Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

mercoledì 4 luglio 2012

Come la speculazione ricade sui «costi» della vita di tutti i giorni

L'eventualità che la Gran Bretagna indica un referendum per decidere se uscire o restare nell'Unione europea, ventilata qualche giorno fa dal premier David Cameron, è forse un bluff. Fa forse parte della trattativa politica. Ma, in ogni caso, denuncia il noto malessere anglosassone. Che cresce anche perché le regole allo studio in Europa per contrastare la speculazione non piacciono Oltremanica: andrebbero infatti a sfavorire le banche inglesi. Andrebbero a imbrigliare la grande finanza. Eppure è ancora oggi proprio la finanza, con le sue mastodontiche proporzioni e la sua assenza di regole efficaci, a influenzare gli eventi e ad alterare il mondo reale: lo dimostra lo scandalo del tasso Libor manipolato, ma anche le dinamiche sui titoli di Stato, sui derivati, sulle Borse. Un po' più di regole, insomma, non farebbero male al mondo reale. Altrimenti sarà sempre la finanza, avvolta nell'opacità, il grande burattinaio del mondo. Come lo è da anni.
Il mutuo alterato
Lo scandalo del Libor lo dimostra. Il tasso è determinato ogni giorno in base alle segnalazioni che fanno 16 banche all'Associazione bancaria inglese. Ebbene: se le segnalazioni sono state manipolate, anche i tassi di tanti mutui, prestiti o titoli sono stati artefatti. Bene inteso: questo non necessariamente è stato svantaggioso per chi ha un mutuo ancorato al tasso Libor (equivalente in Inghilterra all'Euribor). Il sospetto è anzi che alcune banche abbiano comunicato all'Associazione tassi troppo bassi, avvantaggiando dunque chi ha un mutuo.
Ma questo cambia poco: la presunta manipolazione del Libor ha comunque "drogato" circa 800 miliardi di dollari di prestiti, mutui e titoli. A vantaggio (ingiusto) di alcuni, a svantaggio (ingiusto) di altri. Per non parlare delle banche: dichiarando tassi falsati, hanno influenzato a loro piacimento tutta la loro attività.
I derivati e i debiti statali
Anche i derivati possono cambiare la vita di tutti i giorni: con la loro stazza di 647mila miliardi di dollari (calcolava la Bri a fine 2011), il loro valore è 14 volte più grande del Pil del mondo intero. Ovvio che, con queste dimensioni, possano determinare gli eventi. Prendiamo, ad esempio, i credit default swap (cds): speciali polizze assicurative che servono agli investitori per coprirsi dal rischio di insolvenza di qualunque Stato o impresa. Dato che il costo della polizza varia a seconda della rischiosità di ogni Stato o azienda, quando il costo dei Cds sale lancia l'allarme rosso sui mercati e fa salire il costo effettivo del debito dello Stato o dell'azienda in questione. Si dirà: è il mercato a decidere se il costo del Cds sale o scende. Vero, ma il mercato è in gran parte in mano alle prime quattro banche Usa che da sole detengono 212mila miliardi di derivati. Ovvia la domanda: queste banche (o altre) sarebbero in grado di manipolare il mercato dei Cds, influenzando a loro piacimento il costo del debito di Stati o aziende?
Sugli Stati grandi, Italia inclusa, questo è forse difficile. Ma su Stati piccoli, come la Grecia, non lo si può escludere. Anzi: sul mercato si racconta che ad inguaiare Atene sia stata anche (non solo, ovvio) la speculazione sui Cds greci. Possibile che qualcuno abbia mosso quelli (che essendo illiquidi non necessitavano di grandi somme), alterando il costo del debito della Grecia e peggiorandone la crisi? Lo stesso discorso si può fare sulle aziende, che molto spesso hanno più Cds (cioè polizze sul debito) che debiti. Un esempio a caso: la catena di supermercati Carrefour ha 17,6 miliardi di euro di debiti sul mercato, ma 26 miliardi di polizze Cds. Questo, in un mercato opaco, può fomentare la speculazione? Può cambiare la vita di aziende o Stati? Nessuno può veramente saperlo.

Rossana Rossanda

Fonte: il manifesto | Autore: Rossana Rossanda
L’Europa difficile
Nel nostro forum «Un’altra strada per l’Europa» del 28 giugno a Bruxelles, la prima sessione ha avanzato delle proposte in larga parte convergenti sui limiti da porre al dominio della finanza e alle banche, e sugli interventi d’emergenza per i paesi colpiti dalla speculazione. Come è noto, il Consiglio europeo, che si svolgeva in contemporanea, ne recepiva una parte minima. È altrettanto noto che la stampa ha inneggiato a questo minimo – azione «antispread» e unione bancaria – con toni trionfalistici, attribuendolo al passaggio della presidenza della repubblica francese del liberista Sarkozy al socialista (se non keynesiano) Hollande, e al salto del liberista Monti da alleato con la Germania ad alleato con la Francia, la Spagna e l’Italia. Vittoria dei paesi del sud, hanno strillato, tale e quale come all’Euro 2012 del football. La signora Merkel ha incassato e ha fatto incassare anche al Bundestag il modesto passetto indietro…
Tutto questo è avvenuto nella sede della Ue ma fuori da ogni procedura comunitaria, perché non è scritto da nessuna parte che le decisioni continentali si debbano al cambiare di orientamento dei governi di un paio di nazioni. Qualche giorno prima un documento di Van Rompuy e Barroso faceva capire che la Commissione sentiva arrivare le proteste e cercava di farvi fronte con il minimo di concessioni, anzi con un elevarsi del prezzo da pagare da ciascun paese in cambio di un aiuto.
Al nostro forum, Susan George ne rivelava il meccanismo e nella seduta dedicata a «Una Europa democratica» ci mettevamo reciprocamente in guardia dalle ambiguità della domanda di «più Europa»: in bocca alla Germania e alle nazioni del nord significa più intrusione della Troika nel comportamento nazionale dei più deboli quando chiedono aiuto (si pensi al fatale Memorandum imposto alla Grecia) mentre per noi significa più partecipazione delle nazioni alle decisioni comunitarie, aiuti compresi.
Ma su questo tema neanche il nostro forum ha fatto consistenti passi avanti. Il nostro richiamo a «più democrazia» si trova di fronte a due spinte opposte. La prima, esplicita, è quella del gruppo Spinelli, che da anni ripropone la sua linea per un’Europa federale e sovranazionale, una strada giusta ma declinata più sul fronte tecnocratico che su quello della partecipazione. La seconda è la spinta populista che si mostra in quasi tutte le elezioni nazionali, verso un furioso distacco dalla Ue e la ripresa da parte di ogni paese della sua libertà d’azione, a ricominciare dalla propria moneta. Non per caso si dice «crisi dell’Europa» e «crisi dell’euro» come se fossero la stessa cosa.
A torto? Non del tutto a torto. Essi rivelano il carattere un po’ mostruoso della comunità europea attuale, assai più simile alla «Europa delle patrie» cara a de Gaulle che a una comunità effettiva di stati, decisi a mettere in comune i loro fondamentali indirizzi; oggi la Ue governa con alcune sue leggi fortemente costrittive – nate con il Trattato di Maastricht e imposte con i vari «Patti» su stabilità, crescita e politica fiscale – su paesi di tutt’altra forza, dimensioni, composizione sociale, situazione fiscale e diritti contrattuali. I trattati infatti, loquaci in tema di diritti umani e politici, sono singolarmente muti o vaghi quando si tratta di diritti sociali, – vulgo, quando si tratta di concordare il portafoglio.

Da che pulpito viene la predica

Da che pulpito viene la predica
9siria
di Manlio Dinucci
«Profondamente preoccupati per l'intensificazione della violenza», che rischia di allargare il conflitto a dimensioni regionali, chiedono con fermezza «la cessazione della violenza armata in tutte le sue forme». Chi sono i non-violenti? I membri del Gruppo di azione per la Siria che, riunitisi a Ginevra il 30 giugno, hanno emesso un comunicato finale. Alla testa dei non-violenti vi sono gli Stati uniti, registi dell'operazione bellica con cui, dopo la distruzione dello stato libico, tentano di smantellare anche quello siriano. Agenti della Cia, scrive il New York Times, operano segretamente nella Turchia meridionale, reclutando e armando i gruppi che combattono il governo siriano. Attraverso una rete ombra transfrontaliera, in cui opera anche il Mossad, essi ricevono fucili automatici, munizioni, razzi anticarro, esplosivi. Con un video su YouTube, mostrano come sanno ben usarli: un camion civile, mentre passa accanto a un magazzino, viene distrutto dall'esplosione di un potente ordigno telecomandato. Esprime la sua «opposizione all'ulteriore militarizzazione del conflitto», che deve essere «risolto attraverso un pacifico dialogo», anche la Turchia: quella che fornisce il centro di comando a Istanbul, da cui viene diretta l'operazione, e le basi militari in cui vengono addestrati i gruppi armati prima di infiltrarli in Siria; quella che, prendendo a pretesto l'abbattimento di un proprio aereo militare che volava a bassa quota lungo la costa siriana per saggiarne le difese antiaeree, ora ammassa le proprie truppe al confine minacciando un intervento «difensivo». Che farebbe da innesco a un attacco su larga scala della Nato in base all'articolo 5, rispolverato per l'occasione mentre per l'attacco alla Libia è stato usato il non-articolo 5. Dichiarano di essere «impegnati a difendere la sovranità, indipendenza, unità nazionale e integrità territoriale della Siria» anche gli altri membri del Gruppo: Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Qatar. Quelli che attuano in Siria la stessa operazione già effettuata in Libia: addestrando e armando il «Libero esercito siriano» e altri gruppi (circa un centinaio), reclutati in vari paesi, i cui membri sono pagati dall'Arabia Saudita; utilizzando anche militanti e interi gruppi armati islamici, prima bollati come pericolosi terroristi; infiltrando in Siria forze speciali, come quelle qatariane inviate l'anno scorso in Libia, camuffate da gruppi interni di opposizione. E i membri del Gruppo di azione che chiedono «libertà di movimento in tutto il paese per i giornalisti», sono gli stessi che, mistificando anche le immagini, conducono una martellante campagna mediatica su scala mondiale per attribuire al governo siriano la responsabilità di tutte le stragi. Gli stessi che hanno organizzato l'attentato terroristico in cui sono rimasti uccisi tre giornalisti siriani, quando un loro gruppo armato ha attaccato la televisione al-Ekhbaria a Damasco, colpendola con razzi e facendola poi saltare in aria. Salta così in aria anche l'assicurazione di Russia e Cina, membri del Gruppo di azione, che nessuno dall'esterno può prendere decisioni concernenti il popolo siriano. Le potenze occidentali hanno già deciso, azionando la loro macchina bellica, di annettere di nuovo la Siria al loro impero.
da Il Manifesto, 3 Luglio 2012

Europa, chi ha vinto?

Europa, chi ha vinto?
3mercati
di Giulietto Chiesa
Tutti imbambolati gl’italiani hanno fatto confusione tra la vittoria dell’Italia sulla Germania e la “vittoria” di Mario Monti sulla Merkel.
Hanno esultato le borse.
Voglio ben vedere! Erano le uniche che potevano esultare, visto che sono state le banche a prendersi il bottino.
E tutti ad applaudire come zombi. Non ci siamo accorti che tutta l’operazione serviva solo a ”rassicurare i mercati”. Cioè a sistemare i conti dei ladri. Non i nostri.
Adesso facciamo i conti. Ma, prima di tutto, facciamo una scommessa: quanto credete che duri la bonaccia dello spread? Io dico che durerà qualche mese, fino a settembre-ottobre. Poi si ricomincia il ballo di San Vito, il “loro ballo”.
Solo gl’ingenui di Repubblica e gli economisti di regime che tengono bordone possono pensare che la cosiddetta “speculazione” si accontenti di così poco. E’ come aspettarsi da una tigre affamata che ti mangi solo un braccio. Non esistono tigri del genere.
Il cosiddetto “Meccanismo di Stabilità” è come un antipastino prima della grande abbuffata. Che è la terza. Qualcuno ha fatto i conti: le banche hanno già ricevuto 4500 miliardi di euro, cioè circa un terzo del pil europeo.
La scommessa è facile. Basta guardare se, per caso, la compagnia di giro del gruppo Bilderberg-Goldman Sachs-Rockfeller e invisibili assortiti ha previsto di concedere qualche cosa.
Se non ve ne siete accorti ve lo comunico io: niente.
Divisione delle banche commerciali da quelle speculative? Niente. Divieto dei derivati? Non scherziamo. Chiusura degli off shore? Non fatemi ridere. Tassazione sui movimenti dei capitali? Risate a crepapelle. Imposizione di tasse adeguate alle grandi compagnie d’investimento? Questa è buona. Riduzione delle stratosferiche prebende ai banchieri? Se lo ripeti ti sparo.
Hanno annunciato l’unione bancaria. Cosa sia nessun lo sa. Sappiamo solo che sarà controllata dall’entità meno trasparente d’Europa, cioè la Bce.
A noi resta da pagare tutto. E ai maggiordomi il compito di privatizzare anche le nostre mutande. Avevamo previsto che saremmo andati tutti in Grecia, ma senza prendere l’aereo, visto che la Grecia arriverà in casa nostra. Questo ci preparano. E’ perfino possibile che non se ne rendano conto (quando sento parlare una come la Fornero mi viene il pensiero che questa non sappia nemmeno in che continente vive, non dico paese). Ma altri di questi forsennati lo sanno benissimo. Sono pronti e decisi. Preparano lo scontro sociale. La mia proposta è: prepariamoci a restituirglielo.
da ilfattoquotidiano.it

VERTICE UE: «SOLO LE BANCHE ESCONO VITTORIOSE DAL SUMMIT EUROPEO»


Dichiarazione congiunta di Pierre Laurent, segretario nazionale del Partito comunista francese (Francia) e presidente del partito della Sinistra Europea, Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista, Alexis Tsipras, presidente di Syriza (Grecia) e vice presidente del partito della Sinistra Europea, Cayo Lara, portavoce di Izquierda Unida (Spagna), Jose-Luis Centella, segretario generale del PCE (Spagna), Katja Kipping & Bernd Riexinger,co-presidenti di Die Linke (Germania):
«I capi di Stato dei nostri paesi di ritorno dal vertice UE hanno dichiarato a gran voce che hanno strappato delle vittorie per i popoli, delle flessioni da parte della Cancelliera Merkel, di Mario Draghi o di Jean-Claude Junker. Avrebbero per la 19^ volta dall'inizio della crisi, "salvato l'Europa". Francois Hollande ha dichiarato persino che l’Europa si è “riorientata” nella giusta direzione.
Questa è pubblicità ingannevole. Il patto di bilancio (fiscal compact) resta intatto. Non c’è stata alcuna "rinegoziazione" e la componente di crescita promossa da Francois Hollande non ha alcun valore legale. Diretto o indiretto, finanziato dal Mes (Meccanismo europeo di stabilità) o no, il così detto "aiuto finanziario" sarà ancora una volta pagato interamente dai cittadini europei, attraverso tagli di bilancio e attacchi ai diritti dei lavoratori. Tutte le disposizioni adottate in nome della solidarietà con l'Italia e la Spagna sono solo misure di socializzazione delle perdite. Ciò significherà anche una perdita della sovranità dei popoli e il declino della democrazia parlamentare. La verità è che i negoziati nell'Ue liberale sono a 27 ma a vincere sono sempre le banche. Facciamo appello a tutti gli uomini e le donne di sinistra, a tutti gli eletti che siedono nei parlamenti affinchè si mobilitino per impedire la ratifica di questo patto fatale nei nostri paesi. Solo una rifondazione dell'Ue può permettere un’uscita dalla crisi. Continueremo a ripeterlo: l'austerità porta la recessione. Non ci può essere crescita in questo quadro. Noi proponiamo un'alternativa:
una soluzione europea per il debito pubblico esistente, insostenibile, che proponga la sua decisiva riduzione;
cambiare il ruolo e i compiti della Bce, per favorire la creazione di occupazione e la formazione, non gli speculatori;
creare una nuova istituzione: una banca pubblica europea, finanziata dalla Bce e dalla tassa sulle transazioni finanziarie, i cui fondi siano utilizzati esclusivamente per promuovere gli investimenti pubblici nei servizi pubblici e sviluppo industriale sostenibile;
uniformare al livello più alto i diritti dei lavoratori e tutti i diritti sociali».
SE PUOI TROVARLO IN LIBRERIA; COMPRALO
IF YOU CAN FIND IT IN A BOOKSHOP; BUY IT

martedì 3 luglio 2012

La Costituzione esce dalle fabbriche

GIORGIO CREMASCHI 

gcremaschiIl 20 maggio 1970 veniva approvato lo statuto dei lavoratori. Allora si disse, usando una frase di Di Vittorio, che la Costituzione varcava finalmente i cancelli dei luoghi di lavoro. Oggi ne esce, con la controriforma del lavoro suggellata dalle dichiarazioni tecnicamente reazionarie della ministra Fornero. Il lavoro non ha più diritti e non è più un diritto, può solo essere il premio di chi vince la competizione selvaggia nel mercato e nella vita.
Di fronte a questa drammatica sconfitta sento prima di tutto il bisogno di scusarmi per la parte che ho in essa. Tempo fa avevo scritto e detto che di fronte all’ attacco all’articolo 18 avremmo fatto le barricate. Pensavo ancora alla Cgil guidata da Cofferati dieci anni fa e alle rivolte dei sindacati e del popolo greco oggi. Non è stato così, mi sono sbagliato sono stato troppo ottimista. E ora subiamo la più dura sconfitta sindacale dal dopoguerra senza aver combattuto in maniera adeguata.
Colpa dei lavoratori impauriti e ricattati dalla disoccupazione e dalla precarietà? No, colpa dei dirigenti di quello che una volta definivamo movimento operaio ed in particolare di quelli della Cgil. Non è vero infatti che su questo tema non ci fossero spinte alla mobilitazione. È vero anzi il contrario. A primavera era cresciuto un movimento diffuso nelle fabbriche con adesioni agli scioperi anche di iscritti a Cisl e Uil. C’era stata la manifestazione Fiom del 9 marzo a Roma e quella promossa dal NoDebito a Milano. La Cgil aveva proclamato 16 ore di sciopero. Certo erano ancora avanguardie di massa quelle che si mobilitavano, ma il loro consenso era diffuso e trasversale, maggioritario nel paese.
Uno sciopero generale della portata delle lotte del 2002 era alla portata ed avrebbe aperto un fronte complessivo con il governo, mettendo in gravi difficoltà Cisl e Uil e ancor di più il partito democratico. Ed è per questo che non si è fatto. La squallida mediazione definita tra i partiti di governo si è trasferita sul progetto di legge, Cisl e Uil hanno accettato e la Cgil ha finito di opporsi. E, fatto ancor più grave, ha accettato la mediazione che cancellava l’articolo 18 facendo finta di aver vinto. A quel punto la prospettiva di una unificazione delle lotte è saltata e anche la Fiom ha drasticamente ridimensionato la propria iniziativa. Il movimento si é quindi ridotto a singole azioni di lotta, da ammirare ringraziare, ma insufficienti a pesare sul quadro politico. Tante fabbriche metalmeccaniche, prime la Same e la Piaggio han continuato eroicamente a scioperare. I sindacati di base hanno generosamente scioperato il 22 scorso. Ma non poteva bastare, tenendo conto anche del terribile regime informativo che censura ogni dissenso mentre ossessivamente grida: viva Monti, viva l’euro, viva il rigore.
La giornata del voto ha così rappresentato la sconfitta. Con poche centinaia di persone davanti Montecitorio divise a metà, e con gli organizzatori della Cgil che mettevano la musica rock ad alto volume per coprire le voci dell’assemblea spontanea che si stava svolgendo in una parte della piazza.
Sì io sento il bisogno di scusarmi per questa sconfitta e per come è maturata, anche se credo di aver fatto tutto quello di cui sono capace per impedire che le cose andassero così.
Ora abbiamo il modello Marchionne esteso a tutto il mondo del lavoro e dobbiamo ricostruire potere e forza. Non sarà facile ma ci dobbiamo provare, ancor di più noi che siamo consapevoli della portata di questa sconfitta. Senza fare sconti a chi ne è più responsabile nel sindacato, e senza dimenticare mai più la colpa di monti e del Pd che lo sostiene. Dei quali dovremo essere solo intransigenti avversari.
Giorgio Cremaschi
(28 giugno 2012)

L'esempio di Cipro

L'esempio di Cipro: sottrarsi alla morsa Ue diversificando le proprie relazioni economiche
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di Fausto Sorini
Cipro è l'unico paese dell'Unione europea ad avere un Presidente comunista, il compagno Dimitris Christofias, e dal 1° luglio presiederà per 6 mesi il Consiglio dell'Ue. Certo non potrà far molto, dati i rapporti di forza e di classe interni all'Unione, ma un esempio di come affrontare con senso della dignità e sovranità nazionale, il presidente compagno ce l'ha dato nei giorni scorsi. Il Corriere della Sera (26 giugno 2012) ci informa che “il governo cipriota, che necessita di un'assistenza finanziaria pari a circa 4 miliardi di euro, oltre che rivolgere la sua richiesta agli istituti finanziari dell'Ue per una cifra pari a 1,8 miliardi di euro, si è rivolto anche ad altri paesi extra-Ue come Russia e Cina per accordi bilaterali di aiuti”.

E, scrivono il Corriere e il Sole 24 ore dello stesso giorno, che “da Mosca Cipro ha già ricevuto 2,5 miliardi”, e sarebbe “orientata a chiederle un secondo prestito bilaterale fra i 3 e i 5 miliardi”. Tali prestiti, come è noto per chi conosce le regole cui si attengono i Paesi del BRICS, vengono concessi senza quelle condizioni capestro in termini di interessi, vincoli e pretese di interferenza nella politica interna dei paesi interessati, con modalità assai diverse da quelle in uso nell'Unione europea e nella BCE, che sborsano a condizione che i paesi destinatari del credito si assoggettino a quei rigidi diktat di massacro sociale e di rigore in versione “fiscal compact” che abbiamo visto operare nel caso estremo della Grecia, ma anche nell'Italia del governo Monti.
Questa logica – al di là del merito – umilia e vanifica la sovranità nazionale dei singoli paesi; sovranità che in nome dell'”Europa politica più integrata e federale”, i poteri forti di questa Ue neo-imperialista ed euro-atlantica vorrebbero rendere ancora più subalterni agli interessi dei centri dominanti del capitalismo europeo (altro che “Europa dei popoli”!). Nessuno si faccia fuorviare da certa retorica “europeista” che a volte viene bevuta anche a sinistra senza il minimo senso critico: questa Unione europea “più politica e integrata” che proprio in questi giorni hanno discusso a Bruxelles i vari Merkel, Hollande, Monti, Cameron, con la benedizione del presidente Obama e del nostro Napolitano, è una Unione in cui, per dirla sempre col Corsera, “Bruxelles potrà riscrivere i bilanci dei singoli Stati”; per cui “la Finanziaria di uno Stato che abbia i conti in disordine sarà esaminata in Europa prima ancora di approdare in Parlamento”. E “sarebbe di fatto riscritta a Bruxelles se non convince, e con la pena di multe salate se non si adeguasse”.Ecco perchè la piccola Cipro indica le linee generali di una ipotesi alternativa che potrebbe valere anche per l'Italia, se essa fosse guidata da un governo non succube della Nato e della Ue. Stare o non stare nell'UE e/ nell'euro, non è un dibattito che può essere impostato in modo astratto (la Svizzera e la Norvegia non fanno parte dell'Ue ma sono fortemente integrate nella politica del continente; idem per la Svezia e la Gran Bretagna che sono nell'Ue ma non fanno parte dell'eurozona...). Né tale dibattito può essere risolto con battute semplicistiche secondo cui Ue e euro sono tabù intoccabili, soprattutto a sinistra, che non tengono conto che l'Ue di oggi, nella crisi mondiale, è divenuta cosa assai diversa di quella che fu l'idea di Europa dall'Atlantico agli Urali che in un contesto storico completamente diverso da quello presente affascinò (e illuse) anche alcune personalità di indiscusso profilo progressista, socialdemocratiche e non. La socialdemocrazia liberale europea di oggi, nella sua grande maggioranza e nei suoi assi portanti, non è portatrice di un disegno sostanzialmente alternativo di Europa rispetto a quello delle forze conservatrici imperniate sul Partito popolare europeo: e nel contesto italiano ciò viene messo in luce dalla straordinaria sintonia in materia di Ue che plasticamente ci trasmette il patto strategico tra Casini e Bersani, che in questo profilo “europeista” si colloca organicamente.Siamo chiari: non stiamo ammiccando a rigurgiti di tipo nazionalista o isolazionista che sarebbero fuori dalla storia. Il vero dibattito (e scontro) mondiale sulle questioni valutarie allude ormai – grazie alla spinta che viene dai BRICS, dal Giappone, e soprattutto dalla Cina - all'esigenza secondo cui è ora di porre fine - sia pure gradualmente e possibilmente senza pagare il prezzo di una terza guerra mondiale – al signoraggio neo-imperialista di certe valute (e di certi paesi) rispetto ad altri. Il tema all'ordine del giorno è ormai quello di un sistema valutario internazionale concordato mondialmente e che inevitabilmente porti con sé la fine del primato del dollaro, ma anche di un euro sempre più dominato da un rinascente imperialismo tedesco che – in un contesto dialettico di competizione-concertazione con l'alleato americano - vuole ormai dettare le sue condizioni ai popoli europei.Quello che la piccola Cipro ci indica, in piena autonomia dalla Nato e dai condizionamenti più pesanti di questa Ue di cui essa pure fa parte, è l'esigenza di una diversificazione delle proprie relazioni economiche, politiche, finanziarie dentro e fuori la Ue, con una sguardo attento ai BRICS e a quelle grandi potenze emergenti, come Russia e Cina, che, diversamente dai poteri forti della Ue, concedono prestiti (si pensi alla politica cinese in Africa) senza pretendere di interferire nella politica economica interna dei paesi debitori: semmai stabilendo con essi rapporti di cooperazione mutualmente vantaggiosi, nel rispetto rigoroso delle rispettive sovranità, così come dovrebbe essere in un nuovo ordine mondiale democratico, di cooperazione e di pace. Che non è certo quello che oggi ci viene prefigurato dalla cosiddetta “comunità euro-atlantica” di cui l'Italia e il suo governo sono ancora scandalosamente succubi. E che mentre tratta a Bruxelles come contemperare gli interessi dei poteri forti dei vari paesi, si prepara alla guerra alla Siria.
da Marx21

Il riformismo ha fallito. L'Europa del rigore va rovesciata.

Giorgio Cremaschi | socialismoesinistra

Si festeggiano assieme la vittoria dell'Ìtalia nel calcio e quella del governo nel vertice di Bruxelles. Ma è sbagliato perché Monti vince contro di noi.
La conquista, infatti, di qualche intervento per abbassare lo spread avviene al prezzo dell'accettazione dei piu rigidi meccanismi del fiscal compact. Cioè ancora controriforme, tagli, tasse e privatizzazioni. Si dice che però questo avviene avendo respinto l'intervento diretto dei poteri europei e del fondo monetario, la famigerata troika che ha portato alla fame la grecia.
Sì è vero non siamo stati formalmente invasi, ma ci siamo autoinvasi accettando tutte le condizioni degli invasori. Come la polonia del 1981 ove il generale Jaruselsky prese il potere per evitare l'invasione sovietica. Quindi niente gioia calcistica applicata allo spread, la direzione di marcia continua ad essere quella che ci ha portato alla crisi attuale.

La questione di fondo in Ìtalia e in europa è la necessità della rottura con il pensiero e la politica unica che le comandano. Oggi questa politica ha portato il continente nella più grave crisi economica dal 1929. Del resto la politica economica è la stessa dei governi di allora, austerità, tagli alla spesa pubblica, distruzione dei diritti del lavoro. Il risultato di allora fu il nazismo in Germania.

Oggi non sappiamo dove finirà la crisi sul piano politico, ma sappiamo che non finirà. Il governo Monti è l'espressione diretta di questa politica. Tecnicamente è un governo reazionario, perché al centro del suo operare sta la controriforma sociale. Tutto il sistema dei diritti sociali deve essere completamente smantellato, la crisi deve essere affrontata facendo ricorso agli spiriti animali del mercato e alla competitività selvaggia delle persone. Come ha detto la ministra Fornero il lavoro non è un diritto, ma deve essere conquistato nella dura lotta per la sopravvivenza. Un paese diventato una società low cost potrà tornare ad attirare gli investimenti. Questo è quanto pensa più in grande il presidente della Bce Mario Draghi, che ha recentemente affermato che il sistema sociale europeo è destinato a morire. E lui sta tra coloro che si prodigano per accelerarne la fine.

Questa Europa non è riformabile e va verso la crisi estrema, assieme alle classi dirigenti di centro destra e centro sinistra unite nel condurre al disastro.

Il governo Monti esiste e agisce con il sostegno determinante del Pd. In Grecia per la prima volta è stata la moneta a vincere le elezioni, e ha formato un governo con forze politiche gemelle a quelle che governano in Italia. Sarà ancora presto per dirlo, ma la prima impressione è che il riformismo progressista del governo Hollande sia già in difficoltà di fronte al sistema di comando europeo.
Se vogliamo salvare la democrazia sociale del dopoguerra, anzi farla progredire, questa Europa della Bce, del fiscal compact, dei patti di stabilità va rovesciata, non c'è nulla da salvare in essa. Le ridicole discussioni su come aggiungere crescita al rigore, prive di qualsiasi senso compiuto, lo dimostrano. Oggi una sinistra anticapitalista in Europa si ricostruisce a partire dal no al rigore. Questa è la discriminante costituente dei nuovi schieramenti e non la ridicola distinzione tra un centro destra e un centro sinistra che sostengono la stessa politica.
Deve saltare il banco, deve essere rifiutata la schiavitù del debito e tutto il corollario di austerità per i poveri e speculazione per i ricchi. E non ci si può far ricattare dalla moneta, ultimo spauracchio agitato di fronte alla crescente rabbia sociale, dopo che i ricatti della signora Merkel si sono indeboliti. Questa Europa va distrutta e ricostruita su altre basi realmente democratiche, pubblico, eguaglianza, beni comuni, riconversione delle produzioni e dei consumi.
Questo è il solo progresso che il nostro piccolo continente può portare all'umanità.
Giorgio Cremaschi
*No Debito

Il Vertice europeo e la situazione attuale dal punto di vista della borghesia e del proletariato

pc 3 luglio -
Il Vertice europeo tenutosi a fine giugno, salutato come una vittoria di Italia e Spagna sostenuti dalla Francia e come una sconfitta parziale della Merkel, non può ancora essere considerato un passaggio concreto e importante dei governi europei per fronteggiare in condizioni di maggiore unità la crisi finanziaria che li attraversa. Esso va visto da diversi lati.
Il rapporto tra i diversi paesi europei; il rapporto all'interno dei paesi europei; il quadro generale del rapporto tra governi, proletari e masse popolari in Europa.
Il rapporto tra i diversi paesi europei.
E' chiaro che con la caduta di Sarkozy si è temporaneamente indebolito l'asse franco-tedesco che finora era stato un punto di forza soprattutto per il governo tedesco che tramite questo asse aveva imposto la sua politica. Il cosiddetto “Merkozy” non è riconvertibile a breve in un “Merkhollande”. Questo ha incoraggiato nel Vertice l'azione dei governi italiano e spagnolo nel pretendere un maggiore e meno oneroso sostegno come contropartita alle politiche di rigore che essi stanno sviluppando. In questo senso, effettivamente, i governi spagnolo e italiano hanno ottenuto un risultato sulla carta che è concentrato nei punti del 'meccanismo salva spread' e nel 'Fondo salva Stati', vale a dire un intervento vicino all'automatismo nell'utilizzo e l'accesso a questo Fondo per fronteggiare la speculazione e ricapitalizzare il sostegno al sistema bancario ogni volta che esso fosse in grave difficoltà. Se questo però sarà effettivamente attuato sarà da vedere, perchè nell'accordo le parole “in modo flessibili ed efficace” si prestano ad interpretazioni in cui il bastone di comando è ancora essenzialmente nelle mani della Germania.
Il Vertice ha prodotto anche un'apertura verso gli Eurobond nella forma definita di projetbond che dovrebbero servire a finanziare lavori infrastrutturali, sostanzialmente un piano di crescita fondato quasi esclusivamente su questa voce. Su questo ha pesato il parziale cambiamento di politica del governo Hollande, più vicino all'impostazione Eurobond rispetto al governo Sarkozy. In questo senso la Merkel ha dovuto fare dei passi indietro rispetto ad affermazioni rigide delle settimane scorse. Questo si è riflesso subito sul piano interno in Germania nei movimenti interni al parlamento. Alcuni deputati della maggioranza Merkel si sono dissociati, rimpiazzati da parlamentari dell'opposizione Spd che sostengono la politica approvata dalla Merkel al Vertice. Queste modifiche nei rapporti tra governi è troppo presto per vedere se riflettono dei cambiamenti politici reali.
Il rapporto all'interno dei paesi europei.
All'interno di questi paesi i governo italiano, spagnolo e il nuovo francese hanno segnato un punto a favore nel compattamento delle loro maggioranze parlamentari e anche del loro legame di sistema interno, padroni, banche, ecc., mentre abbiamo già detto che il governo tedesco attraversa ora una fase di minore compattamento interno.
L'Europa nel suo insieme trae un vantaggio da questo passaggio nella contesa generale internazionale perchè dà un segno di maggiore unità interna . Se questo costituisca un segnale verso una maggiore integrazione e unità come blocco è ancora troppo presto per valutarlo.
Il quadro generale del rapporto tra governi, proletari e masse popolari in Europa.
Sotto questo punto di vista il Vertice ha segnato una vittoria della borghesia e un fatto molto negativo per i proletari e le masse popolari.
Come considerazione generale vale quella da noi sostenuta da sempre: nella crisi la borghesia scarica sui proletari e le masse popolari gli effetti di essa per salvaguardare sistema e profitti e i proletari sono vittime sacrificali sull'altare della salvaguardia e ripresa dei profitti. Ogni passo che va in questa direzione indebolisce i proletari e rafforza la borghesia. I proletari non hanno alcun interesse all'uscita della crisi da parte della borghesia, bensì al suo approfondimento perchè l'unica uscita dalla crisi che sia a vantaggio dei proletari è quella che comporta il rovesciamento della borghesia e l'uscita dal capitalismo.

lunedì 2 luglio 2012

Giorgio Lunghini: “Marx e Keynes per capire la crisi. E uscirne”



Link al video
Le teorie economiche di Marx e Keynes sono al centro della riflessione di Giorgio Lunghini. Per l’economista, essi sono i principali autori ad aver spiegato i limiti dell’economia di mercato, in contrapposizione alle teorie dominanti del tempo (e di oggi) che non hanno una spiegazione convincente delle crisi economiche, e che pure vengono utilizzate per “curare” la recessione in atto. Lunghini illustra anche i motivi della crisi tra i quali lo spostamento nella distribuzione del reddito e l’incapacità del sistema economico di autoregolarsi e ci illustra le possibili soluzioni per uscire dall’attuale situazione di crisi economica.

Pubblichiamo qui di seguito il testo della relazione al confronto organizzato dall’ Associazione per il Rinnovamento della Sinistra e dalla Fondazione Di Vittorio che si svolgerà al CNEL giovedì 12 luglio 2012 sul tema “La crisi finanziaria, dai mutui subprime al rischio di crisi per l’euro. Le origini, gli effetti, le proposte di intervento in Italia, in Europa, nel mondo”. Nel video, invece, l’intervento di Lunghini ad un seminario all’Accademia dei Lincei, con i medesimi contenuti.
0. È un fatto intellettualmente curioso che la teoria economica dominante non abbia nessuna spiegazione convincente del fenomeno delle crisi, il che dovrebbe bastare per farla abbandonare; ma è politicamente preoccupante che delle crisi si tenti di medicare le conseguenze ispirandosi alla sua filosofia, che è quella del laissez faire.

1.
Gli aspetti più vistosi della crisi in atto, in questa sua fase, sono gli aspetti finanziari, sono le colpevoli condizioni della finanza pubblica e delle istituzioni finanziarie private. Nel capitalismo, tuttavia, gli elementi finanziari e gli elementi reali sono strettamente interconnessi, poiché una economia monetaria di produzione è impensabile senza moneta, senza banche e senza finanza. Un sistema economico capitalistico potrebbe anche riprodursi senza crisi; ma se e soltanto se la distribuzione del prodotto sociale fosse tale – per dirla con Marx – da non generare crisi di realizzazione, di ‘sovrapproduzione’ (di sovrapproduzione relativa: rispetto alla capacità d’acquisto, non rispetto ai bisogni); e se moneta, banca e finanza fossero soltanto funzionali al processo di produzione e riproduzione del sistema, e non dessero invece luogo a sovraspeculazione e a crisi di tesaurizzazione. Ovvero non si darebbero crisi, nel linguaggio di Keynes, se la domanda effettiva, per consumi e per investimenti, e la domanda di moneta per il motivo speculativo fossero tali - by accident or design – da assicurare un equilibrio di piena occupazione. Ora è improbabile che questo caso si dia automaticamente, e di qui la necessità sistematica di un disegno di politica economica. In breve: il sistema capitalistico – il ‘mercato’ – non è capace di autoregolarsi.
2. Negli ultimi anni si è invece avuto un cospicuo spostamento, nella distribuzione del reddito, dai salari ai profitti e alle rendite; e dunque si è determinata una insufficienza di domanda effettiva e una disoccupazione crescente. D’altra parte la finanza è diventata un gioco fine a se stesso. In condizioni normali la finanza è un gioco a somma zero: c’è chi guadagna e chi perde; ma quando essa assume le forme patologiche di una ingegneria finanziaria alla Frankestein, ci perdono tutti: anche e soprattutto quelli che non hanno partecipato al gioco. Questi processi si sono diffusi in tutto il mondo, grazie alla globalizzazione e alla conseguente sincronizzazione delle diverse economie nazionali; e grazie all’assenza di un coordinamento della divisione internazionale del lavoro e di un appropriato ordinamento monetario e finanziario internazionale. Così che i singoli paesi si trovano a dover fronteggiare le conseguenze della crisi ciascuno da solo, ma non autonomamente; bensì, in Europa, secondo le direttive della Banca Centrale Europea e, in generale, del “senato virtuale”.

domenica 1 luglio 2012

Shock economy alla tedesca

Fonte: il manifesto | Autore: Ignacio Ramonet
        L’ideologia del castigo e la strategia dell’economia del disastro per creare un’integrazione europea sul modello tedesco. Ma Merkel non vede che il malcontento delle masse cresce, e potrebbe esplodere. In Spagna Rajoy sta applicando politiche selvagge di austerità. E i pilastri dello Stato si stanno sgretolando
Sadismo? Sì, sadismo. Come chiamare altrimenti questo compiacimento nel causare dolore e umiliazioni alle persone? In questi anni di crisi abbiamo visto come – in Grecia, in Irlanda, in Portogallo, in Spagna e in altri paesi dell’Unione europea – la spietata applicazione del cerimoniale del castigo richiesto dalla Germania (congelamento delle pensioni, posticipazione dell’età pensionabile, riduzione della spesa pubblica, tagli al welfare, diminuzione dei fondi per la prevenzione della povertà e dell’esclusione sociale, riforma del lavoro ecc) ha provocato un vertiginoso aumento della disoccupazione e degli sfratti, del numero delle persone costrette a elemosinare e anche dei suicidi. Nonostante le tribolazioni sociali abbiano raggiunto livelli insopportabili, Angela Merkel e i suoi seguaci (tra cui Mariano Rajoy) continuano ad affermare che il soffrire è cosa buona, da considerarsi non come un momento di supplizio ma di autentica gioia. Secondo loro ogni nuovo giorno di pena ci purifica, ci rigenera e ci avvicina all’ora ultima del tormento. Tale filosofia del dolore non è ispirata dal marchese de Sade ma alle teorie di Joseph Schumpeter, uno dei padri del neoliberismo, il quale pensava che tutta la sofferenza sociale è, in qualche modo, tesa al raggiungimento di un obiettivo economico necessario, e che sarebbe un errore alleviarla anche solo leggermente. Così stiamo. Con una Angela Merkel nel ruolo di “Wanda, la dominatrice”, sostenuta da un coro di fanatiche istituzioni finanziarie (Bundesbank, Banca centrale europea, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione mondiale del commercio, ecc) e dai dipendenti eurocrati di sempre (Durao Barroso, Van Rompuy, Ollie Rehn, Joaquin Almunia, ecc.). Tutti a scommettere su un masochismo popolare che porterebbe i cittadini non solo alla passività ma a reclamare maggiore espiazione e martirio «ad maiorem gloria Europa». Arrivano persino a sognare che le forze di polizia definiscano «sottomissione chimica» certi farmaci in grado di eliminare totalmente o parzialmente la coscienza delle vittime, inconsapevolmente trasformate in gingilli nelle mani degli aggressori. Ma devono stare attenti perché la «massa» ruggisce. In Spagna, dove il governo di Mariano Rajoy sta applicando politiche selvagge di austerità proprio al limite del «sadismo», le manifestazioni di malcontento sociale si moltiplicano. E questo in un contesto di forte smarrimento in cui, all’improvviso, i cittadini constatano che alla crisi economica e finanziaria si somma una grave crisi di governo. Contemporaneamente, alcuni fondamentali pilastri della struttura dello Stato si stanno sgretolando: la Corona (con il tetro argomento della caccia all’elefante in Bostwana), la magistratura (con il caso in Divar), la Chiesa (che non paga le imposte sui beni immobili), il sistema bancario (che ci dicevano fosse il «più solido» d’Europa e ora scopriamo che si sta sfaldando), il Banco di Spagna (incapace di mettere in guardia su Bankia ed altri spettacolari fallimenti), le Comunità Autonome (impantanate in abissali scandali di corruzione), i grandi media (troppo dipendenti dalla pubblicità e che nascondono le calamità che stanno per arrivare)… Senza parlare dello stesso governo il cui presidente, nel momento in cui la Spagna (con la Grecia) si è trasformata nel fulcro dei problemi del mondo, sembra avanzare senza bussola. E di chi, di fronte a questioni fondamentali, o non fornisce alcuna risposta o risponde con espressioni surreali («Facciamo le cose per bene”) o semplicemente con delle menzogne. Mariano Rajoy e la sua squadra hanno una grande responsabilità nel disastro attuale. Hanno gestito la crisi bancaria con evidente imperizia, hanno lasciato imputridire il caso Bankia, hanno trasformato un evidente fallimento in un impatto con Bruxelles, la Bce e il Fmi; hanno professato il negazionismo più stolto, pretendendo di far passare un salvataggio dalle conseguenze gravissime per l’economia spagnola come credito a buon mercato e senza condizioni («È un sostegno finanziario che non ha nulla a che vedere con un salvataggio», ha di dichiarato Luis de Guindos, «Si tratta di una linea di credito che non colpisce il debito pubblico», ha affermato Rajoy). Tutto dà la penosa impressione di un paese che sta naufragando. I cui cittadini scoprono, all’improvviso, che dietro le apparenze del «successo economico spagnolo» sbandierato per decenni dai governanti del Psoe e del Pp, si nascondeva un modello (quello della «bolla immobiliare») reso marcio dall’incompetenza e l’avidità. In una certa misura, comprendiamo ora – molto a spese nostre – uno dei grandi enigmi della storia di Spagna: come è stato possibile, nonostante le montagne di oro e argento provenienti dall’America dell’Impero colonizzatore e sfruttatore, che il paese si sia trasformato, a partire dal XVII secolo, in una specie di «corte dei miracoli» piena di mendicanti, poveri e senzatetto? Che si è fatto di cotanta ricchezza? La risposta a queste domande oggi l’abbiamo davanti agli occhi: incompetenza e miopia dei governanti, infinita avidità dei banchieri. L’attuale punizione non è ancora finita. Dopo che lo scorso giugno l’agenzia Moody’s ha declasso il rating del debito spagnolo di tre punti, da A3 a Baa3 (uno sopra le «obbligazioni spazzatura»), il premio per il rischio ha raggiunto limiti insostenibili. La solvibilità spagnola è sul pendio che conduce a un salvataggio. Tanto il salvataggio della banca quanto quello del debito pubblico avranno un costo sociale terrificante. In una relazione annuale sulla Spagna, il Fondo monetario internazionale, per esempio, sta già pretendendo dal Governo l’aumento dell’Iva e che approvi, prima possibile, un ulteriore riduzione del salario dei funzionari per ridurre il deficit. Inoltre, in un documento sul lavoro, gli esperti del Fmi raccomandano alla Spagna di ridurre ulteriormente i licenziamenti, pretendono il contratto unico e che si eviti la rivalutazione automatica dei salari. Anche la Commissione europea raccomanda l’aumento dell’Iva e l’adozione di nuove misure «austeritarie»: il posticipo dell’età pensionabile, il controllo dei costi delle Comunità, l’inasprimento delle prestazioni per la disoccupazione, l’eliminazione dello sgravio per l’alloggio e la riduzione del volume di spesa della pubblica amministrazione. Tutto prima del 2013.

La storia si ripete. Riflessioni sulle conclusioni del summit europeo del 28-29 giugno 2012

di ANDREA FUMAGALLI - uninomade -

La chiusura del vertice europeo di Bruxelles del 28-29 giugno è stata salutata dalla stampa europea, e in particolare da quella italiana, come una svolta. La conferenza stampa finale ribadiva il cambiamento. Ma siamo certi che sia proprio così?
Due erano i principali punti all’ordine del giorno. Il primo doveva trattare delle situazioni nazionali che vivevano una particolare situazione di crisi, soprattutto nell’ambito del mercato del credito. I riflettori erano puntati su Grecia, Spagna e Cipro. Con riferimento alla Grecia, si trattava di dare una risposta alla richiesta del nuovo governo ellenico, pressato da una crescente opposizione politica, di diluire nel tempo il piano, ancora di lacrime e sangue, di rientro del debito pubblico, in un contesto, comunque, in cui il commissariamento europeo, ledendo la sovranità greca sul solo lato della spesa, garantiva il reperimento della liquidità necessaria al pagamento degli interessi (da usura) alle banche creditrici di Germania e Francia. Ebbene, molto semplicemente tale richiesta non è stata nemmeno presa in considerazione. Si è preferito soffermarsi, invece, sul problema della sostenibilità finanziaria delle banche cipriote e spagnole. Al riguardo, con particolare riferimento alle banche spagnole (declassate più volte dalle agenzie di rating), oltre a confermare l’intervento dell’ammontare di circa 62 miliardi di euro deciso nelle settimane scorse sotto il patrocinio della BCE, si è provveduto a garantire e a definire il processo di ricapitalizzazione di alcune banche, anche attingendo al Fondo Salva Stati (come già dichiarato dal governatore Draghi). Questo aspetto è legato a una delle richieste che da più parti è stata sollevata negli ultimi giorni: quella di procedere a una unione bancaria europea.
L’idea è tanto semplice quanto perversa. Poiché, dopo 20 anni, ci si è resi conto che la sola Unione Monetaria non era sufficiente a fare da scudo alle pressioni speculative (nonostante quanto dichiarato più volte), allora si propone (sempre negli ambiti dell’oligarchia finanziaria) che un maggior coordinamento bancario a livello europeo possa costituire una sorta di scudo in grado di prevenire comportamenti opportunistici e speculativi. Di fatto, come ai tempi di Maastricht, lo scopo è quello di rinsaldare la struttura della governance finanziaria, oggi perno su cui ruota il processo di valorizzazione capitalistica. Tale strategia viene giustificata con l’argomentazione, tipicamente neo-liberista, che è il “mercato” come entità metafisica a volerlo. Nella realtà sappiamo bene che si tratta dell’ennesimo tentativo ribadire la forza dei dispositivi dominanti, nella stretta della crisi. Errare humanum est, perseverare diabolicum.
Il secondo punto dell’ordine del giorno riguardava invece la definizione di una strategia comune europea a breve termine per favorire la fuoriuscita dalla crisi. Oramai ci si è completamente dimenticati delle origini della crisi del debito pubblico europeo. Nessuno menziona più che gli stati si sono indebitati per tamponare i buchi di bilancio di quelle istituzioni finanziarie di medie dimensioni (che non facevano parte del gotha finanziario) causati dallo scoppio della crisi dei sub-prime del 2007-2008. La situazione di crisi in Europa è poi peggiorata perché l’adozione di politiche recessive ha favorito il perdurare di situazioni di debito (e nel debito, la speculazione sguazza), coniugando indebitamento pubblico a quello privato (anche laddove la crisi economica non aveva particolarmente colpito il sistema finanziario, come nel caso dell’Italia). L’attendismo e le politiche opportunistiche di un Europa, sotto il cappio sì di una unione monetaria che non consentiva politiche di espansione di liquidità, ma segnata dal nazionalismo fiscale, hanno fatto il resto. Se l’unione monetaria europea ha portato vantaggio alla politica economica della Germania, soprattutto a partire dalla riunificazione, la non esistenza di una politica fiscale comune ha fatto da tappo o meglio è stata la scusa principale perché non si potesse discutere una seria politica anti-speculativa.

Voi siete qui - Un nuovo servizio di assistenza

pubblicato in Il Manifesto

Buongiorno. Si segnala ai gentili utenti che da oggi entra ufficialmente in vigore il nuovo servizio di assistenza per lo sviluppo e il sostegno alla retorica nazionale.
Il servizio è dedicato in special modo ai mezzi d’informazione, ma anche i normali cittadini possono facilmente chiamare il numero verde a disposizione per consigli, assistenza, supporto tecnico.
Per insulti alla Merkel, trionfo dell’orgoglio nazionale, indici di Borsa (solo se positivi) e Spread (solo se in discesa) digitare 1. Per aiuti alla ripresa e investimenti europei digitare 2.
In questo caso sarete rimandati a un altro menu dove una voce registrata elencherà le opzioni a vostra disposizione:
per aiuti alle banche digitare 1.
Per aiuti alle banche digitare 2.
Per aiuti alle banche digitare 3.
Per versare una sottoscrizione volontaria alle banche digitare 4. Per tornare al menu principale digitare il vostro Iban, al resto pensiamo noi.
Per sostegno al governo Monti (obbligatorio) digitare qualsiasi numero.
Per assistenza emotivo-psicologica in vista della finale dei campionati europei di calcio digitare 3. Uno speciale menù vi guiderà verso le possibili opzioni.
Seguire le istruzioni a seconda della personale inclinazione politico-culturale.
Per “Viva Balotelli anche se è negro” digitare 1.
Per “Viva Balotelli e non importa se è negro” digitare 2.
Per “Il merito è di Cassano e i gay sono cazzi loro” digitare 3.
Si segnala che il servizio aggettivi e sinonimi sarà attivo questa sera a partire dalle ore 20.
Per “glorioso manipolo” digitare 1.
Per “l’orgoglio dei nostri ragazzi” digitare 2.
Per “L’Italia ritrova il suo spirito nei momenti di difficoltà” digitare 3.
Per la personalizzazione dei complimenti di Napolitano digitare 4.
Per “In fondo siamo un grande paese” digitare 5 (in questo caso è possibile un’attesa di 20-30 anni). E’ inoltre disponibile lo speciale servizio “Io l’avevo detto”, che individua e cancella le vostre precedenti affermazioni disfattiste, sia sul vertice europeo che sulle partite degli Europei.
Questo servizio è a pagamento (il ricavato verrà devoluto alle banche).
Alessandro Robecchi

Per un euro politico

Fonte: il manifesto | Autore: Marco D'Eramo
       
In balia dello spread aggrappiamo i relitti delle nostre economie a un’agonia di vertici che rinviano ad altri summit che a loro volta rimandano a nuovi summit. C’è da chiedersi cosa abbiano ormai più da dirsi i leaders all’ennesimo incontro «risolutivo». Produzione di vertici a mezzo vertici, così si potrebbe parafrasare un famoso titolo dell’economista Piero Sraffa.
I vertici si susseguono come consulti al capezzale del morente: la prognosi è tanto riservata che i sanitari l’ottimismo non l’ostentano neanche più. Ripetono che lotteranno per far sopravvivere la rantolante moneta a ogni costo. Ma i medici mentono spesso, soprattutto se la situazione è disperata. È come quando in un matrimonio il/la partner ti dice che il vostro legame è solidissimo: incroci le dita e aspetti il peggio. E non c’è argomento dell’informazione su cui l’opinione pubblica sia tanto manipolata dai mass-media quanto l’economia, in particolare se è fallimentare: le bancarotte non vanno mai annunciate in anticipo. Il «parco buoi» non deve essere preavvisato. Quanto più i media suonano rassicuranti, tanto più si salvi chi può.
La verità è che i mercati e i governanti europei ci hanno e si sono messi in una situazione di loose-loose: di perdere qualunque cosa facciano. Non possono salvare l’euro, ma non possono neanche disintegrarlo. Non possono salvarlo perché l’emergenza ha tempi brevissimi, settimane se non giorni, mentre tutte le misure necessarie sono di medio, persino di lungo termine: instaurare un’armonia fiscale, unificare le politiche economiche, rendere la Bce una vera banca centrale europea, con il diritto/dovere di comprare il debito del proprio stato, come avviene per la Federal reserve statunitense o l’istituto di emissione nipponico.
Già, ma quale stato c’è dietro la Bce? Uno stato non lo si costruisce dall’oggi all’indomani. O forse sì, ma dopo una guerra, dopo una sconfitta disastrosa. La guerra non l’abbiamo ancora avuta, ma verso la disfatta catastrofica ci avviamo a passo di carica. Il rapporto di ieri della Confindustria dice che l’economia italiana è in caduta libera, mentre per l’associazione dei banchieri spagnoli l’euro è agli sgoccioli.
Ma una disintegrazione dell’euro affosserebbe per sempre l’Unione europea, azzererebbe Schengen e la libera circolazione, ci riporterebbe indietro di 70 anni. Per salvare l’euro bisognerebbe dargli, e subito, una dimensione politica. Ma anche qui siamo in una situazione di double-bind. L’esperienza dell’unione monetaria è così punitiva che l’Europa sembra diventata la terra del «Capitalismo Reale», in cui uscire dal debito è impossibile quanto evadere dalla Cortina di Ferro. Per salvare l’euro ci vorrebbe una volontà politica, ma l’esperienza dell’euro ha minato e reso odiosa qualcunque prospettiva europea.
È stato detto che l’Europa è come la bicicletta, su cui non puoi stare fermo senza cadere: devi andare avanti. Ma ora l’Europa è un velocipede anche in un altro senso, quello per cui: «Hai voluto la bici, ora pedala!».

POLITICAL ASYLUM (in italian, also an early school for children)
"My school is closed because we need this bombers to make Italy more great in the world"

sabato 30 giugno 2012

Syriza in Italia? Proviamoci ma la strada è lunga

Autore: Marco Bersani*
       
La vicenda greca parla a tutti i popoli d’Europa sotto diversi punti di vista.

Da una parte è la più lampante dimostrazione di come lo “shock” del debito sia stato artatamente costruito per ridisegnare il comando sociale dei grandi capitali finanziari sul mondo del lavoro e sull’intera vita delle persone.

La Grecia è infatti il Paese che più pedissequamente si è sottoposto ai diktat della “Troika” e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: drastica caduta delle condizioni di vita, disoccupazione di massa, precarietà generalizzata, espropriazione di beni comuni e servizi pubblici, sottrazione di democrazia.

Dall’altra è l’altrettanto chiara dimostrazione di come la mobilitazione sociale costante e su contenuti chiari sia pagante e possa far uscire un intero popolo dalla frammentazione e dalla disperazione per iniziare a costruire un’alternativa : da questo punto di vista l’esperienza di Syriza è illuminante e densa di indicazioni.

Lo scontro sociale che la crisi ci consegna è - e sempre più sarà - senza quartiere: da una parte l’ossessione delle politiche liberiste chiede continuamente nuovi “assets” su cui riversare i capitali finanziari, dentro un modello capitalistico in condizioni di cronica sovrapproduzione; dall’altra, i movimenti sociali indicano nell’inversione di rotta e nella definanziarizzazione della società la possibilità di un altro modello sociale.

E’ come se, dopo aver per oltre due decenni affermato “privato è bello”, cercando di convincere le persone, oggi i poteri forti finanziari dicano molto più semplicemente - e ferocemente – “privato è obbligatorio e ineluttabile”.

Da questo punto di vista, il nuovo paradigma dei beni comuni che ha attraversato tutte le lotte e le mobilitazioni sociali, in particolare nel nostro Paese, diviene il luogo principale dello scontro in atto, tra la riappropriazione collettiva di ciò che a tutti appartiene e il definitivo esproprio di diritti e democrazia.

Su questo terreno - la straordinaria vittoria referendaria sull’acqua dello scorso anno lo dimostra - è possibile costruire un altro linguaggio e un nuovo protagonismo sociale che sappiano uscire dalla pur generosa minorità per parlare all’intera società.

Un terreno che sposti l’asse dell’azione collettiva dall’intervento “a valle” dei processi all’assalto “a monte” degli stessi: che passi dal “consumo critico” alla critica della produzione, dalla lotta contro le privatizzazioni alla riappropriazione partecipativa di beni e servizi, dal terreno de “i soldi non ci sono” alla risocializzazione del credito, dalla democrazia formale alla democrazia reale.

Da questo punto di vista - e conoscendo tanto i drammatici limiti delle forze politiche in Italia quanto le insufficienze dei movimenti sociali - sarei molto cauto nell’immaginare una deterministica riproduzione italiana dell’esperienza di Syriza.

Innanzitutto perché quell’esperienza nasce dalla mobilitazione sociale reale che in quel paese ha assunto livelli di radicalità - più di 15 scioperi generali - attualmente impensabili in Italia; inoltre la crisi della rappresentanza nel nostro Paese - dopo due decenni in cui il modello Berlusconi ha plasmato trasversalmente la società - ha assunto livelli di drammaticità, difficilmente riscontrabili in altri Paesi europei.

L’Italia è un Paese tutt’altro che pacificato, ma l’insufficienza delle mobilitazioni sociali rispetto allo scontro in atto è purtroppo un dato ancora evidente; l’Italia è un Paese denso di rivendicazioni collettive, ma la frammentazione delle stesse è purtroppo sotto gli occhi di tutti.

Prima di affrontare il delicatissimo tema della rappresentanza, occorre a mio avviso dedicare tutte le possibili energie alla costruzione della precondizione della stessa: una forte, radicale, unitaria e inclusiva mobilitazione sociale su alcuni obiettivi chiari e comunicabili, che sappiano tessere la rete delle relazioni sociali e ribaltare l’agenda politica di un Palazzo ormai “autistico”.

Il rischio è che, in mancanza di un livello adeguato di mobilitazione sociale, la scorciatoia della rappresentanza venga ancora una volta dai più percorsa, nell’illusione di costruire dall’alto ciò che è complicato far emergere dal basso.

Ben venga Syryza, dunque, se serve a camminare. Ma con la consapevolezza dei passi da compiere.

*Forum italiano dei movimenti per l’acqua

Germania: Hitler difensore diritti umani !!!


        Germania: Hitler difensore diritti umani (ANSA) - BERLINO, 30 GIU - La meta' dei liceali tedeschi non sa che Hitler era un dittatore, mentre un terzo di loro pensa che sia stato un protettore dei diritti umani. E' il risultato shock di un sondaggio condotto dai ricercatori della Free University di Berlino. In base alla ricerca, realizzata intervistando piu' di 7.500 studenti intorno ai 15 anni, solo la meta' e' capace di affermare che l'ex Germania Occidentale era uno Stato democratico, mentre il 40% si dice incerto in quale tipo governo vive oggi.

Fonte: ansa

Krugman e Layard contro le politche di austerità

il manifesto | Autore: Francesco Bravi
       
«I deficit pubblici che osserviamo oggi sono una conseguenza e non la causa della crisi». Ecco la denuncia dell’errore di fondo, dell’equivoco generato dalle politiche di austerità, che un nutrito gruppo di economisti – su tutti Paul Krugman e Richard Layard – ha affidato alle pagine del Finacial Times. Si tratta di una vera e propria petizione in cui i firmatari si prefiggono di intaccare quelle idee che, avendo ormai messo «radici nella coscienza pubblica», assicurano un consenso «all’eccessivo rigore delle politiche fiscali di molti paesi». I tempi sono maturi, sostengono invece gli autori, perché gli economisti possano parlare direttamente ai cittadini e «offrire un’analisi più saldamente ancorata all’evidenza» dei problemi attuali, attraverso un manifesto.
«In un momento nel quale il settore privato è impegnato in uno sforzo di contenimento della spesa – dicono gli estensori del documento, tutti professori di Princeton e della London School of Economics – le politiche pubbliche dovrebbero agire come una forza stabilizzatrice, a sostegno della spesa». Di fronte alla crisi dei mutui, i privati – continuano – hanno reagito razionalmente tagliando i nuovi finanziamenti per rimborsare quelli vecchi. Tuttavia, se ciò poteva essere logico su scala individuale, si è rivelato controproducente a livello collettivo, dato che non spendendo più nessuno, nessuno nemmeno più guadagna. Precisamente quel tracollo della spesa cui gli autori della petizione sul Ft attribuiscono l’origine del peggioramento dei bilanci pubblici. Che quindi si colloca alla fine del meccanismo a catena della sfiducia e non all’inizio. Un processo che, affermano i partigiani delle riduzioni di bilancio, solo il contenimento della spesa pubblica può riuscire a disinnescare. Layard e Krugman però sostengono che non ci sia niente di più falso. «Dall’esperienza – ricordano – non emerge alcun caso rilevante di questo genere».
Anzi, rincarano la dose, lo stesso «Fondo monetario internazionale ha studiato 173 casi di tagli di bilancio in singoli paesi e in tutti ha riscontrato che hanno avuto un effetto essenzialmente depressivo» sull’economia. Infine, gli economisti anti-austerity demoliscono quello che chiamano l’«argomento strutturale» avanzato dai loro colleghi favorevoli al rigore. Secondo questi teorici della soluzione lacrime e sangue, un’espansione dell’offerta sarebbe impedita dal fatto che la produzione è in sofferenza, per ragioni di squilibrio interne al sistema, sul lato della domanda. Se fosse così però, ribattono Krugman e Layard, «la maggior parte delle nostre economie dovrebbe essere al massimo delle possibilità»: impossibile, con tassi di disoccupazione così alti.
L’intero testo della petizione è disponibile online sul sito del Financial Times.

Le proposte del controvertice contro la crisi

Fonte: il manifesto | Autore: red.
       
I 150 partecipanti al Forum Internazionale «Un’altra strada per l’Europa», tenutosi giovedì 28 al Parlamento europeo a Bruxelles, hanno discusso delle alternative praticabili alla mancanza di azione efficace contro la crisi europea attese dal Consiglio europeo di Bruxelles. Tra le azioni concrete richieste, le seguenti cinque proposte assumono il carattere di estrema urgenza.
1) Per affrontare la drammatica accelerazione della crisi finanziaria europea – segnata dall’interazione tra crisi bancaria e crisi del debito pubblico – la Banca centrale europea deve agire immediatamente in qualità di prestatore di ultima istanza per i titoli di Stato. Il problema del debito pubblico va risolto con una responsabilità comune dell’eurozona, attraverso meccanismi istituzionali che possano essere introdotti immediatamente; il debito va sottoposto a una valutazione e un «audit» pubblico.
2) È necessario un radicale ridimensionamento della finanza, con l’introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie, limiti alla finanza speculativa e ai movimenti di capitali e con un’estensione del controllo sociale, in particolare sulle banche che ricevono salvataggi pubblici. Il sistema finanziario dovrebbe essere trasformato in modo tale da sostenere investimenti produttivi sostenibili da un punto di vista sociale e ambientale.
3) È necessario rovesciare le politiche di austerità in tutti i paesi d’Europa e rivedere i termini dei Memorandum imposti ai paesi che hanno richiesto «aiuti d’emergenza» dall’Unione europea, a cominciare dalla Grecia; i pericolosi vincoli del «Patto fiscale» vanno eliminati in modo che i governi possano tutelare la spesa pubblica, il welfare e i salari, mentre l’Europa deve assumere un ruolo maggiore per stimolare la domanda, promuovere la piena occupazione e avviare uno sviluppo equo e sostenibile. Le politiche europee devono inoltre portare all’armonizzazione fiscale, mettere fine alla concorrenza tra stati e spostare l’imposizione fiscale dal lavoro ai profitti e alla ricchezza. Il lavoro e la contrattazione collettiva devono essere difesi; i diritti del lavoro sono parte essenziale dei diritti democratici in Europa. Occorre impegnarci subito per cambiamenti di lungo termine nelle seguenti direzioni:
4) Un «new deal verde» può rappresentare la via d’uscita dalla recessione in Europa con grandi investimenti per una transizione ecologica verso la sostenibilità, creando nuovi posti di lavoro di qualità, ampliando le capacità produttive in settori innovativi e allargando le possibilità di politiche nuove a livello locale, in modo particolare sui beni pubblici.
5) La democrazia deve essere estesa a tutti i livelli in Europa; l’Unione europea va riformata e la concentrazione di potere nelle mani degli Stati più potenti – così come si è realizzata con la crisi – va rovesciata. L’obiettivo è una maggiore partecipazione dei cittadini, un ruolo più incisivo del Parlamento europeo e un controllo democratico molto più significativo sulle decisioni chiave. Le prossime elezioni europee del 2014 devono rappresentare un’opportunità per compiere scelte tra proposte alternative per l’Europa all’interno e trasversalmente gli Stati membri dell’Unione.
Di fronte al rischio di un collasso dell’Europa, le politiche europee devono cambiare strada e un’alleanza tra società civile, sindacati, movimenti sociali e forze politiche progressiste – in particolare nel Parlamento europeo – è necessaria per portare l’Europa fuori dalla crisi prodotta da neoliberalismo e finanza, e verso una vera democrazia.
THE ‘BIG” OBAMA CARE RIFORM
“A timid attempt to imitate the Castro-care”

Syriza non e' sola in Europa.

di Zag in - listasinistra -
Analizzando nel dettaglio il programma del Front de Gauche alcune considerazioni mi vengono da fare.
Intanto la provenienza dei suoi dirigenti. Tutti provengono dalla sinistra del PS. Jean-Luc Mélénchon, Jacques Généreux, Marc Dolez. Per citarne alcuni.
Essi provengono dagli errori e dalla loro autocitica all'appoggio dato al trattato di Maastricht (Mitterand, 1992) e la resa a quello di Amsterdam (Chirac/Jospin, 1997) Si sono schierati per il no al referendum sulla Costituzione Europea .Nel 2008 sono usciti dal PS per fondare il Parti de Gauche (che è una delle componenti del Front de Gauche).
Al pari del programma di Syriza , nel Front de Gauche vi è una analisi economica che difficilmente si può trovare in un partito politico, ma spesso nelle analisi di economisti critici ed eterodossi.
Il programma ha dei punti sicuramente discutibili , ma forse è proprio questo uno dei punti forti. Quello di poter aprire ed essere da stimolo per il dibattito per le forze anticapitaliste . Quello di essere punto di partenza e di riunione per tutte quelle forze sparpagliate , disunite, disgregate , in Europa. Aggregare forze ed intelligenze, intellettuali economisti e non alla preparazione di idee forti da contrapporre alla ideologia dominante.

Prendo pari pari l'esame che ne ha fatto Federica Roà

● aumentare il salario minimo, lo SMIC, del 21% a 1.700 Euro lordi, che dovrebbero diventare netti a fine legislatura (ogni paese europeo dovrebbe adottare uno SMIC non inferiore al 60% del salario medio);
● imporre un rapporto massimo di 1:20 tra la paga più bassa e quella più alta nelle imprese;
● fissare un reddito annuo massimo di 360.000 Euro oltre il quale lo Stato prende tutto;
● porre limiti ai licenziamenti nelle imprese che distribuiscono dividendi; eliminare i contratti di precariato, cominciando da quelli esistenti nel pubblico impiego;
● restituire il diritto di andare in pensione a 60 anni, pensione minima pari allo SMIC,  difendere il sistema retributivo;
● ritornare alle 35 ore;
● istituire una sanità interamente pubblica e universale;
● lanciare la pianificazione ecologica (un vasto programma di reindustrializzazione ecologica, di uscita pianificata dal petrolio e dal nucleare, di investimenti pubblici ecologici e sociali);
● nazionalizzare l’energia (mi limito a questo esempio per indicare una strategia più vasta di difesa da privatizzazioni indiscriminate, ma non necessariamente di nazionalizzazione, di settori come, oltre all’energia, le telecomunicazioni, i trasporti, la ricerca, la sanità, l’educazione, il credito, l’acqua, l’abitazione e, naturalmente, la protezione sociale, la sicurezza, la difesa, la giustizia).

Italia-Germania Euro 2012 Rabbia di Hitler

«Ormai siamo maggioritari. Facciamo Syriza anche qua»

Fonte: il manifesto | Autore: Daniela Preziosi
Intervista al Segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero
«Ha ragione Marco Revelli quando scrive sul manifesto: bisogna collocarsi fuori dalle compatibilità dell’attuale Europa in nome di una rifondazione, di una ricontrattazione dell’Unione. Chi ha fatto l’Europa così e chi ora la sta ridefinendo, popolari e socialisti, sta riconfermando la distruzione della civiltà europea, del welfare, dell’art.18».

Segretario Ferrero, però in Francia il Front de gauche ha sostenuto il socialista Hollande. Lei dice che anche i socialisti distruggono la civiltà europea?
Non dico che socialisti e popolari sono uguali: sono però varianti dello stesso indirizzo politico, quello che non mette in discussione l’impianto neoliberista. Prendiamo il fiscal compact: in campagna elettorale Hollande lo aveva contestato. Oggi già non è più in discussione. Il Front ha fatto bene ad appoggiarlo per sconfiggere Sarkozy, ma non è un caso che poi non è voluto entrare nel governo. Ha ancora ragione Revelli quando dice che serve una Syriza (la coalizione della sinistra greca, ndr) anche da noi: dobbiamo interpretare un sentimento che inizia ad essere maggioritario nella società.
Crede che in Italia una ‘Syriza’ sarebbe maggioritaria?
Sì. Le forze liberiste perdono egemonia perché ormai è chiaro che non funzionano. Se non ci diamo un’alternativa di sinistra, resterà solo il populismo di destra. O qualsiasi tipo di populismo.
Chiamarsi così nettamente fuori dalle compatibilità europee non spaventa l’elettorato, anche quello progressista, e i governi europei, anche di marca socialista, com’è successo a Syriza?
Syriza ha preso il 26 per cento, fino a tre mesi prima stava al 6: un risultato incredibile. Quanto ai governi europei, è vero che tifano per ‘gli amici’. Ma poi, come hanno fatto con la Grecia, non li trattano meglio. Per noi, come per Syriza, il punto non è uscire dall’euro, ma ricontrattare l’Europa. Ma implica uno scontro politico. Non c’è una via tranquilla alla ricontrattazione, si tratta di interessi imponenti. Prendiamo Monti che minaccia di non votare la Tobin tax: sarebbe solo un favore agli speculatori. Dovrebbe invece minacciare di non votare il fiscal compact. Dicendo: cari signori, noi non ci stiamo a farci uccidere. La Grecia è piccola. L’Italia è grande e lo sanno tutti che non può fallire. Loro ti tengono in vita per poterti succhiare il sangue. E Monti e Merkel giocano nella stessa squadra.
Pd e Udc pensano ad un’alleanza. Sel dice no alle alchimie senza programmi e Bersani apprezza. La rottura con Sel non sembra all’orizzonte.
A Nichi dico: il punto dirimente non è che il Pd si allei con l’Udc, ma che il Pd stia facendo le attuali politiche economiche: pensioni, art.18, tasse, e ora fiscal compact, che per l’Italia è un disastro.
Vendola ha già detto che non potrebbe allearsi con un Pd neoliberista, sotto l’eventuale leadership di Renzi.
Renzi o no, il Pd appoggia Monti. Anche nel Pasok non sono tutti liberisti. Ma hanno appoggiato quelle politiche. Finoccchiaro non è Renzi, ma ha elogiato la riforma del lavoro. Insomma, come in Grecia, da noi devono decidere se fare un’alternativa di governo o una forza di complemento.
Perché ce l’avete sempre con Vendola e non chiedete lo stesso rigore di analisi a Di Pietro?
Non è vero, faccio a entrambi lo stesso appello: costruire un polo della sinistra che intrecci Alba, i comitati, le associazioni, la sinistra sindacale, la sinistra oggi in larga parte fuori dai partiti. Con un programma di governo: perché mai i nostri punti – patrimoniale, tetto alle pensioni, abbattere le spese militari – non dovrebbero essere un programma per governare?
Lei e il suo partito, in diverse stagioni politiche avete invocato modelli esteri. ‘Fare come la Linke tedesca’, poi come il ‘Front de gauche’, ora come Syriza. La Linke non gode di ottima tenuta interna, il Front ha deluso alle legislative. Lunga vita a Syriza, ma non è provinciale invocare modelli vincenti ma evidentemente non perfetti?
Ho sempre proposto a casa nostra lo schema federativo, il cui vero modello sono le esperienze latinoamericane. Fronti, alleanze, come lo sono Izquierda unita spagnola, Syriza e il Front. Il discorso sulla Linke è complesso: resta un riferimento, ma oggi sconta l’egemonia di un discorso di Merkel che all’operaio suona circa così: ci salviamo solo con i nostri padroni. Comunque la vogliamo chiamare, il punto è costruire una sinistra antiliberista con modalità di partecipazione e allargamento oltre quelle dei partiti. Nessun partito può pensare di crescere su se stesso. In Italia ci sono milioni di persone di sinistra, ma non c’è una forma politica che riesca a convincerli.
Anche Di Pietro aspetta le scelte di Bersani. Voi aspettate Di Pietro?
Proponiamo un polo della sinistra e di organizzare a metà settembre una manifestazione contro il governo Monti e le politiche europee. Ma in un processo unitario, l’ultima cosa da fare è rivendicare primazie e mettere cappelli. Abbiamo ancora un po’ di tempo davanti. Luglio e agosto saranno i mesi di questa costruzione. Ma se serve una settimana in più per fare un passo avanti, aspetteremo.
Se invece tutto resta come oggi, parteciperete alle primarie?
No, noi siamo per mandare a casa il governo Monti. Se manca questo, mancano i presupposti della nostra partecipazione. Ed è ormai chiaro a tutti che l’alternativa non nascerebbe lì.

venerdì 29 giugno 2012

Vertice europeo: Monti vince, il popolo italiano perde, le stangate e la recessione continuano


2RECESSIONE
di Paolo Ferrero
L’esito del vertice europeo è molto rilevante, ma non è positivo.
In primo luogo i cittadini pagheranno i debiti delle banche private di tutta Europa. Si tratta di una gigantesca socializzazione delle perdite che non ha precedenti. Gli speculatori non dovranno così pagare il conto dei propri azzardi perché il conto lo pagherà il Fondo Salva Stati cioè i cittadini di tutta Europa con le loro tasse. Si tratta di un salasso enorme ai danni dei cittadini se pensiamo che solo per le banche private spagnole sono stati stanziati 100 miliardi di euro .
In secondo luogo il Fiscal Compact non è stato modificato e questo determinerà un salasso per lo stato italiano di 45 miliardi all’anno per i prossimi vent’anni: la recessione è assicurata perché le misure per la crescita sono per quanto riguarda l’Italia molto inferiori e perché si taglia sul welfare e si investe su grandi opere sovente inutili e dannose (come la TAV).
In terzo luogo, invece di permettere alla BCE di comprare direttamente i titoli di stato o di fare gli eurobond o di trasformare il Fondo “Salva stati” in una banca che possa accedere alla liquidità illimitata della BCE, si costruisce un meccanismo in cui il Fondo “Salva stati” - con pochissime risorse - può intervenire a sostegno dei paesi che abbiano già demolito il welfare e che si impegnino a continuare a farlo. Questo sotto stretto controllo della troica (BCE, FMI e UE) e firmando un memorandum in cui il paese viene nella sostanza commissariato. Si tratta di una misura - quantitativamente non diversa da quanto fatto dalla BCE fino ad ora - del tutto insufficiente per evitare la speculazione sull’Euro, ma efficacissima per continuare il ricatto sui singoli paesi, costringendoli a politiche di rigore che demoliscono il welfare e i diritti dei lavoratori.
Il tecnocrate liberista Monti esce vincente dal vertice, il popolo italiano perde e le stangate e la recessione continuano.

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