Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

venerdì 4 gennaio 2013

Aristotele, lezione di economia

di Federica Martiny - sbilanciamoci -

La BCE scopre Aristotele come padre dell’economia, ma per il filosofo le ricchezze non possono essere accumulate senza fine e l’obiettivo è la “vita buona”

Lo scorso 15 novembre a Budapest, Benoît Cœuré, uno dei membri dell'Executive Board della Banca Centrale Europea, ha iniziato la sua introduzione al convegno su costi ed efficienza nei sistemi di pagamento al dettaglio citando Aristotele, in quanto è stato colui che per primo ha teorizzato le tre funzioni della moneta: riserva di valore, unità di conto e mezzo di scambio. La citazione era funzionale a concettualizzare il mandato e l’opera della BCE nell’attuale situazione di crisi. In un momento come questo, tuttavia, sarebbe stato più utile ricordare cosa scrisse Aristotele sull’economia.
Aristotele è stato il primo a essersi chiesto a che cosa serve l’economia: «Che l’oiconomia, (l’amministrazione della casa e delle proprietà) e la crematistica (l'arte di accumulare ricchezze) non siano identiche è chiaro: infatti all’una spetta procurare i beni, all’altra usarli», scrive il filosofo nel I libro della Politica e più avanti specifica: «Una sola specie di acquisto è una parte naturale dell’economia: quella che si deve praticare per raccogliere i mezzi necessari alla vita e utili alla comunità politica e familiare. Ed è ragionevole affermare che la vera ricchezza consista in questi mezzi. La quantità di simili mezzi per una “vita buona” non è infinita».
Per Aristotele l’obiettivo non può essere una crescita illimitata dei beni materiali – del Pil, diremmo oggi – anzi, l’ossessione per l’accumulo di denaro e ricchezze ci distrae inevitabilmente dalla ricerca di una “vita buona” e ci fa vivere in modo innaturale. E la “vita buona” non è una ricerca individuale, funzione delle preferenze soggettive, che ciascuno può decidere. È un progetto collettivo, che è compito del politico perseguire, per arrivare a un’economia “naturale”, che amministra le ricchezze con lo scopo di garantire la possibilità di realizzare la “vita buona” per i membri della comunità politica.
Per Aristotele è la politica, che avendo come proprio fine ciò che è meglio, «si prende grandissima cura di rendere i cittadini persone di un certo tipo, e buone, e capaci di compiere belle azioni». Del resto anche «l’economia si cura più degli uomini che della proprietà inanimata e delle virtù dei primi più che di quella della proprietà che chiamiamo ricchezza». L’economia, cioè l’amministrazione della casa e della città, dovrebbe occuparsi delle virtù degli uomini (e delle donne), oltre a far tornare i conti delle finanze familiari e delle casse dello Stato.
Aristotele era dunque un teorico anticapitalista ante-litteram del IV secolo a.C.? Ovviamente no, era un insegnante di filosofia molto benestante – il suo allievo più illustre è stato Alessandro il Grande – che possedeva proprietà e schiavi. Il pensiero di una redistribuzione della ricchezza non lo ha mai sfiorato. Ma per lui la ricchezza è solo “l’insieme degli strumenti che hanno a disposizione la famiglia e la città” e per ciò stesso essa deve avere un limite.
Non sono cose da banchieri centrali, queste, specialmente di una Banca centrale come la BCE che nel suo statuto non solo non ha l’obiettivo della “vita” buona” di Aristotele, ma non ha neanche la piena occupazione che si trova nello statuto della Federal Reserve americana. Per la BCE quello che conta è solo la stabilità dei prezzi, in base a quanto stabilito dal trattato di Maastricht, che ha dato vita a più di un rovesciamento. L'Euro è la prima moneta della storia senza Stato, l’amministrazione della moneta è affidata a una banca centrale, la BCE, che è sottratta alla responsabilità della politica: i compiti che Aristotele assegnava alla Politica sono stati cancellati dal dogma liberista dell’indipendenza della banca centrale. Nell’Europa che abbiamo costruito l’economia si sottrare al controllo della politica, la lotta all’inflazione viene prima della disoccupazione, l’accumulazione di ricchezza fine a se stessa distrugge la possibilità di “vita buona”. Lo sanno bene quei 608 mila giovani sotto i 25 anni che in Italia che sono disoccupati e in cerca di lavoro e i quasi 900 mila disoccupati che nel 2012 hanno presentato domanda di disoccupazione.

La mappa del debito mondiale

di Giacomo Gabbuti

Un ebook del Cadtm esamina la geografia del debito nei paesi del mondo, presenta i numeri del macigno finanziario che pesa sulle economie del Nord e del Sud, tra tutela delle banche e politiche del Fmi. E propone le possibilità di liberarsene

Per facilitare la comprensione dei risvolti globali della crisi, il CADTM (http://cadtm.org/) – Comitato per la cancellazione del debito del Terzo Mondo – ha pubblicato un breve e-book (http://cadtm.org/2012-World-debt-figures), intitolato World Debt Figures 2012. In una trentina di pagine sono raccolti i dati sull’evoluzione dei debiti sovrani, pubblici e privati, dagli anni ’80 ad oggi: una sorta di bollettino statistico, che aiuta a dare uno “sguardo critico all’economia globale e ai meccanismi di dominio” in atto e ad inquadrare meglio le diverse crisi regionali. Nell’introduzione gli autori – Damien Millet (http://fr.wikipedia.org/wiki/Damien_Millet), Eric Toussaint (http://en.wikipedia.org/wiki/Eric_Toussaint), e Daniel Munevar – sostengono che “le disuguaglianze sono lampanti, e continuano a svilupparsi”: proprio dalle diseguaglianze prende avvio il volume, illustrando non solo il divario nord-sud, ma anche quello interno ai paesi occidentali, dove negli ultimi trent’anni la quota di ricchezza detenuta dal 10% più ricco della popolazione è aumentata, come testimoniato dai dati raccolti nel World Top Incomes Database (http://topincomes.g-mond.parisschoolofeconomics.eu/). Paragonando i dati sui redditi più elevati a quelli sulla fame e sulla povertà, gli autori mostrano come un prelievo dello 0,2% sui patrimoni “milionari” permetterebbe di far fronte ai bisogni essenziali della popolazione mondiale.
Una sezione a parte è dedicata ai “debiti odiosi” (http://unctad.org/en/docs/osgdp20074_en.pdf), categoria entrata nel dibattito italiano grazie al saggio di François Chesnais su “Debiti illegittimi e diritto all’insolvenza” (www.deriveapprodi.org/2011/11/diritto-allinsolvenza/) e nella quale non è difficile includere i quasi 150 miliardi di euro (su un debito pubblico di 340) dovuti alla Troika dalla Grecia.
I debiti odiosi hanno spesso segnato l’avvio di un’esplosione che dal 1980 a oggi ha portato l’indebitamento estero dei paesi in via di sviluppo a moltiplicarsi otto volte. Nel 2010 la Banca Mondiale misurava in 4.076 miliardi di dollari lo stock di debito estero accumulato da questi paesi – per un costo annuo di 583 miliardi di spesa per interessi. Di questo debito, 1647 miliardi (il 40% circa) costituiscono debito pubblico, e sono dovuti per il 46% a compagnie private, per il 33% ad Istituzioni Internazionali, e per il restante 21% a singoli stati. Guardando alla ripartizione geografica, quasi il 30% del debito pubblico estero è detenuto dai paesi dell’America Latina.
Se si osservano i flussi finanziari complessivi, si vede come abbiano comportato un trasferimento netto dai paesi debitori a quelli creditori pari a cinque volte il Piano Marshall: se gli ODA (www.oecd.org/dac/aidstatistics/officialdevelopmentassistancedefinitionandcoverage.htm) (130 miliardi di dollari nel 2010) vengono “bilanciati” dai servizi sul debito pubblico detenuti all’estero (180 miliardi), le rimesse dei migranti (325 miliardi) non compensano i 647 miliardi che “escono” ogni anno sotto forma di profitti “rimpatriati” dalle multinazionali.

giovedì 3 gennaio 2013

Sull'orlo dell'Abisso Ecologico

Fonte: il manifesto | Autore: Leonardo Boff
   - controlacrisi -    
Se consideriamo il modo in cui i padroni del Potere stanno affrontando la crisi sistemica del nostro tipo di civilizzazione, organizzata nello sfruttamento illimitato della natura, nell'accumulazione anch'essa illimitata e in una conseguente creazione di una doppia ingiustizia (quella sociale, con le perverse disuguaglianze a livello mondiale, e quella ecologica, con la destrutturazione della rete della vita che garantisce la nostra sopravvivenza), e se prendiamo anche come punto di riferimento la Cop 18 sul riscaldamento globale, realizzata alla fine di questo anno a Doha in Qatar, possiamo dire, senza esagezione: stiamo andando di male in peggio.
Proseguendo su questa strada, ci troveremo di fronte, e non manca molto, a un "abisso ecologico".
Finora non si sono prese le misure necessarie per cambiare il corso delle cose. L'economia speculativa continua a proliferare, i mercati sono sempre più competitivi, che equivale a dire sempre meno regolati, e l'allarme ecologico, rappresentato nel riscaldamento globale, viene posto praticamente di lato. A Doha è mancato solo che si desse l'estrema unzione al Trattato di Kyoto. E per ironia nella prima pagina del documento finale, che nulla ha risolto, rimandando tutto al 2015, è scritto: «Il cambiamento climatico rappresenta una minaccia urgente e potenzialmente irreversibile per le società umane e per il pianeta e questo problema deve essere affrontato urgentemente da tutti i paesi». E non lo si sta affrontando. Come ai tempi di Noè, continuiamo a mangiare, bere e apparecchiare le tavole del Titanic che sta affondando, ascoltando musica per di più. La Casa sta prendendo fuoco e mentiamo agli altri dicendo che non è niente.
Ho due motivi per arrivare a questa conclusione realista che sembra pessimista. Voglio dire con José Saramago: «Non sono pessimista; è la realtà che è pessima; io sono realista». Il primo motivo è la falsa premessa che sostiene e alimenta la crisi: l'obiettivo è la crescita materiale illimitata (l'aumento del Pil), realizzato sulla base dell'energia fossile e con il flusso totalmente libero dei capitali, specialmente quelli speculativi. Questa premessa è presente nei programmi di tutti i paesi, compreso quello del Brasile.
La falsità di questa premessa sta nel fatto che non tiene per nulla in considerazione i limiti del sistema-Terra. Un Pianeta limitato non sopporta progetti illimitati, che non possiedono sostenibilità.
Ovvero, si evita la parola sostenibilità che proviene dalla scienze della vita; la vita è non-lineare, è organizzata in reti di interdipendenza di tutti con tutti, reti che mantengono attivi i fattori che garantiscono il perpetuarsi della vita e della nostra civilizzazione.
Si preferisce parlare di sviluppo sostenibile, senza tener conto che si tratta di un concetto contradditorio perché è lineare, sempre crescente, che suppone il dominio della natura e la rottura dell'equilibrio ecosistemico.
Non si arriva ad alcun accordo sul clima perché le potenti multinazionali del petrolio influenzano politicamente i governi e boicottano qualsiasi misura che faccia diminuire i loro lucri e per questo non appoggiano le energie alternative. Cercano soltanto di aumentare ogni anno il Pil. Questo modello è rifiutato dai fatti: non funziona più né nei paesi centrali, come dimostra la crisi attuale, né in quelli periferici. O si trova un altro tipo di crescita che sia essenziale per il sistema-vita, ma che per noi deve rispettare la capacità della Terra e i ritmi della natura, o incontreremo l'innominabile.
Il secondo motivo, per il quale mi sto battendo da oltre 30 anni, è più di ordine filiosofico. Esso implica conseguenze paradigmatiche: il riscatto dell'intelligenza cordiale o emozionale per equilibrare il potere distruttore della ragione strumentale, sequestrata da secoli dal processo produttivo accumulatore. Come ci dice il filosofo francese Patrick Viveret in Por uma sobriedade feliz (Quarteto 2012), «la ragione strumentale senza l'intelligenza emozionale ci può portare perfettamente alle peggiori barbarie»; basta considerare il ridisegno dell'umanità progettato da Himmler, che culminò nella shoah, nella eliminzione di zingari e deficienti.
Se non incorporiamo l'intelligenzia emozionale alla ragione strumentale-analitica, non sentiremo mai il grido degli affamati, il gemito della Madre Terra, il dolore delle foreste abbattute e la devastazione attuale della biodiversità, nell'ordine di quasi centomila specie all'anno (E.Wilson).
Con la sostenibilità deve venire la cura, il rispetto e l'amore per tutto quello che esiste e che vive. Senza questa rivoluzione della mente e del cuore andremo, si, di male in
peggio.
 
* scrittore e teologo della liberazione brasiliano (traduzione di Antonio Lupo)

Il Canada rinuncia ai cacciabombardieri F-35

«Troppo cari e non all’altezza delle attese»

di Gianandrea Gaiani da il Sole 24 ore
Troppo cari e con performance non all’altezza delle previsioni. Con queste motivazioni il Governo canadese guidato da Stephen Harper ha annunciato di rinunciare ad acquisire 65 cacciabombardieri F-35 prodotti dalla statunitense Lockheed Martin.
La decisione di Ottawa è giunta dopo un lungo dibattito che ha coinvolto le istituzioni e l’opinione pubblica canadese. La commessa, necessaria a rimpiazzare i 77 CF-18 attualmente in servizio con l’aeronautica, è stata a lungo sostenuta dal ministro della Difesa Peter MacKay, che ne annunciò il varo nel luglio 2010 definendo l’aereo «l’unico tipo di cacciabombardiere che risponde alla perfezione ai bisogni delle Forze armate canadesi».
I costi annunciati da McKay per 65 velivoli nella versione convenzionale A, 9 miliardi di dollari, vennero aggiornati l’anno scorso dal Governo a 16 miliardi da spalmare sui bilanci di 20 anni. Cifre contestate da un rapporto del General Account Office (la Corte dei conti canadese) e del tutto smentite dal rapporto commissionato dal Governo alla società di ricerche Kpmg che ha evidenziato anche i costi di gestione degli F-35 Lightning 2 giungendo a una cifra complessiva per 45,8 miliardi di dollari nei prossimi 42 anni.
Il costo di ogni singolo velivolo “nudo” (cioè esclusi ricambi ed armamenti) è valutato oggi 88 milioni di dollari contro i 65 previsti inizialmente ma nuovi rincari sono in arrivo considerati i ritardi del programma e i tagli agli ordinativi annuali anche da parte del Pentagono che stanno facendo lievitare ulteriormente i costi. I jet della versione A costeranno infatti 90 milioni di dollari ma solo nel 2017 mentre quelli prodotti nei prossimi tre anni avranno un costo progressivamente in calo da 127 a 95 milioni di dollari. Abissale inoltre la differenza tra i costi di manutenzione della flotta di F-35 annunciati dal Governo (8,9 miliardi) e rilevati da Kpmg (15,2) che ha valutato costi operativi in 19 miliardi contro i 9 stimati dal ministero della Difesa. Le valutazioni di Kpmg sono state confermate dal colonnello Melinda F. Morgan, portavoce del Pentagono, che le ha definite «in linea con le previsioni del Pentagono circa i cisti del velivolo».
Oltre ai costi il velivolo non è ancora stato messo a punto ma mostra già carenze sotto il profilo dell’autonomia e delle prestazioni “stealth” , cioè della capacità di risultare invisibile ai radar nemici, che doveva costituire l’asso nella manca del caccia americano. L’ex comandante dell’aeronautica canadese, generale Steve Lucas, ha ammesso che nel raccomandare l’adozione dell’F 35, nel 2006, i vertici militari non fornirono alcune «informazioni chiave» sul velivolo. La rinuncia al jet di Lockheed Martin riapre quindi la gara per il nuovo cacciabombardiere della Royal Canadian Air Force facendo tornare in pista la nuova generazione di F-18 di Boeing (Super Hornet) il francese Dassault Rafale (impostosi nella recente gara in India) e il Typhoon prodotto dal consorzio europeo Eurofighter di cui fa parte anche Alenia Aeronautica del gruppo Finmeccanica. Il Typhoon è già in servizio in Italia, Gran Bretagna, Austria, Germania e Arabia Saudita ma potrebbe venire acquisito presto anche da Oman, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. L’analisi dei costi effettuata dai canadesi può essere utile anche per valutare quanto costeranno complessivamente gli F-35 italiani, considerato che noi ne acquisiremo 90 e che di questi ben 30 sono nella versione B a decollo corto e atterraggio verticale, molto più costosa della versione A, 127 milioni contro 164 per i velivoli in acquisizione nel 2013.
Il programma F-35 è il più costoso mai realizzato in ambito militare e (è stato ribattezzato «l’aereo da un trilione di dollari» dal Wall Street Journal) e coinvolge una dozzina di Paesi inclusa l’Italia, che dovrebbe acquistarne 90. In totale gli Stati Uniti prevedono di acquistare 2.443 velivoli e almeno altri 700 dovrebbero essere acquisiti dagli alleati, ma i tagli al Pentagono e soprattutto il ripensamento del Canada potrebbero influire sul futuro del velivolo determinando un “effetto domino” su altri Paesi che hanno mostrato perplessità nei confronti dell’F-35, soprattutto sul fronte dei costi in crescita costante, come Australia e Olanda, mentre la Gran Bretagna prende tempo e non effettuerà ordini fino al 2015.
Washington non ha velivoli alternativi all’F 35 per rimpiazzare la sua flotta di F-16, A-10, Harrier ed F-18 di Aeronautica, Marines e Marina mentre l’uscita di altri Paesi dal programma potrebbe aprire nuovi mercati ai cacciabombardieri europei Typhooon, Rafale e Gripern

Con la Rivoluzione civile di Antonio Ingroia

- lavorincorsoasinistra -
Abbiamo perplessità di merito e di metodo sulla costruzione del “Quarto
Polo”. Ma se non vogliamo che il futuro politico del paese sia
tutto nelle mani di Bersani e Monti, probabili alleati di domani,
adesso è indispensabile sostenere la Rivoluzione civile di Ingroia,
sottolineando ciò che ci unisce e tralasciando ciò che ci può
dividere.

 di Angelo d’Orsi Sto
seguendo, come tanti, le vicende relative alla costruzione di un
possibile “Quarto Polo”, desideroso, per una volta, di uscire dal
ruolo dell’osservatore, sia pure partecipe e simpatetico, e
impegnarmi direttamente: “metterci la faccia”, come si dice da
qualche tempo. In particolare sono stato stimolato dall’iniziativa
di Luigi De Magistris. Ho provato a seguire anche, in certa misura,
“Cambiare si può”, partecipando a qualche assemblea. L’ultima delle
quali, domenica 29 dicembre, a Torino, mi ha gettato nello
sconforto. I “garanti” reduci da incontri con Antonio Ingroia,
hanno annunciato l’intenzione di chiudere la trattativa, a causa
della insistenza di tre segretari di partiti (Diliberto, Bonelli,
Di Pietro) disposti ad appoggiare la Lista Ingroia senza simboli,
di entrarvi. Il segretario del quarto partito (Ferrero, di
Rifondazione comunista), si è dichiarato pronto a entrambe le
opzioni ossia non ha posto una pregiudiziale. Capisco che la
“pretesa” non sia piaciuta, ma è anche vero che questi partiti
(PDCI, IDV, Verdi e PRC), sono i soli in grado di fornire una trama
organizzativa, di raccogliere le firme in tempo utile e (per IDV)
di dare un sostegno finanziario. La linea di “Cambiare si può”
voleva essere quella di un totale rinnovamento : insomma via i
vecchi modi e le vecchie facce. E su questo scoglio si è incagliata
la nave unitaria. Addirittura nell’assemblea torinese, dopo un
ultimo colloquio telefonico tra uno dei promotori (Livio Pepino,
che poi ha spiegato il suo punto di vista sul Manifesto del 30
dicembre), si è mostrato un frammento – poco felice – della diretta
streaming della Conferenza stampa di Ingroia, commentata dal palco
e dalla platea, opportunamente sollecitata, con lazzi e frizzi.
Alcuni degli interventi degli oratori (tutti o quasi esponenti
della “società civile”, ossia di gruppi movimenti associazioni, e
qualcuno del PRC) a partire da quel momento sono andati molto sopra
le righe. Ho sentito parlare della necessità della “purezza” (a cui
strada, forse lo si dimentica, conduce diretta al gulag), e
addirittura in riferimento ad Ingroia (fino a due ore prima “il
nostro candidato premier”), “con gente così non dobbiamo avere
alcun rapporto”. Non so come saranno gli esiti delle votazioni
telematiche in relazione alla decisione dei tre garanti (una delle
quali, Chiara Sasso, si è esibita in una performance “letteraria”,
assai discutibile nella forma e nella sostanza, tutta contro
Ingroia e De Magistris e Di Pietro), ma l’esito politico appare
scontato: nessuna intesa con il Movimento Arancione. E voto libero.
Il che, stando agli umori registrati nell’assemblea significherà,
per la maggioranza dei casi, astensione, rinuncia al voto, scheda
bianca, nelle prossime elezioni. Un bel risultato, per chi voleva
rifondare, lodevolmente, la politica. E per chi voleva
rivitalizzare la sinistra. So che sul piano della teoria, il gruppo
promotore di “Cambiare si può” ha ragione. Ma la politica deve
saper combinare il principio di piacere con il principio di realtà.

Il deleterio modello tedesco e i luoghi comuni sul welfare

  
400euro
Weimar, marzo 2012: “Cercasi commessa a 400 euro” – foto di V.Giacché
Il sistema di welfare non è nato per accompagnare la flessibilità e la moderazione salariale, come molti fan del “modello tedesco” sembrerebbero suggerire. Ecco perché sarebbe suicida per i progressisti italiani riproporre fuori tempo massimo (e senza risorse) le ricette di moda negli anni ’90.
di Guido Iodice e Daniela Palma – Keynes Blog, da MicroMega on line


Un articolo di Giovanni Perazzoli su MicroMega online [1] indica Keynes blog tra quelle fonti che diffonderebbero false informazioni sulla situazione sociale in Germania. Addirittura, veniamo accusati di essere parte di una “controinformazione italiana” la quale mirerebbe a “smentire che in Germania i salari siano più alti che in Italia”.
In primo luogo è bene chiarire che l’articolo a cui si riferisce implicitamente il nostro critico [2] è stato tratto da Voci dalla Germania [3], che a sua volta riprendeva i contenuti da due siti tedeschi. La “controinformazione” di cui saremmo un pericoloso tentacolo avrebbe perciò radici nella stessa Germania. Ma questo è evidentemente un argomento minore.
Ciò di cui Perazzoli sembra proprio non rendersi conto è che la sua argomentazione integra e conferma la tesi che abbiamo esposto, ossia che il “reddito minimo di cittadinanza”, di cui egli è un sostenitore, è esattamente ciò che ha permesso alla Germania di rendere socialmente sopportabili i mini-jobs, cioè il lavoro sottopagato. Come lo stesso Perazzoli spiega, infatti:
i Mini-Job sono lavori part-time da 400 euro al mese netti rivolti per principio agli studenti, e che – attenzione – si possono sommare a Hartz IV, il reddito minimo garantito tedesco. Nella formula base del reddito minimo garantito questo significa aggiungere altri 360 euro al mese e in più c’è l’affitto pagato per l’alloggio (!), le cure mediche, i soldi per il riscaldamento (!) e una riduzione per i trasporti. Il netto percepito dalla somma arriva a 560 euro al mese. Ognuno comprende il significato del fatto che l’affitto dell’alloggio non pesi sul reddito. E parliamo comunque della base del sussidio: poi per ogni eventuale figlio debbono essere calcolati altri 250 euro circa.
L’entusiasmo che traspare da queste righe per il modello tedesco si riflette anche nel resto dell’articolo, quando, dopo aver rilevato che i “mini-jobs” sono criticati dai sindacati perché destrutturano il mercato del lavoro, si chiede “Ma è sempre un male? Bisognerebbe aprire un discorso (serio) sul lavoro che cambia, e sul ruolo che deve avere il welfare in questo contesto.”
Questo “discorso sul lavoro che cambia e sul ruolo che deve avere il welfare in questo contesto” è ciò che ha attraversato i progressisti europei (compresi quelli italiani) dalla metà degli anni ’90 in poi. La tesi è (era) che il lavoro stabile – quello a tempo indeterminato e ben retribuito – è ormai un miraggio per una serie di motivi (cambiamenti tecnologici, globalizzazione della produzione, ecc.) e che contro questi cambiamenti non è possibile – o sarebbe comunque inutile – porre argini. Si deve quindi abbandonare ogni velleità circa la difesa del “posto fisso” (che, come sostiene il premier italiano Mario Monti è “noioso”) e acconciarsi a “proteggere il lavoratore, non il posto di lavoro”, per usare un’espressione tornata in voga grazie al ministro Elsa Fornero. Via quindi alla flexsecurity: si cancellino pure le garanzie nel mercato del lavoro in cambio di maggiori emolumenti dal welfare state. Vale a dire quel che ha fatto la Germania con le riforme Hartz.

mercoledì 2 gennaio 2013

L’FMI ammette: l’Islanda aveva ragione, avevamo torto noi

- informarexresistere - 


Per circa tre anni, i nostri governi, la cricca dei banchieri e i media industriali ci hanno garantito che loro conoscevano l’approccio corretto per aggiustare le economie che loro avevano in precedenza paralizzato con la loro mala gestione. Ci è stato detto che la chiave stava nel balzare sul Popolo Bue imponendo “l’austerità” al fine di continuare a pagare gli interessi ai Parassiti delle Obbligazioni, a qualsiasi costo.
Dopo tre anni di questo continuo, ininterrotto fallimento, la Grecia è già insolvente per il 75% dei suoi debiti
e la sua economia è totalmente distrutta. La Gran Bretagna, la Spagna e l’Italia stanno tutte precipitando in una spirale suicida, in cui quanta più austerità quei governi sadici infliggono ai loro stessi popoli tanto peggiore diventa il problema del loro debito/deficit. L’Irlanda e il Portogallo sono quasi nella stessa condizione.
Ora, in quello che potrebbe essere il più grande “mea culpa” economico della storia, i media ammettono che questa macchina governativa-bancaria-propagandistica della Troika ha avuto torto per tutto il tempo. Sono stati costretti a riconoscere che l’approccio dell’Islanda al pronto intervento economico è stato quello corretto sin dall’inizio.

Quale è stato l’approccio dell’Islanda? Fare l’esatto contrario di tutto ciò che i banchieri che gestivano le nostre economie ci dicevano di fare. I banchieri (naturalmente) ci dicevano che dovevamo salvare le Grandi Banche criminali a spese dei contribuenti (erano Troppo Grandi Per Fallire). L’Islanda non ha dato nulla ai banchieri criminali.
I banchieri ci dicevano che nessuna sofferenza (del Popolo Bue) sarebbe stata troppo grande pur di garantire che i Parassiti delle Obbligazioni fossero rimborsati al cento per cento di ogni dollaro. L’Islanda ha detto ai Parassiti delle Obbligazioni che avrebbero ricevuto quel che sarebbe rimasto dopo che il governo si fosse preso cura del popolo.
I banchieri ci dicevano che i nostri governi non potevano più permettersi la stessa istruzione, lo stesso sistema pensionistico e di assistenza sanitaria che i nostri genitori avevano dato per scontato. L’Islanda ha detto ai banchieri che quello che il paese non poteva più permettersi era di continuare a vedersi succhiare il sangue dai peggiori criminali finanziari della storia della nostra specie. Ora, dopo tre anni abbondanti di questa assoluta dicotomia nelle scelte politiche, è emerso un quadro chiaro (nonostante gli sforzi migliori della macchina della propaganda per celare la verità).
Nel loro stile tipico, nel momento in cui i media dell’industria sono costretti ad ammettere di averci gravemente disinformati per molti degli ultimi anni, vengono immediatamente schierati i revisionisti per riscrivere la storia, come dimostrato da questo estratto da Bloomsberg Businessweek: … l’approccio dell’isola al proprio salvataggio ha portato a una ripresa “sorprendentemente” forte, ha affermato il capo della missione del Fondo Monetario Internazionale nel paese.
In realtà, dal momento in cui è stato orchestrato il Crollo del 2008 e i nostri governi moralmente in bancarotta hanno cominciato ad attuare i piani dei banchieri, io ho scritto che l’unica strategia razionale era di mettere il Popolo prima dei Parassiti. Anche se non mi aspettavo che i decisori della politica nazionale traessero la loro ispirazione dai miei scritti, quando stilavo le ricette economiche per le nostre economie non ho basato le mie idee sulla compassione o semplicemente sul “fare la cosa giusta”.
Ho, invece, costantemente sostenuto che il fatto che “l’approccio islandese” fosse l’unica strategia che aveva una possibilità di riuscita era una questione di semplice aritmetica e dei più elementari principi dell’economia. Quando Plutarco, 2.000 anni fa, scriveva che “uno squilibrio tra i ricchi e i poveri è il male più fatale di tutte le repubbliche” non stava ripetendo a pappagallo un dogma socialista (1.500 anni prima della nascita del socialismo).
Plutarco stava semplicemente esprimendo il Primo Principio dell’economia; qualcosa su cui tutti gli economisti capitalisti moderni che ne hanno seguito le orme hanno basato le loro stesse teorie. Quando gli economisti moderni esibiscono il loro gergo, come nel caso della Propensione Marginale al Consumo, esso è francamente basato sulla saggezza di Plutarco: che un’economia sarà sempre più sana con la sua ricchezza nelle mani dei poveri e della Classe Media invece che essere accumulata ricchi pidocchiosi (e giocatori d’azzardo).
Così quando i Revisionisti di Bloomberg tentano di convincerci che la forte (e reale) ripresa economica dell’Islanda è stata una “sorpresa” ciò potrebbe essere vero se nessuno dei nostri governi, nessuno dei banchieri e nessuno dei preziosi “esperti” dei media comprendesse i più elementari principi dell’aritmetica e dell’economia. E’ questo il messaggio che i media vogliono comunicare?
Quello che qui è ancor più insincero è il tono congratulatorio di questo esercizio di Revisionismo, poiché nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Come ho detto in dettaglio in una serie di quattro articoli un anno fa, la campagna di “stupro” economico perpetrata contro i governi d’Europa negli ultimi due anni e mezzo (in particolare) è stata espressamente mirata a cancellare “l’opzione islandese” per gli altri governi dell’Europa.
Uno dei motivi per cui l’Islanda è stata in grado di sfuggire alla garrota della cricca bancaria occidentale è che la sua economia (e il suo popolo) conservavano ancora una prosperità residua sufficiente a resistere, mentre la cricca bancaria cercava di strangolare l’economia dell’Islanda come punizione per aver respinto la loro Schiavitù del Debito.
Così, l’austerità non è stata niente di meno di una campagna deliberata per distruggere queste economie europee in modo tale che gli Schiavi fossero troppo economicamente deboli per essere in grado di recidere il loro collare. Missione compiuta!
Si può solo ritenere che né i media dell’industria né i Banchieri Padroni avrebbero consentito che questo chiaro riconoscimento che l’Islanda aveva ragione e noi avevamo torto comparisse sulle loro pagine, a meno che si sentissero sicuri di sapere che tutti gli altri Schiavi del Debito erano stati paralizzati oltre la loro capacità di sfuggire mai a questa oppressione economica.
In effetti, quale prova di questo, non dobbiamo che guardare alla Grecia, l’unica altra nazione europea in cui c’erano state “avvisaglie” (cioè rivolte) mirate a rovesciare il Governo Traditore che aveva servito la cricca dei banchieri. Dopo due elezioni, la combinazione di paura e propaganda ha intimidito il popolo greco da lungo tempo sofferente al punto da fargli scegliere un altro Governo Traditore, che si era espressamente impegnato a rafforzare i vincoli della schiavitù economica. Quando gli Schiavi votano per la schiavitù, i Padroni degli Schiavi possono permettersi di gongolare.
Qui, lo scopo di questa propaganda di Bloomberg non è stato di elogiare il governo islandese (quando sia i banchieri sia i media dell’industria disprezzano l’Islanda con tutta la loro considerevole malignità). Piuttosto, l’obiettivo di questa disinformazione è stato di costruire una nuova Grande Bugia.
Invece della Verità, che dal primo giorno l’approccio islandese era l’unica strategia possibile che avrebbe potuto avere successo, mentre i nostri governi hanno scelto una strategia destinata a fallire, otteniamo la Grande Bugia. I nostri Governi Traditori avevano agito onestamente e onorevolmente e il successo dell’Islanda e il nostro fallimento sono stati ancora un’altra “sorpresa che nessuno avrebbe potuto prevedere”.
Abbiamo assistito esattamente allo stesso Revisionismo dopo lo stesso Crollo del 2008, quando i media convenzionali hanno tirato in ballo tutti i loro esperti nell’imbonimento per dirci che erano rimasti “sorpresi” da quell’evento economico, mentre quelli del settore dei metalli preziosi erano andati profetizzando un tal cataclisma, in termini ancora più energici, per molti anni.
Il vero messaggio, cui, per i lettori, è che quando una strategia economica del Popolo prima dei Parassiti ha successo non c’è nulla di minimamente “sorprendente” al riguardo. Così come non è sorprendente che il fatto che tutto il resto del mondo intorno a noi promuova il benessere dei Parassiti, sia un bene soltanto per i Parassiti stessi.
Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/iceland-was-right-we-were-wrong-the-imf-by-jeff-neilson
Originale: thestreet.com
traduzione di Giuseppe Volpe -
Tratto da: senzasoste.it – Scritto da: Jeff Neilson


Tratto da: L’FMI ammette: l’Islanda aveva ragione, avevamo torto noi | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2013/01/01/lfmi-ammette-lislanda-aveva-ragione-avevamo-torto-noi/#ixzz2Gr05R9mt
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

Rita Levi Montalcini e il cervello da australopiteco dei maschilisti

Fonte: micromega | Autore: Maria Mantello
           
Rita Levi Montalcini. Una vita di impegno intellettuale, scientifico, sociale, soprattutto dalla parte delle donne, per la loro emancipazione e autodeterminazione. A cominciare dalla propria, quando fin dalla fanciullezza caparbiamente si oppose alle rigide regole che l’avrebbero voluta nel ruolo prefissato (“stia in casa e piaccia”, come ricorda nel suo Tempi di mutamenti).Senz’olio e controvento (è il titolo di un altro suo libro) ha dimostrato che è possibile avventurarsi con le proprie forze sulla strada libertaria dell’autodeterminazione.
Ci ha insegnato con l’esempio della sua vita che bisogna essere i creatori della nostra vita. Per questo amava ripetere: «non mi sento una scienziata, ma piuttosto un’artista della vita».
Femminista di fatto aveva dato ascolto all’illuministica forza della ragione per contrastare la “naturale” predestinazione a quel ruolo di femmina predicato dal millenarismo dominante: «un ruolo del tutto secondario… e di sottomissione al maschio … Non faceva per me».
Ed è stato l’inizio per la sua vita da donna libera e autonoma, non conforme agli stereotipi bacati ed ipocriti che ancora oggi allignano nel piccolo cervello dei reazionari nostalgici del bel tempo andato, in cui predomina l’area cerebrale pulsionale-gregaria-identitaria (estesissima nel cervello del nostro antenato australopiteco) e che ottunde quella analitico-cognitiva che pur caratterizza l’homo sapiens.
Rita Levi Montalcini che di cervello si intendeva, ha dedicato ampio spazio alla dicotomia celebrale: australopiteco-homo sapiens. Questa tematica è centrale in ogni suo scritto (da La galassia mente fino al recente La clessidra della vita) e ricorre in ogni suo pubblico intervento.
La illustrava sempre col suo dire pacato e fermo per mettere in guardia dai guasti che l’insidiosa mente-clan può provocare.
«Quello che in molti ignorano – ripeteva – è che il nostro cervello è fatto di due cervelli. Un cervello arcaico, limbico, localizzato nell’ippocampo, che non si è praticamente evoluto da tre milioni di anni fa a oggi. L’ altro cervello è quello cognitivo, molto più giovane. È nato con il linguaggio e in 150.000 anni ha vissuto uno sviluppo straordinario, specialmente grazie alla cultura. Si trova nella neo-corteccia. … Tutte le grandi tragedie – la Shoah, le guerre, il nazismo, il razzismo.. sono dovute alla prevalenza della componente emotiva su quella cognitiva» (la Repubblica, 19 febbraio 2009).
Allo studio del cervello aveva dedicato una vita di studio, questa piccola grande semplice donna che continua a vivere tra noi…
Ne era scientemente consapevole e per questo a chi le chiedeva se avesse paura della morte rispondeva: «non mi importa, perché l’eternità è nel messaggio che lasciamo».
Ha coniugato ricerca scientifica e impegno civile. Si pensi al suo apporto nelle battaglie per il divorzio, l’aborto, gli anticoncezionali. E ancora per contrastare leggi confessionali come la 40. Agli aiuti alle donne di tutto il mondo.
La scienza è cieca senza umanità. La vita è inutile se non si nutre del riconoscimento del diritto per ciascuno alla propria dignità. Non è solo amore dell’altro, sottolineava, ma molto, molto di più. È un dovere esistenziale per ciascuno!
Esempio grandioso essa stessa di come il cervello non invecchi (per la scoperta della proteina che stimola la crescita delle fibre nervose aveva ricevuto il Nobel nel 1986) se lo si impegna nello sviluppo della cognitività, negli ultimi anni si era divisa tra il suo infaticabile lavoro di ricercatrice e quello di aiuto in particolare alle donne africane.
Ancora l’emancipazione delle donne, per la dignità delle donne!
Cosa del tutto incomprensibile agli australopitechi maschilisti che non sanno uscire dalla tautologia del non senso “sono superiore perché sono maschio”.
Incapaci di conquistare al cervello analitico-critico sempre maggiori spazi di cognitività, non comprendono che Lucy ne ha fatto di cammino.
Allora aprano la botola del loro recinto mentale e camminino. Perché, per usare ancora le parole di Rita Levi Montalcini «la mente dell’uomo diretta dalla cognitività arriva all’autocoscienza, ovvero alla consapevolezza di essere proprietari della propria mente, che è la più bella esperienza per la quale vale la pena di vivere».

"Caro Beppe, i partiti hanno radici nella società e servono"

Fonte: Il Fatto Quotidiano
 Lettera di Antonio Ingroia a Beppe Grillo:
Caro Beppe Grillo, ti scrivo questa lettera da qui, dal Guatemala, mentre mi preparo a rientrare definitivamente in Italia per partecipare anch’io come te alla campagna elettorale. Ci conosciamo da anni, da quando facevamo mestieri diversi, spesso sullo stesso fronte nella critica radicale di un certo ceto politico e classe dirigente. Venivo a tutti i tuoi spettacoli, e tu più di una volta mi hai citato a Palermo per manifestarmi il tuo sostegno nell’azione giudiziaria contro potentati criminali e politico-economici. Poi hai fatto una scelta di impegno politico che ho capito solo strada facendo, e che ha l’indubbio merito di avere sottratto all’astensionismo tanti italiani, delusi e arrabbiati, recuperandoli ad una politica di partecipazione dal basso, colpevolmente liquidata dall’establishment come ‘antipolitica’, una demonizzazione che ha finito per favorire l’espansione del tuo movimento.
Cosa, peraltro, positiva, visto che certe battaglie politiche sarebbero altrimenti rimaste ‘orfane’, dalle battaglie per la moralizzazione della politica e la drastica riduzione dei suoi costi a quelle per uno sviluppo sostenibile, sostanziatosi nel sostenere il movimento NO TAV e tante altre iniziative. È una situazione di emergenza democratica quella che abbiamo davanti. Un’emergenza di fronte al rischio di tracollo. Ed è quindi arrivato il momento della responsabilità, in cui ciascuno deve impegnarsi anche rischiando in proprio.
È con questo spirito che ho accettato di affrontare l’impresa della lista civica ‘Rivoluzione Civile’. Con tutti i rischi che ne conseguono. A me non interessano seggi parlamentari e neppure prebende politiche. Ne avrei potute avere quante ne volevo, ma ho rifiutato perché non mi interessano. La mia impresa ha delle similitudini con le tue originarie motivazioni. Mettersi in gioco per ideali in cui si crede nella convinzione che non si debba delegare e ci si debba impegnare in prima persona da “non professionisti della politica”.
Ma i partiti, caro Beppe, servono, e soprattutto i partiti che hanno ancora radici nella società e che hanno combattuto battaglie dentro e fuori dal parlamento per contrastare berlusconismo e montismo pagando prezzi non indifferenti. Vanno valorizzati con la società civile e per la società civile. A questi partiti ho chiesto tangibili passi indietro e già ne sono stati fatti ed altri ne faranno perché credono nel nostro progetto. Quindi, nessuna foglia di fico per nessuno, figuriamoci! Questo Paese vogliamo cambiarlo in modo pacifico ma radicale? Vogliamo esprimere una politica di governo nuova e rivoluzionaria? Allora, bisogna confrontarsi. Senza diffidenze e pregiudizi. Per uscire dalla contestazione fine a se stessa. Ci sono cose che io non condivido in alcune tue posizioni e non ho condiviso alcune tue ‘esternazioni’. Nello stesso modo, potrai non condividere alcune mie scelte. Ma siamo due ‘non professionisti della politica’ che si sono messi a disposizione degli italiani, ed abbiamo quindi il dovere di praticare sempre il confronto e l’ascolto. Molte battaglie tue sono le nostre, molti punti programmatici nostri sono i tuoi. La gente capisce poco certe divisioni fra movimenti politici che perseguono obiettivi in parte comuni. La capacità di ascolto è dote rara in politica. Dimostriamo di voler cambiare il Paese anche in questo.

Crisi, i ricchi sono sempre più ricchi. In un anno accumulati 241 mld in più

Autore: fabrizio salvatori - controlacrisi - 
       
Sempre piu' ricchi nel mondo. Nonostante la crisi, l'aumento delle tasse e l'incertezza per il futuro, nell'anno appena passato i cento uomini piu' facoltosi del pianeta hanno aumentato il loro patrimonio complessivo. Secondo il Bloomberg Billionaires Index il capitale aggregato dei piu' benestanti del mondo e' salito di 241 miliardi di dollari all'impressionante cifra di 1.900 miliardi. Su cento patrimoni 'censiti', si legge sul sito Bloomberg.com, solo sedici hanno subito perdite rispetto al 2011. Il primo della classifica e' Amancio Ortega, patron (tra l'altro) del marchio Zara. In 12 mesi le sue disponibilita' sono quasi raddoppiate: sono aumentate di 22 miliardi di dollari a 57,5 miliardi. Carlos Slim, il magnate delle telecomunicazioni che la messicana America Movil, ha mantenuto il titolo di uomo piu' ricco del mondo. Secondo la tabella stilata da di Bloomberg il suo patrimonio netto e' aumentato del 21,6%: 13,4 miliardi in piu' dell'anno precedente. Anno meraviglioso anche per Bill Gates. Il co-fondatore della Microsoft ha aggiunto 7 miliardi ai suoi averi. Per il segretario del Prc Paolo Ferrero, che ha commentato a caldo la stima di Bloomberg, "l’aumento di 241 miliardi di dollari nel corso del 2012 dei patrimoni dei 100 più ricchi del mondo è semplicemente vergognoso". "La cosa è tanto più vergognosa per una semplice verità che tutti tacciono: l’aumento delle grandi ricchezze è legato direttamente all’impoverimento di milioni di persone. Per questo serve una tassa sulle grandi ricchezze e per questo serve una rivoluzione civile: per redistribuire la ricchezza", ha aggiunto Ferrero.

Margherita Hack conferma sostegno a Ingroia

Fonte: oltremedianews.com   
La rivoluzione civile di Antonio Ingroia raccoglie giorno per giorno nuove adesioni. Tra le personalità che garantiranno il loro sostegno al soggetto politico ci sarà anche Margherita Hack così come ha ribadito in una dichiarazione rilasciata oggi al nostro giornale.
“Sono perfettamente d’accordo con le proposte di Antonio Ingroia, le condivido e mi sento in piena sintonia con lui e con il movimento che sta crescendo al suo fianco. Credo che in questa fase particolare della vita politica italiana ci sia un gran bisogno di persone come lui che hanno un passato di vita, anche rischiosa, interamente dedicata al Paese. Ingroia è uno di quelli che fanno i fatti e non le chiacchiere. Mi auguro che riesca con il suo movimento a cambiare realmente l’Italia, perché c’è un gran bisogno di cambiamento.” – con queste parole la nota astrofisica Margherita Hack ribadisce a OltremediaNews il suo apprezzamento e il suo sostegno alla candidatura di Ingroia.
“Non è un’impresa facile. – aggiunge - Questo nostro Paese è regredito a livelli vergognosi con il ventennio di Berlusconi. Mi auguro che, con Ingroia, si ritrovi il senso dell’onestà, del rispetto delle leggi, del rispetto del bene comune e della cosa pubblica, insomma una rivoluzione civile come dice il suo slogan. L’Italia è composta in gran parte di gente onesta e operosa e vi è una enorme indignazione per tutte queste ruberie che si sono avute anche nel mondo della politica. Serve quindi una nuova moralità pubblica che è completamente sparita e servono persone che guardino agli interessi della collettività e che portino avanti una lotta efficace all’economia criminale che ormai è molto ramificata da nord a sud.”
Margherita Hack, che è stata sempre presente del dibattitto politico, ritiene molto utile la battaglia del magistrato palermitano anche alla luce della crisi economica. “Sono d’accordo con Ingroia – prosegue - anche quando dice che i lavoratori e il ceto medio hanno pagato la gran parte del costo della crisi. Il professor Mario Monti è persona onesta e rispettabile, ma è un economista di destra e le sue ricette economiche sono di destra. Con la crisi è cresciuto il divario fra i ricchi e i poveri nel nostro Paese.”
Da una scienziata non può mancare una valutazione sulle politiche della ricerca e dell’istruzione che sono state anch’esse oggetto dei pesanti tagli di spesa: “La Ricerca scientifica e quella finalizzata all’innovazione è fondamentale per lo sviluppo di un paese. E’ una voce – afferma la Hack - che non va assolutamente tagliata, al contrario bisogna investire nella ricerca perché è quel settore che fa crescere e aiuta ad uscire dalla crisi. I tagli si sono abbattuti anche sulle università, ma è un errore. Le nostre università sono buone nonostante i casi di nepotismo e clientelismo che si sono verificati. La dimostrazione sulla buona qualità dei nostri atenei l’abbiamo quando vediamo i nostri ricercatori che vanno all’estero. Si trovano tutti bene perché sono ben preparati. Non si può tagliare sul sapere e sulla conoscenza. Lo stesso discorso vale per la scuola. Gli insegnanti hanno il compito delicatissimo di preparare e formare i ragazzi e si ritrovano umiliati da stipendi bassi e scarsa considerazione del loro lavoro. Questo crea frustrazione. E invece bisogna ritrovare la fiducia in noi stessi e nel futuro del nostro Paese. L’impegno di Antonio Ingroia va nella giusta direzione”.

martedì 1 gennaio 2013

Un programma per il nuovo governo

- lavorincorsoasinistra -

da Scienzainrete
Il prossimo febbraio, probabilmente il 24, andremo a votare. In queste ore si stanno formando le liste e gli schieramenti. Ma, al di là del problema finanziario e del rapporto con il resto dell’Europa, ancora non si intravede tra le varie liste e i vari schieramenti che si vanno formando un’idea davvero forte per il programma economico e sociale. Partecipare alle elezioni, ma per fare cosa? Ogni idea dovrebbe partire da un’analisi dei fatti. Fondata sulle grandi tendenze economiche e sociali. Ma anche su quello che “sentono” i cittadini. Sulla percezione pubblica dell’economia e del vivere sociale. Questi vari elementi sembrano, una volta tanto, suggerirci la medesima, univoca interpretazione. Il paese è in declino. Si tratta di una crisi grave – strutturale, si diceva un tempo – che nasce dalla finanza (i conti pubblici da mettere a posto) e dalla cosiddetta economia reale (la recessione). Ma la crisi non è solo economica: è anche culturale e sociale. I cittadini italiani “sentono” il declino.
Qual è la causa di questo declino? L’analisi che propongono coloro che hanno firmato l’appello “Rilanciamo il dibattito per rafforzare la ricerca in Italia” è piuttosto netta. La causa profonda del declino italiano consiste nel fatto che la specializzazione produttiva del sistema paese non è più competitiva. Abbiamo scelto, in un periodo preciso (l’inizio degli anni ’60 del secolo scorso), con persone precise (di cui alcuni storici, come a esempio, Gianni Paoloni sono in grado di fare, documenti alla mano, nomi e cognomi), di seguire una strada di sviluppo diversa da ogni altro paese industriale. Per alcuni questa strada ha costituito un vero e proprio modello alternativo a quella degli altri paesi industriali: un «modello di sviluppo senza ricerca». In pratica, l’Italia è diventata un grande paese industriale (secondo, in Europa, solo alla Germania), ritagliandosi una nicchia isolata nell’ambito dei prodotti a bassa innovazione tecnologica. Nella scelta di questo peculiare modello l’Italia ha puntato essenzialmente su due fattori: il basso costo del lavoro rispetto a quello degli altri paesi industriali e la periodica svalutazione, cosiddetta competitiva, della sua moneta, la lira.
Per due o tre decenni – quando eravamo “i più poveri tra i ricchi” – il modello ha funzionato. L’Italia poteva vantare la maggiore crescita economica al mondo, dopo quella del Giappone. Ma negli anni ’80 il modello ha iniziato a mostrare i suoi limiti. Ma dagli anni ’90 l’Italia non può più possibile utilizzare nessuno delle due antiche leve. Paesi poveri, che una volta si chiamavano “in via di sviluppo”, perché sostanzialmente fuori dal sistema industriale e commerciale mondiale, hanno fatto irruzione sulla scena (la cosiddetta nuova globalizzazione), con un costo del lavoro decisamente inferiore italiano. Nel medesimo tempo l’Italia è entrata prima nel sistema di cambi fissi dell’Unione Europea e poi nel sistema monetario fondato su una moneta forte e non svalutabile a piacere, l’euro. Da venti anni almeno, dunque, abbiamo perso le due antiche leve: il costo del lavoro italiano è di gran lunga più elevato rispetto a quello dei nuovi paesi competitori a economia emergente (inclusi Cina, India, molti altri paesi del Sud-est asiatico, ma anche Brasile, Sud Africa e altri paesi sia latino-americani che africani); non abbiamo più la “liretta” da svalutare, ma al contrario un moneta, l’euro, forte e (tutto sommato) solida. In questi venti anni non abbiamo preso atto che il “mondo è cambiato”. Che le due antiche leve che garantivano il successo al «modello di sviluppo senza ricerca» non potevano essere più utilizzate. Che la nuova situazione lasciava aperta la porta a due sole possibilità: o un declino sempre più profondo o un’impresa titanica, al limite della velleità: il rapido cambiamento della specializzazione produttiva. Il sistema Italia deve iniziare a produrre altri beni, diversi da quelli prodotti nell’ultimo mezzo secolo.

Inquietante sentenza Corte di Giustizia UE: i giornalisti non possono richiedere documenti sulla BCE

- agoravox -



Nel più assoluto silenzio dei media e, naturalmente, della politica impegnata in una faticosa opera di autoreferenzialità, almeno in Italia, la Corte di Giustizia della Comunità Europea mette il lucchetto al diritto di informazione sulle scelte e sulle valutazioni finanziaria ed economiche della BCE. Con la sentenza resa nella causa T590/10 viene stabilità la legittimità del rifiuto, da parte della BCE, di fornire a due giornalisti britannici documenti relativi alla crisi economica in Grecia. Costituisce quindi facoltà della Banca Centrale negare l’accesso ai suoi documenti adducendo il “pregiudizio” alla politica economica europea che ne deriverebbe dalla pubblicazione.
La decisione resa dalla Corte di Giustizia è inquietante perché sicuramente lesiva del diritto di informazione e di conoscenza del cittadino. Quel cittadino che sta pagando, in Grecia come in Spagna ed in Italia, errori, incapacità, inadeguatezze e forse anche comportamenti criminali ascrivibili alle scelte finanziarie ed economiche di “poteri” autorizzati ad agire senza il controllo della Politica.
La sig.ra Gabi Thesing è giornalista presso la Bloomberg Finance LP, che esercita le proprie attività a Londra con il nome Bloomberg News. Il 20 agosto 2010, ha chiesto alla BCE l'accesso a due documenti intitolati «L’impatto su deficit e debito pubblici degli swap negoziati fuori borsa. Il caso della Grecia» e «L’operazione Titlos e la possibile esistenza di operazioni analoghe con impatto sui livelli di debito e deficit pubblici della zona euro». La BCE ha negato l'accesso a tali documenti adducendo a motivazione la tutela dell'interesse pubblico per quanto riguarda la politica economica dell'Unione europea e della Grecia. La sig.ra Thesing e la Bloomberg Finance LP hanno contestato tale decisione dinanzi al Tribunale.
E’ legittimo domandarsi, in tale contesto, se il significato di quel diniego sia davvero espressione di una tutela dell’interesse generale o non piuttosto la strada obbligata per coprire irregolarità, scorrettezze se non illeciti sui quali i Governi e le autorità centrali (compresa la stessa BCE) hanno “chiuso gli occhi”. Una colpevole indifferenza durata per decenni di attività economica e finanziaria senza riguardo, nemmeno, per le poche regole di disciplina e comportamento esistenti. Una situazione creatasi perché nel tempo, i governi e le banche, hanno tollerato, se non avallato, ogni tipo di operazione finanziaria; anche al limite del sostenibile e del lecito. Con la conseguenza che il “tollerare” rinvia a precise responsabilità della politica e delle autorità nazionali, dimostratesi incapaci di disciplinare la delicata materia finanziaria e l’attività del mercato.
Non sorprenderebbe scoprire che una tale tolleranza sia stata a lungo alimentata da connivenze, da pratiche corruttive, da “scambi di favore” di ogni genere. Non si può infatti dubitare del “peso” enorme che i mercati hanno sulla politica e nemmeno si può dubitare della differente evoluzione dell’Unione Europea Economica rispetto a quella politica ( che fatica e non poco ad arrivare ). Una considerazione che richiama l’idea del “ricatto” e che non sarebbe necessario immaginare ed ipotizzare sul tavolo di chi oggi gestisce la “crisi”, se fin dell’inizio ciascuno avesse fatto il proprio dovere ed avesse assolto al proprio ruolo.
Dubbi che aumentano – con il rischio di diventare certezza – allorché documenti di interesse pubblico vengono secretati nel nome di una non bene definita tutela generale. Forse, che scoprire l’illecito possa destabilizzare? Ma occorrerebbe chiarire definitivamente chi risulterebbe danneggiato da quei documenti. Non certo quei milioni di cittadini europei che hanno pagato con la perdita della dignità e con la più assoluta povertà gli interessi di una finanza che ormai non tollera alcun controllo.

lunedì 31 dicembre 2012

AntiMessaggio di Fine Anno

31 dicembre 2012 - 20.30
- Paolo Becchi -               
Anti-Messaggio di Fine Anno - Paolo Becchi Capodanno 2013

Buona sera e Buon Anno a Voi tutti, italiane e italiani di ogni generazione. È con profonda commozione che mi rivolgo a Voi, cari sudditi … pardon, cari concittadini, in questi tempi così difficili, ma anche così pieni di speranza e di fiducia per il futuro che ci attende. Questo è stato un anno difficile per la nostra amata Costituzione, la nostra amatissima Carta nella quale sono enunciati i valori e i principi fondamentali cui si ispirarono quanti, sacrificando se stessi e la propria vita, hanno consegnato alle generazioni successive una Repubblica nuova e libera. Spetta a ciascuno di noi, in nome di quegli stessi principi, continuare ad amarla e consolidarla, perché, ricordatevi, chi lascia la strada vecchia per la nuova…

Ma cosa sto dicendo?!... Qui bisogna cambiare tutto, anche questi proverbi…scusate, ora ricomincio tutto da capo.
Poveri italiani: I proverbi dei vecchi fanno morire i giovani di fame. Non abbiamo più una Costituzione, dopo che per tutto questo anno è stata stuprata da coloro che erano incaricati di difenderla e di garantirne il rispetto. Essa è stata trasformata nel canovaccio di un indegno spettacolo.
L’anno finisce come era iniziato il precedente: con la liquidazione di ogni forma di governo rappresentativo e con l’eliminazione di ogni garanzia di democrazia a favore dei cittadini e degli elettori. Che sia in carica o dimissionario, il Governo Monti è uno spettro che si aggira dentro la nostra Costituzione. E’ un fantasma, il fantasma di una Terza Repubblica che sta nascendo a forza di interpretazioni faziose del testo costituzionale, di ossequio formale alla legalità e di violazione di ogni principio democratico di legittimità.

Come tutto ciò è cominciato lo sapete: una telefonata. A volte una telefonata allunga la vita - si diceva - una telefonata del Presidente della Repubblica tedesco Christian Wulff a Re Giorgi: “Lieber Giorgio, wie geht’s Frau Clio?” Senti, guarda, abbiamo un problema…bisognerebbe rovesciare il governo di Berlusconi. Già, proprio così. Lo capisci anche tu, ormai la situazione è diventata insostenibile, e non si tratta di Ruby… “Eine schöne Frau, übrigens”. Che ne dici di Monti? Sì, Mario Monti, lui…l’uomo che rappresenta l’Europa nel Bilderberg, consulente internazionale per molti anni di Goldman Sachs. Re Giorgio ascolta, annuisce… Lo spread che sale, sale sempre più, e noi, e noi ancora più giù. Berlusconi si dimette. Si sciolgono le Camere. Si va alle elezioni? E per quale motivo? C’è la “responsabilità” nazionale che ora, stimolati da Re Giorgio, Centro e Sinistra invocano. Monti sale al governo e lo spread scende. Strana storia, una storia sbagliata: una storia da basso impero, una storia da una botta e via, come cantava De André.

Bisogna salvare l’Italia: o meglio l’Europa, o meglio l’Euro, vale a dire gli interessi finanziari di un potere transnazionale, occulto, invisibile, di banchieri e finanzieri. Piccolo inconveniente: per fare tutto ciò, occorre “ritoccare” la Costituzione. Ma che problema c’è? In una sola seduta, nel silenzio pressoché assoluto da parte dei giornali e dei media, il Parlamento ha modificato quattro articoli. Presa in un colpo solo la quaterna: 81, 97, 117 e 119 sulla ruota della Costituzione, introducendo il principio del pareggio di bilancio. Poi si ratifica, senza nessuna obiezione, il fiscal compact. E si va avanti così a colpi di maggioranze bulgare e decreti-legge.

Certo, c’è però in giro un po’ di malcontento. E a Re Giorgio non piace che i suoi sudditi vengano resi inquieti da “facili populismi”. Meno male, dichiara, che sono stati “messi a tacere”. Sono degli irresponsabili. Cosa vogliono? Chi sono? Sono, caro Presidente, le forze di un popolo, quello italiano, che non ne può più, e che si sono organizzate, per la prima volta nella storia di questo Paese, in un MoVimento che, nonostante i continui tentativi di bloccarlo e di infamarlo, è arrivato ad essere la prima forza politica in Sicilia. Doveva accadere che un vero MoVimento di opposizione al potere, al sistema di Bruxelles, alla speculazione parassitaria, alla moneta unica, minacciasse finalmente la pax politica imposta a colpi di spread.
Poco male, per Re Giorgio. Lui, per un po’, non se ne preoccupa, ma continua a telefonare…ma quanto telefona Napolitano? La magistratura lo intercetta, nell’ambito di indagini sulla trattativa Stato-mafia. Telefonate irrilevanti, forse. Fatto sta, che bisogna distruggerle. Lo dice la Corte Costituzionale: l’immunità del Capo dello Stato non si discute. Bisogna distruggere tutto e subito, senza neppure aspettare, come vuole la legge penale, un’apposita udienza davanti al giudice.

Il messaggio indiretto a Berlusconi è chiaro: se c’è voluta persino la Corte per salvare Re Giorgio dalla giustizia forcaiola, cosa potrà mai fare un Berlusconi abbandonato da tutti? Soli si muore. E così assistiamo, anche se siamo solo a Natale, alla prima resurrezione politica della storia nazionale. Ma come: “Ancora lui, ma non dovevamo rivederlo più? E ci scappa da ridere”, su quello che succede dopo. Ritira informalmente la fiducia al Governo e spara a zero su Monti, poi cambia idea e sperando nell’amorevole compassione di Re Giorgio candida Monti alla guida dei moderati. Il pensiero è stupendo: e tu, e noi, e lui fra noi. Ma Re Giorgio, il triangolo no, non l’aveva considerato, e anzi si è proprio rotto di tutto questo teatro, e impone le elezioni, anticipate quel tanto che basta per essere ancora lui a gestire la formazione del nuovo Governo. Amen, con tanto di sacra benedizione della Conferenza Episcopale Italiana e del Vaticano, ultimi sponsor ufficiali della ditta “Rigor Mortis & Co”. Si ristabilisce finalmente quell’alleanza tra Trono e Altare che era venuta meno con la fine della res publica christiana.

Siamo alla fine dell’anno. “Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’”, mi scrive Domenico Corradini, illustre avvocato nonché filosofo del diritto italiano e decano della disciplina, facendomi un sacco di domande imbarazzanti, del tipo:

  1. Per quanti anni Napolitano ha promulgato senza quasi batter ciglio e senza rinviarle alle Camere le leggi ad personam di Berlusconi? Si è così dimostrato un partigiano della Costituzione?
  2. Perché Napolitano non ci ha mandato alle elezioni dopo che Berlusconi è uscito da palazzo Chigi e ha preferito formare un suo governo tecnico sotto sua tutela e a dispetto della sovranità popolare che al popolo appartiene? Si è così dimostrato un partigiano della Costituzione?
  3. Perché il governo Monti-Napolitano con la Severino al ministero della Giustizia non ha provveduto ad abrogare le leggi ad personam di Berlusconi? Si è così dimostrato un partigiano della Costituzione?
  4. Perché Napolitano ha detto che Monti era incandidabile, ed ora a malincuore è anche disposto a mandare giù il rospo di una sua eventuale candidatura? Si è così dimostrato un partigiano della Costituzione?

Caro amico mio, cosa posso risponderti? Per un anno intero tutti i giornali ci hanno detto che l’Italia era sul baratro, e che solo Monti l’ha salvata. Ci voleva un quotidiano a larga diffusione inglese per rivelarci che «l'Italia ha solo un grave problema economico. Ha la valuta sbagliata». Ci voleva uno studio della Bank of America per scoprire che l'Italia avrebbe da guadagnare più di tutti gli altri membri dell'UE da un'uscita dall’eurozona e dal ripristino di un controllo sovrano sulle leve di politica economica. Ci voleva sempre quel giornale inglese per dire che «Monti può anche essere uno dei migliori gentlemen europei ma è anche il sommo sacerdote del Progetto UE e un personaggio chiave dell'adesione dell'Italia all'euro. Prima se ne va, prima l'Italia può fermare lo scivolamento nella depressione cronica».

Caro amico, siamo alla fine dell’anno. Forse c’è tempo anche per qualche vecchio ricordo. Ricordo una seduta parlamentare di tanti anni fa. Era la fine dell’anno 1978, a dicembre, ed io studiavo allora in Via Balbi 4. Esisteva ancora l’Università italiana: oggi dopo gli ultimi tagli di Rigor Mortis è morta anche quella. Governo Andreotti. Quel giorno si discute dell’adesione dell’Italia al Sistema monetario europeo. Scelta fondamentale, ma anche molto discussa e travagliata. Di quella seduta ricordo in particolare un intervento, molto incisivo, dedicato alle condizioni in cui tale sistema sarebbe potuto nascere. Ve ne leggo qualche stralcio:

Consideriamo non seria la tendenza a liquidare come problema tecnico irrilevante quello di un’attenta verifica dei contenuti della risoluzione di Bruxelles del 5 dicembre per valutarne la rispondenza alle concrete esigenze poste da parte italiana. Quello delle garanzie da conseguire affinché il nuovo sistema monetario possa avere successo, favorire un sostanziale riequilibrio all’interno della Comunità europea e non sortire un effetto contrario, contribuire ad una maggiore stabilità monetaria e ad un maggiore sviluppo su scala mondiale, è un rilevante problema politico. Ma l’ulteriore alterazione nell’ultimo vertice di Bruxelles, nella formula relativa a questo aspetto essenziale dell’accordo di cambio, è stata solo la conferma di una sostanziale resistenza dei paesi a moneta più forte, della Repubblica Federale di Germania, e in modo particolare della banca centrale tedesca, ad assumere impegni effettivi e a sostenere oneri adeguati per un maggiore equilibrio tra gli andamenti delle monete e delle economie dei paesi della Comunità. E’ così venuto alla luce un equivoco di fondo, se cioè il nuovo sistema monetario debba contribuire a garantire un più intenso sviluppo dei paesi più deboli della Comunità, delle economie europee e dell’economia mondiale, o debba servire soltanto a garantire il paese a moneta più forte, la Germania appunto, spingendo un paese come l’Italia alla deflazione.

Sono parole incisive e forti e coraggiose che denunciavano i pericoli dell’entrata dell’Italia nel sistema monetario comune e gli interessi tedeschi che spingevano all’introduzione di quel sistema. Piccolo dettaglio: sapete chi fu a pronunziare quelle parole? Un membro autorevole del Partito Comunista di allora: Giorgio Napolitano. Come si cambia, per non morire. Eppure Napolitano, in quell’occasione, aveva visto giusto. Eppure il Partito Comunista fu in quell’occasione l’unico partito italiano a votare contro l’ingresso dell’Italia nello SME. Aveva ragione, tanto che, come noto, fummo costretti in seguito ad uscire dallo SME e non fu una catastrofe. Oggi, però, il PCI non c’è più e il compagno Napolitano è diventato Re Giorgio. E il Re ha cambiato decisamente opinione. Ora, per lui, dobbiamo restare nell’Euro fino a morirne.

Cari italiane e italiani, comunque sia, l’anno che sta arrivando, tra un anno passerà. Quello che non passerà è il Governo di quel comitato d’affari della speculazione internazionale che ormai ci è stato imposto dall’Europa della finanza per i prossimi cinque anni. Da un punto di vista sostanziale, infatti, le elezioni, come del resto Re Giorgio ha dichiarato, non cambieranno nulla. Per la prima volta, però, dopo tanti anni avremo nel Parlamento una nuova forza politica antisistema, contro tutto e contro tutti: il MoVimento 5 Stelle. La nuova resistenza è appena cominciata. Siamo in guerra, ed è meglio una fine spaventosa, che uno spavento senza fine.

Governo Hollande

I primi sei mesi del governo Hollande: la pericolosità di un presidente “normale”

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di Lorenzo Battisti per Marx21.it
Sei mesi fa, l’attenzione di tutta Europa si era concentrata sulle elezioni francesi. Molte speranze erano state riposte nell’esito di quella consultazione, poiché avveniva in uno dei due paesi che stavano imponendo le misure di austerità verso il resto dell’area euro. Ogni proposizione del programma di Hollande è stata letta e discussa diffusamente anche fuori dal paese, e in molti hanno seguito la notte delle elezioni. Ma quali sono i risultati dei primi mesi di governo?
La Francia e i Piigs
La sconfitta di Sarkozy è stato sicuramente un risultato importante, sia sul piano interno che internazionale. Questo è infatti stato, senza dubbio, il presidente più liberista e filo-atlantista della storia della Repubblica Francese: basti pensare che ha riportato la Francia nel comando Nato dopo la decisione presa da de Gaulle di uscirne negli anni ‘60. Inoltre è stato il presidente che ha supportato politicamente tutte le decisioni della Germania sulla politica europea. Senza dimenticare il ruolo svolto nella guerra alla Libia.
D’altra parte questa vittoria politica non ha potuto cambiare le condizioni oggettive della Francia all’interno dell’Europa. Se infatti si prende come criterio di distinzione tra centro e periferia europea il saldo della bilancia commercialei (le esportazioni meno le importazioni), si osserva subito che la Francia non fa parte del centro: la sua bilancia è negativa ormai da anni, quindi da un punto di vista economico somigliava già da tempo ai paesi Piigs. La politica di Sarkozy quindi, oltre che insensata, era anche insostenibile.
La vittoria di Hollande è quindi stata letta da molti come una positiva inversione di tendenza. In sostanza si pensava che la Francia avesse preso coscienza della sua vicinanza economica ai paesi periferici e che quindi usasse il proprio peso economico e politico nel dibattito europeo per contrastare le politiche tedesche. E d’altra parte Hollande aveva alimentato queste speranze, promettendo una rinegoziazione dei trattati europeiii, mostrando così di porsi alla testa dei Piigs.
L’austerità socialista
Non si può di certo trarre giudizi definitivi dopo soli sei mesi di governo. Però questi sono già un tempo sufficiente per capire che tendenza hanno le politiche del governo socialista.
Purtroppo la speranza sembra essere stata tradita, confermando i dubbi che avevamo esposto in precedenza.
I trattati europei non sono stati ridiscussi, è solo stato aggiunto un patto sulla crescita i cui obiettivi sono chiaramente incompatibili con quello di stabilità. La Francia ha inserito la regola del pareggio di bilancio tra le leggi francesi di rango costituzionaleiii così come volevano gli accordi e si è impegnata nella riduzione del deficit e del debito così come stabilito dal fiscal compact. Queste manovre, in chiaro contrasto con quanto affermato in precedenza, hanno trovato la sola opposizione dei parlamentari comunisti e del Front de Gauche, mentre i Verdi e i Radicali di Sinistra hanno deciso in maggioranza di sostenere tali decisioni.

L’estremismo, malattia infantile della nuova (vecchia) sinistra

Lavorincorsoasinistra

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di Matteo Pucciarelli da blog Migromega
Alle prossime elezioni sarà presente una lista di sinistra alternativa sia al centrosinistra – il quale non metterà in discussione i vincoli di stampo neoliberista imposti da Bce e Fmi – che al Movimento Cinque Stelle – il quale nega l’esistenza di un processo globale di trasferimento delle risorse, dal basso verso l’alto. Candidato premier Antonio Ingroia.
Ma mentre fuori il mondo fa la guerra a una lista del genere (basti vedere il tam tam mediatico basato sul nulla: Piero Grasso il magistrato buono, l’ex pm di Palermo il magistrato cattivo), dentro la stessa sinistra si riproduce, come un batterio autodistruttivo, la dinamica dei fratelli-coltelli. Proprio nel momento in cui servirebbe fare quadrato per raggiungere l’obiettivo, mettendo da parte i personali desiderata e le antipatie.
Il cliché, quello di sempre, viene puntualmente confermato: gruppi litigiosi tra loro, propensi a fare la guerra al vicino di banco dimenticando cosa succede all’esterno. Chi propende per i partiti, chi per la società civile, ognuno con le proprie ragioni irrinunciabili e con i propri paletti. Com’è facile far saltare il banco, ogni volta.
L’estremismo, «malattia infantile del comunismo», non è più tanto nelle idee quanto negli atteggiamenti. Nella incapacità di trovare una forma di mediazione, di considerare i rapporti di forza in campo e accettarli serenamente, di uscire da una visione del mondo idilliaca e di tornare con i piedi per terra considerando l’opportunità di cedere qualcosa a beneficio di un obiettivo che comunque migliorerebbe l’esistente.
È evidente come in una parte della sinistra sia ancora presente, più che forte che mai, la cultura dell’onorevole sconfitta, del massimalismo fine a sé stesso e della presunzione di possedere la pozione magica per risolvere i problemi del mondo.
La cultura dello spaccamento del capello in quattro, della bella testimonianza, è utile a chi non ha particolari bisogni di trasformazione della società. Come in passato: c’era chi giocava alla rivoluzione, c’era chi sperava davvero nella rivoluzione.

domenica 30 dicembre 2012

De Magistris

De Magistris: "Ingroia speranza per il Paese". Sindaco di Napoli appoggia "Rivoluzione Civile" 
'La candidatura di Ingroia alla presidenza del Consiglio, come leader di uno schieramento alternativo a Monti-Berlusconi-Pd, per la realizzazione di una Rivoluzione Civile, rappresenta una speranza per il Paese. Ogni speranza, pero', racchiude sempre anche una sfida che, nel caso specifico, e' quella di favorire il protagonismo di un solo fondamentale soggetto: la societa' civile'. Lo scrive su facebook il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris.

'Sono fiducioso - aggiunge - che Antonio sapra' farsi garante di questo protagonismo: la sua decisione di mettersi al servizio del Paese nasce infatti dalla coscienza che, oggi, 'quel libro dei sogni da aprire', per citare una sua espressione, potra' essere dischiuso solo dalle cittadine e dai cittadini. Quelle cittadine e quei cittadini che, forti delle battaglie condotte quotidianamente nei loro territori durante la loro vita coraggiosa, possono e devono aprire quel libro, da troppo tempo dimenticato, impegnandosi direttamente nell'azione politica. Una politica concepita come impegno del singolo per il bene collettivo, che risponda alla crisi dei partiti e offra prospettive di novita' e discontinuita' rispetto ad un sistema tradizionale ormai inceneritosi, che veda al centro della sua azione il ruolo delle associazioni, dei movimenti, dei militanti dei partiti che hanno condotto le battaglia a difesa dei diritti e della democrazia, delle donne e degli uomini onesti, anche sconosciuti all'opinione pubblica nazionale, che pero' nei loro territori si sono spesi e impegnati per il cambiamento'.

'Questa esperienza, di cui Antonio sara' riferimento e garante - annuncia il sindaco di Napoli - vedra' il sostegno del Movimento Arancione e il mio stesso appoggio, nei limiti del mio impegno primario che e' quello di sindaco di Napoli. Crediamo infatti nella possibilita' di costruire un'alternativa alle masso-mafie e alle cricche che hanno inquinato la democrazia, al capitalismo senile che ha soffocato la giustizia sociale, al montismo e al berlusconismo e al continuismo di Bersani. Per farlo, ovviamente, c'e' bisogno di politica e di partecipazione, certo non della riproposizione di amalgami non riusciti, come un Arcobaleno bis, oppure di nuove soggettivita' solo apparenti, perche' piegate al trasformismo di una classe partitica che, invece, deve compiere un passo indietro. Un passo indietro per consentire non solo il legittimo protagonismo delle cittadini e dei cittadini, perche' e' giunto il loro momento, ma anche per ritrovare essa stessa linfa e vitalita''.

Tecnici del disastro

Da una cricca a un’altra: Monti e i suoi amici - umanitanova -

Berlusconi e la sua cricca se ne sono andati, nel condivisibile tripudio generale degli italiani che, però, rischiano di pagare salata questa piccola soddisfazione. All’inizio l’idea di un governo a guida Mario Monti era, tutto sommato, vissuta generalmente se non con simpatia, quanto meno con un sentimento del tipo “chiunque verrà, non potrà essere peggio di lui”; man mano che il programma del nuovo governo si delinea nel concreto, però, si sta facendo sempre più strada il vecchio adagio popolare per cui al peggio non c’è mai fine – soprattutto in tema di governi...
L’equivoco iniziale era prevedibile: per la maggior parte degli italiani, Mario Monti era un nome semisconosciuto, casomai sentito citare talvolta come un “tecnico” di fama e ruolo internazionale, “al di sopra delle parti”, “rispettato all’estero”, ecc. Sostanzialmente, solo nel circuito militante se ne conosceva nei dettagli la storia e le posizioni e, soprattutto, il suo ruolo proprio in merito a quella crisi che, ci dicono, dovrebbe andare a risolvere...
Il novello “Salvatore della Patria”, infatti, è stato nel 1981 relatore della commissione sulla difesa del risparmio finanziario dall’inflazione, tra il 1981 ed il 1982 presidente della commissione sul sistema creditizio e finanziario e via di questo passo per giungere infine, nel 1995, alla nomina a membro della Commissione Europea di Santer, con l’incarico di responsabile per il mercato interno, servizi finanziari e integrazione finanziaria, dogane e questioni fiscali. Nel 2005, ciliegina sulla torta, lo troviamo International Advisor di Goldman Sachs, la banca che di lì a poco diverrà tristemente nota per il suolo svolto nella speculazione sui mutui “subprime” e la caduta di Lehmann Brothers e, in tempi più recenti, nell’essere stata alle spalle della “finanza creativa” dei governi greci e tra le principali fonti di speculazione sull’attuale crisi greca.
Insomma, se proprio si volesse dare un nome ed un volto ai responsabili materiali della crisi, Mario Monti sarebbe un candidato perfetto: come abbiamo appena visto, è stato ai vertici sia della ridefinizione in senso ultra liberistico delle regole del sistema finanziario che hanno portato al disastro, sia delle istituzioni che materialmente l’hanno attuato. Se Mario Monti è diventato Presidente del Consiglio in funzione “anticrisi”, in questa stessa logica dobbiamo aspettarci che alla prossima emergenza mafiosa metteranno Toto Riina al Ministero della Giustizia...
La situazione non cambia certo se guardiamo alla sua squadra di governo: un governo di “tecnici”, provenienti dall’interno delle istituzioni economiche, sociali e finanziarie pubbliche e private e non dal mondo della politica, che hanno maturato una notevole esperienza nel loro campo. Nulla da obiettare, se non che il problema è proprio questo: se in questi anni hanno fatto carriera, è proprio perché sono stati fedeli esecutori delle politiche economiche e sociali liberistiche che ci hanno condotti al disastro attuale. Esperti, dunque, lo sono sicuramente tutti, e di alto livello, ma esperti nel creare ed approfondire le condizioni della crisi attuale.
Se davvero si fosse voluto combattere la crisi, pur restando all’interno del regime capitalistico attuale, sarebbe stato meglio un governo di dilettanti allo sbaraglio: questi magari avrebbero potuto fare, per puro caso, qualche mossa giusta – gli esperti, invece, non rischieranno di fare questi “errori”.
La crisi, infatti, è tale solo per noi del cosiddetto “99%”: per i potenti della terra è una meravigliosa occasione di profitto e di disciplinamento del corpo sociale che hanno costruito in tutti questi anni con cura – la carriera di Mario Monti appena descritta ne è un esempio paradigmatico – e che non abbandoneranno così facilmente.
Il capitalismo non è arrivato alla sua crisi finale: se volesse, potrebbe tranquillamente riprendere le politiche anticrisi di stampo keynesiano che hanno perfettamente funzionato negli anni passati – politiche che personaggi come Mario Monti conoscono benissimo, data la loro formazione di economisti. Ma se le tengono, come già nel secondo dopoguerra, come ultima risorsa per quando le rivolte popolari contro il loro odio di classe diverranno incontenibili. Per il momento, si divertono a vedere gli sfruttati credere alle loro balle ed a considerare la macelleria sociale come una dura “necessità” a favore del “bene comune” – che, guarda un po’, alla fine coincide con quello delle classi dominanti. La crisi, se non esistesse, se la dovrebbero inventare... ma forse l’hanno già fatto.

Shevek dell’OACN-FAI

BERLUSCONI TAKES THE FIELD (AGAIN !)
 
 

Crisi Europa: la Germania "deporta" anziani e malati ad est

Si delocalizzano a forza i vecchi, in Asia e all'est: spediti altrove perché non ci sono soldi per mantenerli in Patria. L'Europa è un orrore senza fine.

anzianigermania.jpgLa parola brucia, scotta. Eppure è il Guardian, autorevole quotidiano britannico, ad usarla nel catenaccio sotto il titolo: "inumana deportazione".
Si tratta della sbalorditiva notizia che arriva dalla Germania. Ecco il testo del Guardian, in traduzione:
Un crescente numero di anziani e malati tedeschi vengono spediti all'estero per cure di lungodegenza in ospizi o centri di riabilitazione, a causa dei costi crescenti e del livello in declino dell'assistenza tedesca. L'iniziativa, che ha visto migliaia di pensionati ricollocati in case dell'Europa dell'Est e dell'Asia è stata pesantemente criticata dalle organizzazioni di welfare come "deportazione inumana".
Il problema è la popolazione che invecchia e gli alti costi sociali dell'assistenza, che in un momento di tagli ed austerity non può provvedere a tutti. Così, come si delocalizzano le industrie per risparmiare sui costi, ora si delocalizzano a forza anche anziani e malati per lo stesso motivo. Ma qui si tratta di esseri umani, e non di macchinari.
Circa 7000 di essi si trovano oggi in ospizi in Ungheria, 3600 in Repubblica Ceca e Slovacchia, altre centinaia in Spagna, Grecia e persino Thailandia o le Filippine. Il Guardian ha parlato con molti di essi, ed hanno dichiarato che sono stati costretti a tale scelta con estrema riluttanza. Inoltre, sembra che aziende specializzate nel business degli anziani stiano aprendo sedi in questi Paesi proprio per stipulare convenzioni col sistema sanitario tedesco e "ricevere" i vecchietti spediti colà dalla Germania.
Le associazioni lanciano l'allarme: anziani spesso poco presenti a se stessi che si ritrovano in posti lontani, con lingue diverse, fuori dalla loro casa e dal loro quartiere. In posti dove, come accade per le industrie, l'obiettivo è il risparmio all'osso.
Non so esprimere quanto trovo agghiacciante quello che sta accadendo. Non voglio arrivare a fare orridi paragoni col passato. Ma sempre più trovo inumana e terribile questa orrenda Europa e il suo metodo di governo, da cui vorrei scappare insieme a tutto il mio Paese. Ripeto ciò che ho detto altre volte: chi voterà "per l'Europa" è mio nemico.

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