Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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mercoledì 3 ottobre 2012

Privatizzazioni

Il catastrofico day after per gli italiani
121001alcoaVladimiro Giacché
Caso Ilva e caso Alcoa. Due storie molto diverse tra loro, che hanno però anche qualcosa in comune. In entrambi i casi, si tratta di ex imprese pubbliche che sono state privatizzate.
È un buon esempio di quanto pesino tuttora sulla nostra economia gli esiti delle privatizzazioni degli anni Novanta. Già questo sarebbe un ottimo motivo per occuparsene. Ma non è il solo. Oggi si torna a parlare della vendita di proprietà pubbliche per ridurre il debito. Sarebbe una buona idea? Capire cosa è successo venti anni fa può aiutarci a rispondere a questa domanda.
1) Dal 1992 al 2000 la gran parte dell’industria di Stato e delle banche pubbliche è stata posta sul mercato. Si tratta del più ampio processo di privatizzazione mai realizzato in Occidente. La tecnostruttura guidata da Mario Draghi, all’epoca direttore generale del Tesoro (che mantenne la carica sotto 6 diversi ministri), privatizzò imprese statali per un valore di 220.000 miliardi di lire, oltre 110 miliardi di euro.
Questo rispondeva al primo obiettivo delle privatizzazioni: fare cassa per ridurre il debito pubblico ed entrare nel club della moneta unica. Anche se in molti casi sarebbe stato più conveniente per lo Stato mantenere il controllo delle imprese e incassare ogni anno un dividendo.
2) Ma c’era anche un secondo obiettivo: ridurre il ruolo dello Stato nell’economia e aumentare la concorrenza. Come scrisse Dario Scannapieco, membro del team di Draghi al Tesoro e oggi vicepresidente della Bei «si è sfruttata l’occasione offerta dalla necessità ed urgenza di rispettare gli stringenti vincoli esterni, imposti dalla partecipazione all’Unione Monetaria Europea, per avviare iniziative volte alla ridefinizione del ruolo dello Stato ed alla riforma, in senso maggiormente concorrenziale, dei mercati ». La prima cosa fu realizzata, la seconda no. Ma è proprio la presenza di concorrenti che costringe le imprese ad adottare comportamenti efficienti, mentre non esiste alcuna dimostrazione scientifica della maggiore efficienza dell’impresa privata rispetto all’impresa pubblica in quanto tale. Tra le società privatizzate vi erano monopoli naturali, per definizione non soggetti alla concorrenza (si pensi alle autostrade). In altri casi, non furono attuate le necessarie liberalizzazioni prima di privatizzare, e quindi le imprese privatizzate poterono godere di una rendita di monopolio.
Una ricerca condotta anni fa da Giovanni Siciliano sulle banche italiane privatizzate evidenziò dati deludenti sia in termini di produttività, che di redditività; a quest’u l timo riguardo le banche piccole non privatizzate andavano addirittura meglio di quelle privatizzate. Tanto da indurre lo stesso Siciliano a concludere: «È difficile dire se le privatizzazioni bancarie abbiano «funzionato».
3) Infine, il terzo obiettivo delle privatizzazioni: rafforzare con la quotazione in borsa delle imprese ex pubbliche il mercato azionario italiano, introdurre anche in Italia il modello della public company anglosassone (l’impresa quotata con un capitale distribuito tra molti azionisti), inducendo anche molte imprese private a quotarsi e dando vita così alla «democrazia economica dei piccoli investitori». Da questo punto di vista il fallimento delle privatizzazioni è stato pressoché totale. È vero che negli anni delle privatizzazioni i tre quarti della capitalizzazione di borsa furono costituiti da società ex pubbliche. Ed è vero che molti risparmiatori (e anche molti lavoratori delle ex imprese pubbliche privatizzate) parteciparono alle privatizzazioni. Ma già nel 2003 Luigi Spaventa, all’epoca presidente della Consob, osservò che «la maggior parte delle principali società private ad azionariato diffuso sono state oggetto di successive acquisizioni che hanno portato in alcuni casi al loro delisting [cancellazione dalla Borsa] o alla determinazione di un assetto di controllo fortemente concentrato».
Da allora, la concentrazione del controllo delle imprese quotate è ulteriormente cresciuta, pochissime società private si sono quotate e la capitalizzazione complessiva di Borsa a maggio 2012 è oggi inferiore al 20% del prodotto interno lordo (era maggiore nel 1996).
In compenso, molti nomi storici del capitalismo italiano si sono comprati imprese pubbliche in vendita. Rivolgendosi in particolare verso quelle che forniscono servizi di pubblica utilità. Il perché è presto detto: queste società rappresentano una fonte di profitti certa, che spesso può godere di una rendita di monopolio o di oligopolio. Si tratta per di più di una fonte di profitti sottratta non soltanto alle fasi alterne del ciclo (le bollette si pagano sempre), ma anche alla concorrenza internazionale.
A consuntivo, il risultato delle privatizzazioni per il sistema economico italiano è a dir poco deludente. La presenza del settore pubblico nell’economia si è ridotta al lumicino, ponendo la parola fine all’economia mista che aveva caratterizzato il nostro paese per molti decenni e privando lo Stato di strumenti fondamentali di politica industriale e anche di intervento nella congiuntura (si pensi al costo delle tariffe autostradali, o alla restrizione del credito alle imprese a cui stiamo assistendo).
In compenso, le privatizzazioni hanno rappresentato una provvidenziale scialuppa di salvataggio per capitalisti in difficoltà nel settore manifatturiero. Pirelli comprò Telecom nel 2001, quando entrarono in crisi i settori cavi e sistemi di telecomunicazione, Benetton lanciò l’offerta pubblica di acquisto sulle azioni Autostrade nel 2003, dopo aver chiuso il 2002 con un risultato operativo in calo del 15% e una perdita netta di 10 milioni di euro. Come scrisse anni fa Giangiacomo Nardozzi, «la grande stagione delle privatizzazioni ha sì lasciato la gran parte delle attività dismesse in mani italiane, ma a costo di indebolire lo slancio competitivo di importanti pezzi dell’industria, offrendo occasioni di più facili profitti». Se i primi undici anni del nuovo millennio hanno visto la crescita più bassa dal dopoguerra il motivo va ricercato anche in questo. Il consenso quasi unanime che le privatizzazioni hanno ricevuto in sede parlamentare è probabilmente uno dei motivi per i quali non si è mai sviluppato un effettivo dibattito sui loro effetti. «Pubblico» intende contribuire a colmare questa lacuna. E vuole farlo a partire da un punto di vista particolare. Le privatizzazioni sono state anche un processo che ha coinvolto milioni di lavoratori. La loro voce non è stata mai ascoltata.
da Pubblico

martedì 25 settembre 2012

La calce del nuovo mondo

 

Ci sono libri attraverso i quali ciò che è nascosto appare alla vista, come quando il lampo illumina la notte. È il caso di «Territori in resistenza» (Nova Delphi) di Raúl Zibechi, scrittore e giornalista, autore di numerosi libri e articoli sui movimenti sociali. Zibechi racconta le periferie urbane in America latina, nelle quali a suo modo di vedere germogliano «le principali sfide al sistema dominante». Al centro delle attenzioni di questa indagine ci sono «los de abajo», un ampio ed eterogeneo insieme di persone che include tutti coloro che subiscono oppressione ma resistono ai poteri in molti modi, più o meno organizzati, creando spazi di autonomia. A nostro avviso, «Territori in resistenza» riesce a illuminare anche pezzi di città europee, aldilà del contesto differente, a cominciare da Roma. Perché il libro parte da una consapevolezza importante: ovunque, in America latina come in Italia, mancano linguaggi capaci di captare «i flussi invisibili allo sguardo verticale, lineare, della nostra cultura maschile, saccente e razionale». Eppure oggi i cambiamenti sociali profondi si moltiplicano proprio grazie a quei flussi. E allora mettiamoci alla ricerca di coloro che creano spazi orizzontali di autonomia, certo non privi di limiti, ma che trasformano paure e povertà in luce.
Nella sua analisi Zibechi richiama, tra gli altri, Immanuel Wallerstein, secondo il quale nelle periferie confluiscono alcune delle principali fratture che attraversano il capitalismo: etniche, di classe, di genere. Le periferie sarebbero «i territori della spoliazione quasi assoluta», ma anche luoghi «della speranza» perché in grado di accogliere forme e reti di interscambio reciproco. L’autore racconta ad esempio l’importanza dei mercati e del commercio al dettaglio, degli orti condivisi, dei comedores populares, cioè le cucine e gli acquisti collettivi diffusi soprattutto in Perù. È in microspazi di vita quotidiana come questi che «los de abajo» esercitano i loro diritti di cittadinanza, maturano dignità e nuove forme di ribellione, raggiungono spesso risultati sorprendenti. Qualche esempio? Il movimento dei contadini senza terra del Brasile, senza aspettare di prendere il potere statale, ha conquistato in meno di trent’anni 22 milioni di ettari, una superficie superiore a quella di diversi paesi europei. Dal 2001 in Argentina si sono invece formate 205 fabbriche recuperate, cioè abbandonate dai padroni, occupate e poi autogestite dai lavoratori attraverso cooperative. Oggi sono tutte funzionanti. Quelle fabbriche sono importanti perché dimostrano che gli operai sono in grado di modificare in modo autonomo l’organizzazione del lavoro. «In diverse fabbriche sono stati creati laboratori culturali, radio comunitarie e spazi di dibattiti e scambi, riuscendo talora a creare reti di distribuzione ai margini del mercato», aggiunge Zibechi. In queste iniziative il lavoro alienante non è più la forma dominante grazie alla rotazione delle mansioni e alla consapevolezza acquisita dagli operai. E la produzione di beni per il mercato (valore di scambio) è subordinata alla produzione del valore d’uso. Di fatto, quelle fabbriche non vendono al mercato, dato che hanno consolidato relazioni di fiducia con clienti fissi. Il paradigma tradizionale del lavoro viene quindi messo in discussione sotto diversi punti di vista.
I comedores populares, gruppi autogestiti di cucine collettive diffusi a Lima durante la crisi, sono invece nati negli anni ‘80 per sostenere i più impoveriti, sempre meno in grado di provvedere ai propri pasti. Tramite questi gruppi il cibo viene comprato a prezzi ridotti, in quanto acquisti collettivi, cucinato e distribuito. Un’indagine di qualche anno fa, ricorda Zibechi, ne censiva settemila, ognuno mediamente composto da 22 volontari, per lo più donne dello stesso barrio. Ogni comedor fornisce un centinaio di pasti al giorno. Di fatto, le donne dei comedores non producono merce e non operano per il mercato ma per persone conosciute.
Anche gli orti autogestiti hanno costituito una maniera di affrontare la crisi alimentare dei ceti più poveri in diverse città latinoamericane e una parte di essi ha continuato a funzionare malgrado la «ripresa» economica. In alcuni casi sono sorti su terreni di case private e coltivate da nuclei familiari con l’aiuto dei vicini; in altri sono sorti su terreni pubblici occupati dalle famiglie. In ogni caso si sono dimostrati utili al bisogno di cibo e straordinari canali per la ricomposizione dei legami sociali. Zibechi, a tal proposito, cita un racconto di un gruppo di donne di un orto comunitario di Montevideo, pubblicato dalla rivista uruguaiana Multiversidad: «All’inizio avevamo una scheda dove ciascuno annotava le ore lavorate e al momento del raccolto questo veniva diviso in funzione delle ore lavorate. Con sorpresa, nel corso di una riunione, fu proposto di non segnare più le ore. Infatti il gruppo cominciava ad avere una coscienza comunitaria. Così si continua a fare ancora oggi. Al termine delle ore di lavoro ciascuno ritira ciò che serve per la propria famiglia».

mercoledì 5 settembre 2012

Un debito lungo 150 anni – Piero Bevilacqua (Il Manifesto)

- fonte -

Anche all’indomani dell’Unità d’Italia, i nostri governanti pensarono di far fronte ai debiti contratti per le guerre d’indipendenza mettendo in vendita il patrimonio pubblico. Oggi si tratterebbe di una vera e propria svendita, viste le condizioni del mercato. Inoltre, il nostro Paese ha il 60% del patrimonio artistico dell’umanità. E va difeso dal mercato
È già accaduto che l’Italia si sia trovata in condizioni di gravi difficoltà finanziarie, gravata da un considerevole debito pubblico. Anzi, si può dire che il nostro Stato-nazione sorge, nel 1861, su una montagna di debiti contratti per sostenere le nostre guerre d’indipendenza. L’Italia, dunque, nasce indebitata, ma per ragioni ben diverse da quelle dei nostri anni. E tuttavia, allora come oggi, i gruppi dirigenti pensarono di trovare una soluzione mettendo in vendita il nostro patrimonio: in quel caso il vasto complesso dei demani ereditati dai vari Stati regionali. Si trattava di un immenso complesso di terreni ed annessi che si pensò di vendere ai privati per risanare le esauste casse del pubblico erario.
Come ha ricordato una giovane storica, Roberta Biasillo, sulle pagine di questo giornale (3 aprile 2012) contro questa scelta si levò la voce di un giurista dell’Italia liberale, Antonio Del Bon, che in un «manifesto» del 1867, elencava con grande saggezza e competenza le ragioni che sconsigliavano la vendita del nostro patrimonio immobiliare. Egli consigliava, al contrario, di offrire ai privati le terre demaniali con un contratto di fitto venticinquennale, così da non prosciugare i capitali di chi investiva, stimolando al contrario l’utilizzo produttivo dei terreni e lasciare tuttavia i demani in proprietà dello Stato, quale «Tesoro della Nazione… un tesoro produttivo indefinitivamente» da conservare anche per le future generazioni.
Ora, a consigliare di non vendere i nostri beni pubblici, ma di utilizzarli in altro modo per abbassare il livello del nostro debito, concorrono più ragioni che è bene non dimenticare. Innanzi tutto – e questo è noto anche agli uomini del governo – nell’attuale situazione di mercato l’operazione si configurerebbe come una vera e propria svendita. E ciò a prescindere dalla riuscita tecnica dell’operazione. L’obiezione secondo cui tramite un fitto di lungo periodo la somma che lo Stato incasserebbe sarebbe insufficiente, ha scarso valore, perché questo accadrà comunque. Vendere beni pubblici è difficile. E il rischio che lo Stato corre è di privarsi di un immenso patrimonio, con manufatti anche di grande valore, ricavando alla fine somme irrisorie. Questo è accaduto anche negli anni ’60 dell’800. Come ha ricordato la Biasillo, nel 1872 l’allora ministro delle Finanze Quintino Sella dichiarò alla Camera che dalla privatizzazione di beni il cui valore era 700.798.613 di lire, lo Stato aveva incassato solo 277 milioni. Non diverso esito si è avuto dalle vendite recenti. Dalle ultime due operazioni di cartolarizzazione del Governo Tremonti, a fronte di una privatizzazione di beni per 16 miliardi di euro, alle casse dello Stato ne sono arrivati solo due.
Ma occorre richiamare alla memoria una lezione storica che vale perfettamente anche per il presente. Tutte le esperienze di vendita di beni, sia statali che ecclesiastici, lungo l’intera la storia nazionale, mostrano un effetto che costituisce una costante per così dire perversa di simili operazioni. Esse producono un generale rafforzamento dell’attitudine redditiera dei privati e deprimono, di converso, l’ardimento imprenditoriale e l’attitudine al rischio. È un fenomeno elementare, facile da comprendere anche per gli economisti neoliberali. Chi esborsa un significativo capitale per l’acquisto, è poi in genere restìo a impegnarsi in ulteriori investimenti di valorizzazione produttiva. E’ facile immaginare che la vendita creerebbe una nuova manomorta in mano privata e sottrarrebbe capitali all’iniziativa imprenditoriale.

sabato 30 giugno 2012

Syriza in Italia? Proviamoci ma la strada è lunga

Autore: Marco Bersani*
       
La vicenda greca parla a tutti i popoli d’Europa sotto diversi punti di vista.

Da una parte è la più lampante dimostrazione di come lo “shock” del debito sia stato artatamente costruito per ridisegnare il comando sociale dei grandi capitali finanziari sul mondo del lavoro e sull’intera vita delle persone.

La Grecia è infatti il Paese che più pedissequamente si è sottoposto ai diktat della “Troika” e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: drastica caduta delle condizioni di vita, disoccupazione di massa, precarietà generalizzata, espropriazione di beni comuni e servizi pubblici, sottrazione di democrazia.

Dall’altra è l’altrettanto chiara dimostrazione di come la mobilitazione sociale costante e su contenuti chiari sia pagante e possa far uscire un intero popolo dalla frammentazione e dalla disperazione per iniziare a costruire un’alternativa : da questo punto di vista l’esperienza di Syriza è illuminante e densa di indicazioni.

Lo scontro sociale che la crisi ci consegna è - e sempre più sarà - senza quartiere: da una parte l’ossessione delle politiche liberiste chiede continuamente nuovi “assets” su cui riversare i capitali finanziari, dentro un modello capitalistico in condizioni di cronica sovrapproduzione; dall’altra, i movimenti sociali indicano nell’inversione di rotta e nella definanziarizzazione della società la possibilità di un altro modello sociale.

E’ come se, dopo aver per oltre due decenni affermato “privato è bello”, cercando di convincere le persone, oggi i poteri forti finanziari dicano molto più semplicemente - e ferocemente – “privato è obbligatorio e ineluttabile”.

Da questo punto di vista, il nuovo paradigma dei beni comuni che ha attraversato tutte le lotte e le mobilitazioni sociali, in particolare nel nostro Paese, diviene il luogo principale dello scontro in atto, tra la riappropriazione collettiva di ciò che a tutti appartiene e il definitivo esproprio di diritti e democrazia.

Su questo terreno - la straordinaria vittoria referendaria sull’acqua dello scorso anno lo dimostra - è possibile costruire un altro linguaggio e un nuovo protagonismo sociale che sappiano uscire dalla pur generosa minorità per parlare all’intera società.

Un terreno che sposti l’asse dell’azione collettiva dall’intervento “a valle” dei processi all’assalto “a monte” degli stessi: che passi dal “consumo critico” alla critica della produzione, dalla lotta contro le privatizzazioni alla riappropriazione partecipativa di beni e servizi, dal terreno de “i soldi non ci sono” alla risocializzazione del credito, dalla democrazia formale alla democrazia reale.

Da questo punto di vista - e conoscendo tanto i drammatici limiti delle forze politiche in Italia quanto le insufficienze dei movimenti sociali - sarei molto cauto nell’immaginare una deterministica riproduzione italiana dell’esperienza di Syriza.

Innanzitutto perché quell’esperienza nasce dalla mobilitazione sociale reale che in quel paese ha assunto livelli di radicalità - più di 15 scioperi generali - attualmente impensabili in Italia; inoltre la crisi della rappresentanza nel nostro Paese - dopo due decenni in cui il modello Berlusconi ha plasmato trasversalmente la società - ha assunto livelli di drammaticità, difficilmente riscontrabili in altri Paesi europei.

L’Italia è un Paese tutt’altro che pacificato, ma l’insufficienza delle mobilitazioni sociali rispetto allo scontro in atto è purtroppo un dato ancora evidente; l’Italia è un Paese denso di rivendicazioni collettive, ma la frammentazione delle stesse è purtroppo sotto gli occhi di tutti.

Prima di affrontare il delicatissimo tema della rappresentanza, occorre a mio avviso dedicare tutte le possibili energie alla costruzione della precondizione della stessa: una forte, radicale, unitaria e inclusiva mobilitazione sociale su alcuni obiettivi chiari e comunicabili, che sappiano tessere la rete delle relazioni sociali e ribaltare l’agenda politica di un Palazzo ormai “autistico”.

Il rischio è che, in mancanza di un livello adeguato di mobilitazione sociale, la scorciatoia della rappresentanza venga ancora una volta dai più percorsa, nell’illusione di costruire dall’alto ciò che è complicato far emergere dal basso.

Ben venga Syryza, dunque, se serve a camminare. Ma con la consapevolezza dei passi da compiere.

*Forum italiano dei movimenti per l’acqua

sabato 9 giugno 2012

Multiutility a prezzo di saldo


Il_dio_denaro.jpg


- beppegrillo -
L'energia, l'acqua, i rifiuti sono diventati solo business alimentato da logiche di profitto dei concessionari senza benefici evidenti per la popolazione. Walter Ganapini affonda il coltello nel disastro delle multiutility, così vicine ai partiti, così lontane dalle persone. La gestione dei bisogni primari deve ritornare ad essere compito dello Stato.

"In Italia è di moda parlare di "aggregazioni" tra multiutility in termini finanziari, non industriali, sperando di occultare così l'immensa distruzione di valore degli ultimi 15 anni. I dati dei bilanci 2011 sono una catastrofe. In Borsa, rispetto al valore d’ingresso, A2A perde il 34%, IREN il 42% ,ACEA il 34%, HERA il 29%. Le perdite costringono ad elargire ai Comuni miseri dividendi erodendo le riserve. Con la fusione di A2A e IREN, nascerebbe una "bad-newco" con debiti per 8 miliardi (cui sommare l'aumento di capitale Edipower con un indebitamento bancario di 1,2 miliardi) ed un Ebitda di circa 1,5 miliardi.Il rapporto debiti/Ebitda della "bad-newco" sarebbe superiore a 5 quando, da manuali, dovrebbe oscillare attorno a 2,5. Quindi il doppio! Non è finita, ENEL ha 50 miliardi di debiti,Terna 7, SNAM Rete Gas 11. A marzo 2012, in un anno, Terna ha un calo dei consumi elettrici del 5,2%, ANIGAS, di gas del 22,6%, Federambiente, della produzione di rifiuti del 10% . E' sempre più forte la richiesta di trasparenza sulle fatturazioni elettriche, dopo aver visto le tariffe bi-orarie funzionare all’inverso di quanto atteso, e sulla disponibilità di una potenza elettrica di 130 GW (da espandersi, si diceva, con un nuovo parco elettronucleare...) con una domanda che non ha mai superato quella già offerta di 55 GW. Trasparenza sulla natura e l'entità dei contratti di approvvigionamento gas. Si conclamava il fabbisogno nazionale di 100 miliardi di metri cubi di gas che oggi le compagnie rivedono a 75. Cosa accadrà del gasdotto GALSI, del rigassificatore OLT e degli altri previsti, quando, in Edipower, ci sono nuove centrali a gas che marciano 2.000 ore/anno contro 8.000 da regime normale?
E’ intollerabile vedere affollate dirigenze milionarie di multiutilitility con costi medi annuali per addetto di 70.000 Euro, e aziende, come AMA-Roma, che a fine ’97 aveva 3.000 addetti e 50 miliardi di vecchie lire di debito e oggi dichiara 8.000 dipendenti ed un indebitamento di 1,3 miliardi di Euro. Sin qui non si è parlato di servizi idrici. In Emilia-Romagna vi sono perdite da rete superiori al 30%, in Puglia decine di depuratori mal funzionanti a causa del taglio dei costi di manutenzione, effetto tipico da ‘finanziarizzazione’ dei servizi pubblici.
Veniamo ai rifiuti. L’Europa da 40 anni indica, inascoltata, le priorità: prevenzione, massimizzazione del riuso, stabilizzazione della frazione residua per materiale edile o combustibile per caldaie industriali al posto di fonti fossili più inquinanti, minimizzazione del ricorso alla discarica, cui conferire SOLO rifiuti pretrattati. Il Parlamento Europeo ha votato pochi giorni fa nuove linee-guida, prevedendo al 2020 il DIVIETO DI INCENERIMENTO per i rifiuti recuperabili o compostabili (in buona sostanza,TUTTI!). In Italia gli interessi tangentar-ecomafiosi ripropongono, nonostante folli costi d’investimento e di esercizio, nuovi inceneritori per ‘modernizzarci’. In Germania la E.On vuol vendere i suoi inceneritori, non sapendo come alimentarli. Nuovi inceneritori, assegnati senza gara e con costi passati in pochi mesi da 150 a 315 milioni di Euro, come a Parma, d’abitudine richiamano procedure UE d’infrazione e salate sanzioni.
Non è nota la strategia industriale delle multiutility per dare ‘valore/qualità’ai territori serviti, per aumentarne la competitività sui mercati globali che, pur nella crisi, investono in aree ad alta ‘Propensione all’Innovazione’, ‘Qualità Ambientale certificata’, ‘Qualità Sociale’. Brescia non persegue la raccolta differenziata, a Milano cala, Genova e Torino sono al palo, impianti di selezione/recupero sono ovunque inutilizzati. Questo è il frutto malato di una finanziarizzazione dei Servizi Pubblici non preceduta da una liberalizzazione seria, con il settore vittima di continui rimescolamenti normativi. Bisogna procedere ad una drastica riscrittura delle politiche industriali delle multiutility allontanando l’economia criminale dal settore, e a un trasparente e celere ricambio generazionale e culturale dei manager.
Alla luce di quanto descritto, i grandi investitori si stanno ritirando, senza distinzione, da tutte le multiutility. L’abbattimento dei loro valori di Borsa ne consentirà l’acquisto quasi gratuito da parte di terzi?" Walter Ganapini

mercoledì 21 marzo 2012

Lidia Menapace: Beni comuni

di Lida Menapace - resistenzainternazionale -
Vorrei questa volta indicare il perchè del mio scrivere e del mio modo di scrivere: cerco di affrontare argomenti di teoria politica con un linguaggio preciso, non ad effetto e/o retorico, comprensibile da chiunque abbia assolto l'obbligo scolastico. Cerco di evitare linguaggi tecnici o specialistici o esibizioni di erudizione, sopratttutto cerco di evitare l'inglese, che è il nuovo "latinorum", e ha lo stesso effetto, o almeno la stessa intenzione intimidatoria che aveva il latinorum di manzoniana memoria. Non credo infatti che si possa annunciare l'alfabetizzazione totale come diritto alternativo e parte dell'alternativa al capitalismo, se il linguaggio con cui si comunica non diventa un veicolo al quale tutti e tutte possono avere accesso e fruirne.

Per questo inoltre scrivo "teoria d'occasione", prendendo spunto da un fatto un detto un gesto un evento capitato e noto, e da lì parto per fare il giro dell'orizzonte. Se ciò dà luogo a forme di teoria non organiche, non costruite per gerarchia di argomenti o nobiltà di tematiche, va bene: tutto nella realtà, specialmente il nuovo, si presenta confuso: rendere intelleggibile, comprensibile e utile l'ammasso, il mucchio, il gomitolo disordinato degli eventi è ciò che si deve fare. Sicchè anche per il metodo ,va bene.

Parlerò di "beni comuni" e poi -separatamente- di Engels.

Incomincio da "beni comuni" che adesso sono di gran moda e imperversano. Il fatto che siano di moda, non li raccomanda, il fatto che imperversino non li arricchisce di valore conoscitivo. Molte sono le locuzioni molto diffuse e di moda che non hanno modificato la comprensione del mondo: ad esempio: Fantastico! o Allucinante! e simili.

Prima di tutto Bene comune al singolare è locuzione molto antica aristotelico-tomista, e indica il fine della politica: fare politica significa dedicarsi al bene comune, che non è la somma dei singoli beni individuali (questo é importante), ma qualcosa che si ottiene mettendo a confronto i beni individuali e li si combina per ottenere il massimo bene diffuso o comune: può darsi che qualcuno ci perda qualcosa, ma il risultato è di giustizia. Su questo ragionamento è fondata la legittimazione del fisco, che infatti può e deve andare anche contro un bene individuale di dimensioni eccessive e correggere la distribuzione della ricchezza.

Nel Medioevo invece l' espressione al plurale indica ciò che un Comune (fa parte della civiltà comunale europea là dove è esistita) mette a disposizione dei suoi abitanti: i beni comuni o vicinìe sono beni di proprietà comunale e di uso pubblico per le popolazioni di quel territorio. Riguardano soprattutto i boschi (legnatico), i campi (spigolatura), anche i fiumi (pesca) ecc. Gli abitanti di un territorio hanno accesso alle proprietà comunali per certi prodotti e utilità. Queste tradizioni si sono spesso conservate: ad esempio in Trentino la Magnifica comunità di Fiemme e Fassa è fatta di comuni che non hanno bisogno di mettere tributi comunali, perchè ricavano abbastanza dalla silvicoltura, dalla vendita e lavorazione del legname (un tempo gli alti pini per gli alberi delle navi della Serenissima). Un interessante esempio di proprietà collettiva.

lunedì 30 gennaio 2012

A.A.A. politica cercasi

Adriana Pollice - ilmanifesto
Sala gremita per il dibattito, posti in piedi ai tavoli tematici. E' stato un successo il forum dei "Beni comuni" che si è svolto ieri a Napoli.
«A sinistra ci siamo abituati a dire pochi ma buoni, però poi si vincono le amministrative, poi anche i referendum e allora, come al forum di Napoli 'Comuni per i beni comuni', dobbiamo abituarci a dire buoni e tantissimi». Norma Rangeri apre i lavori dell'appuntamento partenopeo che ieri ha riunito amministrazioni, associazioni, movimenti, cittadini e tutte le realtà del territorio intorno alle possibili declinazioni del benecomunismo. Tocca alla direttrice de il manifesto «perché il nostro giornale dà voce e forma al cambiamento a cominciare dal referendum sull'acqua, su cui abbiamo condotto una battaglia quando erano in pochi a crederci. E poi siamo stati noi a scovare il comma dell'articolo 25, nelle liberalizzazioni di Monti, che avrebbe reso impossibile convertire le Spa in società speciali di diritto pubblico per gestire i servizi idrici», a partire da Abc Napoli - Acqua bene comune. «Ci siamo battuti e abbiamo ottenuto il ritiro della misura».
La sala del teatro Politeama, il più grande di Napoli, è gremita già dalle 11, arrivano anche gli scettici, non si sottraggono al confronto. Nei corridoi i banchetti per le firme per far tornare la Fiom sui luoghi di lavoro ma anche per la petizione popolare per cambiare il Trattato economico europeo. Dalla direttrice del manifesto, due bacchettate: «Come spesso accade, manca una presenza femminile più ampia perché viene disconosciuta l'importanza del contributo delle donne al rinnovamento della politica italiana. Manca l'attenzione all'informazione. I giornali indipendenti, come Liberazione, hanno già cominciato a chiudere, quando resteranno le multinazionali delle news quale sarà la qualità dell'informazione? Anche noi potremmo a breve non esserci più. Vogliamo assistere al funerale o scongiurarlo in nome della stampa Bene comune?».

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