Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Riforme. Anche la presidenza del consiglio non sarà più elettiva. La nominerà la P2 sentito il parere del governo d'Israele.

Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

sabato 28 aprile 2012


WHEN WILL HE EVER UNDERSTAND THAT IS TIME IS UP?

Il quarto stato del capitale

- Rossana Rossanda - ilmanifesto -
La lotta di classe non è finita, così come non sono scomparse le classi sociali. L'ultimo libro di Luciano Gallino per Laterza sgombra il campo da molte erronee convinzioni che hanno orientato le politiche delle sinistre. Ma è anche un invito a guardare con lucidità la crisi del pensiero critico, che non può invece essere aggirata proponendo soluzioni che non scalfiscono la religione del libero mercato Con un titolo provocatorio, parole che le ex sinistre italiane non hanno il coraggio di pronunciare, Luciano Gallino ha chiamato il suo ultimo libro La lotta di classe dopo la lotta di classe (Laterza, pp. 212, euro 18).
Quante volte sentiamo dire «la lotta di classe» non c'è più? Non esistono più le classi sociali? Non ci sono più una destra e una sinistra? Dov'è oggi l'operaio? A che servono i sindacati? Come si può pretendere oggi un posto fisso per la vita? E poi, che noia il posto fisso!». Eccetera.
E da queste asseverazioni parte Gallino nel dare al suo lavoro la forma di un'ampia intervista alla sociologa Paola Borgna, definendole come sciocchezze, ideologia, falsa coscienza della società. Mai infatti il capitale ha messo al lavoro tanti milioni di persone come oggi con l'estensione dell'economia mondializzata. Mai come oggi l'innovazione tecnologica ha permesso di ridurre il lavoro degli uomini su ogni segmento del produre, aumentandone la produttività, non già per liberare il lavoratore dalla fatica ma per ridurne il costo al produttore.
Mai la tecnologia della comunicazione gli ha permesso come ora di conoscere in tempo reale dove si trovano le forze di lavoro il cui costo è più basso. Mai come ora, organizzate in megafusioni e saltando da investimenti in produzione a quelli sulla finanza e viceversa, i mezzi di cui dispone gli permettono di spostarsi dove la forza di lavoro costa meno, lasciando a terra la manodopera di cui aveva bisogno per esempio in Europa, dove i lavoratori avevano conquistato da un secolo salari e diritti maggiori. Si è allargato quindi, in quantità e qualità, il conflitto di interessi fra capitale e lavoro, i capitali concorrono (ma è più elegante dire «competono») nel ridurne il costo, mentre i vecchi e nuovi lavoratori, non ancora o non più organizzati, si fanno la guerra, concorrendo gli uni contro gli altri più o meno consapevolmente al ribasso, per conquistare un posto.
Dunque le classi non solo ci sono ancora, ma l'offerta di manodopera e lo sventagliarsi delle retribuzioni, che trent'anni fa dispiegavano su scalini di circa trenta grandezze diverse (ed era già un bel salto), oggi avviene in grandezze da 1 a 300: in altre parole occorrono trecento anni di lavoro a una operia o cassiera dei supermercati per guadagnare quello che il suo direttore generale guadagna in un anno.

March to Athens

                                                                    di Zag in ListaSinistra
Il rapporto fra la società e chi deve dare delle risposte strategiche , ma anche tattiche, politiche è stato messo in crisi rispetto al novecento, ma questo rapporto non può essere eliminato altrimenti comparirà sotto altre forme mistificate e pericolose. La frammentazione e la scomposizione, l'apparente facilità di individuazione dell'unità del secolo scorso, oggi scomparsa, , dei soggetti del lavoro e dei soggetti del capitale ha portato solo apparentemente a pensare alla loro scomparsa. Oggi ancor più di ieri questa frammentazione nasconde una unità , e il suo disvelamento non può essere più affidato alle vecchie forme e strumenti. Il partito l'organizzazione sindacale non possono più dentro di loro ricomporre e rappresentare perché quella rappresentazione troppo frammentaria e quelle forme di rappresentazione non più adatte al contesto e alle nuove forme di rapporti di produzione. Il sindacato perché per sua natura è organizzazione volontaria di lavoratori dipendenti, può rappresentare oggi, solo una minima parte della composizione di classe. Accanto ad essa vi sono altre forme di coagulo di esigenze e di bisogni del mondo degli sfruttati sotto altre spoglie e con altre esigenze. Il conflitto di classe si compone di molte altre fenomenologie alle quali occorre dar risposte organizzative diverse. Il partito non può più essere istituzione nelle istituzioni, non più adatto, non più efficace dal punto di vista della classe a dialogare e rappresentare le diverse moltitudini di forme di organizzazioni di classe . Esso deve ritornare ad essere laboratorio di analisi e di prospettive politiche , di strategie e di tattiche politiche. Interlocutore con le componenti di classe, ma al di fuori dalle istituzioni e non più istituzione di per se. Ancora una volta è nella Costituzione la risposta .  Zag

Il tabu' dell'euro

di Beppe Grillo
Quando si mette in discussione l'euro, la reazione indignata e corale è "Non possiamo uscire dall'Europa", come se l'Europa si identificasse con l'euro. Si può rimanere tranquillamente nella UE senza rinunciare alla propria moneta. Su 27 Stati aderenti alla UE, dieci hanno mantenuto la loro divisa, tra questi Gran Bretagna, Svezia, Polonia, Repubblica Ceca, Danimarca che non rischiano alcun default. Un altro trucco è l'utliizzo ripetitivo del termine "moneta unica", non vi è assolutamente alcuna moneta unica europea, l'euro è limitato a 17 Stati e chi è fuori si guarda bene dall'entrare nella zona euro.
Chi è oggi in crisi in Europa? In assoluta prevalenza i Paesi che hanno adottato l'euro con economie cosiddette "deboli". La domanda è "Deboli rispetto a chi?", ovviamente rispetto alla Germania. Stati come Portogallo, Italia, Irlanda, Spagna, Grecia e forse in futuro Francia e Olanda non possono reggere il passo dell'economia tedesca. Una moneta dovrebbe riflettere il valore dell'economia di un Paese, ma l'euro rappresenta al più il valore del marco. E' necessario un piano B nell'eventualità che si debba tornare alla lira.
Non si tratta di essere ostili in principio all'euro, ma di poterselo permettere. Per rimanere nell'euro stiamo affamando il Paese, strangolando le aziende, trasferendo la ricchezza privata a copertura degli interessi sul debito pubblico che è (purtroppo) in euro. Se fosse in lire potremmo risolvere il problema del debito con la svalutazione della nostra moneta.
Da quando Rigor Montis ha deciso di applicare la sua manovra di lacrime e tasse per salvare l'Italia siamo sprofondati, hanno chiuso circa 140.000 aziende nel primo trimestre, la disoccupazione è alle stelle e gli imprenditori suicidi non si contano più, il valore degli stipendi è ritornato al 1983. L'IMU, l'IMU bis e il Super IMU sono alle porte.
L'Italia boccheggia come una balena spiaggiata. Lo ha capito persino Draghi che di fronte alla possibile serrata del Paese ha invocato meno tasse e forti tagli alla spesa pubblica. Se per rimanere nell'euro e pagare gli interessi sul debito alle banche, in prevalenza tedesche e francesi, dobbiamo uccidere l'economia del nostro Paese forse è il caso di fermarsi a riflettere. In particolare se il debito pubblico e lo spread aumentano comunque mentre veniamo strangolati. L'euro non può essere un tabù.

Vita operaia, da Berlinguer a Marchionne

di Domenico Liberato Norci - sbilanciamoci -
"Quello che ho chiesto trent'anni fa all'onorevole Enrico Berlinguer e quello che chiederei oggi all'ingegner Marchionne”, Legma edizioni, è un poetico racconto di memoria dell'operaio e sindacalista Fiat Domenico Liberato Norcia: stralci di vita familiare e lavorativa, usi e costumi dalla campagna alla fabbrica, affetti forti e sacrifici.
Un estratto Il mio banco di prova è stato il contesto Fiat Mirafiori di Torino dove approdai dopo lunghe e dure vicissitudini, nell'ormai lontano 1969, quando pensavo che la mia vita fosse in Germania; là avevo lasciato un lavoro sicuro, una moglie e due splendidi bambini ed il bene più prezioso per un uomo, mia madre sepolta nel cimitero della città di Hameln. Arrivai a Torino dalla Germania il 23 Marzo, giorno in cui fui chiamato per la visita di idoneità al lavoro.
Devo dire che il destino ha avuto il suo ruolo in tutto ciò! Lavoravo in Germania, quando mio cognato mi mise al corrente del fatto che la Fiat di Torino faceva grande richiesta di operai e allora un posto alla Fiat era considerato lavoro fisso e assicurato. Mio cognato fece subito la domanda e nel giro di un mese fu chiamato e subito assunto. È stata mia moglie ad insistere perché anch'io presentassi domanda di assunzione e, dopo un mese esatto, fui chiamato dalla Fiat per la consueta visita medica.
Alla Fiat di Torino Fu una visita molto accurata e, durante il colloquio, vidi che l'impiegato che mi faceva le domande scrisse su un documento "assunzione urgente". Verbalmente mi disse che il lunedì successivo avrei potuto recarmi a Mirafiori alla porta n. 1 e chiedere alle guardie di accompagnarmi all'officina 52. Puntuale il lunedì mattina mi recai alla porta n. 1 e da lì una guardia mi accompagnò in un ufficio dove un impiegato mi accompagnò sul posto di lavoro e, rivolgendosi al capo squadra, disse che io ero stato assegnato alla sua squadra. Il caposquadra, dopo avermi dato un grembiule, un paio di guanti, degli occhiali che, mi disse, in officina non dovevo togliere mai.
Mi accompagnò nel luogo dove lavoravano due operai con le pinzatrici e, dopo aver aspettato che finissero il ciclo del lavoro, disse ad uno di loro: "Insegnategli il mestiere" e se ne andò. Il mio nuovo compagno di lavoro mi disse: "Per il momento guarda quello che noi facciamo, e quando tu vuoi, ti facciamo provare." Cominciai a guardare: alla loro sinistra c'erano due operai che posizionavano il padiglione (così era chiamato il tetto della vettura) su un attrezzo, per controllarlo, passavano la mano con i guanti, alla ricerca di eventuali bolli, che provvedevano ad eliminare con lima e martello.

Il lavoro in Italia. Intervista a Landini

Loris Campetti - sbilanciamoci -
E’ in uscita il nostro nuovo "Sbilibro", Il lavoro in Italia. Dal precariato alla riforma Fornero. Curato da Matteo Lucchese e Guglielmo Ragozzino, raccoglie interventi di economisti e ricercatori per un lavoro più dignitoso, con meno precarietà e più sicurezza. Lo presentiamo pubblicando l’intervista di Loris Campetti al segretario della Fiom, Maurizio Landini A chi in Cgil dice che grazie alle battaglie sindacali si è raggiunto un buon compromesso sull'art. 18 e dunque tutti dovrebbero essere contenti, in molti in Fiom rispondono: «Gli scioperi li abbiamo fatti noi, ora vorremmo essere liberi di decidere se essere o non essere contenti». Il segretario generale dei metalmeccanici Cgil, per esempio, non è contento, anzi è piuttosto incazzato.
Il giudizio di Maurizio Landini è molto negativo, sia sull'art. 18 – «di fatto cancellato» – che sugli ammortizzatori sociali. Per non parlare della precarietà «che con questo disegno di legge rischia addirittura di aggravarsi. Siamo il paese più precario d'Europa». Insomma, un disastro dentro una crisi globale a cui il liberismo perdente ma imperante sta rispondendo con ricette che invece di guarire l'ammalato lo ammazzano.
Basti pensare che il Fondo monetario internazionale è preoccupato che nel 2050 la vita degli umani possa allungarsi di tre anni, ipotesi valutata «troppo rischiosa». Landini, quanta quota di pil e quanti punti di spread vale la sterilizzazione dell'art. 18? L'unica riduzione garantita da questa non-riforma, qualora venisse varata dal Parlamento senza radicali modifiche, sarebbe la riduzione dei diritti e la totale svalorizzazione del lavoro, ridotto a pura merce.
Non aumenterà i posti di lavoro ma li diminuirà, non ridurrà la precarietà ma l'accrescerà e riduce la tutela degli ammortizzatori sociali. Un modo disastroso di rispondere alla crisi, così come disastrosa è stata la riforma delle pensioni. Siamo di fronte a un intervento sul mercato del lavoro in cui i sacrifici di chi lavora vengono presentati come necessari per sostenere i più deboli, i precari. Invece, non una delle 46 forme contrattuali presistenti è stata mandata in soffitta.
Aggiungi che i contratti a termine vengono ulteriormente liberalizzati, grazie all'introduzione da parte del governo Monti del trattamento speciale riservato ai lavoratori «svantaggiati» affittati dalle agenzie interinali alle aziende con uno sconto del 20% sulle tabelle contrattuali. Come valuti le modifiche degli ammortizzatori sociali? Le giudico male, perché ancora una volta è negata la loro estensione universale.

venerdì 27 aprile 2012

Il terremoto europeo

di Beppe Grillo
Un terremoto è in arrivo in Europa. Le scosse sismiche sono le prossime elezioni e i referendum. Si profila un confronto tra politica e finanza. I parlamenti nazionali da una parte e la BCE e il FMI dall'altra. Il 6 maggio si voterà in Grecia e il nuovo Governo potrebbe rigettare gli accordi presi con la UE per evitare il default. In Francia Hollande è favorito, la sua posizione è contraria ai tagli sociali per favorire le direttive europee. Sul trattato di stabilità ha dichiarato "Aggiungiamo una parte sulla crescita o non lo ratificheremo". Marine Le Pen ha ottenuto il 20% con un programma eurofobo e il suo consenso non potrà non influenzare il nuovo inquilino dell'Eliseo. Il 31 maggio in Irlanda si terrà un referendum sulle nuove regole di bilancio volute dalla Germania, il "fiscal compact" che in Italia è stato approvato senza alcuna consultazione popolare come nelle migliori tradizioni di uno Stato partitocratico e non democratico. Persino dove non vi sono elezioni a breve si stanno aprendo delle faglie profonde, in Olanda si è dimesso il Governo Rutte a causa dei previsti tagli alla spesa pubblica, senza austerity si perderebbe infatti la tripla A... In Olanda si andrà alle urne il 12 settembre, il Pvv antieuro di Geert Wilders potrebbe spopolare. Dove le politiche di tasse e sangue in nome dell'euro sono state applicate i risultati sono stati a passo di gambero, c'è stato un costante peggioramento. Il debito pubblico è aumentato, come in Italia, o il Paese è letteralmente fallito come in Grecia dove è avvenuto un default silenzioso. C'è stato, ma non si deve dire in giro (*). Oggi Standard&Poor's ha declassato la Spagna da A a BBB+, in sostanza aumenta l'interesse dovuto a chi acquista titoli spagnoli. Gli interessi saranno onorati con il taglio delle spese sociali. Tutti più poveri, ma per cosa? Per diventare carne da macello come i tori nelle corride? José Ignacio Torreblanca professore alla UNED University ha scritto ieri sul Financial Times un lungo articolo dal titolo "Tempo di dire basta al nonsenso dell'austerity". Scrive "La prossima settimana saranno due anni da quando Zapatero adottò le prime misure di austerità. Queste misure comportarono il suicidio del Partito Socialista spagnolo. Ora i Conservatori si trovano in una situazione simile, dopo 100 giorni di governo hanno portato l'austerità bel al di là del loro mandato elettorale e questo solo per trovarsi nella stessa situazione finanziaria di Zapatero. E' oltraggioso che mentre gli spagnoli soffrono per la recessione e per la disoccupazione (del 24,44%, ndr) Jens Weidmann, presidente della Bundesbank e membro della BCE, affermi che il 6% di interesse per i titoli pubblici spagnoli "non è la fine del mondo". E' preoccupante che la UE sostenga i pesanti tagli alla spesa dell'educazione e della ricerca in Spagna ignorando deliberatamente che ciò è incompatibile con un modello di sviluppo... E' tempo di dire basta!". In gioco non c'è solo l'euro, ma un modello di sviluppo superato e la distruzione degli Stati sociali. Loro non si arrenderanno mai. Noi neppure. Ci vediamo in Parlamento. (*) Come ci spiegherà puntualmente Beppe Scienza nel Passaparola di lunedì 30 aprile

John Maynard Keynes spiega “Le conseguenze economiche di Mario Monti”

Posted by keynesblog on 27 aprile 2012
Devo scegliere il lavoro come la più illustre delle vittime della nostra politica monetaria. In queste circostanze i datori di lavoro propongono di ristabilire l’equilibrio con una riduzione dei salari, quale conseguenza della maggiore precarietà, indipendentemente dalla riduzione del costo della vita: il che vale a dire riducendo il livello di vita dei lavoratori, i quali dovrebbero sopportare questo sacrificio per permettere di sanare una situazione di cui non sono assolutamente responsabili, e di cui non hanno alcun controllo. Il fatto che questa appaia una soluzione ragionevole è di per sé una pesante critica al nostro modo di dirigere gli affari economici (anche se ciò non implica affatto che debbano essere i datori di lavoro a subire la perdita).
 Come ad altre vittime della transizione economica del passato, ai lavoratori non si offre altra scelta che la fame o la sottomissione, mentre i frutti della loro sottomissione vanno a beneficio di altre classi. Sul piano della giustizia sociale la riduzione dei salari dei lavoratori è insostenibile. Sono le vittime sacrificate al Moloch dell’economia, rappresentano in carne e sangue i “riassestamenti fondamentali” elaborati dal governo nazionale, dalla Commissione Europea e dalla Banca Centrale Europea per soddisfare l’impazienza con cui i sacerdoti dei “mercati” vogliono livellare i differenziali tra i tassi d’interesse dei titoli di stato dei paesi periferici rispetto a quello della Germania. I lavoratori sono il “modesto sacrificio” ancora necessario per garantire la stabilità dell’Euro.
La critica situazione dei lavoratori è la prima, ma non l’ultima (a meno che non ci assista molta fortuna) delle “conseguenze economiche del Professor Monti” (e della signora Merkel). La verità è che siamo al bivio fra due teorie della società economica. L’una sostiene che i salari dovrebbero essere determinati facendo riferimento a quanto è “giusto” e “ragionevole” in un rapporto tra classi. L’altra, la teoria del Moloch economico, afferma che i salari dovrebbero essere determinati dalla pressione economica, altrimenti detta “realtà dei fatti”, e che tutta la nostra grande macchina debba procedere a rullo compressore, tenendo presente soltanto l’equilibrio generale, senza prestare attenzione alle conseguenze che comporta sui gruppi sociali.
EAT, IT WILL BE GOOD FOR YOUR GROWTH

giovedì 26 aprile 2012

Luciano Gallino: Una riforma a favore del più forte

- controlacrisi -
Le bugie e le cattiverie della “riforma del lavoro” in un’accurata analisi del testo della legge. Le facoltà fondamentali del giudice del lavoro, di contemperamento dei poteri della parte più debole (il lavoratore) e di quella più forte (il datore di lavoro), fatte salve le ragioni di entrambi, vengono drasticamente limitate dal disegno di legge di riforma del lavoro, a partire da quelle che gli assegnava l´articolo 18. In tal modo i licenziamenti individuali e collettivi saranno resi ancora più facili. Sono questi gli esiti più negativi del ddl che il Parlamento dovrebbe cercare di attutire - sempre che non prevalga nella maggioranza la volontà di peggiorarli. Prendere in esame le limitazioni delle facoltà del giudice a tutela del più debole apportate dal ddl è un efficace filo conduttore per non perdersi nelle 79 pagine di questo, per di più irte di dozzine di intricati rimandi a leggi preesistenti. A volte sembra che dette facoltà siano accresciute, ma a ben vedere quasi ovunque sono ridotte. Si prenda l´articolo 18, travestito in modo da apparire un parente della versione originale, ma in realtà radicalmente mutato. Il primo comma dei dieci che nel ddl sostituiscono i commi dal primo al sesto dell´articolo in questione attribuisce al giudice la facoltà di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro, in caso di licenziamento discriminatorio, quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro. Sulle prime questa parrebbe una novità meritoria, poiché da ogni parte si è sempre detto che l´articolo 18 si applica solo alle aziende con più di 15 dipendenti. E qualche voce del governo si è pure levata per far notare questa straordinaria innovazione a favore dei lavoratori. In verità si tratta di un dispositivo che ha più di vent´anni. La legge numero 108 del 1990 stabilisce infatti, all´articolo 3, che nel caso di licenziamento determinato da ragioni discriminatorie si applicano le conseguenze dell´articolo 18, cioè il reintegro nel posto di lavoro, quale che sia il numero dei dipendenti.

Crisi, il Veneto vara la delibera anti-suicidi. Banche permettendo

di Marco Sarti - linchiesta -
Nato come Piano straordinario contro la crisi, è stato subito ribattezzato delibera antisuicidi. E' il provvedimento della Regione Veneto per aiutare le aziende in crisi. E dare una mano agli imprenditori in credito verso le Pa e senza liquidità.
Un progetto di tutto rispetto. Peccato che le banche che dovrebbero erogare i finanziamenti abbiano già inziato a sollevare problemi. Share Email Stampa Tomba monumentale Brion, San Vito d'Altivole - Treviso (Flickr - Antonio_Trogu) Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/suicidi . Politica 25 aprile 2012 - 16:55 Nato qualche giorno fa, era stato ufficialmente presentato come il “Piano straordinario contro la crisi”.
Ma il provvedimento varato dalla Regione Veneto per sostenere le aziende in difficoltà è stato subito ribattezzato dalla stampa locale la “delibera anti-suicidi”. Un intervento sostenuto e gestito in prima persona dall’assessore regionale allo Sviluppo Economico Marialuisa Coppola, per venire incontro alle esigenze dei piccoli e medi imprenditori veneti a un passo dal fallimento.
E che adesso, come denuncia la stessa Coppola, rischia di perdere buona parte della sua efficacia per la poca disponibilità dimostrata dagli istituti bancari coinvolti. Presentato lo scorso 18 aprile, il Piano della Regione prevede l’attivazione di finanziamenti agevolati a favore di tutte le imprese in difficoltà.
A spiegare il perché del provvedimento era stato il titolare regionale dello Sviluppo economico: “Siamo preoccupati di vedere le nostre imprese boccheggianti per mancanza di liquidità, costrette a chiudere perché i debitori non pagano e le banche non arrivano in loro aiuto”. Ecco così l’idea, concretizzata attraverso l’intervento di Veneto Sviluppo, la società finanziaria partecipata al 51 per cento dalla regione Veneto e al restante 49 per cento da undici gruppi bancari.
L’erogazione di finanziamenti da 25 fino a 500mila euro (con un tetto di 300mila euro per le imprese artigiane non manifatturiere) per tutte le aziende in crisi. Un servizio di emergenza, pensato per aiutare gli imprenditori che vantano crediti insoluti maturati negli ultimi 18 mesi, anche con le pubbliche amministrazioni.
Quelli ancora in attesa dei rimborsi per gli investimenti fatti. Persino tutti quegli imprenditori che pur avendo già stipulato contratti di fornitura si trovano impossibilitati - per mancanza di liquidità - ad acquistare le materie prime necessarie per far fronte agli impegni. Finanziamenti dedicati a imprese operanti nei settori dell’industria, del commercio, dell’artigianato, del turismo, per un totale di 700 milioni di euro.

                                                                                     THE GROWTH

mercoledì 25 aprile 2012

25 aprile

Oggi, 25 aprile, si celebra l'anniversario della Liberazione. Nel 1945 tornavamo liberi con le armi in pugno, così pensavano i nostri nonni e i nostri padri che combatterono e persero la vita. Volevano un'Italia libera, unita e democratica. Speravano per i loro figli possibilità inimmaginabili. Mentre morivano, sognavano un futuro migliore. La vita valeva poco e però non aveva prezzo. Oggi, 25 aprile, se i partigiani potessero levarsi dalle tombe resterebbero sgomenti per lo scempio che si troverebbero davanti. Vedrebbero un'Italia senza sovranità economica, appaltata alla BCE e alle agenzie di rating. Un Paese senza sovranità territoriale, occupato dalle forze americane da 67 anni, con basi e testate nucleari disseminate nella Penisola, da Napoli, a Ghedi Torre, ad Aviano e con la costruzione della più estesa area militare europea a Vicenza con il concorso beffardo delle cooperative rosse. Vedrebbero in Parlamento senatori e deputati collusi con la mafia, con la camorra, con la 'ndrangheta. Un Paese senza sovranità popolare, con l'elezione a tavolino dei parlamentari da parte di pochi segretari di partito. Un Parlamento immorale, peggio di quello fascista che almeno non si nascondeva dietro alla parola democrazia. Un Paese senza industrie, senza le grandi fabbriche, le stupefacenti idee che trovarono sostanza nel dopoguerra grazie a uomini come Mattei e Olivetti, il primo morto ammazzato, il secondo emarginato dal Potere. Un Paese senza informazione, ormai lurida appendice dei partiti, strumento di propaganda che ha superato persino il ministero del MinCulPop fascista. Un Paese "senza", nel quale chiunque porti un'idea di rinnovamento è un pericolo, un fastidio intollerabile da eliminare per il Sistema, come Falcone, Ambrosoli, Borsellino, Moro e mille altri caduti nella Guerra Civile che è ancora in corso. Oggi, 25 aprile 2012, il corteo delle salme ha onorato la Resistenza. L'immagine cadente di Fini, Monti, Napolitano e Schifani rappresenta l'Italia. I vecchi occhi dei partigiani guarderebbero smarriti un deserto. Forse si metterebbero a piangere. Forse riprenderebbero in mano la mitraglia,

“Cari ragazzi, ricordatevi del 25 aprile”

micromega
Lettere dai partigiani: “Cari ragazzi, ricordatevi del 25 aprile”
Dopo le contestazioni in un liceo romano dei neofascisti il 25 aprile tornano a sfilare i combattenti. E in un libro ("Io sono l'ultimo", a cura di Giacomo Papi, Stefano Faure e Andrea Liparoto, Einaudi Stile Libero) raccontano ai ragazzi la loro battaglia. di Paola Doriga , da Repubblica, 23 aprile 2012 Le loro storie sono la nostra memoria. Le storie dei nostri nonni, che ci hanno raccontato quando magari non avevamo voglia di ascoltare, e che adesso non sappiamo dire quanto ci dispiace non potere più ascoltare. Le storie dei nostri nonni o dei nonni che ci siamo scelti, arrivate con una parola, con un libro, con una canzone. Come quella di Mario Bottazzi, partigiano romano, che sabato scorso, al liceo Avogadro di Roma, è stato contestato da un gruppo di studenti neofascisti, e per questo, proprio perché il tempo non è passato, dopodomani 25 aprile, dopo due anni di manifestazione a Porta San Paolo, i partigiani hanno deciso di tornare a sfilare. Per le strade. La suggestione di un mondo che non conosco se non attraverso le parole a me l'hanno data, a diciassette anni, i CSI. La scoperta di Beppe Fenoglio nei testi di La terra, la guerra, una questione privata. Della guerra, del fascismo, della Resistenza, sapevo quello che avevo studiato e letto e guardato a scuola e quello che avevo sentito in casa. Alle elementari le maestre ci mandavano in giro per il paese a intervistare gli anziani che avevano vissuto quegli anni. Erano storie di guerra e di fame, di prepotenza in divisa, libertà e dignità calpestate. Di ragazzi di vent'anni che cercavano di tornare a casa, in Sardegna, e si unirono alle bande partigiane, sui monti e nelle città, con la speranza in tasca. Di ragazze che facevano chilometri sulle loro biciclette, nelle valli in nord Italia, con ordini e messaggi nascosti fra i vestiti, con coraggio e incoscienza e lo spazio per un pensiero d'amore. Di donne che nascondevano uomini nelle cantine o nelle soffitte, cucivano vestiti e cucinavano minestre, nelle periferie di Roma o di Milano. La storia di Giuseppe Serreli, ascoltata e trascritta da alcuni bambini: «Giuseppe Serreli è un uomo di 55 anni, basso e magro. Vive ad Uta e fa l'ortolano». Raccontò che si fece partigiano nell'Appennino Ligure, chissà se incontrò Italo Calvino, aveva ventun anni, e scelse Uta come nome di battaglia. Che poi anziane non erano, quelle persone, quando io ero alle elementari, avranno avuto sessant'anni o poco più. Adesso, adesso sono anziani, molti sono morti. Sono i nostri nonni, e lentamente muoiono. Da raccontare, adesso, quelle storie, ai ragazzi delle medie che non sanno cosa sia, il 25 aprile, a cosa serva. Non sanno che è per tutti, per tutti noi ogni giorno ancora. Non sanno che hanno lottato, quelle persone, che non era in vacanza che andavano gli oppositori di Mussolini, chi si opponeva alle sue idee di oppressione e di violenza, come hanno provato a raccontarci in questi anni. Non sanno le carceri e il sangue sui muri. Non lavate questo sangue, hanno scritto su un foglio le prime persone che sono entrate alla scuola Diaz, dopo la notte in cui accadde quello che accadde. Il sangue non si lava via perché serve a ricordare, a non dimenticare. Quando vengono sospesi i diritti della democrazia, la libertà e la dignità calpestate, non va lavato via il sangue. Perché «tutto quel che è successo è perduto, ma tutto quel che è successo può tornare a succedere», scrive Rossana Rossanda.

Il comitato romano dell’Anpi non invita il sindaco Alemanno

il manifesto  Andrea Fabozzi
Liberazione non per tutti 3 Stampa Brutto clima, agguati e dimenticanze istituzionali. Ma ora le critiche sono per i partigiani Non è il primo anno che il comitato romano dell’Anpi non invita il sindaco Alemanno alle manifestazioni per il 25 aprile. Così come altre volte, sebbene atteso, il primo cittadino alla fine non è intervenuto per evitare contestazioni. Quest’anno invece il mancato invito alle autorità cittadine e regionali ha scatenato la polemica contro l’associazione dei partigiani. Che invano ha spiegato di aver scelto di escludere tutti i politici dalla manifestazione di domani: gli ospiti sgraditi sarebbero stati evidentemente solo due: Alemanno e la presidente della regione Polverini. Tant’è che, senza invito, il presidente della provincia Zingaretti ci sarà ugualmente. Lo ha spiegato ieri mentre da destra a sinistra sui partigiani romani piovevano critiche. A lanciarle non solo il fronte berlusconiano, ma anche qualche esponente del Pd e il leader del Terzo Polo Casini. Anche Cgil, Cisl e Uil del Lazio hanno diffuso un appello ecumenico perché non vengano escluse le istituzioni. Che si sono escluse da sole, giusto 20 giorni fa, in occasione del funerale del partigiano Sasà Bentivegna. Quando nessun rappresentante della regione e in ritardo solo un funzionario del comune hanno presenziato alla cerimonia in una sala della provincia. In quei giorni tanto la maggioranza di Alemanno quanto quella di Polverini si distinsero per le dichiarazioni offensive alla memoria del partigiano, medaglia d’argento al valor militare e tra gli autori dell’attentato di via Rasella. Il sindaco riuscì al massimo a promettere un ricordo «con tutti gli onori» del partigiano.

Il ricordo del 25 Aprile

di Zag in ListaSinistra
Il ricordo del 25 Aprile è ricordo della nascita della Repubblica Italiana e della Costituzione. In essa sono esplicitamente richiamati i valori di quella lotta che fu lotta di liberazione dal nazifascismo, Allora come oggi quella lotta di liberazione non è terminata. Siamo occupati ancora dal nazifascismo sia storico ( vi ricordo che esiste un sindaco che porta la croce celtica, e un ex ministro della guerra, invitato l'anno scorso alla festa che oltraggiò i ricordo dei nostri partigiani assimilandoli ai massacratori della X Mas. ) e che esiste in parlamento una forza politica che vuole inficiare quelle lotte che furono lotte nazionali per la riunificazione nazionale allora divisa fra la repubblica di Salò e il resto dell' Italia meridionale. Mai come oggi è necessario quel ricordo e il rilancio di quelle lotte di liberazione. I valori di quei partigiani , furono valori di libertà e di democrazia che accomunò tutti i sinceri democratici, dai liberali, ai cattolici del partito popolare a quelli di Giustizia e libertà e persino monarchici. In questo sta l'unità, tra i sinceri democratici nel celebrare il 25 Aprile. Oggi che siamo attaccati anche da un altro pericolo e nemico, Che è nemico di classe principalmente, ma anche della piccola e media borghesia. Che è il capitalismo finanziario , allora portatore e finanziatore del fascismo in fez e camicia nera, oggi del fascismo in giacca e cravatta( non per niente vengono definiti dal popolo romano i cravattari) , allora col moschetto e olio di ricino , oggi con i super computer di borsa e le TV che allora come oggi vuole affossare i lavoratori e far pagare allora come oggi la crisi del capitalismo alle classi più povere e lavoratrici Io credo che l'unita festa della repubblica vera e sempre attuale è il 25 Aprile e che l'unico vero inno nazionale sia Bella Ciao. E non è vero che le manifestazioni del 25 Aprile sia solo manifestazioni dei vecchi e delle rimembranze. Da alcuni decenni, i più veri e forti portatori dei quei valori non sono i vecchi , ma proprio i giovani, che in massa sono iscritti all'ANPI, e che hanno consentito quest'anno a dare un diverso significato alle vecchie e stantie celebrazioni, in cui erano invitati La Russa e Alemanno e Polverini e solo per uno sbaglio non anche Casa Pound. Il risveglio dei valori democratici e di liberazione partirà anche quando si capirà il vero significato dei valori del 25 Aprile e del 1^ Maggio.
Zag(c)


25th APRIL LIBERATION DAY FROM FASCISM "Would be you, I would't go out"

martedì 24 aprile 2012

Per il resto, tutto bene

- byoblu -
Un’altra strada c’è, ma solo in Italia sembra che sia tabù anche solo accennarvi. Mentre nel silenzio generale abbiamo approvato il Fiscal Compact, il trattato europeo che obbliga i paesi che lo ratificano al pareggio di bilancio, oltre alle Alpi c’è chi dice no. E’ l’Olanda, dove il premier Mark Rutte si è dimesso perchè Geert Wilders, suo alleato, ha fatto mancare il sostegno alle misure di austerity. Subito i mercati hanno minacciato di togliere la tripla A ad Amsterdam. Ma ci sono anche quegli irriducibili mattacchioni degli irlandesi. Pensate un po’: il 31 di maggio hanno addirittura indetto un referendum – l’ennesimo – per decidere se ratificare o meno il Fiscal Compact. Dalle loro parti usa così, anche se di solito, dal Trattato di Lisbona in poi, è più una questione formale, perché anche quando vincono i “no”, la UE li ripropone cambiando due virgole fino a quando non trionfano i “sì”. Ma c’è anche la Spagna. Come? Quei poveri greci degli spagnoli hanno il coraggio di alzare la testa? Sembra di sì, visto che non solo hanno indetto regolari elezioni mentre da noi incoronavamo in meno di 48 ore quello che Schifani ieri a Porta a Porta ha ricordato “essere stato chiamato” a risolvere una situazione (per carità, mica Mario si è presentato lui: ha accettato di buon grado, povera stella; e l’hanno chiamato, sì, ma – piccolo particolare - non gli italiani, bensì le élite, quelle della Trilaterale), ma ora Mariano Rajoy e il suo ministro delle finanze Guindos stanno addirittura pensando di non ratificare il Fiscal Compact perché, sull’onda delle svolte francesi (anche Sarkozy sta mollando la Merkel per tenere testa a Holland) e olandesi, si sono convinti – guarda un po’ – che un’altra strada c’è. E già, perché sta roba del pareggio di bilancio fa acqua da tutte le parti. Te la vendono con la storiella che ogni buona famiglia, alla fine del mese, deve pareggiare i conti tra le uscite e le entrate. Peccato che ogni buona famiglia, se è per questo, debba anche cercare di ridurre il debito fino ad eliminarlo del tutto, senza farne costantemente di nuovo. Allora, se la metafora della buona famiglia fosse valida, lo Stato dovrebbe anche smetterla di finanziare all’infinito il proprio debito e casomai eliminarlo. Dovrebbe cioè smettere di adottare l’economia del debito, che è quella filosofia per cui il debito non si ripaga mai, casomai si rifinanzia. Cosa è, tale disciplina, se non una tassa occulta? Un popolo lavora operosamente ma, oltre a pagare accise e balzelli, ai suoi risparmi viene costantemente applicato un esborso proporzionale alla sua ricchezza. Se il benessere sale, lo spread aumenta e l’entità della tassa aumenta in proporzione, grazie al meccanismo dei rendimenti. Siamo come Z la formica: veniamo costantemente depauperati da una classe di cavallette esose e mai sazie. Certo, diverso sarebbe se avessimo la possibilità di produrre quanto grano vogliamo, cioè di battere la nostra moneta. Ma ci siamo venduti pure la zecca, riempiendoci tuttavia di zecche.

ARMENIA: 24 aprile, il giorno del Medz Yeghern

di Enzo Nicolò Di Giacomo - eastjournal - Torniamo a parlare di un tema che fa molto discutere, che è quello del Genocidio degli Armeni, perché il 24 di aprile di ogni anno si celebra il giorno della memoria di tale immensa strage, denominata in armeno Medz Yeghern e traducibile in italiano come “Grande Male”. Oggi si parlerebbe di “pulizia etnica” in danno della popolazione armena, dell’Anatolia orientale, stanziata in quella che un tempo era Armenia o Grande Armenia a tutti gli effetti. E’ indubbio che si tratti di massacro, o come si vorrebbe di “genocidio”, termine che indica un preordinato e scientifico progetto di eliminazione di massa di un’etnia o di una minoranza nazionale, stanziata in un determinato territorio. Tutto ciò accadeva nell’Impero Ottomano, che iniziava lentamente a dissolversi e a sfaldarsi. Parteciparono alle operazioni di “pulizia”, oltre ai reparti dell’esercito ottomano, anche altre forze paramilitari di mercenari chiamate basci bozuk (in italiano “teste guaste”) e gruppi di irregolari curdi (non tanto innamorati dei cugini turchi, dai quali si differenziano per lingua, pur essendo anche loro in larga parte islamici) inquadrati nelle file imperialiste e tratti in inganno da vergognose astuzie, per istigare l’odio etnico e razziale avverso i vicini di casa armeni (i quali, giova ricordare, non erano affatto ospiti della Grande Turchia pre-Ataturk). Il 21 aprile 1915, iniziò l’espulsione coatta degli armeni dai loro territori, culminata con la marcia forzata attraverso i territori desertici del Tauro Armeno. Questi furono cacciati e sospinti verso i confini attuali dell’Armenia-stato (oggi ridotta di circa la metà della sua vecchia estensione), in quello che fu un vero e proprio “esodo della morte”, iniziato con vari rastrellamenti in quasi tutti i villaggi e comunità a prevalenza armena, nei quali furono trucidate centinaia di migliaia di uomini donne e bambini. Da quella marcia forzata, nella quale tutta la popolazione armena dell’Anatolia orientale, fu spinta verso est, tra impiccagioni, stupri, crocifissioni a motivo della fede degli armeni (“cristiano-apostolica-gregoriana,non-caledoniana”), seguì anche una diaspora, che portò i sopravvissuti a disperdersi ovunque ed in tutto il mondo. La comunità più nutrita di armeni che vive al di fuori della madrepatria oggi si trova in Francia.

Lo sviluppo passa per il manifatturiero e per le politiche industriali

Posted by keynesblog
Global Deindustralizzazione o terziarizzazione? Crisi del manifatturiero o trionfo dell’economia dei servizi? Il dibattito non è nuovo, ed è dagli anni ’80 che occupa uno spazio sempre più significativo sulla scena della riflessione economica. Di certo sappiamo che non è irrelevante: da esso infatti traggono origine importanti implicazioni per ciò che riguarda la presunta fine dell’età dell’industria e della cosiddetta “produzione materiale”, con pesanti ripercussioni sulle decisioni che i governi debbono assumere ai fini dello sviluppo dell’economia. No, l’industria non è passata di moda ed è su di essa che bisogna continuare ad investire, sapendo, però, che è stata attraversata da importanti cambiamenti. Oggi ne sono ormai consapevoli tutte le maggiori economie avanzate, non ultimi gli Stati Uniti che proprio sotto l’attuale Presidenza Obama si son posti (assai seriamente) un problema di rilancio del manifatturiero e della sempre più serrata concorrenza proveniente dalle economie di nuova industrializzazione, Cina in testa. E la questione è sempre più pressante: ce lo fa presente un prezioso approfondimento dell’Economist del 21 aprile scorso, parlandoci delle nuove “catene del valore”, dei legami sempre più articolati (ma anche forti) tra industria e servizi, nel segno di una continua evoluzione segnata dai processi dell’innovazione tecnologica. Non è una novità, questa, e la storia dovrebbe già di per sé aver insegnato qualcosa: dall’inizio della prima rivoluzione industriale nel Regno Unito, nel diciottesimo secolo, siamo passati a quella fordista che con la catena di montaggio ha segnato il decollo della produzione di massa, per finire all’era dell’economia digitale che ha governato il cosiddetto post-fordismo e la conseguente produzione-flessibile.

Le nostre dodici ore in un carcere israeliano

lunedì 23 aprile 2012

Negli Usa torna lo sciopero generale

- ilmegafonoquotidiano -
Dopo 66 anni, lanciato per il prossimo primo maggio da Occupy Wall Street, torna lo sciopero generale negli Stati Uniti, dove è vietato per legge. Stanno tuttavia circolando molti manuali, rivolti ai lavoratori stabili e precari, che illustrano i tanti modi per partecipare

Felice Mometti
Come andrà nessuno può dirlo. Nessuno è in grado di dirlo. Lo sciopero generale del 1° maggio indetto dal movimento Occupy americano è una novità assoluta per le forme che assumerà e per il modo in cui è stato costruito. Dopo 66 anni, dallo sciopero di Oakland del 1946, si parla di nuovo di sciopero generale. C'è voluto un movimento che ha terremotato lo scenario politico e sindacale statunitense, che da settembre ad oggi ha retto vari tentativi per isolarlo, reprimerlo, addomesticarlo. E i tentativi sono stati davvero molti e molto insidiosi. Dalla repressione su vasta scala operata in modo coordinato dai Dipartimenti di polizia di varie città - sostenuta nei fatti anche dall'Amministrazione Obama - con migliaia di arresti, sgomberi, minacce, sospensione di elementari libertà democratiche alla politica ammiccante di alcuni settori del Partito Democratico per cooptare il movimento all'interno dei luoghi istituzionali.
Sono stati mesi difficili, soprattutto gli ultimi, in cui la pressione politica, gli attacchi repressivi - mai venuti meno - e il circuito mediatico mainstream hanno cercato in tutti i modi di azzerare le legittime aspirazioni di un movimento che vuole cambiare radicalmente la società americana. E' il caso anche dell'azione concertata tra Partito Democratico e sindacati, molto attivi nello sminuire e ingabbiare qualsiasi lotta in vista della campagna per la rielezione di Obama. Il quale non sta facendo altro che rispolverare le promesse, non mantenute, fatte alle scorse elezioni. Lo sciopero del 1° maggio rappresenta quindi un test molto importante per la vitalità e la capacità di incidere del movimento. Allo stato attuale sono previsti blocchi, picchetti, manifestazioni in 120 città degli Stati Uniti. L'attenzione è però concentrata sulle mobilitazioni della West Coast del nord (San Francisco, Oakland, Seattle), di New York e di Chicago. L'appello di Occupy Oakland di dare vita a una giornata intera di mobilitazione, con vari appuntamenti, che inizia alle 6 del mattino con il blocco del Golden Gate, il lungo ponte che collega San Francisco al resto della Bay Area, sta funzionando un pò come modello di riferimento. A New York sono previste tre manifestazioni, di cui solo una autorizzata, e un'intera giornata di picchetti davanti a banche e società finanziarie. Il 1° maggio di Chicago sarà invece l'inizio di tre settimane di mobilitazioni che arriveranno a contestare anche il vertice della Nato che si svolgerà in quella città il 20-21 maggio.

Grecia. Sabato si è suicidato Savas Metoikidis, 45 anni, insegnante.

- controlacrisi -
Sabato si è suicidato Savas Metoikidis, 45 anni, insegnante, compagno. Si è impiccato come risposta finale alle imposizioni della troika alla Grecia. Il suo è un atto che non condividiamo. Nonostante questo diamo un significato politico a questo atto e pubblichiamo la lettera che Savas aveva scritto allo scoppio della rivolta del dicembre 2008, seguita immediatamente dopo l'uccisione del giovane Alexis Grigoropoulous per mano della polizia:
Chi sono dopotutto i teppisti?
Violenza è lavorare per 40 anni per delle briciole e... chiedersi se si riuscirà a smettere
Violenza sono i titoli finanziari, i fondi assicurativi saccheggiati, la truffa in borsa.
Violenza è essere costretti a stipulare un mutuo per una casa che si finisce per pagare come se fosse fatta d'oro.
Violenza è il diritto del tuo capo di licenziare in qualsiasi momento voglia farlo.
Violenza è la disoccupazione, la precarietà, sono i 700 euro al mese con o senza contributi previdenziali.
Violenza sono gli "incidenti" sul lavoro, perché il padrone riduce i costi di gestione a scapito della sicurezza dei lavoratori.
Violenza è prendere psicofarmaci e vitamine per far fronte agli orari di lavoro
Violenza è essere una donna migrante, è vivere con la paura di essere cacciato dal paese in qualsiasi momento e vivere in una costante insicurezza.
Violenza è l'essere casalinga, lavoratrice e madre allo stesso tempo.
Violenza è quando ti prendono per il culo al lavoro dicendo: 'dannazione, sorridi, è chiedere troppo?'
Quello che abbiamo vissuto io lo chiamo rivolta.
E proprio come ogni rivolta appare come una prova generale della Guerra Civile, ma puzza di fumo, gas lacrimogeni e sangue.
Non può essere facilmente sfruttata o controllata. Accende le coscienze, si rivela e polarizza le contraddizioni, e promette, almeno, momenti di condivisione e di solidarietà. E traccia i percorsi verso l'emancipazione sociale.
Signore e signori, benvenuti alle metropoli del caos! Installate porte sicure e sistemi di allarme alle vostre case, accendete il televisore e godetevi lo spettacolo. La prossima rivolta sarà ancora più agguerrita, mentre il marciume di questa società si approfondisce … Oppure, potete prendere le strade al fianco dei vostri figli, potete scioperare, potete osare di rivendicare la vita che vi stanno derubando, potete ricordarvi che una volta eravate giovani e volevate cambiare il mondo.
Savas Metoikidis

Le contraddizioni scatenate dalla crisi

"Cinque paradossi" rendono evidente che gli strumenti dell'economia del Novecento non possono spiegare, né affrontare, la situazione che stiamo vivendo. Le "ricette" della Bce producono effetti dissonanti rispetto alle finalità di partenza. Si è aperta una nuova fase, "e affrontarla con la testa rivolta al passato serve davvero a poco", scrive Alessandro Volpi, autore di "Sommersi dal debito"
di Alessandro Volpi* - 16 aprile 2012 - altreconomia -

Primo paradosso. La Banca centrale europea, per evitare la paralisi del credito, ha iniettato nelle vene del sistema bancario -tra dicembre 2011 e febbraio 2012- 1.019 miliardi di euro, facendosi pagare un tasso dell’1%.
Il settore finanziario italiano, grazie anche alle garanzie fornite dal Tesoro -dunque con i soldi dei contribuenti- pari a 40 miliardi, ha potuto attingere a circa 260 miliardi di quella gigantesca montagna di liquidità, e ne ha diretto una parte all’acquisto di titoli di Stato. I numeri in tal senso sono chiari: tra dicembre e febbraio nel portafoglio delle banche residenti in Italia i titoli di Stato sono passati da 209 a 267 miliardi di euro; questi 58 miliardi di maggiori acquisti hanno contribuito a raffreddare gli spread, ma, nel momento in cui si è profilata la crisi del debito spagnolo, sono immediatamente diventati un fardello eccessivo per le banche italiane, colpite da pesanti ondate di vendite azionarie. Se i titoli di Stato italiani subissero ulteriori perdite, il peso per le banche italiane diverrebbe insostenibile dopo che i primi cinque istituti hanno già perso nel 2011 28 miliardi di euro. Ma allora qual è la ratio di simili manovre? La Bce presta denaro e lo Stato italiano fornisce garanzie -entrambi con risorse pubbliche- per ridurre il costo del Debito -minori spread- e per non bloccare il credito alle imprese. Il risultato però è quello di rendere il debito più costoso -maggiori spread- e di restringere il credito: il paradosso è evidente.
Secondo paradosso. Il governo spagnolo, uscito vittorioso dalle elezioni politiche, annuncia di non essere in grado di centrare gli obiettivi europei di riduzione del deficit. Deve quindi porre in essere tre manovre finanziarie, ma le previsioni stimano una crescita del suo rapporto debito-Pil di oltre 20 punti percentuali. Inizia quindi una grave crisi del debito spagnolo; a risentirne maggiormente sono però i titoli di Stato a breve termine del nostro Paese. Perché? La risposta sta tutta nella speculazione: chi scommette sui mercati ha chiaro che la crisi spagnola sarà un motivo di tensione nei confronti dell’euro, e allora decide di sparare subito sulla preda più grande, il debito italiano. Se l’euro è sotto pressione per effetto delle debolezze spagnole, il modo più semplice per farne scendere ancora il valore è colpire i titoli del Paese più liquido e indebitato, cioè l’Italia, in maniera tale da avere subito un effetto amplificato. Ciò pone un interrogativo: la discussione sul mercato del lavoro come condizione per accrescere la stabilità e la credibilità finanziaria del Paese è davvero così cruciale, oppure le variabili che incidono sulla stabilità reale sono altre? Il paradosso è evidente, ed è reso ancora più marcato dal fatto che l’effetto prodotto dagli speculatori è ulteriormente accresciuto dalla possibilità -ripristinata- di compiere vendite allo scoperto sui titoli di Stato. Se è possibile speculare sui titoli di Stato, di fatto, senza neppure tirare fuori un euro, procedendo solo a successive ricoperture, è chiaro che il “sentimento” del mercato si indirizza laddove lo porta la maggioranza. One way bet, dicono gli anglosassoni, la scommessa a senso unico: si scommette, senza pagare la fish d’entrata, su un risultato determinato dalla mole delle scommesse stesse.
Terzo paradosso. La Banca centrale europea ha oggi un bilancio monstre di quasi 3.000 miliardi di euro, circa il 30% del Pil della zona euro, contro un bilancio della Federal Reserve statunitense che è pari al 20% del Pil a stelle e strisce. La Bce ha finanziato il suo bilancio senza creare carta moneta, a differenza degli Stati Uniti; ha remunerato i depositi allo 0,25 e ha prestato con tassi che vanno dall’1 al 2%. Dovrebbe aver guadagnato quindi. In realtà, ha peggiorato la qualità dei propri conti perché si è imbottita di titoli di Stato di qualità scadente dei Paesi a cui ha fatto i prestiti. In questo senso, mentre in Europa vige la condizione dell’impossibilità di salvare gli Stati, la Bce ha condotto un’enorme quantità di salvataggi, contabilizzando gli interessi che dovrebbero versarle i Paesi salvati; un vero e proprio paradosso, mentre la Fed, altro paradosso, che ha stampato carta moneta per comprare titoli di Stato Usa ha migliorato la qualità del proprio bilancio grazie al miglioramento della qualità dei titoli di Stato americani, comprati dalla carta moneta artificiale.

La svolta autoritaria del neoliberismo*

Debito e austerità: il modello tedesco del pieno impiego precario
di Maurizio Lazzarato - uninomade - sinistrainrete -

L’indebitamento dello Stato era, al contrario, l’interesse diretto della frazione della borghesia che governava e legiferava per mezzo delle Camere. Il disavanzo dello Stato era infatti il vero e proprio oggetto della sua speculazione e la fonte principale del suo arricchimento. Ogni anno un nuovo disavanzo. Dopo quattro o cinque anni un nuovo prestito offriva all’aristocrazia finanziaria una nuova occasione di truffare lo Stato che, mantenuto artificiosamente sull’orlo della bancarotta, era costretto a contrattare coi banchieri alle condizioni più sfavorevoli. Ogni nuovo prestito era una nuova occasione di svaligiare il pubblico, che investe i suoi capitali in rendita dello Stato.
K. Marx, Le lotte di classe in Francia

L’uscita dalla crisi si fa fuori dai sentieri tracciati dall’Fmi. Questa istituzione continua a proporre lo stesso tipo di modello di aggiustamento fiscale, che consiste nel diminuire i soldi che si danno alla gente – i salari, le pensioni, i finanziamenti pubblici, ma anche le grandi opere pubbliche che generano lavoro – per destinare il denaro risparmiato al pagamento dei creditori. È assurdo. Dopo quattro anni di crisi non si può andare avanti a togliere denaro sempre agli stessi. È esattamente quello che si vuole imporre alla Grecia! Tagliare tutto per dare tutto alle banche. L’Fmi si è trasformato in un’istituzione con lo scopo di proteggere unicamente gli interessi finanziari. Quando si è in una situazione disperata, com’era l’Argentina nel 2001, bisogna saper cambiare carte.
Roberto Lavagna, ministro argentino dell’Economia tra il 2002 e il 2005

Meno di vent’anni dopo la «definitiva vittoria sul comunismo» e a quindici anni dalla «fine della storia», il capitalismo è entrato in un’impasse storica. Dal 2007 è vivo grazie alle trasfusioni di somme astronomiche di denaro pubblico. Eppure continua a girare a vuoto. Nel migliore dei casi, riesce a riprodursi, ma dando un colpo di grazia, con rabbia, a ciò che resta delle conquiste sociali degli ultimi due secoli.

Da quando è scoppiata la «crisi dei debiti sovrani» fornisce uno spettacolo esilarante del proprio funzionamento. Le regole economiche di «razionalità» che i «mercati», le agenzie di rating e gli esperti impongono agli Stati per uscire dalla crisi del debito pubblico sono le stesse che hanno prodotto le crisi del debito privato (d’altra parte all’origine della prima). Le banche, i fondi pensione e gli investitori istituzionali esigono dagli Stati il riordino dei bilanci pubblici, quando ancora detengono miliardi di titoli spazzatura, che sono il risultato di una politica di sostituzione di salari e reddito con un sistema di credito. Le agenzie di rating, dopo aver dato un giudizio di triplice A a titoli che oggi non valgono più niente (con un campione di 2679 titoli su 17.000, relativi a prestiti immobiliari, una banca ha fatto un’analisi dei giudizi di Standard & Poor’s: il 99% aveva una triplice A al momento dell’emissione, ma oggi il 90% ha giudizi che scoraggiano l’investimento: non-investment grade), hanno la pretesa, contro qualunque buon senso, di detenere il giusto giudizio e la buona misura economica. Gli esperti (professori di economia, consulenti, banchieri, funzionari di Stato ecc.) – la cui cecità sui disastri che la presunta autoregolazione dei mercati e della concorrenza ha prodotto sulla società e sul pianeta è direttamente proporzionale alla loro servitù intellettuale – sono stati catapultati dentro governi «tecnici», che ricordano irresistibilmente i «comitati d’affari della borghesia». Più che di «governi tecnici» si tratta di «tecniche di governo» autoritarie e repressive che segnano una rottura persino con il «liberalismo» classico.

Jean-Luc Mélenchon è andato male? Analisi sulla Gauche alle presidenziali francesi

di Gennaro Carotenuto, lunedì 23 aprile 2012, 08:17
Soffermiamoci su di un aspetto particolare del primo turno delle presidenziali francesi. È andato bene o male il candidato del Front de Gauche Jean-Luc Mélenchon con il suo 11% abbondante dei voti e quattro milioni di francesi che lo hanno votato? Nei titoli dei giornali, che giustamente si soffermano sull’imminente ballottaggio, sull’incollatura di vantaggio di François Hollande su Nikolas Sarkozy e sull’agghiacciante trionfo dell’ultradestra di Marine Le Pen, Mélenchon viene liquidato spesso come delusione. Ma è proprio così?

Partiamo dalle definizioni. Definiamo per comodità "sinistra radicale" tutte quelle candidature collocabili alla sinistra del Partito Socialista. In Francia, come spesso nel mondo, non esiste quella beota corsa italiana ad un centro politico nominalistico. Sarkozy è destra, Hollande è sinistra e ciao.

Nelle elezioni presidenziali del 2007 la sinistra radicale ottenne circa l’8.5% dei voti. Spiccò il solo Olivier Besancenot che ottenne 1.3 milioni di voti, pari al 4% dell’elettorato. Dietro di lui i vari Buffet, Laguiller, Schivardi e Bové si suddivisero il resto. In particolare la candidata ufficiale del Partito Comunista Marie-George Buffet non arrivò al 2%.

Dopo quel passaggio viene fondato il Fronte delle Sinistre che, sempre per comodità, collochiamo a sinistra del partito socialista e a destra del mondo trotskista, dal quale provenivano Besancenot e Laguiller, riunito nel Nuovo Partito Anticapitalista. Nel 2009 il Front de Gauche si presenta alle elezioni europee. La novità cambia i rapporti di forza dentro la sinistra radicale francese e il Front de Gauche (che ingloba il PCF) supera il 6%, eleggendo 5 parlamentari, superando il Nuovo Partito Anticapitalista (4.8%, nessun eurodeputato).

Quei risultati erano un po’ drogati dal risultato di Europe Écologie, gli ambientalisti capaci di pareggiare il risultato del Partito socialista al 16%. Nelle presidenziali 2012 i verdi di fatto non hanno alcun ruolo. Eva Joly, prestigiosa magistrata franco-norvegese, famosa per le inchieste sui crimini ambientali delle multinazionali, è una comparsa che prende appena un voto su otto di quelli che il suo movimento aveva raccolto nel 2009. Secondo alcuni studi tra la metà e i due terzi dei voti persi da Joly sono andati a rafforzare François Hollande.

Al debutto la candidatura di Jean-Luc Mélenchon parte dal 5% nei sondaggi. È ben di più del 2% della Buffet ma è perfino meno di quanto il partito aveva fatto alle europee. Numericamente il suo compito principale è vincere il solito gironcino di sinistra con il candidato dell’NPA Philippe Poutou, Eva Joly, Nathalie Arthaud. Nessuno prevedeva, anche solo un paio di mesi fa, che potesse avvicinare il candidato centrista, François Bayrou.

Un manifesto fascista di Storace contro il governo Monti con la foto di una manifestazione … di sinistra … in Grecia con il cartello:
ΑΠΟΨΕ ΠΕΘΑΙΝΕΙ Ο ΦΑΣΙΣΜΟΣ: “stasera muore il fascismo” !! :-)

domenica 22 aprile 2012

La rivoluzione nel mercato mondiale passa (nuovamente) dalla Cina

di Pasquale Cicalese - sinistrainrete -
Gli occidentali si stracciano le vesti, le borse sprofondano giacché il segnale che proviene dall’import cinese di marzo (+5,9% annuo) rifletterebbe la frenata dura dell’economica di quel Paese.

Gli occidentali, immemori, non sembrano dare conto di un dato storico: nel primo trimestre del 2002 l’attivo commerciale della Cina è di appena 670 milioni di dollari, contro circa 40 miliardi di euro del surplus tedesco nello stesso periodo.

Tale numero rivela un cambiamento storico nel mercato mondiale. Per capirlo è utile analizzare cosa è avvenuto in Asia a partire dalla crisi del ‘97/’98. In quel periodo tutte le tigri cadono a terra, Fondo Monetario e Banca Mondiale si precipitano nelle capitali asiatiche per imporre alle popolazione di quei paesi il cosiddetto “Washington Consensus”, vale a dire terapie d’urto consistenti in privatizzazioni, deregolamentazioni, liberalizzazioni delle finanze e abbassamento dei livelli di vita.

Contro i desiderata occidentali avvengono però tre fatti “storici”: 1) i coreani si precipitano a decine di migliaia a consegnare oro alla banca centrale; con questo messaggio fanno capire chiaramente che non hanno nessuna intenzione di perdere un apparato industriale costruito con il sangue; 2) il premier malese Mahatir Mohamed sbatte fuori gli emissari del “Washington Consensus” e adotta politiche espansive; 3) fattore sconvolgente, che spiazzerà gli occidentali, è la mossa cinese di non svalutare lo yuan permettendo alle altre valute asiatiche di aver sbocchi commerciali.

Con questa mossa la dirigenza cinese si assicura l’amicizia delle potenze asiatiche nel primo decennio del 2000.

Dopo la crisi asiatica, e quella russa, che permetterà a Wall Street di raggiungere il record delle quotazioni azionarie e di rimandare la propria recessione, visto il notevole afflusso di capitali verso gli USA, un altro fattore sconvolgerà il mercato mondiale, vale a dire l’entrata della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, avvenuta nel 2001 in risposta alla non interferenza da parte cinese della futura invasione statunitense in Afghanistan, a cui seguirà la fine dell’Accordo Multifibre, in vigore dal 1974 e che permetteva un forte protezionismo da parte occidentale del settore tessile e dell’abbigliamento. Con queste due mosse la dirigenza cinese conquista il mercato mondiale, contribuendo ad una crescita vigorosa del PIL grazie al notevole surplus commerciale.

La crisi del 2007/2008, che gli asiatici definiscono “crisi atlantica”, porta ad un repentino cambio di rotta. In risposta alla debacle occidentale, il Consiglio di Stato cinese, l’organo di governo centrale, annuncia nel marzo del 2009 un piano di espansione fiscale di 600 miliardi di dollari, trascinando con sé i produttori di materie prime asiatici, sudamericani, africani e dell’Oceania, contribuendo alla risalita del commercio mondiale.

Contemporaneamente, dal lato della politica monetaria si assiste ad una vera e propria rivoluzione, data dalla sterilizzazione monetaria e da una lenta, ma costante rivalutazione dello yuan rispetto al dollaro e, da qui, all’euro. Nel giro di pochi anni la moneta cinese si rivaluta sul dollaro del 30% e sull’euro di circa il 26%.

Nel 2011 il Consiglio di Stato, dando il via al Piano Quinquennale, informa la comunità internazionale che la Cina intende aumentare notevolmente l’import di beni energetici, di impiantistica, di tecnologie e di beni di consumo, ponendo l’accento su di un graduale aumento dell’interscambio commerciale e facendo a meno degli storici surplus che caratterizzavano l’economia di quel Paese negli anni 2000.

La People’s Bank of China, per mano della vice-governatrice Yi Gang, autrice di un rapporto sulla strategia monetaria di questo decennio pubblicato due anni fa, indirizza tale politica con 3 punti: rivalutazione della moneta e aumento degli investimenti all’estero, internazionalizzazione dello yuan come strumento di riserva monetaria e crescita basata sulla domanda interna tramite la reflazione salariale e l’aumento del salario sociale globale di classe.

Il dato dell’interscambio del primo trimestre 2012 mostra che tale strategia sta avendo successo, giacché il Pil di questo periodo, che è stimato pari all’8,2% annuale, è interamente dovuto alla domanda interna, vale a dire investimenti e consumi, costituendo le esportazioni nette un contributo nullo, visto l’azzeramento del surplus commerciale.

Dopo decenni, dunque, la crescita cinese, è autopropulsiva, affatto dipendente dall’estero, specie dall’Occidente e l’aumento dell’import lascia prefigurare una politica espansiva attuata nel commercio mondiale, specie negli scambi sud-sud.

Questo in un contesto caratterizzato da un tasso di interesse del 6,5%, da una restrizione monetaria dura, con riserve obbligatorie al 20,5% dei depositi, e da una politica fiscale “prudente”: ciò significa che i cinesi hanno ampi margini per compensare una minore dinamica dell’export e per far fronte alla “crisi atlantica”.

C’è poi da fare un’altra considerazione: crescere al ritmo del 10% con un Pil nominale a 3 mila miliardi di dollari è ben diverso dal crescere del 7,5% unicamente con fattori interni con un Pil di 7 mila miliardi di dollari; in termini assoluti il secondo dato è ben più alto e qualitativamente è ben altra cosa…E questo sarebbe il processo che gli occidentali definiscono “atterraggio duro” o recessione!

Che cos'è il Quinto Stato?

Roberto Ciccarelli - sinistrainrete -
1. Il Quinto Stato è l’universale condizione di apolidia in patria in cui vivono almeno 7 milioni italiani a cui non sono riconosciuti i diritti sociali fondamentali. Nella stessa condizione vivono almeno 5 milioni di cittadini stranieri che non possiedono tali diritti, e subiscono l’esclusione dai diritti di cittadinanza a causa della loro extra-territorialità in uno Stato.

Questa definizione è ricavata dalle statistiche ufficiali (dati Istat 2010) e presuppone l’avvenuta separazione tra la cittadinanza e lo status tipico di un’appartenenza professionale, un’identità di classe, l’origine statuale del vivente, oltre che il suo rapporto con una comunità politica. Di questa scissione è possibile, ormai, fornire un ampio ventaglio di esempi, sempre e comunque parziali: innanzitutto il precario e l’atipico, detto anche parasubordinato, se vogliamo restare sul piano che descrive la condizione del Quinto Stato alla luce della posizione contrattuale del soggetto che lavora (o che non lavora).

Nelle cronache quotidiane, oltre che nei solidi convincimenti antropologici della sinistra, di qualsiasi tipo e ispirazione culturale, concentrata sul linguaggio e la cultura del sindacalismo prevalente (ormai l’unico discorso “di sinistra” riconoscibile ed accettato), la condizione dell’apolidia generalizzata e universale viene misurata in base alla posizione del soggetto, di qualsiasi soggetto italiano o straniero, rispetto al possesso di un contratto di lavoro. Ne deriva l’idea di una cittadinanza fondata sulla misura giuridica che prescinde dal lavoro svolto dal soggetto che detiene un contratto.

L’aberrazione di questa visione è il prodotto di una sanzione originaria: è cittadino solo chi possiede un contratto di lavoro, non importa quale lavoro sappia fare e, soprattutto, non importa la natura del lavoro in questione. Tale visione è, inoltre, il risultato di una confusione tra la condizione e il condizionato, cioè tra la vita del soggetto e la sua identità giuridica, peraltro ridotta ad uno status professionale fondato su un banale rovesciamento: quello tra una presunta condizione universale - è cittadino solo chi vanta un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, e comunque contrattualizzato - e un reale formalismo giuridico: è cittadino solo chi esercita un’attività regolata dalla rappresentanza sindacale, il contratto nazionale di lavoro, all’interno dell’impresa (quella della manifattura otto-novecentesca, ma non solo) oppure nella pubblica amministrazione. Sono questi i confini della cittadinanza all’interno dei quali non saranno mai rappresentati all’incirca 12 milioni di persone che vivono in Italia, oggi.

2. Il Quinto Stato è il risultato di un bando sovrano emesso a partire dalla precondizione fondamentale della cittadinanza: il suo radicamento in un’attività lavorativa o produttiva, la sua appartenenza ad un’identità basata sulla rappresentanza sindacale, la corporazione degli industriali, o di qualsiasi corpo sociale regolato da un ordine professionale, una lobby, un gruppo di pressione, senza contare il vasto assortimento di poteri sociali informali che sopravvivono nell’economia che regola la vita di un paese costituito dalle mille repubbliche legali e illegali.

L'austerità è di destra

- sinistrainrete -
Nicola Tanno intervista Marco Passarella
È proprio vero che l’austerità risolverà i problemi dell’Europa? Quali sono le vere cause della crisi economica? E cosa dobbiamo aspettarci se si continuerà sulla strada del liberismo? Sono queste alcune domande a cui hanno tentato di dare una risposta Emiliano Brancaccio e Marco Passarella, autori di “L’austeritá è di destra” (Il Saggiatore, 152 p., 13 €), un saggio che cerca di smontare con dati alla mano gli assiomi del pensiero economico contemporaneo: liberoscambismo, centralitá del pareggio di bilancio e flessibilitá. Il pregio maggiore del testo è quello di affrontare in chiave dialettica le contraddizioni del capitalismo senza mai cadere in un complottismo tanto in voga di questi tempi. Inoltre, pur essendo un lavoro teorico importante, il libro conserva un linguaggio accessibile anche per i non addetti ai lavori.

Di alcuni dei temi affrontati nel loro testo abbiamo parlato con Marco Passarella, ricercatore presso il dipartimento di Economia della Business School dell’Università di Leeds.

Gli spread tornano a risalire, nonostante l’austerità. La Spagna, ad esempio, che taglia sui servizi pubblici come pochi altri, è duramente punita dai mercati. A cosa lo s i deve? E perché in mancanza di effetti positivi si continua con questa politica? Vi è anche un elemento ideologico?

Anzitutto, è bene chiarire che cosa si intende quando si parla di "spread". Lo spread è la differenza nel rendimento di due titoli. Nello specifico, è il maggiore tasso di interesse pagato sui titoli del debito pubblico della Spagna (o dell’Italia) rispetto all’interesse pagato sui titoli di pari scadenza emessi da un paese ritenuto "sicuro", la Germania. Tale divario tende ad aumentare allorché gli investitori, i "mercati", prevedono una caduta del valore di mercato dei titoli spagnoli (o italiani). In particolare, minore è la fiducia che gli investitori ripongono nella solvibilità dello Stato spagnolo (o italiano), e dunque nella tenuta del valore dei suoi titoli, più rischiosi saranno il rinnovo ovvero la sottoscrizione di nuovi titoli, e maggiore sarà il tasso di rendimento richiesto a tal fine dai mercati. Venendo al quesito, la ragione per cui gli spread si mostrano insensibili ai tagli ed alle politiche di austerità è che, a differenza di ciò che si sente ripetere sui media, gli alti tassi di interesse sui titoli dei paesi periferici dell’Eurozona non dipendono dal livello assoluto dei deficit di bilancio statali o dei debiti pubblici, né dal loro rapporto rispetto al PIL. Ne è una riprova il fatto che, come ha osservato anche il Premio Nobel Paul Krugman, Irlanda e la Spagna, soltanto alla vigilia della crisi, sembravano due "studenti modello" sul piano dei conti pubblici, caratterizzate com’erano da avanzi di bilancio e da debiti pubblici irrisori. Anche in Italia, a dispetto di un debito pubblico elevato, proprio il 2011 è stato contrassegnato da un consistente avanzo primario (ossia da un differenza positiva tra entrate e uscite nel bilancio dello Stato, al netto della spesa per interessi). Ed ancora all’inizio dell’estate del 2011 il differenziale tra il rendimento dei titoli italiani e quello dei titoli tedeschi si attestava stabilmente sotto il due per cento. Le ragioni dell’aumento dei tassi di interesse sui titoli dei paesi periferici, e quindi degli spread, vanno dunque cercate altrove che nel lassismo fiscale. In particolare, come Emiliano Brancaccio ed io tentiamo di argomentare ne "L’austerità è di destra", la crescita degli spread è legata all'insostenibilità degli squilibri commerciali interni all’Eurozona, su cui si è innestata, a partire dal 2010, un’ondata speculativa contro i titoli di alcuni paesi membri. Se la speculazione internazionale ha svolto, di volta in volta, la funzione di detonatore, le cause profonde dell’esplosione degli spread vanno, però, ricercate nell’accumulo di deficit verso l’estero dei paesi periferici (Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna e, con alcune differenze, Italia) a fronte di surplus crescenti di Germania ed economie satelliti.

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