Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

venerdì 13 luglio 2012

L’alternativa all’austerità

il manifesto | Autore: Guido Viale
       
A otto mesi dall’insediamento del governo Monti bisognerebbe chiedersi: l’economia italiana sta meglio o peggio? E sta meglio o peggio la democrazia ad essa legata a doppio filo? Quanto a occupazione, redditi popolari e del lavoro, servizi sociali stiamo sicuramente peggio; ma siamo ripagati in termini di migliori prospettive? Abbiamo subito un decreto Salvaitalia, ma, usando gli indicatori di chi ci governa, spread e rapporti debito/Pil e deficit/Pil, il paese non si è allontanato di un centimetro dal baratro. Abbiamo subito due decreti per la crescita – il terzo è in arrivo – che hanno massacrato servizi, pensioni e lavoratori del privato e del pubblico impiego; ma, a parte le cifre a suo tempo sparate dal premier tecnico (le ricordo: Pil +11% per cento; salari +12; consumi +8; occupazione +8; investimenti +18), ci stiamo avvicinando – per usare la sua metafora – più alla Grecia che alla Germania. O forse anche la Germania sta avvicinandosi a noi.
Infatti la differenza rispetto a otto mesi fa c’è: allora era in bilico un ristretto numero di Stati dell’Ue, tra cui non si sapeva se includere o no anche l’Italia. Oggi è l’intera costruzione dell’Unione Europea a trovarsi sull’orlo di un baratro, senza che la sua governance si mostri disposta o capace di imporre una svolta: meno che mai in termini di sostenibilità o di equità. Ma non va più tanto bene neanche l’economia tedesca, che pure è stata la principale beneficiaria dell’euro: sono sue le banche che avevano lucrato di più sull’indebitamento pubblico e privato dei paesi oggi stremati dal debito; e quei debiti hanno finanziato quasi metà del suo export, mentre l’altra metà di quell’export è stata facilitata da una moneta svalutata dalla debolezza di altri paesi dell’eurozona. Poi le cose non vanno bene nemmeno nel resto del mondo. L’economia degli Stati Uniti non recupera e quelle dei paesi emergenti ripiegano: sfuma così per l’Europa la speranza di una ripresa indotta dall’esterno. Peggio ancora se introduciamo nello scenario anche la crisi ambientale: Rio+20 ha reso evidente quanto la crisi economica abbia fatto arretrare le prospettive di sostenibilità messe all’ordine del giorno dal summit di venti anni fa.
La seconda cosa da chiedersi è se tutto ciò sia solo frutto di politiche sbagliate, restrittive invece che espansive, cioè dell’applicazione di una cattiva teoria, come sembrano sostenere molti economisti di matrice keynesiana; o se non emerga invece un’intrinseca insostenibilità dell’economia-mondo così come si è andata configurando nel corso degli ultimi decenni. La finanziarizzazione dell’economia è conseguenza diretta del progressivo allontanamento dei centri di comando del capitale dal lavoro e dalle sedi in cui esso si svolge. Delocalizzazioni e diffusione di subappalto, subfornitura e precariato hanno caratterizzato l’evoluzione del sistema nel corso degli ultimi decenni; un processo reso possibile dalla libera circolazione di merci e capitali e dal web, che consente il governo a distanza di progetti, impianti, fornitori e clienti.
Questa trasmigrazione del potere dall’economia reale alla finanza ha coinvolto, non senza la loro complicità, anche Stati e governi, che hanno visto in questa delega il mezzo più efficace per contenere i salari e la spesa pubblica impegnata nel welfare. Di qui quel trasferimento di una quota consistente di Pil (mediamente il 10 per cento) dai redditi da lavoro ai profitti e alla rendita registrato in tutte le economie occidentali nei tre ultimi decenni. Ma è un vicolo cieco: la compressione dei redditi da lavoro riduce la domanda e deprime produzione e Pil mentre il sostegno della domanda con politiche salariali e monetarie espansive comprime i profitti e mette in forse i trasferimenti di risorse mediati dal debito. Un equilibrio tra queste spinte contrapposte non è stato trovato; né aiutano a trovarlo la crisi ambientale e l’aumento delle diseguaglianze territoriali sociali e di genere.
Ma – terza domanda – se così è, se riprendere la strada dell’espansione economica percorsa decenni fa non è più possibile, dove si va? Dove ci portano l’euro e la governance dell’Ue? Ovvero, che differenza c’è tra questa austerità senza crescita imposta dai vincoli finanziari – che peggiora sempre più la vita di chi lavora, dei tanti senza lavoro né reddito, e la tenuta stessa di un numero crescente di imprese – e le conseguenze di una bancarotta di Stato (il default)? Sono cose che si intrecciano in modo sempre più stretto, come in Grecia, che un default negoziato l’ha già attraversato (anche se hanno cercato di non chiamarlo così) e altri ne ha in vista. Ma se questa è la prospettiva per i cosiddetti Pigs, e per gli altri Stati che ogni giorno si aggiungono alla lista, non sarebbe il caso di affrontare tutti insieme, con una piattaforma comune, un inevitabile scontro con il potere ex lege dell’alta finanza (vedi caso Barclays)?
Per questo le politiche espansive e le loro ipotetiche conseguenze benefiche non possono essere trattate come opzioni disponibili alle compagini politiche in campo. Bisognerebbe studiare piuttosto i problemi connessi alla costruzione di un’alternativa radicale al potere della finanza. Per esempio: con che strumenti e quali conseguenze si possono affrontare situazioni estreme, come quelle già in atto in Grecia, o che vanno delineandosi in Portogallo – e domani, chissà? – in assenza delle leve tradizionali di politica economica? Cioè senza accesso al deficit spending, con la paralisi degli investimenti privati, con una contrazione di redditi da lavoro e consumi, alle prese con continui tagli della spesa pubblica. Possono servire, per contrastare queste situazioni, il prelievo sulle transazioni finanziarie, maggiori tasse su redditi e patrimonio dei ricchi e una redistribuzione della spesa pubblica tra capitoli diversi del bilancio. Ma è urgente aprire un dibattito su possibilità, potenzialità e modalità di un processo di riconversione radicale, promosso dal basso, in forma partecipata, visto che dall’alto niente di buono è in arrivo. Che è poi una road map per riprendere in mano le proprie vite.
Partendo dal fondo: una vera spending review per eliminare gli sprechi – ma anche per stabilire che cosa è spreco e che cosa non lo è – e per decidere adeguamenti occupazionali e formativi e, eventualmente, trasferimenti da servizi ridondanti a servizi carenti di personale dovrebbe coinvolgere in un dibattito articolato servizio per servizio tutto il personale della Pubblica amministrazione e una adeguata rappresentanza delle diverse platee di utenti. Nelle aziende in crisi e in quelle che non hanno più mercato o che producono cose inutili o nocive come armi o Suv, è urgente avviare un pubblico confronto con le maestranze, ma che coinvolga anche le comunità, i governi locali e l’imprenditoria tutta – pubblica, privata, cooperativa, sociale o potenziale – dei territori di riferimento su possibilità e potenzialità (soprattutto occupazionali) di una riconversione. Non si tratta solo di progettare nuovi processi produttivi, ma anche e soprattutto di trovare in quegli stessi territori, o altrove, la domanda necessaria a sostenere le nuove produzioni. I mezzi del trasporto pubblico – di massa e personalizzato – gli impianti e i materiali per lo sfruttamento delle fonti rinnovabili e per l’efficienza energetica, la difesa degli assetti idrogeologici e la prevenzione antisismica, il recupero degli edifici dismessi, la valorizzazione dei beni culturali e, soprattutto, un’agricoltura ecologica a km0 e un’alimentazione più sana possono essere i motori di questi processi. Si può cominciare subito a porre il problema, azienda per azienda, o in ogni territorio. Oppure si deve aspettare, come in Argentina, che i padroni abbandonino impianti e lavoratori per poi ricominciare faticosamente a produrre nelle fabbriche requisite quello che si sarebbe potuto continuare a fare prevenendone la chiusura? Ma è nei servizi pubblici locali (servizio idrico, rifiuti, energia, mobilità, mense e mercati, nidi e assistenza) che vanno innescate già ora le prime forme di riconversione gestionale. Certo per tutte queste cose ci vogliono risorse; ma senza programmi e progetti chiari non ha nemmeno senso rivendicarle.
Poi, anche e soprattutto nella vita quotidiana è possibile avere di più con meno: il paniere dei nostri consumi è pieno di sprechi, dal cibo che scartiamo a molti imballaggi, dai gadget agli stili di vita imposti; ma una conversione in questo campo non può essere affidata solo alle scelte individuali; deve essere oggetto di progetti di autoeducazione collettiva e di accordi diretti tra produzione e consumo in cui i governi locali possono giocare un ruolo decisivo. Infine, per alimentare l’economia di un territorio, l’introduzione di monete locali non convertibili – o di sistemi di scambio fondati su crediti e debiti certificati – può concorrere a contenere gli effetti depressivi delle strette fiscali, creditizie e salariali: si tratta di soluzioni già in vigore in diverse comunità colpite dalla crisi e ampiamente diffuse nel periodo tra le due guerre del secolo scorso. Oggi il ricorso alle tecnologie elettroniche potrebbe renderle più efficaci e diffuse. Se si intraprendono tutte queste cose diventa possibile sostenere le conseguenze di una moratoria o di una ristrutturazione unilaterali del debito pubblico, comunque preferibili a un’austerità senza sbocco, al termine della quale non c’è che una catastrofe di tipo greco. O no?

Le due austerità: Berlinguer vs Monti


L’austerità è un modo di essere. In questo senso Enrico Berlinguer e Mario Monti hanno, almeno in apparenza, non poco in comune in termini di garbo e sobrietà.Ma l’austerità è stata, e resta oggi, anche un progetto politico. In quanto progetto economico e culturale l’austerità berlingueriana degli anni Settanta e quella montiana dei Giorni nostri non hanno assolutamente nulla in comune.
“Austerità occasione per trasformare l’Italia”, così venne intitolato l’intervento di Berlinguer, ristampato anche di recente, in un convegno al teatro Eliseo nel 1977. Fu un intervento criticato da intellettuali di larghe vedute come Norberto Bobbio
e in modo particolarmente duro dai socialisti dell’epoca che vi leggevano il segno di un’ispirazione pretesca e moralizzatrice assolutamente fuori sintonia con lo spirito dei tempi.
Quali erano le premesse dalle quali prendeva le mosse il leader comunista? L’idea di fondo era che nella prima metà degli anni Settanta tre cambiamenti epocali avevano sconvolto la società italiana ed europea: in primo luogo le travolgenti conquiste del movimento operaio nel secondo biennio rosso del ’68-’69; poi la fine del sistema di Bretton Woods con il ridimensionamento della centralità del dollaro; e infine l’uscita dei Paesi del Terzo Mondo dallo stato di minorità, così come reso evidente dalla shock petrolifero del ’73. Queste tre sfide necessitavano di risposte all’altezza. Occorreva muovere verso un nuovo modello di sviluppo basato su una riduzione della crescita dei consumi e della produzione in modo da lasciar spazio ai popoli emergenti e concentrarsi verso gli investimenti nella cultura, nei servizi alla persona, nella mobilità pubblica. Il processo avrebbe potuto comportare qualche sacrificio salariale per la classe operaia, ma in cambio di una rivoluzione produttiva che non avrebbe intaccato ma semmai accresciuto i diritti dei lavoratori e di una trasformazione produttiva dell’economia che avrebbe posto l’accento sulla qualità piuttosto sulla quantità. Tutto ciò si legava a discorsi che in parallelo facevano i più innovativi fra i leader socialdemocratici dell’epoca – da Palme a Brandt a Kreisky – nonché intellettuali in tutto il mondo, da Ivan Illich allo stesso Pasolini della critica al neofascismo dei consumi.
A ben vedere si trattava anche di una critica al tradizionale impostazione socialdemocratica che era, e ancora oggi sembra restare, più interessata alla redistribuzione dei proventi della crescita che alla qualità di questa crescita e alla partecipazione diretta alla gestione di produzione e servizi.Cos’è invece l’austerità di Monti? L’austerità montiana non è altro che la presa d’atto delle classi dirigenti finanziarie e produttive europee che il modello di crescita occidentale, ed europeo in particolare, non è più in grado di sostenere in tutto il Continente la spesa statale in stipendi e servizi pubblici.
L’idea è dunque quella che i Paesi europei “periferici” tirino la cinghia in termini salariali, occupazionali, nonché in termini di riduzione della spesa pubblica fino al punto di invogliare nuovamente i capitalisti ad investire. Come locuste i capitalisti dovrebbero allora calare in massa nell’Europa periferica, o semplicemente sbloccare le ricchezze accumulate in attesa di tempi migliori, grazie ad un abbassamento delle tutele dei lavoratori, del peso della tassazione e a nuove opportunità innescate con la privatizzazione di servizi e concessioni in precedenza forniti dalla Stato. La politica dell’austerità montiana, dettata da una miscela ideologica proposta in primo luogo dalla Banca centrale europea e dalla Germania, diventa così il coronamento del trentennio neoliberista.


FRANCE HAVING A SECOND THOUGHT ABOUT THE CONTROVERSIAL LYON-TURIN HIGH SPEED TRAIN

Soft o hard ...

Soft o hard, il memorandum arriverà anche qui in Italia. Parola di Monti
Sta suscitando grande inquietudine nei palazzi della politica lo spettro evocato dal presidente del Consiglio subito dopo l'Ecofin: il fantasma del Memorandum. Monti non ha per nulla escluso che, nel caso di spread fuori controllo, l'Italia possa chiedere soccorso al Fondo salvastati; anzi, per la prima volta ieri ha dato l'impressione che prima o poi ciò potrà accadere. Una cosa che si attende ormai da tempo. Prima ti costringono a tagliare e a fare le riforme per comprimere i diritti, poi ti stringono definitivamente il cappio al collo con il Memorandum.

Anche se Monti ha precisato che per l'Italia non sarebbe comunque un'umiliazione, cioè che a differenza della Grecia dovremmo sottoscrivere con l'Europa una lista di impegni molto meno gravosa, in pratica la conferma di «un memorandum in versione light», si tratta sempre di cedere ai ricatti dei 'capi' d'Europa, dalla Bce all'Ue.

Proprio come accadde in Grecia, l'eventuale Memorandum dovrebbe essere sottoscritto non solo dal Parlamento uscente, ma da tutti i leader impegnati nella campagna elettorale... Ci sarà da divertirsi...

giovedì 12 luglio 2012

VOTI A PERDERE

Fonte: il manifesto | Autore: Andrea Fabozzi
       
Il più sguaiato dei tribuni e il più felpato degli editorialisti di questi tempi hanno una cosa in comune. Si lamentano che i politici, tutti, non lavorano abbastanza. Bene. Per una volta possono darsi pace, dando uno sguardo ai calendari della camera e del senato. Stanno lavorando. Per la precisione stanno votando a testa bassa un decreto via l'altro, una fiducia e un'altra ancora. Questo è il «lavoro» che è ridotto a fare il parlamento, e dovrà farlo per tutto luglio e anche agosto. Il presidente della Repubblica che con altri governi tuonava contro l'eccesso dei decreti e delle fiducie e che, con i tecnici già in sella, aveva promesso «un vaglio rigoroso», non interviene. Anzi, quando interviene lo fa per rimproverare il parlamento e respingere ogni critica al governo.

Tra la camera e il senato c'è una fila di undici decreti da convertire, con argomenti che variano dal terremoto agli italiani all'estero, dalla crescita alla sanità alle dismissioni e con scadenze che non vanno oltre la fine del mese venturo. Poi ci sono anche un paio di leggi delega. Deputati e senatori della strana maggioranza sono lì che votano. Dissentire non possono, perché altrimenti sale lo spread. Modificare neppure, perché piomba la questione di fiducia. Si va avanti così ed è interessante verificare - dal sito del ministro per i rapporti con il parlamento - come il governo abbia sempre avuto bisogno della fiducia sui suoi provvedimenti tranne che per la ratifica dei trattati internazionali o la proroga delle missioni militari.

Questo è lo stato dei rapporti di forza tra l'esecutivo e il parlamento oggi, questa è la condizione reale del Palazzo: dove la retorica anticasta disegna il centro del (malvagio) potere c'è invece un seggio elettorale permanente che può solo accendere la luce verde. Poi uno si domanda cosa abbiano in testa quelli che questa situazione vogliono perpetuare, e chiedono a Monti di restare a palazzo Chigi anche dopo le elezioni. O, peggio, quelli che vogliono riformare la Costituzione perché il governo ha troppo pochi poteri e dev'essere «rafforzato».

Naturalmente, i più impegnati in quest'opera di devastazione del potere legislativo sono proprio alcuni parlamentari. Quello che avviene a proposito di riforme istituzionali e legge elettorale lo dimostra. E non sempre sono i peggiori a fare danni. Per esempio, l'idea di sciogliere il dilemma della forma di governo chiamando i cittadini a un bel referendum sul semipresidenzialismo di antico sapore craxiano è un'idea del Pd. Democratica è anche un'altra trovata di genio, stavolta sulla legge elettorale. Il parlamento non decide? Male, anzi bene. Si può affidare ai cittadini il compito di scegliersi la legge elettorale con un referendum «deliberativo» (un altro) che metta in gara i vari sistemi: volete voi l'uninominale? il doppio turno? lo scorporo? preferite il metodo D'Hondt o quello Hare? Dopo di che il parlamento potrebbe anche chiudere per inutilità. Con dei difensori così non ha bisogno di altri nemici.

ENOUGH! WE CAN'T HELP THE BANKS WITH OUR BLOOD
BASTA!  NON POSSIAMO AIUTARE LE BANCHE COL NOSTRO SANGUE

mercoledì 11 luglio 2012

La vera dittatura

Fonte: il manifesto | Autore: Alberto Burgio
        In nome della grande crisi si sta configurando un’Europa a due velocità. Sul piano economico e su quello sociale. Obiettivo: spremere il lavoro fino all’ultima goccia di sudore. Perché una parte della sinistra lo avalla senza riserve?
Le parole sono pietre, pensava uno dei nostri maggiori, non per caso dimenticato. E sono importanti, aggiunse Nanni Moretti in un memorabile dialogo di Palombella rossa. Per questo non convincevano, nei recenti anni bui del Cavaliere, le analisi che discorrevano a giorni alterni di un nuovo regime e di un nuovo fascismo, ferma restando, ovviamente, l’estrema gravità di quanto è accaduto in questo paese nell’ultimo ventennio. È discutibile che sia una buona idea alzare i toni e forzare i concetti. Ed è tutt’altro che ovvio che spararla grossa aiuti a far comprendere e a sensibilizzare l’opinione pubblica. Più probabilmente gli eccessi sortiscono l’effetto opposto, come scoprì a proprie spese il pastorello di Esopo che si divertiva a terrorizzare il villaggio urlando per scherzo «Al lupo! Al lupo!».
Oggi però qualche dubbio insorge. Si provi a riflettere sul nuovo ordine europeo che sta prendendo forma sotto i nostri occhi con il pretesto della grande crisi. L’Europa a due velocità che sta nel cuore e nella mente dell’establishment tedesco prevede una rigida gerarchia tra i paesi forti (che esportano merci e capitali aggiogando gli altri alla catena del debito e sfruttando sul mercato finanziario i vantaggi della propria potenza) e i paesi deboli, intrappolati nella prigione di una moneta unica costruita su misura nell’interesse dei più ricchi, e privati della possibilità di sfruttare la debolezza della propria valuta e di utilizzare la spesa in debito come meccanismo di redistribuzione e di sviluppo.
Le due velocità non riguardano soltanto i rapporti internazionali, ma anche quelli sociali, all’interno dei singoli paesi. Come ci rammenta Luciano Gallino, la lotta di classe funziona ancora, anche se sembra ricordarsene solo il capitale. Ricchi e poveri (detentori di capitale e gente costretta a campare di salario, stipendio o pensione) esistono, in proporzioni diverse, in tutti i paesi. E corrono ovunque a velocità diverse. Un capitalista greco (o italiano o spagnolo) andrà sempre molto più veloce di un operaio tedesco, anche se Atene sta sprofondando all’inferno per colpa di Berlino. Troppo spesso si perde di vista l’intreccio tra piano nazionale e piano internazionale, nonostante sia uno snodo cruciale della dominazione coloniale, sulla quale la storia degli ultimi due secoli avrebbe dovuto renderci edotti. La metropoli europea (la Germania, sino a ieri con l’attivo sostegno di Francia e Stati uniti) domina il continente anche attraverso i proconsoli (o i Gauleiter) di cui dispone in periferia. I quali governano, per così dire, su suo mandato, col compito di garantire, se non il consenso, almeno l’obbedienza delle popolazioni ai diktat della cosiddetta Unione europea.
Ma veniamo alla sostanza. A che cosa serve questo nuovo ordine? Detto in volgare, a spremere il lavoro (le classi medie, oltre a quello che un tempo si chiamava proletariato) sino all’ultima goccia di sudore e di sangue. Se la si smettesse una buona volta di cianciare di ripianamento del debito e si cominciasse a dire pane al pane, si parlarebbe di una gigantesca rapina a mano armata. Indubbiamente molto adatta a governanti virili, decisi, freddi e insensibili agli scrupoli di un melenso umanitarismo. Quando si dice «debito pubblico», si lascia intendere che siamo tutti indebitati, ma la verità è che una parte di questo paese, a cominciare dai padroni delle banche, possiede il 63% del debito italiano. Questi sono creditori, non debitori. Ci si vuol spiegare una volta per tutte come hanno fatto costoro ad accumulare questo credito, chi e perché glielo ha consentito? E si vuol dire con chiarezza agli italiani che l’Italia non è affatto povera, ma un paese diviso tra moltissimi sempre più poveri e pochi, pochissimi, sempre più ricchi, che oggi impongono agli altri il proprio volere? Si vuol chiarire che tutte le scelte del governo (contro sanità e pensioni, salvo quelle d’oro, per esempio) e tutte le sue non-scelte (contro i patrimoni) dipendono dalla ferma volontà di tutelare i grandi creditori?
Chiamando in causa entità celesti («i mercati», «l’Europa») ed evocando lo «stato d’eccezione», si prendono decisioni «per il bene del paese» che incidono drammaticamente sulla vita e forse sulla morte di milioni di persone e che non hanno altra logica fuor che quella di remunerare a tassi usurari il capitale privato concentrato nelle mani di una oligarchia (una casta di cui non si parla mai) sempre più ristretta. Sino a ieri la sporca faccenda degli «esodati» è parsa il non plus ultra. Dopo le farneticazioni della Fornero sul non-diritto al lavoro e la ripresa del piano Brunetta contro gli statali sappiamo che dobbiamo aspettarci ben di peggio. Chi crede ancora che esistano argini o tabù non ha davvero capito con chi abbiamo a che fare. A noi l’idea di una società che prevede stermini per fame o malattia (si vedano i tassi di mortalità infantile negli Stati uniti) fa orrore, ma non dovremmo essere tanto sicuri che essa non appaia a qualcuno l’immagine più adeguata della modernità. Dopo tutto, fu uno dei padri della sociologia contemporanea a sostenere che la «sovrabbondanza numerica degli uomini» rispetto ai mezzi di sussistenza «rende necessaria l’eliminazione ininterrotta di coloro ai quali appartiene una meno forte capacità di conservarsi».
Non ci sono stivali né olio di ricino. E nemmeno campi di prigionia, salvo per i migranti. Ma quello che sta accadendo sotto i nostri occhi è precisamente ciò di cui parlava Gramsci quando si domandava perché l’Europa tornasse «alla concezione dello Stato come pura forza» e chiamava in causa la «saturazione della classe borghese». La quale, incapace di coniugare remunerazione del capitale e sviluppo sociale, «non solo non si diffonde, ma si disgrega; non solo non assimila nuovi elementi, ma disassimila una parte di se stessa» recuperando «la concezione di casta chiusa» propria dell’aristocrazia feudale.
Certo, considerando le cose sul medio-lungo periodo, le scelte della cosiddetta classe dirigente italiana appaiono folli. Chi ha capitale e potere si sta arricchendo a tutto spiano grazie alla crisi, ma ritrovarsi in un paese allo stremo non sarà comodo per nessuno. Di questo passo, la periferia europea (l’Europa mediterranea e orientale, oltre all’Irlanda) sarà popolata da eserciti di poveri, disposti a lavorare per un’elemosina ma incapaci di comprarsi le merci prodotte in cambio di un salario da fame. E non è affatto detto che sarà tanto facile governare un’Europa così. Questi non sono gli Stati uniti: non ci sono i dividendi di un impero da distribuire alla plebe né un radicato individualismo (oltre che una lunga frequentazione con la schiavitù) a legittimare la miseria di massa. Non è un caso che in Italia per mettere in riga il movimento operaio si sia dovuto ricorrere al fascismo, e che per ridurre in servaggio mezza Europa Hitler abbia scatenato la guerra.
Ad ogni modo, che la destra sociale e politica avalli, legittimi e mascheri ideologicamente questa nuova guerra civile, è del tutto naturale. Non lo è affatto che a stare al gioco e a nobilitarlo con la retorica del «risanamento» e del «rigore» sia una parte della sinistra, ancorché la più moderata. E qui bisogna che ci si capisca una buona volta. Sono trent’anni che si racconta la favola della responsabilità e dei «sacrifici» che presto finiranno e poi sarà meglio per tutti. Cominciarono la Cgil ai tempi di Lama e il Pci di Berlinguer. Vogliamo fare finalmente i conti di questa brillante operazione? I conti economici, ma anche quelli sociali e politici, considerato che in trent’anni il lavoro ha perso – a stare bassi – oltre 150 miliardi di euro e gran parte dei diritti conquistati con le lotte; che le retribuzioni lorde in Italia sono sotto la media dell’Europa a 27 (non parliamo di quella a 17); che l’Italia ha privatizzato beni e imprese pubbliche per oltre 110 miliardi (più o meno quanto la Thatcher); che la componente maggioritaria della sinistra politica si è ridotta a coabitare nello stesso partito con quella che per oltre cinquant’anni è stata la sua controparte.
C’entra questa storia con quello che stiamo vivendo in questi giorni? C’entra eccome, perché delle due, l’una. O l’on. Bersani la smette di avallare le scorrerie della speculazione, le pretese della troika europea e la «macelleria sociale» del governo (Squinzi) e comincia finalmente a dire che il suo partito sosterrà solo misure che vadano nel senso della restituzione al lavoro della ricchezza sociale che gli è stata sottratta in questi decenni. Oppure è davvero inutile che si scaldi per convincerci che il Pd sostiene Monti nell’interesse generale o che corra dagli operai della Fiom a promettere che si batterà per una maggiore giustizia sociale. Oggi il principale compito della politica è rispondere alle persone che chiedono lavoro e rispetto dei propri diritti. Ma per poterlo assolvere si deve cominciare a dire le cose come stanno e smetterla di fabbricare veli d’ignoranza che impediscono al 99% della società di capire questa crisi cos’è, da dove nasce e chi veramente la sta pagando. Mai come in questo momento la verità è stata una necessità politica, se non proprio una forza rivoluzionaria.
Ps. Il presidente del Consiglio ha reagito alle critiche di quello della Confindustria accusandolo di essere un pericolo pubblico. Che cosa avrebbe detto la «grande stampa» se a reagire in modo così tollerante e civile fosse stato Berlusconi? Possibile che a nessuno più stia a cuore almeno la libertà di opinione?

La base di SEL: "Unità a sinistra"

La base di SEL: "Unità a sinistra"

di ***
Siamo un gruppo di persone simpatizzanti, militanti, iscritti di SEL, preoccupati e disorientati dal percorso politico in atto, caratterizzato da tatticismi e cautele incomprensibili.
La situazione nazionale è complicata, viviamo una fase di emergenza democratica e sociale. Mentre non conosciamo ancora tutte le conseguenze che la crisi ci riserverà nel prossimo futuro, sempre più lavoratori, studenti, pensionati, comuni cittadini stanno sperimentando sulla loro pelle gli effetti dell’austerità e della recessione.
La politica (quella dei partiti) è stata annullata, sepolta dall’indifferenza delle persone, molte delle quali ora “giocano” l’ultima carta puntando sul nuovo pifferaio grillino
, altri rifiutando di “giocare” ricorreranno all’astensionismo. Ma la politica si è auto-sepolta, in larga parte a causa dell’autoreferenzialità presente in ogni partito.
Dunque la prospettiva non è buona. I Partiti politici allo sbando e i poteri forti che ne approfittano per conquistare altre quote di potere aumentando la forbice sempre più ampia tra i pochi che detengono la maggioranza delle risorse economiche e i tanti che soccombono impoverendosi in maniera esponenziale.
In questa fase SEL dimostra di non essere affatto quel “PARTITO NUOVO” che aveva promesso di diventare al congresso. I propositi di evitare i tatticismi e di abbandonare la vecchia politica, non sono stati portati avanti.
Non dobbiamo aver paura, dicevamo. Invece se non la paura, è l’eccessiva “cautela” che ci sta facendo perdere quella credibilità che nel giro di un anno avevamo faticosamente conquistato.
Mentre il Paese naviga a vista in balìa delle tempeste finanziarie, destinato a sopportare un lungo periodo di austerità e sacrifici, il dibattito politico ora è arenato sull’alleanza del centro sinistra, bloccato sulle difficoltà del PD il quale sembra aver preso la strada della composizione tra moderati; di fatto la riformulazione della mai estinta Democrazia Cristiana. Un dibattito surreale se confrontato con le reali esigenze del Paese dal punto di vista di chi crede che al liberismo sia giusto rispondere con un’alternativa. Pensiamo che l’idea alternativa al governo delle destre, sia totalmente incompatibile con un qualsiasi Partito che garantisce continuità e fedeltà al Governo Monti.
Nei giorni scorsi il coordinatore della segreteria nazionale di SEL Claudio Fava, candidato alla presidenza della Regione Sicilia, ha affermato che il centro sinistra in Sicilia è svuotato di contenuti e che non intende stare seduto nelle segreterie di partito per “costruire patti politici che non possano dare un’alternativa ai siciliani”.
Condividiamo quella scelta, la Regione Sicilia ha bisogno di un cambio di passo, ma quell’analisi calza a pennello anche con tante altre realtà territoriali e soprattutto con l’attuale situazione politica nazionale.
L’ipotesi di centrosinistra in campo ora, non è in grado di dare un’alternativa al Paese. Crediamo che sia ormai tempo di considerare il PD un partito di centro, moderato e vicino alle politiche liberiste. Pensiamo che nel PD ci siano militanti, dirigenti, elettori che mal sopportano questa condizione; possiamo aiutarli ad uscire da questa contraddizione solo mettendo in campo una credibile alternativa di Governo. Dobbiamo farlo nel pieno della nostra autonomia e coerenza in continuità alle nostre enunciazioni congressuali, aprendo alla sinistra diffusa, quella dei movimenti, condividendo l’esperienza di ALBA, accogliendo le istanze della Fiom, del forum dell’acqua, cercando il dialogo con l’IDV e con la FdS, ovviamente in un confronto che preveda il massimo rispetto reciproco, indispensabile premessa per una condivisione corretta di un eventuale progetto comune.
Dimenticare la foto di Vasto, e ripartire dalle foto dei volti delle persone che in questo periodo patiscono le conseguenze austere e ciniche del Governo della grande coalizione italiana. Crediamo che si debba mettere in campo una grande assemblea, gli stati generali della sinistra subito per affrontare e condividere imprescindibili punti programmatici: riforma della finanza; annullamento della riforma del lavoro; no al pareggio di bilancio; tassa patrimoniale e adeguamento scaglioni su redditi elevati; lotta all’evasione fiscale; riforma scolastica e universitaria; reddito minimo garantito; diminuzione spese militari; riforma elettorale; rispetto dell’esito del referendum sull’acqua; modello economico ambientalmente sostenibile…

*** Primi firmatari: Claudio Paolinelli, assemb. regionale SEL Marche – Attilio Casagrande assemb. federale SEL Ancona- Francesco Mancini, Coordinatore circolo SEL Senigallia – Patrizio Giuliante, circolo SEL Falconara – Angela Ciaccafava, assemb. federale SEL Ancona – Emanuele Rossi, Cons. comunale SEL Fabriano Bene Comune – Riccardo Brunelli – Tiziano Polidori, coordinatore circolo SEL Fabriano – Antonio Crocetti, coordinatore circolo SEL Falconara – Marcello Pesarini ass. Antigone, Forum SEL diritti e immigrazione – Manuela Bartolucci, assemb. regionale SEL Marche – Paola Stacchietti, circolo SEL Falconara – Francesco Rubini, gruppo SEL giovani Ancona – Diego Quattrini, circolo SEL Ancona – Isidoro Bacchiocchi, circolo SEL Senigallia – Erio Nobili, circolo SEL Falconara – Barbara Bravi, circolo SEL Falconara – Matteo Cognini, tesoriere federale SEL Ancona – Aurelio Notarstefano, Circolo SEL Loreto Osimo – Giancarlo Centanni forum diritti e immigrazione SEL, circolo Laboratorio Sociale Ancona, Scuola di Pace Ancona

La spending review contro il Welfare State

Posted by keynesblog on  
La spending review cui sta lavorando il governo ha ben poco a che vedere con un’operazione finalizzata solo a ridurre gli sprechi. Il pericolo è che si metta in campo un potente meccanismo di (ulteriore) destrutturazione del welfare legittimando l’assunto (assai discutibile) che tutto ciò che è pubblico è fonte di inefficienza.
di Guglielmo Forges Davanzati da Micromega on line

Aristotele concepiva l’Economia come “governo della casa”. Nell’ideare la c.d.spending review (revisione della spesa), il Governo deve evidentemente aver attinto al pensiero aristotelico, indossando i panni di un buon padre di famiglia impegnato a far quadrare i conti. Sul sito della Presidenza del Consiglio si legge che: “con la spending review il Governo è intervenuto analizzando le voci di spesa delle pubbliche amministrazioni, per evitare inefficienze, eliminare sprechi e ottenere risorse da destinare allo sviluppo e alla crescita. La razionalizzazione e il contenimento dei costi sono infatti fondamentali per garantire, da un lato il raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica, dall’altro l’ammodernamento dello Stato e il rilancio del circuito economico”, e che, nel complesso, la spesa pubblica cosiddetta rivedibile (leggi: tagli) ammonta a quasi 300 miliardi di euro.
Nello stesso documento, viene precisato che questo importo “potrebbe servire, per esempio, a evitare l’aumento di due punti dell’IVA previsto per gli ultimi tre mesi del 2012”. I tagli verranno effettuati anche tendendo conto delle numerosissime mail spedite da cittadini italiani, che si sono avvalsi dell’opzione “esprimi la tua opinione”, segnalando sprechi e inefficienze. Fra queste, si cita il caso di un ospedale nel quale verrebbero tenuti accesi i riscaldamenti anche nel periodo estivo: caso piuttosto inverosimile, sebbene ancora da verificare, dal momento che ragionevolmente sarebbe nell’interesse di tutti coloro che lì lavorano chiedere che i riscaldamenti vengano spenti. A prescindere dall’incidentale “per esempio” al quale il Governo fa riferimento (non essendo noto a cosa si sia pensato in alternativa all’aumento dell’IVA), occorre innanzitutto rilevare – in linea generale – che è assai arduo ritenere che con 300 miliardi di minori spese si possa generare sviluppo e crescita, soprattutto considerando che questi risparmi verranno utilizzati per accrescere l’avanzo primario, potenziando – come si legge ancora nel comunicato governativo – “la linea di risparmio seguita dal Governo nei primi mesi di attività”.
Il documento, nella sezione di analisi, parte da un assunto falso, ovvero che, nell’ultimo trentennio, la spesa pubblica in Italia sia sempre aumentata. Su fonte Banca d’Italia, si rileva, per contro, che, a partire dalla seconda metà degli anni ’90, la spesa corrente ha cominciato a contrarsi, riducendosi, dal 1993 al 1994, da 896.000 miliardi a circa 894.000 miliardi. La spesa complessiva delle Amministrazioni pubbliche diminuisce dal 51,7% al 50,8% del PIL nel 1994 e, nel 1995, continua la riduzione dell’incidenza della spesa sul PIL, che raggiunge il 49,2%. Interessante osservare che, nel confronto internazionale con i principali Paesi OCSE, dal 1961 al 1980 (periodo nel quale la spesa pubblica in Italia è stata in continua crescita), lo Stato italiano ha impegnato risorse pubbliche in rapporto al PIL sistematicamente inferiori alla media dei Paesi industrializzati: a titolo puramente esemplificativo, nel 1980, il rapporto spesa corrente su PIL, in Italia, era pari al 41% a fronte del 41.2% della Germania.
Il documento ministeriale imputa l’aumento della spesa pubblica nell’ultimo trentennio unicamente a una sua gestione inefficiente (p.e. la duplicazione delle funzioni a livello centrale e locale). Anche in questo caso, ci si trova di fronte a una tesi opinabile, per due ragioni.
1. Senza negare che sprechi e inefficienze ci sono (e ci sono stati) nella gestione della cosa pubblica, occorre considerare che l’aumento della spesa pubblica, nel periodo considerato dal documento ministeriale, è stato essenzialmente finalizzato all’ampliamento delle funzioni dello Stato sociale (come del resto è accaduto nella gran parte dei Paesi OCSE, in quel periodo) che, a sua volta, si è reso necessario per venire incontro alla crescente domanda di giustizia distributiva in una fase storica caratterizzata da un elevato potere contrattuale dei lavoratori e delle loro rappresentanze nell’arena politica. Appare, dunque, a dir poco riduttivo ritenere – come fa il Governo – che la spesa pubblica è aumentata perché è stata gestita male.
2. Non è chiaro perché la revisione di spesa venga effettuata a partire dall’andamento dei valori assoluti della spesa pubblica e non dal rapporto spesa/PIL, che è l’indicatore al quale – per i vincoli europei – occorre far riferimento ai fini del rispetto del vincolo del bilancio pubblico. D’altra parte, l’andamento del valore assoluto della spesa pubblica non tiene conto delle variazioni del tasso di inflazione, così che non si hanno informazioni relative al suo andamento in termini reali. In ogni caso, anche assumendo l’ipotesi governativa, si rileva – su fonte Bundesbank – che, con la sola eccezione del 2004 e del 2011, la spesa pubblica in valore assoluto in Germania è costantemente aumentata. Puà essere sufficiente rilevare che, nel triennio 2008-2010, la spesa pubblica in Germania è aumentata, nel 2008, del 3,16%, del 4,66% nel 2009 e del 3,8% nel 2010, e ben oltre il tasso d’inflazione, quindi anche in termini reali. L’aumento è imputabile essenzialmente alla crescita degli investimenti pubblici, dei salari dei dipendenti pubblici e della spesa per il pagamento degli ammortizzatori sociali.
La spending review interviene soprattutto sulle spese della pubblica amministrazione e sulle spese sanitarie. Si stima, a riguardo, che, entro il 31 dicembre 2012, verranno soppresse circa 11mila sedi ospedaliere. L’obiettivo appare chiaro, anche considerando alcune significative dichiarazioni dei Ministri di questo Governo (come è noto, “anche gli statali siano licenziabili” è il leitmotiv del Ministro Fornero): ridurre (ulteriormente) i presunti privilegi dei lavoratori del settore pubblico, come fine in sé e come strumento per depotenziare (ulteriormente) il Welfare, e contenere le spese per la sanità pubblica, riducendo la quantità e la qualità dei servizi offerti, così da lasciar spazio a imprese private anche in questo settore. Su quest’ultimo aspetto, le conseguenze sono facilmente prevedibili: poiché le spese delle famiglie per servizi sanitari sono ovviamente considerate di primaria importanza, la riduzione dell’offerta pubblica – e la conseguente necessità di pagare i servizi sanitari – non può che tradursi in una (ulteriore) decurtazione dei redditi, soprattutto dei redditi più bassi e soprattutto nelle aree del Paese – Mezzogiorno in primo luogo – dove i salari medi sono più bassi. Così come la “razionalizzazione” della spesa delle pubbliche amministrazioni può facilmente tradursi in un (ulteriore) peggioramento della qualità dei servizi offerti, se non si accoglie l’eroica tesi – peraltro tutta da dimostrare – secondo la quale è solo rendendo le risorse sempre più scarse che si incentiva a farne un uso efficiente.
Sulla questione della licenziabilità dei dipendenti pubblici, occorre preliminarmente sgombrare il campo da un equivoco. Il Testo Unico del 2001 ha sostanzialmente “privatizzato” il rapporto di lavoro nella Pubblica Amministrazione, rendendo esplicitamente possibili i licenziamenti collettivi e non escludendo i licenziamenti individuali. Dunque, la normativa vigente già prevede la possibilità di licenziare dipendenti pubblici. Seguendo la linea Fornero, occorrerebbe fare un passo in più, ovvero incentivare le amministrazioni pubbliche a licenziare. A che fine? La sola ratio economica che può porsi alla base di questa proposta consiste nell’imporre – come nel settore privato – un dispositivo di ‘disciplina’ che incentivi i dipendenti pubblici a erogare maggiore produttività. Il problema, in questo caso, è che, a differenza del settore privato, non è chiaro chi e sulla base di quali criteri dovrebbe licenziare. Al di là della percezione diffusa secondo la quale molti settori della Pubblica Amministrazione funzionano male, il punto teorico che occorre sottolineare riguarda la difficoltà (se non l’impossibilità) di costruire criteri razionali – o anche solo ragionevoli – che orientino le decisioni di licenziamento nel settore pubblico .
Vista in quest’ottica, la spending review ha ben poco a che vedere con un’operazione tecnicamente neutrale finalizzata a ridurre gli sprechi. Si tratta di un potente meccanismo di (ulteriore) destrutturazione del Welfare State che si intende legittimare con l’assunto (assai discutibile) che tutto ciò che è pubblico è fonte di inefficienza.

«Senz'acqua su un barcone, morti in 54»

Dopo la tragedia in mare, in cui sono morti 54 migranti, un'altra imbarcazione con a bordo 50 persone, tra cui 11 donne e una bimba di due anni, è stata soccorsa 60 miglia a sud di Capo Passero (Me) da un guardacoste veloce del gruppo aeronavale della guardia di finanza di Messina. Sull'imbarcazione di circa 10 metri, probabilmente proveniente dalla Libia, si trovavano migranti provenienti dall'area sub-sahariana. Gli immigrati, una volta trasbordati sull'unità navale della fiamme gialle, sono stati condotti al porto di Pozzallo. Si tratta del terzo sbarco di migranti in tre giorni nel Siracusano.
UNICO SOPRAVVISSUTO - L'evento più drammatico è stato reso noto martedì dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr). Attraverso la testimonianza dell'unico superstite, un cittadino eritreo, si è appreso che cinquantaquattro migranti sono morti nei giorni scorsi su un barcone in balia delle onde, in viaggio dalla Libia verso l'Italia. L'eritreo sarebbe il 55esimo passeggero dell'imbarcazione e avrebbe visto i suoi compagni di viaggio morire per disidratazione, «uno dopo l'altro», dopo un calvario di 15 giorni.
LA STRAGE - L'uomo è stato salvato dalla Guardia Costiera tunisina, lunedì notte. Subito trasportato in ospedale a Zorzis ha cominciato a raccontare la strage. Una tragedia, l'ennesima, che si è consumata nel canale di Sicilia. A fine giugno, lui e altre 54 persone, la maggior parte di origini eritree, si sono imbarcate su un gommone. Direzione: Italia. Dopo un giorno avrebbero cominciato a vedere le coste del nostro Paese. Poi i venti li hanno spinti indietro, verso la Tunisia. E, nel giro di pochi giorni, il gommone ha cominciato a sgonfiarsi. Il sole a picco, il mare, senza più una goccia d'acqua da bere. Molti hanno cominciato a morire per disidratazione, ha raccontato il superstite. Tutto sotto i suoi occhi. Ad andarsene anche tre parenti partiti con lui.
LE NAZIONI UNITE - Dopo le prime cure, rappresentanti dell'Unchr, l'alto commissariato dell'Onu per i rifugiati, hanno raccolto la sua testimonianza. «È una vera tragedia», ha spiegato T. Alexander Aleinikoff, vice alto commissario delle Nazioni Unite. Per poi aggiungere: «Mi appello ai comandanti delle imbarcazioni nel Mediterraneo affinché prestino la massima attenzione a possibili casi di migranti e rifugiati in difficoltà che necessitano di essere soccorsi. Il Mediterraneo è uno dei tratti di mare più trafficati del mondo ed è fondamentale che l'antica tradizione del salvataggio in mare continui a essere rispettata». Dall'inizio dell'anno a oggi circa 1.300 persone sono giunte via mare in Italia dalla Libia. Un'imbarcazione con 50 fra eritrei e somali sarebbe tuttora in mare aperto dopo che i passeggeri hanno rifiutato nelle ultime ore il soccorso delle forze armate maltesi. Nel 2012 fino a ora sono giunte a Malta circa 1.000 persone, in 14 sbarchi. L'Unchr stima che quest'anno siano circa 170 le persone morte o disperse in mare nel tentativo di giungere in Europa dalla Libia.

martedì 10 luglio 2012

Il pozzo afghano senza fondo


di Manlio Dinucci - rifondazione -
«È meraviglioso udire gli uccelli che salutano col loro canto questa bella giornata qui a Kabul»: sono le romantiche parole con cui Hillary Clinton ha aperto la cerimonia ufficiale tra gli alberi del blindatissimo palazzo presidenziale nella capitale afghana. Mentre parlava, altri uccelli con la coda a stelle e strisce volavano nei cieli afghani: i caccia F/A 18 che, decollati dalla portaerei Stennis nel Mare Arabico, volteggiano sull'Afghanistan. Scelta la preda, la attaccano con missili e bombe a guida laser e la mitragliano col cannone da 20 mm, che a ogni raffica spara 200 proiettili a uranio impoverito.

Questi e altri aerei, il cui prezzo supera i 100 milioni di dollari, costano 20mila dollari per ogni ora di volo: dato che ogni missione dura circa otto ore, essa comporta una spesa di oltre 150mila dollari, cui si aggiunge quella delle armi impiegate. E l'anno scorso, secondo le cifre ufficiali, gli aerei Usa/Nato hanno effettuato 35mila missioni di attacco sull'Afghanistan. Non stupisce quindi che solo gli Stati uniti abbiano speso finora, per questa guerra, circa 550 miliardi di dollari. Un pozzo senza fondo, che continuerà a inghiottire miliardi di dollari ed euro.
A Kabul la Clinton ha annunciato la buona novella: «Ho il piacere di annunciare che il presidente Obama ha ufficialmente designato l'Afghanistan maggiore alleato non-Nato degli Stati uniti». Ciò significa che esso acquista lo status di cui gode Israele e che, in base all'«Accordo di partnership strategica», gli Usa si impegnano a garantire la sua «sicurezza». Secondo funzionari dell'amministrazione, gli Usa manterranno in Afghanistan 10-30mila uomini, soprattutto delle forze speciali, affiancati da compagnie militari private. E continueranno a impiegare in Afghanistan la propria forza aerea, compresi i droni da attacco. Il «maggiore alleato non-Nato» riceverà dalla Nato un aiuto militare di oltre 4 miliardi di dollari annui. L'Italia, che si impegna a versare 120 milioni annui, continerà a fornire, secondo le parole del ministro della difesa Di Paola, «assistenza e supporto alle forze di sicurezza afghane».
Il governo afghano riceverà inoltre, come deciso dalla conferenza dei «donatori» a Tokyo, altri 4 miliardi annui per le «esigenze civili». E anche in questo campo, ha dichiarato il ministro degli esteri Terzi, «l'Italia farà la sua parte». Secondo la motivazione ufficiale, si aiuterà in tal modo la «società civile afghana».
Secondo l'esperienza reale, ogni dollaro ed euro, speso ufficialmente a fini civili, sarà usato per rafforzare il dominio militare Usa/Nato su questo paese. La cui posizione geografica è di primaria importanza strategica per le potenze occidentali e i loro gruppi multinazionali, che si spingono sempre più ad est, sfidando Russia e Cina. Per convincere i cittadini statunitensi ed europei, pesantemente colpiti dai tagli alle spese sociali, che occorre prelevare altri miliardi di dollari ed euro dalle casse pubbliche per destinarli all'Afghanistan, si racconta che essi servono a portare migliori condizioni di vita al popolo afghano, in particolare alle donne e ai bambini.
La favola che Hillary Clinton ha raccontato, accompagnata dal cinguettio degli uccellini di Kabul e dal coro di quanti gioiscono per tale munificenza.

da il manifesto

Previsioni elettorali di Grillo

Con il Porcellum, del quale per tutta una legislatura non è fregato nulla a nessuno, il M5S potrebbe ottenere il premio di maggioranza. Per i partiti sarebbe notte. Pece nera. Da qui al 2013 ci sono quindi vari scenari possibili all'esame dei partiti:
Primo scenario: due coalizioni, Pdl+Lega, Pdmenoelle+UDC+SEL+ "chiunque altro ci voglia stare" si presentano con il Porcellum. I leader dei due raggruppamenti si combattono aspramente in campagna elettorale, raccattano tutti i voti possibili e, subito dopo, danno vita a un governo di unità nazionale per "il bene della nazione". Unica opposizione in Parlamento il MoVimento 5 Stelle. Questa ipotesi presenta una controindicazione. Se il M5S facesse il botto e risultasse primo, il piano fallirebbe.
Secondo scenario: pungolati da Napolitano, i partiti riscrivono finalmente la legge elettorale. La scrivono ovviamente pro domo loro, disegnandola sull'esclusione del M5S dal Parlamento o per una sua ridottissima rappresentanza. Questa ipotesi non ha controindicazioni, ma è di difficile attuazione per la mancanza di tempo e la ritrosia dei segretari di partito a mollare il Porcellum che consente di eleggere madri, amanti, figli e cognati.
Terzo scenario: le elezioni vengono rinviate di un anno di fronte all'aggravamento della crisi economica (tra un anno sarà fortemente peggiorata). Uno scenario possibile sia per le attuali leggi che per la Costituzione. Rigor Montis viene quindi confermato nella sua carica di presidente del Consiglio dalla BCE, l'attuale rappresentanza parlamentare guadagna (in tutti i sensi) un altro anno ed elegge una donna, come auspicato da Napolitano, Emma Bonino, ultra liberista e frequentatrice del Bildeberg. Questa ipotesi ha come controindicazione l'esplosione di scontri sociali, ma in cambio consente l'assoluto controllo del Parlamento.
Quarto scenario: una coalizione Pdl, Pdmenoelle, Udc con Rigor Montis come candidato premier, si presenta alle elezioni con il Porcellum. Ottiene il premio di maggioranza. Tutto cambia perché nulla cambi rispetto ad ora per altri 5 anni. Nessuna controindicazione se non la presenza del MoVimento 5 Stelle in Parlamento.
Per ognuna di queste ipotesi va considerata comunque la possibilità di una crisi economica anticipata senza precedenti. In questo caso varrebbe una quinta ipotesi che contempla l'uso di centinaia di elicotteri per la fuga della classe politica che oggi, di fronte allo sfascio del Paese, di cui ha la totale responsabilità, discute soltanto di alchimie elettorali e di alleanze.
Quale ipotesi pensate sia più probabile?
....................
[il quarto scenario con Syrisa al posto di M5 si sarebbe potuto chiamare scenario greco]

La battaglia del solstizio di Mario Monti


Solo gli storici ricordano la battaglia del solstizio, del giugno del 1918, combattuta tra le truppe italiane e quelle austro-ungariche. Eppure si tratta forse della più sanguinosa battaglia combattuta in territorio italiano dal periodo postunitario ad oggi. Circa duecentocinquantamila tra morti, feriti e dispersi in una settimana, una tragedia di proporzioni epocali, di cui quasi centomila italiani. Si vede che la memoria collettiva coltiva processi di selezione degli eventi che non hanno nulla a che vedere con il senso delle proporzioni. E nemmeno con quello del ridicolo basti dire che una immane tragedia come quella del giugno 1918 è ancora oggi celebrata ufficialmente come festa dell’artiglieria. Nei manuali di storia militare, dove i morti appartengono ad uno score quasi sportivo, la battaglia del solstizio è classificata come uno scontro in campo aperto dove il perdente (in questo caso l’impero austroungarico) aveva attaccato con la certezza della vittoria persino stampando in anticipo il materiale amministrativo per la gestione delle zone italiane occupate.
E’ così è andata a Mario Monti nello scorso fine settimana a Bruxelles per quanto riguarda la trattativa sui dispositivi di regolazione dello spread, quelli di futura gestione delle banche e dei fondi di “stabilizzazione” finanziaria europea. Monti è arrivato in Belgio con i tedeschi praticamente convinti di ratificare le loro condizioni di “salvataggio” delle banche ancorato ai tagli dei bilanci pubblici, di fatto imponendo a tre quarti di Europa il taglio radicale dei servizi e degli investimenti pubblici come obbligo per risanare le perdite di qualche lustro di finanza d’assalto delle banche europee. Monti, agendo di concerto con Spagna e Francia, ha imposto alla Germania un’altra strada, che non risolve alcuna questione sociale, che tende a separare il destino delle banche da quello dei bilanci pubblici. Le prime, secondo l’intesa negoziale raggiunta a Bruxelles, saranno direttamente finanziate separando il loro stato contabile da quello dei conti delle nazioni. Almeno nelle intenzioni, perchè far entrare a regime un accordo del genere non è affatto cosa scontata, si tratta un rovesciamento di una politica la cui ratifica era data per fatta dalla Germania. Niente di eccezionale il lavoro di Monti, perchè a tagliare la spesa sociale ci penserà il mercato finanziario in ogni caso, ma di sicuro utile per far sopravvivere qualche grossa banca.
A differenza di quanto ha detto e scritto la propaganda italiana, drogata dall’effetto Balotelli, sul vertice di Bruxelles Monti non ha vinto “per l’Italia” la sua battaglia del solstizio. Ma per quella parte di sistema bancario europeo messo a crisi dal primato tedesco (politico, economico, finanziario) nella governance europea. Sistema italiano, spagnolo, francese al quale non è certo dispiaciuta l’alleanza con le banche che parlano inglese (anche oltreoceano) le quali gradivano la strategia Monti che, sulla carta, garantisce maggiori immissioni di liquidità nella finanza globale. Ma che la vittoria del solstizio non porti buone notizie per l’economia è praticamente scontato. Per capirlo basta seguire non solo le statistiche istat ma anche le dichiarazioni del nuovo presidente di Confindustria Squinzi che sembra un capo dell’opposizione (se mai esistesse) al governo Monti.
In definitiva in Italia si sono imposte delle priorità della negoziazione politica direttamente ispirate dalla big finance (trattare sul rifinanziamento delle banche e sul finanziamento degli stati) ad un livello tale da lasciare persino indietro le esigenze del capitalismo industriale. Il mainstream dei media italiani si è semplicemente adeguato per cui oramai la politica viene rappresentata come esistesse solo su quel terreno. Per cui il risultato, la cui tenuta nel tempo è da verificare, ottenuto da Monti a Bruxelles è stato venduto dai media italiani come uno score politico “per l’Italia”. Quando la politica, e meno che mai la politica economica, e “l’Italia” non avevano molto a che vedere con quanto accaduto.
E’ anche bene ricordare che, come precondizione per partecipare alla battaglia di Bruxelles, l’Italia ha dovuto approvare senza dibattito parlamentare la sostanziale abolizione dell’articolo 18. La battaglia del solstizio di Monti è quindi costata cara agli italiani, dal punto di vista simbolico, quanto quella del 1918. E non è finita: sempre per tenere il livello di combattimento, sul piano finanziario, Monti si sta apprestando a tagliare la spesa amministrativa, deprimendo ulteriormente l’economia (se ne è accorta anche Repubblica), per una decina di miliardi di euro e l’occupazione di qualche decina di migliaia di unità. Le campagne europee di Monti stanno costando a questo paese il benessere o, forse, la sopravvivenza ma che importa: già si sono aperti i giochi per la presidenza del consiglio del 2013 e per l’elezione del presidente della repubblica sempre per il prossimo anno. E, si sa, chi protesta è un populista senza senso di responsabilità.
Allo stesso tempo, fossimo in Monti, eviteremmo di gioire una volta raggiunta Vittorio Veneto (il pareggio di bilancio). E’ proprio quando una guerra è vinta che i regimi cambiano. Ma questo è un insegnamento della storia politica che sembra lontano, tra un’intervista a D’Alema su Corriere sulla composizione del prossimo governo e una a Casini su Repubblica sullo stesso tema. Eppure c’è qualcosa di anomalo, un convitato di pietra per tutti questi giochi che sembra così lontano, così vicino come diceva Wim Wenders.

per Senza Soste, nique la police

Sulla violenza.

di JUAN DOMINGO SANCHEZ ESTOP

- uninomade -

“Io dico che coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe, mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma; e che considerino più a’ romori ed alle grida che di tali tumulti nascevano, che a’ buoni effetti che quelli partorivano; e che e’ non considerino come e’ sono in ogni republica due umori diversi, quello del popolo, e quello de’ grandi; e come tutte le leggi che si fanno in favore della libertà, nascano dalla disunione loro, come facilmente si può vedere essere seguito in Roma.” (Machiavelli, Discorsi, I, 4)
1.La violenza è determinata dal potere, non dai movimenti sociali. È il potere a decidere, per esempio, che un’aggressione fascista non è «violenta» è che lo è invece una resistenza pacifica o passiva. È il potere a decidere che la prigione o la pena di morte non sono sanzioni violente, e che invece lo sciopero è una forma particolarmente violenta di difesa di un interesse particolare. Il potere decide che i tifosi di calcio o i papaboys possono occupare le strade per svariati giorni e non sempre comportandosi in maniera civile, mentre una tranquillissima acampada in un luogo pubblico o un’assemblea cittadina in una piazza costituiscono invece atti di violenza. Per quanto si cerchi in realtà non c’è nessun contenuto specifico sotto il termine «violenza» che non sia determinato da una decisione sovrana. Si può dire lo stesso a proposito del terrorismo. Sovrano, si potrebbe dire parafrasando Carl Schmitt, è chi decide su cos’è violenza, chi nomina il terrorista.
2. Secondo Aristotele esistono due tipi di movimenti, quello naturale, per cui un corpo si muove e muta in conformità alla sua propria essenza, e quello violento per il quale quello stesso corpo si muove e muta per effetto della forza di un corpo esterno. Il contrario della natura è la violenza. Nella modernità ciò che è naturale nell’ordine sociale lo definisce il potere. Come spiega Bodin, sovrano è colui che dà valore giuridico a un diritto naturale e lo definisce come tale. In altri termini, è il sovrano a decidere che cos’è la natura e quindi l’ordine naturale e, pertanto, che cosa invece si definisce come violenza. Il sovrano definisce ciò che è naturale e ciò che è violento e attribuisce alla «violenza», contraria all’ordine sociale «naturale», lo stato d’eccezione in cui la legge del sovrano non può essere applicata. Niente di strano in questo: ogni sovrano pretende di definire, senza alcun timore di cadere in una tautologia, l’ordine normale, quello naturale, come l’ordine in cui si possono applicare le sue leggi.
3.Nella modernità politica alla quale il potere sovrano appartiene, la natura non gode di alcun contenuto che le sia proprio. Il più grande traduttore dell’ordine politico sovrano in categorie metafisiche, Cartesio, sostiene che l’ordine naturale dipende continuamente dalla volontà divina. Violenta è quindi l’azione contro la natura e, nell’ordine sociale e politico, contro la legge e la volontà del sovrano che in essa si esprime. Ogni esigenza di condannare o approvare la violenza ruota intorno alla figura del sovrano.
4.Quando la natura non è l’«ordine naturale», ma piuttosto una correlazione di forze, l’opposizione natura-violenza viene necessariamente a cadere. Ogni ordine è precario ed effetto relativamente instabile di un equilibrio di forze. Lo stesso potere del sovrano che sta a fondamento di questo ordine – o il potere di Dio nell’universo – si dissolve in un tessuto di relazioni. Questa è la prospettiva democratica e sovversiva del materialismo, quella di Machiavelli e di Spinoza. Era anche la prospettiva dei materialisti dell’antichità, rispetto ai quali Machiavelli e Spinoza riconoscono la loro filiazione. È anche quella di Marx. Non c’è sostanza del potere, non c’è ordine naturale, e la violenza non è identificabile come caratteristica essenziale di un’azione, ma riconduce alla caratterizzazione politica di questa azione da parte di un potere sovrano che – a sua volta – è la risultante di una correlazione di forze interna alla moltitudine.
5. Il materialismo rende evidente la nudità del potere. Questo non può più basare la sua «legittimità» su un supposto ordine naturale. Deve fondarsi su di una relazione, sempre relativamente conflittuale con una moltitudine di altre forze. Il tentativo di neutralizzare la conflittualità, i tumulti della moltitudine, equivale alla soppressione della libertà, perché diminuisce la potenza della moltitudine, la sua produttività, e sommerge la moltitudine nella tristezza del potere assolutista. L’assolutismo, che pretende ridurre tutti in un unico corpo, chiama pace quello che è in effetti un deserto. Il totalitarismo moderno ce ne offre molteplici esempi.
6. Quella variante liberale dell’assolutismo che oggi chiamiamo «democrazia liberale» pretende anch’essa di basare il suo ordine sociale in una natura che, in un circolo vizioso, è contemporaneamente effetto e causa dell’ordine legale stabilito dal sovrano. Gli effetti di questo discorso libreral-assolutista si traducono oggi nel rifiuto e nella criminalizzazione di ogni illegalità perpetrata dai sudditi – tra i quali, ovviamente, non si contano i più potenti, che costituiscono parte integrante del sovrano. Il principio dello Stato di polizia è contenere entro i limiti della legalità la condotta dei sudditi attraverso uno stretto controllo. Criminalizzando gli spazi del conflitto e considerando come violenti anche i più inoffensivi atti di disobbedienza si uccide la libertà e si mortifica la vita in comune.
* Traduzione dallo spagnolo di Nicolas Martino.

lunedì 9 luglio 2012

Sotto il ricatto mortale.

Malati senza cibo ad Atene
di Francesco De Palo
Emergenza umanitaria in Grecia? Poco ci manca. Insieme con l’ospedale Elpis inizia a svanire la speranza per il salvataggio di un comparto delicatissimo come la salute. Dopo il caso dei malati di cancro costretti a pagare le cure chemioterapiche di tasca propria, per via delle casse dello stato drammaticamente vuote e dopo le lunghissime file di pazienti a cui le farmacie non potevano dare medicinali (in quanto in credito con lo stato per svariati milioni di euro) nella Grecia tecnicamente fallita il nosocomio Elpis non può più garantire i pasti ai propri ricoverati: le ditte fornitrici devono ancora ricevere i pagamenti relativi al 2011.
Un dato sconcertante che si aggiunge ad una criticità oggettiva sostanziale come quella dei materiali sanitari stessi che scarseggiano nelle strutture del paese. Alcune hanno chiesto in prestito addirittura le lenzuola ad altri ospedali. Nello specifico, l’Elpis dallo scorso mese di marzo non provvede a colazioni, pranzi e cene per i propri pazienti. E a questo punto rischia di non poter disporre neanche di alimenti basilari come l’olio d’oliva, la pasta e il semplice pane tostato. Dal Dipartimento di Nutrizione fanno sapere che le ditte fornitrici hanno lanciato un vero e proprio ultimatum: nessun nuovo ordine di alimenti se prima non verranno onorate le fatture dello scorso anno. Inoltre non sarà neanche possibile provvedere a soddisfare quei pazienti che devono seguire diete specifiche, per particolari patologie o perché in regime post operatorio, a cui neanche i parenti potrebbero far fronte, vista la peculiarità dei soggetti e delle relative esigenze.
Un panorama che non potrà che aggravarsi, considerata da un lato la non disponibilità della troika ad andare oltre uno sconto temporale (la ventilata concessione di spalmare l’impegno greco nel prossimo biennio, osteggiata dalla Finlandia) e l’allarmante crollo delle entrate per lo Stato. Infatti, a seguito delle misure proposte da Fmi, Ue e Bce, tra nuove tasse, (i cosiddetti karadzi), controlli anti evasione e lotta agli sprechi, il flop è stato nell’ordine del 70%. Ovvero su cento euro preventivati che l’erario ellenico avrebbe dovuto ricavare da queste prime iniziative legate al memorandum, ne sono entrati solo trenta. Significa che andrebbero riformati soprattutto quei dipartimenti fiscali che semplicemente non hanno accertato quante e quali tasse si sarebbero dovute pagare, specialmente nel settore privato. Mentre invece dipendenti pubblici, pensionati e salariati hanno subito senza se e senza ma un taglio verticale delle proprie buste paga nell’ordine del 25%, con l’iva schizzata al 23% e la benzina verde a due euro al litro. La stessa sanità, che sta offrendo esempi della levatura del nosocomio Elpis, è uno dei settori con le più grosse deficienze strutturali e materiali, dal momento che già si tratta di un settore che da sempre è stato in crisi nel paese. E che oggi, a maggior ragione dopo il memorandum, soffre tremendamente i minori trasferimenti economici da parte dello Stato. Con un intero indotto, quello dei fornitori, che accusa un 50% di flessione; i pazienti che subiscono un servizio non adeguato, e il personale medico e paramedico in agitazione.
Inoltre fonti del ministero dell’Economia ellenico riferiscono che secondo la troika il “buco nero” delle mancate entrate ammonterebbe a due miliardi di euro, ragion per cui i rappresentanti europei in pianta stabile ad Atene avrebbero avanzato forti preoccupazioni su questi risultati negativi oltre che sulle mancate privatizzazioni. Ormai le urne sono chiuse e l’attuale premier Samaras, dopo il forfait a Bruxelles, suo e del ministro Rapanos sostituito da Stournaras (componente della speciale commissione che curò il passaggio dalla dracma all’euro) dovrebbe dar seguito alle promesse elettorali.
Ritardi ci sono nell’abolizione del Codice di libri e dischi (una specie di Siae), nella fusione o soppressione della autorità doganali e fiscali annunciate ormai da tempo. Il governo replica che verrà istituita una task force per eliminare le esenzioni fiscali e i regimi speciali. Ma serve fare presto e farlo bene. E soprattutto portare risultati accettabile al prossimo Eurogruppo. Sempre sperando che premier e ministro preposto riescano ad essere presenti. Mentre per settembre già si prepara una nuova ventata di scioperi e manifestazioni anti memorandum e antigoverno.
da Il Fatto Quotidiano.it

Manifesto del buon senso in economia.

Paul Krugman, premio Nobel dell’Economia 2008, e Richard Layard, direttore di un centro studi della London School of Economics, hanno promosso sul Financial Times un manifesto per il buon senso in economia. Una radicale critica alle politiche di rigore ed austerità che secondo i due economisti anglosassoni hanno ripetuto, a partire dal 2010, tutti gli errori che già avevano prolungato la Grande Recessione negli anni trenta. Al Manifesto si può anche aderire al sito apposito, qui di seguito la traduzione italiana realizzata da Keynesblog.

Più di quattro anni dopo l’inizio della crisi finanziaria, le principali economie avanzate del mondo restano profondamente depresse, una scena che ricorda fin troppo quella del 1930. E la ragione è semplice: ci affidiamo alle stesse idee che hanno governato le azioni di politica economica nel 1930.

di Paul Krugman e Richard Layard
- micromega -
Queste idee, da tempo smentite, comprendono errori profondi sia sulle cause della crisi che sulla sua natura che sulla risposta appropriata. Questi errori hanno messo radici profonde nella coscienza pubblica e forniscono il sostegno pubblico per l’eccessiva austerità delle attuali politiche fiscali in molti paesi.
Quindi i tempi sono maturi per un manifesto in cui gli economisti mainstream offrano al pubblico una analisi dei nostri problemi maggiormente basata sulle evidenze.
Le cause. Molti responsabili politici insistono sul fatto che la crisi è stata causata dalla gestione irresponsabile del debito pubblico. Con pochissime eccezioni – come la Grecia – questo è falso. Invece, le condizioni per la crisi sono state create da un eccessivo indebitamento del settore privato e dai prestiti, incluse le banche sovra-indebitate. Il crollo della bolla ha portato a massicce cadute della produzione e quindi del gettito fiscale. Così i disavanzi pubblici di grandi dimensioni che vediamo oggi sono una conseguenza della crisi, non la sua causa.
La natura della crisi. Quando le bolle immobiliari su entrambi i lati dell’Atlantico sono scoppiate, molte parti del settore privato hanno tagliato la spesa nel tentativo di ripagare i debiti contratti nel passato. Questa è stata una risposta razionale da parte degli individui, ma – proprio come la risposta simile dei debitori nel 1930 – si è dimostrata collettivamente autolesionista, perché la spesa di una persona è il reddito di un’altra persona. Il risultato del crollo della spesa è stato una depressione economica che ha peggiorato il debito pubblico.
La risposta appropriata. In un momento in cui il settore privato è impegnato in uno sforzo collettivo per spendere meno, la politica pubblica dovrebbe agire come una forza di stabilizzazione, nel tentativo di sostenere la spesa. Per lo meno non dovremmo peggiorare le cose tramite grandi tagli della spesa pubblica o grandi aumenti delle aliquote fiscali sulle persone comuni. Purtroppo, questo è esattamente ciò che molti governi stanno facendo.
Il grande errore. Dopo aver risposto bene nella prima e acuta fase della crisi economica, la saggezza politica convenzionale ha preso una strada sbagliata, concentrandosi sui deficit pubblici, che sono principalmente il risultato di una crisi indotta dal crollo delle entrate, e sostenendo che il settore pubblico dovrebbe cercare di ridurre i suoi debiti in tandem con il settore privato. Come risultato, invece di giocare un ruolo di stabilizzazione, la politica fiscale ha finito per rafforzare gli effetti frenanti dei tagli alla spesa del settore privato.
Di fronte a uno shock meno grave, la politica monetaria potrebbe bastare. Ma con i tassi di interesse prossimi allo zero, la politica monetaria – mentre dovrebbe fare tutto il possibile – non può fare l’intero lavoro.
Ci deve naturalmente essere un piano a medio termine per ridurre il disavanzo pubblico. Ma se questo è troppo sbilanciato può facilmente essere controproducente annullando la ripresa. Una priorità chiave è ora quella di ridurre la disoccupazione, prima che diventi endemica, rendendo la rispesa e la futura riduzione del deficit ancora più difficile.
Come rispondono coloro che sostengono le politiche attuali agli argomenti che abbiamo appena avanzato? Usano due argomenti molto diversi a sostegno della loro causa.
L’argomento della fiducia. Il loro primo argomento è che i deficit pubblici alzeranno i tassi di interesse e quindi impediranno il recupero. Al contrario, essi sostengono, l’austerità aumenterà la fiducia e favorirà così la ripresa. Ma non c’è alcuna prova a favore di questo argomento. In primo luogo, nonostante i deficit eccezionalmente elevati, i tassi di interesse oggi sono bassi senza precedenti in tutti i principali paesi in cui c’è una banca centrale normalmente funzionante. Ciò è vero anche in Giappone, dove il debito pubblico supera ormai il 200% del PIL annuo, e il downgrade da parte delle agenzie di rating non hanno avuto alcun effetto sui tassi di interesse giapponesi. I tassi di interesse sono elevati solo in alcuni paesi della zona euro, perché la BCE non è consentito di agire come prestatore di ultima istanza per il governo. Altrove la banca centrale può sempre, se necessario, finanziare il deficit, lasciando inalterato il mercato obbligazionario. Inoltre l’esperienza passata non contiene nessun caso in cui i tagli di bilancio hanno effettivamente generato un aumento dell’attività economica.
Il FMI ha studiato 173 casi di tagli di bilancio dei singoli paesi e ha scoperto che il risultato coerente è la contrazione economica. Nella manciata di casi in cui il consolidamento fiscale è stato seguita da una crescita, i canali principali erano un deprezzamento della valuta nei confronti di un mercato mondiale forte, una possibilità non disponibile al momento. La lezione dello studio del FMI è chiara: i tagli al bilancio ritardano la ripresa. E questo è ciò che sta accadendo ora: i paesi con i maggiori tagli di bilancio hanno avuto le più pesanti cadute dell’output.
La verità è, come possiamo vedere, che i tagli di bilancio non ispirano la fiducia delle imprese. Le aziende investono solo quando possono prevedere abbastanza clienti con un reddito sufficiente da spendere. L’austerità scoraggia gli investimenti. Vi è quindi un’evidenza massiccia contro l’argomento della fiducia; tutte le presunte prove a favore di tale dottrina sono evaporate ad un esame più approfondito.
L’argomento strutturale. Un secondo argomento contro l’espansione della domanda è che la produzione è nei fatti vincolata dal lato dell’offerta da squilibri strutturali. Se questa teoria fosse giusta però, almeno in alcune loro parti le nostre economie dovrebbe essere a pieno regime, e così dovrebbe fare alcune attività. Ma nella maggior parte dei paesi non è questo il caso. Ogni settore importante delle nostre economie è in difficoltà, e ogni attività ha un tasso di disoccupazione più elevato del solito. Quindi il problema deve essere una mancanza generale di spesa e domanda. Nel 1930 lo stesso argomento strutturale è stato utilizzato contro le politiche di spesa proattive negli Stati Uniti, ma a seguito dell’aumento di spesa tra il 1940 e il 1942, la produzione è aumentata del 20%. Quindi il problema nel 1930, come oggi, era una carenza di domanda, non di offerta.
Come risultato delle loro idee sbagliate, in molti paesi occidentali i politici stanno infliggendo sofferenze enormi ai loro popoli. Ma le idee che sposano su come gestire le recessioni sono state respinte da quasi tutti gli economisti dopo i disastri del 1930, e per i successivi quarant’anni o giù di lì l’Occidente ha goduto di un periodo senza precedenti di stabilità economica e bassa disoccupazione.
E’ tragico che negli ultimi anni le vecchie idee abbiano di nuovo messo radici. Ma non possiamo più accettare una situazione in cui le paure sbagliate di tassi di interesse più elevati pesino di più sui i decisori politici rispetto agli orrori della disoccupazione di massa.
Politiche migliori differiranno da paese a paese e hanno bisogno di un dibattito approfondito. Ma devono essere basate su una corretta analisi del problema. Invitiamo quindi tutti gli economisti e gli altri che sono d’accordo con le linee generali di questo Manifesto a registrare la loro sottoscrizione su www.manifestoforeconomicsense.org, e sostenere pubblicamente un approccio più solido.
(30 giugno 2012)

domenica 8 luglio 2012

Come in Grecia costruiamo un polo unitario della sinistra antiliberista

Paolo Ferrero
       
- controlacrisi -
Io penso che l’esperienza greca possa essere un utile punto di riferimento per ricostruire la credibilità e la forza della sinistra italiana. Innanzitutto dal punto di vista dei contenuti. Syriza si è caratterizzata per una posizione di intransigente contrarietà alle politiche neoliberiste europee. Questo a me pare il punto decisivo sul piano politico anche per quanto riguarda l’Italia. Come ci mostra il governo Monti e lo stesso governo Greco, la nostra realtà politica è solo formalmente divisa tra centro destra e centro sinistra. In realtà è divisa tra le forze che accettano i dictat europei - e li vogliono applicare ai rispettivi paesi - e le forze che si oppongono alle politiche europee e si battono per cambiarle. Syriza ha affermato chiaramente di non essere disponibile a formare alcuna maggioranza che non avesse come punto discriminante il rifiuto di applicare il memorandum imposto dall’Europa. Al contrario il Pasok e Sinistra Democratica sono stati disponibili a formare un governo con Nuova Democrazia che ha come punto fondamentale l’applicazione dei dictat europei. Lo stesso avviene in Italia con il governo Monti che è sostenuto in modo bipartisan da ABC al fine di applicare tutte le porcherie imposte dall’Europa: demolizione del sistema sanitario, del sistema di istruzione pubblico, del sistema previdenziale pubblico, del diritto del lavoro. Il primo insegnamento che viene dalla Grecia è quindi la necessità di costruire un polo della sinistra antiliberista e anticapitalista, autonomo dalle forze socialiste e con un progetto politico economico e sociale contrapposto alle ricette di centro destra e centro sinistra. L’idea che costruire una Syriza italiana in alleanza con il PD è peggio di una sciocchezza, è un mistificazione in cui si cerca in modo truffaldino di utilizzare la credibilità dei compagni e delle compagne greche per coprire il solito trasformismo italiano che tanti danni ha fatto al paese e alla sinistra. Questo orientamento ci viene confermato anche dalla decisione assunta dal Front de Gauche, che ha scelto di non votare la fiducia al governo Hollande, ritenendo il suo programma del tutto inadeguato ad affrontare la crisi e decisamente più moderato rispetto ai toni della campagna elettorale. Basti pensare al Fiscal Compact di cui Hollande chiedeva la modifica e che invece è stato accettato nella sua integrità. Ne si può dire che il governo Monti sarà una parentesi. Il governo Monti è un governo costituente dal punto di vista degli assetti sociali, della costruzione politica centrista e anche dal punto di vista degli effetti politici nel lungo periodo. L’accettazione del Fiscal Compact da parte della maggioranza di Monti determinerà una stretta enorme sulla spesa pubblica italiana, dell’ordine di 45 miliardi l’anno per un periodo di vent’anni. La politica economica dei prossimi governi – se si accettano i dictat europei – è già abbondantemente decisa ed è destinata a produrre una disoccupazione stabile di massa. Per questo occorre operare da subito per costruire un polo della sinistra in grado di presentarsi alle elezioni con un proprio profilo politico e programmatico. Anche al fine di costruire il polo della sinistra è utile l’esperienza greca come quella francese: il problema non è fare un nuovo partito ma costruire uno spazio pubblico unitario della sinistra in cui ognuno ci stia a partire dai propri convincimenti e dalle proprie pratiche sociali. Occorre costruire una aggregazione a base democratica, secondo il principio della democrazia partecipata e della valorizzazione del principio di “una testa un voto”. La crisi della sinistra italiana è infatti una crisi politica ma anche una crisi di legittimità democratica. La costruzione della sinistra unita deve quindi essere un percorso di chiarificazione politica e di rivoluzione nello forme organizzative. Il modello della federazione, della costruzione comune delle scelte politiche e del parallelo rispetto delle specificità culturali, politiche ed organizzative mi pare il modello che più si avvicina all’esigenza che dobbiamo soddisfare. A tal fine penso che sia necessario utilizzare i prossimi mesi per aprire la discussione pubblica sul programma e sulle forme di organizzazione dell’aggregazione politica a cui vogliamo dar vita.

Capitalismo kamikaze, immaginazione e rivoluzione culturale.

 
120707arton di Damiano Mazzotti - agoravox -
“La rivoluzione che viene” è un’opera che riunisce sei saggi molto originali di David Graeber, uno dei protagonisti del movimento “Occupy Wall Street”.
La tesi principale dell’antropologo americano consiste nel ritenere i pensatori neoliberisti ossessionati dall’idea di dover garantire che “non c’è nessuna alternativa” al capitalismo finanziario. Però i trionfi ideologici neoliberisti portano a ripetute catastrofi economiche e al diffondersi del “capitalismo kamikaze”: “un sistema che non esiterà ad autodistruggersi se ciò sarà necessario per sconfiggere i propri nemici”. Per questo motivo Graeber insiste nell’evidenziare alcuni aspetti centrali della lotta di classe nella società statunitense: “la negazione del diritto di comportarsi bene, di essere nobili, di ricercare valori diversi dal denaro”.
In realtà i principali membri della casta del potere multinazionale hanno compreso che il sistema “basato su un’antica alleanza tra potere militare e potere finanziario, tipica dell’ultimo periodo degli imperi capitalisti” è ancora in piedi quasi per miracolo. Oramai non si preoccupano di salvare l’attuale sistema capitalista-debitalista che è destinato all’implosione più o meno lenta e violenta. La loro strategia principale è diventata quella di eliminare ogni alternativa possibile dalle menti dei cittadini, in modo da essere “gli unici a poter fornire delle soluzioni” al momento della crisi finale.
In molti casi la società civile è riuscita nella difficile impresa di creare una piccola e breve egemonia culturale: ad esempio ha fatto progredire i diritti delle donne, ha arrestato l’espansione delle multinazionali dell’energia nucleare e ha ridotto lo strapotere del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale su molte nazioni. Le caste dirigenti occidentali temono i primi segnali di mobilitazione “e di solito cercano di distrarre l’attenzione con la proclamazione di una qualche guerra”, più o meno sbagliata. In particolare gli Stati Uniti “possono, in qualsiasi momento gli torni utile, decidere di regolare il livello di violenza in un altro continente. Questo si è dimostrato un metodo veramente efficace per disinnescare i movimenti che si occupano di problemi nazionali”.
La violenza è l’unico vero monopolio gestito dai governi e permette di stabilire delle relazioni più schematiche in bianco e nero, e delle pericolose semplificazioni. Per questo motivo “la violenza è spesso l’arma preferita degli stupidi: uno potrebbe quasi dire che sia la carta migliore, dal momento che è quella forma di stupidità alla quale è più difficile dare una risposta intelligente”.
Comunque oggigiorno il problema di molte nazioni è quello del debito pubblico. Le multinazionali si fanno fare leggi per non pagare le tasse. Troppi lavoratori sono stati licenziati o vengono pagati troppo poco e quindi non saranno più in grado di ripagare i debiti legati alla casa e ai consumi. D’altra parte dall’inizio della storia umana “il debito è il mezzo più efficiente mai creato per mantenere relazioni che sono fondamentalmente basate sulla violenza e su disuguaglianze violente, facendole sembrare giuste ed eticamente corrette. Quando il trucco non funziona più, esplode tutto”. Quando i beni diventano troppo costosi e gli interessi sui vari finanziamenti sono troppo pesanti i cittadini crollano a terra come asini massacrati dalla fatica.
Probabilmente non sarà questa gente disperata a trovare gli strumenti e le energie per innescare l’inevitabile rivoluzione culturale. Infatti saranno prevalentemente i giovani diplomati, i laureati disoccupati e precari i protagonisti di una nuova rivoluzione culturale che reinventerà i rapporti tra i cittadini, gli stati e le imprese, attraverso l’individualismo cooperativo. In ultima analisi “l’unico modo in cui si può convincere se stessi ad abbandonare il desiderio di fare del bene al mondo intero è quello di sostituirlo con un desiderio ancora più potente di fare del bene ai propri figli”.
Quindi serve una rivoluzione culturale centrata sulla creazione di oasi nazionali e internazionali dell’immaginazione gestite autonomamente dai giovani e bisogna iniziare a finanziare l’educazione demografica in tutte le scuole pubbliche. Nelle scuole private la cosa non è fondamentale, poiché le famiglie benestanti con figli disoccupati non creano nessuna problematica sociale seria. Alla fine dei conti il controllo delle nascite permetterà di lasciare più tempo e più spazio ai sentimenti altruistici e cosmopoliti e si eviteranno i ricatti lavorativi più miserabili, molti conflitti sociali e molte guerre civili.
Nel 1900 eravamo un miliardo e ora siamo sette miliardi: nessun genio sarebbe oggi in grado di fare il miracolo di dare un posto di lavoro a tutti ma qualsiasi burocrate animato dal buon senso potrebbe garantire un reddito minimo di sopravvivenza a tutti, in molti paesi, evitando gli alti costi sociali di molte immigrazioni che finiranno di saldare i figli disoccupati degli immigrati. Ad esempio la Banca Mondiale potrebbe finanziare direttamente i cittadini attraverso i micro-finanziamenti personalizzati agli studenti e ai disoccupati invece di perseverare nel foraggiare i dittatori e le caste dirigenziali parassitarie di quasi tutti i paesi.
In estrema sintesi la peggiore politica risiede nel monopolio del potere dello Stato e la politica è la “dimensione della vita sociale in cui le cose diventano veramente reali se un numero sufficiente di persone ci crede”. Così “Il rifiuto dei capitalisti di ripensare seppur minimamente ad alcuni dei propri assunti di base sul mondo, potrebbe significare non solo la fine del capitalismo, ma di tutto il resto”. Anche senza l’implosione finanziaria e la terza guerra mondiale termonucleare, questa cecità di classe finirà per certificare la fine del salutare senso di solidarietà tra gli esseri umani.
Nella vita l’importante non è saper anticipare il futuro, ma fare in modo che si realizzi nel modo migliore possibile, prima che sia troppo tardi per evitare eventuali sofferenze. Tra salvare una persona che sta affogando e recuperare il cadavere di un affogato c’è un bel po’ di differenza.

David Graeber è stato allontanato dall’Università di Yale a causa delle sue idee anticonformiste. Ora insegna Antropologia Sociale alla Goldsmiths University di Londra.

La grande ammucchiata che ci aspetta.

di Zag - ListaSinistra -
L'uscita di Fini ( la grande coalizione) e l'adesione che ha raccolto tra i tanti rami che si stanno distaccando tra assemblee, fondazioni, associazioni dalla grande destra pidiellina può rappresentare il quadro partitico che si sta disegnando per il dopo Monti. Appunto una grande coalizione che va dal PD a Casini ai finiani ( quello della copertura politica al massacro di Genova), ai vari Pisanu, Scajola e ai giovani pidiellini fino a raggiungere SEL ad eccezione della Lega e di IdV. Una grane ammucchiata , insomma.
La cosa ha un suo fascino. La riproposizione di quel che è già in atto ( con un grande salto di gesto politico e scatto di fantasia istituzionale :-D ) come contenitore, e un leader che si fà sempre in tempo a trovarlo. In fondo che ce vo? Una bella faccia videotelegenica, un passato ( se presente, no perché potrebbe essere tacciato , dai maligni, di confitto d'interessi, per carità didio!) da imprenditore illuminato , con una qualche laurea anche se ad honorem( meglio se non comprato tipo "figliodibossi")  in qualche istituto bocconiano o giù di li, si può sempre trovare .
Se questo è il quadro che si sta preparando, e lo pongo come ipotesi, allora tutti i tasselli si incastrerebbero come in un puzzle.

La presunta legge elettorale ( o quantomeno il disegno della nuova legge elettorale) tutta protesa ad eliminare i ramoscelli oppositivi a questo disegno e tutta tesa a garantire una governabilità al riparo da possibili  ribaltoni o opposizioni interne. Con o senza presidenzialismo  o semi presidenzialismo. Fuori da questo quadro ma dentro gli schemi vi sarebbe il grillismo. Essi però sono funzionali al sistema, se non al quadro che si sta prefigurando. Garantirebbe , senza che rappresentino un problema, l'opposizione tale da garantire la facciata di democraticità delle istituzioni. Le loro uscite clownesche servono a rendere battute quelle cose dette che se anche attuate sarebbero pericolose ( per il mantenimento del sistema). Il tutto quindi rende inoffensivo quel movimento, ma anzi utile. Al centro i partiti , o meglio il sistema di partiti, che continuerebbero ad esercitare il proprio potere all'interno delle istituzioni, eleggere tutte le cariche, garantirsi tutto il sottopotere e i centri di potere dall'informazione pubblica, ai centri dispensatrice di sanità, istruzione, cultura ecc ecc .    

Il moderatismo sindacale e della Camusso in particolare . Delle altre confederazioni non vale nemmeno la pena di parlarne inquadrate come sono ancor prima di parlare.
La confederazione, in verità non è mai stata una centrale sovversiva, diciamoci la verità. Ha sempre rappresentato la mediazioni di fronte alle spinte in avanti della Fiom. Mi viene in mente i tempi di Lama segretario CGIL. Ma oggi è ancor più evidente la fraseologia barricadiera e i fatti del tutto contraddittori. E in questo disegno si raffigura anche il patto definito patto di Serravale fra la CGIL e la Confindustria fra la Camusso e Squinzi in cui l'85% delle cose dette sono state condivise da entrambi. Beh se il quadro è quello sopra descritto questa alleanza ( patto fra produttori si diceva un tempo, appunto ai tempi di Lama) è funzionale alla pace sociale necessaria a che il quadro possa avere gambe. La Fiom si trova perciò isolata, e l'indecisione del suo segretario non giova all'uscita dall'impasse stretto fra l'attacco degli industriali ( Marchionne in testa) e la melma della CGIL e di quel che resta del PD. Dovrà , nei tempi brevi, prendere delle decisioni, O cammina da sola, insieme ai lavoratori, licenziati, e pensionati e precari, ceto piccolo borghese produttivo di fatto anticapitalista, per un patto egemonico in senso gramsciano o rimarrà invischiato anche lei nelle sabbie mobili della politica del palazzo.

Ia funzione dei  Talk Show va in questa direzione. Se avete modo di vedere i talk Show indipendentemente dagli orari e dalle testate e dai conduttori, queste sono legate da un unico standard. In studio vi sono, indipendentemente dal ruolo che occupano nella società sia esso nel giornalismo, economisti, politologi, tuttologi tutti sono embedded. Sono un coro all'unisono, sono tutti, con i diversi accenti più o meno estremi, ma concordi nel considerare questa politica, l'unica possibile. L'uscita dal bipartitismo barricadiero , a parole, e la concordia nazionale.  Un filo conduttore che dal berlusconismo porta al montismo e al montismo in chiave aggiornata. Poi , per amore della democraticità ( e che cazzo siamo per la libera informazione e la pluralità delle voci!) si invitano uno , ad andar bene, che ha più o meno una voce atonale. Scordata. E questo si può notare maggiormente in Rai e Mediaset (questa in maniera minore in quanto produce minor format di questo tipo) . Si distacca LA7 , ma non per contenuti , ma per una sua declinazione tutta particolare. Ossia la sua politica editoriale è quella di far condurre questo tipo di format a conduttori che per semplificare direi uno di destra ed uno moderato. Fifty-fifty A Porro si affianca Telese, a  Natasha Lusenti ( ex SKy conduttrice di format di cucina) , Filippo Facci

Riusciranno i nostri eroi? Io, se è verosimile l'ipotesi da me avanzata, non vedo alternative. E' l'unica strada che potrebbe consentire a questo establishment a continuare a sopravvivere a se stessa. Non vedo , sopratutto, chi possa contrastare un percorso di questo tipo. I contenuti poi? Ma qui non sono in discussione i contenuti, la vera politica. Questa è un fatto scontato. Sono i mercati che ce lo chiedono ,è' l'Europa che ce lo impone . Fino a quando , però, resterà di Europa. 
Zag(c)
Grave è la situazione sotto il cielo. Però la situazione non è eccellente!

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