Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

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venerdì 17 agosto 2012

Quelli che: “faremo la spesa con la carriola”


Come ogni ideologia, anche il luogocomunismo rinsalda il consenso col terrore. Che qualcosa suoni falso, nei grandi proclami ideologici, nel grande sogno europeo, i meno sprovveduti lo intuiscono presto. Basta leggere sul Sole 24 Ore le lucide parole di Da Rold: per un paese dell’eurozona, in caso di crisi “non ci sono alternative: o si svaluta la moneta (ma nell’euro non si può più) o si svaluta il salario”. Impeccabile: come ogni economista sa, e come del resto lo stesso “padre dell’euro”, Mundell, tranquillamente ammetteva, lo scopo del gioco, nelle unioni monetarie, è “disciplinare” i lavoratori, scaricando su di essi e solo su di essi il peso degli shock avversi. Il meccanismo funziona alla perfezione, se non fosse per un dettaglio: quando la crisi arriva, anche chi non se ne fosse accorto prima intuisce di aver preso una fregatura. Interviene allora, puntuale come un detonatore svizzero, il terrorismo, per convincerlo che nella trappola è meglio restarci.
Il terrorismo più naif echeggia le parole della nuova guida (rinuncio a tradurre) europea, Angela Merkel: “fuori dall’euro c’è la guerra!” Ma alla guerra, oggi, in Europa, non ci crede più nessuno: tutti pensano che sia ormai una cosa per persone dal colore della pelle diverso dal nostro, una cosa che quindi non ci fa più paura, a casa nostra, di quanta ce ne facciano la malaria o i tifoni.
Il terrorismo si fa allora più subdolo: “fuori dall’euro c’è l’iperinflazione, sarà come a Weimar, andremo a fare la spesa con una carriola di monete, compreremo il giornale con un chilo di lire in tasca”. Affermazioni confezionate sapientemente, per far breccia nelle menti degli elettori più ingenui (sperando siano i più numerosi). In queste parole lievemente imprecise certo non può esserci buona fede. Cerchiamo di riportarci almeno un minimo di buon senso:
(1) Tutti concordano sul fatto che si tornerà alle valute nazionali con un cambio uno a uno: un euro per una “nuova lira” (vedi Sapir, Bootle, ecc.). È la cosa più semplice e razionale da fare per facilitare la transizione e per evitare fregature come quella che ci siamo presa con il passaggio dalla lira all’euro (vedi oltre).
(2) Ci sarà una svalutazione, ovvio: usciamo proprio per non essere stritolati da un cambio troppo forte. Di quanto sarà? Le stime vanno da un 20% (Altomonte) a un 30% (Bootle).
(3) Come si calcola? Andando a vedere quanta competitività abbiamo perso rispetto al nostro principale partner commerciale (la Germania): il cambio nominale si muoverà per compensare questa perdita. Questo dice la teoria della parità dei poteri d’acquisto, che (giusta o sbagliata che sia) è quella cui fanno riferimento gli stessi mercati nel formulare le loro previsioni. È già successo. Fra 1992 e 1993 la svalutazione fu di circa il 20%, perché nei cinque anni precedenti, quelli seguiti all’ultimo riallineamento dello Sme (1987-91), l’inflazione italiana era stata in media di quattro punti più alta di quella tedesca: come da copione, il cambio recuperò con 5×4=20 punti di svalutazione.
(4) Sarà una catastrofe? No. Tanto per capirci, questo è più o meno l’ammontare della svalutazione che subì l’euro nel primo anno di vita (26.7% dal gennaio 1999 all’ottobre 2000). Attenzione: noi l’euro non lo avevamo ancora in tasca, ma già lo usavamo negli scambi internazionali, cioè per comprare i dollari necessari ad acquistare le materie prime (i cui prezzi erano in crescita). Qualcuno ricorda carriole in giro per le strade?
(5) L’inflazione aumenterà di 30 punti, arrivando al 33%! No, appunto. Il coefficiente di trasferimento della svalutazione sull’inflazione è di norma molto inferiore a uno. Nel 2000, nonostante l’euro si fosse svalutato di quasi il 30% dall’anno precedente, l’inflazione aumentò di un solo punto (dall’1.6% al 2.6%). Nel 1993 il tasso di inflazione addirittura diminuì di mezzo punto (dal 5% al 4.5%). E la sapete la cosa più divertente? Perfino il prof. Monti ammise che la svalutazione (di circa il 20%) ci aveva fatto bene!
Insomma: l’idea dell’on. Bersani che il giorno dopo la liberazione andremo a comprare il giornale con 2323 monete da una lira in tasca (al posto di 1,20€) è molto pittoresca. A noi piace ricordarlo così, con la sua eloquenza immaginifica e le sue maniche rimboccate, a ostentare pragmatismo. Se il governo farà il suo lavoro, ci si andrà con 1.20 nuove lire, che diventeranno 1.30 dopo un anno (contando che l’inflazione aumenti di 6 punti, ad esser pessimisti). Non mi pare una tragedia, rispetto al devastante cambio 1000 lire = 1 euro, che abbiamo subìto per la colpevole inerzia del governo Berlusconi. Proprio questa esperienza recente ci aiuterà a fare più attenzione.

martedì 26 giugno 2012

«La lira? Un'ipotesi irrealistica»


Intervista a Guido Viale di Tonino Bucci
L'euro è a un passo dal precipizio. Ormai lo riconoscono anche i più convinti europeisti. I segnali di cedimento dell'unione monetaria, i soliti, si ripetono. Ieri la Borsa di Milano ha chiuso a meno quattro e sono calati tutti i mercati azionari in Europa. Lo spread è arrivato a 455 punti dopo aver aperto a 421. Quello tra i titoli di stato spagnoli e i bund tedeschi, invece, ha toccato quota 517. Il rendimento dei bund tedeschi a 10 anni è poco al di sotto dell'1,5 per cento, quello dei Btp italiani è al 5,986 per cento, mentre nel caso dei bons spagnoli al 6,559 per cento. L'impressione è che il treno dell'euro zona sia lanciato a folle velocità verso il precipizio senza che nessuno azioni lo scambio che potrebbe deviarne la corsa. Una dopo l'altra, i governi hanno applicato tutti le misure di austerità sponsorizzate dai vertici europei. Alle elezioni in Grecia ha vinto il partito disposto ad accettare il memorandum imposto dalla Troika. Eppure, la crisi rimane. E più si insiste con le strategie del rigore, più le contraddizioni all'interno del sistema si riproducono. Lo scenario di una deflagrazione dell'euro non è più un'ipotesi da fantascienza. Non a caso, in questi giorni si discute animatamente di ritorno alla lira. A cavalcare l'antieuropeismo ci prova la destra berlusconiana. L'uscita dall'euro, accompagnata da una manovra di svalutazione, trova un certo consenso anche in una parte del mondo imprenditoriale, speranzoso per questa via di recuperare una maggiore competitività nelle esportazioni. Anche la sinistra ragiona sullo scenario del ritorno alla moneta nazionale, ma in questo caso la questione è molto più complessa. Una lira svalutata comporterebbe quasi immediatamente inflazione ed erosione dei redditi medio-bassi. Per questo l'opzione principale a sinistra sembra ancora essere quella di rimanere nell'euro, cambiandone le regole. Ma se si fosse costretti ad uscirne dal precipitare dei fatti? Ne parliamo con l'economista Guido Viale.

E' verosimile, nonostante tutto, un ritorno alla lira?
E' impossibile. Innanzitutto, non esistono procedure per uscire dall'euro. Secondo, se uno Stato davvero uscisse, in maniera incontrollata e non concordata – e ci riuscisse – questo avrebbe effetti immediati su tutto il sistema monetario europeo, causandone la deflagrazione. Ma anche nel caso di un tracollo dell'euro a breve, secondo me, non ci sono le condizioni per introdurre le monete nazionali, né in un singolo stato che facesse default, né nell'insieme degli Stati. Quindi andremo avanti con l'euro e se anche l'euro dovesse fallire, questo sarebbe un problema che gestirebbero le autorità monetarie europee e gli Stati nazionali tutti assieme. Ma a quel punto il problema si sposterebbe nella dimensione planetaria.

Dopo il risultato del voto greco si è discusso se, col senno di poi, la scelta di Syriza di puntare alla rinegoziazione del debito ma di non uscire dall'euro, sia stata o meno una buona scelta. Sarebbe potuta andare diversamente?
Tutta la campagna contro Syriza è stata impostata su una menzogna plateale e non si è riusciti a smentirla nonostante il suo leader Tsipras abbia ripetuto in tutte le interviste che nel programma non c'era né l'uscita dall'euro, né l'uscita dall'Unione Europea. La campagna d'opinione è stata impostata sul tentativo di utilizzare la paura del fallimento e dell'uscita dall'euro. Il fine era di ottenere dai futuri governanti che avrebbero vinto le elezioni, l'accettazione di quelle condizioni iugulatorie che la Troika ha imposto alla Grecia e sta imponendo via via a tutti i paesi, cioè l'abbattimento dei livelli salariali, delle pensioni, dell'occupazione e la privatizzazione di tutte le risorse comuni.

Se avesse vinto le elezioni Syriza, l'establishment europeo avrebbe acconsentito alla rinegoziazione? C'erano margini di trattativa?
I margini ci sono. Basta che qualcuno si impunti. Il governo Monti avrebbe molta più forza della Grecia perché il fallimento dell'Italia avrebbe conseguenze più drammatiche su tutto il sistema europeo. Se poi si formasse un fronte dei paesi che oggi sono sotto scacco – Portogallo, Spagna, Italia e Grecia – con una piattaforma unitaria per la rinegoziazione dei loro debiti, imponendo la moratoria sul pagamento degli interessi e sulla restituzione del debito, senza annullarlo, ma semplicemente procrastinandolo e congelandolo, la voce di questo gruppo di paesi verrebbe ascoltata per forza. Non ci sarebbero alternative. Se, invece, questi stati vanno avanti in forma sparsa o, addirittura, facendosi la concorrenza, la loro posizione è molto più debole. E infatti questi paesi oggi sono l'uno contro l'altro. Monti si è più volte compiaciuto del fatto che il nostro paese non è nelle stesse condizioni della Grecia e che siamo anzi messi molto meglio della Spagna. Io credo che sia una politica suicida che rafforza le posizioni di chi vuole usare questa congiuntura per ottenere quelle misure antipopolari che oggi vengono chieste dai mercati, cioè dal capitale finanziario.

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