
di Sergio Cesaratto. Fonte: sinistrainrete
Più che limitarmi alle cause e possibili uscite dalla crisi europea, su cui naturalmente indugerò nella prima parte, mi sembra opportuno qui riflettere sull’atteggiamento che la sinistra italiana ha tenuto di fronte alla crisi. Questo atteggiamento appare trovare le proprie radici nella storia lontana del Partito Comunista Italiano.
Le origini della crisi: il problema della realizzazione del sovrappiù nel capitalismo
Sulle cause della crisi europea non dirò dunque molto. Essa trova le sue radici nella moneta unica. Questa ha facilitato i flussi di capitale da un centro industrialmente forte, e votato a uno sviluppo export-led, verso la periferia, industrialmente più debole. I flussi di capitale – la disponibilità di credito a bassi tassi di interesse dalle banche tedesche e francesi - hanno alimentato una illusoria crescita basata sul boom edilizio in Spagna e Irlanda,[1] e sulla spesa pubblica in Grecia. I bassi tassi di interesse derivavano da una politica monetaria volta a non deprimere la già depressa crescita tedesca. Portogallo e Italia hanno una storia a parte in quanto hanno sostanzialmente stagnato negli anni dell’Unione Monetaria Europea (UME). In tutta la periferia l’inflazione è stata mediamente più elevata che nel centro, nei primi tre paesi anche alimentata dalla forte crescita. Questo ha comportato una ulteriore perdita di competitività a favore del centro. Le esportazioni di quest’ultimo si sono così avvantaggiate di questa situazione.
Dal punto di vista dell’analisi economica non convenzionale, i capitalisti dei paesi centrali hanno smaltito il loro sovrappiù sostenendo con flussi finanziari l’acquisto delle loro merci da parte dei paesi periferici. Il sovrappiù è la quota del prodotto sociale di cui i capitalisti si appropriano una volta pagati i salari. Lo smaltimento del sovrappiù nella periferia è il modello mercantilista che è stato ben descritto da Michal Kalecki, il Keynes marxista – siamo in un aula di una facoltà che visse anni gloriosi della teoria economica non-mainstream. Un altro modo con cui i capitalisti possono smaltire il proprio sovrappiù è attraverso l’indebitamente delle famiglie dei lavoratori. Questo è quello che è accaduto negli Stati Uniti. La spesa in disavanzo dello Stato è il terzo di quelli che Kalecki, seguendo Rosa Luxemburg, definì “mercati esterni”. Quello che, in sintesi, Kalecki e Luxemburg sostenevano è che il capitalismo per funzionare, dunque affinché tutto il surplus venga realizzato (venduto), necessita di una domanda aggiuntiva a quella proveniente dai consumi dei lavoratori – i cui salari i capitalisti tendono a tenere bassi – e dai consumi dei capitalisti - che per quanto opulenti non assorbono tutto il sovrappiù. Dei mercati “esterni” devono acquistare questo sovrappiù invenduto: questo accade accordando crediti a paesi stranieri, agli stessi lavoratori, o allo Stato nazionale.
Più che limitarmi alle cause e possibili uscite dalla crisi europea, su cui naturalmente indugerò nella prima parte, mi sembra opportuno qui riflettere sull’atteggiamento che la sinistra italiana ha tenuto di fronte alla crisi. Questo atteggiamento appare trovare le proprie radici nella storia lontana del Partito Comunista Italiano.
Le origini della crisi: il problema della realizzazione del sovrappiù nel capitalismo
Sulle cause della crisi europea non dirò dunque molto. Essa trova le sue radici nella moneta unica. Questa ha facilitato i flussi di capitale da un centro industrialmente forte, e votato a uno sviluppo export-led, verso la periferia, industrialmente più debole. I flussi di capitale – la disponibilità di credito a bassi tassi di interesse dalle banche tedesche e francesi - hanno alimentato una illusoria crescita basata sul boom edilizio in Spagna e Irlanda,[1] e sulla spesa pubblica in Grecia. I bassi tassi di interesse derivavano da una politica monetaria volta a non deprimere la già depressa crescita tedesca. Portogallo e Italia hanno una storia a parte in quanto hanno sostanzialmente stagnato negli anni dell’Unione Monetaria Europea (UME). In tutta la periferia l’inflazione è stata mediamente più elevata che nel centro, nei primi tre paesi anche alimentata dalla forte crescita. Questo ha comportato una ulteriore perdita di competitività a favore del centro. Le esportazioni di quest’ultimo si sono così avvantaggiate di questa situazione.
Dal punto di vista dell’analisi economica non convenzionale, i capitalisti dei paesi centrali hanno smaltito il loro sovrappiù sostenendo con flussi finanziari l’acquisto delle loro merci da parte dei paesi periferici. Il sovrappiù è la quota del prodotto sociale di cui i capitalisti si appropriano una volta pagati i salari. Lo smaltimento del sovrappiù nella periferia è il modello mercantilista che è stato ben descritto da Michal Kalecki, il Keynes marxista – siamo in un aula di una facoltà che visse anni gloriosi della teoria economica non-mainstream. Un altro modo con cui i capitalisti possono smaltire il proprio sovrappiù è attraverso l’indebitamente delle famiglie dei lavoratori. Questo è quello che è accaduto negli Stati Uniti. La spesa in disavanzo dello Stato è il terzo di quelli che Kalecki, seguendo Rosa Luxemburg, definì “mercati esterni”. Quello che, in sintesi, Kalecki e Luxemburg sostenevano è che il capitalismo per funzionare, dunque affinché tutto il surplus venga realizzato (venduto), necessita di una domanda aggiuntiva a quella proveniente dai consumi dei lavoratori – i cui salari i capitalisti tendono a tenere bassi – e dai consumi dei capitalisti - che per quanto opulenti non assorbono tutto il sovrappiù. Dei mercati “esterni” devono acquistare questo sovrappiù invenduto: questo accade accordando crediti a paesi stranieri, agli stessi lavoratori, o allo Stato nazionale.