Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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venerdì 15 marzo 2013

Jorge Bergoglio ...

Fonte: donvitaliano.it
 .... e il suo passato vicino alla dittatura argentina
Il 23 Maggio 2006, sul sito del prete 'no global' Don Vitaliano della Sala, viene pubblicato un articolo sul "passato oscuro" del nuovo Papa Bergoglio. "Questo cardinale poteva essere papa!" è la prima frase che si legge. Dopo quasi 8 anni è successo davvero.

Ecco l'articolo:

23 Maggio 2006
Il lato oscuro del cardinal Bergoglio!

Il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, presidente dei vescovi argentini, nonché tra i più votati, un anno fa, nel conclave Vaticano che ha scelto il successore di Giovanni Paolo II, è accusato di collusione con la dittatura argentina che sterminò novemila persone. Le prove del ruolo giocato da Bergoglio a partire dal 24 marzo 1976, sono racchiuse nel libro L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, del giornalista argentino Horacio Verbitsky, che da anni studia e indaga sul periodo più tragico del Paese sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi attraverso ricerche serie e attente.
I fatti riferiti da Verbitsky. Nei primi anni Settanta Bergoglio, 36 anni, gesuita, divenne il più giovane Superiore provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina. Entrando a capo della congregazione, ereditò molta influenza e molto potere, dato che in quel periodo l’istituzione religiosa ricopriva un ruolo determinante in tutte le comunità ecclesiastiche di base, attive nelle baraccopoli di Buenos Aires. Tutti i sacerdoti gesuiti che operavano nell’area erano sotto le sue dipendenze. Fu così che nel febbraio del ’76, un mese prima del colpo di stato, Bergoglio chiese a due dei gesuiti impegnati nelle comunità di abbandonare il loro lavoro nelle baraccopoli e di andarsene. Erano Orlando Yorio e Francisco Jalics, che si rifiutarono di andarsene. Non se la sentirono di abbandonare tutta quella gente povera che faceva affidamento su di loro.
La svolta. Verbitsky racconta come Bergoglio reagì con due provvedimenti immediati. Innanzitutto li escluse dalla Compagnia di Gesù senza nemmeno informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi giorni dopo il golpe, furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti, quella revoca fu il segnale per i militari, il via libera ad agire: la protezione della Chiesa era ormai venuta meno. E la colpa fu proprio di Bergoglio, accusato di aver segnalato i due padri alla dittatura come sovversivi. Con l’accezione “sovversivo”, nell’Argentina di quegli anni, venivano qualificate persone di ogni ordine e grado: dai professori universitari simpatizzanti del peronismo a chi cantava canzoni di protesta, dalle donne che osavano indossare le minigonne a chi viaggiava armato fino ai denti, fino ad arrivare a chi era impegnato nel sociale ed educava la gente umile a prendere coscienza di diritti e libertà. Dopo sei mesi di sevizie nella famigerata Scuola di meccanica della marina (Esma), i due religiosi furono rilasciati, grazie alle pressioni del Vaticano.

venerdì 28 settembre 2012

La dittatura sui popoli europei

La dittatura sui popoli europei: Trattato di Lisbona, Eurogendfor e Fiscal Compact
No pasaran, No pasarán, Ils ne passeront pas, They shall not pass.Non passeranno.
L’Europa dei popoli è vittima di un’aggressione finanziaria senza eguali nella storia della modernità, il cui scopo dichiarato è la conquista a qualunque prezzo umano. Il popolo spagnolo, prima di chiunque altro (compreso il dormiente italiano) – come nel 1936 – ha ben compreso il destino fatale che ci attende se non ci sarà una reazione risolutiva. E’ in gioco la democrazia, la qualità della vita ed il futuro di milioni di esseri umani. E ieri c’è stata guerriglia. Duri scontri il 25 settembre a Madrid tra i manifestanti del movimento degli indignati e la polizia, che ha fatto diverse cariche e utilizzato proiettili di gomma per disperdere i giovani nei pressi del Congresso dei deputati. Migliaia di persone si sono riunite ieri davanti al Parlamento al grido di “dimissioni”, per denunciare una democrazia “sequestrata” e “schiava dei mercati finanziari”. Anche la Grecia si sta svegliando dal letargo.
Ovviamente non basta una protesta spontanea: il sistema di dominio è ben organizzato. Gli oligarchi del terzo millennio prima di usare le maniere forti hanno annichilito le garanzie legali nel vecchio continente. Come? Adottando il 13 dicembre 2007 il Trattato di Lisbona che ha sospeso le Costituzioni dei Paesi aderenti all’Unione europea. E precedentemente, due mesi prima (18 ottobre 2007) aderendo al Trattato di Velsen che ha dato carta bianca, ossia licenza di uccidere (“legalmente”) chiunque ostacoli questo processo di dominio – la polizia militare che va sotto il nome di Eurogendfor, controllata dalla Nato. Infine il Fiscal Compact: addio alla sovranità economica. Così, grazie alla compiacenza di interi parlamenti nazionali e dei soliti padrini l’indipendenza è stata azzerata.
La storia sembra non insegnarci nulla. Un secolo fa furono concepiti i piani disumani di sottomissione dell’Europa da parte del sistema industriale. Due guerre mondiali avviate per spietati interessi economici hanno mietuto circa 100 milioni di vittime nel tentativo di dominare il nostro continente.
E’ finita la guerra fredda ed è cominciata la terza guerra mondiale. Purtroppo, nostro malgrado, siamo in guerra, sotto il tallone militare nordamericano, vale a dire il braccio armato che esegue gli ordini del complesso industriale Usa, spronato dall’insaziabile cupidigia dell’industria chimica, farmaceutica e nucleare.
Su la testa: non facciamoci raggirare e soffocare anche da guru ammaestrati e profeti urlanti. Non possiamo essere indifferenti mentre cercano di sottometterci definitivamente. Il loro scopo platealmente dichiarato è la subordinazione commerciale e politica di intere nazioni. Si potrebbe partire con una paralisi dei consumi e proseguire con uno sciopero ad oltranza, senza interruzioni per obbligare i parlamenti nazionali a dimettersi in blocco.
L’Europa è un baluardo da abbattere e soggiogare per controllare l’intero mondo. Non ci sarà mai più un’ Europa che annichilisce la sua gente per generazioni, rendendola schiava degli interessi e finanziari delle multinazionali. Mai più. Ma spetta a noi combattere, ora. La libertà va ri-conquistata.
Giuseppe Dossetti, un padre italiano della Patria ha scolpito parole dal vivo della sua esperienza: «Quando i poteri pubblici violano le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è un diritto e un dovere del cittadino».
E Mohandas K. Gandhi ha dimostrato con la non violenza: «Sono le azioni che contano. I nostri pensieri per quanto buoni possano essere sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni. Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo».

mercoledì 11 luglio 2012

La vera dittatura

Fonte: il manifesto | Autore: Alberto Burgio
        In nome della grande crisi si sta configurando un’Europa a due velocità. Sul piano economico e su quello sociale. Obiettivo: spremere il lavoro fino all’ultima goccia di sudore. Perché una parte della sinistra lo avalla senza riserve?
Le parole sono pietre, pensava uno dei nostri maggiori, non per caso dimenticato. E sono importanti, aggiunse Nanni Moretti in un memorabile dialogo di Palombella rossa. Per questo non convincevano, nei recenti anni bui del Cavaliere, le analisi che discorrevano a giorni alterni di un nuovo regime e di un nuovo fascismo, ferma restando, ovviamente, l’estrema gravità di quanto è accaduto in questo paese nell’ultimo ventennio. È discutibile che sia una buona idea alzare i toni e forzare i concetti. Ed è tutt’altro che ovvio che spararla grossa aiuti a far comprendere e a sensibilizzare l’opinione pubblica. Più probabilmente gli eccessi sortiscono l’effetto opposto, come scoprì a proprie spese il pastorello di Esopo che si divertiva a terrorizzare il villaggio urlando per scherzo «Al lupo! Al lupo!».
Oggi però qualche dubbio insorge. Si provi a riflettere sul nuovo ordine europeo che sta prendendo forma sotto i nostri occhi con il pretesto della grande crisi. L’Europa a due velocità che sta nel cuore e nella mente dell’establishment tedesco prevede una rigida gerarchia tra i paesi forti (che esportano merci e capitali aggiogando gli altri alla catena del debito e sfruttando sul mercato finanziario i vantaggi della propria potenza) e i paesi deboli, intrappolati nella prigione di una moneta unica costruita su misura nell’interesse dei più ricchi, e privati della possibilità di sfruttare la debolezza della propria valuta e di utilizzare la spesa in debito come meccanismo di redistribuzione e di sviluppo.
Le due velocità non riguardano soltanto i rapporti internazionali, ma anche quelli sociali, all’interno dei singoli paesi. Come ci rammenta Luciano Gallino, la lotta di classe funziona ancora, anche se sembra ricordarsene solo il capitale. Ricchi e poveri (detentori di capitale e gente costretta a campare di salario, stipendio o pensione) esistono, in proporzioni diverse, in tutti i paesi. E corrono ovunque a velocità diverse. Un capitalista greco (o italiano o spagnolo) andrà sempre molto più veloce di un operaio tedesco, anche se Atene sta sprofondando all’inferno per colpa di Berlino. Troppo spesso si perde di vista l’intreccio tra piano nazionale e piano internazionale, nonostante sia uno snodo cruciale della dominazione coloniale, sulla quale la storia degli ultimi due secoli avrebbe dovuto renderci edotti. La metropoli europea (la Germania, sino a ieri con l’attivo sostegno di Francia e Stati uniti) domina il continente anche attraverso i proconsoli (o i Gauleiter) di cui dispone in periferia. I quali governano, per così dire, su suo mandato, col compito di garantire, se non il consenso, almeno l’obbedienza delle popolazioni ai diktat della cosiddetta Unione europea.
Ma veniamo alla sostanza. A che cosa serve questo nuovo ordine? Detto in volgare, a spremere il lavoro (le classi medie, oltre a quello che un tempo si chiamava proletariato) sino all’ultima goccia di sudore e di sangue. Se la si smettesse una buona volta di cianciare di ripianamento del debito e si cominciasse a dire pane al pane, si parlarebbe di una gigantesca rapina a mano armata. Indubbiamente molto adatta a governanti virili, decisi, freddi e insensibili agli scrupoli di un melenso umanitarismo. Quando si dice «debito pubblico», si lascia intendere che siamo tutti indebitati, ma la verità è che una parte di questo paese, a cominciare dai padroni delle banche, possiede il 63% del debito italiano. Questi sono creditori, non debitori. Ci si vuol spiegare una volta per tutte come hanno fatto costoro ad accumulare questo credito, chi e perché glielo ha consentito? E si vuol dire con chiarezza agli italiani che l’Italia non è affatto povera, ma un paese diviso tra moltissimi sempre più poveri e pochi, pochissimi, sempre più ricchi, che oggi impongono agli altri il proprio volere? Si vuol chiarire che tutte le scelte del governo (contro sanità e pensioni, salvo quelle d’oro, per esempio) e tutte le sue non-scelte (contro i patrimoni) dipendono dalla ferma volontà di tutelare i grandi creditori?
Chiamando in causa entità celesti («i mercati», «l’Europa») ed evocando lo «stato d’eccezione», si prendono decisioni «per il bene del paese» che incidono drammaticamente sulla vita e forse sulla morte di milioni di persone e che non hanno altra logica fuor che quella di remunerare a tassi usurari il capitale privato concentrato nelle mani di una oligarchia (una casta di cui non si parla mai) sempre più ristretta. Sino a ieri la sporca faccenda degli «esodati» è parsa il non plus ultra. Dopo le farneticazioni della Fornero sul non-diritto al lavoro e la ripresa del piano Brunetta contro gli statali sappiamo che dobbiamo aspettarci ben di peggio. Chi crede ancora che esistano argini o tabù non ha davvero capito con chi abbiamo a che fare. A noi l’idea di una società che prevede stermini per fame o malattia (si vedano i tassi di mortalità infantile negli Stati uniti) fa orrore, ma non dovremmo essere tanto sicuri che essa non appaia a qualcuno l’immagine più adeguata della modernità. Dopo tutto, fu uno dei padri della sociologia contemporanea a sostenere che la «sovrabbondanza numerica degli uomini» rispetto ai mezzi di sussistenza «rende necessaria l’eliminazione ininterrotta di coloro ai quali appartiene una meno forte capacità di conservarsi».
Non ci sono stivali né olio di ricino. E nemmeno campi di prigionia, salvo per i migranti. Ma quello che sta accadendo sotto i nostri occhi è precisamente ciò di cui parlava Gramsci quando si domandava perché l’Europa tornasse «alla concezione dello Stato come pura forza» e chiamava in causa la «saturazione della classe borghese». La quale, incapace di coniugare remunerazione del capitale e sviluppo sociale, «non solo non si diffonde, ma si disgrega; non solo non assimila nuovi elementi, ma disassimila una parte di se stessa» recuperando «la concezione di casta chiusa» propria dell’aristocrazia feudale.
Certo, considerando le cose sul medio-lungo periodo, le scelte della cosiddetta classe dirigente italiana appaiono folli. Chi ha capitale e potere si sta arricchendo a tutto spiano grazie alla crisi, ma ritrovarsi in un paese allo stremo non sarà comodo per nessuno. Di questo passo, la periferia europea (l’Europa mediterranea e orientale, oltre all’Irlanda) sarà popolata da eserciti di poveri, disposti a lavorare per un’elemosina ma incapaci di comprarsi le merci prodotte in cambio di un salario da fame. E non è affatto detto che sarà tanto facile governare un’Europa così. Questi non sono gli Stati uniti: non ci sono i dividendi di un impero da distribuire alla plebe né un radicato individualismo (oltre che una lunga frequentazione con la schiavitù) a legittimare la miseria di massa. Non è un caso che in Italia per mettere in riga il movimento operaio si sia dovuto ricorrere al fascismo, e che per ridurre in servaggio mezza Europa Hitler abbia scatenato la guerra.
Ad ogni modo, che la destra sociale e politica avalli, legittimi e mascheri ideologicamente questa nuova guerra civile, è del tutto naturale. Non lo è affatto che a stare al gioco e a nobilitarlo con la retorica del «risanamento» e del «rigore» sia una parte della sinistra, ancorché la più moderata. E qui bisogna che ci si capisca una buona volta. Sono trent’anni che si racconta la favola della responsabilità e dei «sacrifici» che presto finiranno e poi sarà meglio per tutti. Cominciarono la Cgil ai tempi di Lama e il Pci di Berlinguer. Vogliamo fare finalmente i conti di questa brillante operazione? I conti economici, ma anche quelli sociali e politici, considerato che in trent’anni il lavoro ha perso – a stare bassi – oltre 150 miliardi di euro e gran parte dei diritti conquistati con le lotte; che le retribuzioni lorde in Italia sono sotto la media dell’Europa a 27 (non parliamo di quella a 17); che l’Italia ha privatizzato beni e imprese pubbliche per oltre 110 miliardi (più o meno quanto la Thatcher); che la componente maggioritaria della sinistra politica si è ridotta a coabitare nello stesso partito con quella che per oltre cinquant’anni è stata la sua controparte.
C’entra questa storia con quello che stiamo vivendo in questi giorni? C’entra eccome, perché delle due, l’una. O l’on. Bersani la smette di avallare le scorrerie della speculazione, le pretese della troika europea e la «macelleria sociale» del governo (Squinzi) e comincia finalmente a dire che il suo partito sosterrà solo misure che vadano nel senso della restituzione al lavoro della ricchezza sociale che gli è stata sottratta in questi decenni. Oppure è davvero inutile che si scaldi per convincerci che il Pd sostiene Monti nell’interesse generale o che corra dagli operai della Fiom a promettere che si batterà per una maggiore giustizia sociale. Oggi il principale compito della politica è rispondere alle persone che chiedono lavoro e rispetto dei propri diritti. Ma per poterlo assolvere si deve cominciare a dire le cose come stanno e smetterla di fabbricare veli d’ignoranza che impediscono al 99% della società di capire questa crisi cos’è, da dove nasce e chi veramente la sta pagando. Mai come in questo momento la verità è stata una necessità politica, se non proprio una forza rivoluzionaria.
Ps. Il presidente del Consiglio ha reagito alle critiche di quello della Confindustria accusandolo di essere un pericolo pubblico. Che cosa avrebbe detto la «grande stampa» se a reagire in modo così tollerante e civile fosse stato Berlusconi? Possibile che a nessuno più stia a cuore almeno la libertà di opinione?

martedì 24 aprile 2012

Per il resto, tutto bene

- byoblu -
Un’altra strada c’è, ma solo in Italia sembra che sia tabù anche solo accennarvi. Mentre nel silenzio generale abbiamo approvato il Fiscal Compact, il trattato europeo che obbliga i paesi che lo ratificano al pareggio di bilancio, oltre alle Alpi c’è chi dice no. E’ l’Olanda, dove il premier Mark Rutte si è dimesso perchè Geert Wilders, suo alleato, ha fatto mancare il sostegno alle misure di austerity. Subito i mercati hanno minacciato di togliere la tripla A ad Amsterdam. Ma ci sono anche quegli irriducibili mattacchioni degli irlandesi. Pensate un po’: il 31 di maggio hanno addirittura indetto un referendum – l’ennesimo – per decidere se ratificare o meno il Fiscal Compact. Dalle loro parti usa così, anche se di solito, dal Trattato di Lisbona in poi, è più una questione formale, perché anche quando vincono i “no”, la UE li ripropone cambiando due virgole fino a quando non trionfano i “sì”. Ma c’è anche la Spagna. Come? Quei poveri greci degli spagnoli hanno il coraggio di alzare la testa? Sembra di sì, visto che non solo hanno indetto regolari elezioni mentre da noi incoronavamo in meno di 48 ore quello che Schifani ieri a Porta a Porta ha ricordato “essere stato chiamato” a risolvere una situazione (per carità, mica Mario si è presentato lui: ha accettato di buon grado, povera stella; e l’hanno chiamato, sì, ma – piccolo particolare - non gli italiani, bensì le élite, quelle della Trilaterale), ma ora Mariano Rajoy e il suo ministro delle finanze Guindos stanno addirittura pensando di non ratificare il Fiscal Compact perché, sull’onda delle svolte francesi (anche Sarkozy sta mollando la Merkel per tenere testa a Holland) e olandesi, si sono convinti – guarda un po’ – che un’altra strada c’è. E già, perché sta roba del pareggio di bilancio fa acqua da tutte le parti. Te la vendono con la storiella che ogni buona famiglia, alla fine del mese, deve pareggiare i conti tra le uscite e le entrate. Peccato che ogni buona famiglia, se è per questo, debba anche cercare di ridurre il debito fino ad eliminarlo del tutto, senza farne costantemente di nuovo. Allora, se la metafora della buona famiglia fosse valida, lo Stato dovrebbe anche smetterla di finanziare all’infinito il proprio debito e casomai eliminarlo. Dovrebbe cioè smettere di adottare l’economia del debito, che è quella filosofia per cui il debito non si ripaga mai, casomai si rifinanzia. Cosa è, tale disciplina, se non una tassa occulta? Un popolo lavora operosamente ma, oltre a pagare accise e balzelli, ai suoi risparmi viene costantemente applicato un esborso proporzionale alla sua ricchezza. Se il benessere sale, lo spread aumenta e l’entità della tassa aumenta in proporzione, grazie al meccanismo dei rendimenti. Siamo come Z la formica: veniamo costantemente depauperati da una classe di cavallette esose e mai sazie. Certo, diverso sarebbe se avessimo la possibilità di produrre quanto grano vogliamo, cioè di battere la nostra moneta. Ma ci siamo venduti pure la zecca, riempiendoci tuttavia di zecche.

mercoledì 21 marzo 2012

Dittatura diretta

Nella canzone "O bella ciao" la prima strofa recita " Una mattina mi son svegliato/ o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!/ Una mattina mi son svegliato/ e ho trovato l'invasor". In questa canzone, bellissima e disperata, c'era la consapevolezza di aver perso la libertà e di volerla riconquistare a qualunque costo. Quella consapevolezza che manca ora e che ci sta trascinando verso una dittatura di fatto. Siamo stati governati da un Parlamento di nominati dal 2006, prima di essere oggi governati dal Nominato Unico, Rigor Montis, primo caso nella storia delle democrazie di un tizio divenuto senatore a vita e candidato premier in una notte. Di fronte alla scelta "Mercato o democrazia?" abbiamo optato per il Mercato. L'emergenza pretende scelte forti e condivise per il bene della nazione insieme a cittadini disinformati. E noi, che, seppur con qualche aiuto esterno, ci siamo liberati del fascismo, abbiamo abdicato alla nostra libertà per paura dello spread.
Barattare la democrazia per lo spread è qualcosa in cui si perde la ragione umana. Eppure ci siamo riusciti e ne siamo pure fieri. E' l'Italia dei nuovi cortigiani delle corti di Parigi e di Berlino, del Vaticano e del Quirinale. "Il cortigiano ha la testa di vetro, i capelli d'oro, le mani di pece greca, il corpo di gesso, il cuore per metà di ferro e per metà di fango, i piedi di paglia, il sangue una miscela di acqua e di argento vivo".
Siamo un popolo che tiene famiglia, ma anche Btp. "Come si fa a non diventare dittatori in un paese di servi?" disse Benito Mussolini. Rigor Montis è diventato dittatore suo malgrado, è un dittatore inconsapevole. Un tecnico venuto dallo spazio profondo della Goldman Sachs che opera scelte politiche epocali come la revisione dell'articolo 18 aprendo di fatto la possibilità di licenziare nel settore pubblico e per le grandi imprese. E tutto va bene madama la marchesa. Ci stiamo vendendo l'anima del nostro Stato (che altro è infatti la democrazia?) per non fallire. Così almeno ci raccontano mentre falliamo. Hanno creato la Grande Emergenza per attuare la Dittattura Diretta senza referendum, leggi popolari e rappresentanti scelti dai cittadini. Gli spazi di democrazia sono azzerati. Senza un nuovo Risorgimento ci aspetta un Nuovo Fascismo (o forse c'è già?). Loro non si arrenderanno mai. Noi neppure.

giovedì 23 febbraio 2012

Economic Dictatorship. The European Stability Mechanism (ESM)

By Rudo de Ruijter and Jozeph Muntenbergh
Global Research, Article by Rudo de Ruijter
Is the EU and the euro in crisis?

The EU is planning a new fundamental law, the Treaty for the establishment of the so called European Stability Mechanism. (ESM), the Debt Union. The draft for the ESM is now to be examined by the representatives in Parliament.

Art. 8 The founding capital is 700 billion euros.
Where does this amount come from? Who has calculated it and on which basis?

Art. 9.3 ESM Members hereby irrevocably and unconditionally undertake to pay on demand any capital call made on them ... to be paid within 7 days of receipt.

When the ESM calls, then things must go fast. Indeed, seven days, that means that with the usual delays in bank transfers we must fill in the check within four days. That is feasible. Just, maybe, what means unconditional and irrevocable? When a new parliament is elected that would not want these fund transfers anymore? They can’t decide that anymore?

Art. 10.1 The Board of Governors may decide to change the authorised capital stock and amend Article 8 .... accordingly.

The 700 billion are just the start? So, the ESM can demand more when they wish. Illimitably. And we are then obliged to pay -according to article 9 - irrevocably and unconditionally?

Art. 27.2 The ESM shall have full legal capacity to be a party to legal proceedings; and

domenica 19 febbraio 2012

Come si abbattono i regimi

di Giulietto Chiesa - Megachip -
Raramente scrivo recensioni. In genere, quando non sono costretto a farlo da ragioni di convenienza, o per soddisfare le pretese di autori molto insistenti, scrivo di libri che mi piacciono, o che intendo proporre ad altri lettori perchè li ritengo utili, o perchè offrono angoli visuali originali.
In questo caso il libro in questione non mi è piaciuto per niente. Anzi l’ho trovato irritante. Il suo autore è sostanzialmente un poveraccio (intellettualmente parlando s’intende), che esce come un pulcino inzuppato di ideologia – intesa come falsa coscienza – dalla lavatrice del pensiero unico. Un esegeta, dunque, della Matrix in cui ha vissuto, del tutto incapace di vedere i suoi confini. Una specie di protagonista da “Truman show”, ma privato di ogni possibilità di redenzione.

Perchè ne scrivo, dunque? Perchè – come avrebbe detto Leonardo Sciascia – il contesto che rappresenta è straordinariamente interessante, ricco di informazioni su come si pensa, cosa si pensa, come si agisce nei centri della sovversione, quei posti dove vengono elaborate le vere strategie e tattiche rivoluzionarie dei tempi moderni. Tempi in cui, per essere precisi, le rivoluzioni le fa il Potere, non i rivoluzionari d’un tempo, non i mitici anarchici, non i popoli, non i partiti, non i soviet, o comunque si siano chiamati in passato, fino al secolo XX incluso.

E qui è subito opportuna una serie di notazioni non a margine. Forse utile per quei lettori che ancora pensano, appunto, con le categorie dei tempi andati; di quelli che, non essendosi aggiornati, non avendo fatto alcuno sforzo per capire quali cambiamenti sono intervenuti nei rapporti di forza, nelle dinamiche economiche e sociali, nei sistemi di informazione e comunicazione, nelle tecnologie della manipolazione, continuano ad applicare le teorie rivoluzionarie dell’epoca delle lotte di classe così come fu descritta, e creata, a partire dalla rivoluzione francese.
Ma queste note a margine, che sono la ragione vera per cui scrivo queste righe, potrebbero forse servire anche per coloro che rivoluzionari non sono, e non intendono essere, ma che semplicemente non hanno mai provato a cimentarsi intellettualmente con il problema del Potere. E, essendo totalmente impreparati a farlo, non sono capaci di capire come il Potere agisce per mantenere se stesso. Con quale ferocia, un Potere – ferocia tanto più grande quanto più grande è questo potere – usa gli strumenti dei quali dispone. Il Potere non è mai “dilettante”. E’ un mestiere. E agisce sempre per la vita o per la morte.

sabato 10 dicembre 2011

IL GOLPE DI BRUXELLES E' COMPIUTO. NOI PAGHIAMO LA LORO CRISI

Fonte: controlacrisi
Il più grande spettacolo prima del big bang sono loro, gli Europadroni che in un vertice notturno non hanno trovato di meglio che andare avanti a tutto gas verso un muro. Le prime dichiarazioni del vertice sono di una chiarezza disarmante, e sono peggio di quanto pensavamo, invece di rivedere il mandato della BCE aumentano le ricette rigoriste. Il «deficit strutturale annuale» - si legge nel documento finale -dovrà essere in linea di «principio» in pareggio o in attivo, in ogni caso non deve superare lo 0,5% del Pil. La regola «sarà introdotta nei sistemi giuridici nazionale a livello costituzionale o equivalente» e «conterrà un meccanismo di correzione automatico che entrerà in vigore in caso di deviazione». «Il meccanismo di correzione automatico» sarà «definito da ogni Stato membro sulla base dei principi proposti dalla Commissione Europea». Viene inoltre «riconosciuta la giurisdizione della Corte di Giustizia per verificare la trasposizione di questa regola a livello nazionale». Gli stati sotto 'Procedura per deficit eccessivò «dovranno sottoporre all'approvazione di Commissione e Consiglio» quello che viene definito «un programma di partnership» che «dettagli le necessarie riforme strutturali per assicurare una durevole correzione dei deficit eccessivi effettivamente durevole». Il monitoraggio della messa in atto di tale programma «e dei piani annuali di bilancio che la consentano» (ovvero le finanziarie) è affidato «a Commissione e Consiglio».  Queste norme sono un vero è proprio golpe finanziario che affida tutto il potere alla tecnocrazia europea. Hanno stracciato la nostra sovranità nazionale affidando a Commissione, Consiglio, e Corte costituzionale Europea il destino di interi popoli compreso il nostro. I parlamenti sono così completamente espropriati delle proprie funzioni. La Merkel canta vittoria, la sua linea difatto è passata. No Euro bond, autonomia totale della BCE, e Austerity per tutti. «Abbiamo preso una decisione importante - ha detto al suo arrivo al Consiglio, dove riprendono questa mattina i lavori - Sono molto soddisfatta per le decisioni del vertice, il mondo vedrà che gli europei hanno imparato dai loro errori». La vittoria della Merkel inoltre sancisce la fine dell'Europa a 27. L'Europa infatti si è spaccata. Hanno messo insieme una 'Unione di bilanciò, fatta di rigore e stretta, ma niente di più. Lo faranno però solo in '23' e sotto forma di accordo intergovernativo. Una sorta di cooperazione rafforzata cioè che riesce a mettere insieme i 17 paesi di eurolandia, più altri sei, ma non la Gran Bretagna che (con l'Ungheria) si sfila e sancisce di fatto la frattura. Per l'Italia questo vertice è un disastro sotto tutti i punti di vista, come si vede infatti la credibilità di Monti non serve, i rapporti di forza si.
Questa mattina i differenziali con i Bund sono schizzati di colpo a 470 punti, per poi ripiegare a 455 mentre stiamo scrivendo. Gli speculatori che possono continuare a fare i loro interessi dissestando le economie di intere nazioni come la nostra hanno vinto di nuovo. Pensionati e lavoratori italiani ed euroepi sono stati sacrificati sull'altare della credibilità dei mercati. La manovra Monti in questo quadro non risolve nulla sul versante della speculazione, è iniqua perchè fa pagare i soliti e non i ricchi, ed è dannosa perchè ci porta in recessione. Andiamo in piazza e restiamoci per parecchio, sono i popoli che devono spaventare i governi, non sono i governi che devono spaventare i popoli!

mercoledì 7 dicembre 2011

La dittatura dei mercati e i cittadini disarmati.

di Guido VIALE. Fonte: ilmanifesto
Le differenze tra un cittadino greco, italiano e tedesco si attenuano di giorno in giorno: tutti vivono ormai sotto la cappa di una catastrofe economica su cui non hanno alcuna possibilità di influire. Perché a decidere non sono loro, ma «i mercati». Intanto le agenzie di rating prevedono di declassare anche Germania e Francia e annunciano la recessione in tutta l'eurozona.

L'Europa, intesa come Unione europea, è divisa in due: non tanto tra nazioni deboli e stabili, popoli viziosi e virtuosi, porci e porcari (Pigs). La linea di demarcazione è la Bce che governa e custodisce la valuta in cui sono espressi i debiti pubblici e privati. Ai piani alti ci sono «i mercati»: una massa sterminata di denaro e "simildenaro" (valute, bond, certificati di credito, derivati, futures) la cui consistenza è stimata da 10 a 20 volte il Pil mondiale; che può spostare (esentasse) in poche ore tanto denaro quanto tutte le banche centrali del mondo non ne riescono a creare in un anno.

Ai piani bassi ci sono i cittadini dell'Unione, sempre più simili, nella loro condizione di impotenza e di dipendenza dai diktat della finanza, agli altri 6 miliardi e mezzo di esseri umani che popolano il pianeta. Niente di quello che accade o accadrà loro dipende più da una loro scelta: né «individuale» (esercitando la cosiddetta «sovranità del consumatore»), né espressa a maggioranza (esercitando la loro asserita «sovranità» di cittadini). Persino le differenze tra un cittadino greco, italiano e tedesco si attenuano di giorno in giorno: tutti vivono ormai sotto la cappa di una catastrofe economica su cui non hanno alcuna possibilità di influire. Perché a decidere non sono loro, ma «i mercati».
Se questa è la vera ripartizione dell'Europa, la linea di demarcazione tra i due piani è invece meno chiara. Innanzitutto perché da questa parte del confine ci sono molti infiltrati: partiti e sindacati che si occupano più di predicare rinunce e sacrifici che di progettare un futuro dignitoso per le persone che rappresentano; economisti e giornalisti che imbrogliano i conti; imprese che vivono del peggioramento delle condizioni di coloro che lavorano per loro; e banche che, anche se ora si trovano a mal partito, hanno trascurato da tempo, con l'incoraggiamento dei governi, il loro mestiere per impegnare invece le loro risorse nel mercato assai più redditizio degli investimenti speculativi in titoli e derivati di ogni genere, o in progetti immobiliari senza futuro. Ma il guaio maggiore è che non si sa, o si sa troppo poco, chi c'è veramente dall'altra parte di quel confine: chi sono quei fatidici «mercati». Per molti sono una forza impersonale, una legge di natura, un fenomeno incontrollabile come un terremoto o la caduta di un asteroide; per altri non sono che «la democratizzazione del capitalismo»: perché in Europa, come negli Usa o in Giappone, sono ormai in milioni a dipendere, in tutto o in parte, da «risparmi» investiti in bond o altri titoli di credito: direttamente o attraverso una banca, un'assicurazione, un fondo di investimento; tutti organismi che per fare profitti sono in grado di mandare in malora da un giorno all'altro sia imprese che interi paesi.

mercoledì 30 novembre 2011

Volete una dittatura illuminata?

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Fonte: byoblu
Ok. Abbiamo scherzato. Sapete tutta la storiella del popolo che governa? People have the power, insomma. Reset! Kaput! Buttate i libri di educazione civica. Anzi no... Dimenticavo che da quando l'hanno direttamente abolita non li avete più nemmeno dovuti comprare. A proposito, la storia della costituzionalità o meno del governo Monti è una questione di lana caprina. Esercitatevi voi, io mi annoio. Certo, è evidente che questa è (era) una Repubblica Parlamentare. E' evidente che i ministri non li scegliete voi. Ma è anche evidente che non avete scelto voi manco i parlamentari, così come è evidente che non esistono i governi tecnici, così come è evidente che le regole scritte non possono tenere conto di ogni possibile forma di tortuoso aggiramento, altrimenti il governo Berlusconi non avrebbe potuto tenere in scacco il paese per gli ultimi cinque anni infilando tutta una serie di leggi incostituzionali che prima o poi venivano seccate dalla Corte In-Costituzionale ma che, nel frattempo, valevano come qualsiasi altra legge, garantendo di fatto quella stessa immunità che in teoria non esisteva. Fico vero? Una legge che non può esistere, ma che viene applicata per un anno e mezzo alla volta. Cosa mi dite? Che è costituzionale? Bravi, continuate a guardare il dito, ma usereste meglio il vostro tempo su YouPorn.

E così in Europa (e la Commissione Trilaterale) decidono che devono andare verso una totale unione politica e fiscale. Decidono che Berlusconi non va bene e iniziano a ridergli in faccia. Poi, siccome gli italiani non sono svegli abbastanza da mandarlo a casa da soli, gli svalutano le aziende di famiglia e quello finalmente molla il colpo. L'opinione pubblica? Basta parlargli di spread, credit default swap, btp, bund, collateralized debt obligation e si rifugiano subito in X-Factor, terreno su cui si muovono più agevolmente, lasciando campo libero a "quelli che ne capiscono". Il governo De Bortoli, dopo mesi e mesi di preparativi, vede quindi la luce in meno di 24 ore. Colpo di stato? Modo legale di sostituire una nuova élite al posto dell'armata Brancaleone raffazzonata dalla volontà popolare? Chiamatelo come volete, tanto la sostanza non cambia. Perché è vero che è il presidente della Repubblica a verificare la squadra di governo, ma è anche vero che (facendo finta che il porcellum non esista) i ministri sono proposti e, solitamente, scelti dai partiti e tra i parlamentari. Quello è il senso. Vedere i partiti (soggetto costituzionale fondante nel meccanismo di rappresentanza) annichiliti, farsi da parte di fronte all'avanzata dei tecnici, vuoi per incapacità, vuoi per codardia, vuoi per l'assedio dello spread, è uno spettacolo osceno dal punto di vista democratico. E' la luna, non il dito.

venerdì 25 novembre 2011

Prove (conclamate) di dittatura finanziaria

di ANDREA FUMAGALLI. Fonte: uninomade

1. L’inverno 2011-12 non si preannuncia caldo soltanto sul piano del conflitto sociale-politico, ma anche e soprattutto sul piano dei mercati finanziari e creditizi.

La situazione è aggravata paradossalmente dalla doppia velocità con cui il piano della governance istituzionale ed finanziaria si muove. Quando si tratta di imporre politiche di riordino dei conti pubblici con manovre recessive del tipo lacrime e sangue, i tempi di decisione, in nome dell’emergenza, sono assai rapidi. Quando si tratta, invece, di coordinare politiche di intervento a sostegno dell’indebitamento degli stati colpiti dalla speculazione, allora i tempi si allungano a dismisura.

Tutto ciò non stupisce. Rientra nella solita politica dei due tempi. Un primo tempo di sacrifici, di subalternità alle logiche dominanti del potere economico-finanziario, in attesa di un secondo tempo, che non arriverà mai. Aspettando la prossima crisi…..

Abbiamo già visto una simile dinamica quando si è costruita l’unione monetaria europea, spacciata ideologicamente come il coronamento del sogno di una unione europea politica e sociale. Niente di più falso e oggi ne vediamo i perversi effetti. All’epoca, inizio anni ’90, l’ineluttabile necessità di ottemperare ai parametri di Maastricht (l’”emergenza di entrare in Europa”) ha segnato il turning point decisivo per la svolta nelle politiche di distribuzione del reddito (un travaso “istituzionalizzato” dai redditi da lavoro ai redditi da capitale) e per l’avvio irreversibile del processo di precarizzazione del lavoro e della vita. Oggi, l’emergenza si chiama crisi del debito sovrano (l’”emergenza di restare in Europa”). E si tratta di una situazione che, a differenza di quella dei primi anni ’90, vede un vuoto di azione a livello istituzionale europeo.

I motivi che stanno alla base del costante gap decisionale delle autorità istituzionali europee e mondiali si possiamo riassumere nella volontà politica di “non decidere” (“laissez faire”). Con riferimento all’Europa, le istituzioni politico-istituzionali (Bce, Ecofin, Commissione Europea) hanno del tutto perso quella (scarsa) autonomia che potevano vantare qualche decennio fa. Nonostante le dichiarazione di Barroso (l’ultima pochi giorni fa, 21 novembre, tese a dimostrare la volontà della politica europea a risolvere la crisi, magari introducendo titoli pubblici europei (Eurobond) in grado di sostituire i titoli di stato nazionali), le istituzioni europee continuano ad essere docili strumento rispetto alle compatibilità dettate dall’oligarchia finanziaria e dalle (colluse) società di rating.

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