Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!
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venerdì 15 marzo 2013

Jorge Bergoglio ...

Fonte: donvitaliano.it
 .... e il suo passato vicino alla dittatura argentina
Il 23 Maggio 2006, sul sito del prete 'no global' Don Vitaliano della Sala, viene pubblicato un articolo sul "passato oscuro" del nuovo Papa Bergoglio. "Questo cardinale poteva essere papa!" è la prima frase che si legge. Dopo quasi 8 anni è successo davvero.

Ecco l'articolo:

23 Maggio 2006
Il lato oscuro del cardinal Bergoglio!

Il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, presidente dei vescovi argentini, nonché tra i più votati, un anno fa, nel conclave Vaticano che ha scelto il successore di Giovanni Paolo II, è accusato di collusione con la dittatura argentina che sterminò novemila persone. Le prove del ruolo giocato da Bergoglio a partire dal 24 marzo 1976, sono racchiuse nel libro L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, del giornalista argentino Horacio Verbitsky, che da anni studia e indaga sul periodo più tragico del Paese sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi attraverso ricerche serie e attente.
I fatti riferiti da Verbitsky. Nei primi anni Settanta Bergoglio, 36 anni, gesuita, divenne il più giovane Superiore provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina. Entrando a capo della congregazione, ereditò molta influenza e molto potere, dato che in quel periodo l’istituzione religiosa ricopriva un ruolo determinante in tutte le comunità ecclesiastiche di base, attive nelle baraccopoli di Buenos Aires. Tutti i sacerdoti gesuiti che operavano nell’area erano sotto le sue dipendenze. Fu così che nel febbraio del ’76, un mese prima del colpo di stato, Bergoglio chiese a due dei gesuiti impegnati nelle comunità di abbandonare il loro lavoro nelle baraccopoli e di andarsene. Erano Orlando Yorio e Francisco Jalics, che si rifiutarono di andarsene. Non se la sentirono di abbandonare tutta quella gente povera che faceva affidamento su di loro.
La svolta. Verbitsky racconta come Bergoglio reagì con due provvedimenti immediati. Innanzitutto li escluse dalla Compagnia di Gesù senza nemmeno informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi giorni dopo il golpe, furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti, quella revoca fu il segnale per i militari, il via libera ad agire: la protezione della Chiesa era ormai venuta meno. E la colpa fu proprio di Bergoglio, accusato di aver segnalato i due padri alla dittatura come sovversivi. Con l’accezione “sovversivo”, nell’Argentina di quegli anni, venivano qualificate persone di ogni ordine e grado: dai professori universitari simpatizzanti del peronismo a chi cantava canzoni di protesta, dalle donne che osavano indossare le minigonne a chi viaggiava armato fino ai denti, fino ad arrivare a chi era impegnato nel sociale ed educava la gente umile a prendere coscienza di diritti e libertà. Dopo sei mesi di sevizie nella famigerata Scuola di meccanica della marina (Esma), i due religiosi furono rilasciati, grazie alle pressioni del Vaticano.

giovedì 14 marzo 2013

Il papa buono ...

... visto da Buenos Aires

L’ascesa del cardinal Bergoglio al soglio pontificio affonda le sue radici nell’epoca più nera del suo paese, quella delle torture, dei bambini rubati alle madri sovversive e dei desaparecidos gettati agli squali. A macchiare l’immacolata carriera di un Papa che ieri ha sorpreso e commosso il mondo, ci sono testimonianze e accuse precise quanto atroci: la consegna, o almeno la rinuncia a tentare di salvare dalle mani dei carnefici due giovani sacerdoti gesuiti impegnati nel lavoro di base e sequestrati per cinque mesi nel 1976. Orlando Yorio e Francisco Jalics furono rinchiusi e torturati nella Esma, la palestra più nota e crudele delle torture dei militari. Ai giudici argentini, Bergoglio ha raccontato una versione dei fatti che non ha mai convinto. E non convince nemmeno Horacio Verbitsky che ci racconta chi è e come si muoverà un pontefice che sorprenderà solo chi non vuole conoscere il suo passato
di Horacio Verbitsky*
Jorge Mario<br /><br /><br /><br /><br /><br /><br /><br />
Bergoglio

Tra le centinaia di chiamate e di mail che ho ricevuto, ne scelgo una. “Non ci posso credere. Sono tanto angustiata e infuriata che non so cosa fare. Ce l’ha fatta, è riuscito a ottenere quello che voleva. Vedo ancora Orlando in sala da pranzo, qualche anno fa, che dice: ‘Lui vuole essere papa’. È la persona indicata per tappare il marciume. È un esperto nel tappare. Il mio telefono non cessa di squillare, Fito mi ha chiamato piangendo”.
È il messaggio di Graciela Yorio, la sorella del sacerdote Orlando Yorio, che denunciò Bergoglio come responsabile del suo sequestro e delle torture che subì per cinque mesi del 1976. Il Fito che l’ha chiamata sconsolato è Adolfo Yorio, suo fratello. Entrambi hanno dedicato molti anni della loro vita a dar seguito alle denunce di Orlando, un teologo e sacerdote terzomondista che è morto nel 2000 sognando l’incubo che ieri si è fatto realtà. Tre anni dopo, il suo incubo è stato designato arcivescovo coadiutore di Buenos Aires, cosa che preannunciava cosa sarebbe avvenuto dopo.
Orlando Yorio non arrivò a conoscere la dichiarazione di Bergoglio davanti al Tribunale Oral Federal 5. Lì Bergoglio disse che solo di recente aveva saputo dell’esistenza di bambini rubati alle famiglie dopo la fine della dittatura. Ma il Tribunale Oral Federal 6, che ha giudicato il piano sistematico di appropriazione dei figli dei detenuti-desaparecidos, ha ricevuto documenti che indicano che già nel 1979 Bergoglio era ben informato ed era intervenuto almeno in un caso su richiesta del superiore generale, Pedro Arrupe. Dopo aver ascoltato il resoconto dei familiari di Elena de la Cuadra, sequestrata nel 1977, mentre si trovava al quinto mese di gravidanza, Bergoglio le consegnò una lettera per il vescovo ausiliare di La Plata, Mario Picchi, chiedendole di intercedere presso il governo militare. Picchi verificò che Elena aveva dato alla luce una bimba, che fu regalata a un’altra famiglia. “Ce l’ha una coppia per bene e non ci sarà modo di riaverla”, disse alla famiglia. Nella dichiarazione scritta, in occasione della causa dell’Esma per il sequestro di Yorio e dell’altro gesuita Francisco Jalics, Bergoglio ha detto che nell’archivio episcopale non c’erano documenti sui detenuti-desaparecidos. Ma chi gli è subentrato, l’attuale presidente, José Aranceto, ha inviato alla giudice Martina Forns una copia del documento che ho pubblicato qui, quello sulla riunione tra il dittatore Videla e i vescovi Raúl Primatesta, Juan Aramburu y Vicente Zazpe. In quella riunione, essi parlarono con straordinaria franchezza sull’eventualità di dire o non dire che i detenuti-desaparecidos erano stati assassinati, perché Videla voleva proteggere quelli che li avevano uccisi. Nel suo classico libro “Chiesa e dittatura”, Emilio Mignone lo cita come paradigma di “pastori che consegnarono le loro pecore al nemico senza difenderle né riscattarle”. Bergoglio mi ha raccontato che in una delle sue prime messe come arcivescovo vide Mignone e fece per avvicinarlo al fine di dargli qualche spiegazione ma il presidente e fondatore del Cels alzò la mano facendogli capire che non voleva essere avvicinato da lui.
Non sono sicuro che Bergoglio sia stato eletto per tappare il marciume che ha ridotto all’impotenza Joseph Ratzinger. Le lotte interne della curia romana seguono una logica tanto inaccessibile che i fatti più oscuri possono essere attribuiti allo spirito santo. Che essi siano gli intrighi finanziari per i quali la Banca del Vaticano è stata esclusa dal clearing internazionale perché non osserva le regole indispensabili al controllo sul riciclaggio del denaro. Oppure per le pratiche pedofile, diffuse in quasi ogni paese del mondo, che Ratzinger aveva coperto dal Santo Uffizio e per le quali ha chiesto poi perdono come pontefice. Non mi stupirebbe nemmeno che, scopa in mano e con le sue scarpe consumate, Bergoglio intraprendesse una crociata moralizzatrice per ripulire i sepolcri apostolici.

martedì 17 aprile 2012

L'Argentina espropria la Repsol

Madrid minaccia ritorsioni - larepubblica -
Il presidente Cristina Fernandez de Kirchner nazionalizza i giacimenti del gruppo petrolifero spagnolo. Funzionari del governo entrano nella sede della società e cacciano i dirigenti iberici
di OMERO CIAI

Il presidente argentino, Cristina Fernandez de Kirchner
LA FILIALE argentina della compagnia petrolifera spagnola Repsol è stata nazionalizzata ieri con un decreto d'esproprio firmato e annunciato in televisione a reti unificate dalla "presidenta" Cristina Kirchner. Poco dopo funzionari del governo argentino, guidati dal ministro per la pianificazione Julio de Vido, sono entrati nei locali della società petrolifera, l'YPF-Repsol, hanno preso possesso della sede ed espulso tutti i dirigenti spagnoli presenti. Il colpaccio - la succursale argentina rappresenta con una produzione di 472mila barili al giorno un terzo del fatturato di Repsol - era nell'aria da settimane ma la notizia è arrivata in Spagna nel momento meno opportuno per le difficoltà a contenere la speculazione sul debito. Ieri lo "spread", che volava oltre i 460 punti, ha segnato il risultato peggiore dall'insediamento del nuovo governo di centrodestra alla fine dell'anno scorso. Mentre la Borsa di Madrid era l'unica in Europa a registrare un segno negativo.

Nel discorso in tv la Kirchner ha difeso il decreto di esproprio (lo Stato controllerà il 51 per cento della compagnia mentre il restante 49 percento verrà diviso tra i governatori delle regioni argentine che possiedono greggio) affermando che "il petrolio è un interesse pubblico strategico e prioritario" e non può stare in mani straniere. E aggiungendo che Repsol non ha rispettato gli accordi investendo poco o niente nello sfruttamento dei giacimenti argentini. Parlando alla nazione Cristina è riuscita anche a scherzare allundendo alle polemiche sul safari in Botswana di re Juan Carlos di Spagna. "Nazionalizzo YPF-Repsol perché le loro colpe sono lunghe come la proboscide di un elefante", ha detto. A Madrid il governo del premier Rajoy si è riunito d'urgenza per studiare "misure adeguate" ad un atto che è stato definito "ostile". E oggi, quando arriverà in Messico per prendere parte al Foro economico mondiale sull'America Latina, il premier spagnolo dovrebbe annunciare le rappresaglie di Madrid all'esproprio.

martedì 3 aprile 2012

L’Italia come l’Argentina 10 anni fa

- abassavoce -
Le polemiche italiane sull’articolo 18 hanno per gli argentini uno sgradevole sapore di déjà vu e lo stesso dicasi per le reazioni nei confronti del governo tecnico di Mario Monti. Se la nostra esperienza può servire a qualcosa eccone un breve resoconto. Il presidente Carlos Menem (1989-1999) abolì le leggi a tutela dei lavoratori che garantivano diritti ottenuti dopo decenni di lotte sociali, cosa questa che non aveva osato fare nemmeno la dittatura militare (1976-1983).

Il tecnico che preparò la riforma del mercato del lavoro fu Domingo Cavallo, incaricato di porre fine al “populismo peronista”.

In Italia settori che si considerano progressisti o comunque facenti parte di una delle anime della sinistra, hanno accolto con sollievo il rappresentante delle banche e di quel mitologico personaggio che va sotto il nome di“Merkozy”. Dicono sia un uomo serio, che gode di notevole prestigio in Europa e che ora non bisogna più vergognarsi di essere italiani.

La situazione ha qualche analogia con l’Argentina di 20 anni fa anche se in Argentina il problema non era il bunga bunga, ma la superinflazione.

Stabilendo il rapporto di parità tra dollaro americano e peso argentino, Cavallo fece calare immediatamente l’inflazione e avviò un programma di riforme il cui scopo era quello di migliorare la competitività dell’economia. La brusca stabilizzazione così ottenuta permise a Menem, che somigliava più a Berlusconi che a Mario Monti, di vincere le elezioni successive e di portare avanti un programma di smantellamento delle conquiste sociali, di liberalizzazione finanziaria, di deregulation e di privatizzazioni che causò indebitamento con l’estero per sostenere la finzione secondo cui un peso valeva quanto un dollaro, deindustrializzazione e dismissione delle industrie pubbliche.

La flessibilità del lavoro fu una delle pietre angolari di questo modello.

La perdità di stabilità del lavoro e la legalizzazione dei contratti a tempo determinato o a salario ridotto senza benefici sociali per i nuovi lavoratori ridussero il costo del lavoro e fecero lievitare i profitti delle imprese il cui contributo al sistema pensionistico subì una drastica riduzione. Di conseguenza il sistema pensionistico venne privatizzatio e i fondi pensione gestiti dalli grandi banche. Anche Cavallo era un uomo rispettato negli ambienti finanziari internanzionali e Menem prometteva che con questa politica l’Argentina sarebbe divenuta un paese del primo mondo, realizzando una vecchia ossesione argentina.

Avvenne l’esatto contario. Invece di registrare aumenti di produttività, il settore industriale entrò in crisi profonda. La chiusura di moltissime attività produttive, che non potevano competere con le importazioni a prezzi molto bassi, fece lievitare la disoccupazione fino a livelli mai toccati in Argentina.

venerdì 23 marzo 2012

Argentina: cambiano le regole, il Banco Centrale è patrimonio pubblico e sociale; si torna all’economia reale

Posted by cambiailmondo
di Adriana Bernardotti (Buenos Aires)
L’Argentina ha abbattuto un altro pilastro delle politiche neoliberiste sancendo la fine dell’autonomia della Banca Centrale dalla politica. Questa settimana è prevista la conferma al Senato della Repubblica del nuovo Regolamento Organico della BCRA, approvato lo scorso mercoledì alla Camera de Deputati. La modifica dello status dell’istituzione era stato il principale annuncio politico fatto dalla presidente Cristina Kirchner nell’inaugurazione dell’anno legislativo del 2012, agli inizi del mese di marzo.

L’autonomia delle banche centrali è stata uno dei capisaldi delle politiche imposte dal FMI e dagli organismi internazionali negli anni ’90, sotto il paradigma del Consenso di Washington in America Latina. Riforme in questa direzione sono state promulgate in Cile (1989), Argentina (1992), Venezuela (1992), Messico (1994), con l’argomento che la politica monetaria – ovvero la preservazione del valore della moneta – è una funzione eminentemente tecnica che deve essere staccata dalla politica economica di un paese e lasciata in mano dei tecnici.

In Argentina la norma seguiva e completava la “legge sulla convertibilità” (1991), che aveva stabilito la parità cambiaria del peso con il dollaro e l’obbligo di mantenere delle riserve in valuta statunitense equivalenti alla massa monetaria circolante, conducendo in pratica alla dollarizazzione dell’economia.

Entrambe le leggi nascevano con la finalità di stabilizzare l’economia e mettere fine all’enorme inflazione che creava nere prospettive per la giovane democrazia riconquistata negli anni 80. Non occorre soffermarci sui risultati delle politiche di aggiustamento strutturale e deflazione promosse dal FMI, che hanno avuto come sbocco la enorme crisi finanziaria del 2001 in Argentina e episodi similari nel resto dei paesi dell’America Latina.

D’ora in poi, dunque, la missione primaria e fondamentale della Banca Centrale argentina non sarà soltanto “preservare il valore della moneta” ma includerà anche “lo sviluppo economico con giustizia sociale, l’occupazione e la stabilità finanziaria”. Finalità analoghe hanno le banche centrali di diversi altri paesi, a cominciare degli Stati Uniti, e abbondano anche gli esempi internazionali sull’uso di riserve per investimenti produttivi.

Due pesi e due misure. Grecia, Argentina e le risposte “eterodosse” alla crisi

Posted by cambiailmondo
di Adriana Bernardotti (Buenos Aires)
L’economia è un tema popolare di conversazione in Argentina. Negli anni peggiori della crisi io abitavo ancora in Italia: ogni volta che venivo in visita a questo mio paese avevo la sensazione di dover fare un corso accelerato sulla materia per poter partecipare alle cene tra amici. Alla fine del secolo scorso in Italia non si sentiva parlare di agenzie di rating, rischi di default o pacchetti di salvataggio; meno ancora si conosceva la faccia dei direttori e dei funzionari di alto livello del FMI che approdavano invece regolarmente in Argentina e dettavano le regole dalle prime pagine dei quotidiani locali.

Allora gli argentini erano avvezzi alle politiche antinflazionistiche, aggiustamenti strutturali, privatizzazioni, ristrutturazioni del debito e tutti i vari strumenti delle politiche neoliberali. Oggi invece, dopo il successo nel superamento della crisi, adoperando strade poco conformi ai dogmi, l’Argentina è diventata una specie di mecca per i sostenitori di politiche eterodosse.

Oggi si è aperto a Buenos Aires il “Congresso d’Economisti Eterodossi”, che è organizzato dall’Università di Quilmes e terrà sessioni durante i tre giorni di lavori, con la presenza dei principali studiosi mondiali aderenti a queste correnti del pensiero economico. Tra gli ospiti si contano prestigiosi accademici dell’Università di New School (New York): Anwar Shaikh, uno dei principali economisti eterodossi attuali; Edward Nell, un riconosciuto economista post-keynesiano; lo studioso strutturalista Lance Taylor.

L’economia politica marxista sarà rappresentata da figure del primo livello internazionale, come il prof. John Weeks dell’Università di Londra, Costas Lapavitsas della stessa università, Makoto Itoh dell’ Università di Tokio e Cyrus Bina dell’Università di Minnesota negli Stati Uniti. Ai diversi incontri parteciperà anche Marc Lavoie, economista neo Kaleckiano dell’Università di Ottawa in Canada e Sergio Cesaratto, l’unico italiano, accademico dell’Università di Siena studioso del pensiero di Sraffa e considerato un esperto internazionale sui fondi pensioni.

Intervistato dai giornali locali sulla crisi greca e internazionale, Cesaratto ha affermato che l’aiuto tedesco è come l’”abbraccio dell’orso” per i paese ellenico, visto che pone l’esigenza di una politica di disciplina e di duro aggiustamento strutturale che complicherà il recupero. Sulla stessa linea i giudizi dei suoi colleghi.

martedì 10 gennaio 2012

“Que se vayan todos”, l’Argentina dieci anni dopo il crac

di elvira Corona. unimondo
Siamo a pochi giorni dal Natale 2001, e il paese del Cono Sur è in una profonda crisi economica, finanziaria, politica e sociale, dovuta alle scelte scellerate di un governo neoliberista che - conclusasi la triste parentesi della dittatura - ha svenduto il paese ai privati, principalmente stranieri, seguendo tutte le ricette del Fondo Monetario Internazionale. Tanto da guadagnarsi il plauso e l’appellativo di migliore alunno dall’istituzione finanziaria internazionale.

Ma gli argentini non ci stanno, dopo anni di dittatura militare che conta 30 mila desaparecidos - persone scomode al regime fatte letteralmente sparire - ora non è disponibile ad accettare passivamente la desaparicion economica - come l’hanno chiamata alcuni analisti - cioè la retrocessione a uno stato di povertà che rende invisibili non solo i bisogni delle persone, ma le persone stesse. Per questo la notte del 19 dicembre 2001 prima a Buenos Aires e poi in tutte le maggiori città e piccoli paesi dell’Argentina, la gente esausta, senza un’organizzazione nè un leader, scende in strada a protestare con lo slogan !Que se vayan todos” (che se ne vadano tutti). Già, todos, perché nessuno fino ad allora era riuscito a dare risposte alla nazione ricca di risorse naturali ma sull’orlo del baratro. I politici sopratutto, arroccati al potere con un Carlos Menem che da dieci anni alla Casa Rosada, insieme al suo ministro dell’economia Domingo Cavallo, erano riusciti a svendere il paese, pezzo per pezzo, inaugurando l’illusorio piano di convertibilità monetaria un peso/un dollaro, ma anche a proteggere gli interessi economici dell’elite. Ferrovie, società petrolifere, poste, trasporto aereo, energia elettrica, telecomunicazioni, i settori strategici di uno Stato furono i primi ad essere svenduti a prezzi di saldo, in un contesto di corruzione dilagante.

Le nuove riforme che danno spazio alla flessibilità lavorativa e la liberalizzazione di mercati di beni e denaro fanno il resto, portando il paese sul lastrico, con tassi di disoccupazione vicini al 50% della popolazione. Nel frattempo le banche prestano i soldi dei propri risparmiatori per finanziare affari rischiosissimi, per questo decidono che ogni correntista non poteva prelevare più di 250 pesos alla settimana. E’ il corralito, la goccia che fa traboccare il vaso. Gli argentini assaltano i bancomat, i supermercati e si scontrano con la polizia in una guerriglia urbana che fa più di 30 morti.

lunedì 19 dicembre 2011

L’Argentina in dieci anni dal collasso al rinascimento. Come liberarsi del Fondo Monetario Internazionale e vivere felici.

Oggi, esattamente dieci anni fa, tra il 19 e il 20 dicembre 2001, l’Argentina esplodeva. Fernando de la Rúa, ultimo presidente di una notte neoliberale durata 46 anni, appoggiato da una maggioranza nominalmente di centro-sinistra, sparava sulla folla (i morti furono una quarantina) ma era costretto a fuggire dalla mobilitazione di un paese intero. Le banche e il Fondo Monetario Internazionale gli avevano imposto di violare il patto con le classi medie sul quale si basa il sistema capitalista: i bancomat non restituivano più i risparmi e all’impiegato Juan Pérez, alla commerciante María Gómez, all’avvocato Mario Rodríguez era impedito di usare i propri risparmi per pagare la bolletta della luce, la spesa al supermercato, il pieno di benzina.

Il cosiddetto “corralito”, il blocco dei conti correnti bancari dei cittadini, era stato l’ultimo passo di una vera guerra economica contro l’Argentina durata quasi cinquant’anni. L’FMI era stato il vero dominus del paese dal golpe contro Juan Domingo Perón nel 1955 fino a quel 19 dicembre 2001. Attraverso tre dittature militari, 30.000 desaparecidos e governi teoricamente democratici ma completamente sottomessi al “Washington consensus”, l’Argentina era passata dall’essere una delle prime dieci economie al mondo all’avere province con il 71% di denutrizione infantile, dalla piena occupazione al 42% di disoccupazione reale, da un’economia florida al debito pubblico pro-capite più alto al mondo. Con la parità col dollaro, e con la popolazione addormentata dalla continua orgia di televisione spazzatura dell’era Menem (1989-1999), il paese aveva dissipato un’invidiabile base manifatturiera e tecnologica. Nulla più si produceva e si spacciava che oramai fosse conveniente importare tutto in un paese che aveva accolto, realizzato e poi infranto il sogno di generazioni di migranti e da dove figli e nipoti di questi fuggivano.

In quei giorni, in quello che per decenni il FMI aveva considerato come il proprio “allievo prediletto”, salvo misconoscerlo all’evidenza del fallimento, non fu solo il sottoproletariato del Gran Buenos Aires ridotto alla miseria più nera a esplodere ma anche le classi medie urbane. Queste, che per decenni si erano fatte impaurire da timori rivoluzionari e d’instabilità, blandire da promesse di soldi facili e convincere che il sol dell’avvenire fosse la privatizzazione totale dello Stato e della democrazia, si univano in un solo grido contro la casta politica e finanziaria responsabile del disastro: “que se vayan todos”, che vadano via tutti. Era un movimento forte quello argentino, antesignano di quelli attuali, e solo parzialmente rifluito perché soddisfatto in molte delle richieste più importanti.

mercoledì 14 dicembre 2011

L'esperienza argentina e la crisi europea

Scritto da T. Lukin - J. Lewkowicz Fonte: megachip
"Con la guida del Fmi, i risultati furono disastrosi". Intervista a Joseph Stiglitz
di Tomas Lukin e Javier Lewkowicz tradotto da comedonchisciotte.org.

Il Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz rivendica la strada scelta dall’Argentina dopo la fine della convertibilità e il default, "anche se in tanti hanno idee diverse su quelle che debbano essere le buone ricette economiche".

Joseph Stiglitz è un militante contro le ricette di aggiustamento fiscale che propongono una "svalutazione interna" grazie alla diminuzione dei salari e alla sottomissione dei debitori nei confronti dei creditori.

Anni fa l'Argentina soffrì di questa malattia come nessun altro paese al mondo, una situazione che riuscì a lasciarsi alle spalle grazie all'applicazione di una serie di politiche economiche di segno opposto, come il ripristino della competitività partendo da una forte svalutazione, compensata dall’incremento della spesa pubblica e una politica dei redditi di stile keynesiano, oltre a una forte ristrutturazione del debito estero che ripartì i costi del default.

Per questo motivo Stiglitz è diventato un difensore del modello argentino. "Negli anni '90, fu proprio il FMI a guidare l'Argentina nell’applicazione delle politiche di austerità, con risultati disastrosi. Nell’eurozona non sono riusciti ad imparare questa lezione. Ancora una volta, l'Europa dovrebbe prestare attenzione alla crescita argentina, mostrandole che c'è vita anche dopo un default", ha spiegato in un reportage concesso in esclusiva a Pagina 12.

Alle prime ore del mattino e appena prima di partire verso il Cile, il Premio Nobel del 2001, mentre assaporava all'aperto un'abbondante colazione all’americana con pane, uova poché, lardo e frutta, ha analizzato a fondo la crisi dell'euro, la possibile uscita delle economie più deboli, l'incapacità dei governi di Germania e Francia e i nuovi governi "tecnocratici" che sono saliti al potere in Italia e in Grecia. Stiglitz ha ricordato l’articolo che questo quotidiano realizzò ad agosto nella città tedesca di Lindau, dove si tenne la conferenza mondiale dei Premi Nobel per l’Economia. Ha ammesso, in rapporto a quella chiacchierata, che la sua percezione della crisi europea è ancora più negativa: "L'Europa e l'euro sono sulla strada del suicidio." Ha anche raccomandato alla Grecia un’uscita dalla moneta comune.

Ha anche sottolineato l’importanza del favorevole contesto internazionale per spiegare il successo economico argentino, riferendosi all'inflazione e ai profitti delle multinazionali. Questa settimana Stiglitz si è incontrato con presidente, Cristina Fernández: "Sia Néstor, quando ebbi l'opportunità di conoscerlo, che Cristina mi sono sembrate due persone molto interessanti. Ma lei è più passionale."

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