Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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venerdì 25 gennaio 2013

Banca d’Italia: i tagli portano la recessione

di Mario Pianta
La Banca d’Italia vede un 2013 di recessione e corregge l’ottimismo passato, teme la disoccupazione e ammette che l’austerità peggiora la finanza pubblica. Tre notizie importanti per la campagna elettorale
Meno uno percento. La notizia è che per Banca d’Italia l’economia del paese sarà in recessione anche nel 2013, in un’eurozona senza ripresa, col prodotto in calo anche negli ultimi tre mesi. In Italia la disoccupazione – ora all’11,1% – salirà al 12%. Il rapporto debito/Pil – ora al 126% – continuerà a peggiorare nel 2013 e potrà ridursi solo dal 2014. Ma le vere notizie, dietro questi dati sono altre.
La prima è che Banca d’Italia impara a correggere le previsioni sbagliate (prima, per il 2013 prevedeva un calo di appeno lo 0,2%). La Banca centrale europea ha sbagliato finora tre previsioni su quattro e c’è voluto il risveglio keynesiano di Olivier Blanchard, capo-economista del Fondo monetario, per ricordare ai banchieri che l’austerità provoca recessione. Ma questa non è solo una caduta del reddito. In Italia il Pil è sceso nel 2012 (-2,1% per Banca d’Italia, -2,4% per il governo), era stagnante nel 2010-2011, era caduto del 5,1% nel 2009 e dell’1,2% nel 2008. Questa è una depressione. Secondo Confindustria la produzione industriale nel dicembre 2012 è del 25% inferiore al livello pre-crisi dell’aprile 2008: in questi cinque anni un quarto della capacità produttiva del paese è andata perduta.
La seconda notizia è il collasso del lavoro. Oggi i disoccupati sono 2,8 milioni, a cui si deve aggiungere l’equivalente di 520 mila persone in cassa integrazione a zero ore nel 2012, e un milione e mezzo di persone in cerca di lavoro ma “scoraggiate”, che scivolano fuori dalla definizione di disoccupati. In tutto arriviamo al 18%, più di un italiano su sei. E sappiamo che il 37% dei giovani non lavorano e che, tra coloro che un lavoro ce l’hanno, ci sono quattro milioni di lavoratori precari, quasi un dipendente su quattro. Banca d’Italia ci dice che tutto questo è destinato a peggiorare ancora.
La terza notizia è che Banca d’Italia ammette che le politiche realizzate per ridurre deficit e debito pubblico non possono funzionare. L’anno scorso il deficit netto è stato del 3% del Pil, contro il 3,9% del 2011. Ma nel 2011-2012 sono state effettuate dai governi Berlusconi e Monti cinque manovre fiscali, per un totale di 120 miliardi di euro. Tutto questo è riuscito a migliorare solo di poche briciole il saldo, ma ha aggravato la caduta del Pil: con il Pil che cade, la finanza pubblica non può migliorare.
Banca d’Italia spera che nella seconda metà del 2013 la caduta del prodotto possa fermarsi grazie a una ripresa di investimenti e export. Ma quali imprese investono quando perdono un quarto della produzione? E nel 2013 (e dopo) peserà l’effetto delle manovre del governo Monti che tagliano la spesa pubblica per molte decine di miliardi. La domanda continuerà a cadere e, senza domanda, – lo sanno tutti ormai - il prodotto non cresce. Solo un drastico cambio di rotta può farci uscire dalla crisi, cambiando la traiettoria di uno sviluppo ingiusto e insostenibile.
Sembrano notizie di rilievo. Chissà perché la campagna elettorale non se ne occupa.

martedì 22 gennaio 2013

Usa, un gettone da un trilione di dollari per abbattere il debito

- megachip -

superlingottodi Giulietto Chiesa - Il Fatto Quotidiano.
Se il debito di uno Stato verso i suoi cittadini è troppo alto, c’è sempre un modo per abbassarlo, o per fare finta che non esista nessun tetto. La faccenda che voglio qui raccontare sembra che non ci riguardi direttamente, essendo tutta americana. Ma la racconto proprio perché ho il sospetto che, invece, ci riguardi molto da vicino. Qual è il modo? Semplice. Il Segretario al Tesoro autorizza la creazione di un gettone di platino, sul quale fa incidere il tradizionale “Abbiamo fiducia in Dio” e, appena sotto, un numero imprecisato di zeri, a loro volta preceduti dalla magica cifra “1”. Poi il nostro Segretario di Stato prenderebbe il gettone e andrebbe a depositarlo nella cassaforte della Banca di Stato.
E, da quel preciso momento, potrebbe tranquillamente spendere quella cifra per fare ciò che uno Stato che si rispetti deve fare: che so, pagare le pensioni, o finanziare l’assistenza agli anziani, o quella sanitaria, o costruire scuole o qualunque altra attività saggiamente programmata.
Voi direste, ne sono sicuro: Ma che sciocchezza è questa? Ci stai raccontando un gioco di prestigio, un trucchetto come quello dei giocatori delle tre tavolette che bazzicano ancora attorno ai mercatini rionali?
Niente affatto. Si dà il caso che proprio di questo si è discusso negli Stati Uniti all’inizio dell’anno. In effetti il debito Usa è diventato un po’ altino e vola ora attorno ai 16,4 trilioni di dollari (un trilione vale mille miliardi). E c’è una legge che dice pressappoco che, se il debito di bilancio sale oltre il tetto stabilito, automaticamente il governo deve tagliare in corrispondenza le sue spese.
Siamo in scadenza e c’è – quest’anno come nel precedente – un braccio di ferro tra il Presidente e l’opposizione repubblicana per decidere se si può alzare quel tetto. Con ogni probabilità, alla fine, si raggiungerà un accordo. Ma non è detto. E allora che succederebbe?
Ecco perché la storia del gettone di platino è uscita fuori un’altra volta. Con una proposta precisa: facciamoci un bel gettoncino da un trilione di dollari, così avremo il respiro sufficiente per – come dicono i napoletani – “adda passà ‘a nuttata”.
Pensate (scrive International Herald Tribune dell’11 gennaio scorso): “In un attimo il luccicante nuovo asset cancellerebbe un passivo debitorio di un trilione di $”.
Immagino che chi sorrideva alle prime righe abbia smesso di sorridere. Infatti, in sfregio a ogni buon senso, ne ha parlato tutta la stampa americana. Al punto che il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, nella sua conferenza stampa del nuovo anno, ha dovuto rispondere a una dozzina di domande dei giornalisti, tra il divertito e l’incredulo. Ma senza smentire niente. Meglio fingere stupore. “Giuro che non ho in tasca nessuna moneta”, avrebbe esclamato. Ma le domande piovevano perché si sapeva che, alla Casa Bianca, anche di questo si era parlato nelle ore precedenti.
Io, per esempio, non ci ho trovato niente di comico. Piuttosto qualche brivido. Se la Casa Bianca, il palazzo presidenziale del mondo libero, anzi liberissimo, si occupa di queste faccende, vorrà dire che “qualche cosa c’è”. Se poi ne parla anche il New York Times, vorrà dire che è una notizia (il New York Times le notizie le fa, prima ancora che diffonderle). E le fa bene, essendo il portavoce finale del Comitato d’Affari che regge tutto il mondo libero, anzi liberissimo.
Così i suoi giornalisti vanno a guardare le leggi federali e scoprono che ce n’è una del 1997 che autorizza – certo per una strana coincidenza – il Ministero delle Finanze a “coniare ed emettere lingotti di platino e monete di platino secondo specifiche, disegno, varietà, quantità denominazioni e iscrizione definite, a discrezione del Segretario di Stato, quando occorra”.
Forse i legislatori intendevano altre cose, chissà, monete commemorative per i collezionisti. Ma quale collezionista migliore potrebbe esserci del Governo degli Stati Uniti, per gettoni da un miliardo di dollari?
Ecco, mi è passata la voglia di ridere, definitivamente, quando sono arrivato in fondo all’articolo. La cui autrice, per non passare per scema, aveva messo in guardia il lettore circa la “remotamente vaga possibilità” che una cosa del genere potesse accadere. Ma aveva poi dovuto aggiungere che perfino il premio Nobel per l’Economia, Paul Krugman – il quale scrive sulle stesse colonne – l’ha presa in considerazione, insieme all’economista repubblicano Donald Marron, che guida il “Centro per la politica fiscale”. Marron, per essere più precisi, aveva proposto non un gettone da un trilione di dollari, ma una serie di gettoncini più modesti, da soli 25 milioni di dollari ciascuno. Voi capite che non fa molta differenza.
Ecco perché mi è venuto un brivido finale. Se basta un trucchetto come questo per salvare gli Stati Uniti, come mai a noi dicono che il debito dobbiamo pagarlo con il sangue? Lo so, lo so, noi non abbiamo la Federal Reserve e abbiamo invece la Banca Centrale Europea. Peccato davvero. Ma chiederei al nostro futuro governo di andare a Francoforte e chiedere a Mario Draghi di far coniare anche lui un gettone di platino da un trilione di euro. Così da consentirci di evitare il pareggio in bilancio, che i magliari di casa nostra (o cosa nostra) hanno già introdotto in Costituzione.

lunedì 21 gennaio 2013

La banca d'Italia ... ha scoperto l'America!!

Fonte: sbilanciamoci.info | Autore: Mario Pianta
Banca d’Italia: i tagli portano la recessione
La Banca d’Italia vede un 2013 di recessione e corregge l’ottimismo passato, teme la disoccupazione e ammette che l’austerità peggiora la finanza pubblica. Tre notizie importanti per la campagna elettorale
Meno uno percento. La notizia è che per Banca d’Italia l’economia del paese sarà in recessione anche nel 2013, in un’eurozona senza ripresa, col prodotto in calo anche negli ultimi tre mesi. In Italia la disoccupazione – ora all’11,1% – salirà al 12%. Il rapporto debito/Pil – ora al 126% – continuerà a peggiorare nel 2013 e potrà ridursi solo dal 2014. Ma le vere notizie, dietro questi dati sono altre.
La prima è che Banca d’Italia impara a correggere le previsioni sbagliate (prima, per il 2013 prevedeva un calo di appeno lo 0,2%). La Banca centrale europea ha sbagliato finora tre previsioni su quattro e c’è voluto il risveglio keynesiano di Olivier Blanchard, capo-economista del Fondo monetario, per ricordare ai banchieri che l’austerità provoca recessione. Ma questa non è solo una caduta del reddito. In Italia il Pil è sceso nel 2012 (-2,1% per Banca d’Italia, -2,4% per il governo), era stagnante nel 2010-2011, era caduto del 5,1% nel 2009 e dell’1,2% nel 2008. Questa è una depressione. Secondo Confindustria la produzione industriale nel dicembre 2012 è del 25% inferiore al livello pre-crisi dell’aprile 2008: in questi cinque anni un quarto della capacità produttiva del paese è andata perduta.
La seconda notizia è il collasso del lavoro. Oggi i disoccupati sono 2,8 milioni, a cui si deve aggiungere l’equivalente di 520 mila persone in cassa integrazione a zero ore nel 2012, e un milione e mezzo di persone in cerca di lavoro ma “scoraggiate”, che scivolano fuori dalla definizione di disoccupati. In tutto arriviamo al 18%, più di un italiano su sei. E sappiamo che il 37% dei giovani non lavorano e che, tra coloro che un lavoro ce l’hanno, ci sono quattro milioni di lavoratori precari, quasi un dipendente su quattro. Banca d’Italia ci dice che tutto questo è destinato a peggiorare ancora.
La terza notizia è che Banca d’Italia ammette che le politiche realizzate per ridurre deficit e debito pubblico non possono funzionare. L’anno scorso il deficit netto è stato del 3% del Pil, contro il 3,9% del 2011. Ma nel 2011-2012 sono state effettuate dai governi Berlusconi e Monti cinque manovre fiscali, per un totale di 120 miliardi di euro. Tutto questo è riuscito a migliorare solo di poche briciole il saldo, ma ha aggravato la caduta del Pil: con il Pil che cade, la finanza pubblica non può migliorare.
Banca d’Italia spera che nella seconda metà del 2013 la caduta del prodotto possa fermarsi grazie a una ripresa di investimenti e export. Ma quali imprese investono quando perdono un quarto della produzione? E nel 2013 (e dopo) peserà l’effetto delle manovre del governo Monti che tagliano la spesa pubblica per molte decine di miliardi. La domanda continuerà a cadere e, senza domanda, – lo sanno tutti ormai - il prodotto non cresce. Solo un drastico cambio di rotta può farci uscire dalla crisi, cambiando la traiettoria di uno sviluppo ingiusto e insostenibile.
Sembrano notizie di rilievo. Chissà perché la campagna elettorale non se ne occupa.

venerdì 14 ottobre 2011

REPORT SU UNA GIORNATA DI PROTESTA E DI VIOLENZA CRIMINALE


DI FRANCO BERARDI “BIFO”

Fonte: comedonchisciotte
Alle ore 11.15 ho raggiunto piazza Cavour dove era prevista un'azione dimostrativa davanti alla Banca d'Italia.
Era in corso una carica, gruppi di ragazzi correvano via inseguiti da un gruppo di celerini.
Mi sono avvicinato, la carica è finita, e gli studenti si sono raggruppati. Erano in larga maggioranza giovanissimi, avevano scudi di polistirolo qualcuno brandiva un cartello bianco con su scritto: 800 sfratti nel 2011 nella città di Bologna.
La Banca d'Italia è protetta da un enorme cancello di Metallo e per l'occasione da due file di poliziotti bardati di tutto punto. Possibilità di sfondamento zero.

I dimostranti hanno risalito la piazza avvicinandosi di nuovo alla banca, ma prima ancora di raggiungere il portico un gruppo di dodici poliziotti superbardati e superaggressivi li ha caricati. Io mi trovavo a pochi metri, ho afferrato un poliziotto alle spalle tentando di fermarlo senza riuscirci. Erano belve. Li ho visti per alcuni secondo aggredire con una ferocia del tutto incomprensibile, psicopatica.
Nazisti o soggetti a una cura di anfetamine?

Durante questa carica diversi ragazzi sono stati malmenati, e una ragazza di diciannove anni è stata colpita con intenzionale violenza alla bocca, con il risultato di una ferita seria, e della perdita di tre denti.
Appena la situazione si è ricomposta e i dodici assassini potenziali si sono ritirati io mi sono avvicinato e ho cominciato a parlare con loro. Si allontanavano e si muovevano con nervosismo come se io fossi un potenziale pericolo. Ho ripetuto più volte "quello che fate non ha alcun senso fate male a dei ragazzini disarmati è una cosa da matti". Nessuno di loro ha risposto neppure con un cenno, sfuggivano il mio sguardo e si allontanavano.
Il più anziano di loro mi si è avvicinato e gli ho chiesto se almeno lui poteva parlare con me.

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