchia elettiva polacca che a quello delineato dalla nostra Costituzione.Quando questo stesso Presidente ha di fatto governato per quasi un anno e mezzo attraverso un Presidente del Consiglio da lui nominato senatore a vita, che ha ricevuto la fiducia delle Camere sotto la pressione incostituzionale dello spread; siamo in un sistema più simile alle repubbliche presidenziali che a quella parlamentare costituzionale.
Quando questo Presidente nomina una commissione di saggi che prepara un programma che probabilmente sarà adottato dal nuovo governo di emanazione presidenziale, al cui sostegno nessuna delle forze che lo hanno rieletto potrà ovviamente sottrarsi, questo somiglia ad una repubblica presidenziale senza neanche il voto del popolo.
Quando tutto questo avviene nel quadro di un accordo, frutto della disperazione ma non per questo meno sostanziale, tra i partiti che si sono alternati a governare in questi venti anni, usare la parola regime non è certo un errore. Inciucio è solo la sua definizione gergale.
Quando questo regime a sua volta è espressione di una sovranità totalmente limitata dal pareggio di bilancio costituzionale, dal fiscal compact, dalla Troika e da tutti i trattati liberisti europei, per cui gran parte delle decisioni economiche vanno in automatico, come ha affermato Draghi, tutto questo con una vera democrazia ha ben pochi rapporti. La forma della nostra democrazia è forse salva, ma la sostanza no.
E che la democrazia costituzionale sia oramai un simulacro lo dimostrerà ancora di più il futuro. Infatti quando il prossimo governo di emanazione presidenziale continuerà le politiche di austerità, l’opposizione ad esso sarà inevitabilmente e oggettivamente opposizione al Presidente della Repubblica.
D’altra parte questo è ciò che hanno voluto, non solo subìto, PD e PDL. Che al momento buono hanno deciso ancora una volta di stare assieme. Come hanno fatto quando hanno portato la pensione a settanta anni, cancellato l’articolo 18, imposto l’Imu.
PD e PDL sono oramai parte integrante della oligarchia politico economica del paese, oligarchia che al momento buono decide e basta.
Poche storie, sono usciti dalla Costituzione Repubblicana e bisogna prenderne atto. Le prossime lotte contro le politiche di austerità e contro il massacro sociale saranno anche contro il Presidente Giorgio Napolitano. Non facciano gli ipocriti, è questo ciò che hanno voluto e fatto.

Elezione del Presidente della Repubblica – Come ti resuscito un Caimano

 Il Fatto Quotidiano
Berlusconi alla Camera - Elezione Presidente della Repubblica ItalianaÈ un’onda che viene e che va. Soprattutto va. A inizio 2013, Pier Luigi Bersani aveva già vinto e Silvio Berlusconi era finito. Un’altra volta. La situazione, quattro mesi dopo, è appena diversa. Dopo le Primarie, Bersani non poteva non trionfare. Aveva un vantaggio abissale: lo squadrone, il giaguaro da smacchiare, Nanni Moretti a tirargli la volata. Eppure ce l’ha fatta. Rigori su rigori sbagliati, e tutti a porta vuota. Match point sprecati con precisione così fantozzianamente chirurgica da lasciar pensare che, dietro a quei disastri insistiti, ci fosse un metodo. Una collusione. Una connivenza.
In cento giorni o poco più, Bersani è riuscito a sbagliare tutto. Consegnandosi alla storia come il sicario (il più noto, ma non l’unico) del Pd. Una sorta di virus che ha distrutto dall’interno quel che restava del centrosinistra. Spolpandolo con bulimia certosina. Dall’altra parte, o per meglio dire dalla stessa, Berlusconi. Quello che a novembre sembrava un po’ rincitrullito, a gennaio riusciva a far sembrare financo Giletti un giornalista incalzatore (“Me ne vado? Me ne vado?”) e che due sere fa suonava allegramente il pianoforte alla serata dedicata ad Alemanno, dedicando canzoncine amene a Rosy Bindi e gioendo – con tutta la claque – per le dimissioni di Bersani. Ovvero uno dei suoi scudieri più instancabili. L’ennesima resurrezione del Caimano ha i connotati arcinoti.
Un mix di talento mediatico, genialità del male e – soprattutto – insipienza degli avversari. Ogni volta che il centrosinistra lo ha visto in difficoltà, si è guardato bene dall’assestare il colpo definitivo.
Nel ‘97/98 fu la Bicamerale di D’Alema, nel 2007/8 il neonato (già morto) Pd di Veltroni, nel 2011 Napolitano, nel 2013 Bersani. L’elettrocardiogramma di Berlusconi è irregolare. Ogni volta che sembra prossimo alla calma piatta, la presunta opposizione accorre – trafelata – col defibrillatore. La trama non concede particolari variazioni. Funziona così: si arriva ciclicamente a un punto in cui, per mandare Berlusconi in fondo al precipizio, basterebbe una spinta. Una piccola spinta. Anche solo un refolo di vento. È però qui che, puntualmente, accadono due cose: la “sinistra” si intenerisce e – al contempo – Berlusconi recita la parte dello “statista responsabile”.
I primi, con fare pensoso, cominciano a straparlare di rispetto del “nemico” (quale nemico?) e propongono genericissime “larghe intese”. Il secondo, con maestria consolidata, abbassa i toni. Naviga sottotraccia. Non appare. Si nasconde. Rilascia poche considerazioni che i soliti editorialisti cerchiobottisti definiscono (mal celando l’eccitazione) “altamente responsabili”. È avvenuto anche prima del Napolitano Bis. Per osmosi la finta moderazione colpisce anche falchi e colombe, droidi e fedelissimi. Al di là delle irrilevanti pasionarie caricaturali, ora una Mussolini e ora una Biancofiore, i Cicchitto e financo i Gasparri (per quanto possa un Gasparri) paiono meno invasati. Alludono al “paese che ha bisogno di essere governato”. Preconizzano “alleanze per il bene comune”.
Sembrano posseduti dal fuoco sacro della passione politica. La sensazione, vista con occhi minimamente smaliziati, è quella di tanti Jack Torrance (il protagonista di Shining) che a metà film si reinventano Richie Cunningham e ti offrono una gazzosa al bar di Happy Days. Un guasto narrativo che metterebbe in guardia persino Oldoini. Eppure, non si sa come (o forse si sa benissimo), la sinistra ci casca. Sempre. Dicendo e scrivendo: “Dai, Berlusconi in fondo non è poi così cattivo”. Ovviamente, un attimo dopo aver teso la mano (un Presidente, un salvacondotto, un inciucio), Jack Torrance spacca il locale e torna quello di prima.
Tra le resurrezioni del Caimano, quella del 2013 è forse la più scombinata. La sceneggiatura è particolarmente forzata. Del resto è almeno la quarta saga del Lazzaro di Arcore, e anche Rocky IV era più debole del primo episodio. Ciò che non cambia mai è il finale. L’happy ending, però sui generis. In queste pellicole di cinema civile è sempre Jack Torrance che vince. Non tanto perché riesce a uscire dal labirinto, ma perché sono le vittime a indicargli la strada. A porgergli (con sussiego) l’ascia. Nel frattempo i processi restano. La polizia indaga. I testimoni giurano che “è stato lui”. Ma qualcuno, alla fine, un alibi glielo trova sempre. E quel “qualcuno” ha sempre la stessa faccia.
Il Fatto Quotidiano, 21 Aprile 2013

VILIPENDIO AL POPOLO ITALIANO

- megachip -

napolitanoQuel che si sta consumando in queste ore finali della Seconda Repubblica è di una gravità inaudita, è un VILIPENDIO AL POPOLO ITALIANO. Invitiamo tutti a dare prova di militanza e di senso civico promuovendo, dove possibile, tra oggi e domani, azioni pubbliche di protesta nelle città e nei luoghi dove vi trovate.
Ci rendiamo conto che non è facile organizzare una manifestazione in poche ore. Ma anche un piccolo assembramento di poche persone, con qualche cartello scritto a mano può costituire un segnale, ovunque.
Proponiamo uno slogan che sia uguale per tutti e che ci contraddistingua: "Vilipendio al popolo italiano".
Ogni raggruppamento che riusciamo a costituire cerchi di filmarsi. Li metteremo su youtube, li diffonderemo. Perchè poi, come avrete capito, riavremo un governo molto peggiore del terribile governo Monti. E si va allo scontro, politico e sociale.
Il PD è finito e ci sarà un esodo massiccio di militanti ed elettori ingannati. Anche a quel popolo dovremo parlare per difendere la democrazia.
Preghiamo tutti coloro che leggeranno queste righe di farci sapere cosa intendono fare. Daremo notizia sui nostri siti e con i nostri mezzi.

Come finisce un partito

- idadominijani -

L’immaginario politico eroico che abbiamo ereditato dal secolo scorso, quando la politica era una cosa seria, ci fa ancora pensare che un partito o un gruppo politico debbano morire, quando muoiono, con divisioni limpide, battaglie chiare, ragioni leggibili. Invece no: si muore, in politica, di insensatezza, e in modo insensato. Non è molto diverso dalle storie d’amore: quando vanno a male, vanno a male e basta, e non c’è verso di distinguere torti e ragioni né di stilare interpretazioni condivise. Adesso che il Pd, e l’intero centrosinistra, è imploso sulle candidature al Quirinale, dilaga il gioco della caccia all’uomo, al traditore, alla corrente tale e talaltra e al complotto tale e talaltro. Ma provate a spiegare a un’amica non italiana, o a una ragazza che non abbia memoria degli anni 90, e vi renderete conto che una spiegazione è impossibile senza risalire al groviglio di contraddizioni, posizioni diverse appiccicate con la colla, culture opposte tenute insieme dal quieto vivere, risentimenti appassionati quanto gli attaccamenti, che hanno fatto del Pd l’ormai famoso amalgama mal riuscito. Lasciamo perdere le due provenienze storiche, il Pci e la Dc, che pure continuano a contare eccome, e facciamo mente locale sugli aut-aut e gli et-et che da vent’anni e più convivono illogicamente nel mutante che s’è chiamato Pds-Ds-Pd e da lì riverberano in tutto il centrosinistra, in tutte le versioni sperimentate con e senza trattino: socialdemocrazia e liberismo, partito solido e partito liquido, proporzionale e maggioritario, presidenzialismo e parlamentarismo, costituzionalizzazione dell’anomalia berlusconiana e antiberlusconismo, difesa appassionata, fino al limite della necrofilia, della politica di professione e rincorsa della società civile fino al limite dell’autodissoluzione. Il tutto suffragato da un feuilleton mediatico anch’esso lungo vent’anni e più che ha alimentato giochi di ruolo e finte verità giocando con le figurine. Poi arriva il momento in cui le colle si seccano, le memorie si disfano, un tweet conta più di una riunione, le generazioni vanno ognuna per conto proprio, le rottamazioni e i parricidi procedono in allegria per regolare conti tutti maschili, e nemmeno la trama delle antiche divisioni serve a tenere insieme il tessuto. Più o meno è quello che è successo all’ombra dell’elezione del Presidente, mentre il Grillo Qualunque fa la sua macabra e soddisfatta conta dei cadaveri.

sabato 20 aprile 2013

Giuseppe Civati

dal blog di Giuseppe Civati
 Perché non Rodotà?
Come sapete, ho votato tre volte Rodotà e ieri, alla quarta, Romano Prodi. Come me, hanno fatto molti parlamentari del Pd eletti con le primarie, a prescindere dagli schemi correntizi. E sulla base dello stesso principio, tanto che qualche giorno fa parlavo della linea Prodotà contrapposta alla linea D’Amato (che sono le due vere opzioni in campo).
Sono intervenuto l’altra sera per dire che Marini non era una soluzione, e non sono stato franco tiratore, ma solo franco. I tiratori, come si è dimostrato ieri, sono altri.
Ho proposto, insieme a Renzi e a tanti altri, che il candidato alla quarta fosse Romano Prodi, perché credevo che sarebbe stato un ottimo Presidente della Repubblica e che avrebbe potuto trovare i voti del Pd, quelli di Monti (trovo incredibile che Monti non abbia votato Prodi, o forse no) e aprire un dialogo con il M5S sul futuro di questa legislatura. Ho parlato con decine di deputati del M5S per spiegare loro che ci avrebbe consentito di fare le cose che in queste pagine abbiamo sempre scritto, ma non c’è stato verso, perché loro avevano Rodotà. Inutile ragionare. Nemmeno del fatto che l’elezione di Prodi avrebbe potuto spostare l’attenzione dall’asse Pd-Pdl a quello del Pd-M5S, che era il vero obiettivo. Mi hanno detto che è vecchia politica. Infatti sarà eletto un presidente che non è Prodi, e nemmeno Rodotà. All’insegna della coerenza, chiaramente.
Non abbiamo ‘abbandonato’ Rodotà, come scrivono molti commentatori che la sanno lunga: abbiamo solo cercato di mantenere uno schema non inciucista (per capirci) che avesse anche i voti. E Prodi era la persona giusta, credevamo, per tenere insieme questi due principi.
Ora, molti chiedono: “perché non Rodotà?”. E si incazzano anche con me, che Rodotà l’ho pure votato. Tre volte. La risposta la trovate qui sotto: Rodotà non ha i voti, in quell’aula. Se il Pd non ha votato Prodi, è un po’ difficile immaginare che voti Rodotà. Perché c’è una parte del Pd che non guarda al M5S ma a destra. Spero sia chiaro a tutti. Ed è questo il vero problema.
Possiamo anche andare avanti con Rodotà, ma rischiamo di bruciare definitivamente anche lui. Potremmo chiedere di votare nel gruppo, e anche se passasse a maggioranza, nessuno potrebbe prevedere poi che cosa succederebbe in aula. Ai commentatori scatenati sottopongo questa riflessione: se ci sono stati 100 franchi tiratori per Prodi, quanti ce ne sarebbero per Rodotà?
Non sono le primarie, né un Congresso. C’è il voto segreto e bisogna avere una maggioranza altissima. Spero sia chiaro anche questo.
E, da ultimo, vorrei aggiungere una cosa: che è bellissimo tifare, ma preferirei trovare una soluzione che passi, non solo un bel nome da ricordare. Perché con la gestione della candidatura di Rodotà, che ieri per altro tutti dicevano sarebbe stata ritirata da Rodotà stesso, non si sono aperti spazi di condivisione. Per colpa di quella parte del Pd, certamente, ma anche di qualcun altro. E ve lo dice uno che ci sta lavorando, a quello schema del famoso cambiamento (quello vero), dal primo giorno.
La domanda corretta, quindi, non è “perché non Rodotà?”, ma la seguente: “Rodotà può diventare Presidente della Repubblica, raggiungendo i 505 voti necessari?”.
P.S.: ai commentatori che scrivono che non leggo i commenti, rispondo con cortesia: i commenti li leggo, voi – se potete – leggete i post.

Austerità globale, 5,8 miliardi i colpiti

- sbilanciamoci -

L’austerità e i tagli alla spesa pubblica non colpiscono solo l’Europa, sono diventate la regola nella maggior parte dei paesi del mondo, toccano 5,8 miliardi di persone. I più colpiti sono sempre i più deboli
Nel dibattito degli ultimi mesi spesso sembra che le politiche di austerità siano prerogative dell'Unione europea. È vero che le istituzioni europee e la Troika (Commissione europea, Bce e Fmi) si sono contraddistinte per una visione a senso unico della crisi e soprattutto di come uscirne: diversi Paesi europei sono “indisciplinati”, hanno speso troppo per welfare stato sociale e devono ora rimettere a posto i propri conti pubblici, pena l'insindacabile condanna dei mercati finanziari.
È però altrettanto vero, per quanto meno noto, che la situazione non è certo limitata all'Europa. Di fatto molte delle misure più dure sono state approvate nei Paesi del Sud del mondo. Secondo dati del Fondo Monetario Internazionale, nel 2013 ben 119 Paesi del mondo passeranno attraverso un qualche “aggiustamento” della loro spesa pubblica. Nel 2014 il numero di Paesi coinvolti dovrebbe salire a 131, e il trend dovrebbe continuare almeno fino al 2016.
È quanto emerge da uno studio appena pubblicato dall'Initiative for Policy Dialogue della Columbia University in collaborazione con il South Centre: “The Age of Austerity – A Review of Public Expenditures Adjustment Measures in 181 Countries” (l'era dell'austerità - uno studio delle politiche di aggiustamento della spesa pubblica in 181 Paesi).[1]
La ricerca esamina i dati dell’Fmi per 181 nazioni, mettendo a confronto quattro periodi: 2005-2007 (pre-crisi), 2008-2009 (prima fase della crisi ed espansione fiscale), 2010-2012 (seconda fase della crisi e contrazione fiscale), 2013-2015 (terza fase della crisi e intensificazione della contrazione fiscale). Sono inoltre stati esaminati 314 rapporti-Paese dello stesso Fmi (relativi a 174 Paesi) per identificare i principali aggiustamenti presi in considerazione sia nel Nord sia nel Sud del mondo.
L'austerità potrebbe riguardare circa l'80% della popolazione globale nel 2013, ovvero circa 5,8 miliardi di persone. Riguardo le misure adottate tra il 2010 e il 2013 le più diffuse sono l'eliminazione o la riduzione dei sussidi e degli aiuti, in particolare su agricoltura e cibo (in 100 Paesi); la riduzione dei salari, a partire da quelli nell'istruzione, la sanità e altri settori pubblici (98 Paesi); la diminuzione delle reti e delle misure di protezione sociale (80 Paesi); una riforma delle pensioni (86 Paesi); dei tagli alla sanità pubblica (37 Paesi); una maggiore flessibilità per i lavoratori (in 32 Paesi).
Come se queste misure non fossero sufficienti, lo studio ricorda come diversi governi ne abbiano adottate anche diverse altre, con pesanti ricadute, soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione. È il caso di politiche fiscali regressive come l'aumento dell'Iva o di iniziative simili e che pesano in maniera sproporzionata sulle fasce più povere (questo è accaduto in 94 Paesi).
Nell'ultima parte della ricerca si mette in discussione tanto l'equità quanto la validità di tali decisioni, affrontando la questione da diversi punti di vista: la tempistica, lo scopo che si voleva perseguire, l'intensità delle misure adottate, la loro efficacia dal punto di vista macroeconomico rispetto al costo sociale. Il risultato è prevedibile. Le conseguenze sono state e rischiano di essere ancora di più nel prossimo futuro un aumento della disoccupazione, una maggiore povertà, un aumento delle disuguaglianze. I costi dell'aggiustamento sono scaricati sui settori più deboli, con meno tutele sul lavoro.
In poche parole, a fronte di una crisi causata da una finanza ipertrofica e fuori dal mondo, il costo della “ripresa” è pagato quasi interamente dai più poveri e meno tutelati. E al momento di “ripresa”, in particolare proprio per queste fasce della popolazione, nemmeno l'ombra.[2]

[1] Disponibile all'indirizzo: http://policydialogue.org/files/publications/Age_of_Austerity_Ortiz_and_Cummins.pdf
[2] Per maggiori informazioni: Social Justice Program dell'Initiative for Policy Dialogue alla Columbia University: http://policydialogue.org/programs/taskforces/global_social_justice/

Tanti rischi, poche regole al casinò della finanza

- sbilanciamoci -

Le banche non hanno imparato nulla dalla crisi. Continuano ad accumulare rischi da scaricare sul resto dell’economia e sullo Stato. Un gigantesco casinò ha preso il posto della finanza: è ora di chiuderlo
“Alla ricerca di aiuto, le banche spostano i rischi negli angoli più oscuri” (dei mercati finanziari). È il titolo di un articolo apparso in questi giorni sul New York Times. Il buon senso vorrebbe che in un momento di difficoltà si diminuisse l'esposizione al rischio. Al contrario, per non rinunciare a profitti potenzialmente elevati, diverse banche continuano a tenere in piedi operazioni estremamente avventate, poi “rivendono” e trasferiscono una parte dei rischi su soggetti a vocazione speculativa, quali gli hedge fund. Peccato che spesso anche fondi pensione e di investimento, ovvero lavoratori e piccoli risparmiatori, vadano poi a investire negli stessi hedge fund, alimentando una catena di Sant'Antonio del rischio globale.
Come prima, peggio di prima. Ricordiamo come nel 2007 una crisi del settore immobiliare statunitense e dei mutui subprime in particolare, si è trasformata in pochi mesi in una catastrofe finanziaria mondiale. Anche chi non aveva nessuna garanzia – i clienti “subprime”, appunto – otteneva un mutuo sul 100% del valore della casa che voleva acquistare perché le banche si disfacevano immediatamente del mutuo trasformandolo in uno strumento finanziario (tramite un'operazione chiamata di cartolarizzazione), impacchettandolo nelle famigerate “salsicce finanziarie” e rivendendolo così mimetizzato sui mercati finanziari di tutto il mondo. Ancora peggio, nei diversi passaggi i mutui venivano trasferiti nel sistema bancario ombra, un sottobosco di società registrate nei peggiori paradisi fiscali del pianeta, che operano come banche senza dovere però sottostare alle regole e ai controlli previsti per il sistema bancario.
Quando alcuni mutuatari hanno iniziato a non pagare più le rate, nessuno sapeva più dove fossero finiti questi mutui subprime. L'intero castello di carte è crollato. In breve tempo è esplosa una crisi finanziaria e ancora prima una crisi di fiducia sui mercati mondiali. Una crisi che ha causato la peggiore recessione degli ultimi decenni ed è costata decine di migliaia di miliardi agli Stati che sono dovuti intervenire per salvare il sistema finanziario che l'aveva provocata.
Dal G20 ai diversi capi di Stato e di governo, la posizione però era chiara: mai più una simile follia, ora e subito regole ferree per impedire altri disastri. Parole durissime e che non lasciavano spazio a dubbi. Parole. Perché nei fatti stiamo ancora aspettando. A distanza di sei anni dall'esplosione della bolla dei mutui subprime la pratica delle cartolarizzazioni è immutata, i paradisi fiscali godono di ottima salute, il sistema bancario ombra prospera, più opaco che mai. In questa fase di incertezza, le banche addirittura intensificano simili attività. In questo modo si possono moltiplicare i profitti privati finché le cose vanno bene, socializzando le perdite quando il giocattolo si rompe.
Un altro vantaggio è che tali operazioni permetterebbero di superare i paletti che potrebbero essere messi con le regole pensate per diminuire il rischio bancario, oggi in discussione negli Usa e in Europa. La finanza si è già inventata degli stratagemmi per eludere delle regole che non esistono ancora, mentre non si approva nemmeno su una misura di buon senso come una tassa sulle transazioni finanziarie. Le banche possono “giocare” con i loro bilanci, spostando le attività più rischiose nel sistema bancario ombra, mentre la Troika impone un ferreo controllo sui bilanci pubblici. Le grandi banche continuano a lavorare con leve finanziarie di 50 a 1 o anche superiori – attivi che sono il 5000% del patrimonio – ma se uno Stato europeo supera il 60% di rapporto tra debito e Pil deve rientrare a tappe forzate dall'eccesso di debito o pagare pesanti sanzioni. E via discorrendo.
Non è nemmeno più questione di regole. È una questione politica e culturale. La più gigantesca operazione di marketing della storia, che sentiamo ogni giorno quando ci ripetono che la crisi è legata all'eccessiva spesa pubblica e che dobbiamo ora accettare piani di austerità e misure lacrime e sangue. Non è vero. È un gigantesco casinò che ha preso il posto della finanza, e che bisogna chiudere una volta per tutte. Il motivo è riassunto in uno degli slogan di Occupy Wall Street: questa non è una recessione. È una truffa.

venerdì 19 aprile 2013

Austerità globale, 5,8 miliardi i colpiti

- sbilanciamoci -

L’austerità e i tagli alla spesa pubblica non colpiscono solo l’Europa, sono diventate la regola nella maggior parte dei paesi del mondo, toccano 5,8 miliardi di persone. I più colpiti sono sempre i più deboli
Nel dibattito degli ultimi mesi spesso sembra che le politiche di austerità siano prerogative dell'Unione europea. È vero che le istituzioni europee e la Troika (Commissione europea, Bce e Fmi) si sono contraddistinte per una visione a senso unico della crisi e soprattutto di come uscirne: diversi Paesi europei sono “indisciplinati”, hanno speso troppo per welfare stato sociale e devono ora rimettere a posto i propri conti pubblici, pena l'insindacabile condanna dei mercati finanziari.
È però altrettanto vero, per quanto meno noto, che la situazione non è certo limitata all'Europa. Di fatto molte delle misure più dure sono state approvate nei Paesi del Sud del mondo. Secondo dati del Fondo Monetario Internazionale, nel 2013 ben 119 Paesi del mondo passeranno attraverso un qualche “aggiustamento” della loro spesa pubblica. Nel 2014 il numero di Paesi coinvolti dovrebbe salire a 131, e il trend dovrebbe continuare almeno fino al 2016.
È quanto emerge da uno studio appena pubblicato dall'Initiative for Policy Dialogue della Columbia University in collaborazione con il South Centre: “The Age of Austerity – A Review of Public Expenditures Adjustment Measures in 181 Countries” (l'era dell'austerità - uno studio delle politiche di aggiustamento della spesa pubblica in 181 Paesi).[1]
La ricerca esamina i dati dell’Fmi per 181 nazioni, mettendo a confronto quattro periodi: 2005-2007 (pre-crisi), 2008-2009 (prima fase della crisi ed espansione fiscale), 2010-2012 (seconda fase della crisi e contrazione fiscale), 2013-2015 (terza fase della crisi e intensificazione della contrazione fiscale). Sono inoltre stati esaminati 314 rapporti-Paese dello stesso Fmi (relativi a 174 Paesi) per identificare i principali aggiustamenti presi in considerazione sia nel Nord sia nel Sud del mondo.
L'austerità potrebbe riguardare circa l'80% della popolazione globale nel 2013, ovvero circa 5,8 miliardi di persone. Riguardo le misure adottate tra il 2010 e il 2013 le più diffuse sono l'eliminazione o la riduzione dei sussidi e degli aiuti, in particolare su agricoltura e cibo (in 100 Paesi); la riduzione dei salari, a partire da quelli nell'istruzione, la sanità e altri settori pubblici (98 Paesi); la diminuzione delle reti e delle misure di protezione sociale (80 Paesi); una riforma delle pensioni (86 Paesi); dei tagli alla sanità pubblica (37 Paesi); una maggiore flessibilità per i lavoratori (in 32 Paesi).
Come se queste misure non fossero sufficienti, lo studio ricorda come diversi governi ne abbiano adottate anche diverse altre, con pesanti ricadute, soprattutto sulle fasce più deboli della popolazione. È il caso di politiche fiscali regressive come l'aumento dell'Iva o di iniziative simili e che pesano in maniera sproporzionata sulle fasce più povere (questo è accaduto in 94 Paesi).
Nell'ultima parte della ricerca si mette in discussione tanto l'equità quanto la validità di tali decisioni, affrontando la questione da diversi punti di vista: la tempistica, lo scopo che si voleva perseguire, l'intensità delle misure adottate, la loro efficacia dal punto di vista macroeconomico rispetto al costo sociale. Il risultato è prevedibile. Le conseguenze sono state e rischiano di essere ancora di più nel prossimo futuro un aumento della disoccupazione, una maggiore povertà, un aumento delle disuguaglianze. I costi dell'aggiustamento sono scaricati sui settori più deboli, con meno tutele sul lavoro.
In poche parole, a fronte di una crisi causata da una finanza ipertrofica e fuori dal mondo, il costo della “ripresa” è pagato quasi interamente dai più poveri e meno tutelati. E al momento di “ripresa”, in particolare proprio per queste fasce della popolazione, nemmeno l'ombra.[2]

[1] Disponibile all'indirizzo: http://policydialogue.org/files/publications/Age_of_Austerity_Ortiz_and_Cummins.pdf
[2] Per maggiori informazioni: Social Justice Program dell'Initiative for Policy Dialogue alla Columbia University: http://policydialogue.org/programs/taskforces/global_social_justice/

L’Ofce di Parigi: l’austerità è sbagliata

- sbilanciamoci -

La zona euro non uscirà dalla crisi quest’anno e neppure il prossimo. Le previsioni pessimistiche sono dell’Osservatorio francese delle congiunture economiche (Ofce) e fanno seguito a un analogo pessimismo dell’Fmi
PARIGI. Dalla Grande Recessione alla Deflazione. Nel giorno in cui la Francia ha trasmesso a Bruxelles le previsioni economiche e le misure del cosiddetto consolidamento di bilancio (cioè gli sforzi di bilancio per rientrare nei parametri di Maastricht), l’Ofce www.ofce.fr mette in guardia contro la persistenza sulla strada del rigore per la zona euro. “I paesi sviluppati rimarranno impantanati nel circolo vizioso di un aumento della disoccupazione, di una recessione che si prolunga e di dubbi crescenti sulla sostenibilità delle finanze pubbliche”. L’Fmi ha espresso già da mesi dubbi sulla possibilità di applicare la scelta del rigore ad ogni costo, ma la Commissione europea non cambia posizione.
“Il proseguimento di questa strategia di bilancio – dice l’Ofce – porta in sé il germe della deflazione salariale nei paesi più colpiti dalla disoccupazione”. Gli aggiustamenti messi in atto nella zona euro negli ultimi anni sono i più alti mai realizzati al mondo: l’esempio limite è la Spagna, che dal 2011 ha perso 8 punti di Pil e che con 6 milioni di disoccupati è ormai vicina alla rottura sociale. Quest’anno, nella zona euro il Pil cederà lo 0,4% mentre nel 2014 dovrebbe esserci una crescita minima dello 0,9%, “insufficiente per permettere un calo della disoccupazione”.
Per l’Ofce, se la zona euro non cambia politica, cioè non allunga i tempi per rientrare nei parametri aspettando che i moltiplicatori – oggi alti nella maggioranza dei paesi, Germania esclusa – tornino alla normalità, ci sarà “una pressione deflazionista”, sul modello di quello che succede già ora in Grecia e in Spagna: per guadagnare produttività, i paesi in crisi saranno costretti ad abbassare i salari e di conseguenza anche gli stati non in deflazione saranno spinti sulla stessa strada. In altri termini, la deflazione rischia di contagiare tutti i paesi della zona euro. Con il risultato, che a prima vista può sembrare paradossale, di far aumentare il debito, la cui diminuzione era invece all’origine delle politiche di rigore.
“I debiti, che si cerca di diminuire dall’inizio della crisi, si apprezzeranno in termini reali – spiega Xavier Timbeau dell’Ofce – la deflazione attraverso il debito diventerà il nuovo vettore della trappola della crisi”. Per l’Ofce, in altri termini, la crisi attuale, più che essere originata dal debito è accentuata dalla politiche di restrizione dei bilanci. Se in Francia non ci fosse l’austerità – negata dal primo ministro, Jean-Marc Ayrault e dal ministro delle finanze Pierre Moscovici – il potenziale di crescita sarebbe del 2,6%. Ma la produzione industriale è in calo per mancanza di domanda e, peggio ancora – mette in guardia l’Ofce – se queste politiche continuano sarà la capacità produttiva a venire distrutta, come è già successo in alcuni paesi della periferia della zona euro. Allora il paese entrerebbe in un tunnel drammatico. Dopo una stretta di 36 miliardi quest’anno, la Francia proseguirà nel 2014 con un altro aggiustamento di 20 miliardi, per far accettare da Bruxelles l’aver rimandato al prossimo anno il rientro sotto il 3% (2,9%) del deficit pubblico, quest’anno del 3,7% per il governo (o 3,9% secondo l’Fmi, che per il 2014 prevede comunque uno sfondamento intorno al 3,4-3,5%).
Nel giorno del funerale di Margaret Thatcher, siamo ancora ancorati a Tina: “There is no alternative”? Dire che non si può fare altrimenti, che il consolidamento è la sola alternativa, “fa dimenticare i rischi che vengono presi oggi – analizza Timbeau – la deflazione, il persistere della disoccupazione di massa, la disgregazione dello stato sociale, il discredito sulla politica, la diminuzione del consenso all’imposizione fiscale portano in sé delle sorde minacce le cui conseguenze possiamo solo intravvedere”. Ma “un’alternativa esiste – conclude l’economista – passa per la mutualizzazione dei debiti pubblici della zona euro; richiede un salto verso un trasferimento di sovranità, chiede di completare il progetto europeo”.

Perché la Bce di Draghi sbaglia politica

Mario Draghi continua con la sua politica – denaro facile alle banche e tagli di spesa – che fa cadere la domanda e restringe il credito alle imprese. Si tratta di un errore economico e di un pericolo politico

- sbilanciamoci -

Il governatore Mario Draghi ha comunicato che la Banca centrale europea intende mantenere invariato il costo del denaro, invitando i governi dell’Eurozona a intensificare le riforme strutturali e ad accelerare il consolidamento fiscale e la ristrutturazione del sistema finanziario. Niente di nuovo, ma il riproporlo con forza, in presenza del lungo e non ancora concluso processo recessivo accentuato dalla politica di austerità in corso, indica – se di un’ulteriore conferma ci fosse bisogno – quanto radicata sia nel pensiero dei governanti europei la convinzione che la politica finora condotta sia corretta e non possa essere abbandonata.
In sostanza, il governatore ribadisce – in consonanza con i suoi predecessori – che non vi è spazio per alcuna alternativa all’attuale coordinamento tra politica monetaria e politica fiscale. A una gestione della politica monetaria non restrittiva (i tassi d’interesse sono mantenuti a livelli bassi) si associa un severo patto fiscale la cui logica è di contenere la spesa per consumi, soprattutto di quelli pubblici, con l’effetto di breve periodo di ampliare lo spazio per i risparmi e quello di più lungo periodo di contenere il peso (interpretato come inefficienza) dello Stato. La politica monetaria più accondiscendente dovrebbe quindi garantire condizioni di credito più favorevoli per l’investimento privato la cui crescita, assieme al funzionamento più flessibile del mercato del lavoro, sarebbe il volano che assicura l’espansione produttiva, del reddito e dell’occupazione.
Ma perché le cose non vanno come i nostri governanti ritengono che dovrebbero andare? Perché le banche, nonostante l’ampio sostegno che ricevono dalla Banca centrale, non espandono i loro finanziamenti? La risposta è implicita nella sollecitazione di Draghi, più volte reiterata nel passato, che non si è fatto ancora abbastanza, che occorre ancora maggiore consolidamento finanziario, occorre maggiore flessibilità.
La possibilità che le difficoltà risiedano nello stesso schema logico dell’austerità non sembra venga nemmeno presa in considerazione. Eppure per sostenere l’attività delle imprese e i loro investimenti non è sufficiente mantenere bassi i tassi d’interesse ufficiali (quelli sotto controllo della Bce), ma occorre che non aumentino i tassi bancari sul credito alle imprese. Nella fissazione di questi tassi certamente le banche si avvantaggiano del contenimento dei tassi sui fondi liquidi (correlati fortemente ai tassi ufficiali) che sono però una parte minore del tasso praticato dalle banche alla loro clientela dovendo esse tener conto del rischio di perdite nel caso l’impresa non sia in grado di onorare l’impegno assunto; è il ricarico del premio per questo rischio che è il fattore maggiormente condizionante il tasso d’interesse che le banche richiedono per il loro finanziamento.
La crisi ha, da un lato, indotto politiche monetarie che hanno spinto i tassi monetari a un livello così vicino allo zero da non poterne prevedere ulteriori contrazioni ma, dall’altro lato, ha prodotto condizioni di incertezza, che si riversano sia sul conto economico delle banche che sulle prospettive produttive della loro clientela, che sospingono verso l’alto il premio per il rischio.
In effetti, la crisi finanziaria ha fatto emergere perdite – effettive e attese – sui titoli in portafoglio delle banche le quali hanno appesantito il conto economico e le hanno indotte a irrigidire le condizioni dei loro prestiti, sia per garantirsi attivi più sicuri, sia per aumentare i ricavi a copertura delle perdite realizzate e previste. Analogo shock si è poi ripetuto per le banche coinvolte nella crisi dei debiti pubblici, in particolare per i paesi europei che avevano una situazione più precaria a questo riguardo; le perdite subite – effettive e attese – hanno accentuato il comportamento restrittivo delle banche, molto caute nell’esporsi ulteriormente. In questa situazione, un pesante ruolo negativo l’ha avuto la linea di politica finanziaria europea che, scaricando sui singoli paesi l’intero onere del rientro, ha fatto mancare il puntello dell’Unione europea a una gestione di maggior respiro del consolidamento finanziario, col risultato di drammatizzare la situazione. C’è voluta la decisione di Draghi di intervenire a sostegno dell’euro – tardiva e limitata – per calmierare, ma non riassorbire completamente, la pressione dei mercati.

Il Movimento 5 Stelle

Una rivolta nella postdemocrazia e le ossessioni della (ex) sinistra italiana

di Michele Nobile - utopiarossa - sinistrainrete -

Demonizzazione e captatio benevolentiae verso il M5S
È da tempo che la crisi di legittimità della casta partitico-statale italiana si esprime nella crescita dell’astensionismo: che è il fenomeno politico maggiormente in crescita di cui poco si parla o se ne parla per liquidarlo come primitivismo antiparlamentare o «qualunquismo». Come forma di protesta politica l’astensionismo cresce perché ha profonde e diffuse motivazioni sociali, alle quali né il centrosinistra né il centrodestra sono in grado di rispondere in modo credibile e accettabile.


Con le recenti elezioni la crisi di legittimità si è trasferita anche all’interno dell’istituzione parlamentare, in conseguenza del successo elettorale del Movimento cinque stelle (M5S): piaccia o no, di fronte ai partiti che da vent’anni governano il paese è il M5S che costituisce il terzo polo, quello della protesta.

È questo che spiega l’ambivalenza dell’atteggiamento di politici e commentatori nei confronti del M5S, che oscilla tra la demonizzazione e la captatio benevolentiae
: in questo secondo caso ci si aspetta che Grillo «il demagogo» e i parlamentari della cosiddetta «antipolitica» sappiano anche mostrarsi ragionevoli e costruttivi, consentendo in tal modo la formazione di un governo, possibilmente di centrosinistra.


Tuttavia il M5S rifiuta, certamente non senza tensioni, di giungere ad accordi con il Pd: accordi che in altre circostanze si sarebbero spregiativamente bollati come consociativi e che costituirebbero il definitivo colpo di grazia alla ventennale retorica circa l’alternanza bipartitica (colpo, in effetti, già sferrato dal consenso bipartitico al governo Monti). Tentando di coagulare il consenso di Pd e Pdl intorno ai presunti «saggi» il presidente Napolitano non ha fatto altro che giocare nuovamente la carta consociativa.

Ma la sinistra - intendendo Rifondazione comunista, Pdci, Verdi e quel che resta del «popolo» che a questi partiti continua a far riferimento – come si comporta nei confronti dell’impasse cui è giunta la casta partitica, attualmente più screditata che al tempo di Tangentopoli?

Nell’articolo precedente auspicavo che dai risultati delle elezioni politiche si sapesse trarre la giusta lezione1. Evidentemente non è così. La sinistra post-Pci sembra anzi in preda a un crollo psichico, che si manifesta nell’isteria antigrillina e nella marchiatura a fuoco della figura di Beppe Grillo, considerato come un seduttore di masse istupidite, una sorta di Grande fratello totalitario in versione postmoderna, mentre i risultati elettorali del M5S vengono qualificati come «diversione» o addirittura come un esempio della
«reazione che avanza». E siamo arrivati al vergognoso paradosso per cui questa sinistra formalmente antimontiana oggi si scaglia contro Grillo perché ha il coraggio di dire no a un inciucio tra Pdl e Pd, che di Monti è stato il più fedele sostenitore2; e questo dopo che Prc, Pdci e Verdi hanno condiviso responsabilità di governo con il centrosinistra, vale a dire con la coalizione che negli anni ‘90 fece la maggior parte del lavoro sporco di stampo neoliberistico. Stiamo parlando di un’area politica (i Forchettoni rossi) reduce da tre lustri di battimani, in adorazione di ogni minima svolta del guru e autentico demagogo Bertinotti, oppure di Diliberto, ministro nel governo D’Alema, quello che bombardò la Jugoslavia.

Blog curato da ...

Blog curato da ...
Mob. 0039 3248181172 - adakilismanis@gmail.com - akilis@otenet.gr
free counters