Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

martedì 3 gennaio 2012

La globalizzazione distruggi-diritti

Autore: Bevilacqua, Piero. Fonte: eddyburg
«I diritti sono diventati un lusso? L'età dei diritti è al tramonto?» Si poneva queste inquiete domande Stefano Rodotà, Repubblica del 20 dicembre, a proposito della messa in discussione dell'articolo 18 da parte del ministro Fornero, di Confindustria e vari altri esponenti del mondo politico italiano. Non sono domande né retoriche, né allarmistiche, come si tende di norma a far credere, minimizzando l'oltranza che intanto si fa strada. L'idea di far crescere l'occupazione rendendo più agevole il licenziamento dei lavoratori, ancorché empiricamente infondata, è una testata d'ariete contro uno dei pochi diritti del lavoro che rimangono ancora in piedi nel nostro paese.

Per comprendere sia l'inefficacia pratica e controproducente della misura invocata, che il carattere sostanzialmente devastatore di diritti fondamentali della persona, è sufficiente un breve sguardo storico. Basta osservare quanto è accaduto al mondo del lavoro nei paesi di antica industrializzazione negli ultimi 30 anni per capire che le misure a cui esortano i "modernizzatori" sono un altro passo verso una costituzione materiale che riduce la democrazia a una casa vuota.

L'attuale situazione del mercato del lavoro, in cui si invocano nuove facilitazioni al capitale perché esso investa, e crei nuova occupazione, è infatti figlia di una storia che si tende a dimenticare. Pochi, infatti, ricordano, che essa stessa è il risultato storico della inedita, straordinaria facilità con cui le imprese hanno potuto disporre della forza lavoro negli ultimi decenni. Se al termine globalizzazione si toglie la crosta di retorica che lo nobilita, si vede facilmente che essa è consistita in questa gigantesca operazione: i circa 960 milioni di lavoratori attivi nei paesi sviluppati e in alcune enclave del Brasile e di pochi altri stati, nei giro di due tre decenni sono stati messi in diretta concorrenza con oltre due miliardi di portatori di forza lavoro disponibili in Cina e India e negli altri paesi in via di sviluppo. Le delocalizzazioni di Usa, Europa, Giappone non sono solo servite alle imprese per fare lauti profitti utilizzando i salari da fame di vaste popolazioni rurali, spesso devastando il loro ambiente senza tutele.

Questo è ben noto. Il loro fine è stato e continua ad essere anche quello di immettere la classe operaia sindacalizzata in questo nuovo e immenso serbatoio mondiale di forza lavoro, bloccando le sue rivendicazioni, costringendola in forme di subordinazione sempre più stringenti e socialmente frantumate.

È questa l'anima più travolgente della globalizzazione: la formazione di un mercato del lavoro di oltre tre miliardi di persone, il più vasto della storia, nel quale gli operai appena arrivati costituiscono, per il capitale occidentale, lo standard vantaggioso in cui trascinare tutti gli altri. Oggi queste analisi sono proposte, significativamente, da studiosi e commentatori liberal americani, che possono ormai osservare con qualche distacco le cause profonde della presente crisi. Studiosi come Walman e Colamosca, con largo anticipo, e poi Paul Mason e Luo Dobbs, il quale ultimo ha intitolato un suo recente libro, senza mezzi termini, War On The Middle Class, (guerra ai ceti medi e popolari) insieme a tanti altri mostrano nitidamente in quale sontuosa cucina è stato preparato il pranzo che sta squassando il mondo.
L'impoverimento degli strati popolari in Usa è infatti all'origine di tutto. Se questo grande paese doveva continuare ad essere la locomotiva dei consumi, e trascinare così la crescita mondiale, come si poteva quadrare il cerchio se le manifatture emigravano in Cina, i salari operai ristagnavano? Chi continuava a riempire di stuff, di mercanzie inutili il carrello del supermercato? Gli stessi lavoratori e il ceto impiegatizio, naturalmente. Un miracolo tecnologico? Niente affatto! Una trovata del capitale finanziario, un passo in avanti verso la modernità direbbero tanti nostri commentatori, vale a dire l'indebitamento di massa delle famiglie americane. Le quali hanno continuato a comprare, non solo stuff, naturalmente, ma anche case a buon mercato, con mutui ben congegnati, per la gloria universale dello sviluppo.

lunedì 2 gennaio 2012

Un pugno di società controlla il mondo

Ecco la rete globale del potere finanziario.
di LIVIA ERMINI. Fonte: larepubblica
Una ricerca svizzera traccia il quadro delle relazioni tra grandi gruppi: meno di 150 multinazionali dettano le regole del mercato e strozzano la concorrenza: "Controllo sproporzionato, si rischiano ripercussioni disastrose". Unicredit nella top 50

Una cravatta il cui nodo è costituito da un nucleo piccolo ma solido di aziende che, dettando le regole, strozzano la concorrenza e gli Stati. Una rete di controllo di banche e multinazionali che tiene sotto scacco i mercati influenzandone la stabilità. E' l'immagine, colorita ma efficace, che emerge da una ricerca dell'Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Zurigo dal titolo "La rete globale del controllo societario" secondo cui 147 imprese nel mondo sono in grado di controllare il 40% di tutto il potere finanziario.

Lo studio, pubblicato da New Scientist, prende in esame le connessioni fra 43.060 multinazionali evidenziando un piccolo gruppo di 1.318 società transnazionali (la cui punta di diamante sono proprio le 147) che esercita un potere enorme, "sproporzionato" lo definiscono i relatori, sull'economia globale. Goldman Sachs, Barclays Bank e JPMorgan sono solo alcuni dei nomi delle corporation, quasi tutte finanziarie, che figurano ai primi 20 posti della "mappa del tesoro".

TABELLA I primi 50 gruppi di controllo 1

Ma non si tratta della solita tesi complottistica utilizzata dagli analisti per spiegare il saliscendi di titoli che, più che seguire una logica, sembrano obbedire ai comandi della mano di un burattinaio. In questo caso ci troviamo di fronte ad un'analisi che non concede nulla alla speculazione e agli schemi

ideologici, ma si basa esclusivamente su dati statistici. Lo studio, infatti, intreccia modelli matematici con un database delle aziende mondiali (Orbis 2007) ricostruendo reti di relazioni e partecipazione che costituiscono nodi di potere sui mercati globali, senza essere frutto di accordi sottobanco.

I tre autori (Stefania Vitali, James B. Glattfelder e Stefano Battiston) infatti hanno precisato che tali collegamenti tra compagnie, in una prima fase di crescita economica, possono risultare vantaggiosi per la stabilità dell'intero sistema. In tempi di crisi come quelli che stiamo attraversando, però, queste correlazioni potrebbero risultare molto pericolose perché, come in tutte le concentrazioni di potere, il collasso di una compagnia può avere ripercussioni disastrose sul resto dell'economia del pianeta.

"Quali sono le implicazioni per la stabilità mondiale?", si chiedono gli autori. "Si sa che le istituzioni costituiscono contratti finanziari, con diverse altre istituzioni. Questo permette loro di diversificare il rischio, ma, allo stesso tempo, li espone al contagio. In una situazione così interrelata, connotata da forti rapporti di proprietà, perciò il rischio di una contaminazione a catena è dietro l'angolo".

Per quanto riguarda l'Italia, oltre a Unicredito Italiano Spa tra i primi 50 gruppi di controllo, lo studio effettua uno screening della struttura del gruppo Benetton (GUARDA 2) che mostra le diramazioni del controllo della capogruppo alle subsidiaries, alle consociate a livello internazionale.

(02 gennaio 2012)

75 Years Ago Today, the First Occupy

By Michael Moore, MichaelMoore.com
Friends,
On this day, December 30th, in 1936 - 75 years ago today - hundreds of workers at the General Motors factories in Flint, Michigan, took over the facilities and occupied them for 44 days. My uncle was one of them.

The workers couldn't take the abuse from the corporation any longer. Their working conditions, the slave wages, no vacation, no health care, no overtime - it was do as you're told or get tossed onto the curb.

So on the day before New Year's Eve, emboldened by the recent re-election of Franklin Roosevelt, they sat down on the job and refused to leave.

They began their Occupation in the dead of winter. GM cut off the heat and water to the buildings. The police tried to raid the factories several times, to no avail. Even the National Guard was called in.

But the workers held their ground, and after 44 days, the corporation gave in and recognized the UAW as the representative of the workers. It was a monumental historical moment as no other major company had ever been brought to its knees by their employees. Workers were given a raise to a dollar an hour - and successful strikes and occupations spread like wildfire across the country. Finally, the working class would be able to do things like own their own homes, send their children to college, have time off and see a doctor without having to worry about paying. In Flint, Michigan, on this day in 1936, the middle class was born.

But 75 years later, the owners and elites have regained all power and control. I can think of no better way for us to honor the original Occupiers than by all of us participating in the Occupy Wall Street movement in whatever form that takes in each of our towns. We need direct action all winter long if we are to prevail. You can start your own Occupy group in your neighborhood or school or with just your friends. Speak out against economic injustice at every chance you get. Stop the bank from evicting the family down the block. Move your checking and credit card to a community bank or credit union. Place a sign in your yard - and get your neighbors to do it also - that says, "WE ARE THE 99%." (You can download signs here and here.)

Do something, anything, but don't remain silent. Not now. This is the moment. It won't come again.

75 years ago today, in Flint, Michigan, the people said they'd had enough and occupied the factories until they won. What is stopping us now? The rich have one plan: bleed everyone dry. Can anyone, in good conscience, be a bystander to this?

My uncle wasn't, and because of what he and others did, I got to grow up without having to worry about a roof over my heads or medical bills or a decent life. And all that was provided by my dad who built spark plugs on a GM assembly line.

Let's each of us double our efforts to raise a ruckus, Occupy Everywhere, and get creative as we throw a major nonviolent wrench into this system of Greed. Let's make the politicians running for office in 2012 quake in their boots if they refuse to tax the rich, regulate Wall Street and do whatever we the people tell them to do.

Happy 75th!

Un audit sul debito pubblico

da il Manifesto. Fonte: dirittiglobali
Noi vogliamo fare nostra la proposta che ha già raccolto decine di migliaia di adesioni in Francia (tra i promotori Susan George, Francois Chesnais, Etienne Balibar, consultabile su www.audit-citoyen.org, e rilanciata in Italia dalla campagna Rivolta il debito) di una commissione in grado di visionare il debito pubblico, come è è contratto, a favore di chi e di quali interessi.
Facciamo nostra la proposta per rivedere in profondità l'entità del debito pubblico italiano accumulato nel tempo per favorire rendite, profitti, interessi di casta e di una ristretta élite e non certo per favorire le spese sociali, l'istruzione, la cultura, il lavoro. Una proposta che serve per impostare un'altra politica economica, del tutto alternativa a quella avanzata in questi anni dai vari governi che si sono succeduti e improntata alla redistribuzione della ricchezza, alla valorizzazione dei beni comuni, del lavoro, del welfare, dell'ambiente contro gli interessi del profitto e della speculazione finanziaria. Una politica economica per il 99% contro l'1% del pianeta.
Mario Agostinelli, Marco Bersani, Marco Bertorello, Fausto Bertinotti, Piero Bevilacqua, Fabrizio Burattini, Maria Grazia Campari, Salvatore Cannavò, Massimo Carlotto, Giulietto Chiesa, Lidia Cirillo, Danilo Corradi, Fabiola Correale, Giorgio Cremaschi, Andrea Fumagalli, Francesco Gesualdi, Paola Guazzo, Pierpaolo Leonardi, Gigi Malabarba, Eva Mamini, Angelo Mastrandrea, Christian Marazzi, Circolo Maurice glbtq Torino, Roberto Musacchio, Loretta Napoleoni, Giovanna Ricoveri, Giovanni Russo Spena, Giorgio Sestili, Piergiorgio Tiboni, Fabrizio Tommaselli, Antonio Tricarico, Gianni Vattimo, Guido Viale, Aldo Zanchetta
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Una commissione d'indagine sul debito pubblico
Francesco Gesualdi * Fonte: ilmanifesto

Gli obiettivi dell'oligarchia sono arricchirsi con gli interessi e mettere le mani su servizi pubblici e beni comuni. Solo un audit sulla spesa pubblica ci darebbe le indicazioni per un piano equo di uscita dal debito
Il debito pubblico non è più una questione di ordinaria politica. È diventata una guerra che, a seconda di chi la vincerà, potrà avere effetti devastanti per la democrazia e lo stato sociale dei prossimi trecento anni.
In campo ci sono le comunità nazionali contro i poteri della finanza, ma più che di scontro bisognerebbe parlare di assedio. Disgraziatamente, il vantaggio è delle oligarchie della finanza e non per merito proprio, ma per il tradimento della classe politica che mentre distraeva i cittadini con spettacoli di bassa demagogia, spalancava i portoni nazionali all'esercito mercantilista affinché i suoi guerrieri occupassero tutti i posti strategici. Ed oggi che l'intera economia mondiale è sottomessa al loro dominio e che le loro regole sono applicate come fossero leggi della natura, tutti si affrettano a dirci che non c'è altro da fare se non accettare i diktat dei mercati, ossia dei signori della finanza, che usano la speculazione e ogni altra strategia di ricatto per raggiungere i loro obiettivi, fondamentalmente tre.
Il primo: fare aumentare i tassi di interesse affinché una quota crescente di ricchezza prelevata alla collettività, finisca nelle loro tasche invece che ai servizi pubblici. Così scopriamo che il debito pubblico è un meccanismo parassitario per consentire ai benestanti di vivere di rendita senza colpo ferire. Un meccanismo di redistribuzione alla rovescia, che prende a tutti per regalare ai più ricchi. Nel 2010 la quota di entrate tributarie regalata ai signori della finanza è stata pari al 15,6% corrispondente a 70 miliardi di euro. Ma dopo le bordate speculative degli ultimi mesi, i tassi di interesse sui titoli di stato sono quasi raddoppiati e per il 2012 ci si aspetta un aumento della spesa per interessi di 10-15 miliardi di euro. Soldi che in parte anche il governo Monti andrà a pescare dove ce n'è e dove è facile prenderli, ossia nella cassa pensioni. E mentre tutti sentenziano che per una questione di equità intergenerazionale è un dovere sacrosanto andare in pensione a 70 anni, ci nascondono che il vero obiettivo non è garantire soldi ai giovani, ma assicurare un pizzo sempre più alto ai signori della finanza che hanno fatto buon apprendistato alla scuola dei padrini.
Il secondo obiettivo è mettere le mani sui servizi pubblici che possono procurare profitto. Non solo acqua e rifiuti, ma anche sanità, poste, istruzione, trasporti, viabilità, addirittura il sistema penitenziario come mostra l'esperienza statunitense. La strategia per convincerci a passare al mercato, è stata sviluppata in due tempi. Prima ci hanno fatto un buon lavaggio del cervello per convincerci che privato è buono, pubblico è cattivo. Poi, ci hanno procurato una buona crisi finanziaria per convincerci che quand'anche volessimo, il pubblico non ha i mezzi per garantirci i servizi. Tutto sembra accidentale, ma sappiamo che la dottrina

Danimarca e flexicurity: quello che Ichino e altri non ci raccontano.

di Francesco Lauri. Fonte: senzasoste
In questo periodo Ichino ed altri stanno tornando a parlare di Flexsecurity e sembra che l’obiettivo principale sia l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Molte critiche a questo sono state scritte, sostanzialmente condivisibili. Ichino ed altri dichiarano di prendere a modello la Danimarca. E scrivono cose che con la Danimarca non hanno niente a che fare. In Italia il danese non è molto conosciuto, tantomeno la realtà economica e sociale danese, quindi Ichino e a suo tempo Damiano, ma anche esponenti della Lega e del PdL possono dire cosa vogliono.
Ma per chi conosce il danese e la realtà danese è interessante accettare l‘invito e utilizzare il caso danese per mostrare quanto il mondo che PD, PdL, Lega, UDC e SEL presentano non sia l’unico possibile, neanche all’interno del capitalismo. Se poi addirittura si prospettano soluzioni fuori del capitalismo, ancora meno.

Questo articolo non vuole in nessun modo sostenere che la situazione in Danimarca vada bene come è. Chi scrive quando viveva a Copenhagen si schierava con l’opposizione radicale e frequentava Christiania, il più grande centro sociale d’Europa. Dall’Italia ha sostenuto il Bz-bevægelsen, movimento delle occupazioni, ed ha sostenuto senza riserve la rivolta di Nørrebro del 2007 (http://www.youtube.com/watch?v=V6Mu2jcFubM).

Detto questo, passiamo alla Danimarca.
La Danimarca è nell’Unione Europea ma non ha l’euro, e non è obbligata ad adottarlo. Nell’articolo non si parla di questo, ma quasi nessuna delle soluzioni danesi sarebbe possibile con l’euro.
Prima di arrivare alle fandonie di Ichino, Damiano & c., una breve descrizione della Danimarca per chi non la conosce.
La Danimarca è, dopo il Lussemburgo che è un caso a sé, il paese più ricco come reddito pro capite dell’Unione Europea. Supera ampiamente la Germania.

I salari minimi danesi sono i più alti al mondo. In Danimarca non esiste una legge sul salario minimo, ma nei fatti, come spiega questo articolo ( http://jp.dk/uknews/business/article1327660.ece), il 50% dei salari USA sono inferiori al salario minimo danese. In Danimarca questi salari minimi sono di immigrati che non parlano danese che scaricano le balle al mercato. . In Italia a guadagnare meno dell’ultimo danese sono più del 70% dei lavoratori.

La Danimarca ha l’indice di Gini più basso a mondo. Circa 0,23. L’indice di Gini misura le disuguaglianze sociali. Un indice di Gini di 1 vorrebbe dire che tutte e risorse di un paese sono in mano a una persona. Uno di 0 vorrebbe dire che i redditi di tutti sono uguali. La Danimarca ha una distribuzione dei redditi più equa della Cina di Mao, dell’Unione Sovietica di Stalin, e dl Venezuela di Chavez. Ma non è socialista.
La Danimarca ha lo stesso consumo energetico del 1980, ma ha raddoppiato il PIL. Ha il 40% di energia che viene da energie rinnovabili, ma ha incentivi energetici un decimo di quelli italiani.
Il tasso di occupazione danese è il più alto al mondo, intorno all’80%.
La Danimarca ha l’avanzo della bilancia commerciale rispetto al PIL più alto al mondo, il 7%, superiore a Cina e Germania.
In Danimarca l’assistenza sanitaria, l’assistenza agli anziani e l’istruzione dalla scuola materna all’università sono completamente coperte dalla fiscalità generale. Non solo non esistono tasse scolastiche o universitarie, ma la maggior parte degli studenti universitari riceve qualche tipo di sussidio pubblico.

Belgio, ricorso contro le banche.

Fonte: senzasoste
Le associazioni Cadtm e Attac ricorrono al Consiglio di Stato contro la garanzia statale di 54 miliardi di euro per la Dexia al secondo salvataggio pubblico

Le associazioni Cadtm, Attac Bruxelles 2 e Attac Liegi, hanno deciso di ricorrere al Consiglio di Stato contro il decreto reale che concede una garanzia di 54 miliardi di euro alla banca Dexia a rischio fallimento. "Invece di produrre una soluzione, la concessione delle garanzie a Dexia aggrava la crisi delle finanze pubbliche" scrivono le due associazioni. Che denunciano, da una parte i pieni poteri accordati dal decreto reale al ministro belga delle Finanze per i prossimi venti anni con una limitazione democratica evidenza e, dall'altra parte, la somma esorbitante delle garanzie che vanno contro gli interessi della popolazione.

Il decreto reale, che interviene nel corso della seconda operazione di salvataggio di Dexia (la seconda in tre anni) a opera di un governo insediato solo "per gli affari correnti" (il governo legittimo dopo le elezioni tenutesi più di un anno fa non è stato ancora formato!) conferisce al ministro delle Finanze il potere di concludere fuori da qualsiasi controllo parlamentare, degli accordi con alcuni creditori (designati dallo stesso ministro) per un valore di 54 miliardi cioè il 15 per cento del Pil belga. Questa misura, scrivono Attac e Cadtm, mette lo Stato nell'impossibilità di adempiere ai suoi compiti di servizi pubblici. La violazione della Costituzione da parte del decreto dell'esecutivo costituisce uno dei motivi di annullamento visto che i diritti del Parlamento federale "sono stati manifestamente violati". "Questo decreto, continuano le associazioni antiliberiste, non può che incitare le banche e gli organismi finanziari privati, sapendosi protetti dallo Stato, a cercare di migliorare i propri margini di profitto senza modificare il proprio comportamento ad alto rischio".

In tre anni, i contribuenti belgi hanno già pagato, per il salvataggio delle banche e l'aumento del debito illegittimo, 17,6 miliardi di euro mentre allo stesso tempo hanno visto peggiorare le condizioni di vita. Inoltre, la concessione di garanzie simili, degrada lo stato del debito pubblico (che aumenta) e quindi provoca un aumento dei tassi di interesse richiesti dai mercati e quindi delle spese dello Stato. Provocando così ulteriori ammonimenti da parte della Commissione europea e quindi l'adozione di misure di austerità. Qualcosa del genere accadrà in Italia in seguito alla manovra Monti che contiene una dilatazione delle garanzie pubbliche per le obbligazioni emesse dalle banche italiane. In altre parole, anche nel caso italiano il debito pubblico è di fatto costretto ad aumentare per garantire i conti di istituti di credito che sono pieni di titoli non esigibili e per i quali né gli amministratori né i grandi azionisti sono chiamati a pagare.

(tratto da ilmegafonoquotidiano.it )

domenica 1 gennaio 2012

Una questione di civiltà

di SARANTIS THANOPULOS - il Manifesto Fonte: dirittiglobali
La crisi si sta sviluppando secondo le previsioni più fosche e la cosa più seria da fare è affrontarla come pericolo per la civiltà. Perché in qualsiasi modo l'analizziamo appare sempre più chiaro che se da essa non usciremo attraverso una redistribuzione della ricchezza che ristabilirà nei suoi pieni poteri una democrazia reale, il nostro futuro rischia di andare verso derive autoritarie sicuramente catastrofiche. Il problema supera i confini italiani ma ci riguarda in modo particolare perché evoca lo spettro della pagina più nera della storia nazionale: il fascismo. Forse la storia non si ripete ma le catastrofi, che la interrompono, sì. Freud diceva che la spinta costruttiva (Eros) e la spinta distruttiva (Thanatos) coesistono nell'uomo, come forze innate, e dal loro amalgamarsi dipende il suo equilibrio psichico nonché lo sviluppo della civiltà. Il discorso di Freud può essere modificato. La spinta costruttiva in noi è composta ugualmente di amore e di odio (che non è in sé una forza distruttiva). Se questa spinta fallisce l'odio può essere sostituito dalla distruzione. Il fallimento ha origini sociali e ha sempre a che fare con una destabilizzazione profonda dei rapporti di scambio (culturali, affettivi e economici). Il disfunzionamento dello scambio tra noi è gli altri danneggia in modo grave la rete del reciproco sostegno e arricchimento che regge la nostra posizione nel mondo e crea ansie persecuorie e il rigetto della diversità. In condizioni estreme l'esito è uno scontro senza limiti che impone il diritto del più forte. Le catastrofi seguono sempre la stessa strada: diffidenza nei confronti dell'altro (xenofobia), aggressione, nichilismo (il momento irreparabile quando nel distruggere l'altro si uccide la parte di noi che lo desidera). L'altro è concostitutivo del nostro desiderio e della nostra soggettività. Lo amiamo sfrenatamente, perché possiede ciò che non fa parte di noi e lo odiamo perché resiste all'egoismo naturale del nostro desiderio. Ma lo proteggiamo pure dalla nostra passione perché l'odio che ci fa scoprire la sua resistenza ci fa anche scoprire che è questa resistenza che lo rende vivo e desiderabile (e non un manichino da manipolare privo di vita propria). La responsabilità nei confronti dell'altro come difesa della nostra possibilità di desiderarlo è la condizione principale di una posizione etica nei confronti della vita e, contemporaneamente, il fondamento della civiltà umana e della sanità psichica. Se, come tutti pensano, la crisi attuale ripropone il rischio dell'implosione economica e sociale verificatasi alla fine degli anni venti del secolo scorso, che ha condotto alla catastrofe umanitaria più grave di tutta la storia, è evidente che ripropone anche il rischio di quella catastrofe. L' equità non è solo un ammortizzatore sociale (contenimento delle tensioni) o di convenienza economica (riequilibrio della domanda). Esprime un riequilibrio nella distribuzione del potere, uno spostamento verso una maggiore giustizia sociale (che non è un valore astratto ma una fondamentale esigenza psichica). Ci allontana da un circuito vizioso tra produzione di ricchezza e incapacità di usarla perché questa ricchezza, sempre di più nelle mani di pochi, svuota di senso gli oggetti desiderati e rende la relazione con essi parassitaria. La Camusso ha ragione: l'articolo 18 e la patrimoniale sono questione di civiltà.

BUON ANNO COMUNQUE

Fonte: il Manifesto Autore: GALAPAGOS
Buon anno. Si fa per per dire. «Il 2011 è stato un anno horribilis, ma il 2012 potrà essere peggiore», era il titolo di ieri di un servizio dell'agenzia Radiocor. Titolo corretto: il 2012 si annuncia non orribile, ma terribile. E non solo in Italia. Il decreto varato da Monti a Natale forse ha salvato l'Italia - come vanta il presidente del consiglio - ma non gli italiani. Forse ha salvato i possessori del debito pubblico, ma non i milioni di cittadini onesti che vivono del proprio lavoro o della propria pensione.
Ieri in serata sulla torta del sacrifici sono stare aggiunte due nuove ciliegine: un nuovo aumento delle bollette di luce, gas e riscaldamento dal primo gennaio e quello del 3,5% dele tariffe autostradali. Stando ai dati raccolti dall'Osservatorio Nazionale Federconsumatori, in totale gli aumenti di prezzi e tariffe costeranno - nel 2012 - 2.103 euro a famiglia, «quasi la metà di quanto una famiglia media spende per la spesa alimentare in un anno in base ai dati Istat» spiega l'organizzazione. Che aggiunge: saranno «aumenti insostenibili che determineranno pesantissime ricadute sullo stile di vita delle famiglie e sull'intera economia, che dovrà continuare a fare i conti con una profonda e prolungata crisi dei consumi». Ma non è finita: nel 2012 - ci hanno fanno sapere Unioncamere e Prometeia - il Pil pro capite, a prezzi correnti, in Italia sarà pari a 23.280, in discesa dai 23.414 euro di quest'anno. Considerando, però, che l'inflazione dovrebbe superare il 3% soprattutto se scatteranno a metà anno gli aumenti di 2 punti dell'Iva, questo significa che il Pil pro capite sarà significativamente più basso di quello del 2011. Insomma, saremo tutti (o quasi) più poveri e il reddito pro capite sarà inferiore di molto a quello dell'inizio del 2000.
Trovare i responsabili di questa caduta non è difficile: basta ricordare chi ha governato l'Italia dal 2001 e che provvedimenti di politica economica - decisamente classita e filo evasione - ha preso.
Ma guardare al passato serve poco, soprattutto quando abbiamo un futuro decisamente nero di fronte a noi. E' più interessante capire le conseguenze delle manovre «correttive» varate a raffica da Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti e ora da Mario Monti.
Complessivamente si tratta per il 2012 di circa 70 miliardi di euro. Una enormità che toglierà il fiato al sistema economico. Tanto per ricordarlo, la domanda interna cadrà pesantemente, il Pil diminuirà di almeno il 2%, l'inflazione rifarà capolino, i giovani non troveranno lavoro e, tra i lavoratori «protetti», si moltiplicheranno i casi «Omsa». E la crescita della disoccupazione produrrà a catena minore domanda, minori consumi, minore crescita e il rischio - ce l'ha detto due giorni fa l'Istat - che il 25% delle famiglie finisca in povertà o in situazione di grave «deprivazione economica».
Un futuro nerissimo che sarà risparmiato solo al sistema finanziario e ai possessori di Btp. Un tempo si diceva: «Chi può, batta un colpo». Il dramma - leggete la prima pagina de l'Unità di ieri - è che ormai c'è un appiattimento totale su Monti, anche di chi di questa crisi non ha colpe, ma ha sposato - fino a che «morte non divida» - l'ideologia liberista. Tutto questo mentre Monti sembra vittima consapevole (e felice di esserlo) delle interferenze tedesche, come scrive il Wall street journal.
In ogni caso, buon anno a tutti.

Grecia, lo specchio del futuro. Cronaca annunciata di una crisi

di Nicola Melloni. fonte: controlacrisi
In questi ultimi due anni Liberazione ha ostinatamente denunciato gli sbagli, le assurdità ed i crimini perpetrati dall’Unione Europea ai danni della Grecia. Ad ogni vertice europeo si assisteva alla solita sfilata di leader che spiegavano come Atene non fosse un problema, come la situazione fosse sotto controllo, come i piani di salvataggio avrebbero rimesso in piedi il paese senza problemi. Ogni volta abbiamo spiegato quali fossero i veri problemi della Grecia e come gli interventi europei peggiorassero la situazione, invece di risolverla. Prima sembravamo piantagrane e disfattisti, poi, pian piano, anche gli altri giornali se ne sono accorti. In un drammatico crescendo l’Europa è stata sostituita dal direttorio franco-tedesco mentre la crisi raggiungeva prima Irlanda e Portogallo e poi Spagna ed Italia. Nulla però, nella sostanza è cambiato, nonostante l’incontrovertibile evidenza del fallimento dei pacchetti di aiuti targati Ue e Fondo monetario.
L’analisi della crisi greca è stata sbagliata fin da subito. Si è tentato di spiegare che il problema fossero i conti truccati e i numeri sballati. In fondo, si sosteneva, la Grecia ha una economia solida e con un banale riaggiustamento dei conti pubblici si sarebbe ridata fiducia ai mercati e ristabilito un circolo virtuoso di crescita. In realtà i problemi della Grecia erano e sono problemi strutturali dell’area Euro, cui si sono aggiunti i trucchi contabili, per altro avallati sia dalla finanza internazionale che dalla Commissione europea. La Grecia, come tutta l’Europa meridionale soffre di un problema di competitività legato al cambio fisso, ed improbo, della moneta unica. Un cambio che ha avvantaggiato l’Europa del Nord e soprattutto la Germania che continua ad avere esportazioni maggiori ad importazioni solo grazie al mercato unico dove i suoi prodotti spadroneggiano.
La creazione di un mercato “tedesco” era stata “comprata” con l’unificazione monetaria e dunque con l’abbassamento generalizzato dei tassi di interesse. Questo ha permesso al capitale internazionale, soprattutto quello tedesco e francese, di cercare nuove possibilità di investimento nell’area mediterranea dell’euro. Ed ogni paese ha usato questi fondi, chi meglio e chi peggio, la Spagna costruendo infrastrutture, la Grecia aumentando il debito pubblico, l’Italia lasciando che l’evasione fiscale si mangiasse i conti pubblici. Alcune scelte sono state lungimiranti, altre criticabili. Ma non si può sostenere, come si continua invece a fare, che Italia, Grecia o Spagna abbiano vissuto sopra i loro mezzi. L’afflusso di capitali, l’indebitamento pubblico o privato è stato pagato in moneta sonante, con un costante trasferimento di risorse dal Sud verso il Nord Europa – che le rimetteva poi in circolo. In parole povere, questo movimento di capitale finanziario era usato, soprattutto, per finanziare le esportazioni dell’industria tedesca.
Il meccanismo, come già negli Anni ’80 con i paesi del Terzo Mondo, è esploso in coincidenza di una crisi finanziaria nata altrove e non legata alle dinamiche del debito europeo. Ha però messo in luce i problemi strutturali legati alla composizione del mercato unico europeo. Ed invece si è cercato di spiegare la crisi con la pigrizia e la “dolce vita” dell’Europa latina. Le soluzioni proposte sono state dunque la logica conseguenza di questa lettura parziale e sbagliata. I paesi in crisi sono stati obbligati a tagli e sacrifici per rilanciare la competitività perduta a causa del cambio fisso europeo.
Quindi licenziamenti di massa ed aumento dell’”esercito industriale di riserva” di marxiana memoria per diminuire il livello dei salari, taglio selvaggio delle spese statali per rassicurare i mercati circa la solvibilità dei paesi con deficit e debito troppo alti. Un classico esempio di ristrutturazione capitalista che però è sia politicamente che economicamente disastrosa. La crisi dell’eurozona non è un fallimento dello stato, ma un fallimento del mercato, a volte mediato da politiche pubbliche disastrose come in Grecia, ma non certo nei casi di Spagna ed Irlanda, per anni osannate dagli economisti liberali come esempio di mercato flessibile ed efficiente. Le politiche pro-cicliche della Ue non colgono dunque l’essenza del problema ed hanno, inevitabilmente, peggiorato la situazione.

sabato 31 dicembre 2011

Fase due

IN ANTEPRIMA, LA VERSIONE ORIGINALE DEL DISCORSO DI NAPOLITANO AGLI ITALIANI

Autore: stefano galieni. fonte: controlacrisi
LA COMPAGNA B, AMICA DELLA COMPAGNA C, CI HA INVIATO LA BOZZA ORIGINALE DEL DISCORSO DI FINE ANNO AGLI ITALIANI DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA... E NOI DIFFONDIAMO

Care italiane e italiani. Ho deciso per questa sera, e in via del tutto eccezionale di parlare fino alla mezzanotte, tanto sono consapevole che almeno un quarto di voi non farà il tradizionale cenone, un altro 50% si accontenterà di un piatto di pasta col tonno e due olive, mentre una parte piccola ma che mi sta molto a cuore del Paese se la spassa nelle mete esotiche e non ha tempo di ascoltare la mia omelia. Lo so… il momento è difficile. Anche io, sto pagando duramente la crisi e stasera avrò con me un cameriere in meno, ma tagliare le spese è necessario e voglio dare l’esempio. È stato un anno duro. Pensavo di poter continuare a dormire serenamente e invece mi è toccato firmare, firmare e firmare un sacco di fogli che mi portava in continuazione il precedente premier. Avevo fretta, dovevo riflettere sui 150 anni dell’Unità d’Italia e non potevo certo mettermi a sfogliare leggi e leggine. Per un mese intero, fra il novembre e il dicembre del 2010 ho avuto un forte crampo alla mano, a furia di firmare, tanto che le malelingue che sempre abbondano da queste parti, hanno sostenuto si trattasse di un pretesto per dare il tempo al Presidente Berlusconi di acquistare alcuni parlamentari e mantenere in vita il governo. Ma la Storia dimenticherà simili illazioni e si ricorderà di come, sprezzante del pericolo e del caldo estivo, io sia tornato a firmare, firmare e firmare, manovre e correzioni di bilancio, anche mentre molti compatrioti stavano beatamente a riposo. Cosa? Non in ferie ma disoccupati o in cassa integrazione? Beh, sempre di riposo si tratta. Poi mi è toccato anche l’infausto compito di traghettare il Paese, una fatica non da poco per uno della mia età, verso questo nuovo governo di banchieri che mi ha spiegato come garantendo alle banche di poter continuare a speculare si possa salvare l’Italia. Io ad essere sincero non ci avevo capito molto, stavo facendo la pennica pomeridiana, ma mi sono fidato di questo signore col loden e ho contribuito così al benessere del Paese. Non ho ancora ben capito con quale analcolico si faccia lo spread e perché schizzi sempre, ogni sera, prima di coricarmi, vado a rassicurare i mercati e in fondo mi sento ringiovanito. Così giovane che sto già pensando di restare in questa casetta di sole 1200 stanze per altri 7 anni. Si costa più di Buckingam Palace ma ne va dell’immagine del Paese che mi è tanto caro. Mi è tornata la stessa voglia di lavorare di quando ero iscritto al PCIA ( una sezione particolare del PCI) e facevo le scarpe a Berlinguer, ora sto cercando di unire il paese in un unico grande partito, che copra quasi l’intero arco parlamentare. Mi piacerebbe lasciare solo poche briciole a quelli col fazzoletto verde, che altrimenti non posso andare oltre Bologna e levarmi dalle scatole anche i guastafeste alla Di Pietro e compagnia, come sono riuscito a fare, grazie al fido Veltroni e alle loro nefaste abitudini, con i comunisti. Per il prossimo anno care e cari italiani vi preparerò una bella nuova legge elettorale, moderna e adatta a farci stare in Europa. Potranno votare tutti, anche i cittadini stranieri a patto che abbiano un reddito non inferiore a quello di Pato ( noto giocatore del Milan) e avranno diritto di cittadinanza anche i bambini immigrati nati e cresciuti in Italia come doveva già permettere una legge emanata nel 1998 da due ministri uno dei quali mio omonimo. L’estensione del diritto di voto ovviamente – dovendo fare sacrifici – comporterà la riduzione del numero dei partiti, che saranno 1. Intendo poi aiutare il governo nella riforma del diritto del lavoro. Ha ragione l’onorevole Bersani quando dice che l’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non va toccato. Si sta operando per abolire infatti l’intero Statuto e sostituirlo con una legge composta da un solo articolo che recita pressappoco così “Io sono il padrone e faccio quello che mi pare”. Ne guadagneremo in competitività. Raddoppieremo le missioni militari e i finanziamenti alle scuole private, come richiestomi da Sua Santità, in compenso, ci sarà un drastico taglio alle spese inutili come ospedali e scuole pubbliche, pensioni, salari e interventi in favore di precari e disoccupati. Spero solo che i sindacati non vogliano alimentare pretestuose motivazioni per alzare il conflitto sociale. Non ne vedo la ragione, Bonanni e Angeletti sono disponibili ad inginocchiarsi ad un tavolo, forse anche la Camuso, la vedo più dura con quel comunista di Landini. Spero solo che non mi tocchi scassarmi l’anno anche stavolta con referendum, movimenti, studenti sfaticati ecc… e che soprattutto non si facciano rivedere più in giro quelli con la falce e martello. Sono sessanta anni che tento di levarmeli dalle scatole e tornano ogni volta, si infiltrano dappertutto, pretendono addirittura la libertà di informazione e di tenere in vita i loro giornali con i soldi pubblici. Ma non è meglio spenderli per un bel cacciabombardiere ultimo modello che per Liberazione?
CI GIUNGE NOTIZIA CHE IL TESTO DOVREBBE ESSERE RIVISTO DA ESPERTI DI COMUNICAZIONE, BUON ANNO

le sberle dell'economia.

di Guido Viale. Fonte: lavecchiatalpa
Il vento che ci ha portato all'esito delle elezioni amministrative e dei referendum continuerà a soffiare; bisogna cominciare a fare i conti con i problemi che ci troveremo di fronte a breve. A cominciare dai problemi economici. C'è ancora qualcuno che crede che la Grecia possa ripagare il suo debito (in gran parte nelle mani di banche francesi, tedesche e inglesi e ora anche della Bce) o anche solo rinegoziarlo a tassi accettabili mentre le politiche che le impone l'Unione Europea annientano qualsiasi possibilità di ripresa?
O c'è ancora qualcuno che crede che alla lunga possano sottrarsi a una sorte analoga gli altri paesi europei che si trovano più o meno nella stessa posizione della Grecia, a meno di una revisione radicale del "patto di stabilità"? E c'è ancora qualcuno che pensa che in un contesto simile l'economia italiana possa tornare a crescere, realizzando un avanzo primario sufficiente a riportare il suo debito al 60 per cento del Pil? E poi, di che crescita stiamo parlando? Di una crescita del Pil, cioè contabile, per soddisfare le società di rating, interamente controllate dai big della finanza internazionale.

Quella stessa finanza che - dopo aver mandato in rovina milioni di clienti irretiti da mutui fasulli, di risparmiatori ingannati da titoli di carta straccia, di imprese rimaste senza credito perché le banche continuano a investire sui derivati - sta ora scommettendo sul fallimento di quegli Stati che si sono svenati per salvarla, svenando a loro volta i propri cittadini.


E ancora, è forse possibile affrontare temi di ampio respiro - come il dibattito sul reddito di cittadinanza (su cui si appena svolto a Roma un incontro promosso dal Basic Income Network); o il finanziamento di scuola, università e ricerca; o un piano nazionale di lavori pubblici finalizzato alla manutenzione del territorio, degli edifici pubblici e di quelli dismessi (e non alle "grandi opere"), e molte altre cose ancora - ipotizzando un semplice spostamento da una posta di bilancio a un'altra di fondi in gran parte "virtuali", cioè inesistenti, e senza venir meno al patto di stabilità dell'Unione Europea (quello di cui si fa forte, e che rende forte, Tremonti)?

GRECIA: CHIUDE ELEFTHEROTYPIA, VOCE SCOMODA DI SINISTRA...

Fonte: controlacrisi
In Grecia come in Italia? Sembra proprio di si, ma quando i governi sono tecnici e bipartizan i primi a farne le spese sono i giornali di sinistra che non hanno padroni e amici tra i banchieri. Liberazione sospende la pubblicazione cartacea dal 1° gennaio per colpa del taglio all'editoria del Governo Monti, mentre oggi in Grecia è stata annunciata la chiusura dello storico quotidiano indipendente di sinistra Eleftherotypia (Stampa Libera)...

(di Furio Morroni - ANSA) - ATENE, 30 DIC - La grave crisi economica che ha colpito la Grecia ha fatto una vittima illustre anche nel campo dell'informazione ellenica. Oggi è stata annunciata la quasi certa chiusura dello storico quotidiano indipendente di sinistra Eleftherotypia (Stampa Libera), secondo per diffusione nel Paese - 30mila copie al giorno e 85mila la domenica - paragonabile all'italiano Repubblica. Un giornale considerato scomodo e incontrollabile, che ha sempre dato fastidio a molti. Mania Tegopoulou, editore del quotidiano e figlia del fondatore Kitsos Tegopoulos, ha presentato oggi ricorso al tribunale fallimentare di Atene, lasciando senza speranza i dipendenti, che da agosto non ricevono stipendiosi. Ora gli scenari sono due: o un piano di risanamento accettabile da parte dei creditori, e si fa avanti un improbabile imprenditore pronto a finanziare la ripresa delle pubblicazioni, oppure Eleftherotypia chiuderà definitivamente i battenti. A causa di problemi economici (un debito totale di 50 milioni, non impossibile da coprire), la società editrice ha smesso di pagare i dipendenti dalla metà dello scorso agosto. Un accordo preliminare per un prestito di otto milioni era stato concordato a settembre da Mania Tegopoulou con l'Alpha Bank del finanziere Ioannis Kostopoulos. A ottobre, però, l'istituto ha reso noto che il prestito non era più disponibile. Diniego dietro al quale, secondo Mania Tegopoulou, ci sarebbe stato «l'intervento personale» dell'ex premier e leader socialista Giorgio Papandreou. Ma Eleftherotypia non dava fastidio solo al Pasok, per le pesante critiche avanzate contro il partito nella gestione della crisi quando i socialisti erano al governo, ma anche al nuovo esecutivo di coalizione guidato da Lucas Papademos. Il giornale non è mai stato tenero nemmeno con i rappresentanti di Nea Dimocratia (centro-destra) e tantomeno con quelli di Laos (estrema destra), di cui ha denunciato sino a ieri le presunte simpatie filo-naziste, le prese di posizione antisemite e gli ex collaborazionisti della giunta militare tra le sue fila. Eleftherotypia è stato il primo nuovo quotidiano pubblicato in Grecia dopo la caduta del regime dei colonnelli nel 1975. «Eleftherotypia è vittima della crisi che sta colpendo tutti i mezzi d'informazione greci, ma è senz'altro la vittima più illustre e prestigiosa, che stava a cuore a tutti quanti perchè era un giornale libero, coraggioso ed una componente essenziale della società greca», ha commentato con l'ANSA Dimitri Deliolanes, corrispondente da Roma della radio-tv pubblica greca ERT e scrittore. «Eleftherotypia era l'eccezione fra tutti i giornali greci, perchè era l'unico che denunciava i collegamenti esistenti tra gli altri mezzi d'informazione e la corruzione governativa». La crisi farà altre vittime? «Sì - risponde Deliolanes -, è probabile, perchè sono molti i mezzi d'informazione greci attualmente a rischio chiusura». (ANSA). 
THAT WAS THE ANUS HORRIBILIS THAT WAS...
Best wishes anyway

venerdì 30 dicembre 2011

Grecia. Le vittime collaterali: raddoppiano i suicidi

Un’epidemia fra i licenziati e gli imprenditori falliti 5,5 su 100 mila, è il tasso annuo di suicidi per numero di abitanti della Grecia. Tre anni fa era di soli 2,8 I disastri causati dalle crisi economiche non si misurano solo con i bilanci in rosso e con i soldi perduti dalle persone, dalle aziende e dagli Stati. Il computo dei morti e dei feriti comprende anche migliaia di casi di depressione psicologica, alcolismo, famiglie distrutte, disordini mentali, e anche suicidi, a seguito di perdita del posto di lavoro, fallimento d’impresa o un altro peggioramento traumatico delle prospettive di vita. Il suicidio, in prima battuta, sembra l’atto più individuale che ci sia; ma se in un anno di recessione economica in Grecia il tasso di suicidi è aumentato del 40% (il 40% in un solo anno!) è difficile negare che ci sia una relazione fra i due fenomeni, per quanto impossibile sia esaminare uno per uno i singoli casi e dire con certezza che sì, quella determinata persona si è tolta la vita per cause economiche e non per altro. Le vicende individuali si possono discutere all’infinito senza arrivare mai a conclusioni, ma i numeri aggregati, nella loro tragica freddezza, non ingannano. La Grecia storicamente è stata fra i Paesi più felici d’Europa. Come si fa a misurare la felicità? Ovviamente non si può, a voler essere rigorosi, però gli scienziati sociali quando c’è da misurare qualcosa che di per sé non è misurabile sono abituati ad avvicinarsi all’obiettivo conteggiando alcuni indicatori correlati; nel caso della felicità, uno di questi indicatori è il tasso dei suicidi, che (appunto) nell’Ellade è sempre stato molto basso. Tre anni fa era di 2,8 casi all’anno ogni centomila abitanti. Ed è basso persino oggi, nella media europea, ma purtroppo in tre anni è raddoppiato a circa 5,5. Sarà un puro caso, una mera fluttuazione statistica? Non ci crederebbe nessuno. Dice la psichiatra Eleni Beikari, responsabile in Grecia di un centralino di aiuto (Klimaka) che risponde 24 ore su 24: «Non è mai una causa singola a scatenare pensieri suicidi, ma quasi sempre le persone che ci telefonano e dicono che stanno pensando di togliersi la vita parlano di debiti o di lavoro che manca o che si teme di perdere». Klimaka prima della crisi riceveva in media 10 richieste telefoniche di aiuto al giorno, adesso il numero è decuplicato a cento. A uccidersi o a tentare di farlo sono tanto i lavoratori disoccupati quanto gli imprenditori che non riescono a pagare i debiti. Quasi ci fosse una dolorosa equità nella distribuzione dei sacrifici.

Noam Chomsky: Il declino degli Stati Uniti


Fonte: controlacrisi
Nel numero dell’estate 2011 della rivista dell’Accademia Statunitense di Scienza Politiche, leggiamo che è un “tema comune” che gli Stati Uniti, che “solo pochi anni fa erano salutati come quelli che, a passi da gigante, sopravanzavano il mondo da colossi, con un potere senza confronti e con un’attrattiva incontrastata, sono in declino, sotto il presagio della prospettiva di una rovina finale.” E’ davvero un tema comune, diffusamente condiviso, e non senza motivo. Ma una valutazione della politica estera e dell’influenza USA all’estero, nonché della forza della sua economia interna e delle istituzioni politiche in patria suggerisce che numerosi requisiti sono a posto. Per cominciare, il declino in effetti è iniziato ed è proseguito a partire dal momento più alto della potenza statunitense appena dopo la Seconda Guerra Mondiale e la notevole retorica di molti anni di trionfalismo degli anni ’90 è stata prevalentemente autoillusoria. Inoltre il corollario comunemente ricavato – che il potere passerà alla Cina e all’India – è fortemente dubbio. Si tratta di paesi poveri con gravi problemi interni. Il mondo si sta certamente facendo più differenziato, ma nonostante il declino degli Stati Uniti non c’è, nel prevedibile futuro, alcun concorrente all’egemonia della potenza globale.

Per rivedere rapidamente un po’ della storia relativa: durante la Seconda Guerra Mondiale i pianificatori statunitensi si resero conto che gli Stati Uniti sarebbero emersi dalla guerra in una posizione di schiacciante potere. E’ chiarissimo nella storia documentale che “il presidente Roosevelt mirava all’egemonia USA nel mondo postbellico”, per citare la valutazione dello storico della diplomazia Geoffrey Warner. Furono elaborati piani per controllare quella che era chiamata la Grande Area, una regione che comprendeva l’emisfero occidentale, l’Estremo Oriente, l’ex impero britannico – comprese le cruciali riserve di petrolio del Medio Oriente – e quanta più Eurasia possibile o, al minimo, le sue regioni industriali centrali nell’Europa occidentale e negli stati dell’Europa del sud. Questi ultimi erano considerati essenziali per garantire le risorse energetiche del Medio Oriente. All’interno di questi estesi domini gli Stati Uniti dovevano conservare un “potere indiscusso” attraverso la “supremazia militare ed economica”, assicurandosi nel contempo la “limitazione di ogni esercizio di sovranità”, da parte degli stati, che potesse interferire con i loro progetti globali. Tali dottrine prevalgono tuttora anche se la loro portata si è ridotta.

I piani del tempo di guerra, che dovevano presto essere attuati diligentemente, non erano irrealistici. Gli Stati Uniti erano stati da lungo tempo la nazione più ricca del mondo. La guerra aveva posto fine alla Grande Depressione e il potenziale industriale statunitense era quasi quadruplicato, mentre i rivali erano decimati. Alla fine della guerra gli Stati Uniti possedevano metà della ricchezza del mondo e una sicurezza impareggiabile. A ciascuna regione della Grande Area fu assegnata la propria “funzione” all’interno del sistema globale. La successiva ‘Guerra Fredda’ consistette in larga misura di tentativi da parte delle sue superpotenze di imporre l’ordine nei propri domini: per l’URSS l’Europa Orientale; per gli Stati Uniti la maggior parte del mondo. Nel 1949 la Grande Area si stava già gravemente erodendo con “la perdita della Cina”, come viene comunemente chiamata. L’espressione è interessante: si può perdere soltanto ciò che si possiede. Poco tempo dopo l’Asia sud-orientale finì fuori controllo, inducendo Washington alle orrende guerre in Indocina e agli enormi massacri in Indonesia del 1985, quando il dominio statunitense fu ripristinato. Nel frattempo sovversioni e grandi violente proseguivano altrove nello sforzo di mantenere quella che viene chiamata “stabilità”, intendendo con il temine ‘subordinazione alle pretese statunitensi’.

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