Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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venerdì 26 aprile 2013

«Hanno tradito la Liberazione»

Fonte: il manifesto | Autore: Carlo Lania                   
Intervista a Sandra Bonsanti , presidentessa di Giustizia e Libertà
Va giù duro: «Hanno tradito il 25 aprile. Il teatrino osceno a cui abbiamo assistito in questi giorni è il risultato di una serie di sconfitte di cui tutti siamo responsabili, e più di tutti il Pd». Giornalista, scrittrice, ex parlamentare e oggi presidente di Libertà e Giustizia, Sandra Bonsanti si dice «sopraffatta» dall’amarezza per come è avvenuta l’elezione del presidente della Repubblica e per come si sta arrivando alla formazione del nuovo governo.
Perché parla di tradimento?
Perché il 25 aprile ha sempre rappresentato per tutti un momento di grande speranza perché uscire da una dittatura, riavere la libertà è stato un momento grandioso della nostra storia. Oggi però ci sentiamo oppressi da questa situazione ed è molto difficile festeggiare.
Vede messi in pericolo i valori della Resistenza?
Fare un governo, prendere decisioni insieme a persone che hanno a dir poco irriso la Liberazione significa legittimare anche loro.
Quindi un eventuale governo di larghe intese sarebbe un’espressione del tradimento?
Messa così… Capisco che non è un discorso politico e non mi sento di fare un ragionamento freddo, ma nemmeno di pensare che l’emergenza è alta per cui dobbiamo ingoiare qualunque cosa. All’emergenza si fa fronte con la determinazione e soprattutto con dei principi. Perché se all’emergenza sociale si vuole porre rimedio senza garantire il diritto di uguaglianza di ogni cittadino, allora non si risolve nessuna emergenza. E questo cos’è se non un altro tradimento? Si ha la sensazione che questo paese, ormai senza futuro, stia perdendo anche la sua anima, la sua storia.
Il discorso diventa politico però se la sua è un’accusa alla sinistra di non fare il proprio mestiere.
Io accuso la sinistra ma accuso tutti noi. Non voglio salvare nessuno. Accuso la sinistra, il Pd, la società civile di non aver fatto abbastanza, perché se abbiamo perso qualche motivo ci sarà. Sicuramente il Pd ha fatto la sua parte, venendo meno nel momento più importante. Ha scoperchiato la pentola e dentro c’erano tutti i problemi irrisolti da anni e anni, di casta e di anche di indifferenza verso la voce di quelle persone, dei giornali, dell’opposizione, verso tutto ciò che era alla sua sinistra e ciò che si muoveva nel paese. Non ci hanno dato ascolto.
Il risultato è che l’antipolitica ha portato in parlamento persone che dicono che il fascismo non è stato tutto male e che invocano la marcia su Roma.
Condivido le cose dette da Barbara Spinelli: non cerchiamo di essere più severi del dovuto con il M5S. Accusarli oggi è facilissimo, perché effettivamente non sono all’altezza della situazione. Dopo di che: abbiamo mai chiesto ai parlamentari del Pdl o anche a quelli del Pd di essere preparati? No, quindi forse c’è un errore anche da parte nostra. I grillini sono una novità, ma c’è tanta roba lì dentro. Se pensa che il 38% dei loro elettori a Torino proviene dal Pd….
Anche perché poi sono le stesse persone che hanno proposto Stefano Rodotà al Quirinale.
Tanto di cappello per tutti i nomi che hanno proposto, magari li avessero fatti gli altri. E come si è visto è stata una grande sconfitta non avere insistito su Rodotà.
Lei dice: c’è stata troppa fretta nel rieleggere Napolitano.
Sì c’è stata molta fretta. Anche se è vero che siamo in una situazione particolare, con la paura dello spread, dei mercati. Siamo un popolo bloccato da queste paure che non si sa quanto siano giustificate.
Napolitano ha fatto male ad accettare?
Non mi permetto di criticare. Sono abbastanza vecchia da rispettare le istituzioni, dopo di che avrei preferito Rodotà. Così si è stabilito un precedente pericoloso in un momento in cui tutti si affrettano, a colpi di banalità e luoghi comuni, a dare addosso alla Costituzione.
A proposito di Costituzione: quanto accaduto non è un anticipo di presidenzialismo? Stiamo andando in quella direzione?

martedì 25 settembre 2012

La calce del nuovo mondo

 

Ci sono libri attraverso i quali ciò che è nascosto appare alla vista, come quando il lampo illumina la notte. È il caso di «Territori in resistenza» (Nova Delphi) di Raúl Zibechi, scrittore e giornalista, autore di numerosi libri e articoli sui movimenti sociali. Zibechi racconta le periferie urbane in America latina, nelle quali a suo modo di vedere germogliano «le principali sfide al sistema dominante». Al centro delle attenzioni di questa indagine ci sono «los de abajo», un ampio ed eterogeneo insieme di persone che include tutti coloro che subiscono oppressione ma resistono ai poteri in molti modi, più o meno organizzati, creando spazi di autonomia. A nostro avviso, «Territori in resistenza» riesce a illuminare anche pezzi di città europee, aldilà del contesto differente, a cominciare da Roma. Perché il libro parte da una consapevolezza importante: ovunque, in America latina come in Italia, mancano linguaggi capaci di captare «i flussi invisibili allo sguardo verticale, lineare, della nostra cultura maschile, saccente e razionale». Eppure oggi i cambiamenti sociali profondi si moltiplicano proprio grazie a quei flussi. E allora mettiamoci alla ricerca di coloro che creano spazi orizzontali di autonomia, certo non privi di limiti, ma che trasformano paure e povertà in luce.
Nella sua analisi Zibechi richiama, tra gli altri, Immanuel Wallerstein, secondo il quale nelle periferie confluiscono alcune delle principali fratture che attraversano il capitalismo: etniche, di classe, di genere. Le periferie sarebbero «i territori della spoliazione quasi assoluta», ma anche luoghi «della speranza» perché in grado di accogliere forme e reti di interscambio reciproco. L’autore racconta ad esempio l’importanza dei mercati e del commercio al dettaglio, degli orti condivisi, dei comedores populares, cioè le cucine e gli acquisti collettivi diffusi soprattutto in Perù. È in microspazi di vita quotidiana come questi che «los de abajo» esercitano i loro diritti di cittadinanza, maturano dignità e nuove forme di ribellione, raggiungono spesso risultati sorprendenti. Qualche esempio? Il movimento dei contadini senza terra del Brasile, senza aspettare di prendere il potere statale, ha conquistato in meno di trent’anni 22 milioni di ettari, una superficie superiore a quella di diversi paesi europei. Dal 2001 in Argentina si sono invece formate 205 fabbriche recuperate, cioè abbandonate dai padroni, occupate e poi autogestite dai lavoratori attraverso cooperative. Oggi sono tutte funzionanti. Quelle fabbriche sono importanti perché dimostrano che gli operai sono in grado di modificare in modo autonomo l’organizzazione del lavoro. «In diverse fabbriche sono stati creati laboratori culturali, radio comunitarie e spazi di dibattiti e scambi, riuscendo talora a creare reti di distribuzione ai margini del mercato», aggiunge Zibechi. In queste iniziative il lavoro alienante non è più la forma dominante grazie alla rotazione delle mansioni e alla consapevolezza acquisita dagli operai. E la produzione di beni per il mercato (valore di scambio) è subordinata alla produzione del valore d’uso. Di fatto, quelle fabbriche non vendono al mercato, dato che hanno consolidato relazioni di fiducia con clienti fissi. Il paradigma tradizionale del lavoro viene quindi messo in discussione sotto diversi punti di vista.
I comedores populares, gruppi autogestiti di cucine collettive diffusi a Lima durante la crisi, sono invece nati negli anni ‘80 per sostenere i più impoveriti, sempre meno in grado di provvedere ai propri pasti. Tramite questi gruppi il cibo viene comprato a prezzi ridotti, in quanto acquisti collettivi, cucinato e distribuito. Un’indagine di qualche anno fa, ricorda Zibechi, ne censiva settemila, ognuno mediamente composto da 22 volontari, per lo più donne dello stesso barrio. Ogni comedor fornisce un centinaio di pasti al giorno. Di fatto, le donne dei comedores non producono merce e non operano per il mercato ma per persone conosciute.
Anche gli orti autogestiti hanno costituito una maniera di affrontare la crisi alimentare dei ceti più poveri in diverse città latinoamericane e una parte di essi ha continuato a funzionare malgrado la «ripresa» economica. In alcuni casi sono sorti su terreni di case private e coltivate da nuclei familiari con l’aiuto dei vicini; in altri sono sorti su terreni pubblici occupati dalle famiglie. In ogni caso si sono dimostrati utili al bisogno di cibo e straordinari canali per la ricomposizione dei legami sociali. Zibechi, a tal proposito, cita un racconto di un gruppo di donne di un orto comunitario di Montevideo, pubblicato dalla rivista uruguaiana Multiversidad: «All’inizio avevamo una scheda dove ciascuno annotava le ore lavorate e al momento del raccolto questo veniva diviso in funzione delle ore lavorate. Con sorpresa, nel corso di una riunione, fu proposto di non segnare più le ore. Infatti il gruppo cominciava ad avere una coscienza comunitaria. Così si continua a fare ancora oggi. Al termine delle ore di lavoro ciascuno ritira ciò che serve per la propria famiglia».

domenica 29 aprile 2012

#BLOCKUPY FOR GLOBAL CHANGE!

- blckupy -
* Convocazione transnazionale alla mobilitazione a Francoforte, 16-19 maggio * *Solidarietà Internazionale nella nostra lotta comune* Stiamo convocando proteste di massa a Francoforte questo maggio contro il regime di crisi dell'Unione europea. Siamo attivisti che rappresentano una moltitudine di movimenti e di lotte di diversi paesi europei e non solo, movimenti che sono aumentati in questi ultimi mesi e anni per protestare contro l'assalto alle nostre libertà, al lavoro e ai mezzi di sussistenza che si è intensificato ferocemente durante questa crisi globale.
Abbiamo unito insieme e condiviso le nostre lotte ed esperienze, e ci siamo resi conto che, in una moltitudine di forme locali, stiamo combattendo la stessa battaglia.
Come mai prima, i nostri movimenti stanno iniziando a rafforzarsi l'un l'altro: un'opposizione vera e transnazionale sta cominciando ad emergere. Subito dopo i giorni di azione a livello mondiale, 12 e 15 Maggio, dove protesteremo nei nostri territori, la nostra lotta transnazionale si unirà a Francoforte, il centro europeo del capitalismo globale e il luogo in cui ha origine il disagio e la miseria che la dittatura dei mercati ha causato per milioni di persone.
Stiamo protestando contro il diffuso impoverimento e la negazione dei diritti democratici che si verificano nell'Eurozona come parte di una crisi sistemica globale. In particolare nella periferia dell'UE stiamo vivendo le conseguenze drammatiche di quella politica spinta dai governi di Germania e Francia e promulgata da istituzioni rappresentative del capitalismo globale: la BCE, FMI, UE, e i loro governi tecnocratici imposti.
Milioni di noi sono stati impoveriti e spinti alla miseria dall'austerità e dai programmi di adattamento strutturale, dalla negazione dei diritti dei lavoratori e dalla svendita e privatizzazione dei servizi pubblici, quali l'istruzione, la sanità e il walfare. Siamo sperimentando il saccheggio delle risorse umane e naturali da istituzioni apparentemente democratiche!
Questi processi sono solo il segno più evidente della precarizzazione del lavoro e della vita vissuta in tutta Europa e oltre. Le nostre rivolte sociali, che attraversano le frontiere interne dell'UE, sono espressione di indignazione che agisce fuori ogni forma di politica rappresentativa. Con il fallire della democrazia rappresentativa, noi la lasciamo alle nostre spalle, creando le nostre pratiche democratiche nelle lotte quotidiane contro sfruttamento.
Stiamo vivendo la migrazione globale come un altro chiaro segno del rifiuto di questo sistema transnazionale di sfruttamento, dei suoi confini di regime e delle guerre violente. Stanno devastando la nostra terra e il nostro sostentamento di base.
La situazione è urgente: siamo di fronte ad un disastro climatico provocato dall'uomo! Eppure, in Europa e nel mondo, stiamo anche sperimentando la nascita di movimenti politici che mettono alla prova lo sfruttamento di tutti i giorni la gente e la terra, la frammentazione sociale, la precarizzazione e il razzismo che pretende di dividerci e quindi indebolirci. Creando connessioni tra questi movimenti e rendendoci visibili e potenti, stiamo tentando di praticare una vera democrazia in questo momento.
A Francoforte, abbiamo la possibilità di creare realmente questi collegamenti, e di potenziare le lotte locali a livello transnazionale. Ci sarà il blocco del centro nevralgico del capitalismo globale, imparando da quello che abbiamo visto da OccuparyOakland e dal movimento negli Stati Uniti, che a sua volta ha appreso dalle rivoluzioni in tutto il Nord Africa, in Medio Oriente e dal movimento degli Indignados dell'Europa meridionale.
Uniamo i nostri movimenti per continuare la lotta! Non perdiamo questa occasione di imporre l'ordine del giorno per reinventare il nostro futuro comune! Il 17 maggio occuperemo i parchi e le piazze principali del centro città con le nostre tende per creare spazi di discussione e di scambio.
Il 18 maggio avanzeremo da diversi punti verso il quartiere finanziario: la nostra idea è quella di bloccare totalmente la BCE e tutte le alte importanti istituzioni finanziarie a Francoforte per bloccare lo svolgimento della loro attività. Il 19 maggio mostreremo la nostra grandezza in una manifestazione di massa per far sapere che non consentiremo alle nostre società di essere distrutte dalle istituzioni finanziarie. FOR A TRANSNATIONAL MOVEMENT TO END PRECARITY AND IMPOVERISHMENT! FOR INTERNATIONAL SOLIDARITY, FREEDOM and REAL DEMOCRACY NOW! #BLOCKUPY FRANKFURT!
16 Maggio - arrivo e azioni nel corso della riunione del comitato esecutivo della BCE 17 Maggio - occupazione del quartiere finanziario, assemblee, programma culturale
18 Maggio - blocco della BCE e delle maggiori banche
19 Maggio - manifestazione internazionale di massa
http://blockupy-frankfurt.org http://
17to19m.blogsport.eu • create local and regional planning groups + spread infos and stay tuned come in massess+

mercoledì 25 aprile 2012

25 aprile

Oggi, 25 aprile, si celebra l'anniversario della Liberazione. Nel 1945 tornavamo liberi con le armi in pugno, così pensavano i nostri nonni e i nostri padri che combatterono e persero la vita. Volevano un'Italia libera, unita e democratica. Speravano per i loro figli possibilità inimmaginabili. Mentre morivano, sognavano un futuro migliore. La vita valeva poco e però non aveva prezzo. Oggi, 25 aprile, se i partigiani potessero levarsi dalle tombe resterebbero sgomenti per lo scempio che si troverebbero davanti. Vedrebbero un'Italia senza sovranità economica, appaltata alla BCE e alle agenzie di rating. Un Paese senza sovranità territoriale, occupato dalle forze americane da 67 anni, con basi e testate nucleari disseminate nella Penisola, da Napoli, a Ghedi Torre, ad Aviano e con la costruzione della più estesa area militare europea a Vicenza con il concorso beffardo delle cooperative rosse. Vedrebbero in Parlamento senatori e deputati collusi con la mafia, con la camorra, con la 'ndrangheta. Un Paese senza sovranità popolare, con l'elezione a tavolino dei parlamentari da parte di pochi segretari di partito. Un Parlamento immorale, peggio di quello fascista che almeno non si nascondeva dietro alla parola democrazia. Un Paese senza industrie, senza le grandi fabbriche, le stupefacenti idee che trovarono sostanza nel dopoguerra grazie a uomini come Mattei e Olivetti, il primo morto ammazzato, il secondo emarginato dal Potere. Un Paese senza informazione, ormai lurida appendice dei partiti, strumento di propaganda che ha superato persino il ministero del MinCulPop fascista. Un Paese "senza", nel quale chiunque porti un'idea di rinnovamento è un pericolo, un fastidio intollerabile da eliminare per il Sistema, come Falcone, Ambrosoli, Borsellino, Moro e mille altri caduti nella Guerra Civile che è ancora in corso. Oggi, 25 aprile 2012, il corteo delle salme ha onorato la Resistenza. L'immagine cadente di Fini, Monti, Napolitano e Schifani rappresenta l'Italia. I vecchi occhi dei partigiani guarderebbero smarriti un deserto. Forse si metterebbero a piangere. Forse riprenderebbero in mano la mitraglia,

“Cari ragazzi, ricordatevi del 25 aprile”

micromega
Lettere dai partigiani: “Cari ragazzi, ricordatevi del 25 aprile”
Dopo le contestazioni in un liceo romano dei neofascisti il 25 aprile tornano a sfilare i combattenti. E in un libro ("Io sono l'ultimo", a cura di Giacomo Papi, Stefano Faure e Andrea Liparoto, Einaudi Stile Libero) raccontano ai ragazzi la loro battaglia. di Paola Doriga , da Repubblica, 23 aprile 2012 Le loro storie sono la nostra memoria. Le storie dei nostri nonni, che ci hanno raccontato quando magari non avevamo voglia di ascoltare, e che adesso non sappiamo dire quanto ci dispiace non potere più ascoltare. Le storie dei nostri nonni o dei nonni che ci siamo scelti, arrivate con una parola, con un libro, con una canzone. Come quella di Mario Bottazzi, partigiano romano, che sabato scorso, al liceo Avogadro di Roma, è stato contestato da un gruppo di studenti neofascisti, e per questo, proprio perché il tempo non è passato, dopodomani 25 aprile, dopo due anni di manifestazione a Porta San Paolo, i partigiani hanno deciso di tornare a sfilare. Per le strade. La suggestione di un mondo che non conosco se non attraverso le parole a me l'hanno data, a diciassette anni, i CSI. La scoperta di Beppe Fenoglio nei testi di La terra, la guerra, una questione privata. Della guerra, del fascismo, della Resistenza, sapevo quello che avevo studiato e letto e guardato a scuola e quello che avevo sentito in casa. Alle elementari le maestre ci mandavano in giro per il paese a intervistare gli anziani che avevano vissuto quegli anni. Erano storie di guerra e di fame, di prepotenza in divisa, libertà e dignità calpestate. Di ragazzi di vent'anni che cercavano di tornare a casa, in Sardegna, e si unirono alle bande partigiane, sui monti e nelle città, con la speranza in tasca. Di ragazze che facevano chilometri sulle loro biciclette, nelle valli in nord Italia, con ordini e messaggi nascosti fra i vestiti, con coraggio e incoscienza e lo spazio per un pensiero d'amore. Di donne che nascondevano uomini nelle cantine o nelle soffitte, cucivano vestiti e cucinavano minestre, nelle periferie di Roma o di Milano. La storia di Giuseppe Serreli, ascoltata e trascritta da alcuni bambini: «Giuseppe Serreli è un uomo di 55 anni, basso e magro. Vive ad Uta e fa l'ortolano». Raccontò che si fece partigiano nell'Appennino Ligure, chissà se incontrò Italo Calvino, aveva ventun anni, e scelse Uta come nome di battaglia. Che poi anziane non erano, quelle persone, quando io ero alle elementari, avranno avuto sessant'anni o poco più. Adesso, adesso sono anziani, molti sono morti. Sono i nostri nonni, e lentamente muoiono. Da raccontare, adesso, quelle storie, ai ragazzi delle medie che non sanno cosa sia, il 25 aprile, a cosa serva. Non sanno che è per tutti, per tutti noi ogni giorno ancora. Non sanno che hanno lottato, quelle persone, che non era in vacanza che andavano gli oppositori di Mussolini, chi si opponeva alle sue idee di oppressione e di violenza, come hanno provato a raccontarci in questi anni. Non sanno le carceri e il sangue sui muri. Non lavate questo sangue, hanno scritto su un foglio le prime persone che sono entrate alla scuola Diaz, dopo la notte in cui accadde quello che accadde. Il sangue non si lava via perché serve a ricordare, a non dimenticare. Quando vengono sospesi i diritti della democrazia, la libertà e la dignità calpestate, non va lavato via il sangue. Perché «tutto quel che è successo è perduto, ma tutto quel che è successo può tornare a succedere», scrive Rossana Rossanda.

Il comitato romano dell’Anpi non invita il sindaco Alemanno

il manifesto  Andrea Fabozzi
Liberazione non per tutti 3 Stampa Brutto clima, agguati e dimenticanze istituzionali. Ma ora le critiche sono per i partigiani Non è il primo anno che il comitato romano dell’Anpi non invita il sindaco Alemanno alle manifestazioni per il 25 aprile. Così come altre volte, sebbene atteso, il primo cittadino alla fine non è intervenuto per evitare contestazioni. Quest’anno invece il mancato invito alle autorità cittadine e regionali ha scatenato la polemica contro l’associazione dei partigiani. Che invano ha spiegato di aver scelto di escludere tutti i politici dalla manifestazione di domani: gli ospiti sgraditi sarebbero stati evidentemente solo due: Alemanno e la presidente della regione Polverini. Tant’è che, senza invito, il presidente della provincia Zingaretti ci sarà ugualmente. Lo ha spiegato ieri mentre da destra a sinistra sui partigiani romani piovevano critiche. A lanciarle non solo il fronte berlusconiano, ma anche qualche esponente del Pd e il leader del Terzo Polo Casini. Anche Cgil, Cisl e Uil del Lazio hanno diffuso un appello ecumenico perché non vengano escluse le istituzioni. Che si sono escluse da sole, giusto 20 giorni fa, in occasione del funerale del partigiano Sasà Bentivegna. Quando nessun rappresentante della regione e in ritardo solo un funzionario del comune hanno presenziato alla cerimonia in una sala della provincia. In quei giorni tanto la maggioranza di Alemanno quanto quella di Polverini si distinsero per le dichiarazioni offensive alla memoria del partigiano, medaglia d’argento al valor militare e tra gli autori dell’attentato di via Rasella. Il sindaco riuscì al massimo a promettere un ricordo «con tutti gli onori» del partigiano.

martedì 20 marzo 2012

Ce li mangeremo vivi. Θα τους φάμε ζωντανούς.

- beppegrillo -
"Ce li mangeremo vivi. Venga questa crisi, bussi, le sarà aperto, non aspettiamo altro. Se necessario butteremo giù il portone. E' già successo nel '43 e succederà ancora e in meglio. Non abbiamo più nulla da perdere, ma ci siamo abituati. Noi. Loro con la puzza sotto il naso non sanno cos'è la vera crisi. Loro devono averne paura. Noi che non abbiamo studiato alla Bocconi, non siamo entrati nello studio di papà o di mammà, non abbiamo leccato il culo per fare carriera in un partito o in ufficio statale. Nessuno ci ha raccomandati e raccomandazioni non ne abbiamo mai volute. Siamo ancora qui e incazzati il giusto per farvi il culo. Altro che chiedervi la carità o discutere con quel rottame della Fornero dei diritti dei lavoratori. Noi ce li mangeremo vivi. Ci scaldavamo con le palle di carta bagnate, pressate e messe nella stufa. Mangiavamo croste di formaggio scaldate sul ferro. Non ne ho mai più mangiate di così buone. Il bagno lo facevamo nella tinozza con l'acqua che veniva scaldata sopra la cucina economica. Il cinema era sempre in terza visione e solo una volta al mese. I nostri padri facevano i turni in fabbrica, quando noi dormivamo, loro lavoravano. Una carezza e un "Fai il bravo con la mamma" era l'unico fugace contatto al mattino. La domenica andavamo fuori città in bicicletta con qualche panino, una gazzosa e una bottiglia di vino rosso. D'estate ci scappava anche un'anguria. Che cazzo ci possono fare questi fighetti vestiti Armani, questi corrotti dentro, questi deputatini, questi mafiosetti, marci, marci, buoni solo a parlare, a cianciare, che hanno rovinato il Paese e ora ridono di noi. Noi non abbiamo nulla da perdere perché siamo stati abituati a vivere con poco e anche con nulla. Voi perderete tutto tranne la dignità, quella non l'avete mai avuta. Leggevamo il giornale solo la domenica quando lo comprava nostro padre. Non poteva permetterselo gli altri giorni. Era il Corriere della Sera di Pasolini, Montanelli, Buzzati. Uno solo di loro vale più di tutti i giornalai di adesso. Ci siamo rotti i coglioni e saremo poco educati con chi ci prende per il culo. Ce li mangeremo vivi, ben venga la crisi per fare pulizia." Un ex operaio

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Θα τους φάμε ζωντανούς
«Θα τους φάμε ζωντανούς. Ας έρθει αυτή η κρίση, ας κτυπήσει την πόρτα, θα της ανοίξουμε, άλλο που δεν περιμένουμε.
Αν χρειασθεί θα ρίξουμε κάτω και την πόρτα να περάσει.
Είχε ξανασυμβεί το ’43 και θα συμβεί και πάλι τώρα και καλύτερα. Δεν έχουμε τίποτα πια να χάσουμε, κι έχουμε συνηθίσει. Εμείς.
Εκείνοι, «με τη μύτη προς τα πάνω» δεν ξέρουν τι θα πει αληθινή κρίση.
Εκείνοι πρέπει να φοβούνται.
Εμείς που δεν σπουδάσαμε στα κολλέγια, δεν μπήκαμε στα γραφεία των μπαμπάδων και των μαμάδων μας, δεν γλύψαμε κόλους για να κάνουμε καριέρα σε κόμματα και στο δημόσιο. Κανείς δεν μας «σύστησε» και ποτέ δεν ζητήσαμε «συστάσεις».
Είμαστε ακόμα εδώ, παρόντες και είμαστε τσαντισμένοι όσο χρειάζεται για να σας γα … «κανονίσουμε».
Ούτε κατ’ ιδέα να ζητήσουμε ελεημοσύνη ή να διαπραγματευθούμε με ‘κείνο το ερείπιο τη Φορνέρο (υπουργό εργασίας) για τα δικαιώματα των εργαζομένων. Εμείς θα τους φάμε ζωντανούς.
Μας ζεσταίνανε με ζεστές βρεμένες χάρτινες μπάλες, που βγάζανε μέσα από τη σόμπα.
Τρώγαμε την κρούστα του τυριού ζεσταμένη πάνω στο σίδερο. Ποτέ δεν ξανάφαγα τέτοια ωραία κρούστα.
Κάναμε μπάνιο μέσα στη λεκάνη με το νερό ζεσταμένο πάνω στη σόμπα.
Το σινεμά ήταν πάντα τρίτης προβολής και μόνο μια φορά το μήνα.
Οι πατεράδες μας έκαναν βάρδιες στα εργοστάσια, όταν εμείς κοιμόμασταν, εκείνοι δούλευαν. Ένα χάδι, κι ένα «να είσαι καλό παιδί με τη μαμά» ήταν η μοναδική βιαστική επαφή μαζί τους το πρωί.
Την Κυριακή βγαίναμε βόλτα με το ποδήλατο και κανένα σάντουιτς στη τσέπη, μια γκαζόζα, και κάνα μπουκάλι κρασί. Το καλοκαίρι τύχαινε και καμιά φέτα καρπούζι.
Τι στο διάολο μπορούν να μας κάνουν αυτοί οι λιμοκοντόροι ντυμένοι με Αρμάνι, αυτοί οι διεφθαρμένοι μέσα τους, αυτά τα βουλευτάκια, αυτά τα μαφιοζάκια, σάπιοι, σάπιοι, καλοί μόνο στα λόγια, στα λογίδρια, που κατέστρεψαν τη χώρα και τώρα γελούν μαζί μας και μας κοροιδεύουν.
Εμείς δεν έχουμε τίποτα να χάσουμε γιατί έχουμε συνηθίσει να ζούμε με λίγα, κι ακόμα και με τίποτα. Εσείς θα τα χάσετε όλα, εκτός από την αξιοπρέπεια, αυτή ποτέ δεν την είχατε.
Διαβάζαμε εφημερίδα μόνο την Κυριακή όταν την αγόραζε ο μπαμπάς. Δεν μπορούσε τις άλλες μέρες. Ήταν η Κορριέρε ντελλα Σέρα του Παζολίνι, Μοντανέλλι, Μπουζάντι. Ένας μόνον απ’ αυτούς αξίζει πιο πολύ απ’ όλους τους σημερινούς δημοσιογράφους.
Μας έχουν και μας έχετε σπάσει τ’ αρχ … αποτέτοια και δεν θα είμαστε καθόλου ευγενικοί με όποιον θελήσει πάλι να μας τη φέρει. Θα τους φάμε ζωντανούς, καλώς να έρθει η κρίση για να καθαρίσει ο τόπος.»
Ένας πρώην εργάτης.

mercoledì 7 marzo 2012

Assemblea transnazionale - Transnational open assembly - Διεθνική Ανοιχτή Συνέλευση

Assemblea transnazionale – Prossimamente nella tua città!
- resistencefirst -
Sebbene i governi e le istituzioni dell’Unione Europea confinino ripetutamente la crisi al caso “eccezionale” della Grecia, lo stato di emergenza sembra essere lo spettro che si aggira per l’Europa. Pare che in una delle aree più ricche del globo, nessuno riesca a vivere con i propri mezzi e l’austerità sia la sola via per salvare ciò che è stato costruito per decenni; un salvataggio per annegamento, costruire attraverso la demolizione è il dogma dell’ortodossia politica ed economica.

Sebbene diverse forze politiche avessero previsto in molti casi i tragici risultati di questa specifica forma di sviluppo che il regime di accumulazione postfordista e la finanziarizzazione dell’economia avrebbero scatenato per l’intera società, sembra che il sentire generale, perfino tra i più radicali, sia dominato da un certo torpore. Sembra che la conferma della predizione si ripeta sempre e solo come tragedia.

La Grecia, comunque, pare essere il luogo per eccellenza, dove questo tornado devasta salari, pensioni, garanzie sociali, in breve tutte le strutture del welfare e i diritti politici che erano sopravvissuti dal compromesso del dopoguerra. L’esperimento greco per la messa a punto del futuro europeo prende forma in modo chiaro e inequivocabile.
Tuttavia, a parte l’imposizione orchestrata dal governo greco, il saccheggio da parte di Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale di qualsiasi segno di dignità, materiale e simbolico, reale e illusorio, sembra che a essersi intensificati in questa guerra dichiarata siano innanzitutto le risposte degli oppositori. La continua escalation delle lotte sociali contro la mostruosità delle ricorrenti misure di austerità partoriscono sempre più numerosi e indignati mostri del rifiuto.

Sembra che la resistenza non sia sufficiente, né la fuga. Ciò che è stato dimostrato ripetutamente negli ultimi due anni è che la questione (im)posta da innumerevoli soggettività non è la resistenza contro gli attacchi, né la costruzione di alternative di evasione: è semplicemente e puramente il rifiuto non formulato e senza parole, perciò inafferrabile, imprevedibile e temibile.

Come parte anonima, senza forma e senza possibilità di essere messa in forma di questo movimento non rappresentabile, invitiamo tutti coloro che sono parte di questo disperso, disorientato e confuso pensiero e azione di strada a venire e formare una due giorni di assemblea aperta ad Atene, dove i mostri della crisi dal sud Europa globale (da Londra a Madrid e da Berlino a Roma), così come le sollevazioni e insurrezioni in Nord Africa, possono condividere esperienze e idee per contaminare ulteriormente i diseredati europei con una rabbia senza speranza e una paura speranzosa.

Dopo la manifestazione del 5 maggio 2010 ad Atene, l’Economist ha pubblicato in prima pagina un’immagine di Atene con il titolo “Arriva in una città vicina a voi?”. Oggi possiamo sostituire il punto interrogativo con un punto esclamativo. Le reti che collegano Syntagma con Tahrir, Barcellona, Londra o New York sono più forti che mai, come una catena di eventi, occupazioni, manifestazioni, iniziative per un rifiuto collettivo e senza mediazioni che diviene transnazionale.

Invitiamo individualmente e collettivamente a partecipare all’assemblea per pensare in comune come possiamo disperdere questo rifiuto assoluto e trovare strade per agire insieme contro il dogma economico e politico della crisi attraverso gli esistenti confini nazionali, economici e politici. Il nostro obiettivo è di aprirsi alle varie forme di rifiuto attivo e assoluto che emergono nelle nostre interconnesse vite quotidiane, e di creare tempi e spazi comuni di lotte, pratiche e azioni.

Atene, 21-22 marzo 2012
Teatro occupato Empros
Riga Pallamidou 2, Psyrri

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Transnational open assembly – Coming to a city near you!

Even though EU governments and institutions repeatedly confine crisis to the ‘exceptional’ case of Greece, the state of emergency seems to be the spectre that is haunting Europe. It seems that in one of the richest areas of the globe, no one is living within their means and austerity is the only way to rescue whatever has been built for decades; rescuing by drowning, building by demolishing seems to be the dogma of political and economic orthodoxy.

Even though several political forces had in many instances predicted the tragic outcomes of this specific form of development that the post-fordist regime of accumulation and the unleashed financialisation of the economy would engender for societies at large, it seems that the general feeling, even among the most radical, is dominated by an uncomfortable numb. It seems that verification of prediction repeats itself always and only as tragedy.

Greece, however, seems to be the lieu par excellence, where this tornado, ravages wages, pensions, social benefits, in brief all welfare structures, and political rights that had survived from the post-war consensus. The Greek experiment for the fine-tuning of the European future takes place in a clear and unequivocal way.

However, apart from the imposition orchestrated by the Greek government, the EU and the IMF looting of any material and symbolic, real and illusionary sign of dignity, it seems that what is intensified in this declared war are the responses of the opponent. The ongoing escalation of social struggles against the monstrosity of recurrent austerity measures gives birth to more and more numerous and more outraged monsters of refusal.

It seems that resistance is not enough; neither escape. What has been proven in recurrent instances during the past two years is that the question (im)posed by innumerable subjectivities is not that of resistance against the attacks, neither the construction of evading alternatives; it is simply and purely the unformulated, speechless, hence ungraspable, unpredictable and fearful refusal.

As anonymous, unformed and unformable part of this non-representable movement, we invite everyone who is part of this scattered, bewildered and confused street thought and action to come and form a two-day Open assembly in Athens, where the monsters of crisis the global European South (from London to Madrid and from Berlin to Rome, as well as the upheavals and insurrections in North Africa) will exchange experience and ideas in order to further contaminate the European underdogs with hopeless rage and hopeful fear.

Following the 5th of May 2010 demonstration in Athens, the Economist published in its front-page an image from Athens with the title ‘Coming to a city near you?’. Today we replace the question mark with an exclamation mark. The networks that link Syntagma with Tahrir, Barcelona, London or New York are stronger than ever; like a chain of events occupations, demonstrations, initiatives for collective and un-mediated refusal become transnational.

We invite everyone individually and collectively to come to the assembly in order to think in common how we can disperse this absolute refusal and find ways to work together against the economic and political dogma of the crisis across established national, economic and political borders. Our aim is to open up to the various forms of active and absolute refusal that emerge in our every day interconnected lives, and to create common time and spaces of struggles, practices and actions.

Athens, 21-22 March 2012
Occupied theatre Empros
Riga Pallamidou 2, Psyrri
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Διεθνική Ανοιχτή Συνέλευση – «Προσεχώς στην πόλη σας!»

Παρότι κυβερνήσεις και θεσμοί της ΕΕ με επαναλαμβανόμενο τρόπο περιορίζουν την κρίση στην «μεμονωμένη» περίπτωση της Ελλάδας, το καθεστώς έκτακτης ανάγκης μοιάζει να είναι το φάντασμα που πλανιέται πάνω από την Ευρώπη. Φαίνεται ότι σε μια από τις πλουσιότερες περιοχές του πλανήτη κανείς/μια δεν ζει μέσα στα όρια των δυνατοτήτων του/της και η λιτότητα είναι ο μοναδικός τρόπος να διασωθεί ότι έχει οικοδομηθεί σε δεκαετίες· διάσωση μέσω πνιγμού, χτίσιμο μέσω κατεδάφισης μοιάζει να είναι το δόγμα της πολιτικής και οικονομικής ορθοδοξίας.

Παρότι αρκετές πολιτικές δυνάμεις είχαν σε πολλές περιστάσεις προβλέψει τις τραγικές συνέπειες αυτής της συγκεκριμένης μορφής ανάπτυξης που το μετα-φορντιστικό καθεστώς συσσώρευσης και η αχαλίνωτη χρηματιστικοποίηση της οικονομίας θα προκαλούσε για το σύνολο των κοινωνιών, φαίνεται ότι το γενικό αίσθημα, ακόμα και μεταξύ των πιο ριζοσπαστικών κομματιών της κοινωνίας, κυριαρχείται από ένα αμήχανο μούδιασμα. Φαίνεται ότι η επαλήθευση των προβλέψεων επαναλαμβάνεται πάντα και μόνο ως τραγωδία.

Παρόλα αυτά, η Ελλάδα μοιάζει να είναι ο παραδειγματικός χώρος, όπου αυτή η θύελλα σαρώνει μισθούς, συντάξεις, κοινωνικά επιδόματα, εν συντομία όλες τις δομές κοινωνικού κράτους, καθώς και τα πολιτικά δικαιώματα που επιβίωσαν από τη μεταπολεμική συναίνεση. Το ελληνικό πείραμα για τις τελικές δοκιμές του ευρωπαϊκού μέλλοντος συντελείται με καθαρό και χωρίς περιστροφές τρόπο.

Ωστόσο, εκτός από την ενορχηστρωμένη από την ελληνική κυβέρνηση, την ΕΕ και το ΔΝΤ επιβολή που λεηλατεί κάθε υλικό και συμβολικό, πραγματικό και ψευδεπίγραφο δείγμα αξιοπρέπειας, φαίνεται ότι αυτό που εντείνεται σε αυτόν τον κηρυγμένο πόλεμο είναι και οι απαντήσεις του αντιπάλου. Η συνεχής κλιμάκωση των κοινωνικών αγώνων ενάντια στην τερατουργία των επαναλαμβανόμενων μέτρων λιτότητας γεννά όλο και πιο πολυάριθμα και όλο και πιο εξοργισμένα τέρατα άρνησης.

Φαίνεται ότι η αντίσταση δεν είναι αρκετή· ούτε η διαφυγή. Αυτό που έχει αποδειχθεί κατ’ επανάληψη τα τελευταία δυο χρόνια είναι ότι το ζήτημα που τίθεται/επιβάλλεται από αναρίθμητες υποκειμενικότητες δεν είναι η αντίσταση ενάντια στις επιθέσεις, ούτε η οικοδόμηση εναλλακτικών διαφυγής· είναι απλά και καθαρά η μη διατυπωμένη, άναρθρη, συνεπώς ασύλληπτη, απρόβλεπτη και τρομαχτική άρνηση.

Ως ανώνυμο, αδιαμόρφωτο και μη διαμορφώσιμο κομμάτι αυτού του μη αντιπροσωπεύσιμου κινήματος, προσκαλούμε όποιον και όποιαν είναι μέρος αυτής της σκόρπιας, σαστισμένης και μπερδεμένης σκέψης και δράσης του δρόμου να έρθουν και να διαμορφώσουν μια διήμερη Ανοιχτή συνέλευση στην Αθήνα, όπου τα τέρατα της κρίσης από τον παγκόσμιο ευρωπαϊκό νότο (από το Λονδίνο ως τη Μαδρίτη και από το Βερολίνο ως τη Ρώμη), καθώς και από τους ξεσηκωμούς και τις εξεγέρσεις στη Βόρεια Αφρική θα ανταλλάξουν εμπειρίες και ιδέες με στόχο να μολύνουν περισσότερο τα ευρωπαϊκά αουτσάιντερ (underdogs) με απελπισμένη οργή και ελπιδοφόρο φόβο.

Αμέσως μετά τη διαδήλωση της 5ης Μαΐου 2010 στην Αθήνα, ο Economist είχε στο εξώφυλλό του μια εικόνα από την Αθήνα με τον τίτλο «Προσεχώς σε μια πόλη δίπλα σας;» (‘Coming to a city near you?’). Σήμερα αντικαθιστούμε το ερωτηματικό με θαυμαστικό. Τα δίκτυα που συνδέουν το Σύνταγμα με την Ταχρίρ, τη Βαρκελώνη, το Λονδίνο ή τη Νέα Υόρκη είναι πιο δυνατά από ποτέ· σαν μια αλυσίδα από γεγονότα, καταλήψεις, διαδηλώσεις, οι πρωτοβουλίες για συλλογική και αδιαμεσολάβητη άρνηση διεθνοποιούνται.

Καλούμε όλες και όλους, ατομικά και συλλογικά, να έρθουν στη συνέλευση προκειμένου να σκεφτούμε από κοινού πώς μπορούμε να διασπείρουμε αυτή την απόλυτη άρνηση και να βρούμε τρόπους να δουλέψουμε μαζί ενάντια στο οικονομικό και πολιτικό δόγμα της κρίσης, ανεξάρτητα από εθνικά, οικονομικά και πολιτικά σύνορα. Ο στόχος μας είναι να ανοιχτούμε στις ποικίλες μορφές ενεργούς και απόλυτης άρνησης που αναδύονται στις καθημερινές αλληλοσυνδεόμενες ζωές μας και να δημιουργήσουμε κοινούς χώρους και χρόνους αγώνων, πρακτικών και δράσεων.

Αθήνα, 21-22 Μαρτίου 2012
Κατάληψη θεάτρου Εμπρός
Ρήγα Παλαμήδου 2, Ψυρρή

domenica 19 febbraio 2012

Lettera aperta di Mikis Theodorakis. Προς τη διεθνή κοινή γνώμη: "Η αλήθεια για την Ελλάδα"!

di Mikis Theodorakis - megachip -
Υπάρχει μια διεθνής συνωμοσία με στόχο την ολοκλήρωση της καταστροφής της χώρας μου. Ξεκίνησαν από το 1975 με στόχο τον νεοελληνικό πολιτισμό, συνέχισαν με την διαστροφή της νεότερης ιστορίας μας και της εθνικής μας ταυτότητας και τώρα προσπαθούν να μας εξαφανίσουν και βιολογικά με την ανεργία, την πείνα και την εξαθλίωση. Εάν ο ελληνικός λαός δεν ξεσηκωθεί σύσσωμος για να τους εμποδίσει, ο κίνδυνος για την εξαφάνιση της Ελλάδας είναι υπαρκτός. Εγώ την τοποθετώ μέσα στα δέκα επόμενα χρόνια. Από μας θα μείνει μόνο η μνήμη του πολιτισμού μας και των αγώνων μας για την ελευθερία. [....]

Esiste un complotto internazionale che ha l'obiettivo di cancellare il mio paese. E’ iniziato nel 1975 opponendosi alla civiltà neo-greca, è continuato con la distorsione sistematica della nostra storia contemporanea e della nostra identità culturale e adesso sta cercando di cancellarci anche materialmente con la mancanza di lavoro, la fame e la miseria.
Se il popolo greco non prende la situazione in mano per ostacolarlo, il pericolo della sparizione della Grecia è reale. Io lo colloco entro i prossimi 10 anni.

Di noi, resterà solo la memoria della nostra civiltà e delle nostre battaglie per la libertà.

Fino al 2009 il problema economico non era grave. Le grandi ferite della nostra economia erano la spesa esagerata per la difesa del paese e la corruzione di una parte dei politici e dei giornalisti. Per queste due ferite, però, erano corresponsabili anche dei paesi stranieri. Come la Germania, la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti che guadagnavano miliardi di euro da noi con la vendita annuale di materiale bellico. Questa emorragia continua ci metteva in ginocchio e non ci permetteva di crescere mentre offriva grandi ricchezze ai paesi stranieri. Lo stesso succedeva con il problema della corruzione. La società tedesca Siemens manteneva un dipartimento che si occupava della corruzione dei nostri politici, per poter piazzare meglio i suoi prodotti nel mercato greco. Di conseguenza, il popolo greco è stato vittima di questo duetto di ladri, Greci e Tedeschi, che si arricchivano sulle sue spalle.

È evidente che queste due ferite potevano essere evitate se i due partiti al potere (filo americani) non avessero raccolto tra le loro fila elementi corrotti, i quali, per coprire l’emorragia di ricchezze (prodotte dal lavoro del popolo greco) verso le casse di paesi stranieri, hanno sottoscritto prestiti esagerati, con il risultato che il debito pubblico è aumentato fino a 300 miliardi di euro, cioè il 130% del Pil.

Con questo sistema, le forze straniere di cui ho detto sopra, guadagnavano il doppio. Dalla vendita di armi e dei loro prodotti, prima; dai tassi d’interesse dei capitali prestati ai vari governi (e non al popolo), dopo. Perché come abbiamo visto, il popolo è la vittima principale in ambedue i casi. Un esempio solo vi convincerà. I tassi d’interesse di un prestito di 1 miliardo di dollari che contrasse Andreas Papandreou nel 1986 dalla Francia, sono diventati 54 miliardi di euro e sono stati finalmente saldati nel…2010!
Il Sig. Juncker ha dichiarato un anno fa, che aveva notato questa grande emorragia di denaro dalla Grecia a causa di spese enormi (ed obbligatorie) per l’acquisto di vari armamenti dalla Germania e dalla Francia. Aveva capito che i nostri venditori ci portavano direttamente ad una catastrofe sicura ma ha confessato pubblicamente che non ha reagito minimamente, per non colpire gli interessi dei suoi paesi amici!

Nel 2008 c’è stata la grande crisi economica in Europa. Era normale che ne risentisse anche l’economia greca. Il livello di vita, abbastanza alto (eravamo tra i 30 paesi più ricchi del mondo), rimase invariato. C’è stata, però, la crescita del debito pubblico. Ma il debito pubblico non porta obbligatoriamente alla crisi economica. I debiti dei grandi paesi come gli USA e la Germania, si contano in tris miliardi di euro. Il problema era la crescita economica e la produzione. Per questo motivo furono contratti prestiti dalle grandi banche con tasso fino al 5%. In questa esatta posizione ci trovavamo nel 2009, fino a quando in novembre è diventato primo ministro Georges Papandreou. Per farvi capire cosa ne pensa oggi il popolo greco della sua politica catastrofica, bastano questi due numeri: alle elezioni del 2009 il partito socialista ha preso il 44% dei voti. Oggi le proiezioni lo portano al 6%.

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