Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

domenica 20 luglio 2014

CHE COS’E’ IL LAVORO NELLA SOCIETA’ DOMINATA DAL CAPITALISMO FINANZIARIO ?


 

di GUIDO VIALE, 15 luglio 2014

CONTRIBUTO DI GUIDO VIALE AL GRUPPO DI LAVORO SUL “LAVORO”

Verso l’assemblea del 19 luglio

 Che cos’è il lavoro nella società dominata dal capitalismo finanziario? Dobbiamo riconoscere che il predominio ormai assoluto della finanza ha cambiato profondamente i tratti fondamentali del capitalismo stesso e con essi quelli del lavoro. Il lavoro tende sempre di più ad essere assimilato a un’impresa, unico soggetto che ha cittadinanza legittima nel mondo d’oggi: un’impresa, ovviamente, individuale.

In base ai principi e alla prassi del pensiero unico e del liberismo imperante, lavoratori e imprese sono soggetti che trattano tra loro alla pari; i primi non hanno bisogno di tutele – sempre e comunque distorsive del mercato – più di quanto ne abbiano bisogno le seconde. Inoltre, nei rapporti tra lavoratori assimilati a imprese individuali deve vigere la piena concorrenza: ogni lavoratore, o potenziale lavoratore, deve considerarsi in competizione con tutti gli altri per accaparrarsi un posto di lavoro – o un lavoro – o per realizzare un progresso di carriera a spese dei suoi colleghi o compagni; o per difenderlo a spese degli altri se sono in vista dei licenziamenti o dei ridimensionamenti produttivi. Questa competizione di tutti contro tutti è il rovesciamento integrale del principio di solidarietà su cui è stata costruita l’intera storia del movimento operaio. Di qui l’obiettivo di abolire la contrattazione generale e, se possibile, anche quella aziendale, per sostituirla con una contrattazione individuale: da impresa a “impresa”.

L’ideologia con cui si giustifica questo rovesciamento è quella del merito: chi progredisce, o anche semplicemente non arretra, lo fa perché è più meritevole degli altri; chi resta o precipita in fondo è responsabile della propria condizione. I favoritismi, in questa concezione, sono solo una riprovevole eccezione a questa regola universale. Ma chi giudica del merito? La gerarchia preesistente: il capo, il manager, il padrone, la banca, il partito, l’amministrazione, ecc. Una gerarchia che non può per definizione essere stata costruita in base al merito: la gerarchia non può che precedere sempre il giudizio sul merito.

Per questo l’ideologia del merito è in realtà un meccanismo di promozione del servilismo e dell’accondiscendenza: va avanti, o non resta indietro, chi si conforma maggiormente alle pretese della gerarchia: la competizione universale di tutti contro tutti, trasferita dall’impresa al mondo del lavoro, è la promozione universale del servilismo e della rinuncia alla propria dignità. Per questo la parola d’ordine “Indignatevi” e la rivendicazione della propria dignità sono le premesse esistenziali e culturali di ogni processo di riscatto.

La trasformazione del lavoro in impresa e del lavoratore in imprenditore di se stesso non riguarda solo l’universo sempre più ampio del lavoro precario, delle partite Iva, vere o false che siano, delle collaborazioni, dei contratti a termine, ma investe lo stesso lavoro dipendente a tempo indeterminato (quando ancora c’è), dove ogni lavoratore viene messo in competizione con gli altri all’interno della stessa impresa e valutato in base al “capitale umano” di cui è detentore.

Ma gran parte di quel “capitale” non è individuale; è il frutto della cooperazione; e si dissolve irrevocabilmente quando le maestranze si disperdono, come sta accadendo in tutte le imprese che chiudono, delocalizzano, licenziano o sospendono la produzione per periodi prolungati.

Questi processi di competizione e di precarizzazione investono ovviamente anche il mondo delle imprese: scompaiono i grandi agglomerati produttivi, che erano grandi concentrazioni di lavoro e di lavoratori, sostituiti da una rete mobile, aleatoria e sempre più delocalizzata di fornitori e subfornitori che dipendono da un unico centro di comando multinazionale, sempre più finanziarizzato. Quei fornitori e subfornitori possono essere sostituiti in ogni momento. Il lavoratore viene così esposto a una duplice precarietà: quella relativa ai suoi rapporti con l’azienda che lo occupa o che ne è il committente, e quella relativa al rapporto dell’azienda con la supply-chain, la catena di subfornitura, in cui è inserita. Se l’impresa perde commesse o quote di mercato, la responsabilità ricade sui suoi lavoratori che non sono stati abbastanza competitivo non meno che sull’imprenditore o sul manager che la governano.

Questo nuovo contesto operativo crea una gigantesca dispersione del lavoro tra ruoli, imprese, catene di subfornitura e soprattutto territori, paesi e continenti diversi. Il che rende pressoché impossibile la sua ricomposizione di fronte a una controparte comune, che sfugge sempre di più alla possibilità di aprire un conflitto nei suoi confronti. L’indebolimento del lavoro rispetto al capitale e allo Stato, e la stessa crisi di adesioni che le organizzazioni sindacali attraversano in tutto il mondo, sono una delle principali conseguenze di questo processo.

Una ricomposizione politica, e prima ancora sociale e culturale, ma anche esistenziale – in termini di “identità” – del lavoro non può quindi svilupparsi che a livello territoriale (senza per questo trascurare nessuna altra strada, comprese quelle già battute del sindacalismo conflittuale). Ma è sul territorio che si possono ricomporre i rapporti diretti tra lavoratori appartenenti a filiere produttive differenti o non direttamente intrecciate, tra lavoratori più o meno stabili e lavoratori precari, tra chi lavora e chi è disoccupato, tra chi è nativo e chi è immigrato, tra i loro familiari, ecc.

Un sindacato che si limita alla difesa dei lavoratori sul posto di lavoro, anche se lo fa in forma rigorosa – e non è questo che succede nella maggioranza dei casi – è strategicamente perdente. Anche il tentativo di mettere insieme lavoratori stabili e precari su basi esclusivamente sindacali è destinato all’insuccesso. I tentativi della Fiom in questa direzione si avvantaggiano del fatto che sotto la sua tutela convive sia quasi tutto ciò che resta della grande e media impresa industriale, sia quei grandi serbatoi di precariato che sono i call-center, inclusi, non si sa perché, nel settore metalmeccanico. Ma questo non è bastato per unire in un solo fronte di lotta lavoratori “fordisti” e precari “postfordisti”.

Per questo la Fiom fin dalla manifestazione del 16 ottobre del 2011 ha cercato di farsi anche “soggetto sociale” tra altri soggetti sociali e promotrice di una loro aggregazione. Purtroppo questa indicazione strategica ha avuto un percorso molto accidentato e controverso a livello nazionale (l’accusa rivolta alla Fiom è naturalmente quella di voler “farsi partito”), ma anche pochissimi tentativi di traduzione a livello locale: cioè territoriale, là dove si gioca veramente la partita.

Riterritorializzare il conflitto ma soprattutto il progetto di difesa del lavoro e di promozione di un diverso indirizzo economico e produttivo richiede il coinvolgimento di tutti i soggetti potenzialmente antagonisti al sistema di potere vigente presenti sul territorio: oltre ai sindacati, le associazioni di cittadinanza, il volontariato, il personale delle università e dei centri di ricerca messi ai margini, il mondo della scuola e della cultura, le comunità etniche e religiose, la piccola imprenditoria; ma, soprattutto, il governo locale. Un coinvolgimento su un progetto concreto, definito innanzitutto – ma non, ovviamente, in modo esclusivo – su basi territoriali, a partire dalle risorse naturali, umane e tecnologiche presenti sul territorio, che mettano al centro del programma la compatibilità e la sostenibilità ambientale.

Tutto ciò, per cominciare, a partire dalla rivendicazioni di interventi drastici nei confronti della aziende che chiudono, si ridimensionano o delocalizzano. Non è più possibile continuare ad affidare le loro sorti al governo, che interviene con un “tavolo”, per lo più fittizio, impegnato a trovare per ciascuna azienda una nuova proprietà (un nuovo “padrone”) e un nuovo “piano industriale”, anch’esso per lo più fittizio.

Questi piani di riconversione, compresi gli obiettivi di mercato, devono essere elaborati, per lo meno nelle loro linee generali, dalle forze presenti sul territorio e diventare oggetto di vertenze specifiche che le coinvolgano nella loro interezza, mettendo in campo tutte le competenze tecniche, scientifiche e sociali disponibili – e sono molte – presenti sul territorio, o anche altrove, senza escludere la requisizione degli impianti, o il loro esproprio, se si rendono necessari.

Non è un progetto di autogestione della fabbriche abbandonate da parte delle loro maestranze: con poche eccezioni quelle maestranze non hanno né la forza né la capacità di farsi carico di un progetto così ambizioso, anche quando sanno che l’alternativa è la disoccupazione. Occorre che a farsene carico sia la comunità di riferimento nel suo insieme – grande o piccola che sia – attraverso processi di partecipazione diretta al governo – o al co-governo – del territorio e della sua base produttiva.

La riconversione ecologica è questa: sostenibilità ambientale delle produzioni, perché sono le uniche che hanno un futuro in un mondo che sconterà in misura crescente e sempre più rapida il deterioramento ambientale e climatico. Ma anche, e soprattutto, riterritorializzazione delle produzioni e degli sbocchi di mercato – nei limiti, ovviamente della fattibilità – contro la corsa al sempre peggio indotto dalla competizione universale di tutti contro tutti e dalla sua globalizzazione. Ma anche partecipazione, cioè democrazia da basso integrata – e non contrapposta – agli istituti della democrazia rappresentativa.

Per questo la cosiddetta green economy esprime una visione parziale della riconversione; guarda ai prodotti e ai processi produttivi, ma non alle forme di comando e, soprattutto, non alla valorizzazione delle risorse naturali, umane e tecnologiche dei territori. E a volte sogna la trasformazione del territorio in un ambiente agropastorale e/o culturale (ma a scopo turistico), senza cogliere l’importanza di partire dal patrimonio produttivo che c’è e che rischia l’abbandono, aumentando la dipendenza da chi ancora produce e inquina in modo tradizionale in qualche altra parte del mondo.

C’è un nesso diretto tra le misure che il nostro raggruppamento propone per cambiare radicalmente l’Europa – condono e/o mutualizzazione del debito pubblico, riforma del sistema bancario, lotta al dominio della finanza, fine delle politiche di austerity – e i processi di riappropriazione del territorio e dei suoi beni comuni, a partire dai servizi pubblici locali e dal tessuto produttivo in crisi.

Questo nesso è la conversione ecologica: quei processi non sono possibili senza quelle misure; quelle misure non avrebbero alcuna efficacia se non vengono innescati anche quei processi; non si vincerà in Europa se quelle misure non verranno sostenute da lotte e iniziativa dal basso sempre più radicali nei territori; però questi conflitti devono avere anche l’effetto di attribuire peso crescente alla loro rappresentanza nelle istituzioni europee. E nel mondo.

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