Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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sabato 12 maggio 2012

Una montagna di poveri per fare un solo ricco

La crisi ha aumentato le diseguaglianze sociali e di reddito. Ma è ancora possibile un rinnovato intervento pubblico in economia? Recensione a "Nove su dieci"
L'attuale crisi economica è stata oggetto di molte analisi, a partire dal suo inizio, databile oramai quasi 5 anni fa. Diversi sono stati infatti i libri e i saggi che ne hanno evidenziato i differenti aspetti, dal nuovo ruolo assunto dai mercati finanziari agli effetti sull'economia reale, dall'adozione di politiche di contenimento del debito pubblico alle proposte per la ripresa economica. Minor attenzione ha invece avuto l'analisi degli effetti sulla distribuzione del reddito. Non che tale tema non sia stato al centro di riflessioni specifiche, ma fino ad oggi non mi sembra che esista in Italia una raccolta sistematica dei dati relativi al peggioramento della distribuzione del reddito, sia a livello «funzionale» (ripartizione tra redditi da lavoro, da impresa e rendita) che individuale (per decili della popolazione).

I numeri del declino italiano
A colmare questa lacuna provvede l'ultimo libro di Mario Pianta, dal titolo già di per sé assai esplicativo: Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa (Laterza, pp. 175, euro 12). Docente di Politica Economica all'Università di Urbino nonché collaboratore ed editorialista de «Il Manifesto» ed animatore della campagna «Sbilanciamoci!», Mario Pianta è un attento analista dei processi di innovazione e crescita in Italia ed in Europa. Nei due capitoli centrali del libro, fornisce una dettagliata analisi della concentrazione dei redditi in Italia e del peggioramento delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione italiana negli ultimi dieci anni (capitolo 3), alla luce del declino dell'economia italiana, negli anni del Berlusconismo e della massima ascesa del pensiero neoliberista (capitolo 2).
Leggere uno dopo l'altro i diversi dati sulla ripartizione dei redditi in Italia (con una dinamica crescente delle rendita, soprattutto finanziaria, un livello dei profitti superiore alla media europea ed un calo della quota dei redditi reali da lavoro), e sulla disuguaglianza (il reddito di un «ricco» equivale a quello di 100 «poveri») fa impressione. Comparando la situazione italiana a quella europea (con particolare riferimento alle analisi di Piketty e Atkinson), si possono ricavare alcune indicazioni interessanti. Emerge infatti una correlazione negativa tra bassa crescita economica e elevata concentrazione e disuguaglianza nei redditi. Ed è proprio partendo da questa osservazione che Pianta passa in rassegna i fattori principali del declino italiano. «Tra il 1999 e il 2010, il Pil è cresciuto in totale di meno del 10% e il reddito per abitante del 4,5%: in dieci anni, l'Italia ha avuto lo sviluppo che la Cina registra in un solo anno». I consumi per abitanti sono saliti solo dell'1,3% nell'intero decennio. Contemporaneamente, la capacità di risparmio delle famiglie italiane si è praticamente dimezzata. Se tale dinamica ci mostra come la mancata crescita della domanda interna abbia negativamente inciso sulle potenzialità della crescita economica, dal lato dell'offerta si registra quello che Pianta definisce «Il miracolo italiano della produttività che diminuisce». A differenza di chi sostiene, anche all'interno dell'attuale governo, che tale esito negativo sia attribuibile alle rigidità del mercato del lavoro (e magari alla supposta pigrizia dei lavoratori) e alla burocrazia imperante, Pianta osserva che la struttura produttiva e tecnologica italiana non è adeguata a reggere la pressione competitiva internazionale, soprattutto per la presenza di due fattori che si alimentano a vicenda: imprese troppo piccole e carenza di investimenti in tecnologia e innovazione.

sabato 17 dicembre 2011

Lotte di classe nel default

di Andrea Fumagalli. Fonte: ilmanifesto
Salari, servizi e diritti sociali. Sono le vittime sacrificali del pareggio di bilancio. Un sentiero di letture a partire dal volume di François Chesnais «Debiti illegittimi e diritto all'insolvenza» L'insolvenza individuale come consapevole atto di critica e di contrasto al biopotere dei mercati finanziari

La crisi dei debiti sovrani europei ha portato alla ribalta termini che sino a poco tempo erano conosciuti solo agli addetti ai lavori. Tra questi, default e insolvenza sono diventate parole assai comuni anche all'interno dei movimenti sociali che hanno dato vita alle grandi manifestazioni del 15 ottobre scorso. È quindi con perfetto tempismo che DeriveApprodi pubblica la traduzione del libro di François Chesnais Le dettes illégitimes (uscito in Francia nell'estate 2011) con l'accattivante titolo: Debiti illegittimi e diritto all'insolvenza (pp. 160, euro 10).
Il pamphlet di Chesnais permette di fare chiarezza sull'uso, spesso distorto, del termine insolvenza. Tale termine può essere riferito a due contesti molto diversi tra loro: quello micro e quello macroeconomico. A livello micro, l'insolvenza è una pratica illegale che viene solitamente agita in momenti di bisogno quando il flusso di reddito percepito non consente di far fronte agli impegni di pagamento per le spese correnti (mutuo o affitto, bollette, ecc.). Non si tratta di una novità. La differenza è che oggi, in un contesto di individualizzazione (del lavoro e della proprietà), a fronte dello smantellamento del pubblico, la pratica dell'insolvenza dovrebbe essere estesa a tutto il sistema economico.

La logica avvelenata della finanza
Nel secondo numero dei «Quaderni di San Precario» (http://quaderni.sanprecario.info), viene provocatoriamente sostenuto che il diritto fallimentare, in Italia pensato solo per le imprese, possa essere esteso anche agli individui precari. Non è altro che il riconoscimento di un fondamento del capitalismo, ovvero, come scrive Maurizio Lazzarato nel suo ultimo saggio (La Fabrique de l'homme endetté, Editions Amsterdam, Paris), che «a fondamento della relazione sociale, non c'è la uguaglianza (dello scambio), ma l'asimmetria del debito/credito, che precede, storicamente e teoricamente, quella della produzione e del lavoro salariato». In altre parole, l'uomo nel capitalismo è «strutturalmente» indebitato, perché solo dall'indebitamento nascono l'accumulazione e il plusvalore. La differenza, nel capitalismo proprietario contemporaneo (dove il precario deve diventare impresa individuale), è che siamo tutti indebitati. Una condizione, dunque, che va ben al di là dei bilanci in rosso delle imprese e dello Stato. Da questo punto di vista, esercitare il diritto all'insolvenza è una forma di contropotere che interviene (quando organizzata collettivamente e coscientemente) nell'ambito del rapporto di sfruttamento, puntando aa una riappropriazione, seppur indiretta, di salario e reddito. L'insolvenza individuale potrebbe così minare il «biopotere» dei mercati finanziari e cogliere il significato vero della finanziarizzazione: quello di comandare il rapporto capitale-lavoro.
Diverso è invece il contesto macroeconomico, dove di insolvenza non si parla. Si parla piuttosto di default, ovvero di (possibile) fallimento dello Stato. È necessario specificare questo punto per evitare che sorgano equivoci: una dichiarazione di fallimento, ovvero la decisione politica di non pagare parte del debito o degli interessi sul debito, implica la sua rinegoziazione e non il suo «mancato pagamento» (come avviene per il privato). Tanto è vero che i vari esempi che spesso sono citati come casi di «insolvenza» (Argentina, Equador, Islanda), in realtà non hanno portato al non pagamento del debito, ma ad una sua ristrutturazione e/o congelamento, magari a condizioni più favorevoli. Non è un caso che Chesnais nel libro in questione non citi mai il termine «insolvenza».

venerdì 25 novembre 2011

Prove (conclamate) di dittatura finanziaria

di ANDREA FUMAGALLI. Fonte: uninomade

1. L’inverno 2011-12 non si preannuncia caldo soltanto sul piano del conflitto sociale-politico, ma anche e soprattutto sul piano dei mercati finanziari e creditizi.

La situazione è aggravata paradossalmente dalla doppia velocità con cui il piano della governance istituzionale ed finanziaria si muove. Quando si tratta di imporre politiche di riordino dei conti pubblici con manovre recessive del tipo lacrime e sangue, i tempi di decisione, in nome dell’emergenza, sono assai rapidi. Quando si tratta, invece, di coordinare politiche di intervento a sostegno dell’indebitamento degli stati colpiti dalla speculazione, allora i tempi si allungano a dismisura.

Tutto ciò non stupisce. Rientra nella solita politica dei due tempi. Un primo tempo di sacrifici, di subalternità alle logiche dominanti del potere economico-finanziario, in attesa di un secondo tempo, che non arriverà mai. Aspettando la prossima crisi…..

Abbiamo già visto una simile dinamica quando si è costruita l’unione monetaria europea, spacciata ideologicamente come il coronamento del sogno di una unione europea politica e sociale. Niente di più falso e oggi ne vediamo i perversi effetti. All’epoca, inizio anni ’90, l’ineluttabile necessità di ottemperare ai parametri di Maastricht (l’”emergenza di entrare in Europa”) ha segnato il turning point decisivo per la svolta nelle politiche di distribuzione del reddito (un travaso “istituzionalizzato” dai redditi da lavoro ai redditi da capitale) e per l’avvio irreversibile del processo di precarizzazione del lavoro e della vita. Oggi, l’emergenza si chiama crisi del debito sovrano (l’”emergenza di restare in Europa”). E si tratta di una situazione che, a differenza di quella dei primi anni ’90, vede un vuoto di azione a livello istituzionale europeo.

I motivi che stanno alla base del costante gap decisionale delle autorità istituzionali europee e mondiali si possiamo riassumere nella volontà politica di “non decidere” (“laissez faire”). Con riferimento all’Europa, le istituzioni politico-istituzionali (Bce, Ecofin, Commissione Europea) hanno del tutto perso quella (scarsa) autonomia che potevano vantare qualche decennio fa. Nonostante le dichiarazione di Barroso (l’ultima pochi giorni fa, 21 novembre, tese a dimostrare la volontà della politica europea a risolvere la crisi, magari introducendo titoli pubblici europei (Eurobond) in grado di sostituire i titoli di stato nazionali), le istituzioni europee continuano ad essere docili strumento rispetto alle compatibilità dettate dall’oligarchia finanziaria e dalle (colluse) società di rating.

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