Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

giovedì 1 novembre 2012

CONTRO LA POVERTA', PER UNA NUOVA EUROPA

CONTRO LA POVERTA', PER UNA NUOVA EUROPA

di Davide Reinacadoinpiedi -

La povertà morde e avanza. Nel 2011 il numero delle persone indigenti è arrivato a 116 milioni e la disoccupazione ha raggiunto livelli insostenibili. L’obiettivo europeo dovrebbe essere quello di generare nuova occupazione e maggiore equità sociale.

Davide  Reina La povertà in Europa morde e avanza. Nel 2011 il numero delle persone indigenti è arrivato a 116 milioni e la disoccupazione ha raggiunto livelli insostenibili, specie tra i giovani: uno su due in Spagna, uno su tre in Italia, e uno su quattro nella maggior parte dei paesi del vecchio continente. Questa è la dura realtà con la quale dobbiamo, tutti noi europei, fare i conti. Insieme con la fine della grande illusione: la crescita. I prossimi saranno anni di crescita zero in Europa. A meno che qualcuno non voglia sostenere che il +1 o il 1.5% sono crescite. Toglieteci l'inflazione e le approssimazioni statistiche, e i dibattiti sui decimali dei PIL assomiglieranno sempre più a sofismi per addetti ai lavori.
In questo scenario l'obiettivo europeo dovrebbe essere quello di generare nuova occupazione e maggiore equità sociale, a parità di PIL. La crescita del tasso di occupazione può infatti realizzarsi anche attraverso miglioramenti qualitativi del PIL. Per esempio, favorendo fiscalmente le imprese a maggiore tasso di occupazione così come quelle caratterizzate, grazie alla loro innovazione e unicità di tecnologia o di prodotto, da una maggiore resilienza dei loro posti di lavoro. Lo stesso, dicasi per l'equità sociale. Basterebbe copiare i paesi scandinavi che l'hanno già realizzata creando welfare efficienti e attenti alle classi meno agiate, senza per questo indebitarsi (infatti, guarda caso, i loro titoli di stato sono tra i più ricercati). E lo stesso, dicasi per l'equità economica. Ancora una volta, guardiamo a nord. La Norvegia e la Danimarca sono i paesi al mondo in cui chi nasce povero ha le maggiori probabilità di diventare benestante nell'arco della vita grazie alle proprie capacità, in cui l'indice di diseguaglianza economico-sociale (l'indice di GINI) è tra i più bassi al mondo, e dove le persone sono praticamente attorniate da un sistema di garanzie sociali e lavorative ma, non per questo, a quei paesi fa difetto l'imprenditorialità. Andate a Copenhagen o a Oslo, e ve ne renderete conto. Quanto al fatto che in quei paesi si paghino più tasse: è una bufala. In Danimarca il prelievo fiscale complessivo sulle imprese è pari al 27,5%, contro il 68,5% italiano.

Intanto, l'inverno alle porte annuncia la prima grande stagflazione nella storia dell'Europa unita: ci attende un tempo di crescita zero e d'inflazione indotta dall'incremento di energia e materie prime, con quasi un giovane europeo su quattro senza lavoro. A questo risultato, ha portato lo squilibrio di potere in favore della rendita finanziaria e a danno del capitale produttivo e dell'occupazione, di questi ultimi vent'anni. Abbiamo creato un capitalismo oligarchico ed esclusivo che premia la rendita e distrugge l'occupazione. Ma abbiamo anche creato un sistema di speculazione sulle materie prime e sull'energia così concentrato, così mal regolato e opportunista, da riuscire a rendere i prezzi dei carburanti, delle derrate alimentari, delle diverse energie, di fatto impermeabili al ciclo economico. In pratica: non appena l'economia riparte i prezzi schizzano verso l'alto, ma quando l'economia entra in recessione i prezzi non scendono. Di conseguenza l'operaio europeo, o il piccolo impiegato, assomigliano molto agli incaprettati della mafia. Durante la recessione infatti, la riduzione del potere d'acquisto associata a diminuzioni o mancati adeguamenti degli stipendi all'inflazione li strangola dall'alto, mentre l'incremento nel costo della luce, del gas, del pane, del latte, delle medicine, della benzina (durante la crisi!!) li strangola dal basso. Il punto è che rispetto agli stipendi, così come rispetto ai prezzi dei beni di prima necessità, operai e impiegati non hanno più nessuna vera forza contrattuale e negoziale. Un mondo su cui non hanno più influenza decide delle loro vite, e li può immiserire a suon di stipendi bloccati e aumenti delle bollette nell'ordine dei 50 (o 100) euro al mese. E quando guadagni mille euro al mese variazioni di questo tipo fanno la differenza tra una vita parca ma dignitosa, e una sopravvivenza miserabile e priva di dignità. A tutto questo si aggiungono le ingiustizie intollerabili proprie del nostro welfare. Per esempio, in Italia un operaio (uno dei pochi fortunati) che guadagna 1.500/2.000 euro al mese paga per un esame del sangue circa trenta euro, mentre un italiano tra i più ricchi ne paga grosso modo il doppio o il triplo. Questo non è accettabile. In una giusta società l'operaio in questione non dovrebbe pagare un euro, e il ricco in questione non dovrebbe avere diritto all'esame del sangue presso pubblico ospedale.

Il paradiso dei super-evasori globali

Un rapporto del Tax justice network fornisce le cifre della ricchezza finanziaria. Ecco cosa ci nascondono i più ricchi del mondo.

di Sarah Jaffe
da il manifesto del 15 agosto 2012

21 mila miliardi di dollari è la cifra custodita nei Paesi offshore e nelle mani di un'élite di ricchi. Mentre i governi tagliano spese pubbliche e welfare, meno di dieci milioni di persone nascondono al fisco una somma pari al Pil di Stati Uniti e Giappone. A favorire questo processo, le grandi banche salvate dai governi: Goldman Sachs, Ubs, Credit Suisse
Ventunomila miliardi di dollari. È questa la cifra che gli uomini più ricchi del mondo nascondono nei paradisi fiscali offshore sparsi per il Pianeta. Potrebbe anche trattarsi di una somma maggiore - fino a trentadue mila miliardi - ma il suo ammontare complessivo è quasi impossibile da calcolare.
Mentre i governi tagliano la spesa e licenziano lavoratori - perché c'è bisogno di austerità a causa del rallentamento dell'economia - gli ultra-ricchi, meno di dieci milioni di persone, hanno nascosto al fisco una somma pari alla somma del prodotto interno lordo degli Stati Uniti e di quello del Giappone. Lo rivela il nuovo rapporto di Tax justice network. Le cifre fornite dal documento sono scioccanti. «Le entrate perse a causa dei paradisi fiscali - rileva lo studio - sono talmente ampie da costituire una differenza significativa secondo tutti i nostri indici convenzionali di diseguaglianza. Poiché la maggior parte della ricchezza finanziaria mancante appartiene a una (piccola) élite, l'impatto è sconcertante».
James S. Henry, ex capo economista di McKinsey & Co., autore di The Blood Bankers e di articoli apparsi su The Nation e sul New York Times, ha scavato nei documenti della Bank for international settlements, del Fondo monetario internazionale (Fmi), della Banca mondiale, delle Nazioni unite, di banche centrali e di analisti del settore privato, riuscendo infine a tracciare il profilo dell'enorme riserva di denaro che fluttua nelle nebulose località definite offshore. E stiamo parlando soltanto del denaro, perché il rapporto non si occupa di appartamenti, yacht, opere d'arte e altre forme di ricchezza nascoste - nei paradisi fiscali e quindi non tassate - dai super-ricchi. Henry lo definisce il «buco nero» nell'economia mondiale e nota che «nonostante ci siamo sforzati di essere prudenti, i risultati sono scioccanti».
C'è una gran quantità d'informazioni in questo rapporto, quindi abbiamo scelto sei cose fondamentali da conoscere sul denaro che i più ricchi del mondo stanno nascondendo a tutti noi.
1. Incontra il top 0.01%
«Secondo i nostri calcoli, almeno 1/3 di tutta la ricchezza finanziaria privata e circa la metà di quella offshore è posseduta dalle 91.000 persone più ricche del mondo, appena lo 0.01% della popolazione mondiale» rileva il documento. Questi top 91.000 hanno circa 9.800 miliardi del totale stimato nel rapporto e meno di dieci milioni di persone possiedono l'intera pila di denaro.
Chi sono queste persone? È chiaro che sono le più ricche, ma cos'altro sappiamo di loro? Il rapporto parla di «speculatori cinesi trentenni, attivi nel settore immobiliare e magnati del software della Silicon Valley» e coloro la cui ricchezza deriva dal petrolio e dal traffico di droga. Non cita invece - ma avrebbe potuto - candidati alla presidenza degli Stati Uniti: Mitt Romney è stato attaccato per aver nascosto denaro in un conto svizzero e in investimenti nelle Isole Cayman.
Mentre i signori della droga hanno bisogno di nascondere i loro profitti illegali, tanti altri ultra-ricchi evitano di pagare le tasse costruendo intricati gruppi di aziende e altri investimenti soltanto per cancellare un po' di voci dal conto che devono pagare al loro paese.
2. Dove diavolo sono finiti i soldi?
Secondo Henry, il termine offshore non corrisponde più a un luogo fisico, nonostante una quantità di posti come Singapore e la Svizzera continuino a specializzarsi nel fornire ai ricchi di tutto il mondo «residenze fisiche sicure a bassa tassazione».
Ma oggi la ricchezza offshore è virtuale. Henry descrive «siti nominali, ultra-portatili, multi-giurisdizionali e spesso temporanei all'interno di reti di organizzazioni e accordi legali e semi-legali».
Una compagnia può essere ubicata all'interno di una giurisdizione, ma posseduta da un gruppo di aziende situato altrove e amministrata da un insieme di società in una località terza. «In definitiva il termine offshore si riferisce a un insieme di potenzialità» piuttosto che a un posto o a una serie di posti.

mercoledì 31 ottobre 2012

Movimenti nella crisi. Geografia della protesta

di Donatella Della Porta - sbilanciamoci -

Mobilitarsi contro la crisi, mobilitarsi per un’altra democrazia: due ondate di protesta sociale a confronto. L'ultima parte dal locale per farsi globale

Emersa a dieci anni di distanza dalla nascita del movimento per una giustizia globale, la nuova ondata di protesta che è cresciuta in Europa, contro la crisi finanziaria e le politiche di austerity, mostra certamente continuità ma anche discontinuità rispetto al passato. Diversa è soprattutto la forma di transnazionalizzazione della protesta, simile l’attenzione alla costruzione di un’altra democrazia.
Per quanto riguarda la costruzione di un movimento transnazionale, entrambe le ondate di protesta parlano un linguaggio cosmopolita, rivendicando diritti globali e criticando il capitale finanziario globale. In entrambi i casi, in Europa i movimenti hanno sviluppato una sorta di europeismo critico, opponendosi all’Europa dei mercati (e oggi, di banche e finanza) e impegnandosi a costruire una Europa dal basso (oggi, “con l’Europa che si ribella”). Mentre il movimento per una giustizia globale si è però mosso dal transnazionale al locale, coagulandosi nel Forum sociale mondiale e nei controvertici, e organizzandosi poi nei forum continentali e nelle lotte locali, la nuova ondata di protesta sta muovendosi verso un percorso opposto, dal locale al globale.
Seguendo la storia, la geografia e l’economia della crisi – che ha colpito aree diverse in momenti diversi, con diversa intensità, ma anche con caratteristiche differenti (debito pubblico o private, indebitamento con banche nazionali o internazionali) i movimenti anti-austerity hanno dei più evidenti percorsi nazionali. Innanzitutto, tra la fine del 2008 e l’inizio dell’anno successive, in Islanda – primo paese europeo colpito dalla crisi – cittadini autoconvocati hanno reagito al crollo provocato dal fallimento delle tre principali banche del paese, denunciando le responsabilità delle otto famiglie che dominavano politica ed economia (significamente definite come parte di un octopus tentacolare), e imposto un referendum che si è concluso stabilendo una rinegoziazione del debito. Proteste nelle forme più tradizionali dello sciopero generale e delle manifestazioni sindacali hanno accompagnato la crisi irlandese, opponendosi ai tagli nelle politiche sociali. Nel marzo del 2011, in Portogallo, una manifestazione organizzata via Facebook ha portato in piazza 200.000 giovani. In Spagna, un paese rapidamente caduto dalla ottava alla ventesima posizione in termini di sviluppo economico, la protesta degli Indignados si è diffusa da Madrid in tutto il paese, conquistando visibilità globale. Mentre il numero degli attivisti accampati a Puerta del Sol a Madrid cresceva da 40 il 15 maggio del 2011 a 30.000 il 20 maggio, centinaia di migliaia occupavano le piazza centrali di centinaia di città e paesi. La protesta del 15 maggio ha poi ispirato simili mobilitazioni in Grecia, il paese più colpito da drammatiche politiche di austerity, che hanno aggravato le condizioni economiche del paese, facendo crescere esponenzialmente il numero dei cittadini al di sotto della soglia di povertà. In Italia, dove il governo di Mario Monti (governo di grande coalizione, sostenuto da una maggioranza parlamentare PDL-PD-UDC) ha imposto politiche ultra-liberiste, la protesta sta crescendo dal basso, a livello locale, ma anche con momenti di aggregazione nazionale.
Ci sono stati certamente numerosi esempi di diffusione cross-nazionale di forme d’azione e schemi interpretative della crisi. Dall’Islanda, simboli e slogans hanno viaggiato verso il Sud Europa, diffondendosi attraverso canali indiretti, mediatici (soprattutto attraverso le nuove tecnologie), ma anche diretti, fatti di contatti tra attivisti di diversi paesi, per natura geograficamente mobili. Il 15 ottobre 2011, una giornata mondiale di lotta, lanciata dagli Indignados spagnoli, ha visto eventi di protesta in 951 città di 82 paesi. Nel 2012, mentre le proteste sindacali e gli scioperi si susseguono intensi in tutto il Sud Europa, i sindacati spagnoli, greci e portoghesi hanno chiamato ad una giornata di lotta europea contro le politiche di austerità, oltre che a scioperi generali in tutti e tre i paesi per il 14 novembre. Dopo forti tentennamenti, anche la CGIL ha proclamato uno sciopero generale di quattro ore.
Il grado di coordinamento transnazionale della protesta è comunque certamente ancora minore che per il movimento per una giustizia globale, per il quale i forum mondiali e i controvertici hanno rappresentato fonti di ispirazione per identità cosmopolite e occasioni importantissime di costruzione di reticoli transnazionali. Sondaggi fra i cittadini mobilitati nelle proteste anti-austerity in Europa hanno inoltre indicato una crescente attenzione alla dimensione politica nazionale, seppure non disgiunta da quella alla politica europea e mondiale. Le forme di comunicazione transnazionale di questi movimenti sono emerse, se non più deboli, certamente diverse rispetto a quelle dei movimenti di inizio millennio. La dispersione sociale prodotta dalle politiche di austerity ha portato anche ad una maggiore rilevanza delle forme di comunicazione più individuali favorite dal Web 2.0, rispetto a quelle dei network organizzati della precedente ondata.
Nonostante questa (importante) differenza, ci sono comunque molte continuità rispetto alla precedente ondata di protesta: una delle più importanti è l’attenzione alla degenerazione della democrazia liberale in democrazia neoliberista (“La chiamano democrazia, ma non lo è”, recitano i cartelli degli indignados spagnoli), insieme però alla volontà di costruire una democrazia diversa: dal basso, partecipata e deliberativa. Le critiche sono, allora come ora, alla corruzione di parlamenti e governi, accusati di avere provocato la crisi, non solo per adesione ideologica alle dottrine economiche neoliberiste ma anche per diffuse connivenze politico-affaristiche in un coacervo di interessi forti (dell’1% contro il 99%). Anche dal movimento per una giustizia globale viene ai movimenti di oggi l’attenzione alla privazione di diritti di cittadinanza provocata dalla sempre maggiore delega di decisioni ad organizzazioni internazionali, che sfuggono strumenti di controllo – privazione aggravata oggi dal moltiplicarsi di trojke totalmente prive di legittimazione democratica. Allora come ora, inoltre, i movimenti rivendicano il loro ruolo nello sperimentare nuove forme di democrazia, basate su una ampia partecipazione dei cittadini non solo nel momento della decisione, ma anche nella elaborazione di idee, identità, soluzioni ai problemi. In questo, i movimenti di oggi rappresentano anzi una sorta di radicalizzazione della idea di partecipazione e deliberazione estesa a tutti. Nelle acampadas si realizza infatti una continua sperimentazione di quello che gli attivisti di inizio millennio chiamavano il “metodo” del social forum, che vuole facilitare il consenso attraverso la costruzione di una molteplicità di sfere pubbliche, plurali e orizzontali. È attraverso queste pratiche democratiche che, anche oggi, movimenti transnazionali possono crescere dal basso.

Il vuoto d’Europa, la politica che non c’è

di Mario Pianta

A cinque anni dall’inizio della crisi, dov’è l’Europa? Istituzioni, politici e sindacati non riescono a pensare in un orizzonte europeo e lasciano il campo allo strapotere della Germania, che aggrava la crisi e cancella la democrazia. I movimenti che verranno a Firenze 10+10 propongono un cambio di rotta

Il Parlamento europeo boccia la Banca centrale europea non per la sua politica che protegge la finanza e aggrava la crisi, ma perché non trova una donna da inserire del Comitato esecutivo (il voto è solo consultivo). I sindacati di Grecia, Spagna e Portogallo convocano uno sciopero generale comune contro le politiche di austerità il 14 novembre e i sindacati italiani e europei restano in silenzio. I partiti socialisti e democratici di Francia, Italia e Germania vanno alle elezioni – tenute sei mesi fa a Parigi, tra cinque mesi da noi, tra un anno a Berlino – senza una posizione comune su Fiscal compact, eurobond e come uscire dalla recessione.
Dov’è l’Europa? Se guardiamo alle istituzioni, alla politica e al sindacato, il vuoto è impressionante. Subalterni al “pensiero unico” della finanza, ripiegati sulle convenienze elettorali di casa propria, i politici europei hanno disertato le loro responsabilità. Senza combattere, hanno lasciato il campo ad Angela Merkel e al protettorato tedesco sul continente che – alleato con la Banca Centrale Europea – da tre anni salva le banche e condanna alla depressione tutti gli altri, rafforza la Germania e sprofonda nella disperazione la periferia dell’Europa.
A cinque anni dallo scoppio della crisi finanziaria, le istituzioni europee sono sempre più parte del problema e non della soluzione. Hanno imposto un Trattato di stabilità (il Fiscal compact) che è tanto folle da essere (speriamo) irrealizzabile: pareggio di bilancio in costituzione, azzeramento del deficit pubblico, rimborso in vent’anni del debito pubblico che supera il 60% del Pil. Hanno affrontato la speculazione contro i paesi fragili regalando 1000 miliardi di euro alle banche che speculavano e messo in piedi un Meccanismo europeo di stabilità che non ha risorse per stabilizzare nulla. Impongono tagli di spesa, dei salari e dell’occupazione in Grecia, Portogallo e Spagna che portano i disoccupati al 25%, distruggono il welfare e la sanità, creano povertà di massa.
Manifestazioni ad Atene e Lisbona, indignados a Madrid, piccoli gruppi di Occupy a Londra e Francoforte, proteste frammentate in Italia e Francia sono state le reazioni di questi anni. Significative, ma inadeguate, queste risposte sociali si presentano ancora senza un orizzonte comune, senza una rete organizzativa europea, senza un’alternativa per il post-liberismo.
La politica istituzionale ha risposto con grande lentezza. A Parigi ha vinto François Hollande con l’alleanza socialisti-verdi, ma i cambiamenti stentano a vedersi; in Grecia la sinistra radicale di Syriza è balzata in avanti ma resta opposizione; in Olanda la spinta di socialdemocratici e socialisti ha comunque portato a una grande coalizione con i liberali. Il cambiamento di rotta dell’Europa non è nell’agenda dei governi e stenta a venire da processi elettorali ancorati a dinamiche strettamente nazionali.
Il paradosso di cinque anni di crisi drammatica senza proteste generalizzate e senza cambiamento politico significativo ha tre ragioni di fondo. La prima è l’opacità del potere in Europa. Manca una Costituzione, strutture “visibili” con responsabilità politiche, il potere ha una natura “dispersa” tra vertici del Consiglio europeo, direttive della Commissione, “indipendenza” della Bce, la voce grossa di Berlino e il potere dei tecnocrati. Tutto ciò rende difficile concentrare la protesta, fermare le decisioni, cambiare le politiche.
La seconda ragione è la tragica mancanza di democrazia in Europa. I capi di governo che decidono tutto – e lasciano che a decidere siano i più forti –, un Parlamento con poteri ridotti, partiti inesistenti a scala europea, autorità non legittimate dal voto dei cittadini e che rispondono soprattutto alle lobby delle imprese. In queste condizioni, anche quando l’opposizione alle politiche europee diventa maggioranza, come si può affermare in un sistema politico senza democrazia?
La terza ragione è l’assenza di uno spazio pubblico europeo, che apra discussioni e deliberazioni comuni, su problemi e soluzioni pensate a scala dell’Europa. Nemmeno la crisi ha fatto emergere un’opinione pubblica europea; l’azione della società civile è rimasta a scala nazionale; sindacati e movimenti hanno dato la priorità alle lotte di resistenza contro gli effetti della crisi; l’Europa non è (ancora) diventata l’orizzonte comune necessario per sconfiggere finanza e neoliberismo.
Eppure, tra il 1999 e il 2006 la critica della globalizzazione neoliberista era diventata la bandiera comune dei movimenti di tutto il mondo, con i Forum sociali mondiali iniziati a Porto Alegre e il primo Forum sociale europeo tenuto nel 2002 a Firenze, con grandi mobilitazioni transnazionali, contro la liberalizzazione di commercio, finanza e investimenti, per la cancellazione del debito del terzo mondo, la Tobin tax, il diritto ai farmaci, la protezione dell’ambiente. Una stagione che ha cambiato il modo di vedere la globalizzazione e organizzare la protesta, ed è riuscita a cambiare alcune politiche concrete: la notizia più recente è che la tassa sulle transazioni finanziarie sarà introdotta da 13 paesi europei.
La crisi ha rotto quest’orizzonte transnazionale e frammentato le mobilitazioni. La politica nazionale ha monopolizzato le energie, chiuso il dibattito in un quadro inadeguato, disperso i movimenti, stretto la società all’interno di dinamiche elettorali che non possono far altro che registrare l’ascesa di disaffezione e populismo. Ma un’occasione per uscire da questa stretta e ricostruire un orizzonte europeo c’è: a Firenze, dall’8 all’11 novembre, migliaia di persone da tutta Europa saranno all’incontro “Firenze 10+10” che chiede un’altra Europa, adesso.
Si metteranno in comune le analisi su quanto è successo, le esperienze costruite dal basso, le proposte su come far cambiare rotta all’Europa. Si intrecceranno i risultati del lavoro di reti sociali e sindacali, di gruppi di economisti e associazioni, l’esperienza di “Un’altra strada per l’Europa”, il forum al Parlamento europeo del 28 giugno scorso che ha messo a confronto movimenti e politici europei su economia e democrazia, con un documento finale che chiede di legare le mani alla finanza, risolvere il problema del debito con una responsabilità comune dell'eurozona, rovesciare le politiche di austerità, tutelare il lavoro, un new deal verde e una vera democrazia in Europa. Queste e molte altre le proposte che emergeranno a Firenze, per far cambiare rotta a un’Europa andata fuori strada. Prima che sia troppo tardi.

L’arma del silenzio mediatico

Fonte: il manifesto | Autore: Manlio Dinucci
       
Si dice che il silenzio è d’oro. Lo è indubbiamente, ma non solo nel senso del proverbio. È prezioso soprattutto come strumento di manipolazione dell’opinione pubblica: se sui giornali, nei Tg e nei talk show non si parla di un atto di guerra, esso non esiste nella mente di chi è stato convinto che esista solo ciò di cui parlano i media. Ad esempio, quanti sanno che una settimana fa è stata bombardata la capitale del Sudan Khartum? L’attacco è stato effettuato da cacciabombardieri, che hanno colpito di notte una fabbrica di munizioni. Quella che, secondo Tel Aviv, rifornirebbe i palestinesi di Gaza.

Solo Israele possiede nella regione aerei capaci di colpire a 1900 km di distanza, di sfuggire ai radar e provocare il blackout delle telecomunicazioni, capaci di lanciare missili e bombe a guida di precisione da decine di km dall’obiettivo. Foto satellitari mostrano, in un raggio di 700 metri dall’epicentro, sei enormi crateri aperti da potentissime testate esplosive, che hanno provocato morti e feriti. Il governo israeliano mantiene il silenzio ufficiale, limitandosi a ribadire che il Sudan è «un pericoloso stato terrorista, sostenuto dall’Iran». Parlano invece gli analisti di strategia, che danno per scontata la matrice dell’attacco, sottolineando che potrebbe essere una prova di quello agli impianti nucleari iraniani. La richiesta sudanese che l’Onu condanni l’attacco israeliano e la dichiarazione del Parlamento arabo, che accusa Israele di violazione della sovranità sudanese e del diritto internazionale, sono state ignorate dai grandi media. Il bombardamento israeliano di Khartum è così sparito sotto la cappa del silenzio mediatico.

Come la strage di Bani Walid, la città libica attaccata dalle milizie «governative» di Misurata. Video e foto, diffusi via Internet, mostrano impressionanti immagini della strage di civili, bambini compresi. In una drammatica testimonianza video dall’ospedale di Bani Walid sotto assedio, il Dr. Meleshe Shandoly parla dei sintomi che presentano i feriti, tipici degli effetti del fosforo bianco e dei gas asfissianti. Subito dopo è giunta notizia che il medico è stato sgozzato. Vi sono però altre testimonianze, come quella dell’avvocato Afaf Yusef, che molti sono morti senza essere colpiti da proiettili o esplosioni. Corpi intatti, come mummificati, simili a quelli di Falluja, la città irachena attaccata nel 2004 dalle forze Usa con proiettili al fosforo bianco e nuove armi all’uranio. Altri testimoni riferiscono di una nave con armi e munizioni, giunta a Misurata poco prima dell’attacco a Bani Walid.

Altri ancora parlano di bombardamenti aerei, di assassinii e stupri, di case demolite con i bulldozer. Ma anche le loro voci sono state soffocate sotto la cappa del silenzio mediatico. Così la notizia che gli Stati uniti, durante l’assedio a Bani Walid, hanno bloccato al Consiglio di sicurezza dell’Onu la proposta russa di risolvere il conflitto con mezzi pacifici. Notizie che non arrivano, e sempre meno arriveranno, nelle nostre case. La rete satellitare globale Intelsat, il cui quartier generale è a Washington, ha appena bloccato le trasmissioni iraniane in Europa, e lo stesso ha fatto la rete satellitare europea Eutelsat. Nell’epoca dell’«informazione globale», dobbiamo ascoltare solo la Voce del Padrone.

Lo spread snobba Berlusconi

Fonte: il manifesto | Autore: Francesco Piccioni
       
Solo 6 punti in più dopo la «svolta populista» di venerdì scorso. La finanza globale considera il «ritorno del Caimano» un film che non si farà mai
Non serviva essere esperti di speculazione finanziaria per sapere che la sortita berlusconiana – «decideremo se togliere la fiducia al governo immediatamente» – avrebbe avuto un effetto visibile: lo spread che aumenta. E così è andata: il differenziale tra Btp e Bund tedeschi è salito nella giornata di ieri fino a 353 punti. Nemmeno tanto, appena 6 punti. Come se i mercati avessero ormai archiviato il Cavaliere e tutte le sue giravolte. Una leggera increspatura, insomma, giusto per far capire che se questo paese è tanto fesso da voler ripercorrere una strada chiusa. il suo destino è già segnato.

Meno di un anno fa quel maledetto spread era arrivato a 575 punti, con Silvio barricato a palazzo Chigi. Forse avrebbe resistito ancora qualche giorno, ma in due ore il titolo Mediaset perse il 12%, tanto da esser sospeso dalle contrattazioni per eccesso di ribasso. Berlusconi uscì a mani alzate e Monti prese il suo posto appena 24 ore dopo esser stato innalzato al ruolo di senatore a vita. Se qualcuno crede che sia stato solo un bizzarro «incrocio di coincidenze», può ritirarsi in convento. Ieri il Biscione ha perso appena il 2,1%, in una giornata negativa per tutte le piazze del Continente (Piazzaffari -1,5%) e con Wall Street chiusa per uragano in arrivo.

Dobbiamo concluderne per forza di cose che Berlusconi è politicamente morto e sepolto nella considerazione globale. Il suo «ritorno» è ormai solo una favoletta per cercare di tener buoni quanti, a sinistra, hanno molto da ridire sulle politiche messe in atto dal governo «tecnico»; ma sui tavoli che contano – le piazze finanziarie e le riunioni della troika (Bce, Fmi, Ue) – le sue minacce suonano ormai come il ruggito di una pulce.

La conferma diretta, in forma algida e velenosa più del solito, è venuta dallo stesso Mario Monti, impegnato a Madrid in colloqui con Mariano Rajoy. Perseguitato da giornalisti obbligati a tener d’occhio solo la provincia italiana, prima si è mostrato sorpreso dal possibile collegamento tra andamenti dello spread e comportamenti berlusconiani: «Non ci avevo pensato». Salvo poi dire che «lo spread attuale è ingiustificato; per qualche ragione che mi sfugge era a 330, oggi è a 350, comunque molto meno di un anno fa quando era a 575». Venti punti, invece di 240; questo è quanto Silvio «pesa» oggi.

Infine si è dilungato con noncuranza sulla sortita suicida del fu Caimano: «Minacce di ritiro della fiducia a questo governo non possono essere fatte, perché non lo vivremmo come una minaccia. Siamo stati richiesti di dare un contributo in un momento difficile di questo paese. Pensiamo di stare avendo buoni risultati, ma non spetta a noi valutarlo. Sono ‘minacce’ che a noi non toglierebbero niente, se non l’attività di governo che non è stata da noi ricercata».

Non chiamatela più antipolitica

Fonte: micromega
       
Comunque si giudichi Grillo e il suo movimento, questa è politica. Nuova nei temi, nei linguaggi, nelle forme, nei luoghi, nelle persone. Ed assai più genuina, o tale ha saputo apparire – come evidenzia il voto siciliano – di quella di larga parte della classe politica: di destra, di centro, e, purtroppo, di sinistra.

di Angelo d’Orsi


Il termine “antipolitica” sebbene creato dagli studiosi, è diventato un comodo alibi per il ceto politico, la coperta sotto la quale nascondersi davanti alla denuncia delle sue manchevolezze, della corruzione, dell’assenza di senso dello Stato, del vero e proprio mercimonio da troppo tempo perpetrato del ruolo istituzionale al quale cittadini e cittadine inconsapevoli, o male informati, o ingenui, li hanno chiamati.

In buona sostanza, il termine viene usato per bollare con marchio d’infamia coloro che non ci stanno a prendere per buone le ricette del “Palazzo”, coloro che – volti nuovi, idee non sempre nuove, ma concrete, linguaggi più nuovi delle idee…– o se ne stanno fuori, non votando, non partecipando neppure da spettatori alle competizioni elettorali, oppure tentano di restituire la parola alla piazza, o se preferite, alla “gente”. Antipolitica il Movimento 5 Stelle? E perché mai? Perché denuncia e condanna in blocco la classe politica, ecco la risposta. Certo. Ma quel 53% di siciliani e siciliane che non si sono recati alle urne, ieri, non sono a loro volta alla stessa stregua “antipolitica”? Non è forse il loro distacco dalle cabine elettorali, un segnale di sfiducia radicale verso la classe politica? E non è, anche, delusione per le promesse non mantenute? E, infine, non è disillusione sulla stessa portata del loro voto? A che serve? – insomma, si chiede almeno una fetta di quei non elettori (ai quali va aggiunto anche il cospicuo numero di schede bianche o annullate). A che serve continuare a votare? “Sono tutti uguali”, “pensano solo al loro interesse personale”, “della Sicilia (o della nazione) non gliene frega niente…”.

La tentazione qualunquista, insomma, affiora, ma l’allontanamento, e anche il diniego di questa politica non significa automaticamente il rifiuto di ogni, qualsivoglia politica. Se qualcuno è in grado di offrirne una diversa, io credo che uomini e donne dell’Isola, ma più in generale del Paese, sarebbero pronti a ritornare al voto. Il Movimento 5 Stelle ha fatto esattamente questo, anche se, nella votazione per la Presidenza regionale, non è andato oltre un certo limite, sia pure assai alto, tanto da diventare improvvisamente, inaspettatamente (ma solo per qualcuno) la prima forza politica isolana. In attesa di diventarla, forse, a livello nazionale.

Perché, anche davanti all’astensione, il Movimento vince? Perché, innanzi tutto, Grillo ha saputo impersonare il ruolo del leader-capopopolo, ma informato, ossia in grado di parlare con cognizione di causa – benché non sempre in modo adeguato: ma lo sono i leader nazionali degli altri partiti, forse? – di cose che interessano all’elettorato. La prima novità è proprio questa. I temi: invece di fare discorsi astratti e fumosi, Grillo ha parlato di temi concretissimi, che concernono la quotidianità (dai trasporti all’inquinamento ambientale…), temi che hanno a che fare con la complessa problematica della sopravvivenza. La politica di Grillo è una (sacrosanta, bisogna precisare) politica “terra terra”, che riporta insomma il baricentro in basso, rispetto alle grandi discussioni ideologiche, ma affronta i problemi della vita delle persone: una politica della sopravvivenza (si pensi al tema dei rifiuti, dell’energia, dell’acqua,…).

«È un'astensione attiva»


121030barcellonaIntervista a Pietro Barcellona di Chiara Ricci
Non ci sono più i poli e il vincitore dovrà navigare a vista. La crisi economica ha fatto il deserto
Pietro Barcellona è un intellettuale di rilievo nella storia della sinistra italiana. E' docente universitario all'Università di Catania, ha diretto l'Istituto Gramsci ed è stato parlamentare del Pci negli anni 70, ai tempi di Enrico Berlinguer. Alla vigilia delle elezioni regionali siciliane, in più di una occasione aveva pubblicamente fatto notare che il dato più significativo del voto sarebbe stato l'astensione.
Professor Barcellona, il 53% dei cittadini dell'isola non è andato a votare. Un record negativo. Lei aveva previsto uno scenario del genere. Su cosa basava questa amara previsione?
Semplicemente dal fatto di vivere quotidianamente la realtà siciliana. Da questo mio punto di osservazione ho capito che questa massiccia astensione non riflette un rifiuto della politica. Possiamo definirla una astensione "attiva". Una forma di opposizione, messa in pratica da una larga fascia di popolazione che in questo modo ha voluto segnalare l'inaccettabilità di quanto sta accadendo. Che rifiuta un mondo senza più contatti con la realtà. Perché oggi la Sicilia è una specie di deserto, civile ancor prima che politico. Qui giorno dopo giorno stanno chiudendo le fabbriche, gli esercizi commerciali, anche le catene della grande distribuzione. La crisi del lavoro è terribile, solo Monti dice di vedere la luce in fondo al tunnel. Così accade che solo tre persone su dieci, escludendo i voti dati al movimento di Grillo, vadano alle urne per dare il loro consenso a questo sistema. Tutti gli altri, in un modo o nell'altro, sono contro.

La sua è una chiave di lettura ben diversa rispetto ai commenti che già si leggono sulle agenzie di stampa.
Ma forte di alcuni precedenti. Quando negli anni '70 lavoravo per il Pci, il partito arrivò anche al 30% alle elezioni del 1975. E quello era un voto puro e semplice contro il governo centrale. Oggi siamo in una situazione simile: gran parte della popolazione non ritiene che sia preferibile avere un candidato eletto o un proprio rappresentante al governo. Vuole opporsi allo stato di cose presenti. Così o si astiene, o vota Grillo perché porta un messaggio chiaro, che ha gran successo in questa fase: la rottamazione di questo sistema.

Ma non è anche il messaggio di Matteo Renzi?
Questo voto toglierà spazio a Renzi. Nonostante i sondaggi, fino ad ora Grillo non veniva considerato troppo nella dimensione nazionale. Invece da oggi la sua credibilità è aumentata, parecchio. E la sua presenza potrebbe diventare inquietante, perché non esprime una proposta che possa convergere, insieme ad altre, verso una ipotesi di governo. La sua è una festa di grande chiasso, di gioiosa distruzione. Se poi si proietta questo voto in uno scenario nazionale, appare chiaro che viene a mancare la governabilità. Né mi sembra che ci siano le forze per un Monti bis.

Può spiegarci meglio questo passaggio?
Io penso che il risultato siciliano abbia fatto tramontare molte illusioni. Ad esempio non è più immaginabile un centro Casini-Riccardi-Montezemolo con il compito di mediare fra i poli. Perché non ne ha le forze, e soprattutto perché non ci sono più i poli. Mi sembra chiaro che Alfano, e Berlusconi, abbiano preso una legnata storica. Mentre quello di Grillo può davvero diventare il primo partito del paese, come lo è diventato in Sicilia. Toccando corde vere e popolari come la lotta alla corruzione, senza però riuscire a diventare un'orchestra. Se si andasse a votare ora alle politiche e non fra sei mesi, sarebbe davvero un guaio.

Però il Pd tutto sommato ha retto.
Il Pd esce meglio da queste elezioni. E vedo che Crocetta si dice entusiasta del risultato. Ma governare non gli sarà per niente facile. La Sicilia è nei fatti in default, e avrebbe bisogno di una maggioranza forte e stabile per affrontare i suoi gravissimi problemi. Non si sa nemmeno se a fine anno in Regione ci saranno i soldi per pagare gli stipendi. Ma una maggioranza stabile non c'è, e se Crocetta dice che la cercherà volta per volta, vuol dire che si navigherà a vista. Per giunta in tutti i partiti ci sono ancora i rappresentanti del partito trasversale degli affari. Il vecchio governatore Lombardo non si è presentato ma i suoi uomini sì e sono stati eletti, quindi si dovrà comunque contrattare con lui. Peggio di prima, quando era perlomeno possibile confrontarsi a viso aperto.
Il Manifesto - 30.10.12

OUR PALESTINE
"It is nice when it is ONLY rain falling on OUR land"

martedì 30 ottobre 2012

Ex voto Sicilia

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fonte: Regione Sicilia, servizio elettorale

In Sicilia il MoVimento 5 Stelle è primo con il 14,7% dei voti, contro il 13,5% del pdmenoelle e il 12,9% del Pdelle. Alcune analisi ex voto. Montezemolo ha spiegato "Se il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo risulta essere il primo partito sull'isola, allora é evidente che qualcosa non va''. Quindi, per Libero e Bello, se fosse risultato primo l'UDC di cuffariana memoria o il Pdl di osservanza dellutriana tutto sarebbe andato per il meglio. Il suo pard, il ministro Riccardi, ha affermato che "Grillo rosicchia voti agli altri partiti". Rosicchia? Azzurro Caltagirone che ha tenuto i suoi comizi in Sicilia nei taxi, ha impartito la sua benedizione a Crocetta che, memore delle vicende di Cuffaro e Lombardo, si è toccato le palle: “Voglio rivolgere il mio personale in bocca a lupo a Crocetta sono certo che sarà un ottimo presidente così come è stato un ottimo sindaco di Gela”. I gelesi che lo avevano eletto per fare il sindaco, carica da cui si è dimesso per le regionali, ringraziano.
Ferrara confidava in una vittoria più larga del M5S, rotonda, assoluta, è un nostro fan, ci credeva più di noi: "Grillo ha fatto flop perché se si corre per vincere e non vinci allora hai perso". Per lui il M5S ha fatto una figura di merda. Mille di queste figure! Bersani dopo il trionfo siculo non si tiene più nelle mutande ."Abbiamo vinto, cose da pazzi. ("E' una cosa pazzesca... copyrigth Beppe Grillo"). La Sicilia dal dopoguerra a oggi non ci ha mai visto realmente competitivi, mentre ora è dimostrato che si può essere anche vincenti”. Va capito. Lui si aspettava risultati a una cifra, non un esaltante 13,5%. Se Boss(ol)i disse che si sarebbe alleato anche con il diavolo per il federalismo, Bersani, più modestamente, per vincere in Sicilia si è alleato con l'UDC. Bersani, che legge solo la Repubblica, crede genuinamente che io non sia mai stato in Sicilia, che non abbia incontrato decine di migliaia di siciliani, che non abbia girato senza scorta in mezzo alla gente, ma sia rimasto dentro a un tabernacolo. "Grillo invece di stare in un tabernacolo dove non lo vede nessuno o farsi delle nuotate... I meccanismi democratici sono importanti non solo per noi, ma anche per gli altri: hai visto mai che poi governano... questo per non uscire dal solco delle democrazie moderne''.
E' Bersani che traccia il solco, ma è Casini che lo difende.

Austerità: un'analisi critica

 
Premessa
Questo articolo si propone di analizzare, in maniera semplice e sintetica, le principali misure che l’Unione Europea e i governi degli Stati membri hanno attuato finora per fronteggiare la crisi.
In particolare, si fa riferimento alle cosiddette politiche di “austerità”, ovvero all’insieme di misure attuate dai governi per ridurre il debito pubblico, e allo strumento europeo detto “fondo salva-Stati” o “scudo anti-spread”.

1. Le ragioni delle misure anti-crisi introdotte in Italia e nell’UE
L’Unione Europea ha di recente approvato due importanti trattati, presentati ufficialmente come misure necessarie a contrastare la crisi.
Si tratta del Fiscal Compact e del Meccanismo Europeo di Stabilità. C’è anche un’altra misura introdotta dai governi europei nell’ambito delle misure anti-crisi: si tratta del principio di pareggio (o “equilibrio”) di bilancio, che in Italia è stato inserito in Costituzione.
Nelle dichiarazioni dei proponenti, questi strumenti devono servire, rispettivamente:
  • pareggio di bilancio: impedire che gli Stati producano nuovo debito pubblico, dato che le spese non potranno superare le entrate
  • Fiscal Compact: abbattere il debito pubblico in maniera consistente entro 20 anni
  • Meccanismo Europeo di Stabilità: contrastare la speculazione finanziaria sui debiti pubblici, garantendo agli Stati indebitati la possibilità di finanziarsi ricorrendo a un fondo “speciale” (spesso ci si riferisce a questa misura come “scudo anti-spread”)
Tutte queste misure partono dall’assunto che il debito pubblico di alcuni Stati membri sia giunto a livelli “insostenibili”, rendendo difficile per quegli Stati trovare i finanziamenti per coprire la propria spesa pubblica. Gli Stati dovrebbero così attuare una serie di misure necessarie a ridurre il debito pubblico e ad applicare lo “scudo anti-spread”.

2. Gli effetti delle misure anti-crisi
2.1 Il Fiscal Compact
Gli effetti che le nuove norme produrranno sull’economia possono essere compresi solo analizzandone il funzionamento congiunto. Vediamolo in dettaglio, prendendo come esempio il nostro Paese:
  1. L’Italia non potrà spendere più di quanto incassa: semplificando un po’, ciò vuol dire che le risorse economiche disponibili per la spesa pubblica – ovvero per i servizi ai cittadini, come pensioni, sanità, istruzione, ecc., le opere pubbliche, l’energia da importare, ecc. – potranno provenire esclusivamente da quelle già presenti all’interno della società (di fatto, principalmente dal gettito fiscale)
  2. Una parte significativa della spesa pubblica dovrà essere ogni anno destinata alla riduzione del debito, facendo sì che le risorse disponibili per welfare, servizi, stipendi e opere pubbliche si ridurranno drasticamente
  3. Oltre al debito, l’Italia deve e dovrà pagare gli interessi sul debito emesso dai prestatori di moneta, andando così a ridurre ulteriormente la soglia delle risorse disponibili per welfare, servizi, stipendi e opere pubbliche.
In tale scenario economico, lo Stato ha poche strade per cancellare molto debito in breve tempo (quasi 50 miliardi di euro all’anno, per 20 anni), come imposto dal Fiscal Compact. Le strategie possibili sono:
  1. aumentare le tasse
  2. vendere il patrimonio pubblico (privatizzare)
  3. ridurre la spesa pubblica (ottimizzare la spesa e privatizzare i servizi)
Analizziamo singolarmente tali opzioni.

I cattivi perdenti della crisi siriana

 

sottonsocchicatorzedi Thierry Meyssan.
In occasione di una tavola rotonda ad Ankara, l’ammiraglio James Winnefeld, Assistente Capo di Stato Maggiore aggiunto degli USA, ha confermato che Washington avrebbe rivelato le sue intenzioni verso la Siria una volta chiuse le urne delle elezioni presidenziali del 6 novembre. Ha fatto chiaramente capire ai suoi interlocutori turchi che un piano di pace era già stato negoziato con Mosca, che Bashar al-Assad sarebbe rimasto al suo posto e che il Consiglio di Sicurezza non avrebbe autorizzato la creazione di zone cuscinetto. Da parte sua, il Segretario Generale aggiunto dell’ONU incaricato delle operazioni di mantenimento della pace, Hervé Ladsous, ha confermato che stava studiando la possibilità di schierare dei caschi blu in Siria. Tutti gli attori della regione si preparano dunque al cessate il fuoco imposto da una forza delle Nazioni Unite composta principalmente da truppe dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan).
Di fatto, ciò significa che gli Stati Uniti continuano il loro ritiro dalla regione, che ha avuto inizio in Iraq, e accettano di condividere la loro influenza con la Russia.
Contemporaneamente, il New York Times ha rivelato che dei colloqui diretti riprenderanno tra Washington e Teheran, sebbene gli Stati Uniti si dedichino ad affondare la moneta iraniana. Chiaramente, dopo 33 anni di containement, Washington ammette che Teheran è una potenza regionale ineludibile, pur continuando a sabotarne l’economia.
Questa nuova situazione va a scapito dell’Arabia Saudita, della Francia, d’Israele, del Qatar e della Turchia, che avevano puntato tutto sul cambiamento di regime a Damasco. Questa coalizione eteroclita si divide ora tra coloro che reclamano un premio di consolazione e coloro che cercano di sabotare il processo in corso.
Già adesso, Ankara ha cambiato musica. Recep Tayyip Erdoğan, che si diceva pronto al peggio, tenta di riconciliarsi con Teheran e Mosca. Pochi giorni dopo aver insultato gli iraniani e aver fatto molestare dei diplomatici russi, è diventato tutto un sorriso. Ha approfittato del vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica a Baku per incontrare il presidente Mahmud Ahmadinejad. Gli ha proposto di mettere in campo un complesso dispositivo di discussione sulla crisi siriana, che permette sia alla Turchia sia all’Arabia Saudita di non stare ai margini del cammino. Ben attento a non umiliare i perdenti, il presidente iraniano si è mostrato aperto a questa iniziativa.
Il Qatar, da parte sua, è già alla ricerca di nuovi spazi per le sue ambizioni. L’emiro Hamad si è offerto un viaggio a Gaza e si è erto al rango di protettore di Hamas. Vedrebbe di buon occhio il rovesciamento del re di Giordania, la trasformazione del Regno hashemita in una repubblica palestinese e l’insediamento al potere dei suoi protetti della Confraternita dei Fratelli Musulmani.

Perché la Grecia arresta chi pubblica la lista degli evasori?

- sanmarinoweb -PDFStampaE-mail
Lunedì 29 Ottobre 2012
IN SINTESI: Ha twittato fino all'ultimo momento, il giornalista Costas Vaxevanis, finché la polizia non è entrata e lo ha arrestato. Aveva pubblicato la "lista Lagarde" con i nomi degli evasori fiscali greci, tra cui armatori, editori, giornalisti, uomini d'affari, ex ministri e un consigliere strettissimo del premier Samaras.
DI MAURI RAVARINO

Ha lanciato un ultimo messaggio su Twitter prima di venir portato via: «Stanno entrando ora in casa con un procuratore, mi arrestano. Diffondete la notizia». Le manette per Costas Vaxevanis, giornalista investigativo greco, sono scattate ieri. È accusato di violazione della privacy, dopo che il magazine Hot Doc, da lui diretto, ha pubblicato ieri una lista di 2.059 nomi di cittadini greci che hanno depositato soldi in Svizzera evadendo il fisco.
Nomi importanti: funzionari pubblici, armatori, editori, giornalisti, diversi uomini d'affari, ex ministri e pure un consigliere strettissimo del premier Samaras. Appena saputo del mandato d'arresto nei suoi confronti, Vaxevanis ha scritto: «Invece di arrestare gli evasori e i ministri che hanno avuto in mano la lista, cercano di arrestare la verità e la libertà di stampa».
L'elenco pubblicato dalla rivista (il cui sito è ora impossibile aprire) sarebbe quello della famosa "lista Lagarde", che l'allora ministro francese delle Finanze, Christine Lagarde (ora direttore dell'Fmi), consegnò nel 2010 alle autorità greche con i nomi dei cittadini ellenici che avrebbero nascosto i loro soldi sui conti correnti della filiale di Ginevra della Hsbc.
Tra i nomi figurerebbero quelli di Stavros Stavropoulos, advisor strettissimo di Samaras, e quelli di due ex ministri, uno dei quali Leonidas Tzanis è stato trovato impiccato in casa solo due settimane fa. Due anni fa, l'allora ministro Giorgos Papacostantinou bloccò la pubblicazione della lista, mentre il successore Evangelos Venizelos, leader dei socialisti del Pasok, ne aveva ammesso l'esistenza ma sostenendo che era stata persa. Il governo avrebbe, infatti, richiesto a Parigi di rinviarla. Sabato, il colpo di scena. Ma, poche ore dopo l'uscita in edicola di Hot Doc, la Corte distrettuale di Atene ha emesso un mandato di arresto per Vaxevanis, che ha raccontato su Twitter gli attimi prima dell'arresto. È stato successivamente rilasciato e affronterà oggi l'interrogatorio davanti ai giudici.
In un video e in alcuni messaggi su Internet, il reporter ha difeso la sua decisione: «Non ho fatto altro che quello che ogni giornalista è obbligato a fare. Ho rivelato la verità che stavano nascondendo». Il governo Samaras per molto tempo ha sostenuto che la "Lagarde List" era stata compilata secondo informazioni ottenute illegalmente, che non potevano essere utilizzate per perseguire eventuali evasori.
Le autorità greche, che mai avevano rivelato la presenza di politici, non hanno confermato se la lista sia effettivamente quella consegnata dalla Francia nel 2010: l'elenco che l'ex ministro di Sarkozy aveva fatto recapitare per via diplomatica ad Atene, ma anche a Madrid e a Roma. Ora. i pm greci hanno chiesto ufficialmente che sia presentato in Parlamento.
L'arresto di Vaxevanis arriva in un momento turbolento per la Grecia e il suo sistema politico, proprio quando il parlamento si appresta a votare una terza serie di nuove misure di austerità. La notizia ha fatto velocemente il giro del web. E in molti hanno decretato la fine della democrazia nel Paese che l'aveva inventata.

LINKIESTA.IT

HUGE ABSTENTIONS IN SICILY ADMINISTRATIVE ELECTIONS

lunedì 29 ottobre 2012

La sinistra di classe cresce ed è solo l'inizio. Intervista a Angelos Irakleidis, area marxista di Syriza

Fonte: controlacrisi.org | Autore: stefano galieni
       
Angelos Irakleidis è un esponente di Syriza che fa parte della corrente “Epanastasi” (Rivoluzione) un’area politica simile a quella che in Rifondazione da fra l’altro vita al giornale “Falcemartello”. In questi giorni sta girando in assemblee in tutta Italia (il 30 sarà a Roma) per far conoscere meglio quanto sta accadendo attualmente in Grecia. Si parla poco nell’informazione mainstream italiana di quanto avviene nella sinistra greca, cosa ci vuoi dire in proposito?
«Si è vero, all’estero si parla dei nazisti di “Alba dorata”, degli scontri ma non dell’evoluzione politica. Gli ultimi sondaggi dimostrano che Syriza sta ancora aumentando i consensi e ormai abbiamo superato il 30%. Fra le forze di coalizione governative legate a Samaras, si prevede un crollo del Pasok mentre “Sinistra Democratica” sta ricevendo forti pressioni dalla base per non restare a sorreggere il governo. Alba dorata cresce ma è normale che i media facciano propaganda per discriminarci e che facciano di tutto per oscurarci. Per essere sinceri, dopo le elezioni c’è stato un momento di disillusione ma ora si sta votando l’austerità in parlamento e si preparano nuovi scioperi generali. Dinamiche che portano la sinistra in ascesa».
Ma si continuerà con questo governo o si andrà a nuove elezioni?
«In Grecia servirebbe un governo stabile ma questo non sarà possibile con questo parlamento. Sono emersi anche nuovi scandali che coinvolgono il Pasok. Un partito che potrebbe anche sparire come forza parlamentare. Sinistra democratica vive la sofferenza delle opposizioni interne e molti dei loro non sono disposti a votare la nuova riforma sul mercato del lavoro. Se si arriva al voto Sd a mio avviso si spacca. Questa non è una coalizione stabile. La classe dominante cercherà di utilizzare ogni mezzo per non andare a nuove elezioni, ma non è detto che queste manovre riescono».
Come procede la trasformazione di Syriza da coalizione in partito vero e proprio? Tenendo conto che questa trasformazione consentirebbe in caso di vittoria di avere un numero maggiore di seggi in parlamento?
«Dopo le elezioni si è aperta una campagna per aumentare anche gli iscritti. Ma il processo costituente va velocizzato. Ci sarà a dicembre una conferenza e prima dell’estate 2013 faremo un vero congresso di fondazione. Come area crediamo che queste dinamiche si debbano tradurre in un nuovo partito in grado di coinvolgere. Il partito deve divenire strumento di cambiamento. Durante le precedenti elezioni non c’era neanche stato modo di discutere il programma. Invece dobbiamo costruire un partito di massa e democratico che comprenda le proprie diverse sentenze e che deve costruire una partecipazione militante ai processi decisionali. A mio avviso non siamo ancora all’altezza delle responsabilità che ci attendono e dobbiamo diventarlo in tempi brevi».
Le manifestazioni in gran parte d’Europa sembrano indicare che sta nascendo una nuova spinta propulsiva della lotta di classe?Nuova spinta propulsiva lotta di classe in Europa
«Sappiamo tutti che questo è un periodo turbolento. La crisi del capitalismo si sta approfondendo dovunque, le lotte di cui parli si sviluppano in maniera anche diversa a livello. È importante anche per noi in Grecia capire che non siamo isolati, è importante capire che le lotte che facciamo noi sono legate. Hanno cominciato gli Indignados in Spagna a cui si sono subito legati i greci, in Piazza Syntagma e poi le numerose rivoluzioni arabe. Per il 16 novembre ci sarà uno sciopero generale in Spagna Grecia e Portogallo. Credo che di questo bisogna dare una valutazione positiva»
In Italia solo in questi giorni, col “No Monti Day” si comincia a rialzare la testa
«Guardando la nostra esperienza in Grecia, non è che abbiamo avuti movimenti continui per decenni. Ci sono stati momenti di chiusura che hanno creato anche pessimismo fra gli attivisti. Le mobilitazioni degli ultimi anni sono esplose senza preavviso. Anche in Italia l’austerità sta colpendo ora e sarà più dura nei prossimi mesi. Da voi poi ci sono direzioni sindacali che finora hanno messo un grande freno alle mobilitazioni. Ma voi avete una grande tradizione e ci fate sperare in un futuro di solidarietà internazionale».
Nel frattempo in Grecia la situazione delle persone in carne ed ossa peggiora di giorno in giorno
«Vero si parla di masse di persone di cui neanche si parla più. Ma la situazione è tragica, veniamo da quattro anni di recessione in cui il crollo del Pil non è stato di 1 punto ma di 5. Le ultime previsioni preannunciano un calo di 10 punti. La disoccupazione ufficiale è del 25%, quella giovanile del 55% La maggioranza della popolazione attiva non ha un lavoro, i suicidi sono cresciuti del25%, nella sola Atene ci sono 40 mila senza casa. Molti erano proprietari che non possono più pagare il mutuo e da noi non esiste edilizia popolare. Ma io sono convinto che le cose cambieranno soprattutto grazie ai giovani che si stanno radicalizzando. Un solo dato per concludere, la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze sotto i 25 anni sotto i 25 anni, il 55% ha votato Syriza. È solo l’inizio».

Silenzio, parla Draghi!


121029draghiMentre cresce l'attesa per l'esito delle consultazioni elettorali in Sicilia, evento che potrebbe fornire dati estremamente interessanti, la Finanza europea lancia il suo attacco. Udite udite, a farlo è niente meno che Mario Draghi. Forse qualcuno ha sottovalutato l'importanza ed il ruolo (o il compito?) del presidente della Banca centrale europea. Sono i numeri a fare i fatti, e forse anche a decidere, specialmente in un momento storico come questo, lo stesso destino delle popolazioni. Lasciata la scena nazionale al fido scudiero Monti, l'ex presidente di Banca Italia si è concentrato sul controllo della macchina finanziaria europea. Altro che Frau Merkell! Il passaggio smarcante che lo stesso Draghi ha fornito a quella che attualmente è la nazione più potente d'Europa è arrivato proprio ieri (dom.28 ottobre, ndr.). L'occasione è venuta con l'intervista al settimanale tedesco Der Spiegel.
E' lecito sorridere dunque, quando si fa un gran parlare di tecnici e tecnicismo: questa è pura politica economica che ha chiare e lucide intenzioni! In gran parte d'Europa c'è stata una grossa avanzata delle sinistre, e non non solo "sinistre" intese in senso generico, quanto forze politiche che rivendicano una vera alternativa. La "cosa" non poteva sfuggire ai "nostri eroi" che siedono nei nobili scrigni degli organismi che controllano la finanza continentale. Il tempismo è la premessa della lungimiranza, e Draghi non è uno sprovveduto. Con le elezioni Regionali si apre anche in Italia una stagione di appuntamenti che, definire importanti, è sicuramente ed estremamente riduttivo. Ma cosa ha detto o fatto il "financial brain" della BCE? Semplicemente che si trova d'accordo ("pienamente d'accordo") con il ministro delle finanze tedesco Wolfang Schauble nell'appoggiare un intervento diretto della Commissione europea sui bilanci nazionali. La traduzione è inequivocabile: basta con la gestione "allegra" dei singoli paesi con la conseguente supervisione della BCE e della UE che si arrogherà quei poteri decisionali che finora ha cercato di gestire in maniera indiretta (riuscendoci egualmente..!). Le dichiarazioni di Draghi sono esplicite: "solo il trasferimento di sovranità permetterà di ristabilire la fiducia nella zona euro". Alcuni Paesi, continua il presidente della BCE, "non hanno capito di aver già perso la sovranità da molto tempo perché sono pesantemente indebitati e questo li rende dipendenti dal buon volere dei mercati". Il terreno per l'intervento di Draghi era stato arato e dissodato già da tempo. La creazione del Super-Stato europeo è oggi più di una mera fantasia. A sostegno di questo percorso sono stati fino ad oggi i vari Monti, Casini ed altri esponenti del PDL ai quali ha fatto ovviamente seguito l'area neoliberista che sostiene l'attuale governo dei "tecnici".
Ad appoggiare la folta schiera di chi sostiene le politiche liberiste del presidente della BCE è, ahimé, lo stesso Stefano Fassina, braccio destro (e sinistro) di Pierluigi Bersani, nonché Responsabile economico del Partito Democratico. Vorremo tanto capire il punto dove vuole andare a parare Fassina, specialmente quando afferma che "Il potere di intervento da parte della Commissione europea sui bilanci nazionali di tutti i paesi euro è caratteristica fondamentale della fiscal union, tappa decisiva e urgente dell’integrazione politica della zona euro". Ci auguriamo di aver compreso male ma sembra un modo di continuare a legittimare, almeno in questo momento, la politica liberista portata avanti dal governo Monti... “Va chiarito, dice ancora Stefano Fassina, che il potere di intervento deve fondarsi su una legittimazione democratica diretta attraverso la scelta del presidente della Commissione nelle elezioni europee quale leader di una coalizione politica e attraverso il coinvolgimento del Parlamento europeo nelle decisioni”.

Affamare la bestia del nostro debito

Guido Viale - fonte -

«Affama la bestia» è lo slogan con cui Ronald Reagan aveva inaugurato il trentennio di liberismo di cui oggi stiamo pagando le conseguenze. La «bestia» per Reagan era il governo: che - è un altro suo celebre detto - «non è la soluzione ma il problema». La bestia da affamare è in realtà la democrazia, l'autogoverno, la possibilità per i cittadini e i lavoratori di decidere il proprio destino. Il programma è di mettere tutto in mano ai privati, che si appropriano così delle funzioni di governo e le gestiscono in base alle leggi del profitto.
Quel programma è stato ora tradotto dall'Ue e dai governi dell'eurozona in due strumenti micidiali: il pareggio di bilancio e il fiscal compact. Con queste due misure in Italia verranno prelevati ogni anno dalle tasse, cioè dai bilanci di chi le paga, quasi 100 miliardi di interessi e altri 45-50 di ratei, per versarli ai detentori del debito: in larga parte banche e assicurazioni sull'orlo del fallimento per operazioni avventate e altri grandi speculatori nazionali ed esteri, e solo in minima parte singoli risparmiatori. L'assurdità di queste misure non va sottovalutata: nessun paese al mondo, nemmeno la Germania di Weimar, condannata al pagamento dei danni di guerra, ha mai rimborsato un proprio debito: che è stato sempre ridimensionato o riassorbito dalla «crescita» del Pil - quando c'è stata - o dall'inflazione, o da un condono, o da un default. Sottoporre a un salasso del genere un paese come il nostro, con un debito di oltre il 120 per cento del Pil, vuol dire condannarlo alla rovina. L'esempio della Grecia, a cui pure sono imposte per ora misure assai meno drastiche di quelle previste dal fiscal compact, è sotto gli occhi di tutti. Ma bisogna ricordare che tre anni fa, quando la Grecia ha cominciato a dare attuazione al primo memorandum della Trojka (Bce, Fmi e Commissione europea), Monti aveva salutato il cammino intrapreso come l'alba del risanamento economico del paese. Esattamente quello che ripete ogni giorno, ora che è presidente del consiglio, lodandosi, e lodando le politiche del suo governo, mentre occupazione, redditi da lavoro, produzione, bilanci aziendali, Pil e debito pubblico precipitano verso il baratro.

D'altronde, se non bastassero le misure contro i lavoratori varati dal suo Governo, va ricordato anche che meno di un mese fa il parlamento europeo ha dovuto bloccare un regolamento proposto dalla Commissione, ma redatto e ispirato nel 2010 proprio da Monti, che mira a subordinare alle «convenienze» dell'impresa il diritto di sciopero: «Regolamentazione dell'esercizio del diritto di promuovere azioni collettive nel contesto della libertà d'impresa e della garanzia dei servizi».

Ecco chi è quello che i partiti che lo sostengono considerano salvatore della patria! «In Portogallo nel 1932 - ricorda l'associazione veneziana Fondamenta - un professore di economia, al secolo António de Oliveira Salazar, fu chiamato a dirigere il Paese per far fronte alla crisi economica e all'enorme deficit di bilancio che attanagliava la terra lusitana. Il suo intento era di creare una struttura super partes capace di riunire in sé tutte le correnti nazionali e di sostituirsi ai partiti. Rimase al potere per 36 anni e 82 giorni, e il suo regime, noto come salazarismo, ebbe termine solo con una rivoluzione, il 25 aprile del 1974». Vogliamo imboccare la stessa strada? O non l'abbiamo forse già imboccata?

Ecco allora un primo passaggio ineludibile: se non vogliamo rinchiuderci nel solco salazariano tracciato da Monti, pareggio di bilancio e fiscal compact devono venir respinti e disattesi e il debito pubblico va affrontato con altri strumenti. L'Italia ha un avanzo primario consistente: consolidando il proprio debito potrebbe evitare di ricorrere al mercato finanziario per parecchi anni. E senza «uscire dall'euro», a meno di venirne cacciata; cosa che porrebbe più problemi che vantaggi anche a tutti gli altri paesi dell'eurozona.

Nuova governance Ue: il tentativo di uscire da destra dalla crisi

di Alfonso Gianni - sinistrainrete -

In uno dei suoi consueti articoli domenicali sul Sole24Ore Guido Rossi ha scritto che nel contesto dell’attuale globalizzazione «la sovranità degli Stati nazione ha dunque abdicato e lo Stato di diritto si è trasformato in uno Stato dell’economia». Questa citazione - che sembra riecheggiare il passaggio dall’homo aequalis all’homo oeconomicus per dirla alla Louis Dumont - potrebbe a tutti gli effetti essere apposta come lapide all’idea dell’Europa politica dei popoli sepolta dopo il vertice di fine giugno.

In effetti la tanto attesa, e pour cause temuta, riunione del Consiglio Europeo del 28-29 giugno a Bruxelles ha portato a un primo significativo compimento di un percorso non breve che ha condotto le elites europee - più che malgrado, grazie alla più grave crisi economica della storia del capitalismo in Europa - a dotarsi di un sistema compiuto di governance continentale in campo economico e politico. Con molto amaro in bocca si potrebbe persino dire che l’evento almeno un suo piccolo lato positivo ce l’ha, dal momento che da questa data in poi a nessuno dovrebbe essere più consentito di reclamare la costruzione di un governo del sistema economico europeo, quasi che questo fosse in quanto tale un elemento intrinsecamente positivo. Ora la governance c’è, è dotata di snelle articolazioni e robuste rigidità, come si conviene a ogni costruzione sistemica, e corrisponde certamente al tentativo organico di un’uscita da destra dalla crisi, grazie a l rilancio in grande stile di un neoliberismo aggiornato e corretto. Un tentativo dagli esiti tutt’altro che sicuri, ma che per ora non incontra ostacoli capaci di fermarlo.

La riscossa del neoliberismo

Il tempo dello sbandamento appare superato. Mi riferisco in particolare a quei mesi a cavallo tra il 2008 e il 2009, lungo i quali i dogmi del neoliberismo vacillavano vistosamente sotto i colpi di massicci interventi statuali a favore delle banche, dettati dalla necessità di evitare che il loro crollo si tramutasse in una crepa insanabile per il sistema capitalistico. Le forze di una sinistra spaurita e in forte crisi di identità non ne seppero approfittare. Le classi e le elites dominanti si sono riorganizzate e sono tornate a imporre le loro ricette. La crisi è tutt’altro che risolta, come ci avvertono tutti gli indicatori, sia sul terreno finanziario che, a maggior ragione, su quello dell’economia reale. Ma le forze del capitalismo europeo hanno ristabilito gerarchie e assetti che non sembrano minacciati da forze capaci di proporre alternative da posizioni di forza così consistenti da mettere le prime in pericolo. Ed è ciò che conta per queste ultime.

Su questa base esse sperano se non di competere a fondo, certamente di sopravvivere alla crescente potenza e forza d’urto dal capitalismo dei paesi un tempo detti emergenti. Una scelta sintetizzata nel comportamento emblematico della Germania: proiettarsi nel mercato globale forte di una primazia assoluta nel contesto europeo, anche a costo di scontare una contrazione del proprio export sul mercato continentale a causa della crisi accentuata dalle stesse rigide regole da essa fermamente volute, che, imponendo rigore, riducono la capacità d’acquisto di larghissimi strati di popolazione; fidando al contempo nella possibilità di qualche concessione, dopo anni e anni di retribuzioni al di sotto dell’aumento della produttività, alla forza lavoro impiegata nel proprio territorio nazionale, anche al fine di spezzare ogni pulsione solidaristica tra le popolazioni lavorative europee. Non si tratta, come ben si vede, di un disegno solidissimo, al contrario del tutto esposto ai contraccolpi della dimensione mondiale della crisi che non ha ancora esaurito le sue sorprese, ma pur sempre una strategia che soprattutto si alimenta del vuoto di quelle altrui.

«Una nuova alleanza sociale»

Fonte: il manifesto | Autore: MONICA DI SISTO         
IL FORUM · GLI ORGANIZZATORI: «VOGLIAMO INAUGURARE UNA STAGIONE DI LOTTE PER I DIRITTI»

«Vogliamo far dialogare tutte le vertenze, non creare un'altra università dei movimenti»Innanzitutto un esercizio di realismo: «Genova 2001, cioè l'idea di costruire un coordinamento unitario tra diversi, è lontana e dobbiamo riuscire, vista l'urgenza di quello che ci sta succedendo, a pensare e fare insieme tutto quello che possiamo, non l'impossibile». Poi una prova d'umiltà: «Se come vittime della desertificazione sociale e politica del nostro continente fossimo stati in grado di opporci lo avremmo già fatto e Grecia e Spagna non sarebbero rimaste sole ad affrontare gli euroburocrati». Infine una consapevolezza: «Non abbiamo bisogno dell'ennesima università dei movimenti, ma di capire se è possibile allargare la partecipazione alle proteste già lanciate, come l'ipotesi di sciopero europeo del 14 novembre, e far dialogare tutti le vertenze verso iniziative comuni future intorno a cinque temi-guida: democrazia in Europa, Finanza-Debito-Austerità, Lavoro e diritti sociali, Beni comuni naturali e sociali-servizi pubblici, Europa nel Mediterraneo e nel mondo». Dalle parole, rispettivamente, di Piero Bernocchi dei Cobas, Raffaella Bolini dell'Arci e Tommaso Fattori del Forum italiano dei movimenti per l'acqua, che hanno presentato qualche giorno fa a Roma "Firenze 10+10/Unire le forze per un'altra Europa", emerge con grande chiarezza il profilo dell'evento nelle intenzioni di chi lo ha ideato. La quattro giorni di incontri, dibattiti ed eventi culturali che si celebreranno a Firenze dall'8 al 12 novembre prossimi a dieci anni dal Forum sociale europeo di Firenze «non vuole essere una commemorazione», ma tessere una nuova alleanza e costruire «una possibile giornata comune, nei primi mesi del 2013, in cui i movimenti, con le proprie pratiche e sui propri obiettivi, dimostrino alla tecnocrazia europea che c'è bisogno di un'Europa dei popoli, dei diritti e dei beni comuni», ha spiegato Jason Nardi, portavoce di Social Watch e coordinatore del Comitato promotore dell'iniziativa in Italia, composto, tra gli altri, da Arci, Cobas, Cgil, Legambiente, Cospe, Trasform, il Forum Acqua Bene Comune, Ife Italia, la Rete della Conoscenza, Libera, Flare, Consiglio italiano Movimento Europeo, Fiom, Movimento Federativo Europeo. Queste realtà facilitano la partecipazione di oltre 3000 persone e di circa 150 gruppi provenienti da tutta Europa. A Firenze ci sarà il primo incontro europeo dei movimenti per l'acqua pubblica e tra le reti sul debito europeo e quelle che lavorano sulla remissione del debito del Sud del mondo. «Siamo convinti che non sia più rimandabile l'apertura di una nuova stagione di diritti, dove salute, lavoro, ambiente, siano percepiti non più come bisogni ma come diritti, in un quadro di giustizia climatica ed economica che riguarda il Nord come il Sud», sottolinea Maurizio Gubbiotti di Legambiente. Parteciperanno alla quattro giorni gli Indignati del 15M spagnolo, Occupy London e Blockupy Frankfurt, i movimenti greci, la campagna per un Mandato alternativo al commercio per la prossima Commissione europea, le reti contro i brevetti, la Via Campesina, il movimento federalista europeo, gli "economisti critici", il percorso "un'altra strada per l'Europa" che ha lanciato una proposta di Alter Forum dei movimenti in Grecia, in vista del primo Forum sociale mondiale in Tunisia del 2013. «Passeremo giovedì e venerdì negli incontri tematici e di scambio e convergenza tra i diversi percorsi, che faremo dialogare nella giornata finale di domenica, ma anche tra eventi culturali in città - ha spiegato Jason Nardi - Sabato, invece, usciremo dalla Fortezza non per un corteo, ma per un incontro con i quartieri popolari di Santo Spirito e San Frediano, per animarli con la festa "Una notte per l'altra Europa". Per chi non potrà essere a Firenze, è stata prevista anche una partecipazione virtuale. Per l'occasione è stato creato, infatti, l'account Twitter @Firenze1010 , e il relativo hashtag #Firenze1010 , il gruppo Facebook Firenze10+10 , e infine il sito www.firenze1010.eu . Prevista, oltre al tweetstorm , anche una versione expandida dei lavori, nella migliore tradizione dei Forum sociali, con collegamenti via internet.

domenica 28 ottobre 2012

A Elsa Fornero il Nobel per la simpatia: per i giovani supera Cossiga e Pol Pot

ALESSANDRO ROBECCHI –

arobecchiDopo “bamboccioni”, “sfigati” e “choosy”, il governo studia altre formule per incentivare l’entusiasmo giovanile, come la garrota e il dentifricio nelle scarpe. Il ministro del lavoro si scaglia contro i privilegi dei precari: “Se cominciate a lavorare a cinquant’anni non potete andare in pensione a settanta!”. Monti precisa: “E se morite a 71 anni dovete renderci i soldi!”.
Il coraggio di rischiare l’impopolarità, di dire una verità scomoda, di rompere convenzioni e luoghi comuni. Elsa Fornero, ministro del lavoro, ha fatto invecchiare di colpo decine di proverbi e modi di dire. La frase sui giovani italiani che sono un po’ “choosy”, schizzinosi, di fronte al mondo del lavoro spazza via altre frasi dello stesso tipo, come “I terroni non hanno voglia di lavorare”, “Gli zingari rubano i bambini”, e “E’ tutta colpa dei sindacati”. Tutte cose vecchie, superate dalla nuova frase del ministro Fornero: prendete il primo lavoretto del cazzo e poi guardatevi intorno da dentro.
“Io l’ho fatto – dice un giovane di Salerno che preferisce restare anonimo – pur di lavorare ho cominciato con il piccolo spaccio e ora sono un apprezzato killer di camorra. La Fornero ha ragione, c’è sempre spazio per chi si dà da fare”. Ma è nelle realtà metropolitane che l’entusiasmo dei giovani è alle stelle. Dice un turnista di un call center della capitale: “Anch’io all’inizio ero un po’ schizzinoso a pulirmi il culo con la mia laurea, ma poi ci ho fatto l’abitudine e ora sono felice di aver studiato vent’anni per guadagnare tre euro all’ora. Sto pensando di prenderne un’altra, visto che vale meno della carta doppio velo”.
L’apprezzamento per il ministro del lavoro trabocca dai social network. Scrive ad esempio Giovanni, da Milano: “La mia laurea in lettere si è rivelata preziosa per il mio lavoro nei cessi della stazione: mi aiuta a correggere le scritte sul muro davanti ai pisciatoi”. Anche chi inizialmente aveva pensato a un autogol della ministra ora deve ricredersi, basta guardare i sondaggi. “E’ vero – dicono alla Swg – non si era mai visto un ministro italiano scalare così velocemente la classifica. Ora la Fornero, per simpatia, si colloca tra Pol Pot e Cossiga, e la tendenza è in crescita”. “Oltretutto – aggiungono alla Doxa – si è rivelata eccellente nell’aggregare i giovani italiani. I numeri parlano chiaro. 35 su 100 sono disoccupati. 40 su 100 sono precari, e a 99 su 100 sta prepotentemente sul cazzo Elsa Fornero”. Non è stato reso noto il nome del centesimo intervistato del campione, che subito dopo aver risposto al sondaggio si è affrettata a chiamare mamma al ministero del lavoro.
Alessandro Robecchi – da Il Misfatto
(28 ottobre 2012)

No Monti Day

Mai più figli di Troika

Fonte: contropiano,org | Autore: Luciano vasapollo            
Prosegue il dibattito sul documento della Rete dei Comunisti "Dentro l'Europa ma fuori dall'Unione Europea", penso che sia una prospettiva di lettura interessante e da approfondire. Qui di seguito l'intervento di Luciano Vasapollo, economista e autore insieme a Martufi e Ariolla de "Il risveglio dei maiali".
Buona lettura PF
“Maiala troika !!!” il grido di rabbia nelle lotte degli sfruttati nei paesi Pigs dice già molto. Luciano Vasapollo torna a indicare una prospettiva di fuoriuscita dall'eurozona come credibile per le classi subalterne e come alternativa alla crisi sistemica del capitalismo.
Tutto quello che appare come qualcosa di nuovo, come il possibile default di vari paesi europei, ma addirittura degli stessi USA, in realtà vede l’origine dal 1971 con la fine degli Accordi di Bretton Woods. Da tale data gli Usa decidono in base al potere politico e militare di imporre il proprio modello di sviluppo basato sull’import attraverso l’indebitamento, facendo così pagare il costo agli altri: debito privato, debito pubblico, e consumo sostenuto dal mix tra debito interno ed esterno, avendo molto deboli i cosiddetti fondamentali macroeconomici e una economia reale che già da allora mostrava alcuni caratteri tipici della crisi strutturale.
Già a partire dagli anni ‘80 si era verificato in Europa, anche se in maniera diversificata nei differenti paesi, un vero e proprio intenso processo di privatizzazione, con l’intento di ridimensionare la presenza pubblica nell’intero sistema produttivo. Le azioni dei Governi di questi anni confermano la volontà di attuare un programma completo di dismissione delle aziende pubbliche, con la motivazione ufficiale di risolvere i problemi produttivi ed economici.
A ciò hanno fatto eccezione alcuni paesi, ad esempio la Francia e in parte la Germania, che hanno difeso la presenza pubblica nei settori strategici, strutturando in tal modo un modello produttivo più forte ed equilibrato nella competizione globale, più centrato sull’export.
Questo processo si è avviato in concomitanza alla costituzione del Mercato Unico Europeo (1992) e poi dell’Unione Europea con i pesanti sacrifici imposti al mondo del lavoro.
Dopo la caduta del muro di Berlino si apre una fase di guida unipolare del mondo basata sullo strapotere politico e militare USA, che con l’imposizione dell’acquisto dei propri titoli del debito imponevano il sostenimento della loro crescita basata sull’import e sull’economia di guerra a varie caratterizzazioni.
E’ così che si apre la fase che a suo tempo definimmo non di globalizzazione ma di competizione globale, centrata sullo scontro politico-economico fra il modello importatore degli americani ma con l’Europa che cerca i suoi spazi di affermazione economica puntando sul ruolo internazionale, con una forte posizione di esportatore svolto dalla Germania. Lo stesso modello di economia basata sull’esport viene realizzato dalla Cina,che grazie ai suoi avanzi nella bilancia dei pagamenti decide di diventare il maggior compratore del debito statunitense.
Il modello tira e ovviamente accade che le banche tedesche e lo Stato cinese acquistano i titoli degli USA e, in parte, anche degli altri membri dell’Europa che devono subire lo strapotere tedesco. Su tale scenario macroeconomico si realizza la costruzione dell’Unione Europea come nuovo polo imperialista che, pur mancando di grande forza interna politica e militare, impone la logica economica-finanziaria con guida tedesca.

DE PROFUNDIS  
" Remember, (to Berlusconi)  they even caught ME for taxes reasons ONLY"

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