Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

mercoledì 20 marzo 2013

CIPRO: Europa, dove stai andando? Per un pugno di euro Bruxelles affonda Nicosia

di Alessio Mazzucco - eastjournal -

0euro 01
La questione cipriota deve far riflettere sull’Europa e il suo significato. È inutile ripetere quel che i giornali hanno già riportato sul salvataggio di 6 miliardi chiesto ai depositari di conto corrente nella piccola isola mediterranea; più utile sarebbe chiedersi quale sia la direzione che sta prendendo l’Unione.
L’Economist calca la mano sulla decisione europea denominandola ingiusta, inutile e miope. Un’analisi breve e precisa è di Gustavo Piga, economista, dal suo blog: per 6 miliardi di euro (6!) che l’Europa avrebbe potuto sborsare in nome della sicurezza economica e, perché no?, di una solidarietà europea che dovrebbe essere la colonna portante dell’Unione, rischiamo di distruggere l’economia cipriota e colpire indirettamente l’intera economia europea sul fronte dei mercati finanziari. Mossa geniale, vero?
Ma lasciamo da parte solidarietà, salvataggio e ripagamento del debito e concentriamoci sulla questione geopolitica che si gioca intorno a Cipro. Riassumerei in due parole: Russia e gas. Quello di Cipro è uno dei depositi di gas che si riveleranno più importanti nello scacchiere mediterraneo e del Vicino Oriente. Intorno all’area giocano Israele, Russia, Grecia, Turchia passando per l’attenzione della Francia e degli Stati Uniti.
E se la Russia è tra i principali interessati al gas sotto il nome del colosso Gazprom, da parte loro i capitali russi non stanno a guardare: Putin, preso atto della decisione del prelievo forzoso, si è detto immediatamente contrario alla decisione; mossa attesa dati i depositi di capitali est-europei e russi per oltre 90 miliardi di euro al 2012 (per avere un’idea di misura, oltre l’800% del Pil della piccola isola, ammontante a 18 miliardi di euro circa). Inoltre, Reuters riporta che Anton Siluanov, ministro delle finanze russo, non avrebbe ricevuto nessuna comunicazione dai colleghi europei, né un invito a una collaborazione.
Europa, dove vuoi andare? In una sola mossa hai ottenuto l’opposizione della Russia, la rabbia dei ciprioti, l’esplosione dello spread e la caduta delle borse. Tutto questo per 6 miliardi: ottimo risultato. La richiesta di sacrificio a Cipro può essere un piccolo specchio della gestione delle crisi del debito europeo? Forse. Sicuramente in parte. Di certo è uno specchio dell’assurdità del sistema decisionale europeo, ancora diviso e incapace di dare una risposta compatta ed efficace ai problemi che attanagliano il continente su questioni come il debito e la crescita economica.
E queste critiche non tengono neanche in dovuta considerazione l’opposizione russa: non aver coinvolto il Cremlino in una simile decisione, soprattutto in un teatro di forte interesse russo, che ruolo giocherà nelle future politiche mediterranee dell’Europa? Ci stiamo giocando Cipro, il gas e – mettendo il naso poco oltre la porta di casa – la futura uscita dalla crisi siriana (su cui la Russia ha già una posizione apertamente pro-Assad). SuLinkiesta, Fabrizio Goria scrive che Gazprom avanza l’ipotesi di aiutare Cipro sostituendosi alla detestata troika in cambio degli appalti futuri sui giacimenti: se così fosse non sarebbe l’ultimo bail-out di origine russa dati i prestiti governativi già arrivati negli anni passati per sostenere il paese (2,5 miliardi al 2011).
Cara Europa, si parla di Unione. L’impasse cipriota mi sembra molto lontana da questa parola.

martedì 19 marzo 2013

A Cipro fallisce l’Europa. La bancarotta degli ideali

- eastjournal - di Matteo Zola

Cipro Default
Dogmatico e punitivo. Questo è l’atteggiamento dell’Europa nei confronti di Cipro. E non solo di Cipro, se andiamo a vedere la situazione a Lisbona, Dublino e Atene. Questa Europa indigna per l’arrogante miopia con cui agisce. Chi scrive è un europesista convinto, entusiasta direi. E da europeista dico che questo mostro nulla ha a che vedere con il sogno dell’unità europea e dei suoi ideali fondativi. La crisi in corso ormai non è più dell’euro, ma nell’euro. La guida tedesca, che impone misure economiche, di fatto spadroneggiando in Europa, senza però prendersi la responsabilità di una direzione in senso federale dell’Unione, diventa ogni giorno più lesiva non solo degli interessi dei Paesi della “periferia” ma anche del concetto stesso di democrazia. Le decisioni degli organismi europei (in collaborazione con Fmi e Bce) vengono prese sopra le teste dei cittadini, delegittimando la democrazia rappresentativa. Questa Europa non mi piace, non la voglio, e non è una necessità. Soprattutto può non essere una necessità la moneta unica. E non è affatto detto che senza l’euro fallirebbe l’Unione Europea, potrebbe anzi essere vero il contrario. Occorre smetterla con i tabù: si può e si deve ragionare sul futuro dell’Europa anche senza l’euro, se questo diventa strumento di coercizione. E il caso cipriota è un esempio.
L’imposizione europea
Sentite qua: il 15 marzo scorso, a borse chiuse, i ministri delle finanze dei paesi membri della zona euro hanno deciso, dopo una riunione con i rappresentanti del Fondo Monetario Internazionale e della Bce, di concedere un prestito di 10 miliardi di euro al governo di Cipro per salvare il Paese dalla bancarotta. All’inizio dovevano essere 17 miliardi ma poi si è riveduta la stima al ribasso, e si è chiesto a Nicosia di mettere la differenza. Come? Con un prelievo forzoso dai conti correnti e depositi bancari. Ed è bene ricordare che l’intero Pil annuo dell’isola corrisponde proprio a 17 miliardi. La decisione è stata presa malgrado l’opposizione cipriota in seno all’Eurogruppo (ma cosa conta Cipro, un due di picche) e sostanzialmente imposta al presidente Nicos Anastasiades che aveva dichiarato che “nessuna decisione di prelievo forzoso sarebbe stata accettata” e le sue recenti dichiarazioni sull’ineluttabilità dell’accordo (definito di “solidarietà”) con la trojka fanno pensare al ricatto. Oggi alle 17 il Parlamento cipriota deciderà se approvare il piano concordato dal presidente, è l’ultima occasione per rispedire al mittente l’imposizione europea.
Il prelievo forzoso, assurdità tedesche
La solfa la sappiamo: la trojka caccia i soldi se fai come dice lei. E quindi via con le ristrutturazioni finanziarie, gli aggiustamenti economici, e compagnia bella. Tutte cose necessarie, per carità, che però si traducono in tagli e austerità: il caso greco è maestro. Per Cipro si è andati oltre, richiedendo un prelievo forzoso su conti e depositi con percentuali folli: il 6.7% per conti e depositi sotto i centomila euro e del 9.9% per quelli sopra i centomila. Secondo quanto dichiarato da Emma Bonino, già commissario europeo, all’Eurogruppo la Germania aveva chiesto che il prelievo fosse del 40%. Mi si dice: anche in Italia, nel 1992, si applicò un prelievo forzoso. Vero, ma era del 6 per mille. E per evitare una fuga di capitali all’estero si è deciso di chiudere le banche fino a giovedì. Oggi poi il lungimirante Eurogruppo si è ricordato di una legge europea che tutela i depositi sotto i centomila euro e cerca di mettere una pezza. Che pena. Intanto il ministro delle Finanze cipriota, Michailis Sarris, è volato a Mosca.
Ma che colpa abbiamo noi?
La pillola da mandar giù è amara, anche perché Cipro è in questa situazione non per sua colpa. Non del tutto, almeno. Il paese ha sofferto in particolare la crisi Greca, verso cui le tre principali banche del paese erano molto esposte – avevano, cioè, prestato molto denaro a banche e società greche o allo stesso governo greco comprando titoli di stato. Quando il debito greco è stato ristrutturato (chi aveva comprato titoli di stato da 100 euro, ad esempio, se li vedeva ridotti a 50), il debito privato di banche e cittadini ciprioti è aumentato vertiginosamente in poche settimane.
Colpire il russo, e pazienza al cipriota
Mi si dice che Cipro è una piazza off-shore generosa, crocevia di transazioni opache per capitali russi (Moody’s li valuta in 31 miliardi), con un settore finanziario che vale sette volte quello economico. A venire tagliati saranno principalmente proprio quei capitali, è vero, ma sull’altare della “caccia al russo” si è sacrificato il risparmiatore cipriota. Mi si dice ancora che “Cipro è un caso eccezionale” proprio a causa di quei soldi russi su cui si vorrebbe mettere le mani (ma l’oste, a Mosca, deve ancora tirar su i conti), molto marginale nell’economia dell’Eurozona, visto che vale solo lo 0,2% del suo Pil. Certo, anche la Grecia era marginale e valeva solo il 3% ma questo non le ha impedito di diventare la miccia di un incendio che ancora non si è spento. E prima di lei erano “speciali” l’Irlanda e il Portogallo.
Conseguenze per l’Italia?
Scrive Adriana Cerretelli sul Sole24 ore: “Come il doppio salvataggio di Atene aprì una voragine nel rapporto di fiducia tra Europa e investitori, tra la moneta unica e la sua tenuta futura scatenando nell’area un contagio che solo a fine luglio scorso la Bce di Mario Draghi è riuscito a fermare, così oggi la vicenda cipriota rischia di riaprire quel pericoloso copione. Con conseguenze per certi aspetti potenzialmente ancora più devastanti. Soprattutto nei Paesi più vulnerabili dell’euro-sud. Italia compresa. La reazione immediata e tutta negativa delle Borse, in Europa, come negli Stati Uniti e in Asia, il rialzo degli spread, il ribasso dell’euro sono del resto tutti segnali molto eloquenti”.
Banche e cittadini, due pesi e due misure
Ma l’Unione Europea preferisce salvare le banche. E lo dico senza demagogia. Tra il settembre 2008 e il dicembre 2010 nel tentativo di stabilizzare un settore investito dalla bufera finanziaria, i 27 dell’Unione hanno mobilitato ben 4.285 miliardi di euro a sostegno degli istituti di credito, cioè il 36% del Pil dell’Unione e il 10% del totale degli attivi bancari. Con Germania e Gran Bretagna con una quota ciascuno superiore ai 500 miliardi. Se a questi aggiungiamo i 1018 miliardi elargiti dalla Bce fra dicembre 2011 e febbraio 2012 abbiamo una somma equivalente al 45% del Pil europeo, messa a disposizione delle banche a favorevolissime condizioni e senza alcuna contropartita. L’Eurogruppo, per salvare le banche spagnole, diede a Madrid 40 miliardi. Alla Grecia invece, per un prestito di 110 miliardi, sono state chieste pesanti condizioni che hanno portato il Paese a livelli da terzo mondo. Analoga durezza è stata esercitata sull’Irlanda, per un prestito di 85 miliardi, e per i 78 miliardi dati al Portogallo. Oggi a Cipro, per dieci miliardi, si fa il muso duro. Il messaggio è chiaro: il salvataggio di Cipro ha dimostrato che le nazioni creditrici insisteranno da ora in poi che qualsiasi salvataggio delle banche venga co-finanziato dai depositanti. L’Italia è avvertita.
Conclusioni
Ecco perché, da europeista, credo che questa Europa non meriti alcuna fiducia: occorre riformarla e rifondarla in senso federale, restituendo al progetto unitario forza e vigore. Poiché l’Europa unita (che non è per forza l’Unione Europea) è l’unica speranza che il continente ha per competere contro giganti come Stati Uniti, Cina e Russia, senza diventarne preda. Ma questa Europa non ha nessuna credibilità. A Cipro è andata in scena la bancarotta degli ideali di solidarietà, sviluppo e democrazia europei. A Cipro il nazionalismo economico (tedesco, ma non solo) ha distrutto qualsiasi credibilità al progetto europeo. Il fallimento dell’Unione Europea è un fallimento morale, ma quello finanziario rischia di essere alle porte. E la risposta delle popolazioni europee è rabbia e frustrazione. Non ci si stupisca poi se alle elezioni vincono populisti, nazionalisti, e camicie brune.

lunedì 18 marzo 2013

Europa, quel brutto pasticcio del prelievo forzoso dei conti dei ciprioti

Autore: fabrizio salvatori            
Europa in crisi totale per la vicenda di Cipro. Non sono solo le borse ad aver lasciato sul terreno miliardi di perdite, ma man mano che l’ipotesi buttata lì dall’Ue del prelievo forzoso si fa più concreta la vicenda rischia di diventare una matassa di livello internazionale quasi impossibile da dipanare. A protestare piuttosto energicamente sono i Russi, che hanno presso le banche di Cipro depositi piuttosto consistenti.
Il parlamento di Cipro ha rinviato a domani il voto sul provvedimento finanziario, preteso dai partner dell'area euro per varare un piano di aiuti al paese. Si tratta del secondo rinvio per questa patata bollente, su cui il Parlamento dell'Isola avrebbe dovuto esprimersi prima ieri, poi oggi pomeriggio. Il Governo sta studiando una modifica ponendo il limite dei 20mila euro. Intanto fonti della Banca centrale cipriota hanno riferito che gli sportelli degli istituti di credito resteranno chiuso fino a giovedì, onde evitare una corsa a ritirare i fondi dai conti. Il paese è in agitazione, i bancomat sono stati presi d'assalto, dopo le richieste dei partner Ue, anche se il presidente Nicos Anastasiades ha cercato di traquillizzare gli animi dicendo che la supertassa una tantum sui conti rappresenta la soluzione meno traumatica. Stasera sulla questione è prevista anche una teleconferenza dell'Eurogruppo, dopo che oggi questa vicenza ha portato tensioni sui mercati mondiali.
Lo scontro arriva anche all’interno dell’Europa. Per l'ex presidente dell'eurogruppo e premier lussemburghese Jean-Claude Juncker, il coinvolgimento dei piccoli risparmiatori nel prelievo forzoso sui conti correnti ciprioti deciso dai ministri delle Finanze dell'eurozona e' ''difficilmente comprensibile''. Si sarebbe dovuto tassare di piu' i grandi risparmiatori, ''cosa che sarebbe stata piu' consona alla mia concezione politica'', ha aggiunto Juncker.
Anche dal mondo degli analisti finanziari arrivano parole molto dure. "Se i politici europei stavano cercando un modo per minare la fiducia pubblica che e' il fondamento a sostegno di ogni sistema bancario, non avrebbero potuto fare un lavoro migliore", afferma Michael Hewson, analista di Cmc Markets. "L'offensiva dell'alba sugli un tempo sacrosanti depositi dei risparmiatori attirera' attenzioni non richieste sui problemi delle banche periferiche dell'Eurozona", aggiunge Mike McCudden della societa' di brokeraggio online Interactive Investor. "Questa mossa ha fatto squillare un campanello d'allarme in tutta l'area e rischia di mandare a monte buona parte del lavoro fatto lo scorso anno per recuperare la fiducia degli investitori", prosegue McCudden,
"La misura ha mandato agli investitori un messaggio completamente sbagliato, in un momento nel quale avevano preso le redini per tirare l'Eurozona fuori dal pantano".
C'e' pero' anche spazio per pareri meno catastrofisti, come quello di Guillermo Felices di Barclays, secondo il quale "l'accordo su Cipro e' in tutta evidenza uno sviluppo negativo per gli asset denominati in euro ma il possibile contagio sarebbe piuttosto limitato". "Ci sono strumenti, come l'acquisto di bond da parte della Bce o la possibilita' di nuove Ltro triennali per fornire piu' liquidita ove necessario, che rassicureranno i mercati a proposito della valutazione delle implicazioni di lungo periodo", conclude Felices.
Secondo il segretario nazionale di Adusbef Mauro Novelli, il presidente della Consob Giuseppe Vegas "non ha capito, quando tenta di rassicurare sull'Italia che non puo' essere paragonata a Cipro, che il problema non e' la dimensione, la struttura industriale o il Pil, ma il principio di imporre un prelievo forzoso sui depositi bancari ad uno Stato membro per offrire il proprio aiuto ad un paese in crisi". "Se dovesse passare tale diktat - continua Novelli - nessun paese e nessun risparmiatore avrebbe la certezza di poter garantire i depositi bancari, causando un allarme ed una fuga di capitali, specie in Italia dai costi dei servizi bancari piu' cari d'Europa e con tassi sui depositi sotto zero, al materasso di casa od alla piu' sicura Svizzera. L'Europa non ha valutato i danni collaterali di tali assurdi diktat, che mettono a rischio la stabilita' monetaria europea, piu' di quanto i tecnocrati possano prevedere".

Il salario sociale globale di classe ...

... come meccanismo di accumulazione.

Il caso Cina

di Pasquale Cicalese

“Torniamo, al punto di partenza concettualmente più logico dal punto di vista del proletariato: la questione del salario; essa, in un preciso significato di classe, si pone correttamente come contraddizione della forma specifica di carattere di merce della forza-lavoro. Nella concezione critica marxiana, il salario è da in­tendere esclusivamente nella sua determinatezza sociale, e in termini reali (ossia non nominalmente monetari) e relativi (rispetto alla dinamica della ricchezza della nazione). Il salario - spiegava Marx - “vale non per il sin­golo individuo ma per la specie”. Il salario si concepisce perciò come grandezza sociale innanzitutto perché ri­guarda il proletariato intero come classe. Il salario non si esaurisce pertanto nell’acquisto diretto delle merci di sussistenza con la *spesa del reddito dei lavoratori*, ma è composto anche dall’insieme di *prestazioni colletti­ve* che derivano dalla ricchezza sociale generale”. G.Pala, Classe, salario, Stato.
Ti svegli la mattina presto per studiarti i mercati asiatici, gli unici ormai di qualche interesse. Lo fai andando a dormire presto, con i bimbi, perché tanto Wall Street non ti interessa, è tutta carta straccia, e poi tua moglie pensa che un film di Tim Burton valga di più dei tuoi studi, forse a ragione. Capita così che la mattina presto assisti agli sconvolgimenti industriali e monetari provenienti da quell’area, mentre l’Occidente continua imperterrito a guardare a New York, con i suoi 50 mila senzatetto.
E poi ti vedi le prime pagine dei giornali economici e capisci già l’andazzo della giornata. Succede così che un giorno qualunque in prima pagina sul Sole 24 Ore il corrispondente da Pechino Francesco Sisci, uno che vive in quel paese da 30 anni, ha studiato in quelle università e ha contatti diretti con la dirigenza, ti informa di un piano decennale 2013-2023 di 5 mila miliardi di euro finalizzato all’urbanizzazione di 400 milioni di persone in città medio piccole, dell’ordine di 1-2 milioni di abitanti. Ti vengono in mente tante cose.
Soprattutto quando vieni informato che il piano ha come fulcro la riforma dell’hukou, quel sistema in vigore dal 1958 che non permette al proletariato migrante nelle grandi città di usufruire dei diritti di cittadinanza.
Ebbene, quel sistema verrà smantellato, e a centinaia di milioni di persone daranno diritti sociali quali l’istruzione, l’alloggio popolare e la sanità gratuita, una grande discriminazione viene meno.
Salario sociale globale di classe, prestazioni universali per decine e decine di milioni di persone, le stesse che in Occidente invece stanno via via smantellando. Tocca leggere il giornale padronale per saperlo, i siti di sinistra non ne parlano affatto, parlano dei grillini…
Qualcosa era nell’aria, da anni: alla fine della prima decade del ventunesimo secolo la dirigenza cinese svoltava con la contro-controriforma sanitaria, che stabiliva il ritorno alla sanità pubblica, gratuita e universale, un percorso decennale che veniva inaugurato con la decisione di costruire 1200 ospedali regionali. Poi dal 2005 iniziava un percorso di reflazione salariale, con aumenti del salario nominale del 15% annuo. Nel 2010 il colpo di grazia: il Consiglio di Stato decide la costruzione di 6 milioni di alloggi popolari, chiaro segno che lasciava presagire la riforma dell’hukou.
Ora si va oltre, molto al di là dell’immaginario: il piano da 40 trilioni di yuan, per l’appunto 5 mila miliardi di euro, prevede l’urbanizzazione di 400 milioni di persone e contemporaneamente un forte aumento della produttività agricola. Tutto tiene, città e campagna, l’obiettivo è basare la crescita futura reflazionando la domanda interna: dalla debolezza esterna, per l’appunto dell’Occidente, alla forza interna.

Beppe Grillo ed Eurolandia

La posizione del M5S sull’Euro e l’Unione Europea

di Francesco Salistrari - sinistrainrete -

Tutti i più grandi giornali internazionali vedono nell’affermazione del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo alle elezioni politiche italiane, una chiara espressione del popolo italiano contro le politiche di “austerity” imposte dalla Germania. Che poi tali politiche siano pienamente avallate da decenni da tutta la classe politica italiana ed in qualche modo, da un punto di vista sostanziale, siano perfettamente confacenti alle scelte obbligate a cui il paese si trova di fronte permanendo nel sistema monetario unico, questo conta poco. Perché sì, è vero che questa classe politica è la principale responsabile dello sfacelo in cui ci troviamo, ma il punto nodale è che tale sfacelo non è determinato, così come ciancia Beppe Grillo da anni, semplicemente da corruzione, rimborsi elettorali, privilegi di casta e vitalizi. Certo, si tratta di cose assolutamente inaccettabili e a cui andrebbe trovato un rimedio in tempi rapidi. Ma il problema del debito pubblico italiano è tale, e questo Grillo non lo spiega né lo ha mai detto, principalmente perché il paese si trova nell’Euro ed essendo costretto a vincoli di bilancio (3% deficit-Pil con il Trattato di Maastricht, pareggio di bilancio dal 2013 con il Fiscal Compact), l’unica strada percorribile, nella condizione data è in poche parole “l’agenda Monti” (svalutazione salariale, armonizzazione del mercato del lavoro agli standard tedeschi, limitazione dei diritti e delle tutele, innalzamento età pensionabile, tagli a scuola e sanità, (s)vendita del patrimonio pubblico ecc, ecc.).
Infatti anche secondo quanto afferma in un’intervista allo Spiegel, Peter Bofinger, economista e consulente del Governo Tedesco:
Rispetto ad altri paesi (gli interessi, ndr) sono troppo alti.[Nonostante] il deficit di bilancio sia il secondo piu’ basso dopo quello della Germania. Il deficit britannico è 4 volte quello italiano, tuttavia gli interessi sul debito pubblico sono solo al 2%, mentre l’Italia deve pagare il 6%”.
Allora perché l’austerity e le politiche restrittive?
Semplice (sempre con le parole di Bofinger):
la Gran Bretagna è indebitata in sterline e ha una banca centrale che è disposta ad acquistare titoli di stato in maniera illimitata. L’Italia a causa della sua appartenenza all’unione monetaria non lo può fare. E’ in una situazione fondamentalmente diversa, che anche con le drastiche misure di risparmio e con le riforme strutturali del governo Monti non potrà essere cambiata. Il problema è sintomatico della crisi dell’Euro. Il governo tedesco fino ad ora ha sostenuto che i governi dei paesi in crisi devono risparmiare in maniera ferrea: i mercati avrebbero riconosciuto lo sforzo e fatto scendere il tasso di interesse. È un’illusione. Anche se gli stati della zona Euro risparmiano, avviano le riforme strutturali e fanno quanto viene loro richiesto, restano a rischio fallimento”.
E’ quindi facile intuire come il problema non è tanto dovuto ad una situazione disastrosa dei conti pubblici, ma quanto al fatto che l’Italia è agganciata ad economie più forti, più competitive, con una maggiore produttività del lavoro, una maggiore flessibilità del mercato del lavoro e un’inflazione più bassa. Il tutto si ripercuote negativamente sulla bilancia dei pagamenti e questo genera una spirale di indebitamento privato (aziende e famiglie) che si ripercuote successivamente sul debito pubblico (la storia economica del nostro paese degli ultimi 10 anni).
Di questo il Signor Beppe Grillo e il suo “guruCasaleggio non parlano. E non ne parlano nemmeno i neo eletti deputati e senatori “grillini”, né tantomeno chi ha votato il Movimento 5 Stelle a queste ultime elezioni. Il sentimento più comune che ha spinto quasi 9 milioni di italiani a scegliere i 5 Stelle, non è dunque la consapevolezza della dannosità intrinseca della “moneta unica” e del capestro determinato dai Trattati, quanto un sentimento di protesta e di rifiuto nei confronti della classe politica che ha governato l’Italia fino a questo momento.

Tutte le banche centrali stanno per trasformarsi in “bad banks”*

R. Jellen intervista Ernst Lohoff e Norbert Trenkle sulla crisi economica e finanziaria (I parte)  - sinistrainrete -

Nuvole nere all'orizzonte: mentre in Europa le economie rischiano di cadere come le pedine del domino e la fine dell'euro è in vista, le contro-misure politiche adottate1 sembrano per contro, nonostante le dimensioni assurde della crisi (la Germania ha, ad esempio, attualmente2 per un debito complessivo € 644.000.000.000), destinate ad essere sempre meno efficaci.

Qualsiasi soluzione al problema sembra trasformarsi di fatto in un problema ancora più grande e continuare ad aggravare ed approfondire la crisi economica, debitoria e finanziaria. Questa crisi3, con la prospettiva del crollo dell'ultima bolla finanziaria rimasta, cioè quella del credito statale con la minaccia dell'inflazione, potrebbe far apparire il Venerdì nero del 1929 come una piacevole passeggiata in una soleggiata Domenica di Pasqua. Pubblichiamo qui un colloquio con Ernst Lohoff e Norbert Trenkle del gruppo Krisis, che individuano nel loro libro “La grande svalutazione”4 la nostra epoca come il momento storico in cui l'economia borghese incontra i suoi limiti definitivi.



-Che cosa si capisce con Marx sulla crisi attuale5 meglio che con altri teorici?

Ernst Lohoff: Innanzitutto è necessario tenere presente il dibattito attuale sulla crisi, che è caratterizzato da una bizzarra discrepanza. Da un lato si afferma che si tratta di una crisi di “proporzioni storiche”, e ogni due settimane c'è un nuovo vertice alla fine del quale i principali leader annunciano che avrebbero salvato l'economia mondiale proprio poco prima della caduta definitiva. D'altra parte, però, le spiegazioni per questo drammatico sviluppo sono estremamente scarse. Il dibattito ufficiale sulla crisi si muove al livello dell'idraulico dilettante che ripara qua e là un paio di tubi, mentre al piano inferiore la cantina è allagata. Vengono discusse tutta una serie di misure finanziarie e tecnologiche, ma nessuno sa esattamente che cosa ne verrà fuori, perché manca un'analisi teoreticamente fondata del processo di crisi in corso.

Gli esperti delle dottrine economiche prendono apertamente atto del fallimento della loro disciplina. Per esempio, il professore di Harvard ed ex capo economista del FMI, Kenneth Rogoff, ha detto recentemente in una rivista di settore6, i molto eleganti modelli economici, che hanno dominato il mondo accademico per decenni, sono, in pratica, “molto, molto inutili. Quando il grande shock è arrivato, hanno dimostrato di essere senza valore”.


-A che cosa è dovuto questo fallimento totale?

Ernst Lohoff: Noi pensiamo che sia già nel modo di porre la questione. La questione fondamentale della nostra epoca di crisi è davvero evidente. Perché una società, la cui capacità produttiva è esplosa, dove cioè si può produrre una ricchezza infinita, si renderebbe conto che probabilmente “ha vissuto oltre le proprie possibilità”? La risposta a questa domanda si trova in Marx – sempre che lo leggiamo criticamente e contro l'interpretazione del marxismo tradizionale e della cosiddetta "Marx-Renaissance", a cui stiamo assistendo proprio adesso.

"Il capitale" di Marx non inizia con l'antagonismo tra capitale e lavoro, ma con la "forma elementare" della società capitalistica: la merce. Marx mostra che la contraddizione fondamentale si trova già proprio nella merce, ed è attraverso questa contraddizione che si possono spiegare le crisi del capitalismo in generale e la crisi attuale in particolare. È la contraddizione tra due diverse forme di ricchezza: la ricchezza materiale, che si esprime nella produzione di beni, e la ricchezza astratta, che viene rappresenta nella categoria del valore e gestita come denaro.

Sotto le condizioni del moderno modo di produzione delle merci, cioè nella società capitalistica, la ricchezza materiale viene sempre e solo prodotta nella misura in cui può anche esistere come valore, nella misura cioè in cui essa contribuisce alla valorizzazione del capitale. La produzione di beni è qui sempre e solo un mezzo per un fine, ad essa esterno, cioè al fine autoreferenziale di fare più soldi dai soldi. Se tale obiettivo non può essere soddisfatto in quanto l'impiego di capitale non trova sbocchi, si blocca anche la produzione di ricchezza materiale: vengono così distrutte merci perché non più vendibili, nonostante bisogni di masse enormi rimangano insoddisfatti. Ad esempio, le persone devono vivere in tende, mentre le loro case restano vuote, solo perché esse non sono più in grado di pagare i loro prestiti.

sabato 16 marzo 2013

EPIC intervista Emiliano Brancaccio su euro, austerità, MMT



Pubblicato da keynesblog il
Il gruppo EPIC (Economia Per I Cittadini) ha intervistato Emiliano Brancaccio, ricercatore e docente di Economia presso l’Università del Sannio.
Le cause della crisi europea, le divergenze tra paesi centrali e paesi periferici dell’Unione, gli ostacoli all’adozione di riforme in grado di contrastare le forze centrifughe in atto e la prospettiva di una implosione della zona euro. Una critica alla posizione di alcuni esponenti della Modern Money Theory favorevoli alle acquisizioni estere di capitali nazionali e un chiarimento sul fatto che esistono modi ben diversi di gestire una eventuale uscita dalla zona euro.

Papa Francesco, ma a noi donne che ci manca?

    
Papa Francesco, ma a noi donne che ci manca?

Pubblicato il 15 mar 2013

di Lidia Ravera -
Caro Francesco, mi rivolgo a Lei con la confidenza che merita, dato che, come narrano esultanti le umane gazzette, sa prendere l’autobus e cucinarsi due uova. Ho letto con dispiacere la sua dichiarazione a proposito del genere cui appartengo: “Le donne sono naturalmente inadatte per compiti politici. L’ordine naturale e i fatti ci insegnano che l’uomo è politico per eccellenza, le donne da sempre supportano il pensare e il creare dell’uomo, niente di più”.
Qual è, Francesco, quest’ordine naturale? Quello dei nostri corpi? Siamo inadatte alla politica perché abbiamo, incistato nella carne, il dispositivo che genera esseri umani? E questo dettaglio anatomico: ci situa al di sopra o al di sotto dell’agire politico? Quale lombrosiana divisione dei compiti ci condanna al ruolo di “supporter”? Lei davvero è convinto che apparteniamo a una razza inferiore, incompleta? E mancante di che cosa? Il pene? Il discernimento? Possiamo scegliere soltanto fra Maddalena e Maria, tertium non datur? Qual è la tara che ci rende indegne di esercitare quello che è un diritto di tutti i cittadini e le cittadine? colpa di Eva?
Per quanti millenni ancora dovremo pagare la libertà intellettuale, la curiosità che la rese disobbediente? (Risponda, la prego, visto che è un tipo alla mano).
dal Fatto quotidiano

Il problema è l'atterraggio

Rete dei Comunisti

Una storia si è chiusa. Una conclusione ampiamente prevedibile da parecchio tempo. Non riguarda solo le dimissioni delle Segreterie Nazionali di PRC e PdCI ma, più complessivamente, l’esaurirsi di una parabola storica iniziata con la nascita del PRC dopo la fine del PCI
 
Una storia si è chiusa. Questa conclusione, a dire il vero, era già ampiamente prevedibile e anche da parecchio tempo. Sia chiaro: non vogliamo – qui – fare riferimento esclusivamente alle dimissioni delle Segreterie Nazionali del PRC e del PDCI ma, più complessivamente, all’esaurirsi di una parabola storica iniziata con la nascita del PRC dopo la fine del PCI. Quando avvengono fatti di questa rilevanza non è mai solo una questione oggettiva ma sempre il suo combinarsi con quelle soggettive. Nessun comunista può mai essere sollevato quando vede il pezzo di una tradizione, cui lui stesso appartiene, scomparire nell’irrilevanza dell’attualità. Ma allo stesso tempo, la consapevolezza di essere dentro una battaglia lunga, aiuta a comprendere i passaggi di fase e lo smascheramento degli errori. Ovviamente pesantissimi, date le circostanze favorevoli in cui un’organizzazione comunista si trova in questo momento di crisi sistemica del modo di produzione capitalistico. Crisi che, come sottolineiamo da anni, è sistemica e non strutturale. Il capitale però sta sì su di un piano inclinato ma da solo non precipita. Davanti alle praterie sterminate che ci aspettano e in un momento in cui è molto più facile che non venti anni fa dirsi comunisti, aver preferito una linea politicista e non di organizzazione politica di rappresentanza del blocco sociale, è apparsa una scelta suicida. E, allora, affondiamo i piedi nel piatto. Che il risultato elettorale di Rivoluzione Civile sia stato negativo poco deve importare ai comunisti, nulla al paese.
Molto, invece, deve importare (ai comunisti, quanto al paese in generale, poiché le battaglie dei comunisti hanno sempre rappresentato una progressione anche all’interno della democrazia borghese) che questo risultato ha determinato la scomparsa, già durante la campagna elettorale, di un chiaro riferimento al movimento di classe. Nella lettera di dimissioni del gruppo dirigente del PRC si legge il rammarico per non essere riusciti «a far emergere il profilo antiliberista, di sinistra e popolare della lista, che è rimasta schiacciata tra le spinte al voto utile e quelle al voto di protesta.» Prima osservazione: la lista Rivoluzione Civile non aveva per nulla – ed era chiaro a tutti – i connotati di sinistra o popolari cui si è accennato e per questo era impossibile comunicarli. Seconda osservazione: al cospetto della crisi più grave che il modo di produzione capitalistico ha mai conosciuto non darsi, da comunisti, un profilo coerentemente anticapitalista (in realtà, a differenza del PRC, il PDCI dice di esserlo) ma limitarsi a un generico antiliberismo apparendo né più né meno dei liberali un po’ democratici, è incomprensibile. Ma ancora più stupefacente - e però indicativo delle ragioni della sconfitta - è il bollare (spregiativamente) «le spinte al voto utile e quelle al voto di protesta». Che cosa sarebbe, allora, il voto? Solo un pronunciamento etico? Un voto d’opinione? Roba da borghesia e da radicali.

L’uscita dall’euro trasformerebbe il deficit pubblico in un surplus

Intervista a Gennaro Zezza 

Forexinfo intervista Gennaro Zezza, professore associato presso l’Università di Cassino, e ricercatore presso il Levy Economics Institute degli Stati Uniti.

Tempo fa, abbiamo pubblicato sul nostro sito il suo contributo presente all’interno dell’ebook "Oltre l’austerità", dal titolo, Crisi dell’euro: invertire la rotta o abbandonare la nave?.

Oggi vi proponiamo l’intervista che abbiamo realizzato con il professore di Cassino.


1) Nel suo interessante contributo sulla crisi dell’euro, Lei parla di un’ideologia "neoliberista" che è alla base della suddetta crisi appunto. Ci può spiegare in cosa consiste?

R. Quando parlo di “ideologia neoliberista” mi riferisco alle idee politiche che hanno ottenuto consenso elettorale prima con Margaret Thatcher, nel Regno Unito alla fine degli anni ’70, e poi con Ronald Reagan negli Stati Uniti. Anche se l’ideologia neoliberista è più variegata, a mio avviso ci sono tre elementi di questa ideologia che sono alla radice della crisi attuale: il primo è l’idea che se una quota maggiore del reddito va ai ceti più abbienti (e ai profitti delle imprese), gli investimenti aumenteranno, l’economia fiorirà creando posti di lavoro, e l’aumento del benessere verrà diffuso a tutti (la cosiddetta trickle-down economics). Si è quindi provveduto a ridurre le aliquote di imposta sulle fasce più alte di reddito, e la quota dei profitti sul reddito prodotto è aumentata in tutti i Paesi industrializzati. Ma se il reddito di una piccola minoranza della popolazione è aumentato rapidamente, il reddito della famiglia mediana è rimasto al palo, spingendo le famiglie verso l’indebitamento vuoi per difendere il tenore di vita relativo, vuoi per potersi permettere servizi sempre più cari, in particolare (soprattutto negli Stati Uniti) sanità e istruzione.

Un secondo elemento del neoliberismo è l’idea che i mercati, in particolare i mercati finanziari, siano efficienti e in grado di governarsi da soli. Questo ha portato ad eliminare, prima negli Stati Uniti e poi altrove, la regolamentazione che impediva alle banche tradizionali di operare in mercati più speculativi. L’ideologia prevedeva che una minore regolamentazione avrebbe consentito di finanziare un maggior numero di investimenti riducendo il rischio. Nei Paesi che hanno deregolamentato, a fronte di famiglie desiderose di espandere le proprie spese indebitandosi, è aumentata la disponibilità di credito anche a soggetti che non offrivano adeguate garanzie, perché lo sviluppo del mercato dei derivati consentiva alla banca di passare ad altri il rischio dei “prestiti facili”.

Il terzo elemento dell’ideologia neoliberista è lo specchio del secondo: i mercati sono efficienti, mentre il settore pubblico è inefficiente, corrotto, sprecone. Va ridotta la presenza dello Stato nell’economia, per avere maggiore benessere.

A distanza di oltre trent’anni dal primo governo Thatcher, dovrebbe essere ormai possibile tracciare un bilancio del programma neoliberista, e constatarne il totale fallimento: le privatizzazioni non hanno aumentato l’efficienza nella fornitura dei servizi, ma hanno senz’altro aumentato le fortune di chi ha preso in gestione i mercati prima pubblici; la deregolamentazione dei mercati finanziari ha consentito che si arrivasse alla crisi dei mutui negli Stati Uniti, che si è trasmessa rapidamente in Europa, costringendo i governi ad intervenire per salvare le proprie banche, e contribuendo in questo modo alla esplosione dei deficit pubblici; infine, la concentrazione dei redditi nelle mani di pochi ha contribuito a tener bassa la domanda, e non si è tradotta in maggiori investimenti produttivi e in un aumento duraturo del benessere.

Nonostante questi fallimenti, mi sembra che le tre idee di cui ho parlato abbiano ancora un forte fascino in Italia. E anche i movimenti contro la “casta dei politici” che si propongono di smantellare gran parte delle strutture pubbliche di governo – invece di renderle efficienti – forniscono supporto al neoliberismo.

Mr. Full Monty, ovvero i salvataggi che han salvato gli altri

di Alberto Bagnai - sinistrainrete -

(aggiungiamo alla nutrita lista di autori del blog Alessandro "Torny" Guerani. Bei tempi quelli, quando si litigava... Sembra ieri... Ma non è detto che non si possa ricominciare)

Da Alessandro Guerani ricevo e (ritenendola impeccabile) pubblico questa cinica analisi della situazione:

Nonostante siano terminate le elezioni, con un risultato fra l'altro piuttosto chiaro su quello che pensano gli Italiani di certe idee strampalate, sui talk televisivi, su Twitter, ovunque, persino dentro al forno di cucina, a momenti, circola ancora la fola che il Governo Monti ci ha salvato dal default e ha rimesso in ordine i conti pubblici.
Vediamo di fare un po' di chiarezza su quello che è successo, cosa imprescindibile per capire cosa succederà o cosa potremo evitare che succeda (lo dico “ad usum ortotteri”).

“It's the same old story”

La prima parte della fola si smonta da sola: la stessa Commissione Europea ha certificato che il debito pubblico italiano è sempre (e ribadisco sempre) stato sostenibile e del resto lo affermava pure il Sen. Monti nei suoi ripetuti complimenti espressi su importanti organi di stampa nei riguardi del suo predecessore. Leggiamolo assieme: “Il ministro dell'Economia, di cui molti tendono oggi a dimenticare il merito di aver saputo mantenere un certo rigore di bilancio con un governo e una maggioranza poco inclini a tale virtù... ha deciso, con lucidità e rapidità, di imboccare una strada di redenzione o, in termini più asettici, di modifica di alcuni connotati di fondo che avevano caratterizzato, fin dall'inizio, l' impostazione di politica economica del governo.”
Quindi sinceramente non si capisce come il rigore di bilancio, così sapientemente applicato da Tremonti a detta dello stesso Monti, ci avrebbe portato nel giro di pochi mesi a correre il rischio di essere come la Grecia e di non poter pagare pensioni e stipendi pubblici. O meglio si capisce benissimo: è una balla che gli stessi dati di Bruxelles confermano.
Per comprendere cosa realmente è successo bisogna ricordarsi il “romanzo di centro e periferia”: nei paesi periferici arrivano i capitali, l'inflazione aumenta, la competitività cala, la bilancia dei pagamenti peggiora e alla fine non si hanno più i soldi per ripagare i capitali importati e gli interessi sugli stessi: si entra insomma nella spirale del debito estero.
Questa dinamica era ben presente ai nostri finanziatori, che, ricordiamoci, finanziano innanzitutto il debito privato, sì, la tua BMW (comprata con il convenientissimo prestito a tasso zero) e sì, pure la tua casa, che hai preso col mutuo.
Appena visto quello che era successo negli USA (vi ricordate vero il crack Lehmann ecc?) ecco che le banche estere, che prima prestavano con tranquillità sull'interbancario dell'Eurozona, all'improvviso rientrano dai loro finanziamenti e serrano i rubinetti. Avendo l'Eurozona un sistema di pagamenti interbancari unificato, che si chiama Target2, entrò in funzione immediatamente, in modo automatico, l'assistenza della BCE e del SEBC (Sistema Europeo Banche Centrali).

L’esercizio del credito nella Repubblica italiana

Stefano D'Andrea - sinistrainrete -

Molti si entusiasmano per l'Unione bancaria: sostengono che l'Unione bancaria sarebbe "una svolta". Per altri sarebbe un passaggio necessario, che tuttavia comporta rischi. Per tutti è un bene. Nessuno che dica: è una scelta politicamente o economicamente sbagliata. Invece, se la creazione dell'Unione bancaria sia costituzionalmente legittima, questo è un problema che non solleva nessuno.

Ed effettivamente non è un problema. Perché esiste una disposizione costituzionale così precisa, così calzante, così chiara, così bella, così completa, così profonda, capace di dire cose immense con poche parole, che non c'è proprio niente da discutere
"La Repubblica… disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito" (articolo 47 della Costituzione italiana).
La Repubblica disciplina il credito; non possono essere organi dell'Unione europea a disciplinare il credito; né possono essere soggetti privati. Le limitazioni della sovranità, previste dall'art. 11 della Costituzione, a parte ogni altra considerazione, possono riguardare soltanto l'esercizio della sovranità nell'ambito di ciò che è prescritto dalla Costituzione; non la possibilità di esercitare la sovranità delegata al di fuori della Costituzione.
Comunque l'Unione bancaria non ha nulla a che vedere con il mantenimento della pace e della giustizia tra le nazioni. Quindi in questa materia non è possibile alcuna limitazione della sovranità. Gli autori, anche autorevoli, che richiamano il presunto carattere "aperto" del nostro ordinamento finendo per giustificare ogni limitazione di sovranità (Merusi), non possono essere seguiti.
Né è costituzionalmente legittima la indipendenza della banca d'Italia (e a maggior ragione l'estraneità alla Repubblica – è estraneità e non solo indipendenza - della BCE). La politica monetaria spetta alla Repubblica, il coordinamento spetta alla Repubblica e il controllo spetta alla Repubblica. La Banca d'Italia deve agire sotto le direttive del Governo. La disposizione non avrebbe avuto senso se, come pure si sostiene (ancora Merusi), con il termine "Repubblica" avesse richiamato semplicemente lo stato-ordinamento. Invece richiama lo stato-apparato, anche perché a coordinare e controllare – salvo la fissazione dei principi e delle modalità, compiti che spettano certamente al legislatore – non possono che essere il Governo e l'amministrazione (nella prima e unica Repubblica, il CICR: Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio). Dunque, seppure non si voglia aderire all'antica opinione che leggeva nella proposizione che commentiamo la costituzionalizzazione della legge bancaria del 1936, tuttavia è certo che la vigente legislazione bancaria è incostituzionale.
L'art. 47 della Costituzione non si limita ad attribuire alla Repubblica una competenza che il legislatore non può trasferire ad altri soggetti, bensì, imponendo alla Repubblica di coordinare l'esercizio del credito, detta anche un vincolo contenutistico, sebbene di carattere negativo, relativo alla disciplina dell'esercizio del credito.
Infatti, nel disciplinare il credito, la Repubblica non può affidarlo al criterio della concorrenza, perché l'esercizio del credito va coordinato. La scelta dell'introduzione del principio di libera concorrenza, è scelta di non adempiere il dovere posto dai padri costituenti: dovere di coordinare il credito. Il Parlamento italiano non può privare il Governo del potere di coordinare, né può sottrarre se stesso al dovere di coordinare legiferando. Si coordinano entità diverse per un fine o in vista della realizzazione di più fini: quelli costituzionali. Scegliere la concorrenza come criterio regolatore significa rinunciare al coordinamento e rinunciare ai fini (costituzionali) in vista dei quali deve essere disciplinata e svolta l'attività di coordinamento. La scelta nichilistica è anticostituzionale.
La tesi secondo la quale l'art. 47 sottrarrebbe la materia dell'esercizio del credito (e quella della tutela del risparmio) all'art. 41, 3° comma, ossia alla riserva di legge relativa e quindi alla programmazione (ancora Merusi), è una petizione di principio che non poggia su alcun dato letterale. Secondo questa tesi, anzi, l'art. 47, sarebbe un prius, perché si potrebbe programmare soltanto sul fondamento della tutela del risparmio, tutela che consisterebbe nella lotta all'inflazione (le indicizzazioni, chi sa perché, sarebbero incostituzionali). Come questa "costruzione", che è vera a e propria "invenzione" e anzi sovrapposizione della disciplina di matrice europea alla disciplina costituzionale, sia compatibile con la promozione della piena occupazione – che questa dottrina riconosce essere uno dei lati del "quadrilatero" della costituzione economica – non è dato sapere.
Invero, il trasferimento di moltissime competenze è già avvenuto, in aperta violazione della Costituzione: la disciplina del credito è in gran parte eteronoma, sebbene recepita, per lo più, dal legislatore nazionale. I traditori dell'ultimo ventennio (governi tecnici – in realtà di centrosinistra – centrodestra e centrosinistra) hanno già rinunciato a disciplinare e coordinare il credito per la realizzazione dei fini costituzionali. Ma vogliono tradire ancora una volta, perorando la causa dell'Unione bancaria. La Repubblica "controlla l'esercizio del credito"; "controlla l'esercizio del credito"; "controlla l'esercizio del credito"; "controlla l'esercizio del credito".
Dissolvere l'Unione europea o comunque recedere dai trattati e tornare alla nostra costituzione economica. Questo è il proposito politico che ogni cittadino italiano deve avere. Non usciremo dalla crisi economica, senza tornare alla disciplina dei rapporti economici contenuta nella Costituzione

venerdì 15 marzo 2013

Il Papa cinese.

- megacip -

xijinping308x150di Riccardo Achilli - Bandiera Rossa.
Mentre l’attenzione del mondo è concentrata sull’elezione del nuovo Papa, in Cina avvengono cambiamenti di importanza enorme per il futuro geo-economico del mondo. Nell’economia che oramai rappresenta il 12% del PIL mondiale, percentuale che nel 2017 arriverà a più del 14%, viene eletto, dall’Assemblea Generale del Popolo, il nuovo Presidente della Repubblica, che a sua volta designa il nuovo vice presidente ed il nuovo primo ministro. Il nuovo leader cinese, Xi Jinping, 59 anni, corona in questo modo una carriera politica brillante, favorita dal cronico nepotismo che esiste nelle élite cinesi, e che privilegia, nell’ascesa al potere ed a posizioni prestigiose, i discendenti della prima guardia di rivoluzionari (tanto da coniare, per questo gruppo di privilegiati, spesso attivi in grandi giri di corruzione, il termine dispregiativo di “principi rossi”, o Taizi).
Con una fama di efficiente funzionario del capitale internazionale, guadagnata facendo crescere notevolmente gli investimenti diretti esteri nelle province in cui è stato governatore, questo ingegnere chimico ha fatto un lungo percorso da uomo di struttura del partito, entrando nel Politburo già nel 2002, per arrivare alla segreteria del partito a Shangai nel 2007, chiamato a fare un repulisti generale di una delle sezioni più corrotte del Pcc, ed infine a membro dell’ufficio politico, nonché primo segretario del Cc, presidente della scuola di partito e vice presidente nel 2008.
E’ considerato un grande protetto del suo predecessore Hu Jintao, leader che ha introdotto numerose riforme in senso liberista, pur preservando il modello di “socialismo cinese”, ed ha spostato l’attenzione delle politiche economiche verso un maggior benessere dei cittadini ed una migliore equità distributiva.
Il piano quinquennale 2011-2015, infatti, ha come obiettivi principali l’aumento dei consumi e il miglioramento dello standard di vita del lavoratore medio, attraverso una crescita maggiormente rivolta all’inclusione sociale e più sostenibile sotto il profilo della tutela dell’ambiente, nonché l’aumento delle importazioni, per migliorare anche la qualità del paniere dei consumi dei cittadini cinesi, accettando di fatto un rallentamento della crescita economica impetuosa di questi anni.
E’ quindi una strategia che punta più sulla qualità, inclusività e sostenibilità dello sviluppo che sulla crescita quantitativa, modificando profondamente le priorità sino a quel momento seguite dalla dirigenza cinese.
Xi Jinping sembra voler rappresentare la continuità con tale strategia del predecessore. A sorpresa, infatti, silura il conservatore Liu Yunshan, che nei pronostici era il favorito fra i vice presidenti, a favore di Li Yuanchao, un riformista, e soprattutto sceglie come premier Li Keqiang, esponente di spicco della corrente Tuanpai del partito (una corrente riformista relativamente indipendente dal capitalismo finanziario internazionale), che si è più volte è pronunciato per attuare progetti di ristrutturazione dell'economia cinese, soprattutto in campo sociale (con la concessione di diritti e l'aumento dei salari), mentre il modello economico eccessivamente sbilanciato sulle esportazioni, ha compresso, sempre secondo Li, i diritti dei cittadini, costringendoli a regimi di lavoro insostenibili.
Evidentemente la Cina sta entrando nella fase di maturità del suo percorso di sviluppo, quella in cui, tipicamente, si supera l’ossessione per la crescita quantitativa e si mira al miglioramento del tenore e della qualità della vita e dell’equità distributiva.
Tale cambiamento risponde alle aspettative di centinaia di milioni di cinesi, soprattutto dei giovani che entrano nel mercato del lavoro, e che non hanno intenzione di imitare la vita di sudore e sacrifici condotta dai padri (a tal proposito, stanno aumentando fenomeni come l’abbandono, da parte dei figli, dell’impresa familiare creata dai genitori, o addirittura un fenomeno di dimissioni volontarie dal posto di lavoro, da parte di giovani che preferiscono avere tempo libero per sé stessi piuttosto che sacrificarlo alla carriera professionale).
Risponde anche all’esigenza di riequilibrare un modello di sviluppo che si è concentrato nelle grandi aree urbane e nella fascia costiera, creando un enorme squilibrio con le zone rurali interne, ancora molto povere, e pericolose tensioni, spesso sfocianti in un inurbamento disordinato di popolazione rurale in cerca di fortuna, spesso arruolata in lavoretti sottopagati nell’edilizia, e che rischia di scardinare lo stesso modello economico e sociale cinese.
Tale svolta serve anche a raffreddare la congiuntura interna, che per l’eccessiva crescita registrata negli anni passati, ha corso pericoli inflazionistici (con l’indice dei prezzi al consumo che ha raggiunto una crescita dell’8,8% a febbraio 2008) con la conseguente minaccia di gonfiamento di una pericolosa bolla sui valori immobiliari, che rischiava di trascinare il Paese nello stesso baratro di crisi finanziaria dell’Occidente.

Bruxelles, la protesta nel cuore della Troika




Dopo l'austerity tour del 13 marzo, il 14 è stata la giornata delle manifestazioni. Al concentramento indetto dal sindacato belga hanno partecipano migliaia di lavoratori e attivisti arrivati da mezza Europa. Il corteo ha sfilato per il centro di Bruxelles in contemporanea allo svolgimento del vertice dei primi ministri UE. Alla fine della manifestazione, partecipata da oltre 10,000 persone, centinaia di attivisti dei movimenti con lavoratori e sindacalisti delle aziende in lotta hanno occupato gli uffici della Direzione Generale EcFin. All'uscita un ingente schieramento di agenti in assetto antisomossa ha circondato gli occupanti e arrestato circa trenta persone. Nella notte tutti vengono rilasciati con una denuncia penale.

Jorge Bergoglio ...

Fonte: donvitaliano.it
 .... e il suo passato vicino alla dittatura argentina
Il 23 Maggio 2006, sul sito del prete 'no global' Don Vitaliano della Sala, viene pubblicato un articolo sul "passato oscuro" del nuovo Papa Bergoglio. "Questo cardinale poteva essere papa!" è la prima frase che si legge. Dopo quasi 8 anni è successo davvero.

Ecco l'articolo:

23 Maggio 2006
Il lato oscuro del cardinal Bergoglio!

Il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, presidente dei vescovi argentini, nonché tra i più votati, un anno fa, nel conclave Vaticano che ha scelto il successore di Giovanni Paolo II, è accusato di collusione con la dittatura argentina che sterminò novemila persone. Le prove del ruolo giocato da Bergoglio a partire dal 24 marzo 1976, sono racchiuse nel libro L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, del giornalista argentino Horacio Verbitsky, che da anni studia e indaga sul periodo più tragico del Paese sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi attraverso ricerche serie e attente.
I fatti riferiti da Verbitsky. Nei primi anni Settanta Bergoglio, 36 anni, gesuita, divenne il più giovane Superiore provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina. Entrando a capo della congregazione, ereditò molta influenza e molto potere, dato che in quel periodo l’istituzione religiosa ricopriva un ruolo determinante in tutte le comunità ecclesiastiche di base, attive nelle baraccopoli di Buenos Aires. Tutti i sacerdoti gesuiti che operavano nell’area erano sotto le sue dipendenze. Fu così che nel febbraio del ’76, un mese prima del colpo di stato, Bergoglio chiese a due dei gesuiti impegnati nelle comunità di abbandonare il loro lavoro nelle baraccopoli e di andarsene. Erano Orlando Yorio e Francisco Jalics, che si rifiutarono di andarsene. Non se la sentirono di abbandonare tutta quella gente povera che faceva affidamento su di loro.
La svolta. Verbitsky racconta come Bergoglio reagì con due provvedimenti immediati. Innanzitutto li escluse dalla Compagnia di Gesù senza nemmeno informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi giorni dopo il golpe, furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti, quella revoca fu il segnale per i militari, il via libera ad agire: la protezione della Chiesa era ormai venuta meno. E la colpa fu proprio di Bergoglio, accusato di aver segnalato i due padri alla dittatura come sovversivi. Con l’accezione “sovversivo”, nell’Argentina di quegli anni, venivano qualificate persone di ogni ordine e grado: dai professori universitari simpatizzanti del peronismo a chi cantava canzoni di protesta, dalle donne che osavano indossare le minigonne a chi viaggiava armato fino ai denti, fino ad arrivare a chi era impegnato nel sociale ed educava la gente umile a prendere coscienza di diritti e libertà. Dopo sei mesi di sevizie nella famigerata Scuola di meccanica della marina (Esma), i due religiosi furono rilasciati, grazie alle pressioni del Vaticano.

giovedì 14 marzo 2013

L'Europa stanca di questo capitalismo

Fonte: Lib21 | Autore: Jakob Augstein             
Jakob Augstein, columnist progressista, su Der Spiegel ribalta le offese di Steinbrück e attacca la leadership tedesca: dell’Europa non abbiamo ancora capito nulla.
E se i veri clown d’Europa fossero i nostri leader politici?
Un voto svizzero contro l’avidità e un voto di protesta in Italia: l’Europa è stanca di questo capitalismo. Solo i tedeschi non l’hanno ancora capito. Steinbrück sicuramente no.
In Svizzera i cittadini hanno votato contro l’arricchimento illimitato dei manager. In Italia un governo di tecnocrati è stato bocciato dagli elettori. C’è un populismo della ragione che si chiama democrazia. La gente è stanca del capitalismo che distrugge la società. L’indignazione è cresciuta, e monta la rabbia. Prima di tutto contro i tedeschi. Ma questi continauno a preoccuparsi solo dei loro soldi e offendono.
La storia del clown ci mostra: ancora una volta il candidato cancelliere della SPD non capisce che cosa sta succedendo in Europa. La Germania è diventata un problema europeo – e Peer Steinbruck non è la soluzione.
Fortunata la Svizzera! A volte bisogna invidiare il paese e la sua democrazia. In un referendum popolare gli svizzeri lo scorso fine settimana hanno fermato la follia crescente dei bonus, delle buone uscite e degli stipendi: in futuro saranno gli azionisti a decidere, e non piu’ i manager. Saranno vietat iI bonus all’ingresso e le buonauscite milionarie. Hanno avuto il coraggio di fare qualcosa, gli svizzeri.
L’austerità di Merkel è un inferno
Lo mostrano anche le reazioni alle elezioni italiane. Le “condizioni non sono chiare”, è stata la prima risposta dei mercati. Sono i veri sovrani e si comportano come tali. Moody’s ha minacciato un declassamento del merito di credito. E anche il mercato obbligazionario ha reagito: “l’Italia in cambio del caos elettorale ha ricevuto una fattura con interessi piu’ alti da pagare”, ha riferito la Deutsche Presseagentur. Perché per molti giornalisti è normale che siano “i mercati” a rilasciare una ricevuta alla politica.
Una domanda: perché allora non sono i mercati finanziari a eleggere direttamente i governi? In verità succede già da molto tempo. Il professore di economia Mario Monti in Italia e il banchiere centrale Loukas Papademos in Grecia erano tecnocrati insediati dai mercati – e da Angela Merkel.
La cancelliera tedesca ha incatenato alla sua disastrosa ideologia del risparmio l’intero continente. “Austerità”, suona bene e sembra ragionevole. Ma in verità è l’inferno. Le misure di austerità fanno crollare l’economia. In questo modo si aumenta il peso del debito. E non si crea fiducia. Il denaro pero’ è una questione di fiducia. Il saggio Wolfgang Münchau qualche giorno fa sempre su Der Spiegel ha scritto: “viene chiamata anche trappola del debito. Non se ne esce senza l’aiuto esterno. E piu’ ci si dimena, piu’ si scivola in profondità”.
Non è solo il “nostro Euro”
Gli europei sono sempre piu’ stanchi di Merkel e dei mercati. “Il sogno tedesco è l’incubo europeo”, ha scritto il quotidano “Le Monde”. Appena 25 anni dopo aver riconquistato la piena sovranità, la Germania in Europa si ritrova sulla via dell’isolamento politico.
Questa è l’eredità politica di questa cancelliera. Merkel non ha capito che l’Europa è un progetto politico. Non un progetto contabile. Non ha saputo spiegare ai tedeschi che cosa l’integrazione significhi: non solo gli altri dovranno integrarsi. Anche noi. “Schock dopo le elezioni italiane. Distruggeranno il nostro Euro?”, scriveva l’edizione online della Bild-Zeitung. E qui c’è proprio un malinteso. Non è solo il “nostro” Euro.
Probabilmente il quotidiano popolare riesce a intercettare lo stato d’animo dei cittadini. E’ come se i tedeschi non capissero che cosa c’è attualmente in gioco. Assistono all’indebolimento morale del loro sistema sociale con una strana indifferenza. Il movimento Occupy, che due anni fa ha avuto un forte successo, si è spento rapidamente, e nessuno sente la loro mancanza. La tassa sulle transazioni finanziarie, di forte importanza simbolica, viene frenata dal piccolo partito della FDP.
Ma anche lo sfidante di Merkel, Peer Steinbrück, non è certo colui che spiegherà ai tedeschi l’importanza dell’Europa. Non riesce nemmeno a comprendere che cosa sta succedendo intorno a lui. Steinbrück ha offeso il vincitore delle elezioni Grillo chiamandolo “Clown”, ma non ha nessuna idea delle condizioni italiane.
Dove dominano la corruzione, la criminalità e la cleptocrazia il clown probabilmente è la sola alternativa ragionevole. Ma Grillo non è un clown. E’ un moralista. Nella politica italiana non si è abituati – e nemmeno in quella tedesca. Le sue richieste – limite al numero di mandati, riduzione dei parlamentari, legge contro il conflitto di interesse dei politici – sono tutt’altro che clownesche. E i “grillini” che stanno per entrare in Parlamento, non sono tecnocrati o lobbysti, piuttosto eletti nel senso migliore del termine.
Se Steinbrück fosse un socialdemocratico, avrebbe almeno un po’ di simpatia per questi uomini e donne e augurerebbe loro un po’ di fortuna per il difficile cammino che li attende.
Il sociologo Oskar Negt ha scritto: “Il presente soffre di una cronica malnutrizione dell’immaginazione produttiva”. Per la Germania è una frase perfetta. Ma per fortuna non per tutta l’Europa.

Berlusconi salvato da Napolitano… e dall’Europa

GIORGIO CREMASCHI –

gcremaschi
- micromega -
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano comprende Berlusconi e vuole garantirne il ruolo politico, nonostante i reati di cui egli è accusato. Non c’è da stupirci, questa è l’Europa reale che ci governa.
Che c’entra l’Europa? Ma davvero si crede che le istituzioni europee, di cui il Presidente della Repubblica è fermo sostenitore, siano interessate alla moralizzazione della vita pubblica italiana?
Guardiamo alla Grecia. Là il governo che piace alle istituzioni europee è quello che ha accettato quei memorandum, imposti dalla Troika, che hanno ridotto alla fame la maggioranza della popolazione.
Per giustificare quei brutali ordini di massacro sociale, i sostenitori della politica della Banca e della Commissione europee e del Fondo Monetario Internazionale, hanno spesso affermato che la Grecia paga così i duri costi della politica dissennata dei governi corrotti che si sono succeduti prima della crisi.
Già ma chi governa lì adesso? Proprio quei due partiti di centrodestra e centrosinistra che si sono alternati nella guida del paese. E il capo attuale del governo appartiene a quel centro destra accusato di aver falsificato i conti per entrare nell’euro.
Gli incendiari sono stati nominati pompieri e alle istituzioni europee questo va benissimo, purché siano il popolo greco a pagare e le banche a guadagnare.
Nulla da stupirsi dunque se il Presidente della Repubblica difende un pluri incriminato nel nome della governabilità. Questo non è un evento che viene solo dai percorsi della sinistra riformista e dalla sua storica subalternità alla cultura politica di Craxi e dei suoi discepoli.
C’è il potere europeo di mezzo, quel potere che ci ha imposto il governo Monti invece di farci votare più di un anno fa, quel potere che ora festeggerebbe se ci fosse la continuità della stessa maggioranza che quel governo ha sostenuto.
Il Presidente della Repubblica non ha avuto nulla da obiettare al vergognoso mancare di parola del governo italiano con l’India, una delle grandi potenze emergenti del mondo, atto che ci costerà caro sul piano degli affari oltre che su quello politico e morale.
Il Presidente della Repubblica tutela il diritto di Berlusconi a fare politica, nonostante questi sia sottoposto a processi che in altri paesi europei lo avrebbero già posto fuori dalle istituzioni.
Non è autonomia o orgoglio nazionale tutto questo, è obbedienza ai signori dello spread. Che furbescamente Berlusconi ricatta, minacciando la crisi totale se non viene, per l’ennesima volta, salvato.
Smettiamola quindi di considerare le istituzioni europee l’antidoto a Berlusconi. Quelle istituzioni hanno un solo interesse, che in Italia si continui a pagare come in Grecia. Se la casta garantisce la continuità dell’austerità e del massacro sociale, che viva la casta.
Questa è l’Europa che il Presidente della Repubblica difende e da qui la tutela offerta a Berlusconi. Se vogliamo cambiare, dobbiamo sapere che la liberazione dalla casta e dall’Europa dell’austerità sono la stessa cosa.
Giorgio Cremaschi
(13 marzo 2013)

Il papa buono ...

... visto da Buenos Aires

L’ascesa del cardinal Bergoglio al soglio pontificio affonda le sue radici nell’epoca più nera del suo paese, quella delle torture, dei bambini rubati alle madri sovversive e dei desaparecidos gettati agli squali. A macchiare l’immacolata carriera di un Papa che ieri ha sorpreso e commosso il mondo, ci sono testimonianze e accuse precise quanto atroci: la consegna, o almeno la rinuncia a tentare di salvare dalle mani dei carnefici due giovani sacerdoti gesuiti impegnati nel lavoro di base e sequestrati per cinque mesi nel 1976. Orlando Yorio e Francisco Jalics furono rinchiusi e torturati nella Esma, la palestra più nota e crudele delle torture dei militari. Ai giudici argentini, Bergoglio ha raccontato una versione dei fatti che non ha mai convinto. E non convince nemmeno Horacio Verbitsky che ci racconta chi è e come si muoverà un pontefice che sorprenderà solo chi non vuole conoscere il suo passato
di Horacio Verbitsky*
Jorge Mario<br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br />
Bergoglio

Tra le centinaia di chiamate e di mail che ho ricevuto, ne scelgo una. “Non ci posso credere. Sono tanto angustiata e infuriata che non so cosa fare. Ce l’ha fatta, è riuscito a ottenere quello che voleva. Vedo ancora Orlando in sala da pranzo, qualche anno fa, che dice: ‘Lui vuole essere papa’. È la persona indicata per tappare il marciume. È un esperto nel tappare. Il mio telefono non cessa di squillare, Fito mi ha chiamato piangendo”.
È il messaggio di Graciela Yorio, la sorella del sacerdote Orlando Yorio, che denunciò Bergoglio come responsabile del suo sequestro e delle torture che subì per cinque mesi del 1976. Il Fito che l’ha chiamata sconsolato è Adolfo Yorio, suo fratello. Entrambi hanno dedicato molti anni della loro vita a dar seguito alle denunce di Orlando, un teologo e sacerdote terzomondista che è morto nel 2000 sognando l’incubo che ieri si è fatto realtà. Tre anni dopo, il suo incubo è stato designato arcivescovo coadiutore di Buenos Aires, cosa che preannunciava cosa sarebbe avvenuto dopo.
Orlando Yorio non arrivò a conoscere la dichiarazione di Bergoglio davanti al Tribunale Oral Federal 5. Lì Bergoglio disse che solo di recente aveva saputo dell’esistenza di bambini rubati alle famiglie dopo la fine della dittatura. Ma il Tribunale Oral Federal 6, che ha giudicato il piano sistematico di appropriazione dei figli dei detenuti-desaparecidos, ha ricevuto documenti che indicano che già nel 1979 Bergoglio era ben informato ed era intervenuto almeno in un caso su richiesta del superiore generale, Pedro Arrupe. Dopo aver ascoltato il resoconto dei familiari di Elena de la Cuadra, sequestrata nel 1977, mentre si trovava al quinto mese di gravidanza, Bergoglio le consegnò una lettera per il vescovo ausiliare di La Plata, Mario Picchi, chiedendole di intercedere presso il governo militare. Picchi verificò che Elena aveva dato alla luce una bimba, che fu regalata a un’altra famiglia. “Ce l’ha una coppia per bene e non ci sarà modo di riaverla”, disse alla famiglia. Nella dichiarazione scritta, in occasione della causa dell’Esma per il sequestro di Yorio e dell’altro gesuita Francisco Jalics, Bergoglio ha detto che nell’archivio episcopale non c’erano documenti sui detenuti-desaparecidos. Ma chi gli è subentrato, l’attuale presidente, José Aranceto, ha inviato alla giudice Martina Forns una copia del documento che ho pubblicato qui, quello sulla riunione tra il dittatore Videla e i vescovi Raúl Primatesta, Juan Aramburu y Vicente Zazpe. In quella riunione, essi parlarono con straordinaria franchezza sull’eventualità di dire o non dire che i detenuti-desaparecidos erano stati assassinati, perché Videla voleva proteggere quelli che li avevano uccisi. Nel suo classico libro “Chiesa e dittatura”, Emilio Mignone lo cita come paradigma di “pastori che consegnarono le loro pecore al nemico senza difenderle né riscattarle”. Bergoglio mi ha raccontato che in una delle sue prime messe come arcivescovo vide Mignone e fece per avvicinarlo al fine di dargli qualche spiegazione ma il presidente e fondatore del Cels alzò la mano facendogli capire che non voleva essere avvicinato da lui.
Non sono sicuro che Bergoglio sia stato eletto per tappare il marciume che ha ridotto all’impotenza Joseph Ratzinger. Le lotte interne della curia romana seguono una logica tanto inaccessibile che i fatti più oscuri possono essere attribuiti allo spirito santo. Che essi siano gli intrighi finanziari per i quali la Banca del Vaticano è stata esclusa dal clearing internazionale perché non osserva le regole indispensabili al controllo sul riciclaggio del denaro. Oppure per le pratiche pedofile, diffuse in quasi ogni paese del mondo, che Ratzinger aveva coperto dal Santo Uffizio e per le quali ha chiesto poi perdono come pontefice. Non mi stupirebbe nemmeno che, scopa in mano e con le sue scarpe consumate, Bergoglio intraprendesse una crociata moralizzatrice per ripulire i sepolcri apostolici.

Povero paese

- Beppe Grillo -
Povero Paese dove deputati e senatori della Repubblica si umiliano in gruppo per il loro padrone e occupano un tribunale della Repubblica senza che nessuno intervenga, senza il minimo pudore. Come faranno a guardarsi in faccia?
Povero Paese dove nel dopo elezioni si discute solo di alleanze, di poltrone, di cariche, di spartizioni e non di economia, di lavoro, di soluzioni ai problemi quotidiani.
Povero Paese con l'informazione peggiore (di gran lunga) dell'Occidente che usa il suo potere per infangare chiunque voglia il cambiamento, la trasparenza, la pulizia morale.
Povero Paese dove un presidente della Repubblica invece di andare in prima serata in televisione a condannare un atto eversivo di portata enorme come la triste sfilata di parlamentari negli uffici giudiziari, riceve Alfano (ex ministro della Giustizia...) al Quirinale il giorno dopo.
Povero Paese dove da vent'anni non esiste opposizione, ma un inciucio alla luce del sole, con un pdmenoelle incapace di pronunciarsi immediatamente sull'attacco alla magistratura di Milano, loro che volevano smacchiare i giaguari.
Povero Paese dove il Monte dei Paschi di Siena è scomparso dall'informazione, il più grande scandalo economico della Repubblica relegato in una nota a piè pagina.
Povero Paese dove nessuno si prende la responsabilità dello sfascio economico e morale, non il pdl, non il pdmenoelle, non le istituzioni, non le authority che dovevano vigilare, sembra che l'Italia sia stata governata da fantasmi. Un Paese senza colpevoli.
Povero Paese dove sui giornali e sulle televisioni dei partiti la verità è stravolta, il boffismo è consuetudine, e nessun organismo internazionale, a iniziare dalla UE si sente in obbligo di intervenire.
Povero Paese dove la legge elettorale è in mano ai partiti che la usano, la modificano, la stravolgono per la loro convenienza e non per dare una vera rappresentanza ai cittadini.
Povero Paese dove il governo si è sostituito per un decennio al Parlamento (formato da "nominati" dai segretari di partito dopo un osceno mercato delle vacche) e legifera a colpi di decreti legge.
Povero Paese che si dice democratico, dove le leggi popolari, come Parlamento Pulito, non sono neppure discusse e i risultati dei referendum ignorati.
Povero Paese in ostaggio degli interessi di tanti, di troppi, ma non del popolo italiano.
Ora siamo a una svolta. Gli italiani lo hanno capito.

mercoledì 13 marzo 2013

Berlino elimina le tasse universitarie ...

.... Ma ai Pigs dice di aumentarle

Il governo della Baviera decide di abolire le tasse d'iscrizione agli atenei. I movimenti studenteschi cantano vittoria. Altrettanto non possono fare quelli dei paesi che obbendendo a Berlino rendono il loro sistema d’istruzione sempre più selettivo.
educationdi Marco Santopadre - Contropiano.
Da tempo l’Ocse e le istituzioni europee raccomandano all’Italia, alla Spagna, alla Grecia di aumentare le tasse universitarie e di rendere più selettivi i sistemi di istruzione superiore. Ma Berlino fa esattamente il contrario. E’ quindi spiegabile il silenzio, e l’imbarazzo, dei media italiani. La notizia è la seguente: la Baviera ha deciso di sopprimere del tutto le tasse universitarie a partire dal prossimo anno accademico. Quindi in Baviera – la seconda regione tedesca per popolazione - dal prossimo anno non si pagherà quasi nulla per accedere ai corsi universitari, diventando così il quattordicesimo Land della Repubblica Federale ad aver abolito una spesa alla quale gli studenti – e soprattutte le loro famiglie – rinunceranno volentieri.

La decisione è stata adottata dal governo formato dalla coalizione tra socialcristiani della Csu – costola di destra del partito di Angela Merkel – e dai liberali della Fdp, andando incontro ad una legge d’iniziativa popolare che ha raccolto finora l’adesione di 1.350.000 cittadini, ben il 14,3% della popolazione totale del Lander. Se il parlamento regionale non dovesse approvare la misura la proposta di legge verrebbe comunque sottoposta a referendum popolare.
“Chi pagherà?” si chiedono i detrattori del provvedimento, in particolare i rettori e i consigli d’amministrazione degli atenei.
Il governo - come è giusto che sia - stanziando una cifra pari a circa 220 milioni di euro. Gli studenti, come in altre regioni tedesche, dovranno sborsare circa 400 euro all’anno per coprire alcuni quote amministrative di iscrizione, che tra l’altro danno diritto a sconti consistenti per accedere ai trasporti pubblici e a numerose attività culturali.
Come se non bastasse, il governo di centrodestra bavarese ha anche deciso di diminuire le tasse d’iscrizione alla scuola dell’infanzia e di aumentare quindi la quota del bilancio destinata alle spese per l’istruzione, fino a un miliardo di euro.
I movimenti studenteschi e i partiti della sinistra, da anni impegnati in una mobilitazione per la diminuzione delle tasse universitarie, cantano giustamente vittoria. L’applicazione della cosiddetta ‘riforma’ denominata Piano Bologna ha provocato anche in Germania un’ondata di proteste e manifestazioni. Come nel resto dell’Europa, centinaia di migliaia di studenti sono scesi in piazza, hanno occupato scuole e atenei, hanno protestato davanti alle sedi istituzionali. Tanto che in molte regioni la Bildungstreik (lo "sciopero della formazione") è stato il movimento di protesta più partecipato degli ultimi anni.
Ed ora di fatto dei 16 Länder tedeschi solo in due si pagano le tasse universitarie. Questo mentre Berlino, all’interno degli organi politici di governo dell’Unione Europea insiste e ottiene da Roma, Atene e Madrid l’aumento delle gabelle imposte agli studenti per accedere alla formazione superiore. Processo che, in tutti i Pigs, ha già espulso dal sistema universitario decine di migliaia di giovani appartenenti alla fasce meno abbienti della popolazione, già alle prese con una gravissima crisi economica e quindi impossibilitati a pagare migliaia di euro per ottenere titoli di studio spesso inservibili in un mercato del lavoro sempre più precario e deregolamentato.

Fonte: http://www.contropiano.org/esteri/item/15123-berlino-elimina-le-tasse-universitarie-ma-ai-pigs-dice-di-aumentarle.

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