Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

mercoledì 16 maggio 2012

Economia e finanza: prima e dopo la crisi

di Stefano Sylos Labini - sbilanciamoci -

Con la crisi, i rapporti tra capitalismo industriale e finanziario sono mutati. Rimane la necessità di abbandonare il neoliberismo, con riforme radicali e cooperazione internazionale

1. Premessa
Da circa cinque anni i paesi occidentali sono immersi in una crisi che ha prodotto un livello di disoccupazione inaccettabile e che sta determinando l’impoverimento di vasti strati della classe media, mettendo a rischio la tenuta democratica. Questo periodo, diversamente dal precedente ciclo di crescita, ancora non è stato adeguatamente studiato nelle sue dinamiche e dal punto di vista teorico. Il modello neoliberista basato sulle privatizzazioni e sulla deregolamentazione finanziaria continua ad essere dominante nonostante i massicci interventi pubblici che sono stati attuati da quando è scoppiata la crisi nel 2007/2008. Però, in questa fase si ha la sensazione che gli obiettivi della finanza non siano più funzionali a quelli dell’economia reale come era accaduto nel periodo precedente, dove l’espansione materiale si era associata a quella finanziaria. Sembra che la finanza abbia smesso di puntare sulla crescita scommettendo invece su una depressione prolungata delle economie occidentali con conseguenze che potrebbero essere distruttive per lo stesso capitalismo finanziario.

2. Il ciclo di crescita neoliberista e lo scoppio della crisi
Dai primi anni ’80 fino all’estate del 2007 l’interazione virtuosa tra crescita dell’economia reale, espansione dell’indebitamento privato, inflazione finanziaria (azionaria e immobiliare) e creazione di moneta endogena aveva funzionato, nonostante il ristagno dei salari e il fortissimo aumento del divario nella distribuzione del reddito, generando ricchezza e occupazione per l’intero pianeta. Nel 2007/2008 questo meccanismo si è inceppato rendendo il debito privato insostenibile, provocando una deflazione delle quotazioni azionarie e dei valori immobiliari, distruggendo una grossa fetta della moneta endogena creata dal mercato fino a determinare il crollo della domanda, della produzione e dell’occupazione nei Paesi più avanzati del Pianeta.

3. Gli interventi per fronteggiare la crisi
Per evitare una profonda depressione dell’economia si è ricorsi ad un fortissimo intervento pubblico sotto forma di espansione del debito e dell’offerta di base monetaria. Così nella fase iniziale della crisi non solo l’economia reale ma anche i mercati finanziari si sono ritrovati completamente dipendenti dall’intervento pubblico, che è riuscito a scongiurare l’innesco di fallimenti a catena delle imprese industriali, delle banche e delle istituzioni finanziarie. Questo intervento si è concentrato non a valle del sistema e cioè sostenendo gli investimenti pubblici, l’occupazione, i redditi bassi e i consumi, bensì a monte iniettando denaro nelle banche che sono state ritenute, a torto, come il principale motore della crescita. Si è pensato che fosse di primaria importanza ricapitalizzare le banche e si è sottovalutato il fatto che, se la moneta bancaria dipende dalla fiducia nella capacità di rispettare gli impegni di pagamento e la fiducia a sua volta si regge sulle aspettative di crescita dell’economia, la liquidità delle banche è in stretta relazione con il ciclo economico e cioè con la crescita della domanda aggregata, della produzione, degli investimenti e dell’occupazione.
4. La ripresa del processo di finanziarizzazione
Superata questa fase, si è iniziato a prendere coscienza che il debito pubblico aveva raggiunto livelli di guardia[1] senza che si fosse messo in moto un ciclo di crescita in grado di autosostenersi e senza che fosse comparso un nuovo consumatore in grado di sostituire il consumatore americano iper-indebitato. E, in conseguenza del ristagno della domanda aggregata che non sta generando convenienti opportunità di investimento dei capitali nel settore reale, ha ripreso vigore il processo di finanziarizzazione[2], che è stato alimentato anche dai generosi interventi delle Banche centrali a favore delle banche private.

Hobsbawn: “Il capitalismo di Stato sostituirà quello del libero mercato”

 


La notizia della morte del capitalismo è per lo meno prematura, il sistema economico sociale che da alcune centinaia di anni regge il mondo non è neanche malato, e basta guardare la Cina per convincersene e per leggere il futuro. In Oriente masse di contadini entrano nell'universo del lavoro salariato, lasciano il mondo rurale e diventano proletari. È nato un fenomeno nuovo, inedito nella storia: il capitalismo di Stato, dove alla vecchia borghesia illuminata, creativa, anche se rapace - come la descriveva Marx nel "Manifesto comunista" - sono subentrate istituzioni pubbliche. Insomma, non siamo all'apocalisse e nessuna rivoluzione è dietro la porta, semplicemente il capitalismo sta cambiando pelle. Eric Hobsbawm scende con una specie di montacarichi dalla ripida scala della sua casa di Highgate a Londra, non lontano dal luogo in cui riposa il suo grande maestro e ispiratore Karl Marx, appunto. Ha subito un'operazione per cui cammina male. Ha 95 anni, ma mentre il corpo mostra i segni dell'età, la testa di questo signore considerato il massimo storico contemporaneo, è quella di un giovane. Sta scrivendo un saggio su Tony Judt, un intellettuale britannico morto prematuramente, due anni fa. Parla alla Bbc, è attivo più che mai. E non ha mai smesso di essere marxista.

La crisi è epocale. Ma il capitalismo gode di ottima salute. Sta solo cambiando pelle e diventa di Stato. Le sorprendenti tesi del più grande storico contemporaneo, erede di Marx.

colloquio con Eric Hobsbawm di Wlodek Goldkorn, da L'Espresso

E se per questa intervista con "l'Espresso", una delle rarissime che rilascia, si è fatto mandare le domande via mail, e se comincia seguendo il canovaccio concordato, dopo pochi minuti passa a un serrato e spontaneo dialogo con l'interlocutore. "Mi ha chiesto se sia possibile il capitalismo senza le crisi", inizia: "No. A partire da Marx sappiamo che il capitalismo opera attraverso crisi appunto, e ristrutturazioni. Il problema è che non possiamo sapere quanto sia grave quella attuale, perché ci siamo ancora in mezzo".

La crisi in corso è differente da quelle precedenti?"Sì. Perché è legata a uno spostamento del centro di gravità del Pianeta: dai vecchi Paesi capitalisti verso nazioni emergenti. Dall'Atlantico verso l'Oceano Indiano e il Pacifico. Se negli anni Trenta tutto il mondo era in crisi, ad eccezione dell'Urss, oggi la situazione è diversa. L'impatto è differente in Europa rispetto ai Paesi del Bric: Brasile, Russia, Cina, India. Altra differenza, rispetto al passato: nonostante la gravità della crisi, l'economia mondiale continua a crescere. Però solo nelle aree fuori dall'Occidente".

Cambieranno i rapporti di forza, anche militari e politici?"Intanto stanno cambiando quelli economici. Le grandi accumulazioni dei capitali da investire sono oggi quelle dello Stato e delle imprese pubbliche in Cina. E così mentre nei Paesi del vecchio capitalismo la sfida è mantenere gli standard del benessere esistenti - ma io credo che queste nazioni siano in un rapido declino - per i nuovi Paesi, quelli emergenti, il problema è come mantenere il ritmo di crescita senza creare problemi sociali giganteschi. È chiaro, ad esempio, che la Cina si è data a una specie di capitalismo in cui l'insistenza di stampo occidentale sul Welfare è completamente assente: sostituita invece dall'ingresso velocissimo di masse di contadini nel mondo del lavoro salariato. È un fenomeno che ha avuto effetti positivi. Rimane la questione, se questo sia un meccanismo che possa operare a lungo".

Quello che sta dicendo porta alla questione del capitalismo di Stato. Il capitalismo come l'abbiamo conosciuto significava scommessa personale, creatività, individualismo, capacità di invenzione da parte dei borghesi. Può lo Stato essere altrettanto creativo?"L'"Economist" alcune settimane fa si è occupato del capitalismo di Stato. La loro tesi è che potrebbe essere ottimo nella creazione delle infrastrutture e per quanto riguarda gli investimenti massicci, ma meno buono nella sfera della creatività. Ma c'è dell'altro: non è scontato che il capitalismo possa funzionare senza istituzioni come il Welfare. E il Welfare è di regola gestito dallo Stato. Penso quindi che il capitalismo di Stato ha un grande futuro".

E l'innovazione?"L'innovazione è orientata verso il consumatore. Ma il capitalismo del Ventunesimo secolo non deve pensare necessariamente al consumatore. E poi: lo Stato funziona bene quando si tratta dell'innovazione nell'ambito militare. Infine: il capitalismo di Stato non è legato al dovere di una crescita senza limiti, e questo è un vantaggio. Detto questo, il capitalismo di Stato significa la fine dell'economia liberale come l'abbiamo conosciuta negli ultimi quattro decenni. Ma è la conseguenza della sconfitta storica di quello che io chiamo "la teologia del libero mercato", la credenza, davvero religiosa, per cui il mercato appunto si regola da sé e non ha bisogno di alcun intervento esterno".

Per generazioni la parola capitalismo faceva rima con libertà, democrazia, con l'idea che le persone forgiano il proprio destino."Ne siamo sicuri? Secondo me non è affatto evidente associare i valori che lei ha menzionato con determinate politiche. Il capitalismo di mercato puro non è obbligatoriamente legato alla democrazia. Il mercato non funziona nel modo in cui lo teorizzavano i liberisti: da Hayek a Friedmann. Abbiamo semplificato troppo".

Cosa vuol dire?
"Ho scritto tempo fa che abbiamo vissuto con l'idea di due vie alternative: il capitalismo di qua il socialismo di là. Ma è un'idea stramba. Marx non l'ha mai avuta. Spiegava invece che questo sistema, il capitalismo, un giorno sarebbe stato superato. Se guardiamo la realtà: gli Usa, l'Olanda, la Gran Bretagna, la Svizzera, il Giappone, possiamo arrivare alla conclusione che non si tratta di un sistema unico e coerente. Ci sono tante varianti del capitalismo".

Intanto la finanza prevale. C'è chi dice che il capitalismo potrebbe fare a meno della borghesia. È un'intuizione giusta?"È emersa con forza un'élite globale composta di persone che decidono tutto nel campo dell'economia, e che si conoscono tra di loro e lavorano insieme. Ma la borghesia non è scomparsa: esiste in Germania, forse in Italia, meno negli Usa e in Gran Bretagna. È cambiato invece il modo in cui si accede a farne parte".

Vale a dire?"L'informazione è oggi un fattore di produzione".

Non è una novità. Già i Rothschild diventarono ricchi perché per primi seppero della sconfitta di Napoleone a Waterloo, cosa che ha permesso loro di sbancare la Borsa..."Intendo una cosa diversa. Oggi fai soldi perché controlli l'informazione. E questo è un argomento forte nelle mani dei reazionari che dicono di combattere le élites colte. Sono le persone che leggono i libri e che hanno vari gradi di istruzone universitaria, a trovare gli impieghi redditizi. Gli istruiti sono identificati ormai con i ricchi, con gli sfruttatori, e questo è un problema politico vero".

Oggi si fanno soldi senza produrre beni materiali, con derivati, con speculazioni in Borsa."Però si continua a fare denaro anche, e soprattutto, producendo beni materiali. È cambiato solo il modo con cui viene prodotto quello che Marx chiamava il valore aggiunto (la parte del lavoro dell'operaio di cui si appropria il padrone, ndr.) Oggi lo producono non più gli operai ma i consumatori. Quando lei compra un biglietto aereo on line, lei con il suo lavoro gratuito paga per l'automazione del servizio. È quindi lei a creare il plusvalore che fa il profitto dei padroni. È uno sviluppo caratteristico della società digitalizzata".

Chi è oggi il padrone? Una volta c'era la lotta di classe.
"Il vecchio proletariato ha subito un processo di outsourcing; dagli antichi Paesi verso i nuovi. È là che dovrebbe esserci la lotta di classe. Però i cinesi non sanno cosa sia. Seriamente: forse invece ce l'hanno la lotta di classe, ma non la vediamo ancora. Aggiungo: la finanza è una condizione necessaria perché il capitalismo vada avanti, ma non è indispensabile. Non si può dire che il motore che muove la Cina sia solo la voglia di profitto".

È una tesi sorprendente, la può spiegare?"Il meccanismo che sta dietro all'economia cinese è il desiderio di restaurare l'importanza di una cultura e di una civiltà. È l'opposto di ciò che succede in Francia. Il più grande successo francese degli ultimi decenni è stato Asterix. E non è un caso. Asterix è il ritorno al villaggio celtico isolato che resiste all'urto del resto del mondo, un villaggio che perde ma sopravvive. I francesi stanno perdendo, e lo sanno".

Intanto in Occidente abbiamo i banchieri centrali che ci dicono cosa fare. Si parla di conti, numeri, ma non dei desideri degli umani e del loro futuro. Si può andare avanti così?"A lungo termine, no. Ma sono convinto che il vero problema sia un altro: l'asimmetria della globalizzazione. Certe cose sono globalizzate, altre super-globalizzate, altre non sono state globalizzate. E una delle cose che non lo sono state è la politica. Le istituzioni che decidono di politica sono gli Stati territoriali. Rimane quindi aperta la questione come trattare problemi globali, senza uno Stato globale, senza un'unità globale. E questo riguarda non solo l'economia, ma anche la più grande sfida dell'esistente, quella ambientale. Uno degli aspetti della nostra vita che Marx non ha visto è l'esaurimento delle risorse naturali. E non intendo l'oro o il petrolio. Prendiamo l'acqua. Se i cinesi dovessero usare la metà dell'acqua pro capite utilizzata dagli americani non ce ne sarebbe abbastanza nel mondo. Sono sfide dove le soluzioni locali sono inutili, se non a livello simbolico".

C'è un rimedio?"Sì, a patto che si capisca che l'economia non è fine a se stessa, ma riguarda gli esseri umani. Lo si vede osservando l'andamento della crisi in atto. Secondo le antiquate credenze della sinistra la crisi dovrebbe produrre rivoluzioni. Che non si vedono (se non qualche protesta degli indignati). E siccome non sappiamo neanche quali sono i problemi che stanno per sorgere, non possiamo nemmeno sapere quali saranno le soluzioni".

Può fare qualche previsione comunque?"È estremamente poco probabile che la Cina diventi una democrazia parlamentare. È poco probabile che i militari perdano tutto il loro potere nella maggior parte degli Stati islamici".

Lei ha sostenuto la necessità di arrivare a una specie di economia mista, tra pubblico e privato."Guardi la storia. L'Urss ha tentato di eliminare il settore privato: ed è stata una sonora sconfitta. Dall'altro lato, il tentativo ultraliberista è pure miseramente fallito. La questione non è quindi come sarà il mix del pubblico con il privato, ma quale è l'oggetto di questo mix. O meglio qual è lo scopo di tutto ciò. E lo scopo non può essere la crescita dell'economia e basta. Non è vero che il benessere è legato all'aumento del prodotto totale mondiale".

Lo scopo dell'economia è la felicità?"Certo".

Intanto crescono le diseguaglianze."E sono destinate ad aumentare ancora: sicuramente all'interno dei singoli Stati, probabilmente tra alcuni Paesi e altri. Noi abbiamo un obbligo morale nel cercare di costruire una società con più uguaglianza. Un Paese dove c'è più equità è probabilmente un Paese migliore, ma quale sia il grado di uguaglianza che una nazione può reggere non è affatto chiaro".

Cosa rimane di Marx? Lei, in tutta questa conversazione non ha mai parlato né di socialismo né di comunismo..."Il fatto è che neanche Marx ha parlato molto né di socialismo né di comunismo, ma neanche di capitalismo. Scriveva della società borghese. Rimane la visione, la sua analisi della società. Resta la comprensione del fatto che il capitalismo opera generando le crisi. E poi, Marx ha fatto alcune previsioni giuste a medio termine. La principale: che i lavoratori devono organizzarsi in quanto partito di classe".

In Occidente si parla sempre meno di politica e sempre più di tecnica. Perché?"Perché la sinistra non ha più niente da dire, non ha un programma da proporre. Quel che ne rimane rappresenta gli interessi della classe media istruita, e non sono certo centrali nella società". n

Disarmare i mercati per la democrazia dei beni comuni

  
 

di Marco Bersani (Attac Italia).


Un contributo per capire la situazione italiana e internazionale.

1. La crisi morde, attanaglia, non dà respiro. Investe l’economia e la società, l’ambiente e le condizioni di vita, la democrazia e le relazioni sociali. La crisi rivela. Scopre la grande menzogna di quaranta anni di modello neoliberista e l’enorme espropriazione sociale messa in atto ai danni delle persone ...

Allora, grazie ad una serie di innovazioni tecnologiche nel campo dell’informatica, della comunicazione e dei trasporti, l’ideologia neoliberale ha raccontato a tutti la favola oggi trasformatasi in incubo: “Facciamo dell’intero pianeta un unico grande mercato, liberalizziamo i mercati finanziari e diamo piena libertà ai movimenti di capitali; togliamo loro ‘lacci e lacciuoli’, legati a concezioni obsolete e sconfitte dalla storia, eliminiamo tutti i vincoli sociali e ambientali, e sarà il libero dispiegarsi del mercato a regolare la società, producendo un’enorme ricchezza che, se anche non eliminerà le diseguaglianze sociali, produrrà a cascata benessere per tutti”.

La favola ha trovato un suo primo momento di impasse già alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, quando, contrariamente a quanto enfaticamente annunciato, le diseguaglianze tra la parte più ricca e quella più povera del pianeta si sono rivelate mai così ampie nella storia dell’umanità, al punto che la stragrande maggioranza della popolazione può essere considerata “fuori mercato”, ovvero talmente impoverita e depredata da non poter accedere neppure al ruolo di consumatore. Contemporaneamente, la parte minoritaria della popolazione,che ha continuato a detenere un potere d’acquisto, si è trovata nella condizione di aver sostanzialmente già comprato quasi tutto, determinando per il modello capitalistico una situazione di sovrapproduzione di merci e una crescente difficoltà nell’allocarle su nuovi mercati.

2. La prima conseguenza di questa impasse è stata l’abnorme espansione dei mercati finanziari: Poiché l’obiettivo di ogni detentore di capitali è quello di ottenere, nel più breve tempo possibile, più denaro di quanto ne avesse prima, in caso di difficoltà nel campo della produzione di merci e di servizi, si apre la via della valorizzazione dentro la sfera finanziaria e del capitale fittizio. Con esiti da incubo che alcuni semplici dati possono ben chiarire : gli scambi di valute all’interno del sistema finanziario hanno oggi superato i 3.000 miliardi di dollari al giorno a fronte di un commercio transfrontaliero di beni di 10.000 miliardi di dollari l’anno; i prodotti finanziari derivati, negoziati sui mercati non regolamentati “over the counter” hanno raggiunto una cifra pari a 12/15 volte l’intero Pil del pianeta.

Ireland’s Referendum- an Opportunity for Change

Filed under JohnPerkins.Org Blog Wire, On May 31 Ireland will put the EU’s new treaty for fiscal discipline to a referendum, giving Irish voters a chance to overturn this controversial agreement. The crisis in Ireland is symbolic of ones facing many European countries, as well as the United States, and is a direct outgrowth of policies implemented against developing countries when I was an economic hit man (EHM). The upcoming decision by Irish citizens is a harbinger for other countries around the world, as well as crucial to Ireland’s financial future.The Irish Government has been “asset stripping” –selling off public resources, including gas from the west coast, utilities, and forests in attempts to reduce the debt. This is an old tactic that was perfected by economic hit men in countries throughout Africa, Asia, Latin America and theMiddle East during the 1970s and 1980s. Many Irish are vehemently protesting such acts and are opposed to signing the EU treaty, declaring them a loss of sovereignty for a nation that fought a bloody battle for full independence less than a century ago.
Austerity measures are killing the European economy. Not surprisingly Goldman Sachs and other investment organizations are at the root of the problem; they are strategically staffing Europe’s government and the Central Bank with hard-hearted investment bankers more interested in the concerns of the financial sector than thoseof the people. These ex-European Commissioners and former central bankers are helping the banks gain access to those in power.
I’m looking forward to speaking in the UK as Ireland is on the verge of these crucial economic changes. From May 21-25 I will be teaching a course at Schumacher College in Devonhttp://www.schumachercollege.org.uk/courses/hoodwinked-what-wrecked-our-economy-and-how-to-fix-it. Followed by a brief speaking tour, “Financial Terrorism Exposed”, around the UK where I will be speaking in Dublin (May 27), Manchester (June 2), and London (June 3). For more information on this tour please visit www.economichitman.co.uk, or my website: http://www.johnperkins.org/?page_id=21.

martedì 15 maggio 2012

Quanto guadagna la Germania dal debito greco?

OΛΟΙ ΠΡΕΠΕΙ ΝΑ ΑΦΙΕΡΩΣΕΤΕ ΕΠΤΑ ΛΕΠΤΑ ΚΑΙ ΝΑ ΔΕΙΤΕ ΑΥΤΟ ΤΟ VIDEO


Η Γερμανική τηλεόραση έκανε ρεπορτάζ για το πως και με ποιον τρόπο "βοηθά" η χώρα τους την Ελλάδα. Όπως αποκαλύπτουν η Γερμανία επωφελείται απο την κρίση του ευρώ, ενώ η βοήθεια μαμούθ που υποτίθεται μας δίνουν είναι... ψίχουλα!!

Πρόκειται για ένα εκπληκτικό ρεπορτάζ του Γερμανικού καναλιού ARD, το οποίο απογυμνώνει την ψυχρή πραγματικότητα και εκθέτει τόσο τον ελληνα Πρωθυπουργό κ.Παπαδήμο όσο και τον ίδιο τον κ.Βενιζέλο, που επιμένουν να κρύβουν από τον Ελληνικό λαό την αλήθεια!

Είναι προς τιμήν της κρατικής ΝΕΤ που πρόβαλε αυτό το βίντεο, ενώ τα κάνάλια των εφοπλιστών και των εργολάβων συνεχίζουν να μιλάνε για την δήθεν Γερμανική βοήθεια!!!

Στην ουσία πρόκειται για Ελληνική βοήθεια προς τη Γερμανία...

Αξίζει να αφιερώσετε επτά λεπτά για να δείτε αυτό το βίντεο:



Γιώργος Αδαλής

Per la Grecia (e l’Europa) la soluzione potrebbe venire da Keynes (con l’aiuto di Hollande?)

Posted by keynesblog on in Economia, Europa
La possibile (probabile) uscita della Grecia dall’Euro è in questi giorni al centro della discussione. Nessuno sembra avere le idee chiarissime. Chi, come Nouriel Roubini, ritiene l’abbandono della moneta unica inevitabile, sottolinea che la Grecia potrebbe risollevarsi proprio grazie al ritorno alla dracma. L’esempio più ricorrente è quello dell’Argentina che aveva una situazione non dissimile: alto indebitamento con l’estero e la moneta locale, il peso, agganciato al dollaro con un rapporto 1:1. Il default e lo sganciamento del peso nel 2002 – sia pure pagando un’inflazione che schizzò al 40% – aiutò il paese nelle esportazioni, permettendo di uscire dalla crisi, ma richiese un lungo e penoso travaglio.
I contrari all’uscita della Grecia tuttavia sottolineano che essa non è un’economia votata alle esportazioni e quindi le sarebbe difficile recuperare come ha fatto l’Argentina. La risposta a questa obiezione è che il settore turistico potrebbe essere per i greci l’equivalente delle esportazioni argentine. Inoltre i contrari sottolineano come l’uscita della Grecia potrebbe essere solo l’inizio di un processo che porterebbe l’intero Sud Europa ad abbandonare la moneta unica e – per evitare la colonizzazione economica, anche il mercato unico -, con conseguenze per l’intera credibilità del progetto europeo. Sparirebbe in pochi mesi o qualche anno l’intero lavoro di mezzo secolo di integrazione.
Ma tra rimanere nell’Euro ed uscire c’è forse una terza via, ispirata a Keynes.
L’ha proposta ripetutamente Luca Fantacci, economista della Bocconi. L’idea prende le mosse dal Bancor proposto da Keynes come moneta internazionale alla conferenza di Bretton Woods dopo la seconda guerra mondiale:
Ecco, allora, la proposta: istituire una camera di compensazione europea, sul modello della Clearing Union proposta da Keynes a Bretton Woods … [la] camera di compensazione non richiederebbe un accantonamento preventivo di fondi né la concessione di ingenti garanzie da parte dei paesi membri. Possiamo immaginarla come una banca, ma senza capitale, né depositi, né riserve. Semplicemente, ogni paese ha un conto presso la camera di compensazione e ogni conto ha un saldo iniziale pari a zero. Ad ogni paese è accordata la possibilità di “andare in rosso”, entro determinati limiti, finanziando in tal modo un deficit temporaneo dei conti con l’estero.
I paesi in surplus registrano, viceversa, un saldo positivo. I saldi complessivi della camera sono sempre pari a zero; per questo non ha bisogno di riserve. La seconda peculiarità di questa banca è che debitori e creditori sono trattati in maniera simmetrica: se i primi pagano un interesse sui propri saldi negativi, anche i secondi non li guadagnano, ma anzi pagano una commissione sui propri saldi positivi. Questa disposizione, apparentemente vessatoria, è in realtà perfettamente giustificata dal fatto che i creditori non hanno depositato niente nella banca, ma anzi beneficiano dei suoi servizi, alla stessa stregua dei debitori: infatti, se la camera di compensazione consente a questi di acquistare ciò che altrimenti non avrebbero potuto permettersi, allo stesso modo, in maniera del tutto speculare, consente a quelli di vendere ciò che altrimenti non avrebbe trovato mercato.
Inoltre, gli oneri simmetrici costituiscono un incentivo per creditori e debitori a ristabilire l’equilibrio dei propri conti con l’estero. Una camera di compensazione così congegnata consentirebbe di finanziare gli squilibri interni all’Europa, senza dover ricorrere ai mercati finanziari internazionali, e, al tempo stesso, di assicurare che quegli squilibri siano limitati e temporanei.
Fantasie di un economista monetario? Per nulla:
Bello, si dirà, ma si può fare? Ebbene, sì. Anzi, lo si è già fatto. E proprio in Europa. Poco più di cinquant’anni fa. In una situazione simile. Con esiti straordinari. L’Europa usciva stremata dalla seconda guerra mondiale, aveva già divorato decine di miliardi di dollari di aiuti dagli Usa sotto il Piano Marshall, e ciononostante la ripresa stentava. Servivano ancora soldi? No, serviva soltanto uno strumento per consentire ai paesi europei di farsi credito a vicenda, in modo da consentire loro di ricominciare a investire, produrre, scambiare e consumare. Lo strumento fu trovato, nel 1950, nella forma di una camera di compensazione: l’Unione Europea dei Pagamenti. In otto anni, fece letteralmente miracoli: il miracolo economico italiano e quello tedesco, il raddoppio del commercio in Europa, la triplicazione di quello con gli Stati Uniti, la liberalizzazione degli scambi, l’inizio di uno spazio economico comune, integrato e bilanciato.
Ma c’è di più. A Nantes, in Francia, si sta sperimentando il “Bonùs”, una moneta municipale, studiata proprio da Luca Fantacci, con il suo collega Massimo Amato. La doppia moneta permette di avere uno strumento credibile di pagamento con l’esterno, ma di mantenere il controllo sull’economia locale. Spiega sempre Fantacci:
Una finanza locale, denominata in una moneta locale complementare all’euro, consentirebbe di togliere anche le comunità territoriali dalla morsa dei mercati globali, in modo che possano riacquistare una reale autonomia politica, senza rinunciare all’apertura verso l’esterno. Altrimenti continueremo a sacrificare ogni comunità in nome della Comunità Europea, salvo poi sacrificare la Comunità Europea in nome del mercato globale.
E ora la buona notizia. Il sindaco di Nantes, a cui Fantacci e Amato hanno fatto da consulenti per il Bonùs, è Jean-Marc Ayrault: il nuovo primo ministro francese designato da François Hollande.

Lo spread, il nuovo «dittatore»

Fonte: il manifesto | Autore: Francesco Piccioni       

Che scherzi fa la crisi… Ricordate Giuseppe Vegas, berlusconiano della prima ora e viceministro dell’economia con Giulio Tremonti? Ora è presidente della Consob, autorità di controllo sulla borsa italiana. Ieri ha parlato all’interno di Piazza Affari seminando una serie di considerazioni decisamente eccentriche rispetto al suo ruolo e all’area politico-culturale di provenienza. Un esempio per tutti: dal suo punto di osservazione ha notato che cresce «l’insofferenza nei confronti della ‘dittatura dello spread’», perché «affidare il nostro futuro a un numero costituisce anche un modo di abdicare ai nostri doveri». I quali discendono «da un fondamentale diritto: quello di partecipare democraticamente all’assunzione delle decisioni che ci riguardano».
Impossibile non concordare. Ma suona strano in bocca a chi – da governante – trovava normalissimo che (sotto Marchionne, in Fiat) i lavoratori non potessero decidere sul loro contratto di lavoro tramite referendum, né scegliersi il delegato o il sindacato cui iscriversi. Ma le elezioni in Grecia, Francia, Italia e persino in Germania dicono che non è salutare continuare su quella strada. «La gente» non ci sta. E quindi diventa obbligatorio far capire di aver capito, suggerendo che «è giunto il momento di affiancare alle manovre di risanamento scelte che possano garantire una crescita stabile».
Certo, può suonare ancora più strano che un ex frequentatore della «finanza creativa» tremontiana si lasci scappare giudizi come «l’innovazione finanziaria può essere positiva, ma legislatori e autorità hanno il dovere di evitare che si trasformi in un meccanismo che brucia i risparmi delle famiglie». O che contesti un’eccessiva «ugualianza» nelle sanzioni verso chi ha messo in atto comportamenti di mercato poco o molto pericolosi per il loro funzionamento; fino a decidere che l’attività di vigilanza del suo istituto deve essere indirizzata «verso i comportamenti maggiormente dannosi per l’intregrità dei mercati», concentrando perciò «l’azione repressiva» sulle condotte illecite «più rilevanti». In termini di soldi spostati, vien da pensare.
La giornata era anche giusta. Il disastro in Jp Morgan rivela infatti che il mercato dei «derivati» – completamente privo di regolamentazione, con scambi sempre over-the-counter – funziona come moltiplicatore dei rischi invece che come loro «gestione competente». E, in generale, che le politiche di contrasto della crisi fin qui messe in atto l’hanno semplicemente aggravata.
Eppure i mercati non riescono a cambiare logica, visto che la loro unica molla è il profitto a breve termine. Ieri il crollo delle piazze finanziarie è stato consistente e globale. Molti commentatori l’hanno attribuito all’impossibilità di formare un governo in Grecia, e quindi alla sempre più probabile uscita di Atene dall’euro. Ma i più accorti guardavano in realtà all’esito delle elezioni in Nord Reno Westfalia (oltre che a Jp Morgan), le quali – decretando una batosta di proporzioni inattese per la coalizione della Merkel – mette in seria discussione la governance europea per come si era fin qui definita.
Sarkozy è andato, e Hollande parte con l’obiettivo di rivedere molte scelte, a partire dal fiscal compact e dall’obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione. Ora la Merkel – lo vedono proprio tutti – è molto più debole; e non si può pensare di governare 17 paesi con i diktat della Bundesbank o quelli della Bce. È saltata insomma la «linea Maginot» del rigore a tutti i costi, di cui fin qui aveva beneficiato la sola Germania, messa in condizione di potere rifinanziare il proprio debito pubblico a costo zero e guadagnando su quello altrui tramite le proprie banche. È questa la notizia davvero pessima per gli «investitori istituzionali» (quelli dai grandi numeri), che hanno bisogno di «certezze» per potersi lanciare in scommesse folli.
I numeri sono impietosi. Le borse europee sono andate tutte molto male, con ovviamente i poveri greci all’ultimo posto (4,27%) e una lista di perdite che sembra un cimitero (Piazza Affari a -2,74, addirittura «in risalita» dopo aver ceduto oltre il 3,5% durante la seduta; e poi Madrid -2,66, Londra -1,97, Parigi -2,29 e Francoforte -1,94). Ma nemmeno Wall Street poteva sorridere (la «squadra» licenziata da Jp Morgan era non a caso composta dagli speculatori contro l’Europa): a due ore dalla chiusura perdeva lo 0,7%, ma era partita anche peggio.
In crisi netta l’euro, sceso al di sotto dell’1,29 contro il dollaro Usa. Ma la misura sull’andamento dell’economia è come sempre dato dal prezzo del petrolio. In discesa (a 94,5 dollari al barile per il Wti, -1,6%). Perché se l’economia reale va male, si consuma meno energia.

Grecia ...

Fonte: controlacrisi.org | Autore: Isabella Borghese
... fallisce il tentativo di un nuovo governo. Domani alle 13 riunione al palazzo presidenziale
È fallito l'ultimo tentativo del presidente greco Karolos Papoulias di formare un governo. I leader dei partiti politici che oggi sono stati ricevuti dal presidente hanno spiegato che saranno convocate nuove elezioni. A renderlo noto è l'emittente televisiva Net. “Purtroppo la Grecia va verso nuove elezioni – dichiara il leader socialista Evangelos Venizelos - per colpa di qualcuno che ha messo i propri temporanei interessi politici al di sopra degli interessi della nazione”. Domani alle 13:00 si terrà una riunione al palazzo presidenziale per decidere la formazione di un governo ad interim per portare la Grecia alle elezioni. Evangelos Venizelos mentre conferma il fallimento dei negoziati per la formazione di una coalizione di governo, auspica che i greci possano prendere «decisioni mature» al prossimo voto.

USCIRE DALL'EURO ??

di Loretta Napoleoni - 15 Maggio 2012

La Grecia tiene col fiato sospeso l'Europa e la moneta unica potrebbe implodere. Un effetto domino è molto probabile, e sarebbe devastante. Lasciare l'Euro, paradossalmente, è in questo momento la strada più indolore per l'Italia

USCIRE DALL'EURO PER USCIRE DALLA CRISI

 Se in Grecia si va ad elezioni è molto probabile che il Partito Socialista Radicale e tutti quanti i partiti che sono contro l'austerità guadagneranno molti consensi. Probabilmente si avrà una coalizione basata principalmente sull'uscita dall'Euro, proprio perché interrompere l'austerità significa uscire dall'Euro. E questo creerebbe un vero e proprio cataclisma finanziario in Europa, anche perché non esiste, ad oggi, un protocollo di uscita dall'Euro. Ritengo sia molto probabile, allora, un'implosione della stessa moneta unica.
L'effetto principale di tutto ciò è sicuramente il contagio. Bisogna considerare che una implosione dell'Euro dovuta alla fuoriuscita della Grecia significa che la Grecia dichiarerà di non pagare il suo debito: il 75% di questo debito è dovuto al Fondo monetario, alla Banca centrale europea e all'Europa. Dunque non ci sarebbero più soldi nel famoso fondo salva stati per aiutare sia l'Italia che la Spagna che gli altri paesi della periferia.
Il contagio della crisi greca si sposterebbe molto velocemente ai paesi della periferia ed avremmo una situazione simile a quella che abbiamo visto proprio in Grecia un anno fa, con una progressiva degenerazione delle condizioni economiche e finanziarie.

L'Euro è alle soglie di un fallimento perché l'Europa ha perseguito a lungo una strada che è una strada ideologica, è una strada che non ha mostrato alcuna umiltà, una strada di arroganza. Se anche un anno fa avessimo considerato la possibilità di avere due Euro a due velocità, e quindi un protocollo per potere migrare dall'Euro di serie A nell'Euro di serie B, non ci troveremmo in una situazione di questo tipo. I greci non sarebbero alla fame e non avremmo dei partiti radicali di grande opposizione alla politica europea che prendono il 20 per cento dei voti nelle elezioni politiche.

Molti, ultimamente, mi chiedono quando e come usciremo dalla crisi. A mio avviso si esce dalla crisi solamente quando si risolve il problema Euro, quindi paradossalmente una implosione dell'Euro potrebbe essere benefica perché porrebbe fine a questa lunghissima agonia. Certo, le conseguenze saranno assolutamente disastrose, ci sarà una contrazione dell'economia che durerà diversi mesi. A un certo punto toccheremo il fondo, però, e da quel fondo ricominceremo a risalire. Così, invece, ci troviamo in caduta libera in un pozzo nero senza fine. 

Oggetto: "Cessazione dell'attività". La nostra risposta: no!

Ieri nella redazione del giornale è arrivato un fax che annuncia la "cessazione dell'attività" e la cassa integrazione per tutti i lavoratori. Una doccia fredda. Vi raccontiamo come è andata. E ci vediamo in edicola, dove abbiamo intenzione di rimanere. Anche grazie al vostro aiuto.
Può succedere che un fax spedito in redazione senza preavviso, senza che nessuno l'aspetti, vada perso. Chi li usa più i fax al tempo delle email e di twitter. Così ieri pomeriggio rischiavamo persino di non leggere le poche righe con le quali ci comunicavano che «è stata decisa la cessazione della complessiva attività editoriale» del manifesto. Undici righe spedite dai tre liquidatori che da febbraio gestiscono questo giornale. Un colpo a freddo arrivato proprio mentre voi lettori e noi del collettivo stiamo facendo l'impossibile per non arrenderci.
Ma il manifesto non finirà così. Una paginetta scarsa che vorrebbe mettere fine a una storia lunga più di 40 anni. È arrivata ieri pomeriggio in redazione mischiata a tutti gli altri fax, senza però essere un fax come tutti gli altri. E non solo perché, paradossalmente, era su carta intestata «il manifesto». Mittenti: i commissari liquidatori che da tre mesi amministrano il giornale. Destinatari: cdr, rsu, Federazione nazionale della stampa, Slc-Cgil, Cisl e Uil. Oggetto: «comunicazione cessazione attività e richiesta concessione trattamento straordinario di integrazione salariale». Tradotto: la fine del manifesto, con la possibilità concreta - seppure non venga indicata una data - che nel giro dei prossimi giorni il giornale non possa più arrivare nelle edicole e, quindi, ai lettori. E questo anche se nella lettera (vedi a fianco) si fa accenno a una «disponibilità» da parte dei liquidatori che lascia intendere la possibile apertura di una trattativa. Una doccia fredda.
Non solo perché la decisione presa dai liquidatori significa chiudere la nostra voce in un momento in cui c'è sempre più bisogno di informazione libera. Non solo perché, di conseguenza, significa la perdita di 70 posti di lavoro. Ma anche perché arriva all'improvviso, dopo che l'intero collettivo si era reso disponibile a discutere ogni sacrificio, inclusa l'ulteriore riduzione della forza lavoro pur di far vivere il giornale. Ponendo come unica condizione la ricerca delle migliori tutele per i compagni «in uscita».
La decisione dei liquidatori arriva quindi a sorpresa e dopo mesi in cui sia le rappresentanze sindacali interne che la direzione, insieme alla Fnsi e alla Slc-Cgil, hanno più volte sollecitato i commissari ad assumere una decisione circa la scelta di un ammortizzatore sociale. Da loro non abbiamo mai ricevuto risposta. Mentre da tutte le istituzioni competenti, a partire dai vertici del ministero del Lavoro e del ministero dello Sviluppo, è stata più volte garantita ampia disponibilità nella ricerca di una soluzione. Mesi in cui, perdipiù, i compagni e le compagne del manifesto (dipendenti e collaboratori) hanno lavorato senza percepire lo stipendio pur di non interrompere le pubblicazioni. In attesa di queste decisioni, alcuni si sono trovati in una sorta di limbo che non prevedeva né il ritorno al lavoro, né la messa in cassa integrazione. Come degli esodati al cubo.
Una situazione confusa, accettata dalla redazione solo come ulteriore sacrificio, necessario per la sopravvivenza del giornale e dei posti di lavoro. Strana storia quella della liquidazione coatta amministrativa del manifesto. I tre commissari, nominati dal ministero dello Sviluppo, uno dei quali su indicazione della Lega delle cooperative, entrano ufficialmente al giornale il 23 febbraio scorso. La situazione è quella che è. Sappiamo tutti che il loro arrivo, e prima ancora la decisione di avviare una procedura di liquidazione coatta amministrativa, è un passaggio estremamente difficile.
Nonostante questo, l'inizio è promettente: i liquidatori decidono infatti di non chiudere subito il giornale e di avviare un periodo di esercizio provvisorio di sei mesi durante i quali si tenterà una difficile e, come sappiamo tutti, dolorosa opera di risanamento delle casse del manifesto. Non era un atto scontato, e la scelta è di certo un atto di coraggio e di fiducia da parte dei liquidatori della quale gli va riconosciuto il merito. L'atmosfera cambia però nei primi incontri con il sindacato. I liquidatori chiedono il licenziamento immediato di almeno 40 dipendenti tra poligrafici e redattori, altrimenti, spiegano, vengono a cessare le condizioni per il proseguimento dell'esercizio provvisorio. 40 licenziamenti rappresentano più del 50% dei compagni che lavorano al giornale.
E' una scelta difficile per un'impresa editoriale che nella sua storia non ha mai accettato l'idea di licenziare un proprio dipendente. Da questo momento comincia una trattativa durante la quale ai liquidatori vengono avanzate dalle rappresentanze sindacali tre proposte grazie alle quali si potrebbe abbattere notevolmente il costo del lavoro, senza per questo rinunciare a una riduzione dell'organico, ma diluendola nel tempo in maniera tale da poter garantire i compagni. Ogni volta la risposta è sempre stata un no secco a ogni proposta insieme alla periodica riproposizione dei licenziamenti di massa.
Fino al punto da chiedere a cdr e rsu - al termine di un incontro in cui i liquidatori annunciano di voler interrompere l'esercizio provvisorio - di avere un mandato dall'assemblea del manifesto per procedere alla riduzione del personale.
A questo punto, però, quando i commissari potrebbero convocare le parti al ministero del lavoro per chiudere finalmente la trattativa, tutto si ferma inspiegabilmente, al punto che si interrompono anche i contatti con le rappresentanze sindacali interne. Pur proseguendo il loro lavoro di controllo dei conti del giornale, i liquidatori non parlano più della ricerca dell'ammortizzatore sociale migliore. Un silenzio dovuto sicuramente alla difficoltà che un percorso come la liquidazione coatta amministrativa comporta, ma che ha l'effetto di generare forte preoccupazione e confusione nella redazione, già messa a dura prova dalla mancanza di stipendi.
Anche perché nel frattempo viene messo a punto un piano editoriale che prevede il rilancio del giornale e del sito che contiene forti innovazioni, mentre da parte di lettori si dà vita a una forte solidarietà che si manifesta attraverso la sottoscrizione e iniziative a sostegno del giornale. Una campagna che abbiamo chiamato «Senza fine», grazie alla quale aumentano anche le vendite del 15% e gli abbonamenti del 35%. Ora siamo a un passaggio decisivo, sicuramente un momento in cui non possiamo abbassare la guardia. Il giornale resterà in edicola finché non ce lo impediranno. La settimana prossima ci sarà l'incontro con i liquidatori. Vi terremo informati.
NAKBA 1948-2012
"One day I will go back to my grandfather home"

lunedì 14 maggio 2012

Il paradosso taciuto dello spread

Claudio Messora Lidia Undiemi Giulia Cazzaniga L'Ultima Parola Anteprima MES Euro Byoblu Byoblu.com

- buoblu -
Vi prego di ragionare su una cosa. Cos’è lo spread? Il differenziale tra i rendimenti dei titoli italiani e i loro analoghi tedeschi. Perché ci sono rendimenti diversi? Perché il rendimento è la misura di un rischio: se chi “scommette” sui tuoi titoli ritiene che la scommessa sia più rischiosa, lo fa solo a condizione che il rendimento del suo investimento sia maggiore. Ovvero pretende più interessi in cambio del suo prestito. Cosa significa? Perché, se l’investitore crede che un titolo non sia affidabile, lo compra lo stesso? E’ matto? No: accetta il rischio. Fa una scommessa. Fa i suoi conti e calcola che se gli va male perde tutto, ma se gli va bene avrà speculato, cioè guadagnato di più del dovuto. Attribuisce insomma a questo rischio un costo, dopodiché presenta il conto. E noi il conto lo paghiamo. Lo abbiamo sempre pagato. Visto che non siamo mai falliti, abbiamo cioè quasi sempre pagato di più di quello che dovevamo pagare.

Cosa succede, però, se andiamo in default? Succede che non paghiamo più. Cosa stanno facendo Monti e l’Europa? Ci stanno impedendo con ogni mezzo di fallire. Ci stanno cioè indebitando ulteriormente (i 125 miliardi che stiamo per conferire al MES, solo per iniziare, rappresentano una buona fetta del nostro debito pubblico: potremmo usarli per abbatterlo). Ci stanno, cioè, accollando nuovi fardelli per garantire i titoli di stato in scadenza e quelli a venire a chi li ha sottoscritti. Ma noi questa garanzia l’abbiamo già data: abbiamo accettato di pagare un rendimento molto maggiore rispetto a quello tedesco. Non eravamo mica scemi, l’abbiamo fatto in accettazione della scommessa dell'investitore, il quale ha puntato al tavolo alzando la posta, consapevole di poter perdere tutto ma bramoso di assicurarsi guadagni superiori.
Dunque a che scopo pagare rendimenti più alti in fase di emissione titoli, se poi siamo costretti comunque a ripagare i debiti e non ci è permesso fallire? E’ un controsenso: o si stabilisce che “non possiamo fallire”, e allora lo spread deve essere abbattuto, portato a zero domani mattina, oppure si fanno debiti a tassi elevati, superiori al dovuto, ma poi se lo scommettitore perde sono affari suoi. Se dobbiamo pagare per il fondo salva-stati, allora vogliamo l’immediato azzeramento di tutti i differenziali sui rendimenti che siamo stati costretti a garantire quando abbiamo venduto il nostro debito.
Altrimenti è una truffa.

Obiezioni e riserve sul MES
(Meccanismo Europeo di Stabilità)

La lettera di alcune personalità austriache a tutte le istituzioni di Vienna
In qualità di cittadini responsabili, i sottoscritti hanno letto la bozza del MES con la necessaria diligenza e accuratezza. Siamo pervenuti alla conclusione che questa bozza non deve essere accettata. Coloro che la firmeranno, devono essere giudicati avendo agito con dolo eventuale, se le prevedibili conseguenze si manifestano.
Non solo l’accordo contraddice le più elementari convenzioni UE, che costituiscono le basi per l’ingresso e per la permanenza nell’Europa Unita in qualità di membri, ma viola anche la Costituzione Federale Austriaca, poiché trasferisce le prerogative del diritto di ogni democrazia – per esempio la sovranità finanziaria - a una istituzione al di fuori del suo controllo.
Se questo trattato sarà ratificato, tutti gli stati membri dell’UE saranno diretti da un’oligarchia finanziaria anonima priva di legittimazione democratica. Per dirla con schiettezza: è una delega ad instaurare una schiavitù anonima e finanziaria sotto al pretesto della “solidarietà”.
In particolare, l’impegno ad obbligarsi in favore del settore finanziario sovraccaricherà la capacità delle economie nazionali e la disponibilità dei cittadini a subire ulteriori sacrifici finanziari. L’obbligazione “incondizionata e irrevocabile” al pagamento iniziale e a quelli aggiuntivi (Art. 8 e 9) testimoniano di questa riduzione in catene a favore dei grandi possessori di capitali.
Attraverso l’obbligazione ad agire in accordo con l’FMI, si stabilisce l’influenza indiretta degli USA, ovvero la compartecipazione decisionale di quelli che hanno prodotto e che ancora mettono in scena la crisi finanziaria.

L'Italia come la Grecia, truccò i conti per entrare nell'euro

Italia Grecia trucchi truccò i conti ingresso entrare euro europe unione monetaria Claudio Messora Byoblu Byoblu.com- byoblu -
 A distanza di dieci anni si scopre che l'euro era basato su una colossale truffa ai danni dei cittadini, perché entrammo a farne parte grazie ai trucchi di "creativi giocolieri finanziari", come lo Spiegel definisce Carlo Azeglio Ciampi, allora ministro del tesoro del Governo Prodi, e grazie alla Germania che non voleva fossimo troppo competitivi. Helmut Kohl scelse volutamente di ignorare tutti i rapporti e le pressioni degli altri stati i quali, come l'Olanda, evidenziavano come non fossimo pronti, così come i drammatici appelli finali come quello di Stephan Freiherr von Stenglin, attaché finanziario dell'ambasciata tedesca a Roma, i quali sottolineavano come il nostro ingresso nella moneta unica si sarebbe tradotto in un disastro per noi e per gli altri. Secondo lo storico Hans Woller, al momento di entrare nell'euro l'Italia era "sull'orlo della bancarotta finanziaria" e propose per due volte di rinviare la partenza dell'euro, ma la Germania rifiuto'.
L'Italia – si legge sul Times - rappresentava un "rischio speciale" per l'euro, fin dal suo inizio nel 1999, poiché "continuava a rifiutarsi di ridurre il suo enorme debito", avvertì un memorandum profetico inviato a Kohl nove mesi prima del lancio della moneta unica. Kohl fu avvisato che l'Italia usava trucchi contabili per mostrare sulla carta che faceva progressi, mentre in realtà il suo debito cresceva. Kohl trascurò le allerte e insistette che l'Italia doveva entrare nella prima ondata. Ingannò, per questioni di mera opportunità politica, non solo l'opinione pubblica, ma anche la Corte Costituzionale di Karlsruhe. Alla fine con una combinazione di circostanze fortunate e di trucchi come la tassa sull'Europa, la vendita delle riserve auree alla banca centrale e le tasse sugli utili, gli italiani riuscirono sul piano formale a rispettare i criteri di Maastricht, ma molte misure di risparmio erano solo cosmetiche, si basavano su trucchi contabili o vennero subito ritirale non appena venne meno la pressione politica.

Questa, in sintesi, la verità storica del settimanale tedesco Spiegel, che nell'inchiesta di cinque pagine denominata "Operazione autoinganno" ha pubblicato le risultanze di centinaia di pagine di documenti del governo Kohl sull'introduzione dell'euro tra il 1994 ed il 1998. Si tratta di rapporti dell'ambasciata tedesca a Roma, di note interne dell'esecutivo e di verbali manoscritti di colloqui avuti dal cancelliere della riunificazione.

L'Italia, secondo queste carte e le testimonianze di gente come Juergen Stark, Horst Koehler e Klaus Regling, attuale responsabile del fondo salva stati (Efsf), non sarebbe mai dovuta entrare nell'euro: Kohl, Prodi e Ciampi lo sapevano ma trascurarono volutamente, intervendo con trucchi di finanza funambolica, i dati e gli interessi degli italiani e degli europei.

AΛΕΚΟΣ ΑΛΑΒΑΝΟΣ: ΓΙΑ ΤΙΣ ΕΚΛΟΓΕΣ, ΤΟ ΜΝΗΜΟΝΙΟ ΚΑΙ ΤΟ ΕΥΡΩ


- iskra -«15 Σημειώσεις στο Πρόχειρο» για τις Εκλογές, για το Μνημόνιο και κυρίως για το Ευρώ*
1. Εκτελεστικό απόσπασμα για τον δικομματισμό στις εκλογές υπήρξε η ίδια η Ευρωζώνη (δεν έχει δοθεί ακόμα η χαριστική βολή). Στις αρχές του χειμώνα, κάτω από τις πιέσεις των αγορών προς το ευρώ και τα ομόλογα ισχυρών πια χωρών του η Γερμανία αποφάσισε και επέβαλε την είσοδο της ΝΔ στην κυβέρνηση της δεύτερης άγριας δανειακής σύμβασης. Ο για δύο χρόνια αντιμνημονιακός ιεροκήρυκας Σαμαράς μέσα σε μια νύκτα κατάντησε μνημονιακός ψάλτης. Η Ευρωζώνη έτσι ναρκοθέτησε το σύστημα του δικομματισμού που, και στην Ελλάδα, εξασφαλίζει την διαιώνιση και την αποσόβηση ακραίων κρίσεων για το σύστημα. Έκαψε την ευκαιρία για ένα δεξιό Ολάντ στη χώρα μας. Αν δεν είχε λειτουργήσει έτσι, το «μόνο νεκρός θα συνεργαστώ με τους μνημονιακούς» θα το είχε προεκλογικά πει, με τον Καμμένο υπασπιστή του, ο Σαμαράς, αυτοδύναμος πια πρωθυπουργός.
2. Ό,τι έκανε σταθερά μέχρι πριν κάποια χρόνια η αμερικάνικη πρεσβεία (που δεν αποκλείεται να ξαναεμφανιστεί σύντομα), δεν μπόρεσαν να το κάνουν οι δεκαπέντε τόσες πρεσβείες της Ευρωζώνης. Είτε, λοιπόν, η Ευρωζώνη αποδεικνύεται, μέσα στις αντιφάσεις και τις αντιθέσεις της, ανίκανη να επεξεργασθεί μια μακροπρόθεσμη πολιτική διασφάλισης της ίδιας της κυριαρχίας της. Είτε η Γερμανία, ως ηγέτιδα του χώρου του ευρώ, με πλήρη επίγνωση των συνεπειών, θυσιάζει την ίδια την άμεση επιρροή της στην Ελλάδα προκειμένου να κερδίσει κρίσιμο χρόνο για την υπεράσπιση της κεντρικής ζώνης του ευρώ. Συμβαίνει μάλλον το δεύτερο, μαζί ενδεχομένως με το πρώτο, και αυτό είναι μια προειδοποίηση για όσους ονειρεύονται ελιγμούς της Γερμανίας σε περίπτωση που ακυρώσουμε τις δανειακές συμβάσεις.
3. Ένας κόσμος μέσα στις φλόγες μιας πόλης που καίγεται «συνωστίζεται» στις παραλίες για να σωθεί. Έτσι ήταν αυτές οι εκλογές, σα σε μια μεγάλη καταστροφή. Η διαφορά είναι τώρα ο καθένας είχε τον χρόνο να σκεφτεί ποιο καράβι θα επιλέξει. Σε αυτό το πλαίσιο ήρθε ο εκλογικός θρίαμβος του ΣΥΡΙΖΑ που η πολιτική του συνήχησε με την ανάγκη της κοινωνίας να γίνει κάτι «τώρα». Εδώ ακριβώς ήρθε και ο δεύτερος θρίαμβος, της αντιμνημονιακής ακροδεξιάς, με τους Ανεξάρτητους Έλληνες και την αποκρουστική ναζιστική εκλογική παρουσία. Στους ταξιδιώτες αυτό που κυριάρχησε την Κυριακή 6 Μαΐου είναι : «να φύγουμε από το καταραμένο λιμάνι (του δικομματισμού και του μνημονίου)». Αυτό που λογικά αρχίζουν και σκέφτονται πια είναι : «σε τι είδους άραγε λιμάνι θα αγκυροβολήσουμε».

Anziani sempre più poveri. Uno su cinque è a rischio povertà. In Italia penalizzati anche dall'età pensionabile.

- controlacrisi -
In Europa il 20% degli anziani è a rischio povertà e di esclusione sociale. Una percentuale che vale anche per l'Italia a causa dello scarso potere d’acquisto delle pensioni, della bassa qualità e accessibilità dei servizi di welfare e del costante aumento del costo della vita, dei prezzi e delle tariffe. A dirlo è lo Spi Cgil in occasione del convegno organizzato a Roma l’11 maggio dal titolo “L’Unione europea tra paure e speranza. I pensionati di fronte alle incognite della crisi”.

Peggio dell'Italia, secondo i dati del sindacato, oltre ai paesi balcanici, fanno il Belgio (21%) e la Spagna (oltre il 26%). Meglio, invece, altri paesi come l’Olanda (6%), Francia (12%), Germania (14%) , la Slovacchia (16%) e la Danimarca (18%) dove le pensioni hanno un valore più alto e lo stato-sociale è di maggiore qualità.

Un altro dato allarmante, che emerge dalla ricerca dello Spi, è relativo al potere d'acquisto delle pensioni. Nell’Europa a 27 il 68% del reddito da pensione è assorbito dal costo della vita. Una percentuale alta, ma di gran lunga superata da quella dell’Italia, che si attesta intorno all’84%. Il nostro paese – osserva lo Spi Cgil - ha, quindi, allo stesso tempo i redditi da pensione più bassi in Europa e il costo della vita più alto, peraltro sempre di più in crescita. Sotto la media, invece, la Germania dove solo il 43% del reddito viene destinato al costo della vita, la Spagna con il 58%, la Francia con il 60% e la Svezia con il 66%.

Un altro aspetto che vede penalizzati gli anziani italiani, secondo lo Spi, è quello dell'età pensionabile. Nel resto dei principali Paesi eruopei, infatti, il meccanismo che regola la previdenza è flessibile, contraddistinto nella maggior parte dei casi dalla possibilità di andare in pensione primo o dopo l’età stabilita attraverso un meccanismo di incentivi e disincentivi.

Il pre-pensionamento con conseguenti disincentivi è possibile in Belgio, Danimarca, Germania e Spagna. In Francia, invece, è previsto a 56 anni in caso di lavoratori precari e a 55 anni in caso di grave disabilità. Il pre-pensionamento non è previsto nel Regno Unito e in Svezia.

Molto più complesso è il quadro che riguarda i pensionamenti posticipati . Sono ammessi, infatti, in tutti i paesi Ue ma con diverse articolazioni. In Germania, Finlandia, Regno Unito e Spagna ad esempio non hanno alcun limite d’età. In Belgio è possibile, fatta eccezione per i dipendenti pubblici mentre in Danimarca è possibile per la pensione pubblica di vecchiaia fino ad un massimo di 10 anni dopo l’età pensionabile e fino a 75 anni per la pensione integrativa.

Anche la Francia fa storia a se
. In questo caso il pensionamento posticipato è possibile dopo i 60 anni per aumentare l’importo della pensione o dopo i 65 anni se non si hanno sufficienti requisiti assicurativi. In Svezia, infine, è possibile continuare a lavorare anche dopo i 67 anni purché vi sia una contribuzione con il datore di lavoro.

Infine, lo Spi traccia anche un quadro di prospettiva sull'andamento demografico nel vecchio continente. Attualmente, in Europa si contano circa 87 milioni di persone over 65 anni , il 60% delle quali sono donne e il restante 40% uomini. Il dato, però, è destinato ad aumentare nei prossimi 30 anni segnando il progressivo invecchiamento della popolazione europea.

In Italia, ad esempio, nel 2010 gli over 65 anni erano 15 milioni
. Nel 2020 invece saranno 16 milioni, nel 2030 19 milioni e nel 2040 arriveranno a toccare quota 21milioni. Il dato subirà un calo nel 2060 quando il numero di anziani arriverà a quota 20 milioni. Le stesse dinamiche si registreranno negli altri paesi Ue.

In Germania, infatti, si passerà dai 20 milioni registrati nel 2010 ai 25 milioni del 2040 . Anche in questo caso il dato è previsto in calo nel 2060 quando gli anziani tedeschi saranno circa 23 milioni. In Francia, invece, gli over 65 ad oggi sono 15 milioni e diventeranno 21 milioni nel 2040 e 22 milioni nel 2060. In Spagna, infine, gli anziani registrati nel 2010 hanno toccato quota 8 milioni e arriveranno a 15 milioni nel 2040 e a 16 milioni nel 2060.

F.35 (and it is not true that they are anti economic…)
"one hour flight about fifty suicides"

domenica 13 maggio 2012

"No al governo Monti". Alcuni degli interventi dei leader alla manifestazione.

Controlacrisi
        Saluto di Ines Zuber, eurodeputata Gue-Ngl- Partito Comunista PortogheseCari compagni, compagne e amici,
un grande saluto da parte del gue- ngl e del partito comunista portoghese
E 'con grande emozione che mi rivolgo a voi in questa grande manifestazione della volontà popolare, la volontà del popolo italiano di combattere per il proprio diritto di scegliere il destino del suo paese, rifiutandosi di sottomettersi agli interessi delle grandi potenze, delle grandi imprese e dei gruppi economico finanziari.
Sempre più, l'Unione europea dimostra la sua vera natura - la natura di un’integrazione capitalista che porta solo grandi vantaggi ai gruppi economico finanziari, un’integrazione che soddisfa la loro furia nella conquista di nuovi mercati di espansione, un più facile accesso al lavoro a basso costo e alle risorse , la liberalizzazione in settori quali i servizi pubblici, al fine di farli passare nelle mani di privati. Visto che la crisi del capitalismo è stata causata dalla speculazione finanziaria, quali sono le soluzioni che l’UE offre ai popoli? Ciò Che un blocco imperialista è in grado di offrire - un aumento dello sfruttamento della manodopera e la creazione di meccanismi per trasferire la ricchezza creata dai lavoratori al capitale monopolistico. Le misure chiamate austerità non sono altro che questo. Il trasferimento diretto di stipendi, pensioni, prestazioni sociali e gli enormi profitti che i servizi pubblici e beni comuni privatizzati sono in grado di fornire, nelle mani del capitale. Il discorso di inevitabilità e l'attuazione di misure che non hanno nulla a che fare con la soluzione della crisi del capitalismo ha un solo scopo - aumentare lo sfruttamento dei lavoratori e la dipendenza dalle grandi potenze come Germania e Francia, ed i loro monopoli economici e finanziari. Il trattato che ora vogliono imporre ai popoli - il cosiddetto Patto di bilancio (Patto fiscale) - è il tentativo di sancire giuridicamente e istituzionalmente le misure terroristiche di austerità che sono per loro stessa natura recessive. Non fatevi illusioni. La crescita necessaria per l'occupazione e per l'economia è possibile solo con la distruzione di tali politiche di austerità e l'abrogazione del Patto, che è stata imposto ai popoli con modalità totalmente anti-democratiche e alle loro spalle. Ma il popolo e i lavoratori non si arrendono e si batteranno fino alla fine per la non approvazione del Patto di bilanci, il fiscal pact. Questa manifestazione dimostra proprio che il popolo, i lavoratori non si conformano ai colpi di stato anti-democratici dell'Unione europea e del suo direttorio. Che non accettano l'imposizione di politiche che li condannano alla povertà. Che non accettano la nomina anti democrática di governi non eletti dal popolo, che sono definiti molti tecnici e molto competenti, solo perchè sono agli ordini e sono totalmente asserviti alle istituzioni europee.
E 'sempre più urgente rompere con queste politiche europee che sono una minaccia per la democrazia, che sono contro i diritti economici e sociali, che sono una grande offensiva contro i diritti e la storia sociale dei lavoratori, contro la sovranità e dei popoli' e l’indipendenza degli Stati. Oggi, in Europa, la disoccupazione è del 10,2%, ovvero di 24,6 milioni di disoccupati, e l'occupazione giovanile è impressionante - il 22,4% dei giovani nell'Unione europea sono disoccupati, senza prospettive per il futuro e stabilità. 80 milioni di persone nell'Unione europea vive in povertà e questi numeri sono solo destinati ad aumentare. I signori della Commissione europea dicono che si faranno ancora più sacrifici e che questa è la strada giusta. Ma giusta per chi? Di sicuro non per chi lavora e che vive con sempre più difficoltà.
Compagni,
Nel mio paese, il Portogallo, stiamo subendo un attacco senza precedenti ai diritti dei lavoratori e al nostro sistema democratico, attraverso la colonizzazione tecnocratica del Portogallo da parte delle istituzioni europee e del FMI. Il governo di destra del nostro paese, insieme al Partito socialista, ha firmato un patto con la troika di aggressione contro il popolo portoghese. Imposto il congelamento e tagli dei salari e indennità di anzianità e delle 13cesime e 14cesime , delle vacanze di Natale, il prezzo alle stelle del trasporto pubblico, aumento delle tasse e riduzione del sostegno sociale, la privatizzazione di aziende collegate al settore dell'energia elettrica, la chiusura dei servizi pubblici . E per finire approvatoto leggi sul lavoro al fine di avere manodopera a più basso costo, per aumentare le ore di lavoro e per facilitare i licenziamenti. È contro tutto questo che i lavoratori portoghesi hanno combattuto in numerose azioni di lotta che hanno visto due scioperi generali in soli sei mesi. Vogliamo che la troika esca dal nostro paese!
E noi abbiamo profonda fiducia che la lotta dei lavoratori, dei giovani porterà alla costruzione di un'altra Europa, porterà progresso sociale, pace, speranza, futuro, la cooperazione e la solidarietà tra i popoli d'Europa!
La lotta continua!

Saluto di Klaus Ernst, Presidente Die Linke Germania
Cari compagni,
Cari amici!
Siete venuti qui oggi per difendere il primo articolo della vostra costituzione: l'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Ogni italiano può essere fiero di questa Costituzione che sottolinea il valore del lavoro nel suo primo articolo. Naturalmente, il lavoro è alla base di ogni società umana. Ma solo la vostra Costituzione lo mette in evidenza in questo modo.
E voi avete perfettamente ragione quando dite: Il valore del lavoro deve essere riconosciuto. La gente ha bisogno di lavoro buono e di retribuzioni che consentano di vivere degnamente. Abbiamo bisogno di lavoro certo, sicuro - per gli anziani e per giovani. E 'giusto ed è necessario difendere i diritti dei lavoratori contro gli attacchi del governo.
Questi attacchi sono particolarmente insolenti, perché mai questo governo si è presentato di fronte a una elezione democratica da parte del popolo. Si tratta di uno strumento particolarmente sofisticato nella casella degli strumenti del capitale: Con il pretesto della crisi si installano cosiddetti governi tecnici. Questi governi iniziano a ridurre gli stipendi, prestazioni sociali, pensioni, cultura, anche il sistema sanitario – e dicono di fare tutto questo per salvare il popolo dalla crisi. In Grecia, alla fine al popolo è stato chiesto il suo parere. E il popolo ha detto chiaramente, cosa ne pensa dei loro salvatori e dei loro assistenti.
Cari amici, mi dispiace di non poter essere qui con voi oggi a Roma. Ci sono importanti elezioni in Germania questo fine settimana. Ma è molto importante per me per l'invio di questo messaggio, perché i paesi del sud Europa, Italia, Grecia, Spagna e Portogallo, sono utilizzati come un laboratorio al momento, un laboratorio per distruggere lo stato sociale, per la totale deregolamentazione dei servizi pubblici e del mercato del lavoro. Noi, la sinistra tedesca, siamo molto consapevoli di questo. E voglio dirvi: se ci sono tentativi nel mio paese per dividere i lavoratori d'Europa fra i duri lavoratori tedeschi, francesi, scandinavi ecc e i "pigri" italiani e greci, sappiamo e diciamo al persone: Non sono i popoli del sud, a dover pagare. Il nostro governo ti fa pagare per le banche. Questa non è una crisi del debito, come ci dicono. Si tratta di una crisi delle banche, e hanno la faccia tosta di farla pagare a tutta la società. Questa crisi è colpa del sistema capitalista e non - come ci dicono - dei lavoratori pagati troppo, di pensionati troppo giovani o dei migranti che abusano del sistema sociale.
Cari amici, è vero e rimane vero: I confini non sono tra i popoli, sono tra noi e loro!
Dallo scorso fine settimana c'è una speranza in Europa: Le persone in grecia hanno detto basta ad una politica che ha fatto una catastrofe ancora peggiore di prima, distruggendo il fondamento della società e il futuro del paese. Il popolo in Francia, ha mandato via un presidente che è stato uno dei sommi sacerdoti della politica di austerità. E quando Merkel e il nostro ministro delle finanze insistono sul fatto che non ci saranno nuovi negoziati sul patto fiscale, dimostrano una cosa: Sono nervosi. Si è creato un buco nella leggenda che non c'è alternativa alla politica di austerità. La sinistra ha alternative ed è pronta a dimostrare che funzionano.
Sono contento e orgoglioso di voi, che protestate contro questo governo che attacca le fondamenta dello stato sociale. Voglio dire che: Noi, la Die Linke, la sinistra tedesca, , siamo dalla vostra parte, e al tempo stesso contiamo su di voi. Lottiamo insieme per un'Europa sociale , di democrazia e libertà!
SALUTO DI CAYO LARA
Coordinatore Federale di Izquierda Unida
Cari Compagni e Compagne:
Prima di tutto voglio chiedervi scusa per non essere presente oggi al vostro fianco. Gli importanti avvenimenti che stanno succedendo in Spagna, derivati dalla profonda crisi economica e finanziaria che stiamo soffrendo in tutta Europa, mi costringono a rimanere nel mio paese, dove questo fine settimana si ricorda l’inizio del movimento degli Indignati del 15-Maggio.
Viviamo momenti di straordinaria difficoltà per i lavoratori di tutta Europa. I mercati e i governi marionetta continuano ad attaccare i diritti che con tanto sforzo abbiamo conquistato. I diritti più elementari e i servizi pubblici più importanti, come la sanità e l’educazione, vengono messi in discussione e tagliati dai governi.
L’attacco che si sta producendo è globale e quindi anche la difesa deve essere globale. Vogliono approfittare la crisi, che in realtà è una grande truffa, per convertire i diritti in affare.
La disoccupazione e la precarietà nel lavoro sono i problemi più importanti per i lavoratori in questo momento. E di fronte a questa situazione, i governi eletti democraticamente dai cittadini, vengono sostituiti da tecnocrati che mettono in pericolo tutto quello.

12 maggio, quella rabbia e quell'allegria che ora guarda all'unità e all'Europa ribelle


       

di fabio sebastiani - controlacrisi -
E venne il giorno dell’orgoglio. Ieri la Federazione della sinistra è tornata ad alzare la testa. L’ha fatto in una giornata di sole, calda ma non afosa, allegra ma non frizzante. L’ha fatto come lo fa da quando si è messa in testa di essere, e diventare, sinistra antagonista con umiltà e pazienza, con rabbia ma anche con tanta tanta lucidità. L’ha fatto rimettendonsi in marcia e formando un serpentone formato da alcune decine di migliaia di persone. Il colpo d’occhio dall’alto di via Cavour è straordinario. Ed anche il grandissimo striscione che fronteggia il Colosseo ribadendo che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro solo che non è più scritto nell’art. 1 ma nell’articolo 18 fa il suo effetto.
Da oggi anche l’Italia ha la sua “sinistra contro l’austerità”, come la chiamano i francesi. Si è iscritta, faticando un po’, nel gruppo europeo antiliberista. "Gridamoglielo in piazza", a Monti e all'Unione europea, ha vinto la sua prima sfida.
E’ una sinistra che sembra aver compreso fino in fondo la lezione dell’unità. Dopo un periodo di forti spaccature è iniziato il processo “a ritroso”. Del resto è stato questo il messaggio della piazza, ieri, che univa trasversalmente generazioni e condizioni sociali. E’ stato questo il messaggio dal palco, con il comizio plurale e la presenza dei comunisti di mezza Europa (Portogallo, Francia, Grecia, Germania). “Da questa manifestazione proponiamo di continuare la battaglia contro la manomissione dell'articolo 18 e contro il Fiscal Compact e proponiamo l'unità della sinistra per costruire un polo di aggregazione politica, culturale e sociale. Serve la sinistra unita per sconfiggere il governo Monti e ricostruire la speranza nel paese”, ha detto Paolo Ferrero nel corso del suo intervento.
Si vanno ricomponendo i pezzi di un “fronte” che ha deciso di mettere da parte quel 20% di divisioni e iniziato il difficile cammino verso la cosiddetto “massa critica”. La terza tappa è vinta. Ora vediamo il resto. Aveva iniziato la Fiom, e aveva proseguito l’arcipelago del “No debito”. C’è stato in questi mesi un “aprirsi” e non uno “scompaginarsi”.
Ed ora tocca a quella sinistra politica che avendo le mani libere dal parlamentarismo è stata meglio in grado di tessere e ritessere nel vivo dello scontro sociale i presupposti non di una egemonia (chi è in grado realmente di farlo oggi?) ma di una “messa a disposizione” dei soggetti soggetti che hanno ripreso a dire “No” al massacro sociale. In questo mettersi a disposizione ha un pregio, anzi due, che gli va riconosciuto tutto. Innanzitutto l’esperienza, ovvero un percorso lungo e tortuoso che ha passato, e patito, tutti i guadi più difficili. E poi quella forte caratterizzazione nel campo europeo che si sta rivelando una scelta importante.
Si apre a questo punto uno scenario nuovo. E’ difficile da immaginare ma, come ci racconta la manifestazione di ieri, molto meno da praticare. Ci si è ritrovati e basta, ieri. Ritrovati con la voglia di sempre. Come fu quel 15 ottobre del 2011 quando fino ad un’ora e mezza dopo la partenza c’era una massa di compagni e compagne allegri e felici per il solo fatto di stare lì.
Quando il blocco sociale trova il suo filo non c’è nulla, o quasi, che possa fermarlo. Non le alchimie della politica. Non le tattiche del potere.
In piazza ieri quell’allegria è tornata. Si sono visti tanti giovani. E questo è molto confortante. Si sono viste tante bandiere che non comparivano tra le organizzazioni autorizzate a parlare dal palco.
Si sono sentiti tanti slogan sull’articolo 18. E’ il lato “positivo” dell’offensiva del Governo contro i diritti di chi lavora: aver dato un punto di riferimento unico a chi guarda ancora allo Statuto dei lavoratori e a chi non sa nemmeno che esiste. Elsa Fornero sta riuscendo nel miracolo in cui nemmeno il sindacato, che a dire la verità non si è mai applicato troppo, è riuscito: mettere insieme le lotte dei precari con le rivendicazioni di chi ha un contratto collettivo nazionale di lavoro. Dal punto di vista del potere era un passaggio inevitabile. Ora sta alla sinistra antagonista sfruttarlo fino in fondo.

Bloccupare Francoforte

Fonte: il manifesto | Autore: François Peverali
       
Toccherà ai giudici decidere se autorizzare, e in che forme, le quattro giornate di protesta contro la politica di austerità finanziaria dell’Unione europea, da mercoledì 16 a sabato 19 maggio, promosse da un vasto fronte di opposizione sotto il nome di «Blockupy Frankfurt». L’amministrazione comunale ha vietato tutti i campeggi in centro, cortei, assemblee, concerti, perfino un incontro di «monache e monaci per la pace». I promotori hanno impugnato i divieti davanti al tribunale amministrativo, che si pronuncerà all’inizio della prossima settimana. Le parti potranno ricorrere in appello fino alla corte costituzionale.
Il verdetto finale potrebbe arrivare a ridosso del primo appuntamento, alle ore 14 di mercoledì 16: un pacifico assedio della Banca centrale europea, in concomitanza con una riunione del suo consiglio direttivo. Il diritto di manifestazione è fortemente tutelato in Germania. Verosimilmente i giudici confermeranno il diritto a protestare, ma porranno condizioni restrittive, per allontanare i dimostranti dalle immediate vicinanze delle banche. L’incertezza sui luoghi di riunione è voluta, per scoraggiare la partecipazione. Ma la schermaglia sul diritto a manifestare funziona indirettamente da campagna pubblicitaria per «Blockupy Frankfurt». L’appello a venire a Francoforte da tutta Europa viene comunque confermato dai promotori, pronti a reagire «creativamente» a cambiamenti di programma. «Blockupy» è un gioco di parole tra bloccare, to block, e to occupy, in omaggio al movimento internazionale di accampamenti nei centri finanziari. Pure a Francoforte, dall’ottobre scorso, i critici del capitalismo hanno messo le loro tende su un giardinetto vicino alla Bce. Il comune di Francoforte vuole sfrattarli tra il 16 e il 20 maggio, se il tribunale glielo consentirà.
Quanto a «bloccare», i promotori vorrebbero sedersi attorno agli ingressi delle maggiori banche la mattina di venerdì 18, per ritardare l’entrata degli impiegati. Per garantirsi un buon punto di partenza per queste azioni di disturbo, intendono accamparsi già il pomeriggio di giovedì sulle strisce di verde pubblico nel quartiere delle banche, la Taunusanlage e la Gallusanlage. All’appello per «Blockupy Frankfurt» hanno aderito in Germania Attac, gli autonomi della Interventionistische Linke, i socialisti della Linke, gli attivisti del movimento occupy, qualche raggruppamento della confederazione sindacale Dgb, come il sindacato degli insegnanti dell’Assia e quello dei servizi di Stoccarda.
In Italia l’appello è stato sottoscritto dal comitato «No debito», dalla rete della sinistra Cgil «28 aprile», dai sindacati di base, da gruppi autonomi e centri sociali. «Vogliamo portare nel cuore del quartiere della banche di Francoforte, alla sede della Banca centrale europea (Bce) e di molti gruppi bancari e finanziari tedeschi, la resistenza contro un regime di crisi che, in molti paesi europei, fa precipitare milioni di persone nella disperazione e nella miseria», si legge nell’appello. «Noi ci opponiamo – prosegue il testo – al tentativo di aizzare gli uni contro gli altri, con parole d’ordine nazionalistiche, i lavoratori, i disoccupati, i precari in Germania, in Grecia, in Italia, in Francia e in altri paesi (…). Noi protesteremo contro la politica dell’Unione europea e della troika, bloccheremo la Bce e le piazze nel quartiere della finanza francofortese». Francoforte sta vivendo una svolta nella politica comunale.
Al posto della borgomastra democristiana Petra Roth, in carica da ben 17 anni, il 25 marzo è stato eletto il socialdemocratico Peter Feldmann. Ma il nuovo borgomastro si insedierà solo il primo luglio, e dovrà coabitare con una maggioranza democristiana e verde nel consiglio comunale. Al momento resta in carica la vecchia giunta, con l’assessore agli interni Markus Frank, democristiano. È lui che ha vietato Blockupy, accampando «rischi per l’ordine pubblico». E sostenendo che i sit-in attorno alle banche potrebbero «ostacolare la circolazione di ambulanze e mezzi di soccorso».
I rischi per la sicurezza si riferiscono agli incidenti del 31 marzo a Francoforte, quando la polizia ha bloccato un corteo che voleva dirigersi al cantiere per la nuova sede della Bce, e a voci sulle intenzioni poco pacifiche di dimostranti in arrivo da Berlino e dall’Italia. Thomas, uno dei portavoce di Blockupy, replica che i divieti amministrativi, per giunta mal motivati e destinati a cadere in tribunale, non potranno mai essere imposti «se decine di migliaia di attivisti saranno a Francoforte». Sulla temuta violenza scuote il capo: «Noi vogliamo una protesta di massa e pacifica, e lo abbiamo spiegato ai nostri simpatizzanti».
Ulteriori informazioni sul sito: blockupy-frankfurt.org. Per la mobilitazione italiana: ateneinrivolta.org, riseupglobalmay.org

Roma 12 maggio 2012

MES. Il meccanismo di stabilita' "loro".

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MES ESM trattato ratifica Fondo salva-stati Lidia Undiemi Claudio Messora Byolu Byoblu.com
Il MES (Esm in inglese) è il Meccanismo di Stabilità Europea. Il cosiddetto fondo salva-stati. Sembra una cosa buona, ma con il MES ci stiamo per indebitare di 125 miliardi di euro. 15 dovremo darli subito, e siccome non li abbiamo, dovremo fare nuovi debiti. Nuovi debiti significa nuovi interessi. Per cosa? Per essere “salvati”, nella malaugurata ipotesi dovessimo fallire. Ma come verremo salvati? Ci daranno semplicemente i soldi, un po’ come farebbe un’assicurazione a fronte del pagamento di un premio, al verificarsi di un sinistro? No, ce li presteranno. Nuovi debiti. Paghiamo 125 miliardi per avere la possibilità di farci prestare dei soldi a interessi elevati. Ve l’hanno mai raccontata così? Anzi: ve l’hanno mai raccontata in un qualsiasi modo?
Ma non finisce mica qui: chi deciderà quanti soldi dovremo versare e quando? Diciassette uomini: i diciassette ministri dell’economia di diciassette stati membri (quelli che ratificheranno il trattato). Il diciassette porta sfiga. Infatti, secondo il trattato, nessuno di questi 17 uomini potrà essere chiamato in giudizio per una qualsiasi delle decisioni che prenderà nell’ambito del MES. E neppure avremo la possibilità di visionare i documenti che al MES verranno prodotti. Una super organizzazione opaca pagata con i soldi dei cittadini, che deciderà se e quale stato avrà il diritto di indebitarsi ulteriormente, a suo insindacabile piacimento, e per quale ammontare, senza essere sottoposta a nessun procedimento di verifica e di controllo democratico. A che scopo tanta segretezza? A che scopo tutta questa impunità? E che senso ha farsi un’assicurazione solo per avere il permesso di farsi riempire di debiti?
Quando accendi un finanziamento sai quante rate dovrai pagare e quando scadrà l’ultima. Con il MES diamo un libretto degli assegni infinito e completamente in bianco. Il board dei governatori potrà infatti decidere in qualsiasi momento un aumento di capitale, che partirà con 800 miliardi, e gli stati membri dovranno corrispondere la loro quota parte secondo i tempi e le modalità stabilite di volta in volta, senza potersi opporre in alcun modo. Come non c’è modo di uscirne: se ratifichi il trattato, è per sempre.
Non solo, ma siccome non c’è limite al peggio, il MES potrà rastrellare i soldi necessari, all’occorrenza, presso la grande finanza internazionale. Per esempio la Cina o le grandi banche d’affari. In questo caso, il finanziatore esterno avrà il diritto di commissariare lo stato sovrano che beneficerà del prestito (cui, è bene ripeterlo, saranno applicati interessi elevati), che si ritroverà la Goldman Sachs o Hu Jintao in Parlamento ad approvare o respingere ogni decisione. E una clausola specifica prevede che nessun Governo successivo a quello che ha ratificato il trattato potrà disimpegnarsi, adottando una eventuale decisione di uscita. Stiamo per consegnare le chiavi di casa alla grande speculazione internazionale e per abdicare a qualsiasi principio democratico conquistato nel tempo. Per ogni generazione a venire, nei secoli dei secoli, amen.
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