Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

martedì 23 ottobre 2012

La singolare malattia della Monti-dipendenza

 
di Francesco Mario Agnoli - Fonte: Arianna Editrice

Chissà se gli italiani cominceranno a liberarsi dalla singolare malattia della Monti-dipendenza adesso che con la legge di stabilità il governo tecnico ha palesemente “toppato” o, per dirla altrimenti, è stato colto con le mani nella marmellata per avere fatto ricorso ad uno di quei mezzucci di cattura del consenso che sembravano appannaggio esclusivo di una deteriore classe politica. Che altro è difatti la mini riduzione dell'Irpef per i due scaglioni più bassi se non un tentativo di gettare fumo negli occhi? Il modesto beneficio, che secondo Monti dovrebbe costituire la prova della propensione del governo alla riduzione della pressione fiscale non appena se ne affacci la possibilità, è, difatti, accompagnato dall'aumento di un punto dell'Iva. Un aumento che, secondo i calcoli degli esperti, non solo pareggia, ma supera il beneficio Irpef anche per i contribuenti che ne usufruiscono e, soprattutto, colpisce senza compensi tutta la vasta area esente da Irpef per insufficienza del reddito (circa 8 milioni di cittadini, che è corretto definire “poveri”).
Intendiamoci; la recessione economica non è colpa di Monti e va attribuita a fattori (la globalizzazione anzitutto) di molto anteriori alla intronizzazione per mano di Napolitano del governo tecnico. Monti e i suoi ministri hanno soltanto la funzione di fare accettare, se non con gradimento, con rassegnazione, provvedimenti che avrebbero provocato ben più dure reazioni in caso di varo da parte del governo Berlusconi e, in realtà, di qualunque governo politico (di qui la decisione di non sostituirlo immediatamente con un governo Bersani).
Questo in realtà l'hanno capito tutti, ma non tutti (anzi pochi) sembrano rendersi conto che nulla cambierà in meglio quando Monti passerà la mano (se pure lo farà) a un politico, perché le cause della crisi economica sono tuttora vigorosamente all'opera.
Mi auguro di essere cattivo profeta, ma in fondo al tunnel non s'intravede affatto la luce vagheggiata (o vaneggiata) da Monti, ma una situazione destinata a divenire per lungo o lunghissimo tempo la nuova realtà dell'Italia e dell'Europa: una realtà che fino a pochi anni fa avremmo definito da “terzo mondo”. Prendiamo la riforma delle pensioni, adesso calcolate e liquidate per rendere il sistema sostenibile sulla base dei contributi versati, il che già di per sé comporta una netta riduzione degli importi rispetto al precedente sistema retributivo. Non per nulla già da qualche anno i lavoratori vengono sollecitati a munirsi di forme integrative di previdenza e a tal fine si sono proposte varie forme volontarie di fondi-pensione. Purtroppo è fin d'ora certo che, per effetto della crisi e della conseguente difficoltà di trovare un lavoro stabile (o, peggio, una qualunque occupazione remunerata), in particolare le giovani generazioni (ma non solo loro) avranno pensioni al limite del livello di sopravvivenza, che in nessun modo potranno integrare. Difatti i lunghi periodi di disoccupazione da un lato incidono negativamente sull'importo dei contributi versati, dall'altro non consentono di destinare parte dei propri guadagni alla previdenza alternativa. Insomma il cane si morde la coda e non ci prova gusto.
Al momento la situazione sociale è (quasi) sotto controllo non per merito di Monti, che anzi con il continuo aumento del costo della vita gioca all'amico del giaguaro, ma perché le generazioni da poco approdate alla pensione o sul punto di farlo hanno avuto la possibilità di risparmiare e possono dare una mano a chi il lavoro lo sta ancora cercando (e non lo trova o ha rinunciato).
Tuttavia questi “anziani” relativamente fortunati non dureranno in eterno e in ogni caso la loro capacità economica e, quindi, di sostegno ai giovani, già intaccata da una esorbitante pressione fiscale, è destinata a diminuire di anno in anno, perché le pensioni, d'oro o di rame che siano, non vengono adeguate ai reali aumenti del costo della vita.
L'inevitabile approdo è una generalizzata carenza di mezzi (vogliamo chiamarla col suo nome: povertà?), nella quale quasi per tutti diviene essenziale, in particolare nei momenti difficili (malattie, vecchiaia ecc.), il ricorso ai servizi pubblici, invece a loro volta oggetto di provvedimenti incidenti in negativo sul numero e l'efficienza delle prestazioni (si pensi ai continui tagli alla Sanità).
Scarse le speranze di un'inversione di tendenza, dal momento che alla recessione economica si accompagna (l'ha anzi preceduta e si pone come una delle sue cause) la crisi della società civile che, malata di individualismo amorale, si mostra incapace di reagire e assiste immobile e passiva alla disgregazione di se stessa.

Il prezzo della richiesta d’aiuto alla Bce

- rifondazione -
di Alfonso Gianni
Nel suo quarto, e ultimo per l’anno in corso, Rapporto di previsione presentato recentemente a Bologna, Prometeia si interroga se sia possibile per il nostro paese evitare di richiedere l’aiuto della Bce. La sua risposta è non solo negativa, ma costituisce addirittura un invito al nostro governo a farlo il più presto possibile e comunque prima della Spagna.
Il ragionamento dei ricercatori del noto istituto di ricerca si fonda sulla convinzione che il rispetto dei vincoli impostici dal fiscal compact, ratificato questa estate dal nostro parlamento, comporti una riduzione dei rendimenti dei nostri titoli a lunga scadenza.
Ciò deriverebbe dalla riduzione del differenziale fra Btp e Bund tedeschi, il famoso spread, che dovrebbe situarsi sotto i 300 punti base nel 2014 per attestarsi attorno ai 200 alla fine del 2015.
Tuttavia Prometeia è scettica sulla possibilità che l’Italia possa farcela da sola. Come si vede la valutazione è molto distante da quella orgogliosamente avanzata dal ministro Grilli. Infatti, dice Prometeia, la struttura economica dell’Italia è troppo fragile per fare tutto da sola ed è esposta a ogni refolo di vento contrario. Come si sa le previsioni sono fosche. Anche se Prometeia assicura che abbiamo toccato il fondo del barile e che quindi non possiamo che rimbalzare verso l’alto, tutto ciò avverrebbe molto lentamente. Nel 2013 si dovrebbe avvertire una stentatissima ripresa, fondata soprattutto sul rallentamento della caduta della produzione industriale. Ma l’anno si chiuderebbe ugualmente in negativo, con un -0,3%, quindi a livelli ben lontani dalla situazione pre crisi, quella anteriore al 2007.

Né il 2014, nel quale si prevede una crescita del Pil di un punto, né il 2015 con il suo punto e mezzo in più, hanno la forza di farci sognare. Nel frattempo, anche se non ci sono ancora annunci ufficiali, si può prevedere che Draghi riduca di un altro quarto di punto il tasso di cambio, giungendo allo 0,50. Il che sarebbe un bene, ma nello stesso tempo indicherebbe che saremmo praticamente giunti all’esaurimento dei margini di manovra a disposizione della Bce per quanto riguarda i tassi.

A questo punto, dice Prometeia, ci vorrebbe uno scatto di reni. Il nostro governo non dovrebbe rischiare di compromettere queste vaghissime tendenze a una riduzione della recessione; dovrebbe quindi evitare di essere coinvolto in nuovi contraccolpi derivanti dalle pessime condizioni della Grecia e da quelle non molto migliori del Portogallo; se anticipasse la richiesta di aiuti di Rajoy potrebbe impedire la corsa dei nostri capitali all’acquisto di titoli spagnoli. Ma soprattutto, e questo mi pare purtroppo il punto vero, si calmerebbero in anticipo le fibrillazioni della finanza legate alle elezioni politiche del 2013.

lunedì 22 ottobre 2012

Marco Ramazzotti al suo arrivo a Fiumicino 21ott 2012

Freedom Flotilla: arrestati i passeggeri della Estelle in acque internazionali. Israele viola ancora una volta il diritto internazionale


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Aggiornamenti 20 Ottobre
ore 12.30: L'esercito israeliano ha comunicato che i passeggeri della Estelle sono stati arrestati e verrano portati ad Ashdod in Israele.
ore 12: L'equipaggio dell'estelle è stato arrestato... in acque internazionali. Israele viola le leggi della comunità internazionale impunemente, un'altra volta.
ore 11: Dror Feiler, portavoce di Ship to Gaza Sweden, ha dichiarato che Estelle è stata attaccata alle 10:15 am. Cinque o sei navi militari israeliane hanno circondato Estelle. I soldati, che indossavano maschere, stanno cercando di abbordare la barca. L'attacco è avvenuto in acque internazionali: N31 26 E33 45.
ore 10.40: mancano ormai poche miglia a Gaza ma pochi minuti fa è giunta notizia che l'Estelle è stata bloccata da navi israeliane in acque internazionali.
ore 6.00: Il sole splende su Estelle sempre più vicina a Gaza
ore 6.00: Il sole splende su Estelle sempre più vicina a Gaza
Notte tranquilla per Estelle e il suo equipaggio oramai vicinissimi a Gaza. e seguiti da migliaia di noi da terra col fiato sospeso.·Ultimo report da bordo alle sei di mattina parlava con linguaggio conciso ma poetico: il sole sorge su Estelle. Il mare sembra uno specchio. Non ci sono navi della Marina Israeliana in vista , nè c’è stato alcun contatto radio. Posizione· N31,30 E33,14 velocità, .5,9 nodi.
Buon vento Estelle, a Gaza ti stanno aspettando con gioia, finalmente.

19 Ottobre - ore 16:
Mentre l'Estelle si avvicina sempre più alla meta, da Israele arrivano le prime minacce relative ai tentativi di bloccare l'approdo della flotilla.
E' infatti di poco fa la notizia che l'Estelle ha ricevuto una telefonata con cui il dipartimento degli esteri finlandese ha comunicato al convoglio di essere stato contattato dal dipartimento degli esteri israeliano, il quale ha dichiarato che la nave verrà abbordata in acque internazionali e gli attivisti a bordo portati ad Ashdod.
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Dopo tre mesi di viaggio, l’Estelle potrebbe giungere a destinazione nella giornata di domani.
Finora la navigazione della terza missione della Freedom Flotilla è proseguita a vele spiegate nella sua rotta verso Gaza, nonostante le minacce più o meno esplicite giunte da più parti nelle ultime settimane.
Nel coro delle voci contrarie allo sbarco del convoglio nella striscia non c’è solo quella di Israele, che ha fatto pressioni sul governo finalndese ed è arrivato a chiedere l’intervento delle Nazioni Unite perché interrompesse il viaggio dell’Estelle, minacciando in caso contrario un nuovo ricorso alla forza.
Anche la Farnesina, dopo aver saputo che a bordo della flotilla c’è anche un attivista italiano, ha sconsigliato di recarsi a Gaza a causa di ‘rischi obiettivi’ che le persone a bordo potrebbero correre e ricordando che "l'ingresso via mare nella Striscia comporta, come noto, una violazione della vigente normativa israeliana".
Il Ministero degli esteri italiano ha confermato quindi ancora una volta la sua posizione di adeguamento alle richieste e ai diktat di Israele (che da anni continua a perpetrare crimini nella striscia di Gaza grazie alla complicità di numerosi governi europei), mascherando le proprie pressioni contro il viaggio dell'Estelle dietro un presunto interesse a difendere l'incolumità degli attivisti.
Nonostante i vari (e strumentali) allarmismi lanciati dal ministro degli esteri israeliano rispetto alla possibilità che l'Estelle introduca armi nella striscia, quel che preoccupa Israele non è certo il carico che la nave porta con sé (aiuti di vario tipo, da materiale per l'edilizia a strumenti medici, da giocattoli a libri scolastici), quanto il fatto che l'approdo del convoglio creerebbe un primo ed importante precedente nella violazione dell'embargo cui Gaza è sottoposta e metterebbe sotto gli occhi di tutti i crimini e le violenze (denunciati da anni) che qui vengono commessi.
Le minacce non sembrano però frenare l'avanzata e l'ottimismo dell'Estelle, che finora ha goduto di un viaggio decisamente più tranquillo rispetto a quello delle Flottile precedenti, passando indenne attraverso i vari controlli ed ispezioni degli ultimi mesi e riuscendo a giungere a poche miglia dalla meta.

Intervista a Emiliano Brancaccio: «Il rifugio dell’economia globale sarà il ritorno al protezionismo»

Autore: Marco Berlinguer - controlacrisi
          
La missione che si è dato Emiliano Brancaccio – brillante economista napoletano – è quanto mai difficile. Nientedimeno che rompere un tabù: quello che si è creato attorno alla dottrina del libero commercio mondiale. La sua tesi è che con la crisi della globalizzazione capitalistica, nei fatti nuove forme di protezionsimo e controllo politico stanno crescendo. E che quella dottrina è in crisi e ormai superata. Ed è tempo che la sinistra se ne accorga, se non vuole che le proposte di limitazione dei movimenti di capitali e di merci, che incontrano crescenti consensi – un po’ ovunque e anche in Italia – siano cavalcate soltanto da forze populistiche e nazionaliste.
Il protezionismo sta tornando di moda?
Tra il 2008 e il 2012 la Commissione europea ha registrato 534 nuove misure protezionistiche. Non solo l’Argentina, ma anche colossi come Cina, India, Brasile, Russia e Stati Uniti hanno introdotto restrizioni. L’unica che ancora resiste alla tentazione di introdurre controlli sui movimenti di capitali e di merci è l’Unione europea. Dietro ci sono gli interessi del paese più forte, la Germania, che dal libero scambio trae grandi vantaggi. Tuttavia, man mano che la crisi avanza, anche in Europa e in Italia aumentano i consensi verso misure di controllo dei commerci, di limitazione delle acquisizioni estere e di ripristino della sovranità nazionale sulla moneta. E’ un’illusione pensare di contrastare quest’onda con la solita vuota retorica europeista.
In effetti i segnali di protezionismo non mancano. Lo stesso Marchionne, in qualità di presidente dell’associazione europea dei costruttori automobilistici, ha criticato l’apertura indiscriminata alle importazioni di autoveicoli prodotti in Asia.
Non solo: Marchionne ha pure chiesto alla Commissione europea di governare i tagli di capacità produttiva delle case automobilistiche europee, in modo da lasciare invariate le quote di mercato: una vera e propria pianificazione pubblica europea dei volumi di produzione. È una posizione sensata che tuttavia apre una contraddizione, visto che al tempo stesso Marchionne rivendica piena libertà di trasferimento del capitale di Fiat all’estero ed esige dai lavoratori una totale sottomissione alle leggi del mercato. È l’ennesimo sintomo di crisi del liberismo e dei suoi ideologi, che da un lato si arrampicano sugli specchi per giustificare i massicci aiuti pubblici ai capitali privati, e dall’a ltro continuano a pretendere di avere mani libere nello scontro con i lavoratori.
E la sinistra, dice lei, risalta per il suo silenzio.
Per troppi anni ha subito il condizionamento ideologico del liberismo, dell’idea che la globalizzazione capitalistica fosse un dato ineluttabile e in fin dei conti benefico. Quando Fiat, o i vertici di Alcoa o la famiglia Riva – che hanno ricevuto varie forme di sostegno statale – hanno minacciato di abbandonare l’Italia e investire all’estero, Berlusconi e Monti hanno dato loro man forte sostenendo che un’impresa privata deve esser lasciata libera di trasferirsi dove meglio crede. Non mi risulta che da sinistra si siano levate molte critiche verso questa indiscriminata libertà di spostamento dei capitali.
Molti però mettono in guardia: il protezionismo, dicono, può provocare danni economici, pericolosi nazionalismi e persino guerre.
È un convincimento tanto diffuso quanto privo di evidenze. Il premio Nobel per l’economia Paul Samuelson, che non era un protezionista, ci ha spiegato che in presenza di disoccupazione il libero scambio crea problemi, non certo vantaggi. E l’economista di Harvard Dani Rodrik ci ricorda che negli anni Cinquanta e Sessanta sussistevano numerosi controlli sui movimenti di capitali e di merci, eppure lo sviluppo, l’occupazione e la distribuzione del reddito erano molto migliori di oggi, anche perché quei controlli permettevano ai singoli stati di perseguire obiettivi interni, occupazionali e distributivi. Si potrebbe anche ricordare che la massima liberalizzazione dei movimenti internazionali dei capitali fu raggiunta esattamente alla vigilia della prima guerra mondiale. È dunque proprio un incondizionato liberoscambismo, soprattutto in tempi di gravissima crisi economica, che rischia di alimentare le peggiori pulsioni nazionaliste .
Lei arriva anche ad argomentare che una minaccia ‘neo-protezionista’ da parte dei paesi del Sud Europa potrebbe contribuire a salvare l’unità europea. Ci spiega meglio quest’idea che suona un po’ paradossale? L’Europa può ritrovare coesione interna solo se mette un freno alla competizione salariale al ribasso e attiva un “motore interno” dello sviluppo economico e sociale. Per adesso, tuttavia, ci stiamo muovendo in direzione contraria. La Germania ha imposto ai paesi periferici dellazona euro una ricetta a base di depressione, disoccupazione e fallimenti aziendali.
La stessa Banca centrale europea segue questa linea: è disposta a difendere i paesi periferici dalla speculazione solo a condizione che questi comprimano ulteriormente la spesa pubblica e il costo del lavoro e si dispongano a vendere i capitali nazionali, incluse le banche. Questa violenta ristrutturazione a guida tedesca trasformerà vaste aree del Sud Europa in deserti produttivi, destinati solo a fornire manodopera a buon mercato alle aree più forti. I gruppi d’interesse prevalenti in Germania sanno che questi processi potrebbero scatenare tensioni tali da indurre i paesi del Sud ad abbandonare l’euro, ma questa eventualità non basta a spaventarli. L’unica vera paura dei tedeschi è che con la moneta unica salti anche il mercato unico europeo, sul quale si fonda la loro egemonia: cioè temono che i paesi del Sud introducano limiti alla libera circolazione dei capitali e delle merci in Europa. In Francia di questa opzione si discute da tempo ma il governo socialista non sembra disposto a esplicitare una minaccia protezionista.
In Italia, per evitare tentazioni, abbiamo addirittura messo un irriducibile liberoscambista ai vertici del governo. La crisi però avanza, i nodi verranno al pettine. E se la sinistra insiste con il suo liberoscambismo acritico, a scioglierli verranno chiamate forze completamente estranee alla tradizione del movimento dei lavoratori.

Presentazione dossier “precarietà e reddito”

di ANDREA FUMAGALLI

Viviamo un periodo strano, quasi sospeso. Quasi fossimo in attesa di una deflagrazione che potrebbe avvenire da un momento all’altro (o forse mai?). Trascorsa una delle estati più povere e brevi degli ultimi anni, stretti nella morsa della crisi, l’autunno comincia con l’attesa, non solo dell’esito delle elezioni americane d’inizio novembre e delle sorti dell’Europa. E nello stesso tempo la nuova stagione segna la fine di un ciclo per quanto riguarda il lavoro e il processo di precarizzazione. La governance tecno-economica gioca contemporaneamente su più fronti. Da un lato, le politiche di austerity, con il loro carico nefasto di tagli al welfare, privatizzazioni, aumenti dell’Iva e delle imposte sui beni di prima necessità (vedi benzina), ci consegnano a un futuro di recessione, impoverimento e svalorizzazione della vita; dall’altro, assistiamo all’avvento del definitivo degrado, per via istituzionale e giuridica, della condizione di lavoro. Prima il collegato-lavoro del dicembre 2010 (che riduce sempre più lo spazio per il riconoscimento, per via di vertenza, dei pochi diritti del lavoro ancora esigibili), poi la riforma Fornero sulle pensioni e sul mercato del lavoro (con l’allungamento forzoso della vita lavorativa, la liberalizzazione dei contratti a termine e lo smantellamento dell’articolo 18, accompagnati da una non meglio precisata promessa di un qualche intervento minimo sugli ammortizzatori sociali e sulla loro eventuale estensione), hanno portato a compimento il processo di precarizzazione dell’attività lavorativa. Un processo iniziato nel 1984, una volta sconfitte le lotte sociali di fabbrica che avevano innervato il decennio precedente, che vanta come padrini sia le organizzazioni padronali che quelle sindacali, sia i partiti di centro-destra che i partiti di centro-sinistra.
* * * * *
Sappiamo che nel corso di questi trent’anni, la precarietà è diventata la forma del rapporto capitale-lavoro e ha assunto connotati che vanno oltre la semplice dimensione lavorativa. Essendo venute meno le tradizionali dicotomie che regolavano e definivano la governance del lavoro fordista (produzione – riproduzione; produzione – consumo; tempo di lavoro – tempo di non lavoro; reddito – salario), oggi la condizione precaria è esistenziale, generale, strutturale. Il che significa che non è più possibile pensare di “abolire” la precarietà all’interno degli attuali assetti economici e proprietari. Con questo intendiamo affermare che qualunque intervento abbia come fine di “riformare” la condizione di precarietà senza porsi il problema del superamento dei fattori di sfruttamento economico e di vita (quindi capitalistici), che l’hanno resa “strutturale”, sono destinati alla sconfitta.
La precarietà definisce, infatti, una condizione dell’esistenza. Una condizione che presenta alcuni tratti comuni ed omogenei, pur esplicitandosi in condizioni lavorative e soggettive molto differenziate. Le caratteristiche comuni sono le seguenti. Sul piano economico-professionale: incertezza di carriera, intermittenza di reddito, dipendenza economica. Sul piano psico-soggettivo: autorepressione, individualismo comportamentale, egocentrismo, senso d’impotenza, illusione di emergere nel differenziarsi, stress psico-fisico, sindrome di accerchiamento. Tali tratti comuni sono comunque soggettivamente percepiti in modo diverso a livello individuale, a seconda della storia e dell’esperienza personale e culturale di ciascuno e ciascuna. La condizione precaria non è oggi ancora in grado di definire una classe “precaria”, poiché non può esistere un processo omogeneo di presa di coscienza. Diversamente da quanto avveniva per il lavoro manuale nell’epoca fordista, laddove era la condizione oggettiva di lavoro – in quanto “esterna” alla persona – a determinare il livello di coscienza di sé, nel bio-capitalismo cognitivo, la prestazione lavorativa viene quasi totalmente interiorizzata. Così la presa di coscienza o è auto-coscienza o non è. Di conseguenza, la consapevolezza della propria condizione di precarietà non può oggi nascere che dall’analisi critica di sé, sino alla messa in discussione della propria vita: ovvero, dal riconoscimento della propria “complicità” e “partecipazione” nel sistema di controllo biopolitico dei corpi e delle menti. In un simile contesto, il processo di coscienza può avvenire al di fuori della condizione strettamente lavorativa e presuppone un processo di soggettivazione degli individui che passa attraverso l’“infedeltà” al lavoro, propagandata dalla retorica professionalista e meritocratica. Processi di soggettivazione che si spostano dall’ambito del lavoro e che si applicano sempre più e sempre meglio alla mappatura della nostra vita lavorata. Processi atti a decodificare, a decostruire e a distruggere il messaggio che prova a ipnotizzarci. Processi propedeutici a nuove forme di conflitto che dobbiamo attrezzarci ad affrontare nel prossimo futuro.
EVERY 3 DAYS A WOMAN IS KILLED
“I luved er to much”
 

Ma che pianeta mi hai fatto?

- beppegrillo -
 
Ma che pianeta mi hai fatto? Petrolio e carbone sono proibiti. Nei centri urbani non possono più circolare auto private. L'emissione di Co2 è punita con l'assistenza gratuita agli anziani. I tabaccai sono scomparsi, non fuma più nessuno. Non si trovano neppure le macchinette mangiasoldi nei bar. La più grande impresa del Paese produce biciclette. La plastica appartiene al passato, chi la usa di nascosto è denunciato all'Autorità per il Bene Comune e condannato ai lavori socialmente utili. Le spiagge sono pubbliche, come i musei e i luoghi d'arte. I cacciatori fanno solo safari fotografici e ripongono nei nidi i piccoli caduti al suolo. Chi è sorpreso con un'arma è lasciato libero nei boschi e cacciato da personale specializzato con pallettoni a sale per un massimo di due ore. L'accesso alla banda ultra larga è un diritto civile e il telelavoro è diffuso ovunque. I medici e gli avvocati sono categorie protette, come i panda. Le malattie ambientali sono infatti diminuite e il numero degli avvocati è stato ridotto per legge a un decimo, come altrove nel mondo, e la macchina della Giustizia ha ripreso finalmente a funzionare. L'INPS ha chiuso dopo una rivolta popolare che ha ridotto in macerie la sua sede e ora ognuno versa i contributi su un fondo privato. Gli ipermercati sono stati rasi al suolo per decreto. I beni alimentari prodotti e consumati a chilometro zero sono defiscalizzati. Le imprese di costruzioni sono state riconvertite a imprese di decostruzione. Distruggono edifici e infrastrutture inutili o che danneggiano l'ambiente. La decostruzione è diventata in breve la seconda azienda del Paese dopo le biciclette e esporta il suo "know how" in tutto il mondo e in particolare in Cina. Nei fiumi si fa il bagno la domenica da quando è stata introdotta la rieducazione forzata per inquinamento ambientale da scontarsi con la raccolta differenziata a vita. Non si possono possedere beni mobili e immobili superiori ai cinque milioni di euro, anche se molti vorrebbero abbassare la soglia. Ogni euro guadagnato in più va a favore della collettività. Chi si sottrae è rieducato alla comprensione della vita in appositi centri yoga. La parola leader è diventata un insulto. Ognuno è responsabile di sé stesso e verso la società. Le decisioni pubbliche sono prese tutte a maggioranza, sia a livello locale che nazionale. I produttori di armi e di imballaggi hanno chiuso i battenti. La Borsa, dopo il quasi azzeramento dei titoli, è stata chiusa per sempre e sostituita da un parco a tema sull'esplorazione dell'Universo. Anche i produttori di cartelle per bambini, sostituite da e-book, sono falliti e i giornali si possono sfogliare nei musei tra lo stegosauro e l'archaeopteryx. In Val di Susa si fanno solo picnic. Gli inceneritori, spenti da tempo, sono diventati attrazioni per il free climbing e la Salerno Reggio Calabria è finalmente finita e percorsa solo da auto elettriche.

Ma che pianeta mi hai fatto? La società costruita sul debito è scomparsa. La produzione di beni dannosi per l'ambiente è illegale. Ogni Paese ha l'obiettivo di diventare ecosostenibile, di vivere delle risorse create sul territorio. I profitti delle aziende sono destinati a finalità sociali. Il concetto di energia etica è insegnato nelle scuole elementari. La produzione di armi belliche è un delitto contro l'umanità. La politica è interdetta a chi ha compiuto 65 anni, alcuni vorrebbero abbassare l'età. Il ministero della Difesa è diventato una Onlus e le missioni di pace sono reali. Il reddito di cittadinanza consente a chiunque di vivere in attesa di trovare un lavoro. Non esistono più appartamenti sfitti. Lo Stato paga o integra l'affitto per le famiglie che non possono permetterselo. In nessuna località è possibile costruire nuove case se esistono case vuote o da ristrutturare. La speculazione sugli immobili è proibita. I mendicanti nelle città sono assistiti da dipendenti comunali e avviati a lavori socialmente utili. Nessuno è lasciato solo. Lo spettacolo di bambini che chiedevano la carità ai semafori o di mutilati seduti sul marciapiede è considerato una barbarie del passato. Ogni cittadino dedica una quota del suo tempo a servizi per la collettività. A Milano sono stati riaperti i Navigli e si può arrivare in barca a Venezia partendo dal Duomo. La corruzione è punita con l'isolamento sociale. Nessuno vuole più avere a che fare con un corrotto. Molti criminali, presi dalla disperazione, emigrano per sempre. Ogni cinque anni si vota on line per una Nuova Costituzione e si rinnova il patto sociale del Paese. Le autostrade sono gratuite, in quanto già pagate da generazioni di italiani, e Benetton è stato consegnato ai Mapuche. Ogni famiglia è messa in condizioni di produrre energia e di distribuirla in rete. L'Enel è stata riconvertita in una multinazionale dell'apicoltura. Gli spacciatori di OGM sono perseguiti in tutto il pianeta come un tempo gli spacciatori di droghe pesanti. La cannabis è depenalizzata. Fini e Giovanardi sono condannati a uno spinello settimanale in diretta streaming. Da allora sono molto migliorati. I reati sono crollati e i pochi poliziotti devono esibire la carta di identità ai cittadini. La parola "mercato" si usa solo per il mercato rionale e la parola "Stato" è diventata una nobile espressione.
 
Ma che pianeta mi hai fatto? Nelle cariche politiche e istituzionali si alternano, per un tempo limitato e per solo spirito civile, cittadini estratti a sorte. Ogni anno si tiene la giornata della solidarietà, considerata la massima espressione dello Stato, che ha celebrato in passato persone come Alex Zanotelli e Gino Strada. Il cittadino deve dedicare, dalla maggiore età, due ore al giorno agli altri. Le lobby e le società segrete sono proibite per legge e i loro membri considerati rei di alto tradimento. Il gruppo Bildeberg è stato sciolto. All'ONU ogni Stato ha diritto di voto, ognuno vale uno, e nessuno Stato ha più diritto di veto. La massoneria, l'Opus Dei e Comunione e Liberazione sono un ricordo del passato. Il segreto di Stato non esiste più e ogni documento relativo alla storia recente della propria Nazione è consultabile on line, una regola universale in tutto il mondo. La speculazione è considerata un reato contro l'umanità e la finanza è punibile con l'attività di bonifica dell'ambiente a vita. Renzi e i finanzieri che lo sostenevano nel lontano 2012 sono impegnati da decenni al rimboschimento dell'appenino toscano e alla pulizia delle stalle dei butteri, gli antichi cavalieri della Maremma. I nuovi nati sono figli adottivi per legge della comunità locale dove vengono al mondo che ha l'obbligo di averne cura in caso di difficoltà della famiglia a cui appartengono. I nonni non finiscono più negli ospizi, ma sono ospitati dalle famiglie della comunità. L'esperanto è obbligatorio come seconda lingua in ogni nazione. Chiunque può capire l'altro sul pianeta. Si mangia solo frutta di stagione per combattere l'inquinamento. La donazione di organi, in caso di morte, e del proprio sangue è un dovere a cui nessuno si sottrae. La proprietà delle aziende è solo di chi ci lavora. Ogni nuovo assunto diventa automaticamente proprietario di una quota. L'economia è senza fini di lucro. Le multinazionali, dopo la Seconda Rivoluzione Americana, sono state dichiarate illegali in tutto il mondo, e quindi sciolte, dalla Monsanto alla Nestlè alla MacDonald. Il diritto alla ricerca della felicità presente nella Dichiarazione di Indipendenza degli USA è diventato il primo articolo di ogni Costituzione. Il lavoro pesante è fatto dalle macchine e non nobilita più l'uomo.
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sabato 20 ottobre 2012

THE BATTLESHIP ISRAEL DREADS
“better than the Potemkin”
 
 

Il lavoro e la politica

Il lavoro e la politica

Francesco Ciafaloni

Mi riconosco nella ricostruzione di Mario Miegge (“Inchiesta”, n.174) del lavoro politico negli anni ‘50-’70, dalle analisi e proposte di Pino Ferraris, Vittorio Rieser, Vittorio Foa, dei “Quaderni Rossi”, all’intervento pratico dal basso, al lavoro di indagine, di elaborazione, di formazione, per il controllo sull’organizzazione del lavoro e sull’ambiente di lavoro di Ivar Oddone e della Flm, alla Fiat e in tutta Italia. Se qualcuno si meraviglia del peso che continuano ad avere i rappresentanti dei metalmeccanici, malgrado la crisi, la cassa integrazione, il rischio di chiusura degli stabilimenti, di perdita del lavoro, dovrebbe ricordare che gran parte dello Stato sociale che consente a noi tutti di vivere con un po’ di sicurezza e dignità viene da loro e dagli altri operai italiani che si sono mossi con loro. Il controllo della salute nelle fabbriche, il Sistema sanitario nazionale, deteriorato dalla corruzione e dalla tendenza a privatizzare, ma sempre uno dei più universalistici e meno costosi del mondo, il sistema pensionistico universalistico, vengono di lì, dalle lotte degli anni ’60 e ’70, dall’unità sindacale, dalla collaborazione tra medici, epidemiologi, sociologi ed operai, a Torino, Milano, Porto Marghera, Emilia. Il primo sciopero in grande, alla Fiat, nella primavera del ’68, fu per le pensioni. Il Sistema sanitario nazionale è stato pagato, all’inizio, dai soli lavoratori dipendenti, ma esteso a tutti. Tutti ricordano le baby pensioni dei pubblici dipendenti; pochi il carico sopportato dai lavoratori dipendenti privati. L’ambiente culturale di quegli anni fu il prodotto della collaborazione, del lavoro sul campo, di operai (Marchetto, Surdo, Mara, e migliaia di altri), medici (Tomatis, Maccacaro, Oddone), epidemiologi (Terracini), giuristi (Giugni), per nominare solo quelli emblematici. Può darsi che i meccanici più giovani di queste cose non ricordino nulla e che reagiscano come possono alle minacce e ai licenziamenti, ma la Fiom (il suo gruppo dirigente) lo ricorda; e non è disposta ad arrendersi a discrezione.


Il lavoro politico e il contesto

Molto è cambiato, in Italia e nel Mondo, dalla fine degli anni ’70. Negli Stati Uniti, in Europa, ed anche in Italia (che pure resta, con la Germania, del cui indotto fa parte, un paese manifatturiero), il numero degli operai in senso stretto diminuisce, e così il peso delle grandi aziende; il lavoro manifatturiero viene delocalizzato. Anche negli anni ’70 il capitale finanziario esisteva e contava, ma negli ultimi trent’anni ha stravinto, culturalmente e praticamente. Ha talmente stravinto che rischia di suicidarsi, di crisi in crisi, e di travolgere noi tutti. Il contesto politico è sconvolto, corrotto, bloccato dal tenace attaccamento al potere dalla consociazione dei notabili, malgrado il ruolo svolto dal Presidente della Repubblica e il nuovo Governo, di destra, ma migliore del precedente.

Quaranta anni fa il contesto era tutt’altro che ideale. Non dimentichiamo la strage di Stato, la violenza, il terrorismo. Ma il lavoro nelle fabbriche, su temi specifici, come l’organizzazione del lavoro o la nocività, poteva appoggiarsi a sindacati e partiti che svolgevano ancora la loro funzione. Si poteva essere in disaccordo, si poteva polemizzare, organizzarsi, fondare partiti nuovi, ma una struttura di riferimento esisteva. La funzione di canalizzare la domanda politica non era affidata ai movimenti di protesta, o a piccoli gruppi. Se l’analisi dei fattori nocivi, l’iniziativa dai reparti, fosse stata affidata solo ai contatti diretti tra consigli non saremmo andati lontano. Le grandi organizzazioni sindacali, generali e di categoria, unitarie e non, inclusero i risultati e il metodo dei gruppi più attivi nella loro formazione e nelle loro piattaforme. Non credo che twitter o la rete stiano svolgendo o possano svolgere in futuro un ruolo analogo.

Inoltre, come giustamente sostiene Pino Ferraris, citato da Miegge, il tramonto della grande fabbrica rende molto più difficile la compresenza degli operai, la uguaglianza delle condizioni e la percezione dell’uguaglianza. Si moltiplicano le aziende e i contratti. C’è più lavoro politico da fare e meno possibilità di farlo. Cambiano i settori di attività; bisogna inventare forme nuove. Per rendere realistiche e dettagliate le proposte, che sono state tentate anche negli ultimi venti anni, dopo la fine del primo impatto della deindustrializzazione, bisogna richiamare alla memoria le cadute e le sconfitte, più gravi di recente, da cui in ogni caso bisogna partire.

Quella che si mangia è la cultura borghese

Alberto Burgio

Quando Tremonti pensò di trasformare gli atenei pubblici in Fondazioni, che notoriamente non sono enti filantropici, e poi la Gelmini portò a compimento il processo di aziendalizzazione dell’Università, ci scandalizzammo. Quando vediamo Pompei e le mura del Pincio crollare, rimaniamo attoniti. Quando leggiamo di un’intera biblioteca – quella dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici – costretta a sloggiare dalla sua sede naturale per trasferirsi in un capannone, protestiamo. Abbiamo tutte le ragioni per farlo. Ma forse commettiamo un errore in qualche modo analogo a quello in cui perseveriamo pensando che certi politici si ingannino sul senso delle proprie azioni e della devastazione che ne consegue. E questo per il solo fatto che, in un’altra vita, militarono in un partito comunista, salvo poi rinnegare quest’antica appartenenza (con il che, va detto, di quel partito restaurano ex post una dignità offesa).

Anche in questo caso riteniamo si tratti di sviste, di disattenzione, di errori commessi senza intenzione. Siamo sicuri che le cose stiano proprio così?

E se invece in questa incuria storica (quanti, per esempio, conoscono lo stato cronico di abbandono delle biblioteche pubbliche, a cominciare dalle nazionali, tenute in vita, contro il sadismo ministeriale, dall’amore eroico del personale?) – se invece in questo degrado si manifestasse né più né meno, anzi nel modo più diretto e limpido, il modo di essere proprio della «vera borghesia»?

Se avesse ragione Marx quando, sin nel Manifesto, descrive il ruolo rivoluzionario della borghesia osservando che essa tutto traduce in termini economici? Come dire che, nella modernità borghese, il denaro è finalmente e in senso pieno l’«equivalente generale», la misura di ogni valore. Se avesse ragione Marx quando poi analizza il rapporto sociale come né più né meno che la coerente e organica manifestazione del processo di accumulazione del capitale? E avesse ragione il buon Debord, che, sulla scia di Marx, descrive la società contemporanea (il capitalismo maturo) come teatro della merce, nel quale lo spirito della merce – che è poi lo spirito del valore monetario – domina incontrastato e ridefinisce tutti i valori a partire da sé?

Se Marx ha visto giusto, e con lui quanti hanno provato a leggerlo seriamente, tenendo affilata la lama della critica, allora quei comportamenti – che rimangono scandalosi – cessano di essere sorprendenti. Quelle scelte e quelle omissioni – che rimangono vergognose – appaiono tuttavia coerenti. Perché questo è il punto: non c’è, nella mente della borghesia degna di questo nome, spazio per la cultura. Non c’è, nel suo orizzonte di senso, un lessico capace di scoprirne il valore. Nella mente borghese soltanto la logica dell’utile funziona. Il suo mondo è il mondo dell’economia e del mercato. La borghesia – si badi: quella migliore, quella proba e operosa – esiste e pensa e lavora e produce soltanto a questo fine: per accrescere il capitale, unico sovrano legittimo. Il resto è spreco.

La Cina è lontana, la Foxconn è vicina

di Rutvica Andrijasevic e Devi Sacchetto

Il migliore dormitorio in città ha il nome evocativo di Hotel Harmony e ospita qualche centinaio di lavoratori migranti reclutati quasi esclusivamente dalla Xawax, una delle circa 1300 agenzie di reclutamento che vi sono nel paese. L’agenzia Express People, invece, colloca la propria manodopera in una pensione di infimo livello, il Veselka, a pochi passi dalla stazione ferroviaria. In entrambi i dormitori le stanze sono a quattro letti, ma quanti alloggiano all’Hotel Harmony possono contare su una piccola cucina e un bagno interni alla stanza, mentre gli altri si appoggiano a una cucina malmessa, due bagni maleodoranti e una decina di docce per quasi ottanta persone. Al Veselka i bagni sono intasati e le porte non dispongono di alcuna chiave. Qui qualcuno ha lasciato due scritte: la prima con un gioco di parole dice – Fuck Foxconn – «sto cercando la Foxconn»; la seconda invece è meno fantasiosa – Fuck Express People. Gli uni e gli altri lavorano in turni di dodici ore al giorno nello stabilimento della Foxconn. Non siamo in Cina, ma a Pardubice, un centinaio di chilometri da Praga, dove l’azienda all’inizio del nuovo secolo ha acquistato uno stabilimento. La città di Kutna Hora, qualche decina di chilometri più in là, ospita da circa cinque anni un altro stabilimento e se si scende fino a Nitra, passando il recente confine con la Slovacchia, si completa la presenza della Foxconn nell’Unione europea. È per la Hewlett & Packard che la Foxconn produce computer, laptop, server e cartucce a Pardubice e Kutna Hora, mentre gli ordinativi della Sony per le televisioni a schermo piatto alimentano le linee dello stabilimento di Nitra.
Certo, niente di comparabile in termini numerici con gli stabilimenti cinesi: meno di diecimila tra occupati diretti e indiretti. Tuttavia, la strada seguita nelle due fabbriche ceche dalla multinazionale taiwanese, la più grande società al mondo di produzione di manufatti elettronici, indica nuove frontiere nell’organizzazione e nella gestione della forza lavoro per il sistema di occupazione europeo. La Repubblica Ceca è una sorta di Zona di esportazione speciale all’interno della quale le multinazionali possono sperimentare varie modalità di gestione della forza lavoro con salari europei intermedi. Si tratta di una produzione manifatturiera sostenuta da una vera e propria macchina statale che diversi paesi dell’Europa orientale hanno messo in campo per attrarre gli investimenti stranieri.
Nei due stabilimenti una forza lavoro per i due terzi maschile opera in reparti rigidamente suddivisi per prodotto e, quando è il caso, anche per marchio. Questa separazione risponde a diverse esigenze: a Kutna Hora fino a qualche anno fa si produceva per la Apple, ma quando i lavoratori hanno iniziato a organizzarsi per chiedere migliori condizioni di lavoro, la divisione è stata chiusa: «hanno licenziato 29 persone per dieci mesi; se arrivano a 30 persone devono concordare i licenziamenti con il sindacato e con le autorità locali. Chi ha accettato di lasciare il sindacato ha continuato a lavorare», racconta Gabriel uno di quei licenziati, circa 300.
Nelle fabbriche ceche, accanto ai lavoratori locali, e in minor misura slovacchi, che svolgono solitamente le operazioni di controllo e gestione degli impianti, troviamo migranti provenienti da vari paesi: Bulgaria, Mongolia, Romania, Polonia, Ucraina, Vietnam. Gli storici legami tra gli ex-paesi del socialismo reale costituiscono la base su cui si innestano flussi migratori, spesso gestiti da agenzie di reclutamento con ramificazioni internazionali. Per i migranti europei, ucraini compresi, la mobilità è solitamente a basso costo, così come per i mongoli che emigrano all’interno di reti amicali e familiari.

La produttività, il tempo e la confusione di Squinzi

di Sergio Bruno - sinistrainrete -

L’incultura dominante insiste sul fatto che dalla crisi si esce lavorando di più. Ma in questo modo si ignora che cosa sia la produttività, che cosa la possa migliorare, gli orizzonti temporali degli investimenti. e il ruolo delle politiche
La produttività

Il presidente di Confindustria Squinzi chiede: “bisogna lavorare di più, più ore, diminuendo festività e ferie. Qualunque tipo di provvedimento sulla competitività passa per il fatto che bisogna lavorare di più, più ore”.

Vediamo gli aspetti economici: la produttività viene misurata come valore di un prodotto rapportato a un fattore della produzione. Questo in principio. In pratica il prodotto viene rapportato al solo lavoro, perché ... è facile contare gli occupati e/o le ore lavorate. Di produttività totale dei fattori si parla solo in pubblicazioni specializzate e di produttività del capitale quasi mai, perché le relative stime sono dubbie e dipendono da ipotesi eroiche. Macchinari e impianti sono così diversi tra loro (eterogenei) che come si fa ad aggregarli? I lavoratori invece .... si può fingere che siano omogenei perché i differenziali di remunerazione sarebbero proporzionali ai loro differenziali di produttività. “Sarebbero”, perché la fiducia in un mercato capace di operare un tale miracolo è tanto cieca da ignorare miriadi di evidenze di segno contrario (si pensi solo a quanto è cresciuto negli ultimi trent’anni lo stipendio relativo dei manager rispetto a quello degli operai).
Squinzi pensa che bisogna lavorare più ore. Il prodotto fisico potrebbe crescere in proporzione esatta, ovvero più o meno proporzionalmente. Nel primo caso la produttività oraria resterebbe eguale, nel secondo aumenterebbe, nel terzo diminuirebbe. Ma in valore? Le si pagano o no le ore lavorate in più (è quel che chiede Angeletti)?
E che succederebbe a fronte di una maggiore produzione se non si riesce a vendere (sembra chiedere, tra le altre considerazioni, Camusso)?
Aspetti tecnici: qualcuno ritiene che gli operai delle fabbriche (ad esempio automobilistiche) tedesche o francesi, che appaiono avere una produttività maggiore di quella italiana, muovano le mani più velocemente di quelli delle fabbriche italiane? E’ evidente che la differenza di produttività non può che dipendere, indipendentemente o congiuntamente, dal fatto che il lay down del processo produttivo delle fabbriche estere è concepito meglio di quello delle fabbriche italiane o dal fatto che il lavoro è applicato a prodotti che si vendono a valori molto diversi tra loro: una cosa è vendere il risultato della stessa quantità di lavoro al prezzo di una utilitaria o a quello di un’auto sfiziosa venduta ad un prezzo superiore.

... il tempo

Una dimensione ormai ignorata da tutti, tecnocrati, governi, imprese. Tempo è quel che chiede la Grecia e che farebbero bene a chiedere anche altri paesi, non solo Spagna, Portogallo e Italia, ma anche la Francia (solo per fare un esempio). L’agire prende tempo, il realizzarsi di effetti prende tempo. La Grecia dice “siamo d’accordo nel fare quel che chiedete ma lasciatecelo fare nel doppio del tempo”. Hanno ragione, perché diluendo nel tempo l’austerità i suoi effetti depressivi sul PIL sarebbero inferiori.
Il tempo e il suo fluire sono, concettualmente, gli elementi logici che consentono di separare i flussi (il PIL, i redditi, la quantità di lavoro impiegato in ciascun periodo, i flussi di risparmio che si formano in ciascun periodo, il deficit pubblico annuo, gli investimenti di ciascun periodo, ...) dagli stock (la capacità produttiva totale esistente in un periodo, la ricchezza, i risparmi accumulati, il debito pubblico accumulato, ...) e dalle variazioni degli stock (il crescere della capacità produttiva, le variazioni del debito pubblico accumulato, ...) e/o dei loro valori (le variazioni dei valori di borsa, quelle dei valori immobiliari, ...). Tutte queste grandezze vengono ormai trattate confusamente da tutti (esempio, la sciatta e diseducativa frase “il PIL, cioè la ricchezza nazionale, sarà il prossimo anno del meno 2%”, al posto dell’espressione corretta “la variazione annua del PIL, cioè il flusso di produzione, del prossimo anno, sarà ...).

Un fiore sulla mia tomba

- byoblu -
Costi politica comparati spese unione

A sinistra potete vedere i costi dei partiti, del Senato, della Camera, delle Regioni, dei Comuni e delle Province. Le ultime due colonne a destra, invece, rappresentano quello che dovremo sborsare a causa del Fiscal Compact (ogni anno) e del MES, Il fondo salva-stati (solo come anticipo).
Ma sul MES e sul Fiscal Compact, e solo all'indomani della loro approvazione, c'erano cinque righe e mezza a pagina 7 del Corriere della Sera. Per Fiorito, Belsito, per gli stipendi dei parlamentari, per le auto blu e per le altre gravi ed imprescindibili questioni di natura comparabile, invece, non bastano tutte le cartiere riunite, e i telegiornali martellano a ciclo continuo. Intanto, oltre la cortina fumogena, portano avanti i loro piani, completamente indisturbati e senza nessuna opposizione politica.

Lo capite, adesso, come si declina il termine propaganda e come veniamo tenuti in apnea, nel ventunesimo secolo? Guardate che quello che leggete qui oggi, lo leggeranno i vostri pronipoti sui libri di storia, così come oggi, sui nostri libri di storia, leggiamo delle tecniche di propaganda usate dalla prima guerra mondiale in poi per addomesticare l'opinione pubblica. Se ai soldati asserragliati nelle trincee dal 1915 in poi qualcuno avesse detto che i dispacci letti dai generali e le prediche dei preti alle truppe erano tutte balle congegnate nei circoli degli intellettuali viennesi per suscitare una reazione forte e ottenere gli obiettivi delle élite, ci avrebbero creduto o lo avrebbero guardato come un povero scemo?

Faccio un appello agli storici del 2100: venite a mettere un fiore sulla mia tomba. Anche telematico va bene (se nel frattempo avranno finalmente realizzato la banda larga).

venerdì 19 ottobre 2012

In Europa si può, in Italia perché no?

In Europa si può, in Italia perché no?
121019gcdi Roberto Musacchio
L’ultimo esempio viene dalle elezioni amministrative in Belgio dove la formazione della sinistra radicale,il partito del lavoro, comunista, ha ottenuto un successo importante entrando per la prima volta in moltimunicipi. Ma qualche giorno fa, in Repubblica Ceca, il Partito comunista era arrivato in elezioni politiche asuperare il 25%. Di Syriza, in Grecia, si sa e si è detto molto. Ma anche in Spagna le recenti amministrativehanno visto una ripresa di Isquierda Unida che, nei sondaggi sulle intenzioni di voto politico, supera il12%. In Portogallo Bloco e Pcp raggiungono sommati il 20% delle stime.
In Olanda, il Pomodoro, forza cheaderisce al gruppo europeo del Gue, se non ha conseguito il successo assegnatogli dalle previsioni, è statoperò l’unica forza a resistere, confermando un 15%, alla micidiale campagna che ha portato al successoe al conseguente governo comune di popolari e socialdemocratici uniti all’interno delle attuali politicheeuropee. Ma aldilà dei risultati elettorali, c’è un nuovo protagonismo delle forze che si muovono fuori delfronte definito dall’austerità e dal Fiscal Compact. In Francia ad esempio, il Front de Gauche che avevasubito alle legislative la preponderanza del voto utile ad Hollande, ha continuato la sua iniziativa sociale conuna importante e riuscita manifestazione di massa contro l’approvazione del Fiscal Compact da parte dellostesso Hollande, il cui governo comincia a conoscere contraddizioni evidenti.Il quadro in cui si muovono le forze della sinistra radicale ha da un lato elementi comuni e dall’altro unaarticolazione legata alla specificità delle realtà in cui operano. Da parte di tutte c’è la discriminante dellacontestazione della politica dell’austerità e della fase costituente tecnocratica che intorno ad essa si vadefinendo. Sono molti gli osservatori politici, penso ad esempio ad articoli usciti di recente su Le Monde,che sostengono che questo processo è destinato a ridisegnare la geografia politica europea intorno aduno spartiacque che sta precisamente nell’accettazione o meno di tale processo. Da questo punto di vista,mentre molte forze del socialismo europeo sono interne a questa ridefinizione dell’Europa in terminidestinati ad andare fuori dal proprio modello sociale e democratico, la Sinistra alternativa lo contesta eprova a contrastarlo. Questo fatto è già fondamentale in sé in quanto toglie spazio alle destre antieuropeee prova a frenare la deriva socialista. Che sia in grado di proporre una vera alternativa è naturalmente tuttoda vedere e richiederebbe una riflessione approfondita. Che possa determinare sommovimenti storici lovediamo però in Grecia con il rovesciamento dei rapporti di forza a sinistra.C’è poi una dimensione nazionale che permane. Nelle realtà nordiche, quelle scandinave, ad esempio, c’èun rilancio di accordi a sinistra tra le forze radicali e quelle socialdemocratiche. Conseguenza delle primesconfitte subite con le vittorie elettorali delle destre ma anche spazio reso possibile dal sopravvivere didimensioni nazionali di welfare ormai invece consunte altrove. Sta di fatto che lo stesso Pomodoro eraandato alle elezioni proponendo un governo con i socialdemocratici che hanno però poi dato vita ad unagrande coalizione con i popolari.In Germania la situazione è molto complessa e difficile per la Linke che infatti subisce un calo e uncerto isolamento. La realtà tedesca però è quella di un Paese che impone l’austerità all’Europa e dovele contraddizioni sociali, che ci sono e sono grandi, provano ad essere ricondotte ad una sorta di pattocorporativo di tutela di interessi “ nazionali “. Votare contro l’austerità, in particolare quella impostaagli altri, in Germania non è facile. La Linke lo fa mentre Spd e Grunen votano praticamente tutto ciòche propone la Merkel. E la Spd continua a dar vita a grandi coalizioni in molti governi locali e candida aCancelliere un uomo della destra del partito che fu già ministro delle finanze nel governo Cdu-Spd.Della Francia, ho già accennato ma è bene tornarci perché vi si gioca una partita di grande interesse.Hollande proprio in questi giorni ha affidato ad uno scritto che appare in contemporanea su vari giornalieuropei, la sua idea di Europa possibile. Un testo molto pragmatico che si muove tra l’accettazione delrigore e il tentativo di ritrovare qualche margine di manovra magari ricorrendo ad una vecchia ideasocialdemocratica di elementi di doppia velocità nella azione europea. Che margine possa avere questoè assai difficile dirlo. Tanto più che in contemporanea nel dibattito in corso nel Parlamento tedesco sulprossimo Consiglio Europeo, si avanza da settori della Cdu l’idea di un Supercommissario, cioè di unuomo forte con diritto di decisione su tutte le questioni riguardanti precisamente l’area euro che, sempresecondo questa impostazione, dovrebbe dotarsi di strutture istituzionali dedicate e separate, anche quandonello stesso ambito come ad esempio nel Parlamento Europeo. Sta di fatto che il consenso di Hollandeè in calo e la sua manovra finanziaria risente comunque dell’accettazione del Fiscal Compact, dovendoprevedere una sterilizzazione dell’inflazione rispetto alle aree di esenzione fiscale che dunque determinafiscal drag sui redditi medio-bassi.In Italia la situazione è, rispetto all’Europa, veramente unica e un poco paradossale. C’è un partito, il PD,che punta a muoversi nello spazio del socialismo europeo cui però non appartiene in quanto ha sceltodi essere altro e cioè un soggetto di centrosinistra e non di sinistra. Il che, siccome la politica ha pure lesue logiche, comporta un profilo ulteriormente moderato, che legge la fase ancora meno in chiave diconflitto sociale e ancora più in modo subalterno ad una condivisione di sorte da parte dei “ produttori “e di esigenza di un generale e generico rilancio di economia. Se si legge la parte della recente dichiarazionid’intenti, prima del PD e poi in gran percentuale transitata nella Carta di coalizione, riferita al superamentodelle “ vecchie “ visioni del conflitto si ha una conferma illuminante.Proprio la lettura della Carta di coalizione dovrebbe essere un esercizio minimo di buona politica che inItalia si è perso. La Carta a me appare molto chiara. C’è al centro la proposta di una fase costituente perl’Europa che va fatta con un patto di legislature con le forze liberali moderate. Questa fase costituenteassume come irrinunciabili le scelte di austerità, e gli atti sottoscritti per esse come il Fiscal Compact,da accompagnare con equità sociale e costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Poco importa dunque senon si parla di Monti, che pure invece una sinistra dovrebbe esplicitamente criticare, e di Casini. C’è unasostanziale internità ai processi in atto, quelli già svolti, e i prossimi. Se la costruzione degli Stati Unitid’Europa procede infatti per integrazioni bancarie e finanziarie, super commissari e magari l’elezionediretta di un Presidente che ancora di più rafforza gli elementi di governance e senza che il ParlamentoEuropeo abbia neanche le prerogative di proposizione legislativa, il carattere abnorme si accresce inveceche correggersi. Lo spazio di manovra che ci si dà come possibile governo poi è quello strettissimo,ancor meno di quello francese per ragioni evidenti e strutturali di condizione del debito e di collocazionegeopolitica, che deriva da una riduzione dello spread. Riduzione dello spread che è in realtà affidata aimemorandum, imposti o autoimposti. Che questo sia lo scenario obbligato dall’accettazione del FiscalCompact, che impone il pagamento di 40 miliardi annui per 20 anni all’Italia, lo confermano le continuemanovre di Monti che non trovano nessun reale contrasto.La cosa che rende particolare la situazione italiana, ancor di più, è che tale Carta d’intenti venga sottoscrittada forze che pure esprimono una critica radicale d’impianto. E che queste forze accettino per giunta unadisciplina di voto che tra l’altro cambia il senso stesso della rappresentanza oltre che rendere possibile loscenario in cui si possa perpetuare l’attuale situazione che ha visto ad esempio cambiare la Costituzionecon l’inserimento dell’obbligo del pareggio di bilancio, in modo praticamente bulgaro. Se guardo alleforze delle sinistre europee di cui ho parlato credo che sia evidente come nessuna potrebbe accettarené contenuti né metodo della Carta d’intenti. Perché siamo arrivati a questo punto è cosa lunga su cuiriflettere. Ma stiamo all’oggi. La cosa più europea che si potrebbe fare è dar vita ad una unione di sinistree movimenti, autonomi come profilo e proposta e capaci, proprio per questo, di pesare sulla situazione.Se non lo si fa, e si lascia al Pd, e al suo segretario che dimostra per altro di saperlo fare bene, tutta lacentralità i problemi rischiano, per il quadro di cui ho scritto, di essere seri soprattutto per il futuro delPaese guardato dal punto di vista dei soggetti cui si riferisce una sinistra. Io credo dunque che sia bene,nonostante le sordità, continuare a proporlo e comunque provare a farlo per quello che è nelle possibilitàdi chi non si rassegna a questa incredibile storia italiana per cui si rischia che non vi sia in questo Paesenessuna sinistra mentre in tutta Europa ce ne sono due.
Lavorincorsoasinistra.it - 19.10.12

Merkel irresponsabile

- ilmanifesto -
121008merkeldi Joseph Halevi
Le previsioni pessimistiche del Fondo monetario internazionale individuano nell'Europa dell'Unione Monetaria la zona maggiormente in crisi. La situazione è destinata ad aggravarsi ulteriormente se si continua ad insistere sulle restrizioni fiscali. In tale contesto il discorso di Angela Merkel al Bundestag è un nuovo atto di irresponsabilità nei confronti dei paesi dell'eurozona. La Cancelliera ha invocato l'adozione di misure di veto nei confronti dei bilanci dei paesi che non riusciranno a stare nei termini dello già scellerato patto fiscale che impone il pareggio dei conti pubblici. È importante capire che esattamente come non si può imporre per tutti i paesi l'equilibrio automatico della bilancia dei pagamenti corrente, dato che alcuni avranno i conti con l'estero in surplus ed altri in deficit, non si può pensare che tutti possano raggiungere e mantenere il pareggio di bilancio. Questo il governo francese lo sa benissimo.
Parigi si oppone alla linea della Merkel non per un presunto keynesismo che non c'è, bensì perché con una bilancia dei pagamenti esteri corrente negativa, fenomeno che in Francia oltre ad essere molto frequente sta ormai durando da parecchi anni, le possibilità di centrare il pareggio di bilancio si riducono di molto. Inoltre esse si riducono ad ogni peggioramento dei conti esteri.
Lo stesso discorso vale in realtà anche per l'Italia. In Francia però sono assai più consapevoli che la rigidità voluta da Berlino non è attuabile e toglierebbe a Parigi i gradi di libertà necessari a far accettare sul piano interno le politiche di austerità. Ne consegue che Berlino vorrebbe di fatto imporre all'Europa dell'euro una sua versione del demenziale fiscal cliff (precipizio fiscale) che i repubblicani hanno imposto ad Obama ma che negli Usa si riferisce al raggiungimento di un certo livello nel debito pubblico, oltre il quale scatterebbero dei tagli automatici. La logica altrettanto demenziale del governo tedesco obbligherebbe i paesi dell'eurozona a lanciarsi in una feroce politica volta ad ottenere forti eccedenze nei conti esteri tramite la compressione della domanda interna, peggiorando così le cose. Ciò si risolverebbe in un conflitto economico intraeuropeo, salvo miracoli da parte degli Stati Uniti. L'ossessione, completamente errata, con i conti pubblici sta portando l'Europa alla follia economica e politica.
Il Manifesto - 19.10.12

Siria: la Nato mira al gasdotto

 Manlio Dinucci - ilmanifesto -
La dichiarazione di guerra oggi non si usa più. Per farla bisogna però ancora trovare un casus belli. Come il proiettile di mortaio che, partito dalla Siria, ha provocato 5 vittime in Turchia. Ankara ha risposto a cannonate, mentre il parlamento ha autorizzato il governo Erdogan a effettuare operazioni militari in Siria. Una cambiale in bianco per la guerra, che la Nato è pronta a riscuotere. Il Consiglio atlantico ha denunciato «gli atti aggressivi del regime siriano al confine sudorientale della Nato», pronto a far scattare l'articolo 5 che impegna ad assistere con la forza armata il paese membro attaccato. Ma è già in atto il «non-articolo 5» - introdotto durante la guerra alla Jugolavia e applicato contro l'Afghanistan e la Libia - che autorizza operazioni non previste dall'articolo 5, al di fuori del territorio dell'Alleanza. Eloquenti sono le immagini degli edifici di Damasco e Aleppo devastati con potentissimi esplosivi: opera non di semplici ribelli, ma di professionisti della guerra infiltrati. Circa 200 specialisti delle forze d'élite britanniche Sas e Sbs - riporta il «Daily Star» - operano da mesi in Siria, insieme a unità statunitensi e francesi. La forza d'urto è costituita da una raccogliticcia armata di gruppi islamici (fino a ieri bollati da Washington come terroristi) provenienti da Afghanistan, Bosnia, Cecenia, Libia e altri paesi. Nel gruppo di Abu Omar al-Chechen - riferisce l'inviato del «Guardian» ad Aleppo - gli ordini vengono dati in arabo, ma devono essere tradotti in ceceno, tagico, turco, dialetto saudita, urdu, francese e altre lingue. Forniti di passaporti falsi (specialità Cia), i combattenti affluiscono nelle province turche di Adana e Hatai, confinante con la Siria, dove la Cia ha aperto centri di formazione militare. Le armi arrivano soprattutto via Arabia Saudita e Qatar che, come in Libia, fornisce anche forze speciali. Il comando delle operazioni è a bordo di navi Nato nel porto di Alessandretta. Intanto, sul monte Cassius a ridosso della Siria, la Nato sta costruendo una nuova base di spionaggio elettronico, che si aggiunge a quella radar di Kisecik e a quella aerea di Incirlik. A Istanbul è stato aperto un centro di propaganda dove dissidenti siriani, formati dal Dipartimento di stato Usa, confezionano le notizie e i video che vengono diffusi tramite reti satellitari. La guerra Nato contro la Siria è dunque già in atto, con la motivazione ufficiale di aiutare il paese a liberarsi dal regime di Assad. Come in Libia, si è infilato un cuneo nelle fratture interne per far crollare lo stato, strumentalizzando la tragedia delle popolazioni travolte. Lo scopo è lo stesso: Siria, Iran e Iraq hanno firmato nel luglio 2011 un accordo per un gasdotto che, entro il 2016, dovrebbe collegare il giacimento iraniano di South Pars, il maggiore del mondo, alla Siria e quindi al Mediterraneo. La Siria, dove è stato scoperto un altro grosso giacimento presso Homs, può divenire un hub di corridoi energetici alternativi a quelli attraverso la Turchia e altri percorsi, controllati dalle compagnie statunitensi ed europee. Per questo si vuole colpire e occupare. Lo hanno chiaro, in Turchia, i 129 deputati (un quarto) contrari alla guerra e le migliaia di dimostranti con lo slogan «No all'intervento imperialista in Siria». Quanti italiani lo hanno chiaro, nel parlamento e nel paese?

IL COSTO DELLA POLITICA E I PRIVILEGI DELLA CASTA NON SONO IL PROBLEMA DELL’ITALIA

- ilconfrontodelleidee -

Suppongo che vi sarete già accorti che in queste ultime settimane l’attenzione mediatica e giudiziaria è tutta puntata sulla famelica casta della politica italiana, che nonostante il clima ostile nei suoi confronti continua sfacciatamente le ruberie, infilandosi in uno scandalo dopo l’altro. Le regioni, dalla Sicilia al Lazio, alla Lombardia, per adesso sono nel mirino della Magistratura e della Guardia di Finanza, ma non è escluso che fra qualche giorno si passerà alle province, ai comuni, alle aree metropolitane, fino a rientrare di nuovo nel parlamento per scovare altri Lusi, Belsito, Scilipoti, Razzi. Lavoro da fare ce n’è tanto, perché non ci vuole molto a capire che il migliore della nostra attuale classe politica e dirigente ha la rogna. Basta guardarli in faccia e sentirli parlare per capire quale sia il loro spessore politico, etico o culturale e gli studi di Lombroso e Freud potrebbero aiutare non poco in questa analisi psico-fisiognomica. Ma lasciarsi trascinare dal clima di caccia alle streghe e credere che tutti i problemi dell’Italia derivino soltanto dai soldi pubblici sottratti dai politici alle casse dello stato è un errore di leggerezza e superficialità colossale, che serve a sviare l’attenzione degli italiani dalle faccende realmente importanti e cruciali per il destino del nostro paese.

Per carità, un po’ di pulizia ci voleva e ci vuole sempre sia in tempo di crisi che di abbondanza, perché dei vari Fiorito, Zambetti, Lombardo, Maruccio non sentiremo mai la mancanza ed è giusto che paghino per le loro colpe, ma le questioni in ballo in questo momento per l’Italia non sono nell’ordine dei milioni di euro rubati a destra e a manca dei faccendieri d’accatto infiltrati nella politica, ma dei miliardi di euro, che giorno dopo giorno vengono sottratti alla gestione ordinaria della spesa pubblicae convogliati sotto silenzio verso altre destinazioni, i cui maggiori beneficiari sono quasi sempre le grandi lobbies finanziarie europee e internazionali. La sproporzione informativa fra i fiumi di parole spesi per denunciare i crimini indegni ma contabilmente irrilevanti dei vari politicanti corrotti e il silenzio che regna intorno alle grandi manovre finanziarie di proporzioni ciclopiche, dal salvataggio pubblico di Banca Monte Paschi di Siena alla chiusura dei contratti derivati con Morgan Stanley, dalle quote di partecipazione al Meccanismo Europeo di Stabilità al Fiscal Compact, è la prova più convincente del fatto che in Italia ormai si è instaurato un possente regime totalitario autoreferenziale, che vive e prospera sul legame stretto fra i centri privati di potere nazionali e internazionali e gli organi di informazione asserviti. Snoccioliamo subito alcuni numeri per capire di quali dimensioni stiamo parlando.

Nei primi sette mesi del 2012 il debito pubblico italiano è aumentato di quasi €70 miliardi, di cui oltre €27 miliardisono riferiti alle sole quote di partecipazione versate prima al fondo salvastati EFSF (European Financial Stability Facility) e poi al Meccanismo Europeo di Stabilità MES: quindi quasi il 40% dell’aumento complessivo del debito pubblico è dovuto ad uscite che non c’entrano nulla con la spesa pubblica, gli sprechi, la corruzione (vedi tabella sotto, con le varie scadenze di pagamento). Altri €6 miliardi circa sono causati dal solito meccanismo di aumento della quota interessi da pagare perché mediamente il rimborso e rinnovo dei titoli pubblici in scadenza avviene con l’emissione di nuovi titoli pubblici che hanno un rendimento più alto: quindi questa somma in buona sostanza evapora per il solo scarto di interesse fra nuovi e vecchi titoli (quello che comunemente chiamiamo spread). Solo alla Morgan Stanley sono stati versati a gennaio €2,6 miliardi per la chiusura di contratti derivati, ma non sappiamo se intanto il Ministero del Tesoro abbia provveduto a chiudere altre posizioni in derivati aperte con le maggiori banche d’affari internazionali, come Goldman Sachs o JP Morgan, perché queste operazioni sono strettamente riservate e mantenute fuori bilancio. Abbiamo poi i €3,9 miliardistanziati per il salvataggio della Banca Monte Paschi di Siena, attraverso l’acquisto delle sue obbligazioni spazzatura che impediscono di fatto allo stato di nazionalizzare e controllare l’istituto, il cui valore patrimoniale è oggi pari a poco più di €2,6 miliardi. Abbiamo i buchi di bilancio delle amministrazioni locali, regioni, province e comuni, dovuti spesso ad uso dissennato dell’indebitamento bancario e ad utilizzo troppo superficiale di strumenti derivati, di cui daremo conto nei prossimi articoli. Un fiume straripante di miliardi di euro che dalle casse dello stato, e in ultima istanza dalle tasche dei cittadini, si sposta in massa e a senso unico nei conti di deposito degli oligopoli bancari e finanziari.


Data
Debito pubblico
Prestiti all'EFSF/MES
31/12/2011
1.897,88
3,11
31/01/2012
1.934,82
3,97
31/07/2012
1.967,48
20,19

Fonte: Banca d’Italia, “Finanza pubblica, fabbisogno e debito” n. 47 del 13 settembre 2012.

Alla fine, dopo che tutto questo flusso ininterrotto di miliardi di euro ha sfamato e saziato la voracissima Idra della finanza, abbiamo dulcis in fundo, come ciliegina sulla torta di questo quadro agghiacciante, le ruberie, le truffe, i raggiri dei faccendieri prestati alla politicae i costi eccessivi, gli sprechi, i privilegi della casta. Risvolto quest’ultimo sicuramente disdicevole e ripugnante che crea legittima indignazione e rabbia nell’opinione pubblica, perché alla luce del sole e amplificato oltremisura dalla stampa, ma pur sempre una briciola di qualche milione di euro se confrontato con le vagonate stracolme di miliardi di euro che nel silenzio più assoluto vengono sottratti alla gestione del bene comune e riservati alla soddisfazione di una ristretta cerchia di interessi privati. Per avere un termine di paragone siamo nell'ordine di grandezza di 1:1000: per ogni milione di euro rubato da Fiorito, ce ne sono 1000 milioni di euro portati via senza colpo ferire e fare rumore alcuno da Unicredit, Monte Paschi e compagnia bella. Un abisso di differenza in termini strettamente contabili e se Fiorito viene giustamente accusato di essere un criminale, come dovremmo chiamare sciacalli professionisti come Profumo, Mussari, Passera e i dirigenti delle lobbiesfinanziarie internazionali?

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