
di Lorenzo Dilena
Mai sentito parlare di «trasformazione delle attività per imposte anticipate iscritte in bilancio»? In soldoni, è un miracolo fiscale che tramuta crediti a babbo morto in moneta sonante, immediatamente spendibile per saldare qualsiasi tipo di tributo. È l’effetto di un codicillo in aiuto delle banche in perdita, introdotto da Tremonti e poi confermato da Monti. Ma solo adesso se ne cominciano a vedere gli effetti. Così mentre partite Iva e Pmi attendono da anni rimborsi fiscali e pagamento delle forniture, quest’anno i cinque maggiori istituti avranno un beneficio superiore a 2,5 miliardi. Gli esperti di fisco la chiamano «trasformazione delle attività per imposte anticipate iscritte in bilancio in crediti di imposta». In concreto, è un miracolo fiscale che tramuta crediti a babbo morto in moneta sonante, immediatamente spendibile per pagare qualsiasi tipo di tributo. Anche le ritenute mensili sugli stipendi dei dipendenti.
Il “comma 55”. Siamo nel campo in cui brilla da sempre il genio del Tremonti tributarista. Ed è proprio sotto l’egida di Giulio Tremonti ministro dell’Economia che il miracolo si compie: poste contabili destinate a rimanere congelate per quasi un ventennio si tramutano magicamente in crediti d’imposta veri e propri. E liquidissimi. Non è il fisco dei sogni ma l’effetto di un codicillo del decreto Milleproroghe 225/2010: il “comma 55” dell’articolo 2, confermato e perfezionato dal governo Monti, e che solo adesso comincia a dispiegare i suoi effetti. Per svariati miliardi di euro. Pioveranno, in gran parte, su un gruppo piuttosto ristretto di contribuenti.
Contribuenti speciali. Il “comma 55” circoscrive l’ambito di applicazione alle «attività per imposte anticipate» relative alle svalutazioni di crediti, all’avviamento e altre attività immateriali come marchi, brevetti, etc., deducibili su più anni. Detta così, sembra una possibilità aperta a tutte le imprese. In realtà, dietro i rimandi normativi si scopre che le svalutazioni di crediti interessate sono solo quelle degli «enti creditizi e finanziari». Quanto all’avviamento, anche se la norma è generale, nei fatti si tratta di una voce di bilancio quantitativamente rilevante per i gruppi bancari, reduci da anni di fusioni e acquisizioni a caro prezzo. Nel complesso, dunque, una norma su misura.
Sulle perdite delle banche balsamo per svariati miliardi. L’unica condizione posta dal comma 55 è che il bilancio della società si sia chiuso in perdita. Esattamente, quello che è accaduto a fine 2011 per tutte le maggiori banche italiane: Unicredit ha chiuso con un rosso di 9,2 miliardi di euro, Intesa Sanpaolo 8,19 miliardi, Mps 4,7 miliardi, Ubi Banca 1,84 miliardi, il Banco Popolare 2,25 miliardi. Sulla base di un calcolo prudenziale, Linkiesta è in grado di stimare che quest’anno solo per le cinque maggiori banche italiane il beneficio finanziario supera 2,5 miliardi di euro. La norma, frutto di un’azione di lobby da parte dell’Abi, l’associazione delle banche presieduta dall’avvocato Giuseppe Mussari, è testualmente giustificata «in funzione anche della prossima entrata in vigore del nuovo accordo di Basilea», che inasprisce i requisiti di solidità patrimoniale delle banche.
Lobby bancaria. La ragione accampata dall’Abi è che le banche italiane siano penalizzate rispetto alle concorrenti estere. In questo, c’è del vero, ma chi in Italia non è fiscalmente penalizzato rispetto all’estero? Ai fini fiscali, per esempio, le svalutazioni dei crediti alla clientela (che labanca effettua quando ritiene chenon recupererà per intero la somma prestata) non sono interamente deducibili nell’esercizio in cui avvengono: la normativa fissa un limite dello 0,30% del totale crediti in bilancio,. La parte restante della svalutazione può essere dedotta «in quote costanti nei 18 esercizi successivi», e nel frattempo finisce in una specie di fondo dell’attivo, chiamato «attività per imposte anticipate» (Dta, Deferred tax assets, nel gergo degli analisti). Nell’immediato, quindi, la banca paga imposte più alte di quelle che teoricamente dovrebbe se le norme fiscali fossero allineate a quelle contabili. D’altra parte, il fatto che per esigenze di gettito il fisco costringa a spalmare su più anni costi che in base ai principi contabili sono di competenza di un singolo esercizio, è questione comune a tutte le imprese. Il miracolo tremontiano è stato rendere le “Dta” delle banche, illiquide e di durata quasi ventennale, qualcosa di immediatamente spendibile per compensare, nel modello F24, i debiti verso il fisco.
Contribuenti speciali. Il “comma 55” circoscrive l’ambito di applicazione alle «attività per imposte anticipate» relative alle svalutazioni di crediti, all’avviamento e altre attività immateriali come marchi, brevetti, etc., deducibili su più anni. Detta così, sembra una possibilità aperta a tutte le imprese. In realtà, dietro i rimandi normativi si scopre che le svalutazioni di crediti interessate sono solo quelle degli «enti creditizi e finanziari». Quanto all’avviamento, anche se la norma è generale, nei fatti si tratta di una voce di bilancio quantitativamente rilevante per i gruppi bancari, reduci da anni di fusioni e acquisizioni a caro prezzo. Nel complesso, dunque, una norma su misura.
Sulle perdite delle banche balsamo per svariati miliardi. L’unica condizione posta dal comma 55 è che il bilancio della società si sia chiuso in perdita. Esattamente, quello che è accaduto a fine 2011 per tutte le maggiori banche italiane: Unicredit ha chiuso con un rosso di 9,2 miliardi di euro, Intesa Sanpaolo 8,19 miliardi, Mps 4,7 miliardi, Ubi Banca 1,84 miliardi, il Banco Popolare 2,25 miliardi. Sulla base di un calcolo prudenziale, Linkiesta è in grado di stimare che quest’anno solo per le cinque maggiori banche italiane il beneficio finanziario supera 2,5 miliardi di euro. La norma, frutto di un’azione di lobby da parte dell’Abi, l’associazione delle banche presieduta dall’avvocato Giuseppe Mussari, è testualmente giustificata «in funzione anche della prossima entrata in vigore del nuovo accordo di Basilea», che inasprisce i requisiti di solidità patrimoniale delle banche.
Lobby bancaria. La ragione accampata dall’Abi è che le banche italiane siano penalizzate rispetto alle concorrenti estere. In questo, c’è del vero, ma chi in Italia non è fiscalmente penalizzato rispetto all’estero? Ai fini fiscali, per esempio, le svalutazioni dei crediti alla clientela (che labanca effettua quando ritiene chenon recupererà per intero la somma prestata) non sono interamente deducibili nell’esercizio in cui avvengono: la normativa fissa un limite dello 0,30% del totale crediti in bilancio,. La parte restante della svalutazione può essere dedotta «in quote costanti nei 18 esercizi successivi», e nel frattempo finisce in una specie di fondo dell’attivo, chiamato «attività per imposte anticipate» (Dta, Deferred tax assets, nel gergo degli analisti). Nell’immediato, quindi, la banca paga imposte più alte di quelle che teoricamente dovrebbe se le norme fiscali fossero allineate a quelle contabili. D’altra parte, il fatto che per esigenze di gettito il fisco costringa a spalmare su più anni costi che in base ai principi contabili sono di competenza di un singolo esercizio, è questione comune a tutte le imprese. Il miracolo tremontiano è stato rendere le “Dta” delle banche, illiquide e di durata quasi ventennale, qualcosa di immediatamente spendibile per compensare, nel modello F24, i debiti verso il fisco.